Un Quasi Veterano Ed Un Quasi Esordiente, Con La Regia Di Dave Cobb: Che Bravi Entrambi! Chris Stapleton – From A Room, Vol.1/Colter Wall – Colter Wall

chris stapleton from a room vol.1 colter wall colter wall

Chris Stapleton – From A Room, Vol. 1 – Mercury/Universal CD

Colter Wall – Colter Wall – Young Mary’s Record Co./Thirty Tigers CD

Oggi vi parlo di due dischi nuovi di zecca, due album solo apparentemente simili, che hanno come comune denominatore il fatto di avere entrambi l’ormai onnipresente (ma bravissimo) Dave Cobb alla produzione. Ho definito Chris Stapleton un quasi veterano dato che, malgrado abbia alle spalle un solo disco, lo splendido Traveller, era già conosciuto da qualche anno nel mondo di Nashville come apprezzato songwriter per conto terzi: il grande successo di Traveller, che dimostra che a volte la musica di qualità riesce ancora a vendere, ha poi fatto balzare Chris in cima a tutte le classifiche di gradimento, facendolo diventare richiestissimo sia come autore che come ospite nei dischi dei suoi colleghi, ed oggi è uno dei maggiori esponenti di un certo country-rock classico, ed ammirato anche da vere e proprie leggende come Willie Nelson. From A Room, Vol. 1 è il suo nuovo lavoro, nove canzoni di puro rockin’ country, forse ancora più rock che in Traveller, un disco che, nei suoi 32 minuti, appare ancora più immediato del suo predecessore e, per certi versi, anche più compatto (ed il secondo volume pare sia già pronto ed in uscita entro fine anno). Stapleton è accompagnato da un gruppo ristretto ma decisamente valido di musicisti, che comprende, oltre allo stesso Cobb, il grande armonicista Mickey Raphael, l’ottimo Robbie Turner alla steel, la sezione ritmica di J.T. Cure al basso e Derek Mixon alla batteria, oltre al bravissimo Mike Webb al piano ed organo ed alla moglie di Chris, Morgane Stapleton, alle armonie vocali in quasi tutti i pezzi.

Nove brani, di cui otto originali ed una cover, una versione deliziosa e soulful di Last Thing I Needed, First Thing This Morning, un vecchio brano di Gary P. Nunn reso popolare proprio da Willie Nelson. L’album parte alla grande con Broken Halos, splendida ballata dall’incedere classico e suono potente, perfetto per la grande voce di Chris, un brano superlativo sotto ogni punto di vista. Second One To Know è una gran bella rock’n’roll song, robusta, elettrica, dal sapore sudista, un tipo di canzone che i Lynyrd Skynyrd non scrivono più da molto tempo, Up To No Good Livin’ è una country ballad fulgida e cristallina, mentre l’intensa Either Way vede il nostro in perfetta solitudine e capace di una performance vocale da brividi. Poi ci sono anche la sontuosa rock song I Was Wrong, decisamente anni settanta, la fluida Without Your Love, ancora molto southern (e molto bella), il saltellante e trascinante country-boogie chitarristico Them Stems e Death Row, sinuosa, annerita, bluesy e quasi nello stile swamp di Tony Joe White, che conclude un disco splendido, esemplare per qualità e sintesi.

Colter Wall è un giovane canadese di appena 21 anni, ma che dalla voce, talmente baritonale ed adulta da far pensare quasi ad un discepolo di Johnny Cash (anche se il timbro è diverso) e dallo stile, sembra un americano con già alle spalle una carriera trentennale. Colter Wall, il suo disco omonimo, non è il suo esordio assoluto, in quanto il nostro ha debuttato nel 2015 con un EP di sette canzoni intitolato Imaginary Appalachia, ma è con questo disco che Colter conta di farsi notare su scala più larga. E Colter Wall è un gran bel disco, un album di canzoni vere ed intense, scritte dal nostro con un piglio davvero da veterano, un sound abbastanza scarno e più folk che country, con Cobb solito abile dosatore di suoni ed un gruppo ancora più ristretto che nell’album di Stapleton: alcuni nomi sono in comune (Turner e Webb), mentre al basso e batteria troviamo rispettivamente Jason Simpson e Chris Powell; rispetto al disco di Stapleton, poi, manca totalmente la componente rock, le chitarre sono rigorosamente acustiche e le atmosfere decisamente più intime, ma il livello qualitativo è senza dubbio lo stesso. Il lavoro si apre con Thirteen Silver Dollars, una folk tune splendida, pura e deliziosa, con inizialmente solo Colter voce e chitarra, ma con una spettacolare entrata della sezione ritmica dopo quasi due minuti (e che voce il ragazzo, sembra impossibile che sia, per la legge americana, da poco maggiorenne); bella anche Codeine Dream, toccante brano dall’atmosfera spoglia e malinconica (solo chitarra e dobro sono presenti), ma dal pathos altissimo, un pezzo degno di Townes Van Zandt.

