Una Storia Complicata Ma Ricca Di “Gloria”. Joe Cocker – Mad Dog With Soul

joe cocker mad dog with soul

Joe Cocker – Mad Dog With Soul – Eagle Rock/Universal DVD

Sono passati ormai più di 2 anni dalla scomparsa di Joe Cocker http://discoclub.myblog.it/2014/12/23/conclusione-anno-terribile-livello-decessi-nellambito-musicale-ieri-morto-anche-lacciaio-sheffield-joe-cocker-1944-2014/ ,  quindi pareva quasi inevitabile che prima o poi al grande cantante di Sheffield venisse dedicato un documentario che ne tracciasse il percorso umano e musicale. Di DVD dal vivo di Cocker ne esistono molti, a partire dallo splendido Mad Dog And Englishmen, quello da avere assolutamente, e poi vari concerti dal vivo registrati soprattutto nella seconda parte della sua carriera, ma nessuno si era spinto a tracciare in modo così approfondito la sua biografia, e questo Mad Dog With Soul (titolo che dice già tutto) lo fa in modo eccellente, anche se come quasi tutti i vari tipi di “rockumentary”, lo fa, purtroppo, a scapito della musica, perché di materiale dal vivo ce n’è veramente poco. Intendiamoci, il film è fatto molto bene, con familiari, amici e musicisti che lo hanno conosciuto che raccontano la storia della sua travagliata vicenda con ricchezza di particolari, in modo molto umano, a tratti persino emozionante nei continui saliscendi della sua vicenda artistica e umana, ma su 90 minuti di durata (più altri 30 minuti di materiale extra), a voler esagerare, ci saranno dieci forse quindici minuti di pezzi tratti da concerti o apparizioni televisive, sempre in brevissimi spezzoni che finiscono praticamente quasi subito.

D’accordo, la storia è appassionante e ricca di colpi di scena, però il DVD non ha neppure i sottotitoli in italiano e qualche pezzo musicale completo ci sarebbe stato molto bene. Comunque la vicenda parte nell’Inghilterra della fine anni ‘50 attraverso le voci dei vari protagonisti: lo stesso Joe Cocker con interviste d’archivio, il fratello Victor, la vedova Pam Baker Cocker che entra nella vicenda solo verso la fine degli anni ’70, e poi Chris Stainton, Jerry Moss, Rita Coolidge, Billy Joel, Jimmy Webb, Randy Newman, uno dei suoi manager Michael Lang (proprio lui, l’organizzatore del Festival di Woodstock) e altri “interpreti minori”. Il film, tra l’altro parte alla grande, con un filmato di Joe Cocker, dal vivo a New York, nel 1970, che canta una With A Little Help From My Friends tratta dal tour di Mad Dog, con Leon Russell e il suo cilindro che lo affiancano, ma in meno di un minuto è già finito. E questo già indica come sarà il contenuto del film: interviste con un giovane ed arruffato Joe, spesso trasandato, timido, ma ancora dotato del bene dell’intelletto, che racconta di quando da bambino, intorno ai dodici anni, a casa, davanti allo specchio, si esercitava con una racchetta da tennis in quella che poi sarebbe stata definita “air guitar”; Phil Crookes, uno dei suoi primi amici nella Sheffield degli anni ’50, racconta che sin da allora Joe ascoltava molto la radio e aveva già sviluppato la sua passione per quello che sarebbe stato il faro e il modello di tutta la sua carriera, Ray Charles. Insomma, il film si vede con piacere, nella sua narrazione che ci porta dal primo brano di successo, scritto con Chris Stainton, Marjorine, al primo album, prodotto da Denny Cordell, e con Jimmy Page, Steve Winwood e altri luminari dell’epoca impegnati nel disco, l’incontro con i Beatles, Harrison e McCartney che gli regalano Something e She Came In Through The Bathroom Window, per il secondo disco, e anche quello con Jerry Moss, il boss dell’A&M che lo lancerà, dopo il grandissimo successo di Woodstock (anche qui proprio un filmato da intramuscolo, con Billy Joel che ricorda di averlo visto ed essere rimasto folgorato da quella voce incredibile).

