Uno Sguardo Alle “Pietre” In Versione Vintage. The Rolling Stones – On Air

rolling stones on air

The Rolling Stones – On Air – ABKCO/Polydor CD – 2CD

In questi ultimi due anni i fans dei Rolling Stones avranno avuto di che godere, tra live contemporanei (Havana Moon), d’archivio (Ladies And Gentlemen finalmente in CD, Sticky Fingers Live e l’imperdibile cofanetto Totally Stripped) e l’album blues di un anno fa Blue And Lonesome. Ora la ABKCO, che ha in mano il catalogo anni sessanta delle Pietre, pubblica questo interessantissimo doppio CD On Air (c’è anche la solita versione singola “vorrei ma non posso”), che contiene il meglio delle sessions alla BBC del leggendario gruppo agli inizi della sua carriera, uscita preceduta da un bellissimo e costoso libro dallo stesso titolo che narra la storia del rapporto della band con la mitica emittente britannica, iniziato malissimo (gli Stones alla prima audizione erano stati scartati senza troppi complimenti), ma che poi si è protratta dal 1963 al 1969.

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On Air (titolo e copertina da bootleg, e la prima volta che l’ho visto nella lista delle uscite l’ho scambiato per tale) prende però in considerazione solo gli anni dal 1963 al 1965, lasciando forse la porta aperta ad un secondo volume, e documentando le apparizioni del gruppo allora formato da Mick Jagger, Keith Richards, Brian Jones, Bill Wyman e Charlie Watts (con l’occasionale partecipazione del “sesto Stone”, il pianista Ian Stewart) nelle più popolari trasmissioni radio-televisive dell’epoca, alcune con il pubblico presente ed altre registrate in studio: programmi famosissimi come Top Gear e Saturday Club ed altri meno noti come Yeah Yeah, Blues In Rhythm e The Joe Loss Pop Show. Ed il doppio CD è, come dicevo, decisamente interessante, in quanto ci mostra la più grande rock’n’roll band di sempre agli inizi, quando stava conoscendo il successo e suonava con la bava alla bocca, omaggiando via via tutte le sue influenze musicali. I brani originali presenti infatti sono solo una manciata, qui ci sono più che altro covers, che ci danno uno spaccato delle radici del gruppo, in quanto sono presenti tutti i generi che sono andati a formare il loro stile, dal rock’n’roll al blues all’errebi, il tutto suonato con un’energia formidabile, a cantato in maniera magistrale da un Jagger che già sapeva il fatto suo.

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https://www.youtube.com/watch?v=LCUxr-nyx5Q

Il doppio parte con la guizzante Come On (che è stato il loro primo singolo), e poi percorre per 32 canzoni tutto il meglio dei primissimi anni, con anche sette brani che i nostri non hanno mai pubblicato su nessun album. C’è ovviamente molto rock’n’roll, con tantissimo Chuch Berry (uno degli eroi principali di Richards), ben sei pezzi del leggendario rocker, compresa la già citata Come On, tra cui una Roll Over Beethoven al fulmicotone, mai sentita prima fatta da loro (le altre sono Around And Around, Memphis Tennessee, Carol e Beautiful Delilah). Senza dimenticare una travolgente versione dello standard Route 66, lo scintillante boogie di Don Raye Down The Road Apiece, pieno di shuflle, ed una irresistibile ancorché breve Oh Baby (We Got A Good Thing Goin’) di Barbara Lynn Ozen. C’è anche tanto soul ed errebi, come la nota It’s All Over Now di Bobby Womack (incisa abbastanza maluccio), una pimpante Everybody Needs Somebody To Love ben prima che i Blues Brothers ci costruissero intorno la carriera, la splendida Cry To Me (Solomon Burke), con Mick che si destreggia alla grande con l’ugola, o ancora la superba You Better Move On di Arthur Alexander ed una deliziosa If You Need Me di Wilson Pickett.

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https://www.youtube.com/watch?v=NqxC7pDrklI

Naturalmente non può mancare il blues, con ben tre brani di Bo Diddley: una sfrontata Cops And Robbers, con Jones ottimo all’armonica, il classico Mona e l’inedita (per gli Stones, anche se la pubblicheranno nel live del 1977 Love You Live) Crackin’ Up. Poi abbiamo l’altrettanto inedita Fannie Mae (di Buster Brown), giusto a metà tra blues e rock’n’roll, una bellissima Confessin’ The Blues (incisa anch’essa da Chuck Berry, ma non scritta da lui), con grande prestazione chitarristica, e gli immancabili Muddy Waters e Willie Dixon, rispettivamente con I Can’t Be Satisfied (gran lavoro di slide) e I Just Want To Make Love To You. C’è anche un accenno al country con il classico di Hank Snow I’m Movin’ On, suonato però con una foga rocknrollisitca che non fa prigionieri, ed il tributo ai “rivali” John Lennon e Paul McCartney con la loro I Wanna Be Your Man.