E proprio il grande texano, una delle sue principali influenze, è omaggiato con una cover di Snake Mountain Blues, intensa come solo Townes sapeva fare, ma poi abbiamo altre notevoli canzoni scritte da Wall, come la western ballad Me And Big Dave, che risente invece della lezione di Waylon Jennings, lo squisito country-folk Motorcycle, con Colter che riesce a coinvolgere anche con tre strumenti in croce, o la strepitosa Kate McCannon, un drammatico racconto tra West e folk dall’impatto straordinario, ancora con Van Zandt nei cromosomi. Chiudono questo album sorprendente You Look To Yours, un honky-tonk purissimo, la fulgida e breve Fraulein, un traditional poco noto ed interpretato in duetto con Tyler Childers (altro musicista misconosciuto), e le profonde Trascendent Ramblin’ Railroad Blues e Bald Butte, che confermano la statura di autore del nostro. Due dischi bellissimi, uno forse più immediato (Chris Stapleton), l’altro più intenso (Colter Wall), ma comunque due lavori che quest’anno ascolteremo parecchio: non so indicarvi quale mi piace di più e quindi, nel dubbio, accaparrateveli entrambi.

Marco Verdi

 

Una Grande Serata Di Vero Country In Quel Di Austin! Outlaw: Celebrating The Music Of Waylon Jennings

outlaw celebrating waylon jennings

Outlaw: Celebrating The Music Of Waylon Jennings – Legacy/Sony CD/DVD

Splendido tributo alla musica di Waylon Jennings, uno dei più importanti musicisti country di tutti i tempi, vera leggenda in Texas, ed esponente di punta insieme a Willie Nelson del cosiddetto movimento “Outlaw Country”, che negli anni settanta si contrapponeva al country più commerciale che veniva prodotto a Nashville. Il concerto si è tenuto quasi due anni fa, il 6 Luglio del 2015, al Moody Theatre di Austin, ed è stata una grande serata, nella quale si sono dati appuntamento una lunga serie di amici e discepoli di Waylon (più i secondi dei primi, purtroppo molti sono da tempo in cielo a far compagnia a Jennings) per suonare alcuni tra i brani più noti del grande texano, la cui influenza si è fatta sentire di più dopo la scomparsa (avvenuta nel 2002 in seguito a complicazioni dovute ad una grave forma di diabete, ma conseguenza di una vita nella quale il nostro non si era fatto mancare niente) che nel periodo di attività, complice una discografia non sempre all’altezza, specie negli anni ottanta. Ora la Legacy pubblica finalmente il resoconto di quella serata, in versione CD con DVD allegato, in modo da far godere anche noi delle performances dedicate a Waylon, un concerto nel quale gli invitati hanno dato veramente il meglio di loro stessi, sia i fuoriclasse (e ce n’erano parecchi), sia quelli che a prima vista poco c’entravano con il barbuto countryman texano; in tutti i brani, poi, troviamo la solita house band da sogno che non manca mai in queste occasioni: Don Was al basso, produzione e direzione musicale (ed ultimamente il riccioluto Don non se ne perde uno di questi tributi), Buddy Miller e Patrick Buchanan alle chitarre, Matt Rollings alle tastiere, l’ottimo Robby Turner alla steel guitar, Mickey Raphael all’armonica (da sempre nella band di Willie Nelson), ben due batteristi (Raymond Weber e Richie Albright) e tre coristi.

Il DVD rispetto al CD contiene due brani in più (curiosamente entrambi con protagonista Sturgill Simpson, che quindi nella parte audio non compare – NDM: la presente recensione è fatta sul CD, sorry Sturgill…) più varie interviste agli ospiti che parlano chiaramente di Waylon; da segnalare purtroppo l’assenza di Billy Joe Shaver, che si può spiegare forse solo con il suo precario stato di salute, anche se è una mancanza che pesa non poco. La serata inizia alla grande con una delle performances migliori, grazie all’ottimo Chris Stapleton che propone una versione mossa e tonica, decisamente rock’n’roll, di Ain’t Living Long Like This, il brano di Rodney Crowell che Waylon fece suo nell’ormai lontano 1979, un avvio potente e trascinante, con ottimi interventi di piano e steel; il figlio di Waylon, Shooter Jennings, non si fa contaminare da sonorità strane come spesso fa ultimamente nei suoi dischi, anzi riesce anche a toccare le corde giuste con Whistlers And Jugglers, uno slow classico e con la giusta dose di pathos (splendido Rollings al piano, e strepitoso il finale chitarristico, molto southern), mentre la riunione di famiglia continua con la moglie di Waylon, e madre di Shooter, Jessi Colter, che emoziona con la sua Mona (se siete veneti non fraintendete quest’ultima frase per favore), solo voce e piano ma tanto feeling.

