Per La Serie “…E Io Pago”!!! Norah Jones – Day Breaks (Deluxe Edition)

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Norah Jones – Day Breaks (Deluxe Edition) – Blue Note/Universal

La citazione nel titolo del Principe De Curtis, è giustificata dalla controversa abitudine che da parecchio tempo è praticata dalle case discografiche di ripubblicare CD a distanza di tempo più o meno lungo dalla prima uscita, aggiungendo materiale inedito di studio e, più spesso, dal vivo. Ciò fa giustamente imbestialire i poveri fans che si vedono costretti a spendere ulteriore denaro per qualcosa che in buona parte già possiedono. Spesso il motivo risiede nel voler cercare di rilanciare un prodotto che ha venduto meno delle aspettative e, se è pur vero che nessuno è obbligato a riaprire il portafoglio, trattasi comunque di pratica assai discutibile, soprattutto quando il bonus non vale la spesa. Non è questo, per fortuna, il caso dell’ultimo CD della bella e brava Norah Jones, Day Breaks, pubblicato giusto un anno fa e ora riproposto, arricchito da un secondo dischetto contenente nove tracce dal vivo, un concerto registrato nell’ottobre 2016 presso lo Sheen Center’s Loreto Theater di New York City proprio per il lancio dell’album. Per chi non lo possedesse già, ricordiamo che Day Breaks aveva ottenuto ottime recensioni ed era stato salutato dalla critica internazionale come un ritorno alle origini della cantante e pianista, nonché attrice americana, cioè al quel suono jazzy dannatamente piacevole che aveva caratterizzato i suoi pluripremiati due albums d’esordio, veri bestsellers planetari.

Mi limito ad associarmi ai commenti più che positivi sulla parte in studio, per passare ad analizzare nel dettaglio la sequenza dei brani in concerto. Ad affiancare Norah Jones, che si esibisce con la consueta perizia al pianoforte, ci sono il bassista Chris Thomas, il batterista Brian Blade, Pete Remm che si occupa dell’Hammond B-3 e le due coriste Tarriona Ball e Anjelika Joseph. Come è facile intuire, una band perfetta per ricreare quelle calde, intime e raffinate atmosfere che sono il marchio di fabbrica della protagonista e la ragione principale del suo successo. Si parte con la splendida cover di Horace Silver Peace, una ballad intensa e notturna impreziosita da bei fraseggi pianistici e dal gran lavoro di spazzole di BladePeace is for everyone  ripete nel finale Norah e noi non possiamo che essere in sintonia con quest’idea di relax e di appagamento. I’ve got to see you again viene dal disco d’esordio Come away with me e, dopo una bella apertura che ricorda la Joni Mitchell del periodo Blue, si sviluppa secondo stilemi tipici del blues. Out on the road è tratta dal penultimo Little broken hearts ed è dotata di un’accattivante melodia che conquista subito, con il bel sostegno dell’Hammond ed il pregevole controcanto delle due coriste.

Sunrise la conosciamo tutti, un vero e proprio hit single tratto dal secondo album Feels like home e  che viene qui riproposta in una versione cristallina ed impeccabile. Con la sequenza dei tre brani successivi torniamo a Day Breaks, non dimentichiamoci che questo era, come detto all’inizio, uno show destinato a presentare soprattutto i brani del nuovo lavoro. Burn ha un’atmosfera noir che sembra esplorare i silenzi ed i misteri della notte con sapienti tocchi di piano ed il raffinato supporto dell’intera band, in un finale strumentale ricco di sfumature. It’s a wonderful time for love è intrigante e dall’andatura più ritmata, la Jones cita le grandi del passato, Billie Holiday su tutte, e fa ancora sfoggio delle sue notevoli doti pianistiche. Flipside, con la sua melodia e la sua  ritmica che richiamano a mani basse le grandi composizioni della maestra Carole King, ci porta piacevolmente all’imprescindibile Don’t know why, il brano che ha lanciato il fenomeno Norah Jones sulla ribalta mondiale. Ce la gustiamo anche qui, chiudendo gli occhi ed immaginando di essere al centoventesimo piano di qualche grattacielo della grande mela, in compagnia di un cocktail e di una rossa stile Jessica Rabbit…A riportarci coi piedi per terra ci pensa l’omaggio finale ad uno dei mostri sacri tanto cari alla protagonista della serata, Duke Ellington, rivisitato brillantemente nella sua Fleurette Africaine, o African flower se preferite.