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https://www.youtube.com/watch?v=LWj6EXeoMoM

Pochi i brani originali, appena cinque: una (I Can’t Get No Satisfaction) decisamente grezza ed essenziale, il sempre splendido blues The Spider And The Fly, già allora sensuale ed intrigante, la bella The Last Time, uno dei loro brani migliori del primo periodo, e le meno note Little By Little e lo strumentale 2120 South Michigan Avenue. Un doppio CD imperdibile quindi? Se dobbiamo guardare al valore storico ed all’intensità delle performances assolutamente sì, ma fatemi spendere due parole per la qualità di registrazione, dato che è stata strombazzata ai quattro venti (quindi agli ottanta, battuta desolante lo so…) la rivoluzionaria tecnica denominata De-Mix (che consiste nel separare tutte le fonti audio originali e remixarle ex novo dando più potenza e compattezza al suono), gridando l’ormai abusata frase “I Rolling Stones come non gli avete mai sentiti!”. Ebbene, io tutto questo risultato rivoluzionario non lo sento, in quanto la qualità del suono è sì buona, ma né più né meno in linea con gli standard odierni delle ristampe vintage (le BBC Sessions dei Beatles, per dirne una, mi sembravano incise meglio), ma la cosa ancora più grave, se vogliamo usare questo termine, è che molte registrazioni (specie nel secondo CD) sono quasi amatoriali, non superiori ai vari bootleg già presenti sul mercato, e quindi abbassano non di poco il voto finale, soprattutto ripeto dopo tutto il bailamme pubblicitario sulla qualità sonora.

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On Air è quindi un doppio album di grande valore artistico, ma siccome i dischi sono fatti soprattutto per essere ascoltati mi sento di consigliarlo solo ai fans (che comunque sono tanti) ed ai completisti.

Marco Verdi

Dal Nostro Inviato A Lucca: Ho Visto Il Futuro Del Rock’n’Roll (Ma Pure Il Passato), Ed Il Loro Nome E’ Rolling Stones!

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Il titolo del post, semi-citazione della famosa frase che il critico Jon Landau scrisse negli anni settanta “scoprendo” Bruce Springsteen, è volutamente ironico e provocatorio, in quanto i quattro membri dei Rolling Stones hanno ormai la bellezza di 293 anni in quattro, ma continuano imperterriti a suonare con la foga e la grinta di un gruppo di sbarbatelli. Il concerto di Lucca che si è tenuto sabato scorso 23 Settembre, unica data italiana del loro No Filter Tour, ed evento che celebra i vent’anni del Summer Festival che si tiene nel capoluogo toscano, è stata una vera e propria celebrazione, con circa 60.000 persone provenienti da tutto il modo che hanno letteralmente invaso il relativamente piccolo centro storico della bellissima città (appena 8.800 abitanti dentro le mura): c’era in effetti più di un timore che le cose andassero storte, ma devo dire, anche con un po’ di sorpresa, che tutto si è svolto in maniera perfettamente ordinata, con addirittura la sensazione che non ci fosse tutta quella gente (anche perché la maggior parte ha occupato il gigantesco prato adiacente le mura, ex campo sportivo Balilla, fin dalle ore 13), con però diversi disagi (anche per il sottoscritto) al momento dell’uscita, dato che i trasporti previsti, pochi peraltro, non prevedevano i paesini limitrofi, ed i pochi taxi lucchesi erano introvabili (pensate che io, che avevo l’albergo a non più di tre chilometri dalla città, ho dovuto prendere un treno per Pisa e successivamente tornare indietro in taxi).

