Gli Ottimi Inizi Country Di Chip Taylor. Last Chance: The Warner Bros Years

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Chip Taylor – Last Chance: The Warner Bros Years – Train Wreck 2 CD+DVD

James Wesley Voight, per tutti Chip Taylor, è il fratello dell’attore Jon Voight e quindi lo zio di Angelina Jolie, ed è stato, nelle sue varie vite musicali, prima autore di canzoni di grande successo negli anni ’60, due per tutte, Angel Of The Night, portata al successo da Merrilee Rush una prima volta nel 1967 e poi di nuovo nel 1981 da Juice Newton, e l’anno precedente Wild Thing, cantata dai Troggs, ma celebre anche nella versione memorabile di Jimi Hendrix al Monterey Pop Festival. Però in effetti la carriera di Chip Taylor è soprattutto legata alla musica country, anche se iniziò a pubblicare 45 giri di R&R come Wes Voight and the Town Three già nel 1958. Originario di Yonkers, New York, la sua carriera solista si avvia proprio all’alba degli anni ’70 con un paio di album in trio, a nome Gorgoni, Martin & Taylor, pubblicati dalla Buddah Records nel 1971 e ’72, più orientati sul country/folk, poi il suo primo disco solo Gasoline, sempre del 1972 su Buddah, dove c’era la sua versione di Angel Of The Morning. A questo punto arriva la proposta di un contratto dalla Warner Bros che vorrebbe lanciare una propria divisione country (e il “successo” arriderà con Emmylou Harris) e Chip Taylor, che aveva pronte molte canzoni decisamente orientate su quel genere, si trova uno studio di registrazione, non a Nashvile, ma a Fayville, Massachussetts e registra quello che con una notevole dose di autoironia (e rassegnazione) si chiamerà Chip Taylor’s Last Chance.

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https://www.youtube.com/watch?v=ICP1Y9FUPpY

Quasi tutti conoscono Taylor per la terza fase della sua carriera, quella iniziata a metà anni ’90, dopo lunghi anni passati come giocatore d’azzardo professionista, e culminata in una splendida serie di album pubblicati, prima in coppia con Carrie Rodriguez e poi in proprio, e che prosegue tuttora con eccellenti risultati, alla ragguardevole età di 77 anni. Comunque quei tre album erano già ottimi, oltre a quello citato, uscito nel 1973, Some Of Us del 1974 e This Side Of The Big River del 1975, con uno stile influenzato dall’outlaw country in auge all’epoca, ma anche vicino a cantautori come Townes Van Zandt, Jerry Jeff Walker e Guy Clark,  e pure a livelli qualitativi ci siamo. Come racconta lo stesso Chip nelle esaustive, affettuose (e divertenti) note riportate nel libretto di questo triplo (ma attenzione i primi due dischi sono stati ristampati in un 2in1 anche dalla Morello Records nel 2016), Taylor rischiò, e in parte ci riuscì, di diventare una sorta di superstar country in Svezia ed in Olanda; nella nuova edizione, molto bella, pubblicata dalla Train Wreck, oltre ai dischi troviamo anche un DVD inedito, registrato all’ Armadillo World Headquarters di Austin, Texas nel 1973 (presumo recuperato da qualche vecchia VHS dei tempi, visto che il filmato è in bianco e nero e la qualità è quasi ai limiti della decenza, con le immagini che ogni tanto partono per la tangente, anche se la musica è ottima). Nei tre dischi di studio Chip Taylor è accompagnato da una band eccellente, dove brillano John Platania, in quegli anni chitarra solista anche nei dischi di Van Morrison, il bravissimo Pete Drake, alla steeel guitar, che suonava all’epoca con tutti, da Bob Dylan e Simon & Garfunkel alle stelle del country, nonché a David Grisman al mandolino e ai Jordanaires ai cori.

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https://www.youtube.com/watch?v=YaZzUGoi6HA

I tre album sono tutti molti buoni, costellati da bellissime canzoni, il suono è a tratti splendido e se dovessi esprimere una preferenza opterei per Last Chance, con ballate veramente evocative, in cui il nostro ha sempre brillato, come Son Of A Rotten Gambler, The Coal Fields Of Shikshinny, I’m Still The Same, la struggente Family Of One ed il valzerone della title track, degno delle più belle canzoni dell’epoca di Willie Nelson, oltre a splendide country songs più mosse, quasi ai limiti dell’honky tonk, con i tre solisti citati spesso in evidenza, anche in quelle che all’epoca si chiamavano “answer songs”, per esempio 101 In Cashbox, sulla storia di Angel Of The Morning, e ancora (I Want) The Real Thing che ricorda il sound di Jim Croce, oppure I Read It  In Rolling Stone, una outlaw soung che Waylon Jennings e Johnny Cash avrebbero cantato a meraviglia, del tutto pari a quanto scriveva Kris Kristofferson in quei tempi. E comunque anche gli altri due dischi sono decisamente buoni: Me As I Am, Early Sunday Morning, Something ‘Bout The Way This Story Ends, Comin’ From Behind, If You’re Ever In Warsaw, da Some Of Us, anche se a tratti appesantite dagli archi sono comunque belle canzoni, e pure Big River, l’unica cover, dal repertorio di Johnny Cash, tratta dal terzo album, oppure la deliziosa Same Ol’ Story, il quasi gospel malinconico di Holding Me Together, la delicata Gettin’ Older Looking Back, la conclusiva splendida You’re Alright Charlie o un’altra bellissima ballata alla Nelson come Sleepy Eyes testimoniano di un cantautore che faceva della country music di qualità già allora, sia pure meno “roots” di quella odierna e che quindi meriterebbe più di un ascolto dagli appassionati del genere (e di Chip Taylor).