E mentre le note del piano compiono arabeschi fumosi, accompagnate dai sensuali sussurri di Norah, giungeremo alla conclusione che in questo caso, comprando o ahimè ricomprando, si tratta comunque di soldi ben spesi.

Marco Frosi

Uno Dei Dischi Più Belli Della Storia Della Musica Rock, Anche In Versione Dal Vivo. Carole King – Tapestry: Live At Hyde Park

carole king tapestry live in hyde park

Carole King – Tapestry: Live At Hyde Park – Sony Legacy CD/DVD CD/Blu-ray

Carole King è stata una delle quattro o cinque, facciamo tre, più grandi cantautrici della storia della musica rock. Insieme al marito Gerry Goffin, nell’ambito del Brill Building negli anni ’60, ha scritto alcune delle più belle e durature canzoni pop di tutti i tempi. Nel 1971 ha realizzato Tapestry, uno dei dischi più venduti e più belli di sempre. Unite questi fatti e arriviamo a questo Tapestry:Live At Hyde Park, la registrazione di un concerto tenutosi il 3 luglio del 2016 a Londra di fronte a 65.000, dove per la prima volta veniva riproposto, dal vivo e nella sua interezza, questo album epocale. Dal 1971 a oggi sono successe molte cose: in estrema sintesi, la King ha continuato, negli anni ’70 e agli inizi degli anni ’80 a pubblicare ancora dischi la cui qualità, per quanto progressivamente calante, avevano ancora il tocco e la leggiadria della grande autrice. Poi gli anni ’80 e ’90 sono stati poco produttivi e alcuni dei dischi usciti erano francamente anche brutti. Un buon disco nel 2001 Love Makes The World e uno natalizio nel 2011, ma anche alcuni album di materiale d’archivio e un paio di Live di buona qualità, con una punta di eccellenza nel Live At The Troubadour con James Taylor. Nel corso degli anni il suo capolavoro Tapestry, un disco che contiene solo belle canzoni, senza riempitivi, è stato ristampato più volte, la versione doppia Legacy Edition del 2008 è quella da avere.

Nel frattempo le sue canzoni sono diventate anche un musical, Beautiful: The Carole King Musical, fino a che nel 2016, nell’ambito dei concerti dell’estate londinese sul palco di Hyde Park arriva il momento della rivisitazione del suo album più celebre, ma anche di molti altri brani del suo immenso songbook: e quindi in una stranamente calda e soleggiata serata inglese, sul far del sera, Carole King si è presentata sul palco, accompagnata da una band dove spiccavano due veterani, il chitarrista Danny Kortchmar, che suonava nel disco originale e il bassista Zev Katz, oltre a Shawn Pelton alla batteria, Robbie Kondor alle tastiere aggiunte e direttore musicale e Dillon Kondor alla seconda chitarra, a completare una formazione solida. La King forse non è mai stata una grandissima cantante, ma la sua voce leggermente roca e particolare, affascinante anche a 75 anni, pur con qualche cedimento, regge ancora bene lo scorrere del tempo, e poi le canzoni sono sempre formidabili. Si parte con I Feel The Earth Move (con ottimo assolo di Kortchmar incluso) e So Far Away, una accoppiata iniziale che pochi album possono vantare, eseguite entrambe alla perfezione. A seguire la bellissima It’s Too Late, altro esempio di quel pop & soul raffinato e perfetto, che ai tempi venne definito soft-rock, dove accanto ad una scrittura di immacolate melodie non mancava l’uso di voci di supporto per creare quell’effetto soul che aveva incantato anche Aretha Franklin, e viene ripetuto con l’uso di due coriste anche in questa serata. Home Again è una ballata pianistica di grande bellezza (una di quelle che hanno affascinato il collega Elton John che in quegli anni percorreva lo stesso percorso musicale, e che all’inizio del DVD, narrato nella parte iniziale da Tom Hanks, appare a rendere omaggio, insieme al produttore originale Lou Adler, a Crosby & Nash, James Taylor, Korchmar, la coppia Barry Mann & Cynthia Weill, poi per il resto il DVD o il Blu-ray sono identici, al CD e quindi magari godetevi il concerto nella versione video).