Sale sul palco la prima leggenda vivente della serata: Bobby Bare è un contemporaneo di Waylon, ed uno dei grandi del country, e la sua Only Daddy That’ll Walk The Line è piena di ritmo e grinta nonostante l’età avanzata del nostro; la voce limpida di Lee Ann Womack affronta molto bene la melodica Ride Me Down Easy (proprio di Shaver) e, in duetto con Buddy Miller, la cristallina Yours Love, ed anche il bravissimo Jamey Johnson strappa applausi a scena aperta con Freedom To Stay, country ballad classica cantata con il cuore in mano. La brava Kacey Musgraves sembra ferma agli anni sessanta, sia come stile che come look, e con The Wurlitzer Prize mantiene entrambi i piedi ben saldi in quel periodo, mentre Robert Earl Keen è uno dei migliori texani della generazione successiva a quella di Waylon, ma questa sera la sua rilettura di Are You Sure Hank Done It This Way ha qualcosa che non va, troppo elettrica e rock, quasi monolitica, molto meglio l’arrangiamento originale; Kris Kristofferson non ha certo bisogno di presentazioni, è uno dei grandissimi e non solo della musica country, uno che potrebbe cantare qualsiasi cosa: stasera sceglie I Do Believe, uno slow dall’accompagnamento leggero e con al centro la voce vissuta di Kris che, inutile dirlo, la fa diventare quasi una sua canzone. Strepitoso Ryan Bingham con Rainy Day Woman, in un arrangiamento grintoso e rock ma rispettoso della struttura country dell’originale, un brano che la voce ruvida di Ryan affronta senza problemi (e la steel di Turner è monumentale); sale sul palco Alison Krauss per due pezzi, la dolcissima Dreaming My Dreams With You (splendida la voce della bionda cantante e violinista) e, con Jamey Johnson, una mossa, ritmata e coinvolgente I Ain’t The One, dal deciso sapore sudista.

Toby Keith ed Eric Church non sono certo tra i miei countrymen preferiti, ma stasera non deludono, anzi convincono con due riletture serie e sentite di Honky Tonk Heroes e Lonesome, On’ry And Mean rispettivamente. E’ la volta del grande Willie Nelson, che sale sul palco e non scenderà più fino alla fine: Willie non è più quello di qualche anno fa, canta a fatica, in alcuni momenti sembra perfino a corto di fiato, ma ovviamente non poteva mancare, e comunque sopperisce con la sua presenza magnetica ed il suo immenso carisma (e poi chitarristicamente è ancora un portento); inizia da solo con la nota ‘Til I Gain Control Again, ancora di Crowell, e, in duetto rispettivamente con Keith e Stapleton, le mitiche Mammas Don’t Let Your Babies Grow Up To Be Cowboys e My Heroes Have Always Been Cowboys, entrambe splendide, tra gli highlights dello show. Finale da urlo con la meravigliosa Highwayman, con Willie e Kris che fanno loro stessi, Shooter al posto del padre e Johnson in luogo di Johnny Cash, e poi tutti sul palco per la celebrazione finale con Luckenback, Texas, una delle canzoni-manifesto di Waylon. Un ottimo tributo: era ora che a tredici anni dalla sua scomparsa qualcuno si decidesse ad omaggiare Waylon Jennings in maniera adeguata.

Marco Verdi

Pure In Michigan Sanno Fare Del Sano Country! Frankie Ballard – El Rio

frankie ballard el rio

Frankie Ballard – El Rio – Warner Nashville CD

Countryman originario del Michigan, terra di rockers più che di cowboys, Frankie Ballard è da anni emigrato a Nashville, ma si è subito sistemato dalla parte giusta della città, sfruttando abilmente anche connessioni non proprio impeccabili, come i Lady Antebellum, con i quali è andato in tour per farsi conoscere meglio: ed i risultati si sono visti, dato che il suo secondo album del 2014, Sunshine & Whiskey (che seguiva di tre anni il debutto, Frankie Ballard) è riuscito ad entrare nella Top 5 country. Tutto questo non certo a discapito della qualità, come dimostra il suo terzo lavoro, El Rio, destinato a proseguire il cammino del suo fortunato predecessore: Ballard è un countryman dal pelo duro, che affronta le canzoni con piglio da rocker, mettendosi alla testa di un combo ridotto ma solido, formato da Rob McNelley alle chitarre, Sean Hurley al basso, Aaron Sterling alla batteria e Tim Lauer alle tastiere. Niente violini e steel quindi (che pure sarebbero bene accetti), ma strumentazione classica per un suono forte, diretto e limpido (anche nelle ballate), al servizio della voce leggermente arrochita del nostro: le ciliegine sulla torta sono la produzione professionale di Marshall Altman (Amy Grant, Marc Broussard), che dona al disco un suono adatto alle radio ma senza annacquarlo troppo con derive pop, ed uno stuolo di rinomati songwriter che collaborano con Frankie alla stesura delle canzoni: Chris Stapleton su tutti, ma anche Craig Wiseman, Mando Saenz e Chris Janson.

El Camino dà il via al disco in maniera superlativa, un rockin’ country irresistibile, gran ritmo, melodia contagiosa, chitarre roboanti e ottimo ritornello, insomma quanto di meglio possa offrire un brano di questo tipo (è il primo dei due pezzi in cui è coinvolto Stapleton, e si sente) https://www.youtube.com/watch?v=tsbF4-IGr0s . Cigarette è un brano meno country e più rock, ben arrangiato e con la voce grintosa del nostro a dare il tocco in più https://www.youtube.com/watch?v=8xfBW3s5p5E ; Waste Some Of Mine è una solida ballata, ancora arrangiata in maniera diretta e piuttosto roccata, con un refrain fluido e ritmica sciolta, mentre Little Bit Of Both è un country-blues cadenzato  dal feeling decisamente sudista, maschia, grintosa e con gran lavoro di chitarra.

