12/06/2013

Il Figlio Illegittimo Di Waylon? Sturgill Simpson - High Top Mountain

 

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Sturgill Simpson - High Top Mountain - Thirthy Tigers CD

Non credo di esagerare se dico che questo è uno dei migliori debutti in ambito country degli ultimi anni. Sturgill Simpson, nativo del Kentucky ma trapiantato a Nashville, è un esordiente assoluto, ma, all’ascolto di questo High Top Mountain (dalla copertina atipica, sembra più un disco pop alla Sufjan Stevens), devo dire che sembra un veterano alle prese con il disco della maturità. Simpson è certamente un seguace del country classico, per l’esattezza quello di fine anni sessanta e primi anni settenta, ma qui, più che dalle parti di Gram Parsons (influenza che comunque non manca) siamo in piena zona outlaw/honky tonk. Sicuramente Sturgill (bel nome, a proposito) è cresciuto a pane e Waylon Jennings, tanto in alcuni momenti il suo stile si avvicina a quello dello scomparso fuorilegge (per non parlare della voce), ma anche Willie Nelson e Merle Haggard sono influenze ben presenti.

Ma il nostro riesce comunque a non essere derivativo (beh, in un paio di momenti forse un po’ sì…) e, grazie ad un feeling in dosi massicce, ad una capacità di songwriting non comune (dieci brani su dodici sono suoi) ed all’aiuto di una super band (tra i musicisti troviamo il mitico Hargus “Pig” Robbins al piano, Bobby Emmett all’organo e Robby Turner incontenibile alla steel guitar) porta a termine un debut album veramente coi fiocchi.

Il tono del disco lo dà la canzone d’apertura, dal sintetico titolo di Life Ain’t Fair And The World Is Mean: un puro outlaw country figlio di Waylon (ma del Waylon più ispirato), ritmo alto, gran voce e begli interventi di steel. Un inizio col botto. Railroad Of Sin non abbassa la guardia, anzi: ritmo forsennato, è una via di mezzo tra uno swing ed un bluegrass elettrico, con gli strumenti suonati a velocità supersonica. Water In A Well ha i connotati di una classica country ballad, con Sturgill che canta bene e si circonda di pochi strumenti, arrangiando il brano con gusto e semplicità. Sitting Here Without You è ancora outlaw music, sembra una outtake di Waylon dei primi anni settanta (l’arrangiamento della voce è sintomatico): country che più classico non si può, ed un vero piacere per le orecchie. The Storm è una ballata saltellante, eseguita con grinta ed una bella produzione (Dave Cobb, sulla scia di un maestro come Chips Moman), mentre You Can Have The Crown è un irresistibile country’n’roll, uno dei più trascinanti da me ascoltati negli ultimi tempi.

Molto bella anche la tersa e limpida Time After All (qui siamo dalle parti di Haggard); la lenta ed epica Hero sembra di nuovo provenire da un disco di quarant’anni fa, mentre la cadenzata Some Days fa un po’ troppo il verso a Waylon: comunque godibile. Old King Coal è una perfetta cowboy ballad, Poor Rambler (di Ralph Stanley) riporta in alto il tasso ritmico del disco, mentre l’intensa I’d Have To Be Crazy (scritta da Steven Fromholz) chiude il disco in maniera crepuscolare. Senza dubbio il miglior disco di outlaw country di quest’anno, insieme all’ultimo di Shooter Jennings.
Marco Verdi

19/05/2013

Meglio Tardi Che Mai! Steve Earle & The Dukes (& Duchesses) - The Low Highway

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Steve Earle – The Low Highway – New West Records 2013 – Deluxe Edition CD/DVD

Per un disguido con il titolare di questo pregevole blog (Bruno), colpevolmente mi accingo a parlarvi solo ora di questo The Low Highway, quindicesimo lavoro nella ormai quasi trentennale carriera discografica di Steve Earle. Originario della Virginia, ma cresciuto a San Antonio, Texas, Earle è certamente uno dei più importanti nomi della scena country-rock-roots americana. Il suo stile musicale, per i pochi che ancora (spero) non lo conoscono, si collega ai grandi della canzone di Nashville, in special modo al compianto Johnny Cash (alle origini), ma successivamente si “abbevera” da rocker come Fogerty, Mellencamp e naturalmente Springsteen. Il buon Steve aveva cominciato a suonare intorno ai vent’anni (apparendo già nel 1975 nel famoso film Heartworn Highways, a fianco di Townes Van Zandt, Guy Clark e dei giovani, come lui, Rodney Crowell e John Hiatt) e ad esibirsi poi con un proprio gruppo, The Dukes (ancora oggi la sua backing band), e nel lontano ’86 firmava per la famosa MCA, esordendo con Guitar Town (ma prima erano uscite le prime registrazioni come Early Tracks), cui fa seguito uno dei suoi capolavori, Copperhead Road (88) che annovera fra gli ospiti i Pogues dello “sdentato” Shane MacGowan ela brava Maria McKee.

Nel successivo decennio accentua la sua inclinazione per il rock con The Hard Way (90), centrando il bersaglio nuovamente con il magnifico live Shut Up And Die Like An Aviator (91), dove oltre ai suoi classici, rivisita Dead Flowers dei Rolling Stones, She’s About A Mover del Sir Douglas Quintet e Blue Yodel # 9 di Jimmie Rodgers, regalando un “sound” di purissimo rock americano (per merito anche dei fidi Dukes). In seguito incappa in un brutto periodo artistico e personale e viene arrestato per tentata rapina a mano armata (indotta dall’incessante bisogno di denaro per droga e alcol), e passa più di un anno in carcere. Il ritorno discografico avviene con Train A Comin’ (95), un album totalmente acustico, mentre la sua ritrovata vena artistica è confermata anche dal seguente I Feel Alright (96) dove spicca You’re Still Standin’ There in duetto con la grande Lucinda Williams. Con The Mountain (99, realizzato con l’ensemble bluegrass della Del McCoury Band, inizia il decennio folk-rock, che trova l’apice nel seguente Transcedental Blues (2000) e in particolare con Jerusalem (2002) e The Revolution Starts Now (2004) dai forti contenuti politici e saltiamo gli ultimi dieci anni per non farla troppo lunga, ma Townes, il doveroso tributo al suo mentore almeno una citazione la merita!