Concerto che prosegue con la ritmata Beautiful, altro brano di grande fascino, e dove il piano della King fluisce con una ammirevole tecnica. Way Over Yonder non è forse conosciutissima, ma è un’altra canzone di una bellezza cristallina e anche se la voce ogni tanto si spezza, si gode comunque grazie alle due coriste che la sostengono. Poi è il momento singalong, con tutti i 65.000 presenti che intonano le note della immortale You’ve Got A Friend, riconosciuta fin dal primo accordo; a questo punto sale sul palco la figlia Louise Goffin, per cantare con la mamma, prima una brillante Where You Lead e poi il classico Will You Love Me Tomorrow? scritto in origine per le Shirelles, e che qui torna una ballata pianistica in puro stile Carole King. Poi sia la King che la Goffin imbracciano due chitarre elettriche per una versione a 4 chitarre di una potente Smackwater Jack dove tutti si divertono. Ancora Tapestry ennesima canzone di gran fascino, e poi un’altra delle più belle canzoni di tutti i tempi, (You Make Feel Like) A Natural Woman, con due Carole King a confronto, quella giovane dell’epoca e l’attuale. A questo punto finisce la riproposta di Tapestry, ma non il concerto, che continua con un medley di alcuni successi anni ’60, prima da sola al piano e poi accompagnata dalla band e a seguire, in una sequenza memorabile, suonate e cantate con grande grinta e classe, Hey Girl, Chains, Jazzman, Up On The Roof, The Locomotion, prima del gran finale che prevede la ripresa di I Feel The Earth Move accompagnata dal cast del musical Beautiful e un’altra versione in solitaria di You’ve Got A Friend. Come dicono gli inglesi, “Oh What A Night”, titoli di coda e saluti.

Bruno Conti  

Adesso Iniziano Anche Con Quelli Ancora Vivi? Ora E’ Il Turno Di Aretha!

aretha franklin a brand new me with rpo orchestra

Adesso Iniziano Anche Con Quelli Ancora Vivi? Ora E’ Il Turno Di Aretha!

Il 10 Novembre la Rhino pubblicherà A Brand New Me: Aretha Franklin With The Royal Philarmonic Orchestra, che non è il nuovo album della grande cantante di colore (che comunque dovrebbe pubblicarne uno nei primi mesi del 2018, anche se è da troppi anni che di dischi belli non ne fa più), ma un’operazione commerciale dello stesso genere delle due di Elvis Presley (If I Can Dream e The Wonder Of You) e di quella già annunciata ed in uscita sempre a Novembre di Roy Orbison, A Love So Beautiful http://discoclub.myblog.it/2017/05/26/non-ci-posso-credere-lo-hanno-fatto-pure-con-lui-anche-peggio-di-elvis-il-3-novembre-esce-a-love-so-beautiful-roy-orbison-with-the-royal-philarmonic-orchestra/ . Si tratta quindi di un’altra discutibile, per non dire di peggio, iniziativa che consiste nel prendere 14 tracce vocali originali di Aretha (il periodo è quello Atlantic, il suo migliore) ed appiccicargli addosso altrettanti accompagnamenti incisi ex novo da un’orchestra filarmonica, operazione kitsch e di dubbio gusto di cui ho già detto quello che pensavo sia per Elvis che per Roy. La novità in questo caso è che Aretha è ancora tra noi, anche se la forma non è quella dei bei tempi, ed è un precedente pericoloso che potrebbe dare il via a decine di azioni simili per altri artisti che, per dirla con Massimo Bubola, sono ancora “da questa parte del cielo”.