E ancora, Rita Coolidge che ricorda l’esperienza del tour di Mad Dog, guidato da Leon Russell, delegato dallo stesso Cocker, e al termine del quale gli oltre 50 protagonisti erano praticamente senza un soldo, e Joe sviluppò la sua dipendenza per qualsiasi tipo di droga, alcol e pasticche, che nel giro di un anno lo avrebbero trasformato in una sorta di relitto umano, e  le foto e i filmati di un Joe Cocker simile a un barbone, ormai privo del lume della ragione sono impressionanti: fino al culmine del suo concerto di rientro, in cui c’era tutta l’industria discografica e Joe non riuscì non dico a cantare ma neppure a muoversi. Poi ci sono i tentativi di recupero con l’aiuto di Lang, alcuni momenti felici, dall’incontro con l’idolo (anzi il Dio)  Ray Charles, al piano di fianco ad un adorante Cocker mentre cantano You Are So Beautiful, a quello con la futura moglie Pam che dividerà con lui gran parte della vita, il ritorno al successo con Up Where We Belong in coppia con Jennifer Warnes e You Can Leave Uour Hat On, fino agli anni ’90 e oltre, quando grazie all’incontro con il nuovo manager (mollando Lang senza un ringraziamento), lo stesso di Tina Turner, tornerà ad essere una superstar in giro per tutto il mondo, anche se, aggiungo io,  i livelli qualitativi dei primi anni non verranno mai più raggiunti. Motivi quindi per guardare questo DVD ce ne sono, pur se con i limiti espressi all’inizio.

Bruno Conti

Ecco Un “Piccolo” Cofanetto Fatto Come Si Deve! Ian Hunter – Stranded In Reality Parte I

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*NDB. Come al solito quando Marco si lascia prendere la mano (ma per qualcosa che vale la pena) il contenuto del Post si allunga a dismisura, quindi dividiamo in due parti la recensione del cofanetto.

Ian Hunter – Stranded In Reality – Proper Box Set 28CD + 2DVD

Da sempre Ian Hunter è uno dei miei musicisti preferiti, in quanto per me rappresenta la quintessenza del cantante rock, con in più quel tocco dylaniano nel songwriting che non guasta (anzi): durante la sua lunga carriera, sia come frontman dei Mott The Hoople che da solista, ha mantenuto una qualità decisamente elevata, confermata circa due mesi fa dall’ottimo nuovo disco, Fingers Crossed. Per celebrare la parte solista del cammino discografico di Hunter, la Proper ha pubblicato (solo sul suo sito ed in una quantità limitata a 2.500 copie) questo Stranded In Reality, mastodontico box di ben 28 CD più due DVD, un’opera magnifica che ha il solo difetto di costare parecchio (250 sterline), ma che dimostra che quando si vuole è possibile gratificare i fans con prodotti di altissimo livello come questo. Infatti il box, oltre a comprendere tutti gli album solisti di Ian, sia quelli in studio (tranne l’ultimo, che è però appena uscito) sia i live ufficiali (e tutti in versione rimasterizzata ex novo, in confezione simil-LP e mantenendo tutte le bonus tracks delle varie edizioni deluxe uscite nel corso degli anni, ed ognuno con il suo bel booklet con testi e note), aggiunge ben nove CD quasi completamente inediti, tra brani in studio, outtakes, rarità assortite e canzoni dal vivo, e due DVD con performance varie ed anche in questo caso il più delle volte rare. In più, uno splendido libro con copertina dura e note di Ian stesso canzone per canzone, una rivista fittizia, intitolata Shades, che comprende recensioni ed articoli vari sul nostro pubblicati negli anni dalle più prestigiose testate inglesi, ed una foto autografata. Un cofanetto da leccarsi i baffi dunque, che vado a riepilogare per sommi capi, approfittandone anche per riassumere la carriera di un artista che secondo me andrebbe inserito nel novero dei grandi.

Ian Hunter (1975): il disco d’esordio di Ian è subito un classico. Con Mick Ronson come chitarra solista, partnership che proseguirà anche negli anni a seguire, Hunter ci regala un album che rappresenta alla perfezione la sua arte, a partire da Once Bitten, Twice Shy, un coinvolgente rock’n’roll ispirato da Chuck Berry, e che prosegue con la vigorosa Who Do You Love, la sontuosa Boy, una fantastica ballata di quasi nove minuti, l’acustica e toccante 3.000 Miles From Here, la solida The Truth, The Whole Truth, Nuthin’ But The Truth, con uno strepitoso assolo di Ronson, la vibrante e roccata I Get So Excited e, tra i bonus, le outtakes Colwater High e One Fine Day (entrambe con parti vocali incise nel 2005), che non avrebbero sfigurato sul disco originale.