Ma concentriamoci sul concerto: per me era la quarta volta che vedevo gli Stones, l’ultima era stata nel 2015 al Circo Massimo di Roma, e devo ammettere che qualche sbavatura me la sarei aspettata, essendo comunque pronto a perdonarla, dato l’età avanzata dei quattro inglesi. Ebbene, se possibile in questo tour i nostri sono ancora più concentrati sulla musica, in quanto hanno ridotto al minimo gli effetti scenici (anche se il palco continua ad essere enorme) e si sono concentrati ancora di più sulla musica, suonando in maniera diretta e senza troppi fronzoli, quasi come se fossero in un piccolo e fumoso locale di Londra e non di fronte ad una folla oceanica (ed il nome del tour, No Filter, è emblematico). Mick Jagger è ancora una forza della natura, avrà fatto più di dieci chilometri su è giù per il palco, e ha ancora un fisico che anche un ex atleta alla sua età si sogna, oltre ad essere il solito intrattenitore nato, e con una voce integra dalla prima all’ultima canzone. I due chitarristi sono anche loro in grande forma, anche se forse quella sera Ronnie Wood secondo me ha dato dei punti a Keith Richards, che comunque si è tenuto a galla egregiamente grazie anche al mestiere ed al carisma. Charlie Watts è ancora un perfetto metronomo, ed il membro dopo Keith al quale il pubblico riserva l’applauso più grande, mentre la backing band è una macchina da guerra, con una menzione speciale per i “soliti” Chuck Leavell al piano e Darryl Jones al basso. Due ore di concerto, quasi tutti i successi (ci vorrebbero quattro ore per suonarli tutti) ed un paio di chicche niente male: prima del concerto avevo dei dubbi che Sympathy For The Devil potesse funzionare come brano d’apertura, ma il gioco di percussioni, l’atmosfera calda ed il fatto che i quattro sbucano ad uno ad uno creano un insieme di sicuro effetto, ed il suono si rivela da subito perfetto, forte e ben bilanciato.

Dopo due classici suonati bene, ma forse con il pilota automatico (It’s Only Rock’n’Roll e Tumbling Dice), ecco il primo angolo blues, con le ficcanti ed essenziali Just Your Fool e Ride’Em On Down, entrambe tratte dal recente Blue And Lonesome e con Jagger grande protagonista, oltre che alla voce, all’armonica. Il concerto a questo punto decolla, è l’ora della richiesta dei fans, che come ogni sera sono chiamati a votare online scegliendo un brano tra quattro proposti dalla band: stasera vince la gioiosa Let’s Spend The Night Together, un classico assoluto che manda il pubblico in visibilio, anche se nel sottoscritto c’è una punta di amarezza in quanto tra le quattro candidate c’era Dead Flowers, che è il brano delle Pietre che preferisco in assoluto. Ed ecco il momento delle lacrime, nel vero senso del termine: infatti i nostri improvvisano un intermezzo acustico e Mick inizia ad intonare la splendida As Tears Go By, ma con il testo in italiano così come l’avevano incisa nei sixties per il nostro mercato, cambiando il titolo in Con Le Mie Lacrime; momento di grande commozione generale, un regalo esclusivo per i fans della nostra penisola, anche se Jagger, non abituato a cantarla così, prende un paio di stecche niente male (ma saranno le uniche). E’ poi la volta di un trittico da brividi, formato dalla meravigliosa You Can’t Always Get What You Want, con Mick all’acustica e Ronnie che rilascia un assolo magistrale, la travolgente Paint It Black, tra le più belle di sempre dei nostri, e dalla trascinante ed “americana” Honky Tonk Women.

A questo punto Mick presenta la band e lascia il palco a Keith, che non sarà mai un grande cantante ma in quanto a feeling ha pochi eguali: la coinvolgente Happy e la sinuosa Slipping Away sono rifatte in maniera asciutta e senza sbavature. Torna Mick e si riprende il palco prima con la danzereccia Miss You, con un assolo di basso da parte di Jones, e soprattutto con la sempre superlativa Midnight Rambler, il punto più alto del concerto come ogni volta, con Jagger che fa i numeri e Wood che gli va dietro con un paio di assoli incredibili, quasi dieci minuti ad altissimo tasso elettrico, con i nostri che dimostrano di essere molto poco umani. Ed ecco la raffica finale di classici, sparati in faccia al pubblico uno di fila all’altro: Street Fighting Man, una Start Me Up semplicemente perfetta, ed un uno-due da k.o. con Brown Sugar e Satisfaction, durante le quali sembra per un momento di essere tornati al Marquee Club nel 1971. Dopo una breve pausa, ecco i due bis, con la sempre grandissima e luciferina Gimme Shelter ed una Jumpin’ Jack Flash che non riesco a sentire in quanto anticipo l’uscita per evitare la folla. So benissimo che ormai ogni occasione di vedere dal vivo i Rolling Stones potrebbe essere l’ultima (e sarebbe da non perdere nonostante i prezzi dei biglietti non proprio popolari), ma se questo No Filter sarà il loro tour conclusivo, i “ragazzi” si saranno congedati ad un livello altissimo. Anche se mi aspetto comunque di vederceli ancora “tra i piedi” per diversi anni.