Per dovere di cronaca, riporto la tracklist:

1. Think
2. Don’t Play That Song (You Lied)
3. I Say A Little Prayer
4. Until You Come Back To Me (That’s What I’m Gonna Do)
5. A Brand New Me
6. A Natural Woman (You Make Me Feel Like)
7. Angel
8. Border Song (Holy Moses)
9. Let It Be
10. People Get Ready
11. Oh Me Oh My (I’m A Fool For You Baby)
12. You’re All I Need To Get By
13. Son Of A Preacher Man
14. Respect

Io, se fossi in voi, mi terrei alla larga.

Marco Verdi

*NDB Aggiungo che, per la serie non c’é fine al peggio, alle registrazioni verranno aggiunti nuovi backing vocals guidati da Patti Austin. Una domanda sorge spontanea, ma a questo punto non era il caso di fare incidere ex novo tutti i brani dalla stessa Aretha Franklin? Cattivo gusto per cattivo gusto almeno erano nuove versioni (e comunque a giudicare dal video postato sopra, e registrato al Kennedy Center nel 2015, di fronte ad una stupefatta Carole King e ad un Obama con lacrimuccia, Aretha ha ancora una voce della Madonna), ma forse è anche perché la Franklin non è più sotto contratto con il gruppo Warner!

Un Altro Grande Disco Per La “Randy Newman Al Femminile”! Jude Johnstone – A Woman’s Work

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Jude Johnstone – A Woman’s Work – Bojak Records

In questi giorni “post-sanremesi”, mi sembra doveroso e quasi obbligatorio tornare a parlarvi di una “vera” cantante come Jude Johnstone, a distanza di tre anni dal precedente Shatter (13) recensito da chi scrive su queste pagine http://discoclub.myblog.it/2013/06/01/sconosciuta-ma-non-per-tutti-jude-johnstone-shatter/ . La Johnstone piano e voce (arrivata con questo lavoro al settimo album), come sempre si avvale di grandi musicisti, a partire dal chitarrista Charles Duncan, il batterista Darrell Voss, il tastierista Radoslav Lorkovic, il bassista Ken Hustad, con il consueto apporto di “turnisti” del calibro del polistrumentista Bob Liepman, e di Rob Van Durren, Jill Poulos, Linley Hamilton, Larry Klein (ex marito di Joni Mitchell), Danny Frankel, anche lui alla batteria, il tutto sotto la co-produzione di Steve Crimmel e registrato nei famosi Painted Sky Studios di Cambria nella solare California.

A Woman’s Work si apre con la pianistica Never Leave Amsterdam, con la sorprendente voce di Jude accompagnata da una dolce pedal-steel, a cui fa seguito la title track, un valzer su un delicato tessuto di piano, violoncello e archi (sarebbe perfetta nel repertorio di Randy Newman), il raffinato e sofferto blues People Holding Hands, con il notevole assolo di tromba di Linley Hamilton, stesso discorso per The Woman Before Me (che avrebbe impreziosito qualsiasi disco della migliore Carole King), per poi passare ad una leggermente “radiofonica” Little Boy Blue, con una batteria elettronica che detta il ritmo del brano. Il “lavoro” della brava Jude riprende con una deliziosa What Do I Do Now, seguita da una stratosferica lenta ballata dall’aria celtica Road To Rathfriland, solo pianoforte, arpa e viola, un’altra tranquilla “song” per pianoforte e poco altro come I’ll Cry Tomorrow, per poi passare ad una ballata “rhythm and blues” come Turn Me Intro Water (sembra di risentire il favoloso periodo Stax), e affidare la chiusura ad una intima e malinconica Before You, perfetta da cantare su un qualsiasi buio palcoscenico di un Nightclub.

Le canzoni di A Woman’s Work riflettono senza ombra di dubbio l’attuale situazione sentimentale della Johnstone (un recente divorzio dopo un matrimonio durato 28 anni), un lavoro quindi molto intimo, emozionale, con arrangiamenti raffinatissimi eseguiti con strumentisti di assoluto valore, che danno vita ad un disco dal fascino incredibile, un piccolo gioiello fatto certamente con cuore e passione. Jude Johnstone non la scopriamo adesso (già in passato con l’amico Bruno abbiamo avuto modo di parlare dei suoi dischi), in quanto si tratta di una “songwriter” dalla vena poetica e passionale, e le sue canzoni sono state cantate da  artisti come Bonnie Raitt, Emmylou Harris, Stevie Nicks, Bette Midler e altri (ma è nota soprattutto per quella Unchained resa celebre da Johnny Cash).