Bruno Conti

Da Nashville, Con Orgoglio. Jason Isbell And The 400 Unit – The Nashville Sound

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Jason Isbell And The 400 Unit – The Nashville Sound – Southeastern Records

Jason Isbell, ormai giunto al sesto album da solista dopo la positiva parentesi come chitarrista e compositore nei Drive By Truckers dal 2001 al 2007, rivendica con forza e con le armi della buona musica la sua appartenenza ad una delle città musicali per eccellenza degli U.S.A., la celeberrima Nashville, da molti considerata il simbolo della musica country da classifica, banale e stereotipata, che spesso si mescola al pop. Jason sostiene che questa sia una falsa immagine, provocata dalle scelte di importanti case discografiche che investono su artisti fasulli mandandoli ad incidere nei rinomati studi nashvilliani, ma i musicisti veri, che a Nashville ci vivono e ci lavorano, come il grande veterano John Prine o l’emergente Chris Stapleton, sono fatti di altra pasta e producono musica di assoluto valore. Diventa allora pienamente giustificato, per il nostro songwriter originario della vicina Alabama, intitolare orgogliosamente la propria ultima fatica The Nashville Sound, pubblicato a metà dello scorso giugno e già premiato da critica e pubblico come uno dei migliori dischi di Americana dell’anno appena concluso (*NDB Di cui colpevolmente non avevamo recensito, per motivi misteriosi, neppure i due dischi precedenti e quindi rimediamo, nell’ambito della serie di recuperi “importanti” di album usciti nel 2017). Squadra che vince non si cambia, e così, per confermare i brillanti esiti dei due precedenti lavori, Southeastern del 2013 e Something More Than Free del 2015, Isbell ha rivoluto con sé in cabina di regia il richiestissimo Dave Cobb, produttore che sa plasmare il suono di un album con utili suggerimenti senza mai risultare troppo invadente.

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https://www.youtube.com/watch?v=w8mMXEUFWu0

Ad affiancare il protagonista, gli ormai fedeli e collaudati componenti della sua band, i 400 Unit (nome che deriva da un reparto psichiatrico dell’ospedale di Florence, in Alabama): la moglie Amanda Shires, al violino e ai cori, già autrice di cinque pregevoli dischi da solista più uno in coppia con Rod Picott, Sadler Vaden alle chitarre, già membro dei Drivin’ N’ Cryin’, Jimbo Hart al basso, Derry DeBorja tastierista co-fondatore dei Son Volt e Chad Gamble alla batteria. Come già accadeva nei due precedenti CDs, come brano di apertura viene scelta un’intensa e malinconica folk ballad: intitolata Last Of My Kind,  prende corpo lentamente fino al pregevole finale in cui ogni musicista dà il suo efficace contributo. Il suono si fa decisamente più duro ed elettrico nella successiva Cumberland Gap, che scorre veloce su territori che rimandano al grande ispiratore Neil Young, noto a tutti per le sue memorabili invettive chitarristiche. Nell’alternanza di ritmi ed atmosfere, si torna alla struttura della ballata con Tupelo (il richiamo nel titolo alla Tupelo Honey del maestro Van The Man non è, secondo me, per nulla casuale), un vero gioiello arrangiato in modo sopraffino, con una linea melodica che conquista al primo ascolto. Altra grande canzone è la drammatica White Man’s World, il cui testo denuncia il razzismo di cui ancora purtroppo sono permeati gli States, soprattutto i vasti territori agricoli del Sud. Notevole il duetto a metà del brano tra la slide di Vaden e il violino della Shires.

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https://www.youtube.com/watch?v=JV7c8V5XLk8

La delicata e acustica If We Were Vampires dà all’album un tocco di romanticismo che non guasta, Jason la canta con tono accorato ed il cuore in mano, doppiato nel ritornello dalla tenue voce della moglie. Anxiety è il pezzo più lungo e strutturato del disco, che ricorda certi epici episodi del mai troppo compianto Tom Petty. Si apre con un aggressivo attacco di chitarre per poi rallentare durante il cantato delle strofe, mantenendo comunque una bella tensione emotiva fino alla parte conclusiva che riesplode in un bel sovrapporsi di tastiera e sei corde acustiche ed elettriche. Molotov non lascia particolarmente il segno, è associabile ad una serie di canzoni elettro-acustiche che rimandano ad un altro illustre collega di Isbell, Ryan Adams. Meglio la graziosa e beatlesiana Chaos And Clothes, chitarra e voce, con qualche piacevole ricamo in sottofondo. Con Hope The High Road torniamo a correre, grazie ad una melodia vincente condotta dalle chitarre e dal limpido hammond sullo sfondo, una splendida song che esprime voglia di vivere e quella speranza a cui fa riferimento il titolo. Conclusione in chiave country-folk con la deliziosa Something To Love, altro fulgido esempio del notevole talento compositivo del suo autore che cresce disco dopo disco, confermandosi uno dei più validi protagonisti dell’attuale scena cantautorale americana. Orgogliosamente Made in Nashville!

