Nuove Conferme Dal Paese Delle Giubbe Rosse. Elliott Brood – Ghost Gardens

elliott brood ghost gardens

Elliott Brood – Ghost Gardens – Paper Bag Records

Per i tanti (presumo) che non li conoscono, gli Elliott Brood sono un trio canadese originario dell’Ontario, e si sono fatti conoscere al mondo musicale con l’ottimo Work And Love (15) http://discoclub.myblog.it/2015/01/21/il-canada-ci-tradisce-mai-elliott-brood-work-and-love/ , che era già il loro quarto lavoro, EP esclusi, un album che mischiava “roots-rock” con le radici alternative del gruppo, ottenendo incondizionati e positivi riscontri da tutte le più importanti riviste musicali del settore. A due anni di distanza (confesso che colpevolmente me li ero scordati), tornano con un nuovo lavoro Ghost Gardens, che non è altro che una manciata di canzoni “demo”, riscoperte dopo un decennio (vengono da inizio carriera) a cui sono state date una nuova vita, con nuovi testi aggiornati e idee melodiche ampliate, e quindi il bellissimo titolo “Giardini fantasma” risulta più che appropriato. Il trio è sempre composto da Mark Basso alle chitarre, banjo e voce, Casey Laforet alle tastiere, basso, mandolino e voce, Stephen Pitkin alla batteria e percussioni, con il contributo di musicisti e amici tra i quali Aaron Goldstein alla pedal steel e John Dinamore al basso, che dopo lo spartiacque del disco precedente, propongono una perfetta fusione di bluegrass, folk e rock e ottime armonie vocali, che vanno a formare una “tappezzeria” musicale che si aggiunge al loro già eccellente catalogo di apparati sonori.

Diciamo subito che le canzoni che compongono questi “giardini fantasma” sono più che altro undici bozzetti brevi (da un minimo di un minuto ad un massimo di tre), che iniziano con il gioioso “bleugrass” di  ‘Til The Sun Comes Up Again, dove fa la sua bella figura il banjo di Mark Grasso, a cui fanno seguito il country-rockabilly di Dig A Little Hole (entrambe ricordano a tratti il suono dei Lumineers), la pulizia degli strumenti che caratterizza una dolcissima Gentle Temper, mentre 2 4 6 8 è la traccia più “ibrida” e più lunga del disco (quasi 5 minuti), con la chitarra distorta di Laforet che accompagna il banjo di Grasso, prima di esplodere nel finale in un “sound” quasi garage-punk. Si ritorna ai momenti più intimi per poter apprezzare la chitarra riverberata e seducente di The Fall, a cui segue una meravigliosa ninna nanna come Adeline (dedicata alla figlia di Grasso), eseguita solo con il banjo ed un pianoforte “minimale”, per poi passare ad un “valzerone” quasi country tradizionale come The Widower (la storia di una vedova suicida per alcolismo), e allo strumentale Thin Air con il suono “vintage” di un grammofono in stile anni venti. La parte finale è affidata al banjo di Mark che accompagna la pianistica e seducente T.S. Armstrong, il tintinnio rumoroso (e forse anche inutile) grazie agli effetti statici dei nastri di una Searching un po’ arruffona,, per poi chiudere con la melodica e tenera For The Girl, con il mandolino di Casey in evidenza e cantata da Mark quasi “scimmiottando” il McCartney più minimale.

Ormai sono passati diversi anni da quando Sasso, Pitkin e Laforet ( Elliott Brood) hanno esordito, partendo come una band di country “alternativo”, per poi passare al più generico stile “americana”, fino ad arrivare a vincere i Juno Awards (gli Oscar Canadesi della musica) con il roots-rock variegato di Days Into Years, e farsi conoscere anche nel resto del mondo con Work And Love, per arrivare infine a questo Ghost Gardens forse il loro lavoro più eclettico, con le consuete belle armonie vocali (che fanno venir voglia di ascoltare gli album di Simon & Garfunkel), e  per chi non conosce gli Elliott Brood direi che questi “giardini fantasma” meritano tutta la vostra attenzione.

Tino Montanari

Un Cantautore Per “Palati Fini”. Stephen Fearing – Every Soul’s A Sailor

Stephen Fearing Every Soul's A Sailor cover

Stephen Fearing – Every Soul’s A Sailor – Lowden Proud Music

Con questo nuovo lavoro, Every Soul’s A Sailor, Stephen Fearing, membro fondatore e forse la parte più folk del gruppo Blackie & The Rodeo Kings (un trio formato anche da Colin Linden e Tom Wilson, per chi scrive, la migliore country-rock band del Canada, autori di recente di uno splendido album http://discoclub.myblog.it/2017/01/28/passano-gli-anni-e-dopo-le-regine-questa-volta-tocca-ai-re-ed-e-sempre-grande-musica-blackie-and-the-rodeo-kings-kings-and-kings/ ), arriva (se non ho sbagliato i conti) al suo nono disco da solista, a distanza da quattro anni dal  precedente e pregevole Between Hurricanes, puntualmente recensito su questo blog http://discoclub.myblog.it/2013/04/18/un-romantico-poeta-canadese-stephen-fearing-between-hurrican/ . Registrato nei Canterbury Sound Studios di Toronto, Fearing, chitarra acustica e elettrica, per l’occasione si avvale solamente di una sezione ritmica composta da John Dymond al basso e Gary Craig alla batteria e percussioni, anche con Blackie and The Rodeo Kings, ma è  altresì aiutato da una ricca sezione fiati guidata dal co-produttore David Travers Smith e dalle efficaci armonie vocali (in due brani) della brava Rose Cousins, per dieci brani dal suono limpido e profondo, eseguite da vero songwriter di talento.