Questo The Low Highway prodotto dallo stesso Earle con Ray Kennedy, vede il determinante apporto dei nuovi Dukes (Chris Masterson alle chitarre e pedal steel, Will Rigby alla batteria, Kelley Looney al basso) e una nutrita rappresentanza femminile, le cosiddette Duchesses, la moglie Allison Moorer alle tastiere, fisarmonica e voce, Eleanor Whitmore moglie di Chris (ovvero The Mastersons) al violino e mandolino, e Lucia Micarelli e Siobhan Kennedy (moglie del produttore) alle armonie vocali, e il disco ci riconsegna un cantautore ancora in grado di scrivere grandi canzoni, partendo dall’iniziale title track The Low Highway, dal folk blues della conclusiva Remember Me, prima di spaziare con disinvoltura fra il rock di 21st Century Blues, il country di Down The Road Pt II, il blues-rock di Calico County, per poi passare alla fisarmonica zydeco di That All You Got? (in duetto con la moglie) al piano old-style di Pocket Full Of Rain, al trascinante violino irlandese e banjo nel bluegrass di Warren Hellman’s Banjo, e riproponendo Love’s Gonna Blow My Way e After Mardi Gras, brani comparsi nella serie televisiva americana Treme (ambientata nella New Orleans post Katrina), il secondo scritto proprio per Lucia Micarelli, anche ottima violinista classica e presente con lui nel tributo a Dylan per Amnesty, Chimes of Freedom.

Steve Earle (58 anni, sette mogli e tre figli se non ho perso il conto), nonostante una vita vissuta sempre sopra le righe (la dipendenza dalla droga, gli arresti, la detenzione e una difficile e sofferta disintossicazione), di album davvero sbagliati non ne ha mai fatti, e in questo The Low Highway c’è materiale a sufficienza per confermarlo come uno dei personaggi più rappresentativi  della musica “Americana” degli ultimi trent’anni.

Tino Montanari

*NDT: Questa Deluxe Edition, esce, come al solito in una versione ampliata con il DVD che include il “making of” del disco e il video di Invisible. 

27/04/2013

Forse Non Si Presenterà Neppure Al Suo Funerale! George Jones 1931-2013

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Ieri se ne è andato, alla età di 81 anni, George Jones, uno degli ultimi grandi della country music di Nashville. Per lui parlano le cifre, oltre 60 album di studio, un paio di live, una ventina di raccolte, 14 Numeri Uno. Ha fatto più "comebacks" nella sua vita musicale che Elvis, Tina Turner e i Rolling Stones messi insieme. Quattro mogli (tra cui la grande Tammy Wynette), quattro figli dai diversi matrimoni (ma non dalla Wynette), una vita di eccessi tra droga e alcol, tanto che neppure Jim Morrison e Janis Joplin sono stati così "trasgressivi", fino a meritarsi l'appellativo di No-Show Jones, quando nel 1979 non si presentò a 54 suoi concerti e il suo manager dell'epoca fu arrestato per spaccio di cocaina (e per la serie che non gli mancava nemmeno il senso dell'umorismo, ha scritto anche una canzone sull'argomento, proprio No-Show Jones)!

Ma è stato anche uno dei più grandi cantanti della storia della musica country, in possesso di una fantastica voce baritonale, ha saputo meritarsi la stima dei musicisti più disparati in epoche diverse: il suo primo numero 1, White Lightning, uscito nel marzo 1959, era stato scritto da J.P. Richardson che era il vero nome di The Big Bopper, uno dei musicisti coinvolti nella caduta dell'aereo in cui morirono anche Buddy Holly e Ritchie Valens. Narrano le leggende metropolitane (e anche la sua autobiografia, dal titolo profetico, I Lived To Tell It All ) che per registrare quel brano, gli occorsero ben 83 tentativi, tanto era sotto l'effetto dell'alcol, e non stava registrando qualche complesso brano psichedelico da Sgt. Pepper o Electric Ladyland, che dovevano essere ancora inventati.

Il suo Phil Spector, negli anni '70 e '80 è stato Billy Sherrill, un grande produttore della Music City che ha lavorato anche con Johnny Cash, Costello, Shelby Lynne, Ray Charles, David Allan Coe, ma anche in molte porcherie inenarrabili, dalle sonorità orribili, per chi non ama il country più commerciale, e oltre. Negli ultimi anni ha anche registrato con Aaron Lewis (l'ex cantante degli Staind convertito al country) e Charlie Daniels per una cover di Country Boy, l'ultimo suo brano ad entrare nelle classifiche nel 2010, per la 168a volta, la prima era stata nel 1955.