Marco Frosi

E’ Proprio Il Caso Di Dire: Tale Padre Tale Figlio! Ned LeDoux – Sagebrush

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Ned LeDoux – Sagebrush – Powder River/Thirty Tigers CD

La scomparsa nel 2005 di Chris LeDoux, a causa di un male incurabile, ha lasciato un vuoto profondo nel cuore degli appassionati di vero country, in quanto non c’era in circolazione un altro autore di cowboy songs con la stessa bravura e credibilità. Chris era infatti un personaggio unico: cowboy di professione, campione del mondo di rodeo negli anni settanta, era anche in possesso di una splendida voce e di un non comune talento compositivo, che usava per produrre dischi di pura western music, intensa, chitarristica e con la capacità di roccare alla grande quando serviva. Arrivato alla celebrità nei primi anni novanta (grazie anche all’amico Garth Brooks), ha continuato a pubblicare dischi fino al momento della sua improvvisa morte, e se negli ultimi anni qualche tentazione radiofonica era emersa, Chris ci ha comunque lasciato in eredità dischi bellissimi come Powder River, Western Underground, Whatcha Gonna Do With A Cowboy?, Under This Old Hat, oltre ad un album dal vivo, Chris LeDoux Live (1997) di raro feeling e potenza. Ora a sorpresa il testimone lasciato da LeDoux viene raccolto, e non da uno qualunque, ma dal figlio Ned LeDoux, che con il suo album d’esordio Sagebrush prosegue idealmente il lavoro del padre, interrottosi all’indomani del suo ultimo disco, Horsepower.

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https://www.youtube.com/watch?v=-XYUJvmZmfE

E Sagebrush è, forse anche un po’ a sorpresa, un bellissimo album di country & western dal deciso sapore rock, proprio nello stile tipico di Chris, e la cosa ancora più impressionante è la voce di Ned, praticamente identica a quella del padre. Sbaglieremmo però a considerarlo un clone: Ned sa benissimo che la musica di suo padre manca da morire ai suoi fans, e non ha fatto altro che donare loro quello che aspettavano da più di dieci anni, cioè un nuovo disco in puro LeDoux style; Ned non ha paura del raffronto, sa perfettamente che la gente lo paragonerà al padre, ma lui ha comunque una sua personalità, è bravo e, cosa più importante, è in possesso di una capacità nel songwriting non inferiore a quella di Chris: per questo Sagebrush è un piccolo grande disco (anche emozionante in certi momenti), a livello dei migliori del suo genitore. L’album è prodotto da Mac McAnally, cantautore a sua volta e partner di lungo corso di Jimmy Buffett, ed al suo interno suona gente del calibro di Greg Morrow, Glenn Worf e Russ Pahl, oltre allo stesso McAnally. L’iniziale Never Change è una potente rock song, il country è un pretesto: chitarre ruggenti (la solista in tutto il CD è dell’ottimo Rob McNelley), sezione ritmica formato schiacciasassi, gran voce e motivo di stampo western. Un inizio di carattere e personalità, in cui il nostro dimostra di avere il pieno diritto di proseguire il discorso del padre.

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https://www.youtube.com/watch?v=tsCj5iaBPIA

Cowboy Life è una country song elettrica davvero eccellente (ho i brividi a sentire la voce di Ned, sembra davvero Chris redivivo), perfetta da sentire in macchina e con un refrain tutto da godere; We Ain’t Got It All è più country, elettroacustica e deliziosa, ancora con una struttura melodica che piace al primo ascolto, mentre Some People Do è una pura western tune, splendida ed evocativa, con un crescendo elettrico da applausi. Molto bella anche Brother Highway, con tutte le chitarre al posto giusto ed un motivo che profuma di spazi aperti e praterie, Better Part Of Leaving è una squisita ballata dalle cadenze western, come solo un vero cowboy può cantare, mentre Forever A Cowboy (scritta a quattro mani con McAnally) è uno slow vibrante che vede ancora Ned assomigliare in maniera impressionante al padre, ma nei suoi giorni migliori (e come vedete dai titoli, anche le tematiche affrontate sono le medesime). By My Side è bella e struggente fin dall’introduzione strumentale: Ned è bravissimo, ed anche nelle ballate sa toccare le corde giuste; la solida Another Horse To Ride sta più sul versante rock, mentre la splendida Johnson County War è proprio quella del padre, anzi è una delle sue più note (era su Powder River): western song strepitosa, con Ned che non deve fare altro che cantare come sa. Il CD si chiude con la tenue The Hawk e con This Cowboy’s Hat (in duetto con Chase Rice), un talkin’ western pieno di pathos anch’esso già inciso dal padre in passato , e con la voce proprio di Chris ad introdurre la canzone.