L.A. Woman (non è quella dei Doors) ha un suggestivo intro strumentale che rimanda a rockers come Tom Petty, e pure il resto del brano si difende alla grande, un trascinante rock’n’roll che di Nashville non ha nulla; It All Started With A Beer è per contro un ottimo slow, vibrante e con un motivo che cresce ascolto dopo ascolto, ma Sweet Time riporta subito il CD su territori più rock, una solida ballata senza sbavature e con un bel ritornello corale che la potrebbe anche proiettare in alto nelle classifiche. Good As Gold è rock allo stato puro, basta sentire la chitarra come ricama sullo sfondo, mentre Southern Side fonde mirabilmente un suono ruspante con un ritmo alla Little Feat, si potrebbe dire country-funk? https://www.youtube.com/watch?v=mUrcpIWdQ2M  Se sei del Michigan e fai musica non puoi prescindere dalla figura di Bob Seger, e qui troviamo uno scintillante omaggio al barbuto rocker con una bella rilettura di You’ll Accomp’ny Me, che mantiene il mood dei brani di Bob aggiungendo un sapore country-rock che mancava all’originale; il CD si chiude con You Could’ve Loved Me, uno slow elettroacustico intenso e toccante https://www.youtube.com/watch?v=4wQIXGTCquU , degno finale per un disco di buon valore che secondo me riesce nel non facile compito di accontentare un ampio spettro di ascoltatori.

Marco Verdi

Anche Come Band Leader Rimane Sempre Una Cantante Di Un Certo “Peso”! Wynonna Judd – Wynonna & The Big Noise

wynonna & the big noise

Wynonna Judd – Wynonna & The Big Noise – Curb CD

Wynonna Judd, o più semplicemente Wynonna (sorella della popolare attrice Ashley, nonché figlia di Naomi, con cui componeva il popolarissimo duo delle Judds, anche se il loro vero cognome è Ciminella), era inattiva da ben sette anni. Considerata un’artista country, ha però sempre avuto sia nella voce potente che nella grinta un’attitudine da rockeuse, qualità che oggi ha modo di mostrare appieno con il suo lavoro nuovo di zecca, intitolato Wynonna & The Big Noise, nel quale, a partire dalla copertina, la nostra si mette alla leadership di una vera e propria band, formata da Justin Weaver alle chitarre, Peter King alle tastiere, Dow Tomlin al basso e Cactus Moser (ex membro degli Highway 101 e anche produttore del disco) alla batteria.

Wynonna & The Big Noise segna un bel ritorno da parte di una artista che non è mai stata tra le mie beniamine, ma ha comunque sempre fatto la sua musica con coerenza e senza rompere le scatole a nessuno, e con questo disco si rivela in gran forma, ben coadiuvata da un gruppo compatto dal suono molto rock e diretto, con chitarre (spesso in modalità slide) ed organo sempre in primo piano, che danno alle canzoni un sapore sudista con accenni blues e swamp in certi momenti; il CD, dodici brani, vede poi la collaborazione di alcuni pezzi da novanta (che vedremo strada facendo), i quali abbelliscono il tutto con interventi misurati ma preziosi. Una bella “rentrée” dunque (e molto poco country), da parte di una cantante che avevo sinceramente dimenticato.

Apre la tostissima Ain’t No Thing, un rock blues dallo spirito sudista che vede la partecipazione della bravissima Susan Tedeschi alla voce e chitarra, un pezzo che Wynonna conduce in porto con piglio sicuro ed autorità (ed il brano è scritto da Chris Stapleton, tanto per capirci). Cool Ya ha una ritmica spezzettata ed una melodia che fa un po’ fatica ad emergere, anche se il suono, dominato dall’organo, non presenta sbavature.Things I Lean On è più cantautorale, un intenso brano di base acustica con accompagnamento leggero e la gradita comparsata di Jason Isbell, mentre You Make My Heart Beat Too Fast è un godibilissimo ed insinuante swamp rock, polveroso, elettrico e cadenzato, con una bella slide paludosa quanto basta.

Staying In Love è un’escursione in territori soul-errebi (pur senza fiati), sempre con base sonora molto sudista ed un ritornello decisamente accattivante; Keeps Me Alive inizia piano, con un’atmosfera tesa da blues desertico, ed una slide in sottofondo suonata nientemeno che da Derek Trucks (per par condicio, dato che abbiamo avuto la moglie…), il quale nobilita la canzone con il suo tocco da maestro. Jesus And A Jukebox è una languida ballata, la più country del disco, con un’ottima scrittura ed una solida performance da parte della band; I Can See Everything vede l’ultimo ospite del disco, ovvero l’Eagle Timothy B. Schmit (che è anche autore del brano): Timothy è senz’altro famoso per la sua voce angelica e per le sue armonie, non certo per il suo songwriting, ma la canzone, una tipica ballata soft-rock californiana, è gradevole.

