Il Vecchio Sciamano Si E’ Un Po’ Perso Per Strada! Robert Plant – Carry Fire

robert plant carry fire

Robert Plant – Carry Fire – Nonesuch/Warner CD

Il titolo del post mi è venuto in mente un po’ osservando la copertina di questo nuovo album Carry Fire, un po’ pensando all’immagine che Robert Plant si è costruito ultimamente, cioè di paladino di un tipo di musica tra folk e blues desertico pesantemente contaminata da sonorità etnico-esotiche, ed abbastanza lontano da un certo rock classico che con i Led Zeppelin aveva contribuito a creare. In realtà il lungocrinito cantante nel corso della sua carriera solista ha quasi sempre preferito prendere le distanze, musicalmente parlando, dal gruppo che lo ha reso celebre, soprattutto negli anni ottanta con una serie di album votati ad un rock moderno e spesso radiofonico, mentre nei nineties (dopo l’ottimo esercizio di pop-rock adulto Fate Of Nations) si è ravvicinato al vecchio partner Jimmy Page per un eccellente live (No Quarter) ed un disco di materiale originale inferiore alle attese ma piacevole (Walking Into Clarksdale). La cosa deve avergli fatto bene, in quanto nel nuovo millennio Plant ha pubblicato i suoi migliori lavori post-Dirigibile, i solidi Dreamland e Mighty Rearranger e gli splendidi Raising Sand in coppia con Alison Krauss (un album che ha avuto un successo clamoroso, di critica e pubblico) e Band Of Joy, disco dell’anno 2010 per il sottoscritto (con la “fidanzata” dell’epoca, la bravissima Patty Griffin). Il suo penultimo lavoro, Lullaby And The Ceaseless Roar, non mi aveva però entusiasmato, un disco nettamente più involuto dei precedenti, con un mix di sonorità un po’ confuso ed una serie di canzoni non particolarmente ispirate, a mio parere senza una direzione musicale ben precisa.

Un mezzo passo falso ci può stare per carità, ma il problema è che secondo me questo nuovo Carry Fire, pur essendo nell’insieme più riuscito, soffre degli stessi problemi del suo predecessore. Ormai Plant non è più un cantante rock nel senso classico del termine, usa il rock ma come parte di un insieme di sonorità che vanno dal blues, al folk, sino alla musica araba ed orientale, ma il problema principale di Carry Fire non è lo stile, ma una carenza generale di ispirazione nel songwriting: in poche parole, non è un brutto disco, ma è comunque un lavoro che si regge più sul mestiere e l’esperienza del suo titolare che su effettivi meriti musicali. Come già per l’album precedente, Robert è accompagnato dai Sensational Shape Shifters (John Baggott, Justin Adams, Billy Fuller, Dave Smith e Liam Tyson), i quali, oltre a dividere con Plant i compiti di songwriting, suonano un gran numero di strumenti, sia classici che “esotici” (più che altro percussioni come il bendir, il djembe ed il t’bal, o a corda come l’oud, una sorta di mandolino di origine persiana); ci sono anche degli ospiti, tra cui il folksinger inglese Seth Lakeman e la front-woman dei Pretenders, Chrissie Hynde. Il pezzo di apertura del CD, The May Queen (personificazione tipicamente britannica della festa del Primo Maggio, già citata da Plant nel testo di Stairway To Heaven), è un brano diretto e forte nonostante la predominanza di strumenti acustici, chitarre suonate con vigore, gioco di percussioni molto pronunciato ed un’aura tra folk e misticismo, con la voce di Robert che funge quasi da raccordo tra le vari parti strumentali: affascinante.