Ottimo disco, che non può che farmi augurare al suo autore Ned LeDoux ogni fortuna: da lassù papà Chris sorride felice.

Marco Verdi

Non Solo “Mandriani”, Ma Anche Ottimi Countrymen! Matt & The Herdsmen – Still Sane

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Matt & The Herdsmen – Still Sane – Smith Entertainment CD

Nonostante Jason Isbell affermi che il vero suono di Nashville sia ben altro, è indubbio che la situazione qualitativa della musica country nella capitale del Tennessee sia poco più che desolante, e spesso per trovare dischi che meritino attenzione bisogna rivolgersi ad altre piazze. Il Texas è sicuramente una di queste, e proprio dal Lone Star State provengono Matt & The Herdsmen, un quintetto originario di Edinburg, una cittadina che sorge proprio nella punta più a Sud dello stato: il gruppo ha già un disco alle spalle, Small Town Stories (2014), un album che è stato un piccolo successo a livello locale, e già con questo secondo lavoro, intitolato Still Sane, lo scopo dei cinque è certamente quello di espandere la propria popolarità, ma solo con l’ausilio della buona musica. Sì, perché i ragazzi (Matt Castillo è il leader, voce principale ed autore di tutti i brani, coadiuvato dai “mandriani” Everto Cavazos alle chitarre, Danny Salinas al basso, Ruben Cantu alla batteria ed Omar Oyoque alla steel) fanno del vero country, di quello sano e diretto, con le chitarre sempre in primo piano ed un notevole senso del ritmo, il tutto con l’ausilio solo degli strumenti e delle loro voci, senza diavolerie di studio ad opera di produttori di grido (alla consolle qui c’è David Percefull, uno che ha lavorato con Brandon Jenkins, Jason Boland e Cody Canada, quindi un tipo giusto).

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https://www.youtube.com/watch?v=AYLENCHhYh8

Come se non bastasse, Castillo sa anche scrivere delle buone canzoni, e dunque Still Sane non fatica ad essere uno dei migliori album di country degli ultimi tempi: a conferma di questo, in session troviamo anche i nomi di Kim Deschamps dei Blue Rodeo e di Bukka Allen (figlio di Terry), due che si muovono solo se fiutano buona musica. Il disco si apre con I Don’t Love You Anymore, un rock’n’roll ruspante, energico e robusto, con le chitarre a manetta, gran ritmo ed un ottimo refrain, decisamente vicino alle prime cose di Steve Earle (ed anche con la voce siamo da quelle parti). Hello Heartache è più country, ma fatto alla maniera texana, un honky-tonk elettrico di grande presa, con una guizzante steel ed ancora una ritmica sostenuta, così come Right Hand Man, vivace country-rock tra modernità e tradizione, un tipo di musica che anche uno come Dwight Yoakam approverebbe, davvero godibile.

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https://www.youtube.com/watch?v=vhbDlMEMX1Y

Miss My Chance è più roccata, fin dal riff chitarristico iniziale, ed è uno di quei pezzi che danno il loro meglio se ascoltati in macchina, magari sotto un cielo azzurro, Wait For Me è più gentile, anche se il ritmo è sempre mosso, la steel ricama bene sullo sfondo e spunta anche una fisarmonica, suonata da Allen Jr., mentre Still Sane è puro country, delizioso e diretto, una delle più limpide ed orecchiabili del CD. Molto bella anche She Won’t Cry, un rockin’ country terso e vibrante, sempre con le chitarre in gran spolvero e senza il minimo cedimento a sonorità commerciali; 7th Street è la prima ballata (all’ottavo brano, quantomeno insolito), ma anche qui la strumentazione è ricca e priva di mollezze. Il CD si chiude con Let You Go, altra country song dalla melodia pura e fruibile, la fluida Find Our Love Again e la squisita For You, un country & western elettrico e potente, con una chitarra knopfleriana, degna conclusione di un disco bello, sorprendente e, perché no, inatteso.

Marco Verdi

Country(Rock) Di Classe E Sostanza In Una Delle “Mecche” Del Genere. Shooter Jennings – Live At Billy Bob’s Texas

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Shooter Jennings-  Live At Billy Bob’s Texas – Smith Music Group CD O DVD