L’anima del “marinaio” Stephen salpa con la carezzevole melodia di  Put Your Money Where Your Mouth Is, per poi avventurarsi in un viaggio emozionante e triste con la dolcissima ballata Red Lights In The Rain (con al controcanto la citata Rose Cousins), alzare il ritmo con un brano politico come Blowhard Nation (una feroce condanna all’America di Trump), per poi passare all’accattivante melodia retrò di The Things We Did. Con Gone But Not Forgotten ritorna la dolce voce di Rose, mentre in sottofondo si ascoltano le trombe “lugubri” di David Travers Smith, mentre la seguente Love The Deal si basa su ritmiche più rock-blues, per poi ritornare di nuovo ad un’altra dolce ballata come Carousel, cantata alla John Gorka, e aggiungere atmosfere lievemente jazzate nel blues sincopato di Love Like Water. Dopo una lunga navigazione, infine l’anima del “marinaio” Stephen arriva in porto con altre due semplici love songs come Better Than Good, e la title track Every Soul’s A Sailor, dove la chitarra di Fearing sgorga note leggiadre, quasi come quando una brezza leggera accompagna qualsiasi barca a vela.

Stephen Fearing è un vecchio artigiano della canzone (un autore certamente di nicchia), nato a Vancouver e cresciuto a Dublino, e ora nuovamente figlio prediletto del Canada (merito anche della sua ex moglie canadese), con questo ultimo lavoro Every Soul’s A Sailor, un disco che come sempre esalta limpide melodie folk-rock, con un buon impasto di sonorità elettro-acustiche, che hanno il loro punto di forza in quelle splendide ballate che profumano dei freddi inverni canadesi. Anche se è molto più conosciuto come membro dei Blackie & The Rodeo Kings, questo signore in passato ha anche collaborato con molti artisti, tra cui Richard Thompson, Sarah McLachlan, Nick Lowe,  Bruce Cockburn, Shaw Colvin e recentemente Andy White (recuperate Tea And Confidences), e mi sembra giusto che questa raccolta di canzoni (che magari richiedono vari ascolti prima di essere apprezzate), trovi uno spazio nella vostra discoteca, in quanto per il sottoscritto c’è sempre un senso e un motivo per dare un ascolto all’opera di un folksinger raffinato come Stephen Fearing.       

Tino Montanari

Texana? No, Canadese! Whitney Rose – South Texas Suite

whitney rose south texas suite

Whitney Rose – South Texas Suite – Six Shooter/Thirty Tigers EP/CD

Whitney Rose, oltre ad essere una bella ragazza, è anche una cantante country molto brava, dotata di un’ottima voce, limpida e cristallina, e che si ispira direttamente ai maestri del genere, come Hank Williams, Webb Pierce e, essendo donna, anche Patsy Cline e Dolly Parton: la cosa particolare che la caratterizza è il fatto che non è americana, bensì canadese, ma dallo stile e dal tipo di musica che propone si direbbe quasi texana. Ha esordito in sordina nel 2014 con l’album omonimo, poi è stata notata da Raul Malo (in quanto Whitney aveva aperto per un breve periodo i concerti dei Mavericks), il quale ha voluto a tutti i costi produrle il secondo lavoro (uscito l’anno dopo), Heartbreaker Of The Year, un disco di ottimo country tradizionale suonato e cantato con feeling e bravura, che si distingueva per una serie di belle canzoni originali e due riuscite cover di There’s A Tear In My Beer di Hank Williams e di Be My Baby delle Ronettes, quest’ultima in duetto proprio con Malo. Ebbene, la bella Whitney ha evidentemente deciso di cogliere l’attimo, dato che ha appena dato alle stampe South Texas Suite, che non è un nuovo album ma un EP di sei canzoni (della durata di appena 22 minuti), inciso ad Austin negli studi di proprietà di Dale Watson, e prodotto da lei stessa. E South Texas Suite si rivela essere un gran bel dischetto, con la Rose che si conferma un talento vero, capace di scrivere canzoni semplici ma non banali, che richiamano volentieri i brani del passato pur conservando una personalità propria: in questi sei pezzi Whitney omaggia il Texas, e lo fa in un modo talmente credibile da rendere difficile credere che venga dal Canada.

Nel disco i musicisti coinvolti non sono celeberrimi, a parte forse Redd Volkaert alla chitarra elettrica e Earl Poole Ball al piano, ma si sente che è tutta gente con le contropalle, e l’unico difetto di questo mini-album è proprio la sua esigua durata (anche se ultimamente sembra che l’EP sia tornato ad essere un supporto di moda).Three Minute Love Affair è una magnifica tex-mex ballad, dalla melodia strepitosa e guidata magistralmente da una bella fisarmonica (suonata da Michael Guerra), vero strumento protagonista del brano: un’atmosfera leggermente sixties fa il resto, grande inizio. Analog lascia il Messico ma si proietta ancora più lontano nel tempo, per una pura country song anni cinquanta, dal mood delicato e jazzato, raffinata e suadente come certe cose di Willie Nelson; My Boots, dopo un’introduzione lenta, si rivela essere un gustoso outlaw country, ritmato ed elettrico, sulla falsariga dello stile di Waylon Jennings (o, visto che siamo in territori femminili, di Jessi Colter): tre brani, tre stili diversi, ma tutti trattati nel miglior modo possibile.

La languida (e squisita) Bluebonnets For My Baby è un lentaccio ancora anni sessanta, tipo quando nelle balere veniva l’ora dei balli lenti (non c’ero, ma me l’immagino), il tutto trasportato in un honky-tonk bar di Austin; a proposito di honky-tonk, ecco Lookin’ Back On Luckenbach, country classico e purissimo, semplice ma di grande effetto, con la sua melodia gradevolissima e la lezione delle grandi (Loretta Lynn, Tammy Wynette) ben presente. Il dischetto si chiude con How ‘Bout A Hand For The Band, che già dal titolo fa intuire che Whitney fa un passo indietro a favore del suo gruppo, che si prende il centro del palco e a suon di assoli strappa applausi, alternando chitarra, oltre a Volkaert anche Bryce Clarke, piano, violino (Erik Hokkanen) e steel (James Shelton): peccato che sia troppo breve, sia il brano che tutto il CD, magari con due mesi in più di attesa e con quattro canzoni aggiuntive avremmo avuto, in luogo di un ottimo EP, un eccellente album.

