Il Primo Disco Era Bello, Questo Forse E’ Anche Meglio! Sam Outlaw – Tenderheart

sam outlaw tenderheart

Sam Outlaw – Tenderheart –  Six Shooter Records/Thirty Tigers CD

Angeleno, l’album di debutto di Sam Outlaw (nato Sam Morgan, ma Outlaw non è un soprannome, è il cognome della madre) era stata una delle migliori sorprese in ambito country del 2015, un disco di musica ispirata al suono della California degli anni settanta, con due-tre grandi canzoni (tra cui la title track) e diverse di alto livello, un tocco messicano e, come ciliegina, la produzione di sua maestà Ry Cooder (Sam è molto amico del figlio di Ry, Joachim, che pure suonava nel disco). A distanza di due anni Sam decide di dare un seguito a quel disco, e Tenderheart  è un lavoro che, pur continuando il discorso intrapreso con Angeleno, se ne discosta in parte. Outlaw mantiene tutti e due i piedi ben saldi nella California del Sud, anche se il CD è inciso nella San Fernando Valley (appena fuori Los Angeles), il Messico c’è ancora anche se in misura minore, i musicisti sono in gran parte gli stessi del primo disco (tra cui Taylor Goldsmith dei Dawes ed il gruppo Mariachi Teocuitatlan, mentre mancano Cooder padre e figlio, e la produzione è nelle mani di Sam stesso), ma in Tenderheart c’è una maggior predisposizione alla ballata, ai brani interiori, quasi intimisti, pur sempre con una strumentazione decisa e vigorosa, con chitarre e piano in evidenza e sonorità aperte e limpide. Un disco quindi in parte diverso dal suo predecessore, ma direi ugualmente interessante, anche perché Sam è uno che sa scrivere ed arrangiare nel modo giusto le sue canzoni, ed è assolutamente creativo, pur nel rispetto delle sonorità classiche della musica californiana.

L’album parte con la bellissima Everyone’s Looking For Home, una ballata lenta, profonda, toccante, che si apre a poco a poco rivelando una melodia di scintillante bellezza (splendido poi l’intermezzo con i fiati mariachi ed una chitarra twang). Bottomless Mimosas è più strumentata, ma è ancora caratterizzata da un’atmosfera eterea e di indubbio fascino: già da questi due brani si percepiscono le differenze con Angeleno, qui forse le canzoni sono meno dirette ma più personali; Bougainvillea, I Think è ancora lenta, elettroacustica, quasi folk, sulla falsariga di un certo cantautorato classico che aveva in James Taylor il suo interprete di punta, un pezzo decisamente riuscito, raffinato, suonato alla grande. Tenderheart è ancora una ballata, ma più vigorosa nel suono, non proprio rock ma poco ci manca, di nuovo contraddistinta da un motivo decisamente piacevole: Sam è quasi un altro artista rispetto al primo disco, forse qualcuno potrà anche rimanere spiazzato, ma a me questo suo nuovo look sonoro comunque piace assai. Come a smentirmi, Trouble è una pimpante country-rock song, la più elettrica e ritmata del CD, dal tiro potente e dotata di un bel riff e di un refrain che si canticchia al primo ascolto, la prova che comunque il nostro è ancora legato a certe sonorità.

She’s Playing Hard To Get (Rid Of) è di nuovo uno slow, ed è il pezzo più country finora, con una bella voce femminile sullo sfondo ed una languida steel, un brano dalla strumentazione classica, anch’esso di ottimo livello. La tonica Two Broken Hearts sta giusto a metà tra country e rock (e Sam ha davvero una bella voce), Diamond Ring è una deliziosa country ballad dal sapore antico, stile Flying Burrito Brothers, mentre Say It To Me è un altro country-rock splendido, uno dei migliori del CD, con una strumentazione forte, un suono vigoroso ed un motivo di prim’ordine. Bellissima anche All My Life, un country vivace, solare, quasi irresistibile, e che dire di Dry In The Sun, un’altra melodia semplice ma di grande presa, mentre Now She Tells Me profuma di Baja California, con quel leggero sapore di confine. Il CD termina con Look At You Now, ancora tenue e bucolica, perfetta per chiudere un lavoro decisamente riuscito sotto il profilo della scrittura, ricco dal punto di vista melodico e, perché no, in grado di regalare emozioni.

Marco Verdi

Una Eredità Per Nulla Smarrita, Anzi Molto “Viva”! Outlaws – Legacy Live

outlaws legacy live

*NDB Leggendo un commento su loro Live dell’86 che vedete a fianco, e che a grandi linee condivido, mi sono accorto che non avevo ancora postato la recensione di questo doppio dal vivo degli Outlaws, uscito qualche tempo fa, e visto che il Southern rock è sempre bene accetto sul Blog e il Live è notevole, rimedio subito.

Outlaws – Legacy Live – 2 CD SPV/Steamhammer

Ultimamente c’è stata una vera proliferazione di pubblicazioni dedicate a dischi dal vivo degli Outlaws, spesso eccellenti, come il Los Angeles 1976, o comunque molto buone, vedi Live At The Bottom Line Live ’86, entrambi editi dalla Cleopatra http://discoclub.myblog.it/2016/09/14/meglio-il-live-uscito-lo-scorso-anno-anche-male-the-outlaws-live-at-the-bottom-line-new-york-86/ . Ora esce questo Legacy Live, registrato nel tour del 2015 dall’ultima formazione della band, quella che vede presenti dei membri originali solo il cantante e chitarrista Henry Paul e il batterista Monte Yoho. Con loro ci sono anche, nella line-up comunque a tre chitarre, Steve Grisham (Henry Paul Band, Brothers Of The Southland), già presente nel periodo 1983-1986 e Chris Anderson (anche con Dickey Betts, Lucinda Williams e Lynyrd Skynyrd) dal 1986 al 1989, entrambi alla solista, oltre al bassista Randy Threet e al tastierista Dave Robbins, tutti (ri)entrati nella band negli anni 2000. Non c’è più Hughie Thomasson, l’altro leader, scomparso nel 2007, mentre nel disco del 2012 It’s About Pride, l’ultimo in studio, alla chitarra c’era l’ottimo Billy Crain. E contrariamente alle mie aspettative (e a quelle di molti altri fan) anche questo doppio dal vivo è molto buono, la band della Florida è in gran forma e propone il proprio southern aggressivo e chitarristico con una grinta e una vivacità che latitano in altre formazioni storiche del rock sudista.