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Se avete tanti soldi a disposizione ci sono questi tre cofanetti della Bear Family tedesca (se sono ancora in produzione) che raccolgono il meglio della sua produzione dal 1962 al 1971 artist_George-Jones.html:

She Thinks I Still Care The Complete United Artists Recordings 1962-1964 5 CD

Walk Through This World With Me The Complete Musicor Recordings 1965-1971 part 1 5 CD

A Good Year For The Roses The Complete Musicor Recordings 1965-1971 part 2 5 CD

E con 15 CD e 300 o 400 euro avete coperto solo una decade della sua discografia. Ma più modestamente esistono molte antologie (e immagino molte ne usciranno ancora) che coprono le fasi della sua carriera, anche economiche. Per esempio la Real Gone Music ha pubblicato proprio in questo periodo un box super economico 7 Classic Albums Plus Bonus Tracks & Singles che in 4 CD e 105 canzoni riporta il periodo Starday/Mercury dal 1954 al 1962, prima dell'avvento dei Beatles, per una cifra che non dovrebbe superare i 15 euro. Copertina dischetti e titoli dei brani a seguire:

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Track Listings
1. Why Baby Why
2. Seasons Of My Heart
3. It's Ok
4. Let Him Know
5. Play It Cool
6. Hold Everything
7. Boat Of Life
8. You Gotta Be My Baby
9. What Am I Worth
10. Your Heart Turned Left (And I Was On The Right)
11. I'm Ragged But I'm Right
12. Yearning (To Kiss You)
13. Still Hurtin'
14. Taggin' Along
15. Crazy Arms (Leon Payne)
16. I Walk The Line (Benny Barnes)
17. Sweet Dreams
18. A Satisfied Mind (Joe 'Red' Hayes)
19. You Are The One (Leon Payne)
20. Searching (Jeanette Hicks)
21. I Take The Chance (George Jones & Jeanette Hicks)
22. Blackboard Of My Heart (Leon Payne)
23. Hold Everything
24. Heartbreak Hotel
25. Any Old Time
26. I Want You, I Need You, I Love You (Eddie Blank)
27. Conscience I'm Guilty (Benny Barnes)
28. Yes I Know Why
29. The Good Ole Bible
30. Will The Circle Be Unbroken
31. My Lord Has Called Me
32. Take The Devil Out Of Me
33. Jesus Wants Me
34. A Wandering Soul
35. We'll Understand It
36. Cup Of Loneliness
37. If You Want To Wear A Crown
38. My Soul's Been Satisfied
39. White Lightning
40. I'm With The Wrong One
41. That's The Way I Feel
42. Life To Go
43. Don't Do This To Me
44. Give Away Girl
45. You're Back Again
46. No Use To Cry
47. Nothing Can Stop Me
48. Flame In My Heart
49. Color Of The Blues
50. Treasure Of Love
51. Who Shot Sam
52. Money To Burn
53. Cold Cold Heart
54. Hey Good Lookin'
55. Howlin' At The Moon
56. There'll Be No Teardrops Tonight
57. Half As Much
58. Jambalaya (On The Bayou)
59. Why Don't You Love Me (Like You Used To Do)
60. Honky Tonkin'
61. I Can't Help It (If I'm Still In Love With You)
62. Settin' The Woods On Fire
63. One Is A Lonely Number
64. Maybe Little Baby
65. Run Boy
66. I'm A One Women Man
67. Settle Down
68. Heartbroken Me
69. Rain Rain
70. Frozen Heart
71. I've Got Five Dollars And It's Saturday Night
72. Cause I Love You
73. You're In My Heart
74. You All Goodnight
75. Big Harlan Taylor
76. Accidentally On Purpose
77. Sparkling Brown Eyes
78. Out Of Control
79. Heartaches By The Number
80. I Love You Because
81. If You've Got The Money (I've Got The Time)
82. Talk To Me Lonesome Heart
83. Poor Man's Riches
84. I'll Be There (If You Ever Want Me)
85. Oh Lonesome Me
86. I Walk The Line 2.
87. Life To Go
88. Window Up Above
89. Just One More
90. It's Been So Long Darling
91. Nothing Can Stop My Love
92. No No Never
93. If I Don't Love You (Grits Ain't Groceries)
94. I Gotta Talk To Your Heart
95. Tall Tall Trees
96. Too Much Water
97. Don't Stop The Music
98. You Never Thought
99. No Money In This Deal
100. All I Want To Do
101. Gonna Come Get You
102. Uh Uh No
103. Family Bible
104. Tender Years
105. Did I Ever Tell You (With Margie Singleton)

O, ancora più "risparmioso", c'è il classico doppio CD della serie Sony BMG, The Essential George Jones: The Spirit Of Country, che attraverso 44 brani traccia la sua carriera, 7 brani dal periodo Starday Mercury trattati nel box precedente, 3 del periodo U.A. 1962-1965 (e qui, volendo, esiste anche una doppia antologia della Razor and Tie che ha lo stesso titolo del box Bear Family She Thinks I Still Care), 5 dal periodo Musicor 1965-1970, il resto viene tutto dal catalogo Epic, dal 1970 in avanti, compresi i 4 duetti con Tammy Wynette e altri con Johnny Paycheck, Ray Charles, Merle Haggard e James Taylor (altro suo grande ammiratore, oltre a Elvis Costello che ha cantato alcuni suoi brani in Almost Blue). Copertina, fronte e retro, con i titoli dei brani la trovate a seguire:

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Se invece siete "completisti" esistono oltre 200 CD in catalogo dedicati a George Jones, tra cui molti Twofers, ovvero dischetti che riportano 2 album alla volta, pubblicati dall'etichette più disparate.

Un piccolo "ricordo" ed excursus nella carriera di un grande della musica country del '900,  se ne parla solo in queste occasioni ma, come diceva il Maestro Manzi, Non E' Mai Troppo Tardi: temo che, purtroppo, almeno al suo funerale, si dovrà presentare!

R.I.P.: George Jones Saratoga, Texas 12-09-1931 - Nashville, Tennesse 26-04-2013.

Bruno Conti

12/04/2013

Sempre "Vivi" Ma Solo Per Nostalgici? - Commander Cody & His Modern Day Airmen - Live From The Island

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Commander Cody & His Modern Day Airmen – Live From The Island Woodstock Rec.