Marco Verdi

Ancora Una Anteprima: Dal Canada, Una Band Rock Solida Con Una Cantante “Esagerata”! No Sinner – Old Habits Die Hard

no sinner old habits

No Sinner – Old Habits Die Hard – Provogue/Mascot 

La mia prima impressione, dopo un ascolto veloce in streaming, e qualche tempo prima dall’uscita prevista per il 20 maggio, ammetto che era simile a quella che fece esclamare al “collega” Greil Marcus “What’s This Shit”, in occasione della pubblicazione di Selfportrait di Dylan. Ok, siamo su altri livelli e le circostanze sono diverse, Dylan era un musicista affermato e quel doppio album, anche se rivalutato a posteriori, per chi scrive rimane tra i più brutti del vecchio Zimmerman. Intanto bisognerebbe chiedersi chi diavolo sono i No Sinner, band di belle speranze di Vancouver, Canada, al secondo album con questo Old Habits Die Hard, e soprattutto chi è Colleen Rennison la loro cantante (Rennison, No Sinner al contrario, capito)?

no sinner boo hoo hoo colleen renniison see the sky

 

Ma il nome mi diceva qualcosa, per cui sono andato a risentirmi anche il suo unico album da solista, See The Sky About To Rain, pubblicato nel 2014, dopo l’uscita del primo disco dei No Sinner Boo Hoo Hoo, e mi sono ricordato che quel disco mi era piaciuto non poco. Bella voce, ottimi arrangiamenti e produzione a cura di Steve Dawson, per una serie di cover di brani formidabili, in gran parte di autori proprio canadesi, a partire dalla title-track di Neil Young (una delle mie preferite del vecchio bisonte),  passando per Coyote di Joni Mitchell, Stage Fright della Band, Why Don’t You Try di Leonard Cohen, e brani di Townes Van Zandt, Tom Russell, ancora Robbie Robertson, che lo rendono un album di eccellente country got soul, assolutamente da (ri)scoprire.

Quindi ho deciso di ascoltare di nuovo il CD dei No Sinner attraverso questo spirito e questa ottica: il disco continua a non sembrarmi un capolavoro, ma ha parecchie frecce al proprio arco, alcuni brani notevoli ed una voce ed una attitudine che, come dice lei stessa senza falsa modestia in varie interviste, si rifanno a Janis Joplin e Etta James, ma soprattutto a Robert Plant, di cui si ritiene una sorta di androgina replicante. Mi sembra che la Rennison abbia avuto un percorso per certi versi inverso rispetto ad altre cantanti simili a lei come tipo di impostazione vocale e approccio: infatti mentre Dana Fuchs, e forse più ancora Beth Hart, sono partite con un genere rock piuttosto duro, selvaggio e tirato, e poi con la maturità sono arrivate all’attuale miscela di soul, rock, R&B e blues, la giovane Colleen (che però ha già 28 anni, non ho perso il vizio di dire l’età delle signore), è partita con un raffinato stile da interprete di gran classe, per poi approdare all’hard rock quasi senza compromessi del suo power trio canadese, con chitarre fumanti, urla selvagge e ritmi tiratissimi, con più di un punto di contatto con la prima Pat Benatar e le conterranee Heart di Ann Wilson, un’altra che ha una vera venerazione per Robert Plant. D’accordo, il discorso non è così schematico, in fondo la cantante (e attrice, ha girato parecchi film e serie televisive, raramente in parti principali) Rennison è partita con il rock duro, ma  ha dimostrato che sa fare anche ottima musica raffinata con il suo disco solista ed ora ritorna al rock-blues hardeggiante (per inventarsi un neologismo) del nuovo album, stile che ricorda anche il sound di altre band emergenti a guida femminile come i Blues Pills o Grace Potter & The Nocturnals, meno per esempio quello della giovane finlandese Ina Forsman.

Ho fatto una full immersion nei due dischi dei No Simmer e devo dire che effettivamente la Rennison è brava, non appartiene solo alla categoria. attualmente molto frequentata, per dirla alla Totò, “quella faccia non mi è nuova” (vedete la copertina del primo disco): se nel primo album c’è anche molto blues (rock) grazie alla solista, spesso in modalità slide, dell’ottimo chitarrista Eric Campbell, ci sono anche i primi sintomi del lato più “selvaggio” della band, quello zeppeliniano (ma non ci sono ovviamente a suonare Page, Jones e Bonham, e questo fa un piccola differenza) presente in brani come Work Song o Devil On My Back , e ci sono pure parecchi brani dove la quota soul e di ballate è presente; nel nuovo Old Habits Die Hard il pedale della modalità metallurgica è più pigiato, con giudizio nell’iniziale All Woman https://www.youtube.com/watch?v=QqyyBFKKYa0 , dura nei suoni ma dove si gusta comunque la voce di Colleen e il lavoro di Campbell, in Leadfoot, pur con la presenza di una armonica amplificata e minacciosa, si viaggia verso un suono quasi dark e a tratti più “tamarro”, con voce distorta e sguaiata, con One More Time, dai riff tiratissimi che sembrano una buona risposta alla How Many More Times dei Led Zeppelin.

Ma c’è spazio anche per l’ottimo rock’n’soul della vivace Tryin’ che ha qualche parentela con il sound di Beth Hart https://www.youtube.com/watch?v=TYV6eiGk23Y , o per il Rock and Roll di Saturday Night (che si rifà nuovamente ad un celebre brano degli Zeppelin), e anche per un paio di ballate di grande intensità come Hollow e Lines On The Highway https://www.youtube.com/watch?v=TwwZxMA8o0k , oltre al blues-rock con uso di slide della conclusiva Mandy Lyn https://www.youtube.com/watch?v=sFcEkqvYv_8 . Per il resto molto rock, e anche se di stoffa di solito ne indossa poca la nostra amica, nell’ambito musicale ne ha comunque parecchia. Esce, come detto, il 20 maggio.