Niente di nuovo, e ci mancherebbe, ma i nostri non appaiono bolliti e neppure troppo sopra le righe, riuscendo a non fare troppo rimpiangere il periodo d’oro degli anni ’70, il 1975 per la precisione, l’anno di uscita del primo album, di cui nel tour si festeggiava il 40° Anniversario. 21 canzoni (compresa la breve intro iniziale) dove scorrono i grandi successi del gruppo, ma anche alcuni brani tratti da It’s About Pride: si parte subito bene con una gagliarda There Goes Another Love Song, che mette subito in evidenza anche gli elementi country presenti nel DNA del gruppo, sia con ottime armonie vocali, sia con il sound dove le chitarre sono regine, ma la melodia non è mai assente, senza esagerare con continue prove troppo muscolari (che non mancano comunque, non temete). Eccellente anche un altro classico come Hurry Sundown, dove i classici e continui rilanci del loro credo musicale sono in bella evidenza, con assoli di chitarra che si susseguono a ritmo serratissimo. Ma pure la recente Hidin’ Out In Tennessee non sfigura rispetto al vecchio repertorio, con le chitarre spesso impegnate ad armonizzare all’unisono nel classico sound à la Outlaws e poi scatenarsi in micidiali call and response; Freeborn Man era su Lady In Waiting, quando c’era ancora Billy Jones, ed è la consueta perfetta miscela di country e rock di gran classe, anche con cambi di tempo repentini e raffinati. Ma nell’alternanza tra nuovi e vecchi pezzi non ci sono discrepanze, buoni entrambi, come conferma la riffatissima Born To Be Bad del 2012 dove sembra di ascoltare degli ZZ Top più melodici, o Song In The Breeze dal 1° omonimo album.

Girl From Ohio ricorda un pezzo di country-rock degli Eagles, della Nitty Gritty o dei Poco, mentre nell’unisono splendido delle soliste in Holiday sembra di ascoltare i Wishbone Ash migliori. Poi, certo, ci sono i cavalli di battaglia: Gunsmoke, di nuovo da Hurry Sundown o la lunga e tirata Grey Ghost, la title-track del disco omonimo, dove si apprezza di nuovo il finissimo intrecciarsi delle varie chitarre soliste; si torna di nuovo al country velocissimo e corale di una South Carolina che mi ha ricordato di nuovo moltissimo i primi Eagles e nell’attimo successivo passiamo ad una ballata mid-tempo avvolgente come So Long e ancora a una Prisoner, tratta da Lady In Waiting, che ondeggia tra Pink Floyd ed Allman Brothers. Cold Harbor,elettroacustica e raccolta, quasi alla CSNY, è seguita da Trail Of Tears, dall’inedito Once an Outlaw, l’ultima prova postuma con Thomasson. Notevole pure la corale It’s About Pride, dove risalta anche il piano di Robbins, ma a ben vedere non c’è un brano debole in questo bellissimo doppio dal vivo, come conferma il gran finale, prima con la scatenata Waterhole, che rievoca certi strumentali splendidi dei dischi dei Poco, poi la deliziosa Knoxville Girl, sempre dal primo classico album e Green Grass And High Tides, che è la loro Free Bird, un vero festival delle chitarre elettriche, tredici minuti di pura goduria dove le soliste si rincorrono, si intrecciano e si scatenano in modo splendido. E non è finita, perché pure l’entusiasmante (Ghost) Riders In The Sky dimostra che gli attuali Outlaws, almeno dal vivo, non hanno nulla da invidiare alla loro versione più giovane dei tempi che furono. Grande disco!

Bruno Conti

Divertimento Puro…Cosa Volete Di Più? Jesse Dayton – The Revealer

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Jesse Dayton – The Revealer – Blue Elan CD

Lasciando da parte il discorso dell’intrattenimento, i cantanti o le band pubblicano dischi per un insieme di ragioni differenti: c’è chi lo fa perché ha qualcosa da comunicare, chi per far riflettere su determinati argomenti, chi per protestare, chi per commuovere, chi per far ballare, altri semplicemente con l’unico intento di vendere tanto, o talvolta solo per adempiere ad un obbligo contrattuale. C’è poi una categoria di album che nascono con il preciso intento di far divertire (just for fun dicono in America), e questo The Revealer, nuovo CD ad opera del texano Jesse Dayton, è un fulgido esempio in tal senso. Dayton non è un novellino, è in giro da più di vent’anni e ha già alle spalle una mezza dozzina di album a suo nome, ma è forse più noto, se non al grande pubblico almeno nell’ambiente, per essere un chitarrista molto richiesto in ambito country-rock: nel suo curriculum infatti troviamo partecipazioni nei dischi di tutti e quattro gli Highwaymen, cioè Willie Nelson, Johnny Cash, Waylon Jennings e Kris Kristofferson (non però nei loro tre lavori insieme), oltre ad aver suonato per la cowpunk band Supersuckers ed essere andato in tour con John Doe ed i suoi X. Devo essere sincero, non conosco i precedenti album di Jesse, lo avevo sentito nominare, avevo letto il suo nome da qualche parte (probabilmente all’interno dei lavori dei signori citati poc’anzi), ma quando ho messo nel lettore The Revealer confesso di essere sobbalzato più di una volta sul divano, in quanto mi sono trovato ad ascoltare quello che semplicemente (e non esagero) è uno migliori, più ritmati, roccati, coinvolgenti e divertenti dischi di country-rock del 2016.