Se in altre attività il termine “Comandante” si attribuisce, di volta in volta, a varie personalità, nella musica “Commander” spetta di diritto a George Frayne, pianista, cantante e leader, un tempo dei Lost Planet ed ora dei Modern Day Airmen, che si avvicinano a grandi passi ai 50 anni di attività, mentre Frayne l’anno prossimo compirà 70 anni, ma non si direbbe! E’ assodato che i Live sono sempre stati tra i fiori all’occhiello della formazione e anche se questo Live From The Island, registrato in quel di Long Island, NY non ha la potenza di classici come Live In Deep From The Heart Of Texas o il doppio We’ve Got A Live One Here, si lascia ascoltare con piacere e il “divertimento” non manca, fin dall’iniziale Too Much Fun, dove l’irresistibile miscela di boogie, western swing, country, rockabilly e R&R, colpisce una volta ancora.

Tra l’altro è l’unico brano dove appare, come ospite, il “leggendario” Bill Kirchen alla chitarra, gli altri sono tutti nuovi ma si difendono, con  il Professor Louie che si occupa di organo e fisa, veterano di mille battaglie (leader dei Crowmatix e collaboratore della Band negli ultimi album di studio degli anni ’90) che tiene unito il gruppo. In Riot In Cell Block #9 si apprezza la solista del “nuovo” Mark Emerick, Oh Momma Momma scritta da Frayne/Tichy è un tributo alla musica di New Orleans, con piano e fisarmonica a guidare le danze. Thanx A Lot Ranger è uno di quei surreali e scatenati rock’n’roll che hanno costellato la carriera del gruppo, grinta e sound ci sono ancora, con Emerick che si rivela un signor chitarrista nel corso di tutto il concerto. River City era un altro degli scatenati “classici” scritti da Billy C. Farlow e il pubblico si diverte sempre. Il comandante spesso lascia scorrere velocemente le mani sulla tastiera del suo pianoforte, come in una deliziosa House Of Blue Lights e il resto della band realizza una cover corale di Lightnin’ Bar Blues, scritta ai tempi che furono dal grande Hoyt Axton.

Gran finale con i classici in sequenza (ma niente Willin’, per me la loro rimane una delle versioni più belle in assoluto del brano di Lowell George, peccato, comunque il video l'ho messo lo stesso): in ogni caso ci consoliamo con Rock That Boogie, irrefrenabile come al solito, una Hot Rod Lincoln come di consueto più veloce della luce e con la chitarra di Emerick che non fa rimpiangere le evoluzioni di Bill Kirchen, anche se ci mancano il violino e sax di Andy Stein e la pedal steel di Bobby Black, ma erano altri tempi. Ma non manca il boogie woogie scatenato in Beat Me Daddy 8 To The Bar con il “Comandante” e il “Professore” che si scambiano sciabolate di piano e organo e la presentazione di tutta la band (anche se mi sfugge l’utilità di tale Miss Marie!). Come si usa dire “last but not least”, si torna nei saloon del Texas per una travolgente Lost In The Ozone Again, dove anche Miss Marie riesce a cantare un verso. Da Detroit, Michigan, via California e Texas, ancora una volta, a New York City Commander Cody & His Modern Day Airmen: questa volta è proprio il caso di dire “solo per nostalgici”!

Bruno Conti     

15/03/2013

Finalmente Degno Di Tanto Padre! Shooter Jennings - The Other Life

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Shooter Jennings – The Other Life – Black Country Rock/Entertainment One/Blue Rose

Come disse un tempo Jannacci Enzo da Milano, ogni tanto, “l’importante è esagerare”, e in questo caso mi sentirei di dire, finalmente Shooter è degno di tanto padre (e pure la mamma, Jessi Colter, sarà orgogliosa),  anche se, ad essere sinceri, Shooter Jennings di dischi belli ne ha già fatti parecchi, con Black Ribbons aveva messo a dura prova la pazienza dei suoi fans, con un disco che era un incrocio tra i Nine Inch Nails, detto da lui (e fin lì nulla di male) e il country-southern-rock, due mondi che difficilmente coincidono, più che altro collidono. Ma già il precedente Family Man, per dirla con il titolo del suo primo disco, aveva Put The O Back In Country, ed ora questo The Other Life completa l’opera, rivelandosi forse il suo migliore in assoluto. Il nostro amico Shooter, vero nome Waylon Albright Jennings, in onore del babbo, il fisico dell’outlaw ce l’ha, e anche la classe del musicista e la voce non si discutono, probabilmente non sarà mai un n.1 come il padre Waylon, che già alla fine degli anni ’50 era nella band di Buddy Holly e schivò l’incidente aereo del “The Day The Music Died” (dove oltre a Holly persero la vita anche Ritchie "Bamba"Valens e Big Bopper) per un pelo, diventando poi uno fondatori del movimento outlaw che ha rivoluzionato la musica country fino alle sue fondamenta. Il figlio ha il DNA dell’augusto genitore nelle sue cellule e questo nuovo album lo testimonia.

Essendo un figlio degli anni ’70 (1979 per la precisione) e quindi cresciuto negli anni ’90, Jennings jr. è stato influenzato anche da altri tipi di musica e questo ogni tanto traspare nelle sue canzoni, finché si tratta di rock e ancora meglio di southern rock, nulla di male, ma quando si lancia nell’alternative o nel pseudo psichedelico lo si capisce meno. Prendete ad esempio una canzone come l’iniziale Flying Saucer Song,che era uno dei brani che appariva in Pussy Cats (come bonus), il disco di Harry Nilsson prodotto da John Lennon, ma qui, in apertura di CD, sembra una outtake da qualche disco di Mike Oldfield, tastiere ovunque, suonate dallo stesso Shooter e da Erik Deutsche, piano, organo, wurlitzer, synth vari, voci trattate, vuoi vedere che ci è ricascato? Anche se poi un certo fascino si percepisce comunque, molto meglio il rock deciso e chitarristico di A Hard Lesson To Learn dove la pedal steel di Jon Graboff, co-autore del brano, comincia a spargere buona musica nei solchi digitali del disco, le tastiere ci sono, rappresentate da un gagliardo organo Hammond.