Bruno Conti

Il Capostipite Di Una Dinastia Di Musicisti Canadesi Fa Ancora Grande Musica! Ken Whiteley – Freedom Blues

ken whiteley freeedom blues

Ken Whiteley – Freedom Blues – Borealis Music 

Ken Whiteley fa parte di una sorta di dinastia di musicisti canadesi (anche se lui e il fratello Chris sono originari degli Stati Uniti, vivono in Canada, nella zona di Toronto, dalla metà degli anni ’50): proprio con il fratello Chris, ha iniziato a fare musica sul finire degli anni ’60 nella Original Sloth Band, un trio (il terzo componente della band era Tom Evans) che si muoveva in quell’ambito tra blues, folk, roots che era tra gli antenati di quella che oggi si definisce “Americana” music. Sempre con il fratello ha poi fondato i Whiteley Brothers,  dediti a questo stile di musica nell’area blues e dintorni, poi sono nati Ken Whiteley & The Beulah Band, dove milita anche il figlio Ben. A proposito di famiglia, all’appello mancano i figli di Chris: Jenny Whiteley, ottima cantautrice con parecchi album e collaborazioni nel suo carnet, mentre ignoro il CV di Dan Whiteley, l’altro fratello. Venendo al presente, Ken Whiteley ha appena pubblicato nel 2015 un album con la Beulah Band, sempre su Borealis Records, ma vista la distribuzione “carbonara” dell’etichetta pochi se ne sono accorti, mentre l’ultimo album a nome proprio Another Day’s Journey, risale 2010. Quindi cerchiamo di rimediare segnalando questo Freedom Blues, che in copertina riporta una foto del titolare, che ha a giudicare dalla lunga barba bianca e dall’aria vissuta uno potrebbe quasi pensare abbia almeno una ottantina di anni, mentre ne ha giusto compiuti 65 anni al 30 di aprile. Ma a parte i fatti anagrafici Whiteley è pur sempre un pimpante ed eccellente cantante e chitarrista, in possesso di una voce duttile e piacevole, che ricorda a chi vi scrive, di volta in volta, quella di gente come Jesse Winchester, David Bromberg o persino John Mayall, di cui in questo album per certi versi, in parte, ricalca lo stile musicale.

Accompagnato da una ottima band, dove brilla anche una piccola sezione di fiati, con Ewan Divitt, Richard Underhill e Perry White, oltre ad un gruppetto di cantanti di supporto, Kim Harris, Reggie Harris, Amoy Levy, Ciceal Levy (evidentemente i nuclei familiari sono importanti): a completare la formazione Bucky Berger alla batteria e il figlio Ben al basso. Tutto il resto lo suona Ken Whiteley  stesso: chitarre acustiche, elettriche e slide, banjo, armonica, mandolino, piano e organo, percussioni varie. Il risultato è un album dove lo stile cantautorale va a braccetto con il blues, ora venato di folk, ora elettrico, a tratti con forti elementi gospel, e anche con reminescenze del sound della grande Band quando a guidarla vocalmente era Levon Helm.. I brani sono scritti per la maggior parte dallo stesso Whiteley, ma troviamo un brano della nipote Jenny, altri autori minori, qualche traditional e un super classico posto in conclusione. A chi scrive l’album è piaciuto parecchio: dall’iniziale Bring It All Right Down dove sembra di ascoltare il miglior Jesse Winchester degli anni ’70, con la slide acustica di Ken a tessere splendide trame sonore, rafforzate dal suono vintage dell’organo Hammond e dalle corali armonie vocali che aggiungono fascino al tutto, mentre i fiati sono deliziosi in questo piccolo gioiello sonoro posto in apertura.

Freedom Blues sembra provenire dai vecchi vinili della David Bromberg Band, fiati sincopati, una voce sorniona, il blues rivisitato con gusto, le solite armonie vocali di supporto a “colorare” il brano. Freedom Is A Constant Struggle è un lungo gospel blues che parte come un brano di Ry Cooder, con una slide acustica e il canto d’insieme dei protagonisti, poi parte il call and response tipico del genere, intenso e complesso, di grande fascino, con i musicisti impegnati a cogliere le sfumature di questo poderoso brano tradzionale, mentre Whiteley distilla con maestria note dalla sua slide. Stesso discorso per la successiva Throw Me Anywhere, più cadenzata e mossa, che nella seconda parte tenta una trasferta in quel di New Orleans.  Omar Khadr’s Blues dove la voce di Whiteley assume un timbro alla John Mayall, potrebbe essere un brano dei Bluesbreakers americani della seconda fase, con Give Your Hands To Struggle che è una canzone della Sweet Honey In The Rock, quindi un gospel, ma intriso da una profonda anima soul, pezzo splendido e avvincente, Sewing Machines è una bella canzone pianistica scritta dalla cantautrice canadese Nancy White, gradevole anche Right Here In My Town e molto bella Halls Of Folsom, scritta dalla nipote Jenny Whiteley, che pare uscire da qualche disco solista di Levon Helm. Deliziose anche The Other Shore, sempre con quella slide tangente e la cover di Midnight Special, dove washboard e armonica rievocano antichi sapori musicali. E in conclusione di tutto una eccellente versione di I Shall Be Released di Bob Dylan, che parte intima e raccolta, poi si apre in un crescendo corale splendido, con la slide di Whiteley in grande evidenza.

Bruno Conti  

Un Bel Concerto Dalle Plurime Edizioni Per Un “Gentiluomo” Che Non C’è Più! Jesse Winchester – Defying Gravity Studio Six Montreal, 1976

jesse winchester defying gravity studio 6 montreal, 1976jesse winchester seems like only yesterday

Jesse Winchester – Defying Gravity Studi Six Montreal 1976 – CD Echoes

*NDB Prima di addentrarci nella recensione una breve precisazione sul titolo del Post: lo stesso concerto, identico, ma con un altro titolo, Seems Like Only Yesterday è uscito anche negli States a “livello ufficiale”, per la Real Gone Music. prendete quello che trovate!