Jesse, che è in possesso anche di un’ottima voce, è una forza della natura, sa scrivere canzoni di prima qualità, è perfettamente in grado di differenziare il suo stile senza risultare dispersivo, ha ritmo e feeling da vendere e riesce ad entusiasmare in diversi momenti. Mi rendo conto che sto usando termini altisonanti, ma provate a darmi fiducia (se vi piace il genere, è ovvio), date un ascolto ai brani di The Revealer e non ve ne pentirete. Aiutato da un manipolo di gente con le contropalle (tra cui Mike Stinson alla batteria, Riley Osbourne al piano e Beth Chrisman al violino), Dayton mette a punto dodici brani di cui farete fatica a fare a meno, a partire dall’iniziale Daddy Was A Badass, gustosissima e saltellante country song dal suono maschio, in perfetto Waylon-style, il modo migliore per aprire il CD, seguita a ruota dalla scatenata Holy Ghost Rock’n’Roller, un irresistibile, appunto, rock’n’roll, con un pianoforte suonato alla Jerry Lee Lewis, dal ritmo frenetico, impossibile stare fermi (*NDB O i Blasters!). Bellissima anche The Way We Are, anch’essa figlia di Jennings Sr. (voce compresa), ritmo al solito sostenuto, chitarre ruspanti e melodia immediata; Eatin’ Crow And Drinkin’ Sand è tosta ed elettrica, con elementi southern appena stemperati da un limpido violino, un country-rock scintillante: Jesse sta dimostrando, canzone dopo canzone, di essere uno che fa sul serio.

Possum Ran Over My Grave è dedicata a George Jones, uno dei suoi eroi di gioventù, ed il brano, un vibrante slow di stampo classico (ma sempre elettrico) è il miglior omaggio possibile al grande countryman scomparso; di bene in meglio con la strepitosa Take Out The Trash, un rockin’ country dal refrain irresistibile, ritmo alto e chitarre in gran spolvero, mentre Mrs. Victoria (Beautiful Thing) è un’oasi acustica, ma il nostro dimostra di saper tenere la guardia alta, ed il pezzo ha un delizioso sapore folk-blues, simile alle incisioni recenti di Tom Jones, con ottimi intrecci di chitarre. Pecker Goat, scritta con Hayes Carll, è un travolgente cajun elettrico, altro brano a cui è difficile resistere, Match Made In Heaven è invece il più classico degli honky-tonk, pulito, terso, cristallino, con la doppia voce di Brennan Leigh a rinfrescare la tradizione dei duetti country tra uomo e donna, mentre I’m At Home Gettin’ Hammered (While She’s Out Gettin’ Nailed), divertente già dal titolo, porta il nostro in territori bluegrass, solito ritmo ultra-sostenuto, assoli a raffica e godimento assicurato. Il CD si chiude con Never Started Livin’, una classica ballata elettroacustica, fluida e distesa, e con Big State Motel, altro folk tune polveroso, sudista e sfiorato dal blues, finale in solitario e momento di relax per un disco che è una bomba innescata.

In tre parole: da non perdere.

Marco Verdi

Reckless Kelly, E Sai Cosa Aspettarti! Il Nuovo Album Sunset Motel

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Reckless Kelly – Sunset Motel – No Big Deal Records/Thirty Tigers

Se qualcuno si chiede il perché del titolo, lo spiego subito. Ultimamente sta capitando abbastanza di frequente che gruppi e solisti che avevano ricevuto buone critiche e di conseguenza acquisito una certa credibilità in un determinato ambito o genere musicale, poi, con improvvisi voltafaccia, hanno mutato il loro approccio stilistico anche in modo drastico. E fin qui non ci sarebbe nulla di male, se il cambiamento è orientato verso un miglioramento della propria musica, ma se è solo, almeno a parere di chi scrive, per meri fini commerciali (anche se vengono quasi sempre addotte ragioni di ricerca ed evoluzione del suono verso nuove frontiere sonore e stilistiche), si possono segnalare a fans e potenziali seguaci queste deviazioni sostanziali dal percorso originale, che non sempre corrispondono ad una evoluzione ma, in alcuni casi, di nuovo parere personale, sono una involuzione. Mi vengono in mente, in tempi recenti, i dischi degli Head And The The Heart, di Bon Iver, dei Needtobreathe, e andando a ritroso, Arcade Fire, Kings Of Leon, Mumford And Sons e molti altri. Si aggiunge un sintetizzatore qui (anche più di uno), un campionamento là, una batteria elettronica, dei coretti spesso insulsi, dei ritmi dance o anche semplicemente del pop molto “lavorato”, che rende gran parte dell’attuale produzione omologata ad un suono standard: tradotto, i dischi sono uguali fra loro, è difficile capire chi sia Tizio e chi Caio, tanto suonano tutti allo stesso modo, e tutti sono felici, più o meno.

Quindi di quei gruppi camaleontici (e nel caso non è inteso come un complimento), su questo Blog leggerete solo a livello di ammonimento, poi ognuno è libero di scegliere cosa ascoltare, ci mancherebbe. E veniamo dunque ai Reckless Kelly: non aspettatevi un capolavoro assoluto e neppure grandi novità, appunto, ma dal quintetto dell’Idaho (dove ritornano solo per l’annuale rimpatriata con i fratelli nella Braun Brothers Reunion, mentre i loro primi passi li hanno mossi a Bend nell’Oregon), basato in Texas da  parecchi anni e che quest’anno festeggia il ventesimo anniversario di carriera, possiamo attenderci del classico Texas Country Rock, della Red Dirt Music, ma anche del roots rock, per quanto il tutto sia irrobustito da ampie iniezioni di classico rock americano chitarristico, energico e volendo, perché no, anche commerciale e forse a tratti scontato, ma genuino e di sani principi. I dischi dei fratelli Willy e Cody Braun probabilmente non brillano per originalità, ma gli elementi citati poc’anzi, magari miscelati in modo diverso, ci sono. Nel precedente album http://discoclub.myblog.it/2013/09/16/rockin-in-texas-sotto-la-luna-reckless-kelly-long-night-moon/, qualcuno aveva letto spostamenti verso un suono più levigato (ma non Tino, estensore delle note di cui sopra), mentre in questo nuovo Sunset Motel ci sono alcuni brani dove il rock si fa più ruggente e chitarristico.