All American Alien Boy (1976): registrato a New York con una superband (che vede Chris Stainton al piano, Jaco Pastorius al basso ed Aynsley Dunbar alla batteria, oltre a tre quarti dei Queen, cioè Freddie Mercury, Brian May e Roger Taylor ai cori nella ballad You Nearly Did Me In), questo è un altro grande disco, con più pezzi lenti rispetto all’esordio (ma Ian è un fuoriclasse anche nelle ballate), che si apre con la splendida Letter From Britannia To The Union Jack, una vera e propria missiva scritta con il cuore in mano da Ian al suo paese in profonda crisi, la scintillante title track, con gran lavoro di Pastorius, o la pianistica e bellissima Irene Wilde, una delle ballate più riuscite del nostro. Ma non sono da meno neanche Rape, dal sapore gospel, e la volutamente dylaniana God.

Overnight Angels (1977): un buon disco, molto più rock del precedente ma inferiore nel songwriting, un album poco considerato ma solido, con qualche buona canzone ed altre più normali. Golden Opportunity è un inizio potente e deciso come un pugno in faccia, ben bilanciato dalla pianistica Shallow Crystals, una rock ballad coi fiocchi. Ma la poco spontanea title track, un tentativo costruito a tavolino di scrivere una hit, non funziona, così come la pomposa Broadway; il resto si divide tra cose più riuscite ed altre meno (tra le prime la gradevole Miss Silver Dime e The Ballad Of Little Star, il miglior slow del disco), o veri e propri riempitivi come l’insulsa Wild’n’Free.

You’re Never Alone With A Schizofrenic (1979): al quarto disco Ian firma il suo capolavoro: con mezza E Street Band in session (Roy Bittan, Garry Tallent e Max Weinberg, più Ronson  di nuovo alla solista, l’ex Velvet Underground John Cale al piano in Bastard ed Eric Bloom dei Blue Oyster Cult ai cori) Schizofrenic è un grandissimo disco, quasi un greatest hits se si contano i futuri classici presenti. Grandi canzoni rock come Just Another Night, Cleveland Rocks, When The Daylight Comes (splendida) e Bastard, e superbe ballate come Ships, dal suono levigato, Standing In My Light e la straordinaria The Outsider, forse il più bel lento mai scritto dal nostro. Ma il disco brilla anche nei momenti meno noti, come il festoso errebi Wild East ed il boogie pianistico Life After Death; tra le bonus tracks, una Just Another Night più lenta ma altrettanto bella (con un grande Bittan) ed una scatenata versione del classico di Jerry Lee Lewis Whole Lotta Shakin’ Goin’ On.

Welcome To The Club (1979): la decade dei grandi dischi dal vivo si chiude con uno dei più belli, registrato al Roxy di Los Angeles, e che vede Hunter in forma strepitosa, ben coadiuvato da Ronson e da un gruppo che va come un treno. Dopo un inizio con la potente rilettura dello strumentale degli Shadows FBI, il doppio CD presenta versioni spiritate di classici di Ian solista ma anche dei Mott The Hoople (Angeline, poco conosciuta ma bellissima, All The Way From Memphis, I Wish I Was Your Mother, Walkin’ With A Mountain, il superclassico All The Young Dudes, One Of The Boys e The Golden Age Of Rock’n’Roll): un disco potente ma lucido ed ispirato anche nelle ballate (una Irene Wilde da favola), e con in fondo tre brani nuovi incisi in studio, dei quali il migliore è senza dubbio lo slow Silver Needles.

Short Back’n’Sides (1981): nonostante la presenza di due Clash, Topper Headon e soprattutto Mick Jones (che produce insieme a Ronson), questo esordio di Ian nella nuova decade è un disco un po’ involuto e senza particolari guizzi, con sonorità gonfie tipiche del periodo: si salvano Central Park’n’West, un pop-rock orecchiabile e coinvolgente nonostante l’uso massiccio di sintetizzatori, e la stupenda Old Records Never Die, ballata incisa la sera in cui viene assassinato John Lennon. Il resto, con la possibile eccezione della colorita I Need Your Love, un errebi alla Southside Johnny, è trascurabile (e Noises è proprio brutta): Hunter stesso, nelle note del book accluso al box, non è per nulla tenero verso questo album.