James Rideout “Jesse” Winchester è stato veramente un gentiluomo di altri tempi, un cantautore che avrebbe potuto avere un grande successo nell’era dorata di quel tipo di musica, ma che per le sue idee politiche in piena epoca della guerra in Vietnam si era rifugiato in Canada per sfuggire alla chiamata alle armi. Canada dove Winchester rimase in esilio fino al 1977, quando l’amnistia di Jimmy Carter per i renitenti alla leva gli consentì di rientrare negli Stati Uniti. Ma in quegli anni fervidi, tra il 1970 e il 1976, Winchester realizzò una serie di album splendidi per la Bearsville, l’etichetta fondata da Albert Grossman, il manager di Dylan e della Band, nel primo omonimo dei quali erano presenti sia Robbie Robertson che Levon Helm, il chitarrista della Band anche co-autore di un brano e produttore del disco, con Todd Rundgren ingegnere del suono. Quel disco, sentito ancora oggi è un mezzo capolavoro (a tratti sembra di sentire i Little Feat prima del loro tempo https://www.youtube.com/watch?v=hNGrSREm4YU e comprende la canzone più celebre del suo repertorio, Brand New Tennesse Waltz, con un verso stupendo che recita “I’ve a sadness too sad to be true”, su una musica magnifica. Ma il nostro ha scritto tantissime altre canzoni memorabili nella sua carriera, conclusa con un album ottimo, A Reasonable Amount of Trouble, pubblicato postumo nel 2014, pochi mesi dopo la sua morte avvenuta in aprile, per un cancro all’esofago che lo aveva tormentato negli ultimi anni della sua esistenza.

Ricordo ancora la sua splendida esibizione nello Spectacle di Elvis Costello, una serata magica dove erano presenti Ron Sexsmith, Sheryl Crow e Neko Case, con l’immagine stupenda di quest’ultima con delle lacrime silenziose che le scorrono sul viso, mentre Jesse Winchester esegue una struggente  “Sham-A-Ling-Dong-Ding”, e anche Costello e il resto del pubblico non erano meno emozionati, se non la conoscete andate a vedervi il video su YouTube, oppure guardate qui sopra e non potrete evitare di commuovervi.

Ma questo Live del 1976, perché di concerto radiofonico si tratta, lo ritrae nel pieno del suo fulgore artistico, una serata che è una primizia, Jesse è ancora in Canada, a Montreal, ma lo show viene trasmesso in contemporanea anche negli Stati Uniti, la prima volta nella storia, con una presentazione bilingue, anche in francese, e una esibizione notevole (e ben registrata), dove Winchester, accompagnato da un quartetto, dove la stella è il suonatore di pedal steel, Ron Dann, presente anche nell’album di quell’anno Let The Rough Side Drag, come pure in dischi di altri grandi canadesi come David Wiffen, Ian Tyson e Murray McLauchlan, ma anche l’altro chitarrista, Bob Cohen, era un ottimo musicista. Jesse Winchester era molto legato al Canada (dove aveva vissuto per lunghi periodi della sua vita, prima di tornare negli USA, in Virginia nel 2002) e quindi inizia la serata con un omaggio alla sua terra di adozione con una versione in francese di Let The Good Times Roll, per l’occasione Laisse Les Bons Temps Rouler, che sembra un pezzo di Zachary Richard prima del suo tempo.

Silly Heart, un’altra delle sue bellissime e malinconiche ballate, viene da Third Down, 110 To Go, il suo secondo eccellente album con un titolo mutuato dal football americano https://www.youtube.com/watch?v=K6djDoCx0TE , la voce di Winchester, calda ed avvolgente, è al top della sua espressività, pensate ad un Lyle Lovett ante litteram, partecipe delle storie dei personaggi delle sue canzoni. Tell Me Why You Like Roosevelt è un vecchio spiritual tradizionale, con delicati intrecci vocali e strumentali dell’ottima band che accompagna Winchester. Bowling Green è un brano del ’67 degli Everly Brothers, deliziosa (l’ha incisa anche, toh, Neko Case), con una pedal steel avvolgente, seguita da una versione assai mossa di Midnight Bus e dalla bluesata Everybody Knows But Me, sull’album del 1976, prima di lanciarsi nel più bel pezzo country scritto da un autore che country non era, anche se aveva vissuto a lungo a Memphis, pur essendo nato in Louisiana, stiamo parlando di The Brand New Tennessee Waltz, e qui la pedal steel è perfetta.

Ancora quasi country per Let The Rough Side Drag, con Winchester al piano e poi una ballata splendida come Defying Gravity, e pure All Of Your Stories, altro brano pianistico, in quanto a fascino non scherza. Seems Like Only Yesterday è un brillante country-rock, mentre si ritorna alle ballate acustiche malinconiche con Mississippi You’re On My Mind e ad un brano di grande atmosfera come Black Dog, poi lo swing-blues à la Bromberg di Twigs And Seeds. Ancora blues elettrico per Isn’t That So, che precede la bellissima Yankee Lady dal primo album, prima di avviarsi alla conclusione con You Can’t Stand Up Alone, a cappella. Il bis è una delicata e quasi jazzata Blow On Chilly Wind, altro brano che conferma la classe di questo splendido autore ed interprete.