Partiamo proprio da questi: Radio, dove la manopola dell’apparecchio, dopo qualche giro, si ferma su un brano rock e tirato, a tutte chitarre, quella solista di David Abeyta, che è anche il produttore e ingegnere del disco, la ritmica di Willy Braun e in aggiunta, la chitarra di Micky Braun (il fratello minore, leader di Micky And The Motorcars), e pure il bassista Joe Miller aggiunge la sua 6 corde, per cui il suono viaggia con poderosi power chords tra Stones, Black Crowes e il classico rock americano anni ’70, con l’organo dell’ospite Bukka Allen ad aumentare il poderoso muro di suono del brano. E nei vari brani del disco ci sono spesso due chitarristi, Chris Masterson Dusty Schafer, oltre alla pedal steel di Marty Muse: prendiamo un pezzo come Buckaroo, di impostazione chiaramente più country, una energica ballata mid-tempo, con la bella voce di Willy Braun, sempre in piacevole evidenza in tutto il CD, ben sostenuta dalle eccellenti armonie vocali dei vari componenti la band, ma sia la solista in modalità slide, quanto la lap steel e le altre chitarre donano una patina di grinta e vigore, sempre bene accette. Volcano è un altro esempio di classico country-rock di buona fattura, mentre Give It Up è un ulteriore pezzo dove il rock e le chitarre si fanno largo tra le belle melodie del gruppo, con Moment In The Sun che ha addirittura afflati springsteeniani dalla propria parte.

Il resto dell’album è appannaggio di ballate e pezzi country spesso di buon livello: dal Red Dirt country dell’iniziale, eccellente, How Can You Love Him (You Don’t Even Like Him), dove il suono della pimpante armonica di Cody Braun, si insinua tra i fraseggi delle chitarre e dell’organo, ben supportati dalle immancabili armonie vocali. Willy Braun, che scrive tutte le tredici canzoni dell’album, come detto, ha una voce duttile e in grado di padroneggiare sia i momenti più grintosi come le ballate più intime tipo la title-track, dove le chitarre acustiche, il piano e il violino prendono il sopravvento, ma una slide malandrina si insinua comunque tra le pieghe della canzone. Molto piacevole anche The Champ, ancora classico country-rock di marca texana, con una batteria dal suono comunque sempre “umano” , una melodia sentita mille volte (probabilmente, volendolo cercare, il limite maggiore dell’album) ma che si ascolta con piacere. Ancora l’armonica a fornire un’impronta tra delizioso country texano e certe ballate del primo Neil Young, per la lenta e cadenzata One More One Last Time. Anche Forever Today rimane su queste coordinate sonore, forse un pizzico di zucchero di troppo, ma l’aria malinconica giova alla canzone. La pedal steel è la protagonista dell’avvolgente Who’s Gonna Be Your Baby Now, con l’aggiunta di un bel break chitarristico che ne vivacizza la parte centrale. Sad Song About You , con le chitarre elettriche e il violino in bella evidenza, potrebbe ricordare certe ballate squisite degli Avett Brothers.

Chiude un album onesto e di buona qualità l’acquarello elettroacustico di Under Lucky Stars.

Bruno Conti    

Questo E’ L’Anno? Lo Spero Per Loro, Lo Meritano! Yarn – This Is The Year

yarn this is the year

Yarn – This Is The Year – Red Bush CD

In passato mi ero già occupato un paio di volte per il Buscadero (ma non ancora sul Blog) degli Yarn, quartetto originario di Brooklyn, e ne avevo parlato bene: il gruppo, attivo dal 2007, ha già alle spalle ben cinque album, più due collezioni di outtakes di studio (Leftovers Vol. 1 & 2) che erano allo stesso livello di un normale disco, e la qualità media è sempre stata piuttosto alta. La band è guidata da Blake Christiana, che scrive tutte le canzoni, le canta e suona la chitarra ritmica, coadiuvato da Roderick Hohl alla solista, Robert Bonhomme al basso e Rick Bugel alla batteria, e da sempre propone una intrigante miscela di country, folk e rock, senza pretendere di inventare nulla ma facendo molto bene quello che fa. Un gruppo di Americana al 100% dunque, con una capacità innata da parte di Christiana di scrivere canzoni di presa immediata, classiche nel suono e senza strani arzigogoli o velleità moderne: This Is The Year è il loro nuovissimo lavoro, e dopo un attento ascolto posso affermare che, fortunatamente, i ragazzi non hanno cambiato una virgola del loro suono, ma a mio parere hanno addirittura alzato ancora il livello, in quanto le canzoni qui sono decisamente migliori che negli album precedenti e la loro intesa si è ulteriormente perfezionata (merito pure dei circa 170 concerti che tengono durante l’anno, che hanno dato loro modo di crearsi anche un bel seguito).

Country-rock di ottima levatura, con un livello di songwriting eccellente ed una performance complessiva degna di nota: non ci sono altri sessionmen in studio, ed il disco è autoprodotto, a testimonianza del fatto che gli Yarn non vogliono perdere il controllo di quello che fanno, ed i fatti hanno dato loro ragione in quanto This Is The Year può tranquillamente essere messo tra i migliori dischi del genere usciti negli ultimi due-tre mesi. L’apertura è affidata a Carolina Heart, una tenue e soffusa ballata suonata in punta di dita e con uno stile che fonde country, rock e Paul Simon (dopotutto i ragazzi sono di New York), begli arpeggi chitarristici ed una melodia fresca e piacevole. La title track è più elettrica, con un non so che di Neil Young, ritmo secco ed un suono di chitarra ruspante, il tutto però rilasciato con garbo e misura; Love/Hate, per contro, ha un leggero sapore pop-errebi ma si fa apprezzare lo stesso (sorprende la capacità dei nostri di creare melodie semplici ed immediate), mentre Fallin’ è una splendida ballata lenta, di quelle che solo i grandi autori sanno scrivere, con un motivo fluido e toccante ed un’atmosfera crepuscolare di grande fascino. E siamo solo al quarto pezzo.

La spedita I’m The Man è una sorta di honky-tonk elettrico, gustosissimo e tra le più dirette del CD, cantata da Blake con uno studiato distacco, che ricorda l’approccio che caratterizzava le interpretazioni di Lowell George: il ritornello, poi, è irresistibile; Now You’re Gone ha un riff secco, alla Steve Earle, ed il brano è un country-rock elettrico decisamente accattivante, Sweet Dolly ha un’andatura saltellante ed ancora rimandi ad un certo cantautorato classico, anche questa ben costruita ed assolutamente valida. Ma non c’è un solo brano sottotono: la mossa Easy Road è bellissima, coinvolgente, da canticchiare al primo ascolto, Long Way To Texas è un rockabilly d’altri tempi, con un buon pickin’ chitarristico, ed anche Life Is Weird fa restare il disco in territori bucolici, con un leggero retrogusto folk ed il solito refrain da applausi. L’album si chiude con la classica (nel suono) Simple Life I Ride, altra cristallina country ballad, e con la gentile e rilassata I Let You Down.

