27/06/2012
Confermo: E' Proprio Brava! Rumer - Boys Don't Cry
Rumer - Boys Don't Cry - Atlantic Deluxe Edition
Penso che se uscite e chiedete al classico “uomo della strada” di farvi il nome di una cantante inglese di successo, almeno otto su dieci vi faranno il nome di Adele, mentre i restanti due, avidi consumatori di reality e talent show, vi potranno citare Susan Boyle. Pochi vi faranno il nome di Rumer: eppure la cantante anglo-pakistana (avrebbe dovuta essere tutta anglo, ma forse dopo sei figli avuti dal marito la madre ha voluto provare qualcosa di diverso e si è rivolta al cuoco…ma per le note biografiche vi rimando a Wikipedia) ha superato con il suo debutto Seasons Of My Soul, uscito nel Novembre del 2010, la ragguardevole cifra delle 500.000 copie vendute, quantità di tutto rispetto in un momento di profonda crisi del mercato discografico.
Tutte copie meritate, dalla prima all’ultima (piuttosto forse è esagerato il successo della pur bravissima Adele, mentre della Boyle non parlo, talento non significa solo una voce formidabile): Bruno vi aveva detto meraviglie di Seasons Of My Soul (e io condivido), perfect-pop-rumer-seasons-of-my-soul.html un disco di puro pop, ma suonato ed arrangiato alla grande, e con la voce calda e piena d’anima (soulful, letteralmente) di Rumer (nata Sarah Joyce, il nome è in onore della scrittrice Rumer Godden). Una voce che la stampa inglese aveva paragonato a quella della sfortunata Karen Carpenter (del famoso duo The Carpenters), ma molti, me compreso, vedevano tracce, anche nello stile oltre che nella voce, di Dusty Springfield, Laura Nyro, Carole King ed un pizzico del Van Morrison di dischi come Tupelo Honey.
Ora esce il tanto atteso secondo album, intitolato Boys Don’t Cry, che, a differenza del debutto che era composto da brani originali (tranne due), è formato interamente da cover di canzoni che hanno avuto una profonda influenza su di lei: uno potrebbe pensare ad una mossa astuta della casa discografica in mancanza di materiale nuovo, ma, una volta ascoltato il disco, l’operazione ha perfettamente senso. Rumer infatti affronta un repertorio che più eterogeneo non si può (si passa da Neil Young a Hall & Oates, da Townes Van Zandt a Isaac Hayes, e così via, ma niente Carpenters, Springfield, Nyro, ecc.), facendo suo ogni brano con la sua voce spettacolare, sostenuta come sempre da arrangiamenti misurati ma di gran classe (la parola classe la ripeterò spesso nel corso di questa recensione), con una serie di ottimi musicisti, sui quali spicca senz’altro lo straordinario David Hartley al pianoforte: il produttore (ma non di tutto il disco) è come nel primo disco Steve Brown, suo scopritore e mentore. Piccola nota prima di iniziare la disamina dei brani: anche questo album esce incomprensibilmente in due versioni, una con dodici canzoni ed una deluxe con sedici, ed io vorrei tanto conoscere un giorno chi compra la versione con meno brani per risparmiare quattro/cinque Euro…
L’album si apre con P.F. Sloan, brano scritto da Jimmy Webb e dedicato al noto autore di hits anni sessanta (in coppia con Steve Barri): inizio per chitarra acustica, voce subito “sul pezzo”, intervento di oboe (chi suona ancora l’oboe nei dischi?) e ritornello corale strepitoso. Sarah canta con la stessa facilità con la quale io mi infilo un paio di calze. (Bella tra l’altro l’idea di pubblicare nel libretto interno al CD l’elenco dei brani con il dettaglio di autore, anno, album di provenienza e copertina dell’album stesso). It Could Be The First Day (Richie Havens) è arrangiata come se fosse una ballata di Burt Bacharach (un altro folgorato dal talento della ragazza, tanto che ha voluto conoscerla di persona), con soave arrangiamento d’archi e la voce di Rumer che si estende eterea lungo tutto il brano. Forse un po’ “troppo” commerciale, ma che classe! Be Nice To Me (di Todd Rundgren) sembra provenire da un disco anni settanta di Carole King: la band segue Sarah (mi piace alternare il vero nome a quello d’arte) con leggiadria e…indovinate? Esatto: classe! C’è anche posto per il flugelhorn (vedi commento sull’oboe di prima), ci mancano solo il glockenspiel e l’harpsicord ed abbiamo riunito tutti gli strumenti vintage.