Bruno Conti

“Inconsueto” Ma Ricco Di Talento. Dal Canada Ben Caplan – Birds With Broken Wings

ben caplan birds with broken wings

Ben Caplan – Birds With Broken Wings – Coalition Music/Warner

Ben Caplan viene da Halifax, Canada, compirà 30 anni a giugno, ma la sua voce, che sembra quella di un fumatore e bevitore di whisky incallito  e il suo aspetto fisico, capello e barba lunghi e incolti, farebbero pensare ad un uomo di mezza età che ha vissuto una vita ” alla Tom Waits”! In effetti il nostro amico, più che ad alcol e sigarette, si è sempre dedicato alla musica, partecipando a vari programmi per artisti emergenti locali, lanciati dalla sua etichetta, la Coalition Music, facendo il lavoro di musicista on the road già dal 2006, incidendo il suo primo disco nel 2009 e dando vita alla sua band, i Casual Smokers, che nel 2011 pubblicano il loro primo album, In The Time Of The Great Remembering, che contiene già in nuce i temi che poi verranno elaborati alla perfezione in questo nuovo Birds With Broken Wings. Il disco in Canada è già uscito da alcuni mesi, ma ora la Warner si prepara a lanciarlo anche in Europa, dopo gli Stati Uniti, non so se in grande stile.

Si tratta di un disco affascinante, dalle sonorità inconsuete, ma non uniche, uno stile che mescola ballate pianistiche, brani da crooner, incursioni nella musica klezmer e in quella tzigana, arrangiamenti tra jazz, pop e musica d’autore, che si avvalgono dell’utilizzo di oltre trenta musicisti, raramente contemporaneamente, per un risultato che a chi scrive ha ricordato, a seconda dei momenti, il Tom Waits degli anni Asylum, quando la voce non era ancora “rovinata”, o il Nick Cave balladeer, romantico e melodico dei suoi brani meno rock, ma anche una sorta di fratello, sull’altra sponda dell’Oceano, del nostro Vinicio Capossela, con cui condivide una passione per la musica popolare, per le escursioni bandistiche, ma anche per il pop e il rock meno convenzionali..Ben Caplan si divide tra piano, chitarra e banjo, ma anche vibrafono e armonica, con gli altri musicisti alle prese anche con cymbalon, pedal steel, toy piano, darbouka, oltre ad una miriade di fiati, violini, viole e cello, strumenti a percussione, e molte voci di supporto, per lo più femminili. Anche il rapper So-Called, che è buon musicista peraltro, porta il suo contributo con piano, vibrafono e quella che nel libretto del CD viene definita “madness”!

Il risultato finale si può sentire in brani come la corale e vivace title-track che ha un po’ tutti gli elementi della musica di Caplan in evidenza (e un video bellissimo), tra mandolino, clarinetto, banjo e piano si insinuano i violini, i fiati, con quello che ha tutta l’aria di un bassotuba ma è un cello, inserti vocali tipo i coretti alla Leonard Cohen, su arie ora tzigane, ora quasi country, a ritmi frenetici, con Ben che declama con la sua voce maschia ma dal grande fascino, il risultato è quasi irresistibile. I Got Me A Woman accentua l’aspetto zingaresco, ma sempre con quel contrappunto vocale femminile che la rende affascinante e unica, trascinante nel suo dipanarsi, con mille particolari strumentali e la voce potente di Ben Caplan che è l’elemento trainante di un ensemble particolare ma efficacissimo, divertente pure. Ma Caplan è capace di regalarci anche ballate pianistiche dal grande afflato melodico, malinconiche ed evocative, come la bellissima Belly Of The Worn, dove la pedal steel conferisce un aspetto non dissimile dalle prime prove discografiche di Tom Waits e l’impianto vocale la avvicina anche a certe cose del Nick Cave citato, e forse anche di Cohen, che è maestro un po’ di tutti. Ride On, più incalzante ma sempre ricca di melodia, ha un impianto forse più bluesato, con fiati, anche il flauto, violini, armonica, tastiere e una avvolgente pedal steel che sottolineano il canto appassionato del nostro, che ha veramente una voce tutta da gustare https://www.youtube.com/watch?v=XVgpgNxwVxg .

Under Control addirittura è quasi klezmer puro, con piano e cymbalon a guidare le danze, una sorta di valzerone cadenzato che ricorda molto, grazie al vocione, sia Waits come Capossela, tra violini. percussioni e coristi impegnati in uno stile definito da cocktail party. Deliver Me è una sorta di jazz ballad, notturna ed intrigante, sempre con questa aura musicale arcana che a tratti ricorda brani come 16 Tons e simili, con un sound più raccolto grazie alla formazione meno ampia impiegata in questo brano, che ci permette di gustare anche ardite divagazioni vocali di Caplan che a tratti ricordano addirittura Stratos, se si fosse cimentato con questo stile, almeno al sottoscritto. 40 Days And 40 Nights è un’altra bellissima canzone, dalla costruzione più tradizionale, sembra quasi un pezzo alla Tom Jones, ma quello più ricercato degli ultimi anni, cantato a piena voce da Caplan, che si conferma cantante di tutto rispetto, dalla voce potente che si appoggia sulle armonie vocali delle eccellenti vocalists che lo accompagnano, con effetti devastanti, in senso positivo. E’ veramente difficile inquadrare quale musica si ascolta in questo Birds With Broken Wings, l’intro di Dusk, con sax e trombe, ci catapulta in qualche fumoso locale mitteleuropeo anni ’20 o ’30, per poi avvolgerci nella calda e poderosa vocalità di Caplan che a tratti ricorda anche le acrobazie vocali di uno Shawn Phillips, che penso pochi ricorderanno.

Mancano le ultime tracce, tre palesi e una “nascosta”: Night Like Tonight, con Ben Impegnato nella ricerca della sua amata, illustra un ulteriore lato della musica del nostro, quella del crooner puro, se mai decidesse di dedicarsi al genere, tra sprazzi orchestrali che potrebbero provocare una crisi di gelosia nel super sopravvalutato compatriota canadese Michael Bublé, Caplan affronta la canzone nel suo aspetto migliore, quello melodico, per poi rituffarsi in una Devil Town, dove vibrafono, contrabbasso, violini pizzicati e piano appena accennato, potrebbero far pensare a qualche ballata del maestro Cohen o del discepolo Cave, ma grazie a sonorità esotiche hanno sempre questo appeal da world music, o musica etnica, se preferite, sempre con uno sfondo jazz che non può mancare in questo mélange complesso. A concludere una stupenda ballata, solo voce e piano, come Lover’s Waltz, scritta da A.A. Bondy, https://www.youtube.com/watch?v=JUYj-s_oCFs ancora una volta di grande impatto emozionale, come tutti i brani contenuti in questo eccellente album. Come “hidden track” uno strano brano strumentale intitolato Canary, dove il flauto, suonato da Eric Hove, che è anche il sassofonista del disco, rievoca scenari  quasi alla Herbie Mann periodo CTI, della serie non solo jazz.