This Is The Year: speriamo che per gli Yarn questo titolo sia di buon auspicio, se lo meriterebbero.

Marco Verdi

 

Un Nuovo Disco Degli Eagles? Più O Meno… Dave Barnes – Carry On, San Vicente

dave barnes carry on, san vicente

Dave Barnes – Carry On, San Vicente – 50 Year Plan CD

Normalmente non ho nulla contro gli artisti derivativi, a patto che comunque facciano della buona musica. Non considero infatti un peccato mortale prendere a modello un cantante o un gruppo e ricalcarne il suono tipico, anzi a volte, in mancanza dell’originale, un buon surrogato può comunque risultare gradito: ci possono essere milioni di esempi, ma chissà perché mi viene in mente il nome di Kid Rock, musicista di dubbio talento ed autore di dischi tra il pasticciato ed il tamarro, il quale nel 2010 ha pubblicato un album di buon livello, Born Free (senza dubbio il suo migliore), che però aveva il difetto (ma abbiamo visto che per il sottoscritto difetto non è) di avere un suono che riproponeva in maniera quasi pedissequa il classico stile di Bob Seger, avete presente quelle ballate pianistiche sferzate dal vento, tipiche del rocker di Detroit? Dave Barnes, cantautore di stampo country-rock originario del South Carolina, ma trapiantato a Nashville, nei suoi dischi precedenti (una mezza dozzina dal 2004 ad oggi, oltre a ben due album natalizi) non aveva mai palesato influenze ben precise, ma per questo nuovo Carry On, San Vicente ha voluto cambiare, ispirandosi direttamente (parole sue) ad un certo tipo di musica californiana degli anni settanta, con un attenzione maggiore verso Eagles, Fleetwood Mac e Crosby, Stills & Nash. Ora, dopo un paio di attenti ascolti di questo album, personalmente non ho trovato grandi tracce di CSN, e giusto qualche accenno qua e là al suono del gruppo di Lindsay Buckingham e Stevie Nicks, ma per quanto riguarda le Aquile sembra davvero di avere per le mani un loro lost album della seconda metà dei seventies.

Sarà per il timbro di voce, curiosamente simile sia a Don Henley che a Glenn Frey a seconda dei brani (più il primo però), sarà per il suono californiano al 100%, con quella miscela di country e pop così diffusa in quegli anni, ma Carry On, San Vicente è una collezione di canzoni (nove) che forse non ci presenta un artista dalla spiccata personalità, ma di sicuro uno che con la penna ci sa fare (a Nashville Barnes è anche un apprezzato autore per conto terzi), e che quindi ci regala una mezz’oretta abbondante di piacevole ascolto Il disco, prodotto dallo stesso Barnes con Ed Cash (e suonato da un ristretto gruppo di musicisti tra cui spiccano Dan Dugmore alla steel e la coppia formata da Derek Wells e Kris Donegan alle chitarre elettriche) è quindi un riuscito omaggio del nostro ad un suono ed un’epoca leggendari, un momento storico in cui la California era, musicalmente parlando, al centro del mondo, un album che farà dunque la felicità di coloro che si sentono orfani degli Eagles all’indomani della recente dipartita di Glenn Frey. E pazienza se qualcuno penserà che siamo di fronte ad un clone… She’s The One I Love apre il CD con un attacco tipico delle Aquile (ricorda Already Gone) e pure la voce è molto Frey, ma il brano sta in piedi con le sue gambe grazie alla ritmica spedita, i bei fraseggi chitarristici e la melodia accattivante (non per niente è il primo singolo).

Con la title track siamo parzialmente sul territorio dei Mac (mentre la voce è molto Henley), un gustoso connubio tra pop e rock, un suono che nei settanta faceva faville; la lenta e pianistica Wildflower ha una melodia struggente e similitudini con brani come Desperado, compresa la struttura in crescendo e l’ingresso della band dopo un minuto e mezzo: a dispetto del suo essere derivativa, una gran bella canzone https://www.youtube.com/watch?v=0yTZdPOdedY . Glow Like The Moon inizia a cappella e poi entrano chitarra acustica e mandolino (alzi la mano chi non ha pensato a Seven Bridges Road) ed il brano si sviluppa in maniera fluida, un pezzo tra folk e rock altamente godibile https://www.youtube.com/watch?v=6Ipor4FF428 ; Sunset, Santa Fe è una ballata crepuscolare ancora molto anni settanta, steel in sottofondo ed atmosfera quieta, oltre ad una scrittura solida e senza sbavature. Honey, I’m Coming Home ricorda invece Heartache Tonight (l’intro è molto simile), bei riff chitarristici per un brano tutto da godere: anche Frey apprezzerebbe; Nothing Like You è la più lunga (quasi sei minuti), ed è un altro slow molto classico, decisamente fluido nel suo sviluppo e dotato di un refrain che si canticchia subito. L’album volge al termine, non prima però di aver apprezzato Need Your Love, altro tipico country-rock Eagles-style (versante Henley), ritmo vivace e sonorità californiane al 100%, e Wildfire Heart, un soft-rock di gran classe che chiude benissimo un disco decisamente piacevole anche se non esattamente innovativo.

Ma siccome di dischi nuovi degli Eagles non ne avremo più (se non eventuali album postumi), allora mi posso accontentare anche di Dave Barnes.

Marco Verdi

Texas? No, Ravenna E Dintorni! The Crazy Bulls Band – Lifestream

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The Crazy Bulls Band – Lifestream – Folk And Roll/ Distr. IRD CD

Chi pensa che il country sia un genere poco considerato in Italia forse non conosce il fitto sottobosco di band che da anni portano avanti il verbo della musica americana per antonomasia, soltanto con le esibizioni dal vivo e magari senza vedere mai il loro lavoro gratificato da pubblicazioni discografiche. Tra questi uno degli acts di punta è certamente la Crazy Bulls Band, un combo di sette elementi proveniente da Ravenna e dintorni e guidato dal chitarrista Giuliano Guerrini: i Tori Pazzi si sono formati nell’Ottobre del 2013 ed in breve tempo sono diventati un gruppo tra i più richiesti, arrivando a partecipare anche a diversi festival country europei (come quello di Tolone, che non sapevo essere il più importante in Francia nel suo genere). Oltre a Guerrini troviamo Stefano Bandini alla chitarra acustica (e fondatore del gruppo insieme a lui), Federico Baldassarri al banjo e steel, Nicola Nieddu al violino e mandolino (molto bravo), Francesco Ricci al basso e Guido Minguzzi alla batteria, mentre la voce solista è femminile (Leda De Waure) ed è anche l’unica non italiana, essendo originaria del Sudafrica.