All Of The Good Ones Are Taken (1983): questo sarà l’ultimo disco di Ian negli anni ottanta (una decade nefasta per molti rockers), un album che non contiene classici futuri ma una media di canzoni migliore del precedente, anche se il sound è notevolmente peggiorato (Captain Void’n’The Video Jets fa davvero schifo): tra gli highlights abbiamo la bella title track, una rock song che risente solo in parte del suono dell’epoca (e presenta un paio di buoni interventi al sax di Clarence Clemons), il rock’n’roll un po’ bombastico di Every Step Of The Way, la bowiana Fun, l’orecchiabile That Girl Is Rock’n’Roll (ma troppi synth) e la soulful Seeing Double.

Yui Orta (1990): dopo sette lunghi anni di silenzio, Ian torna con l’unico disco accreditato a metà anche a Mick Ronson (che però si limita, si fa per dire, a suonare la solista ed a collaborare al songwriting), ed è un buon disco, un album rock con una produzione rutilante e con diverse buone canzoni, anche se non serve a rilanciare la figura del nostro. Hunter ritrova comunque grinta e smalto e le belle canzoni non mancano, come la potente rock ballad American Music, al livello dei suoi pezzi degli anni settanta, la seguente The Loner, diretta come un macigno, l’energica e vibrante Women’s Intuition, o ancora la trascinante Big Time, un rock’n’roll scatenato come ai bei tempi. E Livin’ In A Heart dimostra che il nostro è ancora in grado di scrivere ballate coi fiocchi.

Ian Hunter’s Dirty Laundry (1995): nel 1993 scompare tragicamente Mick Ronson, e Hunter va fino in Norvegia ad incidere il nuovo disco con musicisti locali. Le nuove generazioni conoscono poco il nostro, ed il fatto che Dirty Laundry esca per una piccola etichetta locale non aiuta di certo; è un peccato, perché il disco è il più riuscito dai tempi di Schizofrenic, un album di rock al 100%, grezzo, diretto e chitarristico, con brani come la ritmata Dancing On The Moon, la corale e splendida Good Girls, uno dei più bei rock’n’roll del nostro, la travolgente Never Trust A Blonde, rollingstoniana fino al midollo, la deliziosa Psycho Girl, tra rock e pop e con una fulgida melodia. Ma poi abbiamo anche la meravigliosa Scars, una sontuosa ballata elettroacustica e dylaniana, che avrebbe meritato ben altra sorte. E quelle che non ho citato non sono certo inferiori (Invisible Strings è splendida): un disco da riscoprire assolutamente.

BBC Live In Concert (1995): accreditato alla Hunter-Ronson Band, questo CD registrato a Londra nel 1989 è stato pubblicato anche per omaggiare lo scomparso Mick. Un ottimo live, ben suonato e con un Hunter in forma, che accanto a classici assodati (Once Bitten, Twice Shy, Just Another Night, Standing In My Light, Bastard, Irene Wilde), presenta ben sei brani in anteprima da Yui Orta, che uscirà di lì ad un anno (eccellenti How Much More Can I Take? e Big Time), ed anche un inedito, Wings, invero piuttosto trascurabile.

The Artful Dodger (1996): disco registrato in Norvegia come Dirty Laundry, ma con maggior dispendio di mezzi (all’epoca uscì per la Polydor), The Artful Dodger è meno rock e con più ballate del suo predecessore, ma ha il merito di rimettere in circolo il nome di Hunter. Un lavoro più che buono, che ha come brano centrale Michael Picasso, una toccante ballata dedicata all’amico Ronson, ma che presenta diversi pezzi sopra la media, come Too Much, uno slow d’atmosfera davvero riuscito, la superlativa Now Is The Time, il limpido folk-rock Something To Believe In, la cristallina (ed autobiografica) 23A, Swan Hill, o la title track, unico vero rock’n’roll del CD. Mentre il funk-rap di Skeletons era meglio se non ci fosse stato.

Fine Prima Parte.