Marco Verdi

P.S: due parole anche per il breve set del gruppo spalla, una band inglese denominata The Struts, un quartetto che ha un solo album all’attivo ed un altro in preparazione: i ragazzi sono bravi, e ci hanno regalato mezz’ora di sano e piacevole rock anni settanta, con influenze sia hard che glam, qualcosa di Stones ma anche di Queen. Anzi, il cantante Luke Spiller, decisamente spigliato e con una gran voce, ricorda in maniera impressionante il giovane Freddie Mercury (se non ci credete, cercate il video del brano di Mike Oldfield Saliling, del quale Luke era voce solista https://www.youtube.com/watch?v=YgpS6dQVHbg ). Un gruppo da tenere d’occhio.

Lo Hanno Fatto Per Davvero…E Alla Grande! Rolling Stones – Blue And Lonesome

Rolling Stines - Blue&Lonesome

Rolling Stones – Blue And Lonesome – Polydor/Universal CD

Quando diversi mesi fa si era sparsa la voce non confermata di un possibile album a carattere blues da parte dei Rolling Stones, quindi molto prima dell’annuncio ufficiale avvenuto lo scorso 6 Ottobre, le reazioni erano state perlopiù scettiche, in quanto sembrava strano a tutti che un gruppo attento al marketing come loro, che non muove un passo che non sia studiato nei minimi dettagli (e che ama molto poco il rischio, basti vedere le scalette dei loro concerti, specie in grandi arene o stadi, da anni decisamente sovrapponibili data dopo data, in pratica un gigantesco greatest hits ambulante), potesse pubblicare un album così di nicchia come un disco di cover di classici del blues, soprattutto considerando il fatto che il loro ultimo lavoro di inediti di studio, A Bigger Bang, risaliva a ben undici anni fa. Pochi sapevano però che quel disco i nostri lo avevano già inciso, in tre giornate del Dicembre del 2015, e che conteneva effettivamente dodici riletture di brani a tema blues, e neppure tra i più famosi: ora che ho finalmente tra le mani Blue And Lonesome, uno degli album più attesi del 2016, posso affermare quindi che non solo le indiscrezioni erano vere, ma che siamo alle prese con un grandissimo disco, grezzo, diretto e ruspante come è giusto che sia un lavoro di questo tipo. Gli Stones hanno preso in esame canzoni che usavano suonare più di cinquant’anni fa, quando si esibivano nei piccoli club di Londra e non erano nemmeno famosi, una sorta di piccolo Bignami del più classico Chicago blues, ma suonato con la classe, l’esperienza ed il feeling di più di mezzo secolo di strada percorsa insieme.

Musica vera, potente, spontanea, suonata con grande forza e passione da un gruppo che non si è adagiato sugli allori di una carriera unica al mondo, ma che ha voluto rimettersi in gioco (un’ultima volta?) con un disco che è tutto meno che commerciale: tutti e quattro hanno registrato in presa diretta, e d’altronde tre giorni per fare un disco erano pochi anche negli anni sessanta, sotto la supervisione del produttore Don Was, che però non è dovuto intervenire più di tanto per determinare il risultato finale. Sapevamo che sia Keith Richards che Ron Wood sono cresciuti a pane e blues (mentre il background di Charlie Watts è più jazz), ma il dubbio era al massimo sulla resa da parte di Mick Jagger, dato che quando il cantante si è in passato espresso come solista, ha, quasi sempre, pubblicato solenni porcate: ebbene, il grande protagonista del CD è proprio Mick, che canta con una grinta ed una passione, unite alla sua voce eccellente e alla sua capacità di essere istrione delle quali non si dubitava di certo, che quasi sembra uno che per tutto questo tempo non abbia fatto altro che esibirsi in qualche fumoso juke joint di Chicago, a cui aggiungiamo un’abilità come armonicista che non gli ricordavo a questo livello. Come co-protagonisti nel disco troviamo nomi già ultranoti come il bassista Darryl Jones (che di recente ha espresso il legittimo desiderio di venire riconosciuto a tutti gli effetti un membro del gruppo, ma gli altri quattro non credo vogliano rinunciare ad una parte di guadagni per darla a lui), il grande Chuck Leavell al piano ed organo, con l’aggiunta dell’ottimo Matt Clifford sempre alle tastiere, del leggendario batterista Jim Keltner in un brano e, in due pezzi, l’inimitabile chitarra di Eric Clapton (che era nello studio attiguo a dare gli ultimi ritocchi al suo album I Still Do, uscito la scorsa primavera).