Quando però si decide di entrare a piedi uniti nel country di famiglia le cose si fanno serie: il galletto e gli uccellini che ci accolgono all’inizio di The White Trash Song (scritta da Steve Young) fanno da preludio ad un tripudio di pedal steel, violini, piano e alla follia sonora del “fuori di testa” di Austin, Texas, Scott H. Biram, che mette la testa a posto per un travolgente duetto con Jennings che più outlaw non si può. Il duetto con Patty Griffin in Wild and Lonesome è una ballata country di quelle che ormai si ascoltano raramente, del tutto degna delle migliori collaborazioni tra Gram Parsons ed Emmylou dei tempi che furono, ma anche di Waylon & Jessi, una piccola perla. Outlaw You che già dal titolo, e poi nel testo, cita e ricorda personaggi come Johnny Cash e babbo Waylon, si regge su un violino insinuante (suonato nel disco, di volta in volta, da Eleanor Whitmore, Stephanie Coleman e dal veterano Kenny Kosek), sul banjo di Bailey Cook e sulle chitarre del già citato Graboff e dei due chitarristi solisti , Jeff Hill e Steve Elliot, Steve Earle non gli fa un baffo, grande brano! La title-track, The Other Life, è un’altra ballatona di quelle struggenti, sorretta nuovamente da piano, pedal steel e chitarre, presenta i “soliti ingredienti”, ma se sono usati bene la loro porca figura la fanno sempre, soprattutto se chi canta ci mette il giusto impegno.

The Low Road è nuovamente del sano outlaw country-rock, che mescola banjo e steel con il suono rock delle chitarre, l’andamento pigro ma deciso della ritmica e la grinta del cantato, che è lontana anni luce dalla melassa di Nashville. Mama, It’s Just My Medicine è un country & roll di quelli ruspanti, con un assolo di synth che, stranamente, si inserisce perfettamente nel tessuto più moderno del brano, forse destinato alle radio, commerciale, ma averne di brani così sulle onde radio. The Outsider è un altro perfetto esempio di country song pura e dura, con l’aggiunta dell’armonica di Mickey Raphael che potrebbe proporla al suo datore di lavore Willie Nelson. 15 Million Light-Years Away presenta una accoppiata inconsueta, Jim Dandy (il cantante dei Black Oak Arkansas) con il suo vocione inconfondibile si adatta “come un pisello nel suo baccello” al mood della canzone e questo mid-tempo elettrico è un altro highlight del CD, permettendo ai due chitarristi di dare libero sfogo al loro solismo, poi reiterato nella lunga e tiratissima ode di progressive southern rock, The Gunslinger, dove chitarre, tastiere e un sax inconsueto si fanno largo tra i “motherf**ers” che nel testo si sprecano, inizio misurato e crescendo micidiale. Ben fatto, Shooter Jennings!                                        

Bruno Conti

09/03/2013

Newgrass, Bluegrass o Pop Grass? In Ogni Caso Bravi! The Hillbenders - Can You Hear Me?

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The Hillbenders – Can You Hear Me? – Compass Records

Nel 1971 i New Grass Revival di Sam Bush prendevano il loro nome da un “nuovo” stile che stava acquistando popolarità in quel periodo, anzi fu proprio uno del gruppo, Ebo Walker, a coniugare il termine “newgrass”, un filone musicale a cui si facevano aderire anche bands come i Dillards, J.D. Crowe & The New South, Country Gazette, Seldom Scene e solisti come John Hartford: una sorta di bluegrass progressivo, che mescolava lo stile classico, con influenze rock e blues, pop perfino (penso a certe cose della Nitty Gritty Dirt Band dell’epoca), oltre ad una attitudine più aperta musicalmente, tipica del periodo. Con qualche intrusione di strumenti elettrici, ma appena accennati, un basso qui, una chitarra elettrica là, una sezione ritmica, ma senza esagerare, parleremmo di country-rock, ma non è questo il caso, elementare, Watson! Qualcuno poi, un giorno, mi spiegherà la differenza con il bluegrass vero e proprio, visto che secondo molti il newgrass nasce dalle improvvisazioni strumentali tra banjo, contrabbasso e gli altri strumenti, “inventate” da Earl Scruggs, che era peraltro considerato un rappresentante della vecchia scuola.

Questa ci porta agli Hillbenders, un quintetto classico: banjo, dobro, mandolino, chitarra acustica e contrabbasso, nato a Springfield, Missouri nel 2008 e vincitore l’anno successivo del premio come miglior band bluegrass al famoso Festival Telluride in Colorado. Nel 2010 pubblicano il primo album Down To My Last Dollar, uscito a livello indipendente e recentemente ristampato proprio dalla Compass, che, tra le tante belle canzoni, contiene una deliziosa cover di un brano, forse minore, di Guy Clark, Ain’t No Trouble To Me, oltre a dodici brani scritti dai componenti la formazione. I due cugini, Jim e Gary Rea, rispettivamente a chitarra e contrabbasso, Chad Graves al dobro, Mark Cassidy al banjo e Nolan Lawrence al mandolino, che oltre a cantare più o meno tutti, tre come solisti, con gli altri che contribuiscono alle armonie a tre, quattro e anche cinque voci, veramente notevoli. Non saprei dirvi che genere facciano: newgrass, bluegrass o anche pop grass, però posso dirvi che sono veramente bravi.