Il forte sospetto è che questa (giovanile) signora californiana con questo settimo episodio della sua “storia” discografica, passi ancora una volta inosservata e inascoltata come era stato per i precedenti lavori, ed è un vero peccato perché A Woman’s Work resta comunque un ottimo disco di cantautorato al femminile, che piacerà a chi acquistava i dischi di Rickie Lee Jones e Carole King, ma soprattutto è un grande album per gli amanti della musica con forte presenza di pianoforte, e il grande Randy Newman in particolare viene alla mente. Da ascoltare!

Tino Montanari

NDT: Nei prossimi giorni, sempre per guarire dal “contagio sanremese” parleremo anche di un altro personaggio emarginato, ma amato dal Blog: Otis Gibbs !

Natale In Ritardo E Fuori Stagione, Ma Questa E’ Brava! Susan Marshall – Decorations Of Red

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Susan Marshall – Decorations Of Red – Madjack Records

A volte mi capita (è successo in passato, succede nel presente, e succederà in futuro), di scoprire dei gruppi e cantanti misconosciuti quasi per caso, e (quasi sempre) apprezzarli molto di più di altri grandi nomi. Uno dei primi di questi “casi” è successo nel lontano ’94 per i Mother Station, un gruppo poco noto proveniente da Memphis, che aveva la particolarità di essere guidato da due donne: dalla ottima chitarrista Gwin Spencer e dalla meravigliosa voce di Susan Marshall, che insieme a Rick Shelton alla batteria e Paul Brown al pianoforte, pubblicavano Brand New Bog (assolutamente da recuperare, lo si trova ancora a prezzi contenuti), un lavoro dal suono potente, molto ispirato sia al “southern rock” quanto al vecchio stile blues modernizzato, purtroppo l’unico disco uscito fino ad oggi. In sintesi il disco era composto da dodici brani, undici scritti dalla Spencer, il dodicesimo invece era una cover di un vecchio brano degli Humble Pie Fool For A Pretty Face, con le ballate finali Show You The Way e Stranger To My Soul, in cui la Marshall dava un saggio della sua bravura vocale.

Dopo questo doveroso preambolo per inquadrare la figura di questa cantante, una breve cronistoria: la carriera di Susan Marshall dopo lo scioglimento del gruppo è proseguita come backing vocalist, fornendo la sua voce a tante registrazioni (viene accreditata in più di 100 album) di artisti importanti come Lynyrd Skynyrd, Primal Scream, Afghan Whigs, Lenny Kravitz, Toy Caldwell, Willy DeVille, Ana Popovic, Lucinda Williams, Solomon Burke, North Mississippi Allstars, Bottle Rockets, Cat Power e moltissimi altri. Nel frattempo Susan si è messa a scrivere canzoni e suonare il pianoforte, e il suo debutto da solista  era avvenuto con Honeymouth (02), seguito da Firefly (05), Little Red (09), quasi tutti colpevolmente ignorati dalle nostre parti.

Questa ultima fatica Decorations Of Red (uscito sul finire dello scorso anno), è una bella raccolta di brani a carattere natalizio, con alcune “cover” d’autore a tema, e per registrarlo Susan (con la produzione di Jeff Powell) si è recata nei mitici studi Sam Phillips Recording Services di Memphis (tutti travestiti da Babbo Natale), David Cousar alle chitarre elettriche e acustiche, Clifford “Peewee” Jackson alla batteria, Jana Misener al cello, contrabbasso e armonie vocali, e la stessa Marshall al piano e tastiere, per confezionare nove brani dove la voce di Susan può spaziare in libertà di vocalizzo.