New World è più rock, con i suoi riff elettrici, il ritmo cadenzato ed il nostro che intona un motivo decisamente più immediato: non avrà più la potenza vocale di una volta (e forse è proprio per questo che non vuole sentir parlare di reunion degli Zeppelin, *NDB Ma i pezzi del gruppo dal vivo li fa sempre, come vedete nel video della BBC  che trovate sopra), ma il carisma è rimasto intatto; Season’s Song è una dolce ballata acustica cantata con voce quasi fragile, con una parte centrale strumentalmente elaborata ed un inatteso ma gradevole alone pop. Per contro Dance With You Tonight ha leggere influenze orientaleggianti, anche se il brano sembra sempre sul punto di evolversi in qualcosa di diverso ma ciò non accade mai, la mossa Carving Up The World Again è una via di mezzo tra blues, musica tribale e pop-rock, ben suonata ma senza una linea melodica precisa, così come A Way With Words, dal tempo lentissimo, drumming ossessivo ed un pianoforte un po’ sinistro, con Plant che non si capisce bene dove voglia andare a parare. Tre canzoni buone e tre così così, una discontinuità che era presente anche in Lullaby And The Ceaseless Roar e che prosegue con le due canzoni che seguono: Carry Fire è un brano pieno di fascino con una splendida chitarra flamenco suonata però con uno stile arabeggiante, brano però vanificato dal pezzo che segue, la ripetitiva e monotona Bones Of Saints, ancora con elementi mediorientali (ma con una bella chitarra). Keep It Hid ha una linea di basso molto evidenziata, per un pezzo bluesato e desertico, uno stile nel quale il nostro sguazza che è un piacere; chiudono una cover confusa e sovrastrumentata di Bluebirds Over The Mountain (una vecchia canzone incisa in passato anche dai Beach Boys), che la presenza della Hynde non riesce a raddrizzare, ed una melliflua ed insinuante Heaven Sent, ancora dall’aura mistica ma con più forma che sostanza.

Spero che Robert Plant, se ne avrà voglia, torni presto a fare dischi meno elaborati dal punto di vista sonoro e con canzoni più immediate (che non vuol dire commerciali): ripeto, non è un brutto disco questo Carry Fire ma, per parafrasarne il titolo, qui di fuoco non se ne vede molto.

Marco Verdi

Lydia Loveless – Real. Non Solo Country-Punk, E’ Un Bene?

lydia loveless real

Lydia Loveless – Real – Bloodshot/Ird

La giovane cantante dell’Ohio Lydia Loveless (26 anni il 4 settembre) approda al terzo album per la Bloodshot (più un Mini e un disco pubblicato nel 2010, ma registrato anni prima e poi tenuto in sospeso per parecchio tempo) e rispetto al country-punk, all’honky-tonk e all’alternative country dei dischi precedenti, Somewhere Else del 2014 e Indestructible Machine http://discoclub.myblog.it/2011/09/13/giovani-talenti-lydia-loveless-indestructible-machine/, c’è una maggiore svolta verso un pop-rock più morbido, meditato e bene arrangiato, anche se, come dice lei stessa nella presentazione di questo Real, i suoi testi sono sempre “onesti, veri e reali” https://www.youtube.com/watch?v=OuoYv56HVpA (e questa volta dopo Steve Earle Chris Isaak, niente “omaggi” ad altri cantanti).Il produttore è pur sempre lo stesso dei dischi precedenti, il fedele Joe Viers, i musicisti  in gran parte anche, compreso il bassista Ben Lamb, ed essendo il marito si comprende pure. La voce rimane pimpante, calda ed espressiva, uno degli aspetti migliori della sua musica, anche le chitarre sono presenti in modo massiccio, però quasi tutti i musicisti utilizzati nell’album sono accreditati pure con l’uso delle tastiere, al posto del violino e del banjo del passato, creando in parte una impressione più levigata, patinata (il termine inglese slick rende bene l’idea) e anche se il disco ha avuto ottime critiche, fin ad ora una media dell’otto, o se preferite quattro stellette, si ha come l’impressione che questa svolta pop e radiofonica non sia più così aderente ai suoi infuocati e selvaggi concerti https://www.youtube.com/watch?v=0rkd4ou8v8M , dove la Loveless spesso si presenta come una vera forza della natura (a questo proposito esiste un bellissimo recente documentario su di lei, Who Is Lydia Loveless?) https://www.youtube.com/watch?v=D1aIaHL38A8 .