Travelin’ Boy (Paul Williams) è un lento da brividi (sentite come canta), con accompagnamento classico, piano e chitarra su tutti; Soulsville (Isaac Hayes) mantiene un po’ dello spirito originale, un errebi lento da applausi, arrangiato con gusto e misura e Rumer che modula le corde vocali da par suo. Same Old Tears On A New Background (Stephen Bishop), per voce, piano e poco altro (vibraphone, questo mancava!) è più sul versante Laura Nyro, mentre Sara Smile, di Hall & Oates, viene spogliata degli inutili orpelli tipici del duo di Philadelphia, per diventare una solida ballata dominata da piano e organo. Superba, e poi Rumer con quella voce può fare ciò che vuole. Passare da Hall & Oates a Townes Van Zandt è come pranzare da McDonald’s e cenare da Cracco: Flyin’ Shoes è una delle grandi canzoni del songbook americano, e questa versione dominata dal piano, con delicati interventi di armonica e steel guitar, è semplicemente inarrivabile. La migliore del disco (almeno fino ad ora), quasi commovente. Home Thoughts From Abroad (Clifford T. Ward) è pochissimo strumentata, costruita com’è attorno alla voce inimitabile di Sarah; con Just For A Moment (tratta da un album poco noto di Ronnie Lane in coppia con Ron Wood) siamo dalle parti della Springfield.
Brave Awakening (Terry Reid) è arrangiata in modo sofisticato ma per nulla stucchevole, con hammond e coro femminile che fanno tanto soul, mentre We Will, di Gilbert O’Sullivan, cantata come sempre alla grandissima (ma il brano in sé è forse quello che mi piace meno), chiude la versione “normale” del disco. Il primo bonus è Andre Johray di Tim Hardin, languida e raffinata, seguita da Soul Rebel di Bob Marley, dove fortunatamente (almeno per me) il reggae viene cancellato per farla diventare una perfetta ballata “alla Rumer”, con un tocco sixties che non guasta. L’album si chiude definitivamente con due grossi calibri: My Cricket di Leon Russell (deliziosamente country got soul) e soprattutto A Man Needs A Maid (and a wife needs a cook avrebbe aggiunto sua madre, scherzo signora, non mi fulmini da lassù!) di Neil Young, il brano più noto della raccolta, tratto da Harvest che è l’album più noto del canadese. Un brano che mi stupisce sentito cantare da una donna (leggete il testo e capirete), ma Rumer rilascia una versione manco a dirlo da pelle d’oca, anche Neil approverà di sicuro. Tra le cover dell’anno fin da adesso, assieme a quella di Townes.Che dire di più, penso di non dover aggiungere altro, grande musica e grandissima interprete: di solito a dischi di questo tipo (di cover intendo) viene fatto seguire a breve distanza un altro album con brani nuovi di pacca. Speriamo quindi di non aspettare un altro anno e mezzo.
Marco Verdi
09:12 Scritto da bruno_conti (Webmaster) in Carbonari, Disco UFO, Non tutti sanno che..., Ospiti | Link permanente | Commenti (0) | Segnala
| Tag: musica. bruno conti. discoclub, rumer, nurt bacharach, carpenters, neil young, hall & oates, townes van zandt, isaac hayes, jimmy webb, richie havens, todd rundgren, carole king | OKNOtizie |
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13/11/2010
Perfect Pop? Rumer - Seasons Of My Soul
Rumer - Seasons Of My Soul - Atlantic
Al sottoscritto questo disco piace moltissimo, non so se gli darei le 5 stellette assegnate dalla rivista Mojo ma alle 4 di Uncut potrei arrivarci. Ma mi rendo conto che si tratta di un disco di musica pop, perfetta o quasi, ma sempre di pop parliamo, sia pure di qualità sublime ma, come possiamo dire, di facile ascolto. Che per alcuni è come parlare di qualcuno di facili costumi, quando ho perorato la causa di questo disco mi sono sentito rispondere: ma ascolti anche questa musica? Certo, la buona musica mi piace tutta, posso entusiasmarmi per il nuovo Box di Springsteen, come per Richard Thompson, per Jimi Hendrix ma anche per Robbie Basho se parliamo di chitarristi o per i Bellowhead se parliamo di British Folk. Ho sparato un po' di nomi a caso per capirci, l'ultimo è un disco su cui sto girando attorno da qualche tempo, così magari mi decido a parlarne.
Comunque tornando a bomba e al disco di Rumer era da alcuni giorni in heavy rotation sul mio lettore, anche perché oltre alla buona musica che si ascolta c'è una storia intrigante da raccontare. Oltre a tutto oggi sono andato a dare un'occhiata per curiosità e ho visto che il CD ha esordito direttamente al terzo posto delle classifiche inglesi, superata solo dalla tipa di X-Factor Cheryl Cole e dalla raccolta di Bon Jovi.