Lifestream è il loro esordio discografico, un album che ci rivela una band che suona americana al 100% (con un po’ di influenze celtiche portate in dote da Leda, che ha precedenti esperienze in quel campo), un country-rock assolutamente credibile ed anche di buon livello, con tutti i dieci brani scritti da Guerrini in perfetto stile a stelle e strisce: un gruppo che ha ritmo, feeling e passione, e si meriterebbe qualcosa in più del culto al quale pare destinato, dato che il disco è molto meglio di almeno il 50% del materiale che viene prodotto ogni anno a Nashville. L’inizio è sorprendente: Power And Pain è un rockin’ country potente, decisamente chitarristico, con il suono appena stemperato da steel e violino, e Leda che si propone come vocalist grintosa e di personalità. Doing Well è davvero bella, una ballata elettrica dalla melodia di ampio respiro, una sezione ritmica solida ed un bel banjo che ricama in sottofondo, mentre Big Old Wheel è un irresistibile bluegrass dal vago sapore folk irlandese, un refrain travolgente ed un violino scatenato; Run Run Run è invece un country’n’roll tutto da gustare, ritmo al solito sostenuto che rende il brano perfetto da ballare in un saloon texano. Un avvio di tutto rispetto, i CBB, a dispetto della carta d’identità nostrana, dimostrano di fare sul serio.

La lenta e pianistica A Brand New Day conferma che i nostri sono anche in grado di scrivere brani maggiormente strutturati, ma con Back To My Town, un impetuoso rockgrass (si può dire?), la temperatura torna a salire, e resta alta anche con Big Strides, che ha uno stile ancora a metà tra country e Irish. Spaghetti Catalan, a dispetto del titolo idiota, è un western tune intenso ed evocativo, uno dei migliori del CD (e Nieddu si conferma un violinista notevole); l’album termina con White Rose (in duetto con tale Giò De Luigi, ammetto che non so chi sia), un mid-tempo roccato ed asciutto, che se il gruppo fosse americano definiremmo di matrice southern, e con la potente e diretta My Main Attraction, altro scorrevole rockin’ country che chiude il disco nello stesso modo con cui Power And Pain lo aveva aperto.

Cercando in giro, anche in Italia, si può comunque trovare qualcosa di valido, e la Crazy Bulls Band valida lo è di sicuro.

Marco Verdi

Una (Parziale) Rivincita Per L’Hank “Sbagliato”! Hank Williams Jr. – It’s About Time

hank williams jr. it's about time

Hank Williams Jr. – It’s About Time – Nash Icon/Universal CD

Nascere figli di Hank Williams e voler fare i musicisti non è facile, ma Hank Williams Jr., nel corso delle ormai quasi sei decadi di carriera, ci ha messo spesso e volentieri del suo per offrire il fianco alle critiche, complice una qualità media discografica altalenante (però comprensibile quando hai quasi sessanta album all’attivo, live ed antologie esclusi) e soprattutto testi che palesavano uno spirito patriottico un tantino qualunquista (per usare un eufemismo), una religiosità un po’ stucchevole ed una simpatia politica abbastanza evidente per il partito repubblicano (quasi un peccato mortale in ambito artistico per l’intellighenzia americana, mentre io penso che ognuno abbia il diritto di professare la propria ideologia in santa pace, tanto quello che conta è la musica). Ma Hank Jr. non è mai stato un beniamino della critica, anche perché musicalmente molto spesso si è lasciato andare a soluzioni non proprio raffinatissime, altre volte rivestendo le proprie canzoni con arrangiamenti discutibili, ma sovente, bisogna dirlo, i suoi dischi non sfiguravano affatto nell’ambito di un certo country-rock imparentato con la musica del Sud (sua area d’origine peraltro), e diverse volte il suo suono robusto non ha mancato di intrattenere a dovere gli ascoltatori, come è successo anche con il suo penultimo lavoro, il discreto Old School New Rules del 2012.

Ora Hank fa anche meglio, in quanto It’s About Time è, testi a parte, un signor disco di rockin’ country vigoroso ma non banale, con una dose più che sufficiente di feeling ed una serie di buone canzoni, suonate e cantate con il piglio giusto ed arrangiamenti asciutti e diretti (la produzione è di Julian Raymond, già collaboratore per molti anni di Glen Campbell): un bel disco dunque, direi anche un po’ a sorpresa dato che Williams Jr. non ha mai sfornato capolavori, né ha mai goduto di un gran credito (a differenza dei figli Holly, davvero brava, e Hank III, che però a fianco di ottimi dischi country ha pubblicato anche immani porcate quasi metal) ed è sempre stato guardato dall’alto in basso. L’album inizia subito col piede giusto, intanto perché Are You Ready For The Country di Neil Young è una grande canzone, e poi perché Hank ne fa una versione accelerata e decisamente più roccata (tra l’altro in duetto con Eric Church), un trattamento che dà nuova linfa ad un classico: chitarre e sezione ritmica dominano, ma c’è anche un tagliente violino a dire la sua (il grande Glen Duncan, e nel disco suona anche il leggendario steel guitarist Paul Franklin). La sciovinista Club U.S.A. è un rock’n’roll tiratissimo che non sfigurerebbe nel repertorio dei migliori Lynyrd Skynyrd, che in quanto a sciovinismo pure loro non scherzano, un pezzo davvero trascinante (e Hank, è giusto ricordarlo, ha anche una bella voce), God Fearin’ Man è ancora un southern country roccioso e potente, Hank non molla la presa e ci circonda di ritmo e chitarre a manetta (ed anche il refrain non è niente male), mentre Those Days Are Gone è più rilassata, un honky-tonk cadenzato dal suono comunque pieno e con la giusta dose di elettricità e “sudismo”.