Come ho accennato, non ci sono classici blues straconosciuti (Robert Johnson non è presente nemmeno una volta tra gli autori), ma quasi sempre brani più oscuri, che per i nostri rappresentavano le radici, i primi passi, con Little Walter a spiccare come artista più omaggiato, subito seguito da Howlin’ Wolf ed altri; il CD (la cui copertina è l’unica cosa sulla quale ci si poteva spremere un po’ di più, sembra più un’antologia di brani blues che un disco nuovo) esce in due versioni: quella normale ed una deluxe in formato cofanetto che purtroppo costa circa trenta euro in più (tanti soldi!), pur non presentando canzoni aggiuntive, ma con uno splendido libretto ricco di foto tratte dalle sessions e con immagini dei bluesmen originali che hanno scritto i vari brani, oltre ad un ottimo saggio ad opera di Richard Havers, scrittore a sfondo musicale esperto di Stones. L’album inizia con Just Your Fool (Little Walter): subito gran ritmo e Mick che ci dà dentro di brutto all’armonica, suono spettacolare e grandissimo feeling (una costante del disco), un jumpin’ blues fatto alla maniera di una vera rock’n’roll band; una rullata potente ci introduce a Commit A Crime (Howlin’ Wolf), volutamente sporca e ruvida, con Keith e Ron che lavorano di brutto sullo sfondo e Mick che incalza da par suo, un pezzo teso e diretto come una lama, mentre la title track, ancora di Little Walter, è un blues lento, sudato, sexy e minaccioso come nella miglior tradizione delle Pietre, con il solito grande Jagger (un vero mattatore), un pezzo in cui avrei visto bene come ospite Stevie Ray Vaughan se fosse stato ancora tra noi. All Of Your Love (Magic Sam) mantiene l’atmosfera limacciosa e notturna, con ottimo lavoro di Jones e soprattutto di Leavell, grande classe: quello che emerge da questi primi quattro brani non è un mero esercizio calligrafico da parte di rockstar ricche e famose, ma musica suonata con grinta e passione come se avessero ancora la fame dei primi anni sessanta.

I Gotta Go (di nuovo Walter) è caratterizzata dal solito gran lavoro di armonica e dal ritmo spedito, con la splendida voce di Jagger a dominare un brano che nelle mani sbagliate poteva anche suonare scolastico; Everybody Knows About My Good Thing (Little Johnny Taylor) è il primo dei due pezzi con Clapton e, con tutto il rispetto per Richards e Wood, qui siamo su un altro pianeta: Eric avrà anche problemi alla schiena che lo hanno costretto a diradare l’attività, ma quando prende in mano la sua Fender per suonare il blues dà ancora dei punti a chiunque. La saltellante Ride ‘Em On Down, di Eddie Taylor, è puro e trascinante Chicago blues http://discoclub.myblog.it/2016/09/27/altro-tassello-nellinfinita-storia-delle-12-battute-eddie-taylor-session-diary-of-chicago-bluesman-1953-1957/ , con la sua puzza di fumo e whisky (e ca…spita se suonano!), Hate To See You Go, l’ultima delle quattro canzoni di Little Walter, è tutta costruita intorno ad un pressante riff di chitarra doppiato prima dall’armonica e poi dalla voce, un brano secco, tirato e potente, mentre Hoo Doo Blues (Lightnin’ Slim) assume ancora contorni minacciosi e viziosi, con strepitosi intrecci di armonica e chitarre, il tutto guidato dal drumming tonante ma preciso di Watts. Little Rain (Jimmy Reed) è lenta, quasi pigra, con Mick che si destreggia alla grande in questo blues sincopato dai toni afterhours; il CD si chiude con due brani scritti da Willie Dixon, uno per Howlin’ Wolf e l’altro per Otis Rush: la veloce e roccata Just Like I Treat You, ancora con Leavell in gran spolvero, e la fluida e vibrante I Can’t Quit You Baby (la più nota tra quelle presenti), ancora con Eric Clapton splendido Stone aggiunto.