Non male per una che fino a pochi mesi fa faceva tutti i mestieri per mantenere il suo sogno di fare della musica senza passare dalle forche caudine dei reality; perché in effetti amici e parenti le avevano consigliato di iscriversi a X-Factor, "con la voce che ti ritrovi, avresti vinto di sicuro", ma lei ha sempre preferito percorrere la strada della musica dal vivo, magari in piccoli locali, in attesa che qualche casa discografica si accorgesse della sua musica e, come in tutte le favole che si rispettino, ha trovato un pigmalione, nella persona di Steve Brown, un musicista e produttore inglese che l'ha vista casualmente mentre cantava dal vivo in uno di questi piccoli clubs e l'ha coccolata (musicalmente parlando) per permetterle di registrare questo disco.
Ma prima ha fatto di tutto, ha lavorato come cameriera in albergo, lavato piatti, fatto l'insegnante, l'impiegata, riparato Ipod nel negozio Apple di Londra, la parrucchiera, venduto popcorn negli atrii dei cinema, qualsiasi cosa per tenere vivo il suo sogno di diventare una cantante professionista. Agli inizi degli anni 2000 è stata la cantante di un gruppo indie-folk La Honda. Anche la vita privata è stata notevole.
Nata Sarah Joyce 31 anni fa in Pakistan da due genitori inglesi che erano in Asia per lavoro (l'ultima di sette figli), a undici anni ha scoperto che era la figlia di una relazione illegittima che la madre aveva avuto con il loro cuoco pakistano (molto più vecchio di lei), ma il vero padre (non quello biologico) non per questo si è allontanato da lei anche se i genitori, per questo motivo, si sono divisi e lei è rimasta a vivere con la mamma fino a quando la stessa non ha scoperto di avere un tumore e Sarah ha passato gli ultimi anni della vita di suo madre ad accudirla, fino alla morte avvenuta nel 2003. Tutte esperienze che evidentemente hanno arricchito il suo background culturale ed emotivo e, secondo me, nelle canzoni questo traspare.
Parliamo della voce che è un fattore decisivo nel "fascino" della sua musica, una voce calda, dalle tonalità perfette, con una emissione sonora calibratissima che è stata paragonata a quella di Karen Carpenter, una delle voci più belle della storia della musica pop, ma anche echi di Laura Nyro, Dusty Springfield, Carole King, Carly Simon tutti nomi che erano già ricorsi all'apparire di Diane Birch, ma mi sembra che Rumer abbia anche quel quid inespresso che divide il talento vocale puro dalla semplice bravura, una sorta di preternaturale capacità di cantare nella tonalità perfetta per istinto. Se ne è accorto anche Burt Bacharach che alla pubblicazione del suo primo singolo, la deliziosa Slow ha voluto conoscerla personalmente e l'ha invitata nella sua casa di Malibu per sentirla cantare di persona. E poi dite che le favole non si avverano!
Il disco, provato e poi inciso nell'arco di tre anni, negli studi di Steve Brown ha un suono volutamente semplice ma complesso e intricato allo stesso tempo, in puro stile Bacharach, con piano e organo, chitarre acustiche e armonica che si intrecciano con archi, fiati, tromba e flicorno, un tocco di glockenspiel qui, un vibrafono là, qualche percussione, delle voci armonizzanti di supporto, la voce spesso in multitracking, con l'uso dell'eco, tutte le diavolerie di studio e gli arrangiamenti più ricercati che vi possano venire in mente. Pensate alla musica di Sade ma con una voce nettamente superiore o alle grandi cantautrici degli anni '70, alcune già citate ma anche Joni Mitchell si può scomodare per la bellissima Thankful, dove la voce di Rumer quasi galleggia sospesa su una base di piano acustico e contrabbasso di una bellezza disarmante. Quindi non è solo musica pop c'è anche sostanza, anche il testo che in ogni verso racconta di una diversa stagione è molto poetico. Anche Healer rimane in questi rarefatti territori sonori, con la voce raddoppiata, il piano e un violino che ricreano una magia unica.