https://www.youtube.com/watch?v=aoA-KwmUaAk

La divertente (nel testo) Dress Like An Icon ha anch’essa un bel tiro e non fa calare la tensione di un disco fino a questo momento sorprendente; God And Guns la conoscevamo già nella versione proprio degli Skynyrd (era anche il titolo di un loro album del 2009), e se il testo è una dichiarazione di intenti a favore di Donald Trump (o di chiunque vincerà le primarie repubblicane), musicalmente il brano è un southern rock teso ed affilato, con un trascinante finale a tutta potenza. Just Call Me Hank è invece una ballata scorrevole e molto più country, ma con un suono sempre deciso, la saltellante Mental Revenge (un classico di Mel Tillis, ne ricordo una bella versione anche dei Long Ryders) è scintillante e godibilissima; la title track è invece un country-rock dalla melodia contagiosa che conferma lo stato di ottima forma di un musicista spesso bistrattato.     L’album si chiude con il rutilante swing roccato di The Party’s On, la lunga Wrapped Up, Tangled Up In Jesus, puro gospel del Sud ( e ci sono le McCrary Sisters ai cori), dal ritmo sempre sostenuto e con un tocco swamp, e con la travolgente Born To Boogie (titolo che è tutto un programma), nella quale Hank divide il microfono con Brantley Gilbert, Justin Moore e Brad Paisley, il quale rilascia anche un assolo chitarristico dei suoi.

Bando agli snobismi: Hank Williams Jr. non sarà certo diventato all’improvviso un genio della musica, ma It’s About Time è un bel disco, e questo bisogna riconoscerglielo.

Marco Verdi

Con Un Nome Così Difficile Fare Dischi Brutti! Green River Ordinance – Fifteen

green river ordinance fifteen

Green River Ordinance – Fifteen – Residence Music

Ovviamente il riferimento del titolo del Post è quello ad una delle canzoni più famose e più belle dei Creedence (il genere però non c’entra per nulla), ma il nome della band viene da una legge americana che proibisce la vendita porta a porta a meno che il proprietario non dia il permesso. E noi il permesso di entrare ai Green River Ordinance lo diamo assolutamente, soprattutto per questo Fifteen, il loro quarto album, che festeggia appunto quindici anni di carriera (le aste cancellate sulla copertina). Tipi semplici e dal cuore d’oro, vengono da Forth Worth, Texas, sono un quintetto, incentrato intorno alla voce fresca e piacevolissima di Josh Jenkins, che vede nella propria formazione una coppia di fratelli, Jamey Ice, chitarra solista, resonator, 12 corde, mandolino e banjo, e Geoff Ice, basso, armonica e voce di supporto. Completano il quintetto Denton Hunker, alla batteria e Joshua Wilkerson, seconda chitarra, piano, mandolino e anche lui voce aggiunta. E sono proprio le armonie vocali tra i punti di forza di questa band sudista che però rientra nel filone Americana, anzi direi che fanno proprio del country rock classico, quello dei bei tempi che furono. Quindi ancora una volta possiamo dire, niente di nuovo, però fatto molto bene, con canzoni decisamente belle, prevalentemente sotto forma di ballate, ma se serve aggiungono la giusta quota rock, mai troppo tirato. I vari produttori, Jordan Critz, Rick Beato Paul Moak, aggiungono, oltre a una bella nitidezza di suono, altre chitarre, lap e pedal steel, tastiere, che con l’aggiunta di un paio di violinisti che si alternano in sei degli undici brani dell’album aumentano decisamente anche la quota country dell’album.

Come si diceva la forma ballata è quella prediletta dalla band, magari in leggero mid-tempo, come nell’iniziale Keep Your Cool. che parte piano, poi va in crescendo, con gli strumenti che entrano di volta in volta, acquisisce grinta e si insinua nell’attenzione dell’ascoltatore, con armonie vocali avvolgenti, tocchi di armonica, organo e le chitarre elettriche che senza ruggire sono comunque molto presenti nel sound complessivo. Red Fire Night, con violini guizzanti, banjo, armonica e le solite armonie vocali delicate è sempre una deliziosa e gioiosa celebrazione della vita attraverso ritmi country che non saranno nuovi ma se ben suonati si ascoltano sempre con piacere. Maybe It’s Time (Gravity) è una delle loro escursioni nel rock, più ruvida e riffata degli altri brani, può ricordare certe cose degli Avett Brothers o dei conterranei Band Of Heathens, a tratti si va quasi di boogie. Simple Life, con la pedal steel, suonata dal produttore Paul Moak, in evidenza, è una di quelle bellissime ballate che sono il loro marchio di fabbrica, con piano e violino ad ampliare lo spettro sonoro del brano. Eccellente anche Tallahasseee, senza pedal steel aumenta la quota rock, ma l’armonizzare del gruppo è sempre di grande effetto e il suono corale di band e musicisti aggiunti è sempre coinvolgente, con l’armonica che è uno degli elementi ricorrenti negli arrangiamenti.

You, Me And The Sea, ballata elettroacustica molto dolce, sempre dalle melodie molto accattivanti, e non mancano mai in nessun brano, sempre con questa rivisitazione di suoni e stili molto garbata, ma efficace e ben realizzata. Anche Always Love Her, altra bella canzone d’amore, prosegue in questo percorso musicale, più mossa e brillante nei ritmi, ma con le immancabili armonie vocali, violino guizzante e suoni country. Ancora più evidenti in Endlessly, dove sono mandolino, piano e pedal steel gli strumenti guida, con il solito violino di Lindsey Duffin sullo sfondo, insieme alle voci dei componenti della band che in questo brano si alternano alla guida della canzone.Only God Knows dimostra che anche invertendo l’ordine di un titolo, la canzone rimane un piccolo gioiellino, una sorta di spiritual moderno e contemporaneo con sonorità rock, mentre Life In The Wind, con slide, acustica, piano e mandolino in evidenza, ha un impianto più country-folk e diversifica il sound dell’album, anche grazie al leggero falsetto a tratti di Josh Jenkins, che si rivela ottimo cantante per chi non lo conosceva e interagisce al solito con le voci degli altri componenti la band. A chiudere Keep My Heart Open, la più lunga e forse anche la più bella delle ballate contenute in questo Fifteen, che si conferma come uno degli album più interessanti di questo primo scorcio di 2016.