Potrebbe essere, ma non credo, che la sua passione per cantanti come Kesha, Katy Perry e Prince (?!?), dei quali Lydia ha eseguito (ed anche inciso) cover dei loro pezzi, abbia un po’ annacquato la sua grinta o forse per rimanere nell’industria discografica, sia pure quella indipendente rappresentata dalla Bloodshot, si richiede qualche compromesso. Sta di fatto che questo album mi sembra ripercorra, se non nelle voci quantomeno nell’approccio, le strade di Maria McKee, selvaggia e senza compromessi all’inizio, nei primi Lone Justice, o della Chrissie Hynde dei Pretenders, rispetto alle loro versioni successive più “leggere” e pop(olari). Magari è una semplice evoluzione naturale della sua musica, più matura e meno ruspante. Il disco al sottoscritto non dispiace per niente, ma rimpiango ogni tanto quelle belle schitarrate ed esplosioni di energia che caratterizzavano le prove precedenti, magari sarà solo un disco interlocutorio e in ogni caso, nell’ambito pop a cui appartiene, è sicuramente nettamente superiore alla media dei prodotti equivalenti. Canzoni come l’iniziale Same To You, una bella combinazione di chitarre twangy e pedal steel, un ritmo incalzante e la bella voce, sicura e dal timbro ricco e variegato, di una che conosce come trattare la materia rock, costituiscono un buon esempio del nuovo sound più radio-friendly, diverso dal passato ma comunque sempre valido, basta abituarcisi; Longer, con qualche tocco di tastiere in più, ha comunque un bel riff R&R, interessanti intrecci di chitarre cristallini e incantevoli armonie vocali per una incalzante costruzione sonora, in aria di 70’s rock https://www.youtube.com/watch?v=Pr4RZNDIJik . More Than Ever è una delicata mid-tempo ballad,dalla seducente melodia, con il suono delle Rickenbacker ad evocare quello della conterranea Chrissie Hynde, mentre Heaven, scritta con il chitarrista Todd May (che, in riferimento al brano precedente, ha pubblicato un disco che si chiama Rickenbacker Girls) è basata su un “grasso” ed insistente giro funky del basso e potrebbe ricordare la Stevie Nicks meno romantica e più carnale, altro riferimento ricorrente, pure in passato, delle influenze vocali di Lydia Loveless.

Anche Out On Love rimane in questo ambiente sonoro vicino ai Fleetwood Mac, di nuovo una ballata romantica, con la voce in primo piano e raffinati tocchi di chitarra e tastiere, ma niente ritmica, ad avvolgere il cantato https://www.youtube.com/watch?v=r8-Pl7u1wyM . Midwestern Guys è un’altra gagliarda canzone di impianto pop-rock, che quello che parzialmente perde in grinta acquista in un raffinato arrangiamento, dove la voce è comunque sempre la trave portante della costruzione sonora. Bilbao vira verso un alternative-indie-rock piacevole, forse troppo già sentito e manieristico, magari poco incisivo, con Europeans che è probabilmente la canzone che più si avvicina al classico rock’n’country degli album precedenti, con acustiche ed elettriche che si intrecciano piacevolmente sul cantato sempre gradevole ed in questo caso decisamente partecipe della nostra amica. Non manca il momento acustico della dolce Clumps, dove la voce è più vulnerabile e meno assertiva, per quanto sempre affascinante  https://www.youtube.com/watch?v=eraIC6hoYrw. La conclusione è affidata alla bella title-track Real, di nuovo affidata al cristallino e rintoccante suono delle chitarre e della pedal steel di Jay Gasper, altro perfetto esempio di “pure pop for now people” come direbbe Nick Lowe https://www.youtube.com/watch?v=Cmvr4sdoqOA , Vedremo cosa porterà il futuro, il talento c’è, le canzoni richiedono qualche ritocco qui e là, ma più o meno ci siamo.

Bruno Conti