I ritmi sono quasi sempre tranquilli, riflessivi ma anche accattivanti come nella bellissima Aretha, che racconta di una ragazza dal cuore spezzato che trova conforto nella sua musica, ascoltata in cuffia e soprattutto in quella di Aretha vero nume tutelare che veglia su di lei, "Non trovo nessuno con cui confidarmi, Aretha, nessuno , solo tu". Il tutto accompagnato da una musica che Burt Bacharach potrebbe avere scritto per Dionne Warwick o Dusty Springfield, calda ed avvolgente, con qualche eco della Laura Nyro più espansiva dell'era Labelle e il Van Morrison swingante del periodo americano. Ci sono mille influenze ma nessuna è definita, potete pensare questo assomiglia a...già a cosa? A mille e nessuno, tutti quelli citati sono sicuramente presenti ma confluiscono in un calderone sonoro che è sicuramente derivativo ma attraente e di gran classe.
L'iniziale Am I Forgiven? potrebbe essere il lato B perduto di un vecchio singolo scritto da Bacharach e poi dimenticato in un angolo, magari Close To You per ricordare ancora i Carpenters? Sicuramente sì, poi quella trombettina ricorrente e le armonie vocali sono irresistibili. C'è anche una cover di Goodbye Girl dei Bread, qualcuno li ricorda?
Posso solo ribadire che a me piace moltissimo, a voi la scelta se investigare ulteriormente io mi limito a segnalarvela, si chiama Rumer (ed è bravissima anche dal vivo come potete constatare dai video inseriti nell'articolo).
Bruno Conti
19:24 Scritto da bruno_conti (Webmaster) in Carbonari, Non tutti sanno che... | Link permanente | Commenti (2) | Segnala
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19/11/2009
Klaatu Calling occupants of interplanetary craft
Scusatemi ma non ho resistito. C'è una rubrica che si chiama Disco Ufo e non abbiamo ancora parlato di un gruppo che si chiama Klaatu (il nome del famoso extraterrestre di Ultimatum alla terra, film americano degli anni '50 con un remake più recente con Keanu Reeves, come sempre meglio l'originale). Oltre a tutto il loro brano più celebre si chiama Calling occupants of interplanetary craft e hanno degli agganci notevoli al "fenomeno" Beatles, quanto mai di attualità.
versione Klaatu
versione Carpenters
In effetti i Klaatu sono stati tra i tanti "nuovi" Beatles che hanno imperversato dagli anni '70 fino ai giorni nostri, anzi, per un breve periodo, sono stati I Beatles, spiego meglio. Dopo lo scioglimento del gruppo ci sono stati vari avvistamenti (m'è scappato!), reunion più o meno fasulle, eredi vari, simil-beatles, discepoli e quant'altro che hanno perpetrato il mito: alcuni, vedi Emitt Rhodes, i Badfinger, Todd Rundgren, i Wings (oops) erano dei Beatlesiani doc, ma il desiderio di una reunion ha sempre covato (almeno fino al 1980).
Inizia la seconda metà degli anni '70 e nulla succede, esce un album, privo dei nomi dei musicisti, qualsiasi riferimento è assente, il suono che esce dai solchi del disco, la voce del cantante ha molte somiglianze con quella di Paul McCartney, in pochi giorni è fatta, son tornati i Beatles, sotto pseudonimo ovviamente. Poi ad un esame approfondito queste similitudini non sono così evidenti ma il desiderio era tanto, le voci volano, successo...zero. Ma come? No in effetti un paio d'anni dopo i Carpenters ebbero un notevole successo con questo brano, un piacevole esempio di prog-rock melodico il quale, peraltro, pervadeva anche tutto il resto dell'album, ma un brano Sub-Rosa Subway è Mccartneyano in un modo impressionante, sentire per credere.
Il disco che oltretutto si chiamava 3-47 Est, per un refuso è passato alla storia, come spesso succede, come l'omonimo dei Klaatu.
Attualmente sono disponibili varie versione in CD: la canadese Bulseye rivendica la miglior qualità delle proprie ristampe, e l'ha ripubblicato con il titolo originale, ma da solo (tra l'altro i nostri amici sono ancora in pista, o meglio nei cieli, e la Bullseye distribuisce anche i nuovi manufatti, ormai sono entrato nel gorgo spaziale). Ne esistono anche delle versioni Twofer (2in1), più convenienti, con l'accoppiata con il secondo album Hope, tra l'inglese BGO e l'america Collectors' Choice sembra preferibile la seconda, fate vobis.
Se volete passare una piacevole oretta all'ascolto di un CD molto Beatlesiano ma anche progressive melodico (Little Neutrino, il brano, non è niente male), potreste trovare di peggio in circolazione, molto piacevole, la discografia è qui sotto.
Bruno Conti
20:10 Scritto da bruno_conti (Webmaster) in Carbonari, Disco UFO | Link permanente | Commenti (1) | Segnala
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