Probabilmente il disco blues dell’anno, ed uno dei migliori di sempre degli Stones (capolavori esclusi): saranno anche la più grande rock’n’roll band di tutti i tempi, ma Blue And Lonesome dimostra che, se avessero voluto, potevano dire la loro anche come blues band.

Marco Verdi

Il “Solito” Live Degli Stones…Quindi Bello! The Rolling Stones – Havana Moon

rolling stones havana moon

The Rolling Stones – Havana Moon – Eagle Rock DVD – BluRay – DVD/2CD – DVD/3LP – Deluxe DVD/BluRay/2CD/Book

I Rolling Stones hanno pubblicato più dischi dal vivo negli ultimi vent’anni che nei trenta precedenti, praticamente ogni loro tour per così dire “recente” è stato seguito da una pubblicazione live: se poi aggiungiamo i dischi d’archivio (serie che al momento sembra essersi purtroppo interrotta), le ristampe (lo strepitoso box Totally Stripped) https://www.youtube.com/watch?v=8EWN8etWEsc , i concerti inediti del passato (Some Girls Live In Texas, Ladies And Gentlemen) ed i cofanetti multipli in DVD (i fantastici Forty Flicks e The Biggest Bang), siamo quasi a livelli da Grateful Dead. Il 25 Marzo di quest’anno le Pietre si sono esibite a Cuba, in un concerto per il quale la parola storico non è per una volta fuori luogo, in quanto è stata la prima volta in assoluto per una rock band nell’isola castrista: evento “doveva” essere, ed evento è stato, dato che i rockers britannici hanno suonato davanti ad una folla oceanica di circa un milione e duecentomila persone (il concerto era gratuito). La serata è stata prevedibilmente filmata e registrata, ed il risultato è questo Havana Moon (in uscita questo venerdì, 11 Novembre), pubblicato nella solita varietà di supporti come potete vedere sopra (e, solo per il mercato americano, esiste anche una versione BluRay + 2CD).

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Si sa che gli Stones, soprattutto quando si ritrovano davanti ad una quantità di pubblico considerevole, non amano molto rischiare in termini di scaletta, anzi vanno abbastanza sul sicuro proponendo bene o male sempre gli stessi successi, e cambiando al massimo due-tre canzoni da una serata all’altra. Nello specifico, la setlist di questo Havana Moon (che nel film ufficiale del concerto comprende solo tredici canzoni, ma le altre sono comunque presenti come bonus) non è molto diversa da quella dell’ultimo live dei nostri, Sweet Summer Sun, che tre anni fa aveva immortalato lo show di Hyde Park, a Londra: le megahit ci sono tutte, anche se in qualche caso in ordine diverso, da Start Me Up a Jumpin’ Jack Flash, a It’s Only Rock’n’Roll a Tumbling Dice a Honky Tonk Women a Paint It Black a Sympathy For The Devil a Brown Sugar a Miss You, fino al finale ormai fisso con la splendida You Can’t Always Get What You Want e la chiusura pirotecnica di Satisfaction.

Le varianti rispetto al live di tre anni fa sono la sempre coinvolgente All Down The Line (con un grande Ronnie Wood), la buon Out Of Control e la classica Angie, da sempre una delle loro ballate più popolari, dedicata questa sera, come dice Mick Jagger, ai “romanticos”. Un live inutile quindi? Assolutamente no, prima di tutto perché gli Stones sono sempre gli Stones, hanno un repertorio che non ha nessuno e suonano sempre da Dio, e nonostante il passare degli anni (e sia Keith Richards che Charlie Watts hanno avuto il buon gusto di non tingersi i capelli) non hanno perso un’oncia del loro smalto: basti guardarsi l’uno-due che per me è da anni la parte migliore del concerto, cioè le torride Midnight Rambler e Gimme Shelter suonate in successione, per rendersi conto che questi ultrasettantenni danno ancora la paga a tutte le band composte da ragazzi che potrebbero essere i loro nipoti. Il merito va anche in gran parte al gruppo di sostegno che gira con loro da tempo, soprattutto al potente bassista Darryl Jones ed al formidabile Chuck Leavell alle tastiere (mentre per questa serata cubana niente ospitate né per Bill Wyman né per Mick Taylor).