Bruno Conti  

Uno Dei Migliori Album Dal Vivo Del 2015! Blue Rodeo – Live At Massey Hall

blue rodeo live at massey hall

Blue Rodeo – Live At Massey Hall – Warner Music Canada 

I Blue Rodeo sono una delle migliori band canadesi all time https://www.youtube.com/watch?v=y3C1SWVquXA , non per nulla sono nella Hall Of Fame musicale del loro paese, insieme a gente come Leonard Cohen, Neil Young, Joni Mitchell, Oscar Peterson, Bruce Cockburn e pochi altri, hanno vinto 11 Juno Awards (l’equivalente canadese dei Grammy, ed è un record assoluto) grazie ai tredici album di studio e ai quattro Live pubblicati. Dopo oltre 30 anni di carriera la qualità dei loro dischi non sembra scemare e se forse non hanno più raggiunto i vertici stellari dei primi album, titoli come Diamond Mine, Lost Together e Five Days In July, dischi dove la grande tradizione della musica canadese, quella discendenza che da Neil Young e dalla Band arriva a miriadi di band venute dopo: uno stile terso ed avvolgente, malinconico e coinvolgente, con tratti del country-rock migliore, roots music ed Americana, armonie vocali degne dei migliori Beatles o della Band ricordata, una capacità strumentale che non sfocia mai nel virtuosismo fine a sé stesso, ma che soprattutto nei dischi dal vivo ha la capacità a tratti di mandarti vampate di piacere al cervello. E in questo Live At Massey Hall ci sono due o tre brani che fanno questo effetto.

Forse ho esagerato, ma gruppi come quello di Jim Cuddy e Greg Keelor sono merce rara, due autori e due voci che si intrecciano e si differenziano in modo perfetto: Cuddy è quello dalla voce più squillante e dal mood compositivo più brillante e vivace, Keelor, con la voce più bassa ed arrochita dal passare degli anni è più malinconico e meditativo, ma è proprio l’unione dei due stili, che sono anche interscambiabili, che spesso rende affascinanti le loro canzoni. Nel caso di questo Live, registrato alla mitica Massey Hall di Toronto nel corso del tour 2014 per promuovere l’album In Our Nature, tutti gli elementi citati sono presenti, con la band, ampliata a sette elementi, da quando Keelor per problemi all’udito non può più suonare l’elettrica nei concerti, ha aggiunto altri due chitarristi all’organico ed è diventata una vera macchina da guerra, con Cuddy e Colin Cripps che si dividono gli assolo, mentre Bob Egan, ex Wilco, a pedal steel, mandolino, banjo, dobro e chitarra provvede ad un eccellente lavoro di coloritura del suono, aiutato dalla tastiere scintillanti di Michael Boguski  e dalla solida sezione ritmica con il nuovo entrato Glenn Milchem alla batteria e il veterano Basil Donovan al basso, che ogni tanto si lancia in mirabili momenti solisti, come nella parte finale della conclusiva Lost Together.

Tutto il concerto è fantastico,  ben cinque brani dall’ultimo eccellente In Our Nature http://discoclub.myblog.it/2013/11/14/festeggiano-25-anni-e-spiccioli-di-carriera-con-un-grande-di/ , ma anche molti classici dal passato, a partire dall’iniziale Head Over Heels (era su Five Days In July), con l’armonica quasi dylaniana di Jim Cuddy e un train sonoro degno del miglior country-rock grazie alla pedal steel di Egan,, subito con le armonie vocali che ti avvolgono e ti cullano; Rose Coloured Glasses era sul primissimo Outskirts, più malinconica e riflessiva, cantata da Keelor, con un jingle-jangle quasi byrdsiano, seguita da Bad Timing (sempre su Five Days In July), una stupenda ballata romantica con uso di fisarmonica, mentre Disappear è uno dei quattro brani che superano gli otto minuti, un pezzo rock splendido, chitarristico, con tanto di finto finale da chansonnier francese con la voce che allontanandosi dal microfono “scompare”, prima di lasciare spazio ad una lunga coda strumentale, dove il piano di Boguski rievoca certi pezzi epici di Springsteen. New Morning Sun e Tara’s Blues, sono due bellissime ballate estratte dall’ultimo In Our Nature, come pure Tell Me Again un piacevole e scanzonato brano country e la deliziosa When The Truth Comes Out, dove Cuddy siede al piano.

Finita la sezione dedicata al presente della band è la volta di uno classici assoluti dei Blue Rodeo, quella Diamond Mine che dava il titolo al loro album più bello, una versione “epica”, di oltre nove minuti, continui intrecci di chitarre elettriche e tastiere di grande fascino, e un finale strumentale in crescendo, uno dei momenti dove quasi ti viene da alzare il pugnetto, anche se si trovi a migliaia di chilometri e a due anni di distanza da quando il tutto accadeva, grande musica, che prosegue con Girl Of Mine, sempre dallo stesso disco, illustra il lato più gentile e riflessivo, prima di After The Rain, che era su Casino, altra perla dal loro songbook, degna della Band, di nuovo con Cuddy al piano e quelle armonie vocali incredibili da gustare a fondo. La raccolta e melancolica Paradise, è il quinto e ultimo brano tratto da In Our Nature, cantato con passione da Keelor, mentre l’armonica di Cuddy e il piano di Boguski cesellano note. Gran finale con una magnifica Five Days In May che rivaleggia con le più belle canzoni di Neil Young, per la sua tersa e cristallina bellezza, di nuovo florilegi di piano (fantastici), organo e armonica, prima di una jam chitarristica da brividi a concludere il tutto. Ma il concerto non finisce qui: sale sul palco la Devin Cuddy Band (il gruppo del figlio di Jim) per una corale e meravigliosa Lost Together, un brano dall’impianto vocale sontuoso che conclude in gloria un Live che conferma la band canadese tra i segreti meglio custoditi del rock internazionale, al di fuori dei confini del natio Canada. Da non perdere!