Waylon Albright Jennings detto “Shooter”, a voler essere sinceri fino in fondo, non è bravo come il babbo, l’unico vero e unico Waylon, e probabilmente neppure come la mamma Jessi Colter, ma i geni di famiglia non possono avere fallito completamente, come dimostrano parecchi dei suoi album precedenti. Però da alcuni anni sembra aver perso un po’ la bussola: prima la collaborazione quasi “metal” con Stephen King in Heirophant, poi l’incrocio francamente imbarazzante di country ed elettronica, Countach (for Giorgio) dedicato a Moroder, inframezzato dal discreto EP Don’t Wait Up (For George), di quello “giusto”, Jones, non facevano sperare per il meglio ed erano pallidi ricordi dell’ottimo uno-due del 2013 The Other Life e The Other Live http://discoclub.myblog.it/2013/03/15/finalmente-degno-di-tanto-padre-shooter-jennings/ . Ovviamente il nostro amico è libero di avere i propri gusti e se a Shooter piace indulgere anche nei suoi piaceri dedicati agli ascolti giovanili, noi siamo altrettanto liberi di non acquistarli, basta saperlo. Nel frattempo Jennings almeno dal vivo continua però a fare ottime cose, come dimostra questo concerto, di cui tra un attimo, e anche la sua presenza in vari Live, tributi e dischi di colleghi (per esempio è già annunciato che il nuovo disco di Brandi Carlile, By The Way I Forgive You https://www.youtube.com/watch?v=2adTSxUqnc4 , in uscita a febbraio 2018, sarà prodotto da lui e Dave Cobb, bella accoppiata https://www.youtube.com/watch?v=z865nKpgH0Q ).

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https://www.youtube.com/watch?v=CtOn5WdwNzk

Il Billy Bob’s Texas, come è noto, è uno dei più grandi locali honky-tonk d’America, anzi il più grande, situato a Forth Worth, ci hanno suonato un po’ tutti, anche artisti non country, ma principalmente si pratica quella branca della musica; Waylon Jennings per esempio ci suonava già negli anni ’70, prima della nascita del figlio, e, di solito, i vari CD e DVD dal vivo registrati laggiù sono sempre stati degli ottimi album. E pure questo non manca il bersaglio: oddio, la giacchetta in copertina con la scritta From Here To Eternity, da uno dei titoli più noti di Moroder, di cui poi nel concerto appaiono tre brani, potrebbe far pensare al peggio, ma in effetti il concerto è ottimo e abbondante. Il tutto è stato registrato a novembre del 2016, Shooter Jennings è accompagnato da una eccellente band dal sound “robusto” e variegato, con Ted Russell Kamp, anche cantautore in proprio, al basso, la brava Aubrey Richmond, dei Calico The Band, al violino e armonie vocali, John Schreffler Jr. alla chitarra, Erik Deustch dei Leftover Salmon al piano e organo, e Jamie Douglass alla batteria: Poi al resto ci pensa Shooter, voce rauca e potente, ma anche suadente all’occorrenza, pure lui a chitarre e piano: nell’iniziale Electric Rodeo il suono è subito poderoso e grintoso, un southern rock dove le chitarre e le tastiere conferiscono una patina molto classic rock anni ’70, con il violino a colorire il sound. Steady At The Wheel, dal primo album Put The O Back In Country, è una giusta  miscela tra l’outlaw country del babbo e un rock sudista molto alla Marshall Tucker o alla Charlie Daniels Band per l’uso del violino, le chitarre ruggiscono, la ritmica picchia, ma le armonie vocali della band sono ottime, senza soluzione di continuità si passa alla dura Don’t Feed The Animals che era su Hierophant, una canzone scritta con Dave Cobb, che dal vivo, per quanto tirata, ha comunque un suo perché

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https://www.youtube.com/watch?v=ASRz22QUwgI

The Real Me da Family Man è una bella ballata elettroacustica di puro honky tonk country di qualità, con il violino e il pianoforte a ricamare, e anche la bellissima e guizzante Outlaw You, da The Other Life, probabilmente dedicata al padre, ha i profumi e le sonorità della migliore outlaw country music con i “grandi” citati nel testo. Anche Wild And Lonesome è una deliziosa country ballad dallo stesso album, e pure la mossa Nashville From Afar, uscita solo come singolo, conferma che la classe c’è. Il trittico dedicato a Giorgio Moroder è meno “letale” che su Countach, l’elettronica viene bandita a favore di un rock cattivo ma ben suonato dall’ottima band, e quindi I’m Left, You’re Right, She’s Gone, Born To Die (notevole questo brano) e Love Kills, che molti ricordano nella versione di Freddie Mercury https://www.youtube.com/watch?v=BXz86_9wKYw , scorrono senza troppe concessioni alla disco-rock dance, a parte il terzo brano; ma è un attimo e poi si ritorna al country classico, con The Door, un vecchio pezzo di Billy Sherrill per George Jones, anche se in questa versione sembra un pezzo dei Curved Air. Living In A Minor Key, solo voce, chitarra acustica e violino è un gioiellino country-folk e anche il valzerone romantico di The Other Life conferma che la classe non manca, come ribadisce la cowboy song Manifesto NO.1, ancora con il violino della Richmond grande protagonista. Il concerto ormai è decollato: notevoli anche le versioni di All Of This Could Have Been Yours, The Gunslinger in splendido crescendo chitarristico, 4th Of July, non quella di Dave Alvin, ma altrettanto bella https://www.youtube.com/watch?v=NIHe7LNVtzY  e per concludere una bellissima Goodtime Charlie, un grande brano di Danny O’Keefe, legato anche alla figura di Waylon Jennings. Veramente un bel concerto.