Un altro live quindi tutto da godere, inciso benissimo e con le riprese video di qualità strepitosa (e se siete indecisi su quale formato prendere, vi consiglio la parte visiva, è davvero emozionante trovarsi davanti ad un tale fiume di persone), un ottimo antipasto in attesa della portata principale che verrà servita a Dicembre, cioè l’attesissimo disco blues Blue And Lonesome https://www.youtube.com/watch?v=WXR_SFxMUss .

Marco Verdi

21 Anni Fa Era “Solo” Imperdibile, Ora E’ Indispensabile! The Rolling Stones – Totally Stripped

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The Rolling Stones – Totally Stripped – Eagle Vision DVD – Blu-ray – DVD/CD – Blu-ray/CD – DVD/2LP – Deluxe 4DVD/CD – 4Blu-ray/CD

Nel 1994 i Rolling Stones tornarono alla grande, a cinque anni dal discreto Steel Wheels, con l’eccellente Voodoo Lounge, di certo il loro miglior lavoro dai tempi di Tattoo You in poi: i quattro (Bill Wyman nel frattempo aveva mollato la baracca, ufficialmente per logorio fisico e mentale) intrapresero quindi un monumentale tour che li portò praticamente ovunque, e, limitatamente alle date europee, oltre ai soliti mega-concerti negli stadi ci fu qualche serata in piccoli club, giusto per riassaporare il clima degli esordi. Da tre di queste date, al Paradiso di Amsterdam, Olympia di Parigi e Brixton Academy di Londra (ma usando anche diverse registrazioni live in studio a Tokyo e Lisbona), venne tratto Stripped, un album dal vivo davvero magnifico, che vedeva le Pietre in forma super smagliante rivisitare pagine note e meno note del loro repertorio, con alcune vere e proprie chicche e, in molti casi, arrangiamenti quasi unplugged: per il sottoscritto ancora oggi Stripped è il secondo miglior live album di sempre degli Stones (archivi compresi), subito dopo l’intoccabile Get Yer Ya-Ya’s Out. Ora, a distanza di 21 anni (ormai gli anniversari vanno a casaccio) la Eagle Vision mette fuori una sontuosa ristampa di quel disco, intitolandola Totally Stripped, album che inizialmente doveva uscire solo in Giappone ma poi saggiamente si è deciso di rendere disponibile a tutti nella solita pletora di diverse versioni come potete vedere nell’intestazione del post (però esiste una Super Deluxe Edition esclusiva per il mercato nipponico, che comprende i quattro Blu-ray, il CD, il doppio LP, una maglietta ed un CD aggiuntivo con “ben” tre brani in più). Il DVD, o Blu-ray, principale (quello cioè che occupa tutte le versioni singole) è costituito da un bellissimo documentario già trasmesso all’epoca dalla BBC, ma qui potenziato, incentrato sulle sessions di Tokyo e Lisbona, oltre che sui concerti di Amsterdam, Parigi e Londra, con backstage, interviste, highlights dalle tre serate e performances inedite (come un rehearsal di Tumbling Dice) , ma il vero valore aggiunto si trova nelle versioni Deluxe, per una volta davvero da non perdere, che vedono presenti i tre concerti nella loro interezza, una vera goduria per gli occhi e per le orecchie e, nel caso di Amsterdam, un momento quasi leggendario della carriera dei nostri, una di quelle serate magiche che hanno contribuito a creare il mito, nelle quali l’ispirazione e lo stato di grazia si toccano quasi con mano. In tutti e tre i DVD si può comunque apprezzare a fondo un lato inedito degli Stones, che ormai associamo a mega-produzioni e concerti in luoghi immensi, ma che in queste serate in piccole sale tirano fuori il meglio, caricati sicuramente dal contatto ravvicinato con il pubblico, mostrando anche di divertirsi non poco, come se tornassero indietro di trent’anni almeno. Ma, documentario a parte, mi sembra giusto fare una disamina dettagliata delle tre serate, con una maggiore attenzione per la prima delle tre, non solo per la performance da cinque stelle ma anche per l’eccezionalità della scaletta.