Marco Verdi

Ca…spita Se Suonava(no), Uno Dei Migliori Concerti di Sempre Di Eric Clapton – Live In San Diego (With JJ Cale)

eric clapton live in san diego

Eric Clapton – Live In San Diego (With Special Guest JJ Cale) –  2 CD Reprise/Warner EU/

Come dicevo in fase di presentazione del disco, nella rubrica delle anticipazioni, più di un mese fa, lo scorso anno Eric Clapton ha annunciato il suo ritiro dalle scene, poi “fotografato” nei concerti di addio e nella pubblicazione dell’ottimo Slowhand At 70: Live At The Royal Albert Hall, e noi del Blog nel Post dedicato all’evento abbiamo titolato http://discoclub.myblog.it/2015/11/30/speriamo-che-ci-ripensi-eric-clapton-slowhand-at-70-live-at-the-royal-albert-hall/. In effetti il buon Eric da allora sembra averci ripensato: a maggio è uscito un nuovo album http://discoclub.myblog.it/2016/05/22/si-era-ritirato-fortuna-che-almeno-studio-lo-fa-eric-clapton-i-still-do/, preceduto da una serie di date in Giappone, in contemporanea alle date alla RAH lo scorso anno era uscita anche una raccolta Forever Man, dedicata al suo periodo con la Warner Bros e nel 2016 sembrava esserci  una nuova edizione del Crossroads Guitar Festival, ma era un refuso creato da un video in rete https://www.youtube.com/watch?v=Nn8tfnF39ek (in cui era caduto anche chi scrive)  e dall’apparizione di un cofanetto in 3 CD, peraltro bellissimo,con il meglio delle varie edizioni passate http://discoclub.myblog.it/2016/08/27/eric-clapton-guests-crossroads-revisited-i-dvd-ecco-il-cofanetto-triplo-i-cd/. Non contenti di tutto ciò ieri è uscito questo Live In San Diego di cui andiamo a parlare tra un attimo.

Breve premessa: in occasione della pubblicazione del disco The Road To Escondido, registrato in coppia con il suo amico e mentore JJ Cale, non fu intrapresa nessuna tournée particolare per promuovere l’album, per la nota riluttanza di Cale ad esibirsi dal vivo, ma Eric Clapton era già in giro per gli Stati Uniti con una super band. dove oltre ad Eric, alle chitarre c’erano anche Derek Trucks Doyle Bramhall II, entrambi presenti nel disco, oltre a Willie Weeks al basso e Steve Jordan alla batteria, più le doppie tastiere di Tim Carmon Chris Stainton, e le vocalist aggiunte Michelle John Sharon White, per dirla alla Pozzetto, una band della Madonna! Allora Clapton era in uno dei suoi vari vertici espressivi e il tour, in particolare la data al iPayOne Center di San Diego, dove Cale si unì alla compagnia per eseguire cinque brani nel corso del concerto, sono tra le cose migliori mai sentite (almeno dal sottoscritto) nell’intera carriera concertistica di Manolenta, una serata magica, non ancora inficiata dai problemi di salute, parlando con serietà dell’annunciato ritiro, causati dalla malattia degenerativa nervosa, una neuropatia periferica, che gli procura dei dolori molto forti che gli impediscono di suonare come lui sa, o comunque ne limitano parecchio il lavoro chitarristico.

Quel tour fu anche l’occasione per Eric, avendo altri due chitarristi in formazione, di proporre molti brani tratti dal disco classico di Derek And Dominos Layla & Other Assorted Love Songs: e infatti il concerto si apre con ben cinque brani tratti da quell’album splendido. In tutto il concerto le chitarre, e quella di Eric in particolare, sono il punto nodale dell’esibizione, con una serie di assoli fluidi e ricchi di tecnica ed improvvisazione, come solo in particolari e rare occasioni è dato sentire, La tetralogia di brani tratti da Layla si apre con una vibrante Tell The Truth, dove la slide di Derek Trucks si divide subito gli spazi solisti che le chitarre di Clapton e Bramhall, mentre la band crea un suono potente e corale, dove Doyle e le coriste sostengono con le loro voci quella di Eric e anche tastiere e ritmica sono immediatamente sul pezzo. Key To The Highway è uno degli standard assoluti del blues, qui ripresa in una versione elettrica e vibrante che non ha nulla da invidiare a quella  del disco originale, sempre con Bramhall II nella parte di seconda voce che fu di Bobby Whitlock,  la slide guizzante di Trucks nel ruolo di Duane Allman e il piano di Stainton a cesellare note. Ottima anche la ripresa di Got To Get Better In A Little While con la batteria di Steve Jordan che trovato un groove funky e coinvolgente non lo molla più, ben coadiuvato da tutta la band, Willie Weeks in particolare, mentre la versione di Little Wing, il pezzo di Jimi Hendrix che nel corso degli anni è diventato a sua volta uno standard nei concerti di Clapton, questa volta è più vicina al mood della ballata originale di Jimi, meno “galoppante”, più lenta e sognante, splendida e liquida come sempre, a parere di chi scrive una della dieci canzoni più belle della storia del rock, Per concludere la prima parte del concerto rimane Anyday, brano scritto con la collaborazione di Whitlock, un altro blues got rock got soul che esemplifica alla perfezione lo spirito e l’ispirazione di quell’album seminale per la carriera solista di Eric.