Le “decorazioni rosse” stagionali si aprono con una magnifica versione di un brano di William Bell Every Day Will Be Like A Holiday, una ballata “soul” con tanto di coretti in puro stile “Stax”, per poi passare ai classici sempiterni, una Santa Baby (ascoltate anche la versione originale di Eartha Kitt) rifatta in chiave blues, e una White Christmas cantata in modo celestiale dalla nostra “amica”, e  quindi omaggiare una grande cantautrice come Carole King con la sua nota Home Again, pescata dal famosissimo e pluridecorato Tapestry (71). Le confezioni natalizie contengono un altro “standard” come  Jingle Bells, rivoltato come un calzino dall’arrangiamento della Marshall, a cui fanno seguito una sofferta Little Things A Lot , una Blue Christmas di Billy Hayes riletta in chiave ovattata e “jazzy”, per poi rispolverare un’altra grande canzone “stagionale” come River di Joni Mitchell (questa la trovate sul mitico Blue) in una versione pianistica da brividi, e chiudere con l’inedito Deck The Halls, Y’All (firmato da tutti i componenti della band), dove Susan sperimenta nuovi percorsi sonori.

Susan Marshall in tutti questi anni, si è costruita una dignitosa carriera indipendente nell’ambito del sottobosco musicale americano, confermandosi una straordinaria cantante tra le più brave e versatili attualmente in circolazione (siamo in zona Beth Hart https://www.youtube.com/watch?v=jjYc2TIGBxE , Dana Fuchs e Grace Potter), con una voce chiara e potente, doti che la fanno apprezzare come “vocalist” dagli addetti ai lavori e dagli amanti della buona musica. Se ancora non conoscete questa signora, è giunto il momento di rimediare a questa lacuna. Oppure aspettate il prossimo Natale!

Tino Montanari

*NDT. Dopo Dana Fuchs e Susan Marshall, per chiudere il cerchio delle belle voci, a giorni sarà il turno di un’altra grande cantante, Shaun Murphy. Alla prossima!

Per Amanti Di Un Pop Raffinato E Fruibile Al Tempo Stesso! Lake Street Dive – Side Pony

lake street dive side pony

Lake Street Dive – Side Pony – Nonesuch/Warner

Il disco precedente mi era piaciuto parecchio http://discoclub.myblog.it/2014/03/12/raffinato-quartetto-che-voce-la-ragazza-lake-street-dive-bad-self-portraits/ e sottoscrivo tutto quello che avevo detto, anzi se lo non avessi già usato utilizzerei lo stesso titolo. Questo nuovo Side Pony, a grandi linee, replica il sound e i contenuti di Bad Self Portraits: però c’è una nuova etichetta, un nuovo produttore, il Re Mida degli ultimi anni, Dave Cobb, per la prima volta alle prese con uno stile che non affonda le sue radici nel country, nel rock e nel southern, ma che contiene molta musica con derivazioni soul, peraltro decisamente diverse da quelle presenti nel disco di un altro cliente di Cobb, ovvero Anderson East. Dove in quel disco trovavamo una voce profonda e matura, a dispetto dell’età, e con molti richiami al sound Stax e deep soul in generale, in questo album dei Lake Street Dive ne abbiamo una femminile, Rachael Price, dal contralto puro, con toni jazzati, in questo caso sfumati verso un tipo soul più “lavorato” e di epoca tarda, Philly Sound, Motown, le prime propaggini della disco, quando era ancora funky o Blaxploitation, uniti ad una passione sfrenata per il pop raffinato dei Beatles, lato McCartney, le cantautrici primi anni ’70, Nyro, Simon, Carole King e anche le armonie vocali dei Beach Boys o dei Mamas And Papas. Ho letto un paio di recensioni non entusiastiche per Side Pony ( che sarebbe poi la pettinatura a coda di cavallo laterale che sfodera la bassista Bridget Kearney sulla copertina del disco), qualcuno che non ha apprezzato il pop “stiloso” e forse leggerino della band, ma per il resto c’è stata una unanimità di giudizi estremamente positivi a cui mi accodo.