Paradiso, Amsterdam: che la serata è di quelle giuste si capisce da subito, in quanto le Pietre iniziano subito con un uno-due da urlo, Not Fade Away di Buddy Holly e It’s All Over Now di Bobby Womack, due cover da loro incise ad inizio carriera ed assenti da una vita dalle setlists: Mick Jagger è più statico del solito (d’altronde il palco è piccolo) ma canta da Dio, Keith Richards e Ronnie Wood sono da subito sudati come muratori sotto il sole e Charlie Watts picchia sui tamburi col solito aplomb da vero Englishman, ed anche il resto della band mostra di essere sul pezzo (i soliti noti: il grande Chuck Leavell alle tastiere, Darryl Jones al basso, Bernard Fowler e la sensuale Lisa Fisher ai cori e la sezione fiati guidata dall’impareggiabile Bobby Keys). La rara Live With Me, elettrica e ficcante, prelude ad una bellissima Let It Bleed acustica, ma dal ritmo sempre alto, una gustosa versione quasi country-rock, con Wood superlativo alla slide, e ad una strascicata e sexy The Spider And The Fly, con Jagger marpione come non mai. Se pensate che la scaletta sia interessante, ecco arrivare la stupenda Beast Of Burden, uno dei loro migliori pezzi degli anni settanta ed in assoluto un errebi fantastico, suonata in maniera perfetta. Dopo un momento romantico con la nota Angie, ecco la sezione country del concerto, con tre brani da k.o. uno dietro l’altro (Wild Horses, mai così intensa, una Sweet Virginia che fa ballare anche il servizio d’ordine e la sensazionale Dead Flowers), seguite, e qui viene giù il teatro, dalla splendida Shine A Light (con Don Was ospite all’organo), un eccezionale soul-gospel-rock qui al suo esordio dal vivo (era su Exile On Main Street): questa è musica che si suona in Paradiso, e non mi riferisco al nome del locale. Anche Like A Rolling Stone è qui al suo debutto nella versione delle Pietre (Jagger scherza dicendo che Bob Dylan l’aveva scritta per loro), bella rilettura, potente, roccata, diretta, coinvolgente. E’ la volta di Keith cantare ben tre canzoni invece delle solite due, una Connection breve ma vibrante, con Jagger che invece di lasciare il palco come fa d’abitudine rimane ai cori, e due intensissime Slipping Away e The Worse, con Keef che non canterà bene come il suo partner ma ci mette il cuore e l’anima. Torna sul palco Mick per il gran finale, con una Gimme Shelter davvero diabolica, e consueto siparietto con una Lisa Fisher da mangiare con gli occhi, una tiratissima All Down The Line, con Ronnie che va giù di slide neanche fosse Johnny Winter, un uno-due a tutto rock’n’roll (Respectable e Rip This Joint) e, come bis, una curiosa Street Fighting Man suonata con strumenti acustici, ma dalla temperatura sempre alta. Uno dei più bei concerti in DVD di sempre.

Olympia, Paris: in questa serata tornano in scaletta diversi pezzi più mainstream, ma suonati anch’essi come se non ci fosse domani (Honky Tonk Women, che apre il concerto, Tumbling Dice, Miss You, ed il finale che mette in fila Start Me Up, It’s Only Rock’n’Roll, Brown Sugar e Jumpin’ Jack Flash), ma non mancano le chicche: tra tutte, Down in The Bottom, un bluesaccio di Howlin’ Wolf (e scritto da Willie Dixon) suonato elettroacustico con tre chitarre (anche Jagger) come se si fosse in una bettola di Chicago, e la sempre monumentale Midnight Rambler, allora non una presenza fissa in scaletta come oggi. Ottimi anche i due rock’n’roll tratti da Voodoo Lounge, You Got Me Rocking e I Go Wild.

Brixton Academy, London: una scaletta abbastanza simile alla precedente, ma che diventa imperdibile solo per la presenza della strepitosa Faraway Eyes, una delle più belle country songs di sempre (e non solo degli Stones), un capolavoro che, messo in fondo ad una sequenza con Dead Flowers e Sweet Virginia, crea un climax ai livelli di Amsterdam. Senza dimenticare una ruvida Black Limousine, il solito grande blues con Love In Vain (di Robert Johnson) e la rarissima, non me la ricordavo neanche, Monkey Man.

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E poi c’è il CD con il meglio delle tre performances, e questa è un’altra sorpresa, nel senso che non ricalca minimamente quello originale, ma sceglie brani diversi o in versioni differenti, eccetto un caso (Street Fighting Man da Amsterdam), andando a chiudere idealmente il cerchio aperto nel 1995. Solo per il concerto al Paradiso questo box non vi dovrebbe sfuggire, ma poi c’è anche il resto a testimoniare la più grande rock’n’roll band di sempre in uno dei suoi momenti più felici: ripeto, indispensabile https://www.youtube.com/watch?v=UZ0Y01fXrts .

Marco Verdi