Bruno Conti

Dal Canada A Nashville, Produce Dave Cobb! Corb Lund – Things Can’t Be Undone

corb lund things can't be undone

Corb Lund – Things That Can’t Be Undone – New West 

Ennesima produzione per Dave Cobb, nuovo “Re Mida” della scena musicale di Nashville, ma siamo dal lato buono della città e tutto quello che tocca Cobb diventa oro a livello qualitativo, se non da quello commerciale. Nessuno può negare che i suoi siano prodotti country, ma nell’accezione migliore del termine, genere musicale che si può applicare anche a Corb Lund, musicista canadese trapiantato nel Tennessee da parecchi anni, con alcuni album negli anni ’00 sotto l’egida di Harry Stinson, altro personaggio caro a chi ama l’alternative country, i New Traditionalists o come diavolo volete chiamarli, insomma quei musicisti che fanno vecchia musica, di quella buona però, rivestita di una leggera patina di modernità, rispettosa pure della tradizione meno bieca del country classico. Anche Lund ha fatto tutta la trafila, partenza ad inizio anni ’90 in Canada con una band punk-rock di Edmonton, gli Smalls, poco dopo nasce la Corb Lund Band che con il passare degli anni diventa gli Hurtin’ Albertans, dal nome del suo stato di origine, gruppo che è ancora oggi con lui e con cui continua a girare sia il suo paese di origine come gli States, dove è diventato un rispettato artista di culto, soprattutto grazie agli ultimi ottimi tre album pubblicati per la New West.

Proprio l’ultimo, Counterfeit Blues, era una sorta di rivisitazione del suo catalogo precedente, rivisto in una ottica honky tonk e rockabilly, con il tocco di classe di essere stato registrato ai gloriosi Sun Studios di Memphis. Con Cobb ci si sposta di nuovo a Nashville, ai Low Country Sound Studios, e il produttore, utilizzando la band di Corb Lund, realizza un album gustoso che ha gli ingredienti della migliore country music, senza troppi difetti, anzi nessuno: c’è honky tonk, country-rock, outlaw music, ballate da singer songwriter, qualche concessione al miglior pop d’autore (due o tre brani profumano persino di riff beatlesiani, Beatles che a loro volta avevano pescato a piene mani dalla grande tradizione sonora americana), con risultati piacevoli che, senza stravolgere la storia della musica, si ascoltano con estremo piacere. Dieci brani dal menu sonoro vario, ma sempre legati al country nelle sue diverse sfumature: Weight Of The Gun, ha un suono più leggero e pop, forse non consono alle atmosfere più buie del testo, ma quel leggero tocco country got soul della chitarra riverberata è cionondimeno assai piacevole, e qui si sente la mano di Dave Cobb. Run This Town, con il suono di chitarre acustiche ed elettriche, pedal steel e la batteria accarezzata con le spazzole è più classicamente country-rock anche grazie alle armonie vocali delicate di Kristen Rogers https://www.youtube.com/watch?v=M0d8gw1U9hE .

Alt Berliner Blues, sta tra i primi Beatles e Dylan, o se preferite Beatles plays Dylan, chitarre elettriche ben delineate e ricorrenti, un ritmo alla Tombstone Blues e un testo che tratta degli effetti della Guerra Fredda sull’economia americana, quindi perfetta aderenza tra testo e musica “Americana” https://www.youtube.com/watch?v=MNpAr9AN8pU . Alice Eyes è la classica canzone d’amore, scritta con il “collega”  texano Jason Eady, con la pedal steel di Grant Siemens che si prende ancora i suoi spazi e contribuisce al tono melanconico e delicato del brano, mentre Sadr City ha di nuovo quel giro di accordi vagamente beatlesiano che la rende più vicina a territori pop. Washed Up Rock Star Factory Blues è la risposta canadese al classic honky tonk country di Take This Job And Shove It, ossia Johnny Paycheck via David Allan Coe, godibilissimo anche grazie alla produzione di Cobb che evidenzia il suono dei singoli strumenti, una chitarra acustica qui, il basso che pompa là, una elettrica che oscilla tra “twang” e “chicken’ pickin” alla James Burton, la batteria incalzante e la voce “raddoppiata” di Lund https://www.youtube.com/watch?v=8sd7B10f1X8 . S Lazy H è la tipica folk song, solo voce e chitarra acustica, che racconta la sfortunata storia del ranch del titolo e del suo ultimo proprietario; Goodbye Colorado è una via di mezzo tra country-rock e outlaw music primi anni ’70, tra Lee Clayton e Michael Martin Murphy se volete, con la grintosa Talk Too Much che fonde ancora alla perfezione blues e british invasion, ancora Beatles ma anche Yardbirds per l’acidità delle chitarre https://www.youtube.com/watch?v=7N3qHOKaW7g . In chiusura una sorta di talking country folk-rock che racconta senza troppi sentimentalismi, ma con il giusto pathos, la scomparsa della nipote di Lund, un Sunbeam, “raggio di sole” che non brilla più ma non viene dimenticato. Quindi diciamo non un capolavoro assoluto ed indispensabile, ma Corb Lund è uno di quelli bravi e questo Things That Can’t Be Undone si lascia apprezzare.

Bruno Conti

P.s. Ne esiste anche una versione Deluxe con DVD aggiunto: per una volta un dischetto ricco di sostanza, intervista di oltre 20 minuti, e una Acoustic Session con sei pezzi e altri venti minuti circa di musica.