A questo punto viene chiamato sul palco JJ Cale per un quartetto di brani tratti dal meglio del suo repertorio e uno tratto da The Road To Escondido: bellissima l’apertura con Anyway The Wind Blows, che ci introduce subito al sound pigro e ciondolante tipico dei brani di Cale, per cui è stato coniato giustamente il termine laidback, JJ e Enrico la cantano all’unisono e il brano che si intensifica lentamente in un crescendo inesorabile si gusta alla grande, seguita da After Midnight, il brano apparso nel primo album di solista di Clapton, quello dove c’erano Delaney & Bonnie, e che fece conoscere il musicista dell’Oklahoma al mondo intero, con la band che si adegua allo stile più raccolto e meno scintillante di Cale, con i vari solisti più misurati nei loro interventi. Who I Am Telling You? è una delle canzoni meno conosciute del songbook di JJ, ai tempi era nuovissima, ma fa la sua bella figura, una ballata pianistica calda ed avvolgente, cantata a voci alternate; Don’t Cry Sister è un pezzo di taglio blues-rock, appariva su 5, forse non ha la fama di altre canzoni di Cale, ma conferma il gusto squisito e la finezza delle composizioni del chitarrista americano, anche nella versione che appare in questo Live In San Diego. Il riff di Cocaine è entrato nel subconscio di tutti gli amanti della musica rock, inconfondibile ed inesorabile, ti prende e ti trascina in un gorgo di sensazioni senza tempo che ammaliano il pubblico presente, assoli brevi e concisi per tutti, ma grande musica.

La parte finale del concerto è quella più blues, ma anche dei classici: Motherless Children, un altro dei riff più noti del canzoniere di Enrico, con l’uso della doppia slide e l’andatura incalzante tipica di questa versione dello standard di Blind Willie Johnson. Poi una versione monstre di Little Queen Of Spades, oltre diciassette minuti per questo brano di Robert Johnson che Clapton eseguiva già negli anni ’70, ma ha riscoperto nell’ultimo periodo, la versione di San Diego di questo slow blues è una delle più belle mai sentite, con il piano di Stainton che si prende i suoi spazi in vari momenti del pezzo e la solista di Eric che ci regala un primo assolo fluido e tagliente, nella migliore tradizione di quello che è stato definito, non a caso, “God”, per il suo stile unico ed inarrivabile (anche se l’arrivo di Hendrix da un altro universo, ai tempi gli creò non pochi problemi), nel prosieguo del brano anche Bramhall e la slide di Trucks hanno diritto ai loro interventi, fino al tripudio finale. Nel greatest hits di Clapton anche Further On Up The Road, uno splendido shuffle con uso di chitarre e assolo di organo, ha il suo giusto spazio, mentre Wonderful Tonight è una delle sue ballate più note, forse un filo caramellosa ma non può mancare nei concerti del nostro, scritta ai tempi per Pattie Boyd, rimane una delle più belle canzoni amore della storia della musica rock e la versione di San Diego non è priva di finezze, mentre Layla è un altro dei dieci pezzi rock all-time preferiti dal sottoscritto, qui riproposto nella prima versione, con Derek Trucks impegnato alla slide a non far rimpiangere quella che fu la parte di Duane Allman, e devo dire che ci riesce, in una versione gagliarda ed imperiosa, elettrica e vibrante, in una parola, splendida. Per l’ultimo brano, visto che i chitarristi erano pochi, sale sul palco pure Robert Cray, anche voce solista, in una ripresa solida e poderosa di un altro degli highlights del repertorio di Clapton, Crossroads, intensa e palpitante in un vorticoso interscambio di chitarre, per un trionfo del rock e del blues. Grande concerto, direi imperdibile, senza tema di ripetermi.