Bruno Conti

Prima Di Vulcani, Squali E Margaritas…C’Era Solo Jimmy! Jimmy Buffett – Buried Treasure Vol. 1

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Jimmy Buffett – Buried Treasure Vol. 1 – Mailboat CD – Deluxe CD/DVD

Nonostante la copertina e la veste grafica potrebbero farlo pensare, questo Buried Tresure Vol. 1 non è un bootleg, ma una collezione di tesori letteralmente spuntati dal nulla risalenti agli esordi di Jimmy Buffett, dagli anni settanta di uno dei cantautori più popolari negli USA. E’ successo che, quando qualche anno fa il famoso produttore di Nashville Buzz Cason (che tra l’altro è quello che ha fatto firmare a Buffett il primo contratto discografico) ha venduto il suo studio di registrazione alla nota country singer Martina McBride, è spuntato uno scatolone con dentro ben 125 registrazioni inedite di Jimmy, risalenti al biennio 1969-1970, ed effettuate a Mobile in Alabama ed a Nashville, una mole impressionante di materiale che è stato giudicato meritevole di pubblicazione, al fine di documentare la parte iniziale della carriera del songwriter americano. E Buffett è stato dunque coinvolto in prima persona, nella scrematura dei pezzi, nella produzione ed anche per il fatto di aver prestato la sua voce narrante (odierna) per brevi ed interessanti aneddoti raccontati tra una e l’altra delle undici canzoni finite su questo primo volume, che prende per ora in esame esclusivamente le sessions di Mobile, prodotte da Travis Turk (responsabile anche dei primi due album pubblicati da Buffett) e Milton Brown.

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https://www.youtube.com/watch?v=vzKqXK8Wseg

Ed il disco è sorprendentemente godibilissimo, e dico sorprendentemente in quanto i due lavori di esordio di Jimmy, Down To Earth e High Cumberland Jubilee, erano abbastanza lontani dal livello che il nostro terrà per il resto della carriera. Qui invece viene prepotentemente fuori il Buffett songwriter, con canzoni nella maggior parte dei casi mai più riprese in seguito (tranne che in tre casi), ma che io avrei visto bene su qualsiasi album del nostro: le performances sono quasi tutte acustiche, solo Jimmy voce e chitarra, mentre in due pezzi c’è una scarna backing band, capeggiata dal chitarrista Rick Hirsch, in seguito con i Wet Willie, lo stesso Turk alla batteria e Bob Cook al basso. Le parti narrate non sono per nulla pesanti, tranne forse l’introduzione nella quale Jimmy si dilunga un po’, e servono benissimo a presentare le canzoni che, ripeto, sono una sorpresa: mi ero avvicinato a questo disco quasi per puro completismo, ma devo dire che l’ascolto mi ha convinto pienamente. Per esempio già nell’avvio di Don’t Bring Me Candy (che in veste diversa sarà anche il suo primo singolo), una folk song con la chitarra suonata con grande forza e la voce già formata, e con una bella melodia che contiene i germogli del Buffett futuro. Jimmy dice (ed è vero) che in questo brano si sente fortissima l’influenza di Gordon Lightfoot, del quale viene subito proposta la nota The Circle Is Small, un pezzo tipico dello stile del cantautore canadese, una fluida ballata di grande spessore melodico, rifatta molto bene dal nostro. C’è anche un’altra cover, nientemeno che il superclassico dei The Mamas And The Papas California Dreamin’, cantata dal vivo alle sette del mattino in un bar durante un breakfast concert (!), una versione coinvolgente anche se acustica e con il pubblico che aiuta Jimmy con il famoso botta e risposta voce-coro.

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https://www.youtube.com/watch?v=ycKakWhiG5Q

I Can’t Be Your Hero Today, la seconda della canzoni riprese in seguito, è pura e cristallina, così come Rickety Lane, altro delizioso slow con la chitarra arpeggiata delicatamente ed un motivo gentile; The Wino Has Something To Say è tenue, toccante, con una melodia matura ed il profumo dei brani del folk revival anni sessanta, The Gypsy è vigorosa e solida (ma il nastro si interrompe bruscamente) ed anche Hopelessly Gone è decisamente vibrante e priva delle incertezze tipiche di un esordiente. I due brani con la band sono una splendida versione alternata di Abandoned On Tuesday (secondo rarissimo singolo di Jimmy), una country song semplice ma melodicamente perfetta, con il nostro che aveva già molto dello stile che conosciamo (ricorda un po’ il John Denver meno commerciale), mentre Simple Pleasures ha un mood quasi tra calypso e bossa nova, con l’influenza di Fred Neil (come confermato da Jimmy nell’introduzione), e Hirsh che ricama di fino sullo sfondo. Chiusura con la scherzosa Close The World At Five, che rivela già una delle tematiche preferite da Buffett, cioè il dolce far niente, argomento ripreso negli anni duemila con il singolo numero uno inciso insieme ad Alan Jackson It’s Five O’Clock Somewhere. Esiste anche una versione deluxe di questo primo volume, con un libro aggiuntivo ed un documentario di 20 minuti in DVD: a me basta la variante “povera”, in quanto c’è dentro comunque diversa ottima musica, ancora più gradita perché inattesa.