Something You Can’t Live Without è ancora rock dalla vena southern, anche se i suoni non sono molto spigolosi, meglio You Are So Beautiful, dall’andatura più lenta ma dalla musicalità calda e voce in primo piano; il CD si chiude con la pianistica Every Ending (Is A New Beginning), altra ballata di gran classe, e con Choose To Believe, un pezzo scritto da Kevin Welch, che riporta il disco su territori paludosi, sudati, con la voce di Wynonna a dare un tocco di sensualità. Un buon ritorno per Wynonna Judd: potrebbe anche essere il suo disco migliore di sempre.

Marco Verdi

Recuperi Di Inizio Anno 3: Un Meraviglioso Disco Di Soul Bianco! Anderson East – Delilah

anderson east delilah

*NDB Ovviamente il titolo della rubrica con l’avvento del nuovo anno cambia, ma il compito di recuperare dischi “interessanti” non recensiti lo scorso anno rimane, la parola a Marco.

Anderson East – Delilah – Elektra/Warner CD

Il 2015 è stato a mio parere l’anno della riscossa del cosiddetto blue-eyed soul, dato che due dei miei dischi preferiti tra quelli usciti sono quello omonimo di Nathaniel Rateliff & The Night Sweats e questo Delilah ad opera del giovane Anderson East di Athens, Alabama (ed aggiungerei il ritorno di Darlene Love, che non è molto blue-eyed ma soul sì, e tanto). Vi dirò di più: se Warren Haynes non avesse tirato fuori quel mezzo capolavoro di Americana che risponde al titolo di Ashes & Dust e Tom Russell non mi avesse entusiasmato con l’epopea western di The Rose Of Roscrae, i due album di East e Rateliff avrebbero probabilmente occupato le prime due posizioni della mia classifica (ma attenzione anche a Richard Thompson ed al suo Still). I due dischi in questione hanno in comune solo il genere, oltre che la bellezza, in quanto Rateliff è autore di un soul molto più diretto e strettamente imparentato con il rock (avete presente i Box Tops di Alex Chilton?), e fornisce delle interpretazioni molto più “muscolari”, mentre East (vero nome Michael Anderson) si ispira direttamente al suono degli Studios della Fame e della Stax, oltre a monumenti quali Otis Redding, Sam Cooke e Wilson Pickett, complice anche la sua voce negroide, impressionante se rapportata al suo aspetto fisico di bravo ragazzo della porta accanto.

Delilah è il suo esordio su major (ma i primi due album sono autodistribuiti ed introvabili, pare che neppure lui ne abbia una copia) e, anche se dura solo 32 minuti, è un grandissimo album di soul bianco come si usava fare a cavallo tra gli anni sessanta ed i settanta, un disco che al primo ascolto mi ha lasciato letteralmente di stucco. Buona parte del merito va senz’altro al produttore del 2015, cioè Mr. Dave Cobb, uno che pare infallibile (gli ultimi lavori di Chris Stapleton, Christian Lopez Band, Jason Isbell, Sturgill Simpson, A Thousand Horses,  Shooter Jennings e Corb Lund hanno lui in consolle), e che ha costruito attorno alla voce di Anderson un suono vintage che pare preso pari pari da un disco dell’epoca d’oro della nostra musica: il resto lo fanno però le canzoni, nove su dieci scritte da East stesso (in collaborazione con altri), una più bella dell’altra, che ad ogni ascolto rivelano sempre qualche sfumatura nuova, con fiati, organo, cori femminili ad impreziosire il tutto e melodie che nulla hanno da invidiare ai classici del genere.

Only You ci fa entrare già con le prime note nell’atmosfera del disco: uno squisito pop-soul guidato dalla voce “nera” di Anderson, pieno di sonorità classiche ed un motivo orecchiabilissimo, al quale i fiati ed i controcanti di Kirsten Rogers danno ulteriore colore. Satisfy Me è forse ancora meglio: ritmata, calda, avvolgente, con un suono che viene direttamente dai sixties, come se fosse una outtake di qualche oscuro soul man del periodo; Find ‘Em, Fool ‘Em And Forget ‘Em è l’unica cover del CD (un brano non molto conosciuto di George Jackson, un  grande artista nero della Fame), introdotta dal piano e da un lick di chitarra che fanno molto blaxploitation, un errebi di gran classe, suonato e cantato in maniera sopraffina.

Devil In Me è più lenta, ma il suono è sempre caldo, Anderson canta alla grande ed il feeling assume dimensioni quasi imbarazzanti (ed il ritornello è uno dei più belli del disco); la romantica All I’ll Ever Need è un delizioso country-got-soul (chi ha detto Jim Ford ed Eddie Hinton?), mentre con Quit You (scritta insieme a Chris Stapleton) è come se Sam Cooke fosse ancora tra noi (o forse è il tipo di canzone che Rod Stewart vorrebbe tornare a fare, ma proprio non ci riesce). L’intensa What A Woman Wants To Hear, guidata dalla chitarra acustica, è più sul versante cantautorale che su quello soul, ma l’esito è comunque eccellente, mentre con Lonely torniamo dalle parti di Otis, con una ballata di notevole impatto emotivo ed un ottimo tappeto sonoro di fiati ed organo. L’album si chiude con Keep The Fire Burining, rhythm’n’blues in puro stile Stax, e con la splendida Lying In Her Arms, un altro slow da pelle d’oca, cantato divinamente e con un arrangiamento geniale.