L’iniziale Train Whistle o il “singolo” Radio hanno un appeal quasi radiofonico (magari di settore, se vogliamo) ma con gli strumenti che viaggiano alla grande e armonie vocali che ogni tanto esplodono piacevolmente. Ottimi i due strumentali, Clutch, che parte lenta ma diventa immediatamente un brano bluegrass tradizionale con tutti gli strumentisti che impiegano i trucchi del mestiere a velocità supersonica e la più lenta e melodica Gettysburg, dall’andamento maestoso, ma che non può trattenersi  nella parte finale di prendere quel train sonoro veloce e frenetico, tipico di questa musica. Oppure prendete le due covers, Past The Point Of Rescue, conosciuta in America come successo, negli anni ’90, di Hal Ketchum, ma chi scrive la ricorda come uno dei brani migliori presenti in No Frontiers, disco tra i migliori in assoluto di Mary Black, canzone scritta da Mick Hanly, il cantante irlandese che entrò nei Moving Hearts in sostituzione di Christy Moore, in questo album prende la forma di una bluegrass song affascinante, per diventare nella parte centrale una border song da fiesta mexicana, cantata con piglio operatico in spagnolo, a tempo di mexican grass.

L’altra cover Talking In Your Sleep, è un vecchio brano dei Romantics, che dimostra ancora questo approccio newgrass della musica, suono tradizionale, con acustica, banjo, dobro e mandolino che si alternano velocemente alla guida e cantato di stampo rock, ma impreziosito dalle consuete armonie vocali spaziali. La conclusiva Game Over, con il suo call and response tra i vari vocalist della band ha un sapore tra country e blues, grintoso e tirato al punto giusto. Tra i brani migliori anche la potente Concrete Ribbon con il consueto giusto equilibrio tra abilità strumentale degli strumentisti e armonie vocali sofisticate e complesse. Se volete il vostro country, ok, bluegrass, moderno ma allo stesso tempo tradizionale, ma, soprattutto, se volete un prodotto che forse non entrerà negli annali della musica, ma ha sicuramente una qualità nettamente superiore alla media del genere, non cercate troppo lontano, questo Can You Hear Me? potrebbe fare per voi!

Bruno Conti  

16/02/2013

Tra Moglie E Marito...Il Disco E' Servito! Kelly Willis & Bruce Robison - Cheater's Game

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Kelly Willis & Bruce Robison - Cheater’s Game - Preminum Records

Come infatti tutti saprete (beh, forse non proprio tutti) Bruce Robison e Kelly Willis, oltre ad essere due ottimi musicisti e songwriters, sono anche felicemente sposati da anni. Entrambi inattivi a livello discografico da diversi anni (Bruce dal 2008, Kelly dal 2007), si sono presi cura dei loro quattro figli durante questo periodo, ed oggi si ripresentano a noi con un disco nuovo di zecca, intitolato Cheater’s Game che, escluso un album a carattere natalizio inciso nel 2006, è il primo vero lavoro in coppia dei due. I due vengono presentati come la prima coppia uomo-donna della musica texana, anche se a memoria mi viene in mente anche quella formata da Waylon Jennings e Jessi Colter (anche se non avevano mai inciso un intero album insieme, solo qualche canzone sparsa, e poi Jessi  è dell’Arizona…ma neppure Kelly è texana, e quindi?), ma tutto ciò è per le statistiche: quello che veramente interessa è il livello del disco, che è decisamente buono.

Che i due fossero bravi lo sapevamo (anche se a Bruce ho sempre preferito di un’attaccatura il fratello Charlie, parere personale), ma che tornassero dopo cinque-sei anni con un lavoro di questo livello non me l’aspettavo (e ve lo dice uno che non ha mai amato i dischi di duetti, specie maschio-femmina, anche se ad onor del vero c’è da dire che di duetti veri e propri ce ne sono pochi, per la maggior parte del disco i due si dividono i brani da cantare, armonizzando di volta in volta sulla voce solista dell’altro). Ben prodotto da Brad Jones e registrato a Nashville con pochi ma fidati sessionmen, Cheater’s Game è un concentrato di pura Americana made in Texas, una miscela vincente di country, honky-tonk, bluegrass, roots e qualche puntatina nel rock, con circa metà dei brani scritti da Robison da solo o in compagnia (la Willis non partecipa al songwriting in questo disco), ed una scelta di covers decisamente azzeccata.

Si parte con la title track, una country song molto classica, dal passo lento, con fiddle e violini d’ordinanza e Kelly subito in parte (Bruce qui si limita a qualche backing vocals). Border Radio è proprio il classico dei Blasters, ma il brano non è né rock come l’originale dei fratelli Alvin, né lento come la versione solista di Dave, bensì ha un accompagnamento elettroacustico più rootsy, anche se un po’ sottotono: una versione discreta ma si poteva fare meglio; We’re All The Way, di Don Williams, è arrangiata in modo asciutto ed essenziale, ma la melodia gradevole ed un certo retrogusto mexican la rendono degna di nota. Long Way Home (Hayes Carll) è un brano dalla scrittura superiore: Carll è uno dei talenti più fulgidi venuti fuori negli ultimi anni in territorio Americana, e quindi i coniugi Robison non devono fare altro che cucire addosso al brano una strumentazione misurata ed il gioco è fatto; 9.999.999 Tears è un successo anni settanta di Razzy Bailey, un artista oggi dimenticato, un brano proposto con uno squisito gusto retro, tra country e pop d’altri tempi. La polverosa Leavin’ ha il sapore del Texas nelle note, But I Do è invece una sorta di bluegrass, tra antico e moderno, con tanto di tuba a farsi largo tra violini e banjo.