*NDB Anche se la presenza di tanti filmati del concerto in rete mi fa sperare (o temere) che prima o poi uscirà anche la versione video.

Bruno Conti

Ma Non Si Era Ritirato? Per Fortuna Che Almeno In Studio “Lo Fa Ancora”! Eric Clapton – I Still Do

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Eric Clapton – I Still Do – Bushbranch/Surfdog CD

Lo scorso anno Eric Clapton ha annunciato il ritiro dall’attività live, almeno per quanto riguarda le tournée vere e proprie (un mese fa si è però esibito in una serie di cinque concerti al mitico Budokan di Tokyo), celebrando l’evento con lo splendido Slowhand At 70, registrato nella sua location preferita, la Royal Albert Hall (e infatti noi come avevamo titolato? http://discoclub.myblog.it/2015/11/30/speriamo-che-ci-ripensi-eric-clapton-slowhand-at-70-live-at-the-royal-albert-hall/ . Per fortuna Clapton non sembrerebbe intenzionato ad interrompere anche il suo cammino per quanto riguarda gli album in studio (anche se le ultimissime dichiarazioni lascerebbero presagire il contrario, ma non ci voglio credere), ed ecco quindi arrivare fresco fresco I Still Do, nuovo lavoro del chitarrista inglese e titolo che è tutto un programma. Dopo almeno 25 anni di passaggi a vuoto, Eric si è rimesso a fare dei bei dischi dal 2010 (Clapton) http://discoclub.myblog.it/2010/09/10/provare-per-credere-eric-clapton-clapton/ , almeno per quanto riguarda i lavori “normali”, escludendo quindi i live, gli album a tema blues (From The Cradle, Me & Mr. Johnson) ed i CD in duo con altri, come quello con B.B. King o The Road To Escondido con J.J. Cale: in tutti questi casi infatti il nostro non aveva mai deluso, mentre nei lavori composti da materiale originale (anche se in tutti i suoi dischi si trovano sempre diverse cover) sembrava che si fosse inceppato qualcosa, fino appunto a sei anni fa. I Still Do, nel quale Eric torna a collaborare con il leggendario produttore Glyn Johns (già con lui nel mitico Slowhand e anche nel successivo Backless), è un buon disco, che alterna come al solito qualche brano originale, alcuni blues e diverse ballate, un lavoro suonato con la consueta classe e maestria che ogni tanto sconfina un po’ nella routine e nel mestiere. Ma Clapton ormai è un musicista che non deve dimostrare più niente, ha raggiunto un’età ed uno status che gli consentono di fare la musica che vuole e come vuole, e non siamo certo noi a dovergli dire che direzione prendere.

I Still Do è in ogni caso un CD che si ascolta con indubbio piacere e, anche se a mio parere è inferiore di uno scalino rispetto sia a Clapton che a The Breeze (nel quale comunque il nostro era aiutato da gente del calibro di Tom Petty, Mark Knopfler e Willie Nelson) e di due scalini al bellissimo Old Sock http://discoclub.myblog.it/2013/03/16/manolenta-va-ai-caraibi-eric-clapton-old-sock/ , è comunque di gran lunga superiore a dischi pasticciati ed altalenanti come Pilgrim, Reptile e Back Home. Il suono è splendido, ed Eric è coadiuvato dal solito manipolo di fuoriclasse, tra cui spiccano i fedelissimi Andy Faiweather-Low alla chitarra ritmica, Paul Carrack all’organo, Simon Climie alle chitarre e tastiere e Chris Stainton al piano (un fenomeno), con l’aggiunta della batteria di Henry Spinetti, del figlio di Johns, Ethan, alle percussioni, delle voci di Michelle John e Sharon White, e soprattutto, in molti brani, di Dirk Powell alla fisarmonica, uno strumento non usuale per Clapton, ma che dona un sapore diverso alle canzoni.