Marco Verdi

Un’Altra “Esordiente”Tardiva: Il Titolo Potrebbe Ingannare. Juanita Stein – America

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Juanita Stein – America – Nude Music/Handwritten Records

Il nome, e anche il cognome, Juanita Stein, potrebbero far pensare ad una esordiente,  e per certi versi lo è, visto che questo America è il suo primo disco da solista. Ma poi basta indagare brevemente in rete, e si scopre che questa bella quarantenne (eletta nel 2009 dalla rivista online britannica Gigwise nientemeno che “the sexiest woman in rock”) ha già una lunga carriera alle spalle, prima nei Wakiki e poi negli Howling Bells (due band indie alternative rock australiane, la seconda ancora in attività, visto che è condivisa con i due fratelli della Stein), carriera iniziata nel lontano 1999. Questa provenienza ci indica anche che il titolo dell’album, venendo Juanita da Down Under, potrebbe essere fuorviante, ma in effetti si tratta della sua visione, musicale e testuale, dell’America, come si rileva dai testi delle canzoni, contenuti nel libretto del CD, che però non riporta altre indicazioni sui musicisti e sui collaboratori dell’album, anche se una piccola ricerca in rete ci informa che l’album è stato prodotto da Gus Seyffert, musicista americano in azione con Beck, Ryan Adams, di recente nell’ultimo Roger Waters, ma anche con diverse voci femminili, Michelle Branch, Jenny Lewis, Norah Jones e altre che non mi sovvengono al momento ma ci sono, il quale contribuisce al sound di questo album, che vorrebbe miscelare il suono “alternative” della Stein, con un genere più twangy, persino country, con rimandi a Chris Isaak, Roy Orbison e Patsy Cline (questi sarebbero i desiderata e le influenze, poi riuscirci è un altro paio di maniche).

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https://www.youtube.com/watch?v=2TL8yGpanYE

In effetti la voce è piacevole, per quanto, a grandi linee, sempre della categoria “sospirose”, paragonata anche, in modo sfavorevole, a Lana Del Rey (manco la musicista newyorkese fosse questo genio assoluto, forse solo per i modaioli), comunque complessivamente l’album è piacevole, ci sono dei brani di buon spessore e altri meno interessanti: l’iniziale Florence ha quel suono twangy, con le chitarre “vibranti” che potrebbero rimandare a Chris Isaak e per relata persona a Roy Orbison, ma poi lo sviluppo sonoro è più contenuto, per quanto sognante, Dark Horse è un buon brano pop-rock che potrebbe ricordare una Neko Case un filo meno talentuosa, con una melodia che rimanda a mille altre canzoni di sue colleghe femminili contemporanee, oltre alla Case, direi anche Hope Sandoval dei Mazzy Star, più psych, però entrambe più di brave di lei, o così mi pare. Black Winds potrebbero essere i Jefferson Airplane di Grace Slick dopo una forte dose di valium https://www.youtube.com/watch?v=9fGUW5E1_5o , mentre I’ll Cry ondeggia tra una roots music decisa e i soliti sospiri affettati e svenevoli che ne rovinano l’effetto, Stargazer, sempre sognante ed eterea è una canzone meglio costruita e più soddisfacente https://www.youtube.com/watch?v=_SfLrOBUCKI , con la voce che mostra interessanti sfumature.

Juanita+Stein 1

https://www.youtube.com/watch?v=I0Qm1zvojlc

Shimmering vira verso un “narcotismo” fin troppo soporifero https://www.youtube.com/watch?v=iEYzyyjhMlw , mentre Someone’s Else Dime indica quale avrebbe potuto essere la strada maestra per un buon album, con soluzioni anche da female sixties pop di buona fattura. Torna la baritone twangy guitar in It’s All Wrong, brano sempre sognante, ma forse un po’ di nerbo maggiore non guasterebbe; insomma un po’ di più rilevante ed autentica sostanza avrebbe giovato, probabilmente anche questo stile avrà i suoi estimatori, come ribadisce Not Paradise, ancora vicina al pop che avrebbe frequentato Dusty Springfield, se invece di cantare avesse sussurrato e cinguettato, comunque in confronto a Carla Bruni, la Stein sembra pur sempre Maria Callas. Alla fin fine i due brani migliori sono quelli conclusivi, una bella country ballad come Cold Comfort, che la stessa Stein avvicina alla musica di Caitlin Rose e la title track America che finalmente esplica, in modo “moderno”e delizioso, il suo amore per la musica di Orbison, Loretta Lynn e Patsy Cline e per gli Stati Uniti tutti, cosa che le farebbe ottenere le classiche tre stellette di stima e di incoraggiamento, visto che la stoffa tutto sommato c’è, se fosse possibile basterebbe affinarla maggiormente, magari con un altro produttore.