No Kinda Dancer è un noto brano di Robert Earl Keen, una versione forse meno incisiva di quella del suo autore, ma che fa comunque emergere la bellezza della melodia; Lifeline, mischia bluegrass e rock, un cocktail riuscito, Ordinary Fool è la tipica ballata texana, intensa e profonda. L’album si chiude con il country’n’roll di Born To Roll, la tenue e bucolica Waterfall e con la vibrante Dreamin’, melodica, diretta e vivace, una delle migliori del disco.In definitiva, si può dire che se la coppia Kelly Willis/Bruce Robison funziona alla grande a livello famigliare (quattro figli sono lì a dimostrarlo), non delude neppure discograficamente parlando. Il tempo dirà se Cheater’s Game è solo una collaborazione estemporanea o l’inizio di una vera e propria carriera parallela per i due.

Marco Verdi

11/02/2013

Notizie Dal Pianeta "Red Dirt". Brandon Jenkins - Through The Fire

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Brandon Jenkins - Through The Fire - Smith Entertainment CD

Brandon Jenkins, nativo dell’Oklahoma ma ormai texano d’adozione, è come ormai saprete uno dei maggiori esponenti del cosiddetto movimento Red Dirt, e con i suoi album precedenti (una decina) si è ritagliato insieme ai suoi colleghi appartenenti allo stesso filone un certo status di musicista di culto. Il suo capolavoro, nonché la sua opera più ambiziosa, rimane Brothers Of The Dirt del 2009, che come suggeriva il titolo ospitava la crema dei musicisti di questo particolare movimento (quindi Jason Boland, Cody Canada, Mike McClure, Randy Rogers e Stoney LaRue), un disco molto bello ed ispirato, e non solo grazie agli ospiti.

Il suo nuovo lavoro, Through The Fire, segue ad un anno e mezzo di distanza l’ottimo Under The Sun, e ci conferma il buon stato di forma di Brandon. Chi lo conosce sa già cosa aspettarsi: un country-rock ruvido e poco incline ai compromessi, con massicce dosi di blues, un po’ di atmosfere southern ed un suono diretto, potente, decisamente texano. Through The Fire non ha superospiti (solo Kim Deschamps dei Blue Rodeo in un brano), né forse l’ispirazione di Brothers Of The Dirt (che rimane il punto più alto della sua discografia, un disco che qualunque appassionato di vera musica dovrebbe possedere), ma l’onestà di Jenkins non si discute, oltre alla passione che mette in ogni nota delle sue canzoni.In quest’ultimo lavoro Brandon smorza un po’ i toni, il rock è meno presente, in favore di brani dal tono più raccolto, ma sempre con una certa tensione e diversi elementi blues: un paragone calzante potrebbe essere Ray Wylie Hubbard, altro texano doc che non è mai andato oltre il culto. La title track, che apre l’album, è un uptempo alla Neil Young (con tanto di armonica younghiana), voce già perfettamente in parte ed atmosfera evocativa.

Una bella canzone per un ottimo inizio. Burn Down The Roadhouse ha una partenza un po’ sghemba, ma si raddrizza quasi subito, assumendo toni bluesati e sporchi (qui la somiglianza con lo stile di Hubbard è chiara), con un breve ma intenso assolo chitarristico verso la fine; Horsemen Are Coming, dura ed elettrica, fa uscire l’anima rock del nostro, un brano diretto e senza fronzoli. In deciso contrasto Oh What Times We Live In, soffusa e quasi raffinata (non esattamente un termine che può venire in mente guardando l’aspetto fisico di Brandon…), contraddistinta da un songwriting di qualità, mentre Going Down To New Orleans è un delizioso pastiche acustico con una suggestiva fisarmonica alle spalle. Tattoo Tears è fluida e vibrante, dalla struttura molto classica, In Time, per pianoforte, violoncello e leggera orchestrazione, è un brano atipico ma decisamente suggestivo, mentre la crepuscolare Dance With The Devil, abbellita dalla steel di Deschamps, rimanda allo stile di Ryan Adams. Leave The Lights On è roccata, ma un po’ tignosa e ripetitiva, meglio Ridgemont Street, uno strumentale chitarristico vibrante, con il blues che fa capolino ed i musicisti che suonano sciolti come nella più classica delle jam sessions. Daddy Say, una cavalcata elettrica dal deciso sapore texano, e l’intensa Mountain Top chiudono il disco in netto crescendo.Un buon dischetto, forse non il suo migliore, ma insomma avercene di musica di questo tipo!

Marco Verdi

10/02/2013

Qui Si Va Sul Sicuro! Dale Watson And His Lonestars - El Rancho Azul

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Dale Watson & His Lonestars - El Rancho Azul - Red House CD

Se uno come Willie Nelson dice di essere il tuo più grande fan, puoi cominciare a pensare che un tantino bravo tu lo sia. Il soggetto in questione è Dale Watson, texano di Austin (anche se nativo dell’Alabama), un countryman molto noto agli appassionati del vero country, un cult artist per antonomasia, che oltre che dal vecchio Willie ha avuto parole di elogio anche da Hank III (che lo ha definito, forse esagerando un pochino, il salvatore della musica country).

Dale è uno decisamente prolifico: il suo debutto, Cheatin’ Heart Attack, è del 1995, ed in meno di vent’anni ha dato alle stampe (live compresi), più di venti album, quasi tutti di livello tra il discreto, buono, ed in alcuni casi ottimo. Watson è uno che in tutto questo tempo non ha cambiato di una virgola il proprio sound: la sua è una miscela vincente di country, honky-tonk, swing, boogie, rock’n’roll, suonati con grande grinta, ritmo e feeling da Dale con i fidi Lonestars, ed anche questo nuovo lavoro, intitolato El Rancho Azul, rimane fedele alla linea. Chi conosce Dale sa esattamente cosa aspettarsi, è un po’ come George Thorogood per il rock-boogie-blues o Delbert McClinton per il soul-errebi (e, spostandoci in territori più estremi, gli AC/DC per l’hard rock): tutta gente che si è creata un proprio pubblico, lo conosce bene, e sa che un cambio di stile alienerebbe loro buona parte dei fans senza necessariamente portarne di nuovi.