Un album per me semplicemente imperdibile: è uscito da pochi mesi e già non vedo l’ora di ascoltare il seguito.

Marco Verdi

Rest Of The Best 2015. Allmusic, Entertainment Weekly, Pop Matters, Rough Trade, The Guardian, The Telegraph

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Siamo all’ultima puntata delle classifiche sui migliori dischi del 2015 (manca ancora quella integrativa del sottoscritto che posterò domani, giorno di Natale, ed eventuali liste di riviste e siti italiani che presumo saranno disponibili a inizio 2016, non ho ancora fatto ricerche, sicuramente quella del Buscadero sarà pubblicata nel nuovo anno): nel Post di oggi una miscellanea di siti, riviste e anche una catena di vendita. I titoli, con qualche eccezione, sono più o meno sempre quelli, quindi non tutti in linea con i gusti del Blog, ma per documentare li pubblico ugualmente li pubblichiamo, saltando a piè pari una pletora di altri siti e riviste le cui scelte mi hanno fatto cadere le braccia (e anche altro). Iniziamo con Allmusic, il sito di informazioni discografiche, che pubblica una classifica in ordine alfabetico, quindi ne ho scelti io una decina.

Allmusic Best Of 2015

ashley-monroe the blade

Ashley Monroe – The Blade

bilal in another life

Bilal – In Another Life (genere: vintage-modern psychedelic soul, qualsiasi cosa voglia significare)

bjork vulnicura

Bjork – Vulnicura

courtney barnett sometimes i sit

Courtney Barnett – Sometimes I Sit And Think… (uno dei titoli più ricorrenti nelle liste di fine anno, insieme a Kendrick Lamar, non vi dico quale dei due preferisco, ma potete immaginarlo)

destroyer poison season

Destroyer – Poison (questo è molto interessante, chamber pop e  stile cantautore molto raffinato https://www.youtube.com/watch?v=GcWD_CroKhc , gran bel disco)

eric church mr. misunderstood

Eric Church – Mr. Misunderstood (country music di buona qualità)

father john misty - i love you

Father John Misty – I Love You, Honeybar

fred thomas all are saved

Fred Thomas – All Are Saved (non male anche questo signore, sembra un Jonathan Richman per il nuovo millennio)

jaxe xerxes fussell

Jake Xerxes Fussell – omonimo (uno dei tanti folksingers prodotti dall’ottima etichetta Paradise Of Bachelors)

julia holter have you

Julia Holter – Have You In My Wilderness

Olivia Chaney The Longest River

Olivia Chaney – The Longest River  (per me è un bellissimo disco, sarà nella mia lista aggiuntiva ed è uno dei candidati ai recuperi di fine anno, se trovo il tempo)

Entertainment Weekly The Best Albums of 2015

Visto che si ripetono molto con altre liste, bastano (e avanzano le prime 5 posizioni)

1) Kendrick Lamar – To Pimp A Butterfly

2) Carly Rae Jepsen – Emotion 

3) Adele – 25

4) Jamie xx – In Colour

5) A$AP Rocky – At Long Last A$AP

 

pop matters bestmusic2015-albums

Pop Matters Best Of 2015. 

Questo sito, comunque interessante, mette addirittura 80 titoli, ne ho pescati alcuni dalla lista completa http://www.popmatters.com/feature/the-80-best-albums-of-2015/

ruby amanfu standing still

75) Ruby Amanfu – Standing Still (una delle voci nere più interessanti del 2015, molto bella la cover del pezzo di Brandi Carlile)

dungen allas sak

70) Dungen – Allas Sak (torna la band psichedelica svedese in cui milita Reine Fiske che suona anche con gli Amazing, nuovo album, l’ottavo, come al solito cantato completamente in svedese)

leon bridges coming home

65) Leon Bridges – Coming Home

ryley walker primrose green

52) Ryley Walker – Primrose Green (l’erede di John Martyn?)

torres sprinter

35) Torres – Sprinter

josh ritter sermon on the rocks

32) Josh Ritter – Sermons On Rocks (un ritorno ai suoi migliori livelli)

mountain goats beat the champ

29) Mountain Goats – Beat The Champs (ne abbiamo parlato sul Blog http://discoclub.myblog.it/2015/04/14/gli-eroi-del-giovane-darnielle-mountain-goats-beat-the-champ/

houndmouth little neon

26) Houndmouth – Little Neon Limelight

joanna newsom divers

18) Joanna Newsom – Divers

alabama shakes sound & color

10) Alabama Shakes – Sound And Color

jason isbell something more than free

8) Jason Isbell – Something More Than Free

chris stapleton traveller

5) Chris Stapleton – Traveller

I primi 3 sono i soliti, per cui ve li risparmio: Lamar, Barnett e Father John Misty!