Anche questo tipo di musica ha i suoi aficionados e non è detto che si debbano fare per forza, rock, country, blues, folk, roots music o Americana per essere apprezzati, pure la musica pop, se ben realizzata, non è un’anatema per chi ama il rock inteso nella sua accezione più ampia, lasciando da parte le “musicacce” orribili e ormai standardizzate (i.e. tutte uguali tra loro) che appestano, con qualche eccezione, le classifiche e le radio, chi le ama continui ad ascoltarle, noi (inteso come Blog, e anche la rivista dove scrivo),  cerchiamo di rivolgerci ad un altro tipo di pubblico, più ristretto per ovvi motivi, ma non per questo meno significativo, gli amanti della buona musica, che non sono molto serviti da stampa e mezzi di comunicazione. Ma torniamo al disco: troviamo dodici brani, tutti scritti dai componenti della band fondata a Boston, Massachusets nel 2004, ma provenienti da Minneapolis ed ora residenti a New York. Per completare questo ecumenismo di diverse città, il disco è stato inciso negli studi Sound Emporium di Nashville, dove opera il produttore Dave Cobb, che per l’occasione ha invitato i musicisti ad un approccio diverso dal solito, proponendo ai componenti del gruppo di presentarsi alle sessioni di registrazione solo con brani in embrione, non completi, da sviluppare: idee, spunti, da cui improvvisare ed ottenere delle canzoni finite. Mi sembra che il metodo abbia funzionato e nell’album troviamo molti generi diversi, dove la voce della Price, che è comunque la stella polare del gruppo, è stata inserita, lei consenziente, in un un sound d’assieme variegato e dove tutti i componenti dei Lake Street Dive hanno il giusto spazio.

Così nel CD troviamo il soul-pop incalzante dell’iniziale Godawful Things, scritta dal chitarrista e tastierista Mike “McDuck” Olson, con i complessi intrecci vocali del quartetto subito in evidenza e continui cambi di tempo, mentre in Close To Me, firmata dal batterista Michael Calabrese, ci sono incontri ravvicinati tra un sound di chitarra che rimanda ai Beatles di Abbey Road, unito al classico genere raffinatissimo del gruppo, che per certi versi può rimandare alla musica della migliore Carole King. In Call Off Your Dogs, dalla penna della bassista Bridget Kearney, ci si trova di nuovo immersi in un suono inizio anni ’70 che profuma di Tamla Motown e Philly Sound, divertente, forse “stupidino” ma comunque delizioso. Spectacular Failure è un pop-rock di perfetta fattura, tra chitarre, fiati aggiunti e ritmica serrata, oltre a quelle voci incredibili; con I Don’t Care About che sembra nuovamente un pezzo dei Beatles, ma cantato da Mama Cass dei Mamas And Papas, per l’occasione nelle vesti dell’eccellente Rachael Price e qualche evoluzione vocale alla Beach Boys. So Long viceversa è una bella ballata, soffice e morbida, quasi alla Burt Bacharach.

How Good It Feels è un pezzo tra blues e soul, ancora una volta cantato veramente bene dalla Price, con la sua voce duttile in grado di districarsi in tutti i diversi stili che compongono la tavolozza di colori del gruppo, in questo caso con organo e chitarra in primo piano, in Side Pony, la title-track, un jazzy pop-soul sempre in punta di ugola, per poi lanciarsi in Hell Yeah, che suona come avrebbero potuto fare i B-52’s se avessero avuto una cantante brava come Rachael, anche con vaghi retrogusti psych-soul-garage. Rachael Price che firma un unico brano nel CD, Mistakes, quello con i tratti sonori più jazzati, quasi da light crooner, con il suo contralto delizioso che veleggia sul tappeto sonoro della canzone, dove una “sontuosa” tromba suonata da Olson, aggiunge un tocco di gran classe, sempre con armonie vocali cesellate tra jazzy pop e soul. Non manca neppure il blaxploitation sound di una Can’t Stop che sembra uscire da una vecchia pellicola anni ’70 con Pam Grier o da qualche remake di Quentino Tarantino. Si finisce con il quinto e ultimo contributo compositivo di Bridget Kearney, la più prolifica della band, una Saving All My Sinning, ennesimo brano pop-rock dove la voce della Price assume tonalità non dissimili da quelle da Tony Childs (l’avevo detto per il disco precedente e anche in questo caso mi ripeto)), per quello che è comunque globalmente uno sforzo di gruppo di tutta la band, ma si regge soprattutto sulla vocalità della suddetta Rachael.

Bruno Conti