Registrato agli studi Pedernales di proprietà proprio di Willie Nelson, El Rancho Azul è quindi un perfetto concentrato dell’arte di Dale Watson, e certamente si può affiancare ai suoi dischi più riusciti. Quattordici brani, quaranta minuti di country ad alto tasso ritmico: Dale ama particolarmente le drinkin’ songs, ed anche in questo album circa la metà dei brani parla di bevute, da solo o in compagnia.

Si va dalla swingata (e ritmata) I Lie When I Drink, che apre l’album con il piede giusto, al country-rock per camionisti Where Do You Want It (un piacere per le orecchie), al boogie I Drink To Remember, al tipico honky-tonk elettrico Cowboy Boots, un brano di quelli che Dale canta anche sotto la doccia. Citerei anche la velocissima We’re Gonna Get Married, irresistibile miscela di bluegrass e rock’n’roll, la languida cowboy ballad (anche Dale si deve riposare ogni tanto) Daughter’s Wedding Song, i due godibilissimi honky-tonk dal titolo quasi uguale Quick Quick Slow Slow e Slow Quick Quick, messi uno di seguito all’altro, il ritmatissimo rockabilly Give Me More Kisses (provate a tenere fermo il piede o la testa se vi riesce).

Per non stare a nominarle tutte (ma lo meriterebbero), mi limito ancora a I Can’t Be Satisfied, un rockin’ country decisamente gustoso, la classica che più classica non si può I Hate To Drink Alone e la conclusiva Thanks To Tequila, puro Texas country. Sarà anche musica just for fun, farà anche dischi tutti uguali tra loro, ma a me Dale Watson piace.

Marco Verdi

09/02/2013

Buon Sangue Non Mente! Holly Williams - The Highway

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Holly Williams - The Highway - Georgiana Records

Holly Williams, come già saprete, è la figlia di Hank Williams Jr., sorella di Hank III, e quindi nipote del monumentale Hank Williams (anche se il nonno lo ha conosciuto solo dai dischi), cioè di colui che per la musica country è l’equivalente di Robert Johnson per il blues e di Woody Guthrie per il folk. Appartenere alla più grande famiglia della storia della musica (insieme a quella composta dai Carter ed i Cash) è un grande onore, ma anche (come direbbe un ex candidato premier del centrosinistra) un onere, ma Holly non ha paura dei paragoni e dimostra di valere.

Che fosse brava lo aveva già fatto intravedere con i suoi due lavori precedenti (The Ones We Never Knew e Here With Me), ma sinceramente non pensavo che fosse così brava: The Highway è un disco splendido, una collezione di ballate una più bella dell’altra, suonate in punta di dita da un manipolo di fuoriclasse (tra cui uno dei vari chitarristi utilizzati in carriera da John Hiatt, cioè Doug Lancio, poi Glenn Worf, Dan Dugmore e Charlie Peacock, che è anche il produttore del disco) e cantato con grande passione e pathos da Holly, che oltre ad essere una valida songwriter ha anche una voce notevole. The Highway è quindi un disco da assaporare nota dopo nota: Holly non è una ribelle come il fratello, non è geniale come il nonno (ci mancherebbe…) ma musicalmente è superiore al padre, non è propriamente country (anche se il country fa senz’altro parte del suo background), ma ha uno stile folk-cantautorale tipico di colleghe quali Mary Chapin Carpenter, Rosanne Cash, Nanci Griffith o l’ultima Emmylou Harris. 

Undici brani intensi e profondi, suonati alla grande e prodotti benissimo: come ciliegina, abbiamo anche alcuni ospiti molto noti, tutti alle armonie vocali, che vi citerò man mano che andrò avanti con la disamina del disco. Apre il disco Drinkin’, un delizioso folk tune che inizia acustico, con gli strumenti che entrano a poco a poco con discrezione e Holly che intona una squisita melodia, semplice ma di grande impatto emotivo. Sarà anche per la presenza di Lancio, ma a me ricorda lo Hiatt più songwriter che rocker.; Gone Away From Me vede Jackson Browne alle harmony, un altro brano delicato ma dal grande pathos, specie nel refrain quando entra la voce di Jackson: la giovane Williams è in grado di emozionare con poco, e non è da tutti. Railroads è più mossa ed elettrica e ha un motivo decisamente coinvolgente, di quelli che piacciono al primo ascolto: grande classe e splendido brano.

Happy è ancora lenta, ma con un feeling da brividi lungo la schiena (l’uso del violoncello fa la differenza), The Highway, che parte con il solito passo tenue, ha una melodia ben costruita e non banale, strumentazione classica, con grande uso di pianoforte (Peacock) e steel guitar (Dugmore): un brano che cresce nota dopo nota. Without You, ancora pianistica, vede Holly duettare con Jakob Dylan: solito motivo impeccabile e gran crescendo finale; Let You Go, per pochi e dosati strumenti, sembra quasi un traditional folk, con i cromosomi del nonno ben radicati, mentre Giving Up è l’ennesima ballata lenta, cantata da Holly con il cuore in mano.

Raramente un disco composto quasi esclusivamente da pezzi lenti riesce a tener desta l’attenzione dall’inizio alla fine, di solito (anche nei bei dischi) qualche sbadiglio scappa sempre, ma qui no. Bellissime anche A Good Man, sempre lenta ma dalla struttura sublime, ‘Til It Runs Dry, con Dierks Bentley alla doppia voce, cha ha qualche elemento rock, e la conclusiva Waiting On June (cantata con…Gwyneth Paltrow!), commiato in tono intimo, due chitarre e steel in sottofondo.Gran bel disco, ancora di più di quanto uno potrebbe immaginare. Come ho scritto nel titolo: buon sangue non mente.

Marco Verdi

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