 

Rough Trade Albums of the Year 2015

Una catena di vendita indipendente, con negozi sparsi in tutto il mondo, ecco i loro Top 5

bjork vulnicura

1) Bjork – Vulnicura

father john misty - i love you

2) Father John Misty – I Love You. Honeybear

courtney barnett sometimes i sit

3) Courtney Barnett – Sometimes I Sit And Think…

ezra furman - perpetual

4) Ezra Furman – Perpetual Motion People (uno dei dischi indie alternative più piacevoli dell’anno)

max richter from sleep

5) Max Richter – Sleep (questo è addirittura su etichetta Deutsche Grammophon)

E per finire due quotidiani molto famosi.

The best albums of 2015

The Guardian music critics’ favourite albums this year, to reveal 2015’s best release

Sono i soliti, più o meno (la fantasia non regna sovrana ai primi posti)

1) Kendrick Lamar – To Pimp A Butterfly

sufjan stevens carrie & lowell

2) Sufjan Stevens – Carrie & Lowell (al sottoscritto piace, anche se al buon Marco Verdi, per usare un eufemismo, è piaciuto poco)

3) Father John Misty – I Love You, Honeybar

4) Julia Holter – Have You In My Wilderness

5) Bjork – Vulnicura

The-Telegraph-logo

E per finire, The Telegraph, che si affida alla scelta in ordine alfabetico: una delle più diversificate rispetto alle altre, a mio avviso, ma gli One Direction e Justin Bieber, come direbbe qualcuno, che c’azzeccano con il resto? Al solito ne ho pescate alcune tra le meno comuni:

blur the magic whip

Blur – The Magic Whip

bob dylan shadows in the night

Bob Dylan – Shadows In The Night

enya dark sky island

Enya – Dark Sky Island

frank turner postive songs

Frank Turner – Positive Songs For Negative People

gus garvey courting the squall

Gus Garvey – Courting The Squall (primo disco solista del leader degli Elbow, anche questo un bel dischetto)

john grant grey tickles

John Grant – Grey Tickles, Black Pression (le parti più elettroniche non mi fanno impazzire, ma nell’insieme un buon disco)

laura marling short move

Laura Marling – Short Movie (questo album purtroppo c’è in poche liste rispetto alle eccellenti critiche ricevute al momento dell’uscita, ma rientra senz’altro tra le mie scelte di fine anno e domani ci sarà)

waterboys modern blues

Waterboys – Modern Blues  (anche l’ultimo album di Mike Scott e soci l’ho visto in poche classifiche di fine anno, ma è meglio dell’80, facciamo 90%, di altri titoli che non dirò neppure sotto tortura, ma potete immaginare. E il brano qui sotto è veramente epico!

Direi che è tutto. Domani Post natalizio con le mie scelte suppletive!

Bruno Conti

Best Of 2015: Siti Internazionali Vari. American Songwriter, NPR Music, Paste, Pitchfork + Billboard

american songwriter best 2015

Dopo le riviste internazionali è il momento delle classifiche di fine anno di alcuni siti (il più interessante per chi scrive è il primo che leggerete, American Songwriter, quello più vicino ai gusti del nostro Blog): naturalmente le liste dei migliori sono sempre molto più lunghe, qui sopra, come vedete dal logo, si arriva a 50, ma alcune riportano anche 80 o 100 posizioni, che il sottoscritto sintetizza nei primi 10, o nel caso di alcune classifiche che sono in ordine alfabetico segnalo i titoli che reputo più interessanti.

 American Songwriter : Top 50 Albums of 2015

chris stapleton traveller

  1. Chris Stapleton – Traveller
  2. Torres – Sprinter
  3. Jason Isbell – Something More Than Free
  4. Courtney Barnett – Sometimes I Sit and Think, and Sometimes I Just Sit
  5. James McMurtry – Complicated Game
  6. John Moreland – High on Tulsa Heat
  7. Wilco – Star Wars
  8. Craig Finn – Faith In the Future
  9. Natalie Prass – Natalie Prass
  10. Sufjan Stevens – Carrie & Lowell

Come vedete non c’è l’onnipresente Kendrick Lamar (che però è all’11° posto): ho anche provato ad ascoltarlo per documentarmi, ma come dicono con finezza gli inglesi “it’s not my cup of tea”, o se preferite, più esplicitamente, non mi piace proprio!

torres sprinter

Vi segnalo Sprinter di Torres, che è un CD interessante https://www.youtube.com/watch?v=Ol61WOSzLF8 , mai segnalato sul Blog e neppure, fino ad ora, nelle varie classifiche riportate (anche se, con qualche eccezione, non nei primi 10, appare anche nelle liste di Mojo, Uncut, Billboard, Rolling Stone e in altri 11 elenchi dei Top dell’anno).