Il CD inizia in maniera potente con Alabama Woman Blues, un classico di Leroy Carr, un blues del tipo che Eric mastica a colazione, ma eseguito con classe immensa e con il gruppo che suona da Dio (Stainton su tutti, ed anche la fisa inizia a farsi sentire), e poi il sound è spettacolare. Can’t Let You Do It è l’omaggio che ormai non può mancare a J.J. Cale, con Eric che adotta il tipico stile vocale e chitarristico laidback del vecchio amico, un pezzo che non avrebbe sfigurato su The Breeze…ed il ragazzo alla sei corde ci sa sempre fare! I Will Be There è un brano del songwriter iralndese Paul Brady, e vede alla seconda chitarra e voce il fantomatico Angelo Mysterioso: tutti subito a pensare ad una vecchia collaborazione lasciata nei cassetti con George Harrison, dato che lo stesso soprannome era stato dato all’ex Beatle (ma con la “i” al posto della “y”) nella versione originale di Badge dei Cream. Clapton però si è affrettato a smentire, e dall’ascolto non sembra neppure il figlio di George, Dhani, come qualcuno aveva ipotizzato: a monte di tutto la canzone è molto bella, fluida, rilassata, e suonata al solito molto bene, con un tempo leggermente reggae, un genere che non amo particolarmente ma qui ci sta. Spiral (il primo dei due brani originali) è il primo singolo, un rock-blues lento ed abbastanza attendista, con la chitarrona in evidenza e gran lavoro di Carrack all’organo, anche se dal punto di vista compositivo non è tra le migliori, mentre Catch The Blues, secondo ed ultimo pezzo scritto da Eric, sembra quasi un brano di Santana per il suo gioco di chitarra e percussioni, Manolenta canta in maniera rilassata e la canzone risulta raffinata ma non stucchevole.

Con Cypress Grove (un brano antico di Skip James) Enrico torna al sound robusto di quando suona blues elettrico, un pezzo dal sapore tradizionale ma dalla strumentazione decisamente rock, anche se qui affiora una certa routine; Little Man, You’ve Had A Busy Day è un oscuro brano del passato, inciso anche da Elsie Carlisle e Sarah Vaughn, una versione elettroacustica che vede il nostro affrontare un tipico motivo d’altri tempi con notevole classe ed una punta di mestiere. Sembra strano che esistano ancora dei brani di Robert Johnson che Eric debba ancora affrontare, ma è questo il caso di Stones In My Passway (che però veniva eseguito nel DVD incluso in Sessions For Robert J.), un blues suonato in maniera abbastanza canonica, nobilitato comunque dall’utilizzo della fisarmonica e dalla voce grintosa del leader. Nel corso della carriera Eric ha inciso più volte brani di Bob Dylan, passando dal famosissimo (Knockin’ On Heaven’s Door) al meno noto (Born In Time) o addirittura all’inedito (Walk Out In The Rain, If I Don’t Be There By Morning): I Dreamed I Saw St. Augustine non è tra le più famose di Bob, ma è una scelta da intenditori (era su John Wesley Harding), ed è eseguita in maniera molto diversa dall’originale, con la fisa che è quasi lo strumento guida (mai usato così tanto da Eric), con il nostro che canta da par suo e costruisce un ottimo arrangiamento da rock ballad classica, con un coro alle spalle a dare il tocco gospel. I’ll Be Alright è un traditional nelle quali Clapton assume le vesti del folksinger (il brano è incredibilmente simile a We Shall Overcome, anche nel testo), e lo fa con risultati egregi: un pezzo di grande pathos, bel gioco di voci tra Eric ed il coro e solita chitarra super, un Clapton diverso ma di indubbio fascino.

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Somebody’s Knockin’, ancora JJ Cale, è una via di mezzo tra il classico stile del musicista dell’Oklahoma ed un blues alla Clapton, con Eric che canta bene e suona meglio; l’album si chiude con I’ll Be Seeing You, uno standard jazz interpretato ancora con classe e finezza, un brano quasi afterhours con il piano a guidare le danze ed Eric che smette i panni della rockstar per fare il crooner. Pensavate non ci fosse anche l’edizione deluxe? E invece c’è, ed è pure costosissima, un cofanetto rivestito in tessuto jeans e con all’interno, tra le altre cose, una USB a forma di “vacuum-tube”, ovvero la valvola degli amplificatori, e, a livello musicale, “ben” due bonus tracks, Lonesome e Freight Train (che ad oggi non sono ancora disponibili per l’ascolto).

Quindi un altro buon album da parte di Eric “Manolenta” Clapton, anche se non il migliore della sua discografia, ma un CD piacevole, ben fatto, ottimamente suonato e che alla fine dei conti è destinato a venire inserito tra i suoi più positivi degli ultimi anni.

Marco Verdi