Bruno Conti

Dal Vivo Sempre Bravissimi! Avett Brothers – Live Vol. 4

avett brothers live volume 4

Avett Brothers – Live Vol. 4 –  CD+DVD American Recordings/UMG

Gli Avett Brothers sono quasi dei clienti fissi del Blog, http://discoclub.myblog.it/2012/09/22/pop-in-excelsis-deo-avett-brothers-the-carpenter/ e http://discoclub.myblog.it/2010/11/04/temp-38e44dc3108786660152b6bd09f62fa0/, ma anche dei concerti dal vivo, visto che questo Live Vol.4, come recita il titolo, è già il quarto capitolo della serie dedicata alle esibizioni in concerto, dal primo Live At The Double Inn del 2002, quando erano degli illustri sconosciuti. Per questa nuova puntata delle loro avventure concertistiche hanno deciso di abbinare nella confezione sia il CD come il DVD, mentre per esempio nel 3° volume i due formati erano usciti divisi. e, purtroppo, come al solito, il doppio non è edito né in Europa, né tanto meno in Italia. Oltre a tutto essendo stato pubblicato il 18 dicembre, nelle immediate vicinanze del Natale non ha fatto neppure in tempo ad entrare in molte classifiche dei migliori dischi dell’anno, magari almeno per i Live.

Il concerto è stato registrato il 31 dicembre del 2014 alla PNC Arena, a Raleigh, Carolina del Nord, quindi nella tana del lupo, a casa loro, dove la band è popolarissima, e i ventimila presenti praticamente pendevano dalle loro labbra. Non che ne abbiamo bisogno, visto che dal vivo (ma pure in studio) sono bravissimi, una delle migliori band del nuovo rock a stelle e strisce, sempre in bilico tra country, Americana, Bluegrass e, dal vivo, anche moltissimo rock: i due fratelli Scott Seth Avett hanno delle bellissime voci e anche il resto dei componenti del gruppo contribuiscono a questo suono fresco, frizzante e di eccellente qualità. Se proprio un appunto si può fare al CD è quello che essendo un tipico concerto “festivo”, la gag del vecchio “Father Time” che si aggira per le strade e sul palco e della sua compagna Mother Nature, viene tirata un po’ per le lunghe e anche le versioni del traditional Auld Lang Syne, preceduta dal countdown di fine anno e del vecchio brano di Roy Rogers, Happy Trails, non mi sembrano particolarmente memorabili. Per il resto pollice alzato.

L’apertura, sulle immagini del pubblico che entra nell’arena, è affidata a una lunga intro batteria e violino, suonato dalla bravissima Tania Elizabeth, con il resto dei componenti che salgono sul palco a mano a mano, sulle note di una inedita, e indiavolata, dato il nome del brano, Satan Pulls The Strings, che illustra il loro lato più bluegrass/country, tra banjo, chitarre acustiche, un secondo violino, il cello di Jim Kwon, il contrabbasso e la batteria di Mike Marsh. tutti vestiti in nero da bravi cowboys. Laundry Room è un bellissima ballata elettro-acustica e malinconica che era sull’album prodotto da Rick Rubin, quell’  I And Love And You che li ha fatti diventare popolarissimi negli States e piuttosto conosciuti nel resto del mondo, senza concessioni alla musica pop e con quelle armonie vocali e crescendo strumentali che sono il loro marchio di fabbrica. Another Is Waiting, altra canzone bellissima era su Magpie And The Dandelion, l’ultimo album del 2013, anche questo recensito sul Blog http://discoclub.myblog.it/2013/11/01/sono-sempr-5747492/Shame era su Emotionalism, il quinto ultimo, l’ultimo primo della fama globale, ma quando erano giù una band formata e dalle eccellenti aperture folk, confermate in questa calda versione (il brano era anche nel precedente Live Vol.3).

Poi inizia la parte più elettrica del concerto: Kick Drum Heart è un formidabile pezzo rock, quasi springsteeniano, ideale per gasare il pubblico, sempre da I And Love And You, con fioriture di piano, organo e violino, oltre all’elettrica di Seth che si produce in un veemente assolo nella parte finale del brano, mentre anche l’altra canzone nuova, Rejects In the Attic, conferma la sempre eccellente vena compositiva dei fratelli, ben coadiuvati da Bob Crawford, il bassista storico e co-autore della gran parte dei brani della band, in questo caso una delle loro tipiche ballate melodiche ed avvolgenti, tipico brano “invernale” che ben si inserisce anche metaforicamente nel periodo più freddo dell’anno. Ancora dal loro album di maggior successo, dopo un altro intermezzo di Father Time, ecco la dolcissima ed acustica, solo due chitarre, Ten Thousand Words, dove la sorella Bonnie si aggiunge alle formidabili armonie vocali della famiglia Avett. Talk On Insolence, di nuovo a tutto bluegrass, viene dal loro non dimenticato passato di grande band country-folk, di nuovo in in un florilegio di banjo, acustiche, violini e continui cambi di tempo che esaltano il pubblico presente che viene trascinato in un gorgo di divertimento.

Di Auld Lang Syne che arriva dopo il conto alla rovescia di fine anno e l’ennesima apparizione di Father Time, con la sua clessidra, si è detto, molto più travolgente una fantastica versione di The Boys Are Back In Town dei Thin Lizzy, di cui Phil Lynott il suo autore, sarebbe stato orgoglioso: cantata da Valient Thorr, il leader dell’omonima band locale, e con i fratelli alle twin leads conferma il suo status di grande pezzo di R&R. Poi c’è ancora tempo per due brani tratti da I And Love And You, la travolgente Slight Figure Of Speech, con vari finti finali e la title-track di quel disco che è una ballata tra le più belle mai firmate dagli Avett Brothers. Chiude il tutto Happy Trails. Luca Carboni una volta disse che Dustin Hoffman non sbagliava un film, ma poi ha iniziato a “ciccarli” a ripetizione, i nostri amici, per il momento, viceversa, non sbagliano un disco!

Bruno Conti

P.s Filmati ufficiali del concerto in rete non se ne trovano per cui ho inserito materiale da altri concerti, passati e recenti.