craig finn faith in the future

Ottimo anche il secondo album solista del leader degli Hold Steady, Craig Finn, Faith In The Future (di cui avevo recensito sul Blog il precedente, ma, per i soliti motivi di tempo, non avevo parlato, se non brevemente, di questo). Al 13° posto ci sono gli Houndmouth, al 14° Kurt Vile, al 17° i Dawes http://discoclub.myblog.it/2015/06/03/from-los-angeles-california-the-dawes-all-your-favourite-bands/ e al 19° Patty Griffin, http://discoclub.myblog.it/2015/09/17/che-meraviglia-dei-dischi-dellanno-patty-griffin-servant-of-love/, entrambi recensiti dal sottoscritto sul Blog e che sono entrati, o entreranno (nella seconda lista) tra i dischi dell’anno di chi scrive (come peraltro James McMurtry Chris Stapleton), e ce ne sono molti altri che mi piacciono, da Iris Dement Dave Rawlings Machine, passando per Josh Ritter, Steve Earle, Deslondes, Emmylou Harris & Rodney Crowell, Lucero Dwight Yoakam. Potete controllare qui http://americansongwriter.com/2015/11/american-songwriters-top-50-albums-2015-presented-daddario/

npr music

NPR Music’s 10 Favorite Albums Of 2015

In questa lista sono in ordine alfabetico, quindi ne scelgo io 10:

alabama shakes sound & color

Alabama Shakes – Sound & Color

brandi carlile the firewatcher's daughter

Brandi Carlile – The Firewatcher’s Daughter

chris stapleton traveller

Chris Stapleton – Traveller

courtney barnett sometimes i sit

Coutney Barnett – Sometimes I Sit And Think…

jason isbell something more than free

Jason Isbell – Something More Than Free

joan shelley over and even

Joan Shelley – Over And Even (Questa è un’altra delle piacevoli sorprese del 2015), sentire prego https://www.youtube.com/watch?v=HcR2bin7dsU, nella grande tradizione folk, già una che nomina Sandy Denny nella presentazione di un suo brano in concerto (vedi, e ascolta, sotto) è promossa a prescindere, se poi la musica è la voce sono anche molto buone, ancora meglio!

joanna newsom divers

Joanna Newson – Divers

patty griffin servant of love

Patty Griffin – Servant Of Love

rhiannon giddens tomorrow is my turn

Rhiannon Giddens – Tomorrow Is My Turn

torres sprinter

 

paste best-albums

The 10 Best Albums of 2015 by Paste

father john misty - i love you

1. Father John Misty – I Love You Honeybear

2. Kenrick Lamar – To Pimp A Butterfly

3.Courtney BarnettSometimes I Sit and Think and Sometimes I Just Sit

4. Sleater-Kinney -No Cities To Love

hop along

5. Hop Along – Painted Shut

6. Sufjan Stevens – Carrie & Lovell

7. Natalie Prass – Natalie Prass

8. Tame Impala – Currents

9. Leon Bridges – Coming Home

10. Deer Hunter – Fading Frontier

Pitchfork 50 BestAlbums

Pitchfork Top 10 Albums of the Year. Dal 10° al 1°.

kamasi washington the epic

10. Kamasi Washington – The Epic (questa è l’unica apparizione nelle varie liste di fine anno, mi pare, di un disco di jazz, sia pure contaminato da funky, R&B e Fusion: sotto trovate il video completo della serata in cui il disco è stato presentato). Sicuramente un disco diverso e nonostante la lunghezza, si tratta di un box di 3 CD, molto piacevole)

9. Courtney Barnett – Sometimes I Sit and Think, and Sometimes I Just Sit

8. Miguel – Wildheart

7. D’Angelo and the Vanguard – Black Messiah

6. Sufjan Stevens – Carrie & Lowell

5. Tame Impala – Currents

4. Vince Staples – Summertime ’06

3. Grimes – Art Angels

2. Jamie xx – In Colour

1. Kendrick Lamar – To Pimp A Butterfly

 

best-album-2015-billboard-650

E per finire questo giro, aggiungo la lista dei migliori dell’anno di Billboard che quando avevo postato quelle delle riviste musicali americane non era stata ancora pubblicata. Anche in questo caso countdown dalla posizione n°10 alla n°1.

Billboard Top 10 2015

jason isbell something more than free

10) Jason Isbell – Something More Than Free

9) Father John Misty – I Love You Honeybar

8) D’Angelo & The Vanguard – Black Messiah

7) Alabama Shakes – Sound And Color (mi è piaciuto meno del precedente, ma non posso negare che sia un buon disco)

6) Jamie xx – In Colour

5) Adele – 25

vince staples summertime '06

4) Vince Staples – Summertime ’06

Art-Angels-best-albums-2015-billboard-1500

3) Grimes – Art Angels

2) Original Broadway Cast – Hamilton

1) Kendrick Lamar – To Pimp A Butterfly 

Diciamo che le prime quattro posizioni non sono proprio il massimo dei miei sogni musicali, per usare un eufemismo (e aggiungerei un bel bah!), comunque la “bibbia” delle riviste americane, attraverso i suoi critici, ha così parlato, e uno è libero di non condividere, anche se nelle altre varie liste odierne qualche titolo interessante, che non avevo considerato, sono riuscito a scovarlo comunque per portarlo alla vostra attenzione, in fondo anche a questo servono queste “year end lists”. La prossima volta ancora altre classifiche dalle fonti più disparate, più o meno quello che è restato fuori. Per concludere, entro fine anno, la mia seconda lista a compendio e qualche scelta fattami pervenire da alcuni musicisti italiani che frequentano il blog in quanto “italiani per caso”.

Blog che comunque prosegue anche la sua programmazione abituale, con recensioni, anticipazioni e notizie varie.

Bruno Conti