Bruno Conti

Ottima Musica Dalla Virginia: Garantiscono I Thompson! Dori Freeman – Letters Never Read

dori freeman letters never read

Dori Freeman – Letters Never Read – Blue Hens CD

L’album di esordio dello scorso anno di Dori Freeman, giovane musicista originaria di Galax in Virginia, l’omonimo Dori Freeman (prodotto da Teddy Thompson, figlio del grande Richard, il quale ha dichiarato di aver deciso di produrla dopo aver ascoltato appena dieci secondi della sua musica), ha unito la critica nel decretare il disco come uno dei debut album di Americana migliori del 2016 (*NDB Anche in questo Blog http://discoclub.myblog.it/2017/04/20/meglio-tardi-che-mai-quando-meritano-dori-freeman-dori-freeman/) . E che Dori avesse la musica nel dna era abbastanza scontato, venendo da una famiglia nella quale sia il nonno che il padre suonavano: cresciuta in mezzo ai dischi dei suoi familiari, la nostra ha assorbito come una spugna le varie influenze, anche molto eterogenee (da Peggy Lee, leggendaria jazz singer degli anni cinquanta, a Rufus Wainwright), anche se l’ascendente maggiore su di lei l’ha avuta sicuramente la musica tradizionale originaria dei monti Appalachi, che sono proprio una delle caratteristiche geografiche principali della nativa Virginia. A distanza di un anno Dori bissa quel disco con Letters Never Read, facendosi aiutare ancora da Thompson Jr., un album che, nonostante l’esigua durata (mezz’ora scarsa), risulta ancora più bello del già positivo esordio.

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https://www.youtube.com/watch?v=WNsq3Quz37A

La Freeman ha un approccio molto diretto verso la musica, sa scrivere melodie che profumano di tradizione, riuscendo ad essere comunicativa e fruibile allo stesso tempo, e completa il tutto con una manciata di cover scelte con competenza e, almeno in un caso, con un certo coraggio: sto parlando della splendida I Want To See The Bright Lights Tonight, uno dei classici assoluti di Richard Thompson (inciso nei seventies con l’allora moglie Linda), una rilettura limpida, tra folk e rock, con grande rispetto per l’originale ma nello stesso tempo con buona personalità, e con il sigillo della presenza in studio proprio di Thompson Sr. (che quindi è come se desse in un certo senso la sua approvazione), che ricama sullo sfondo alla sua maniera. Ma il disco, al quale partecipano anche il chitarrista Neal Casal (Ryan Adams, Chris Robinson Brotherhood) e lo steel guitarist Josh Groban (ancora Adams), ha diversi altri brani degni di nota, a partire dall’opening track, la bellissima If I Could Make You My Own, una country ballad moderna, cristallina, strumentata in maniera scintillante, con una melodia che prende subito ed un refrain vincente https://www.youtube.com/watch?v=MxJ40NU0wK8 . Decisamente riuscita anche Just Say it Now, che propone un bel contrasto tra la voce gentile di Dori e l’accompagnamento pacato ma elettrico, e con un altro motivo che piace al primo ascolto, lo stesso primo ascolto che l’anno scorso aveva folgorato Teddy.

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https://www.youtube.com/watch?v=g-KHGCcu2Ck

La solare Lovers On The Run ha un delizioso retrogusto pop, ed è anch’essa diretta e gradevole https://www.youtube.com/watch?v=q3w6DoeNuYE , Cold Waves è più interiore, e ricorda certe ballate gentili di Emmylou Harris, dato che anche qui la classe non manca di certo. Ern & Zorry’s Sneakin’ Bitin’ Dog è una delicata ninna nanna cantata a cappella e scritta da Willard Gayheart, che altri non è che il nonno di Dori, mentre Over There è un brano tradizionale che la nostra riprende in maniera quasi filologica, solo voce e banjo, come si usava fare nei canti Appalachiani. Turtle Dove, che ha il sapore incontaminato delle country songs del tempo che fu, precede la bella ed intensa That’s Alright, dal deciso sapore western, e la filastrocca Yonder Comes A Sucker, scritta da Jim Reeves e sostenuta da una ritmica quasi marziale, ennesimo pezzo con l’impronta di una antica folk song. Se Dori Freeman continuerà a crescere in questo modo disco dopo disco, fra non molti anni avremo un’altra artista da prendere a scatola chiusa.

Marco Verdi

Adesso E’ Giunta L’Ora Di Scrivere Un Po’ Per Sé Stessi! James LeBlanc – Nature Of The Beast

james leblanc nature of the beast

James LeBlanc – Nature Of The Beast – Dreamlined/Red CD

James LeBlanc, oltre ad essere il padre di Dylan LeBlanc (un giovane e promettente musicista che ha già qualche disco all’attivo http://discoclub.myblog.it/2010/08/24/giovani-virgulti-crescono-1-dylan-leblanc-paupers-field/ ) è anche un affermato autore per conto terzi, avendo scritto diverse canzoni per nomi di punta a Nashville come Jason Aldean, Martina McBride, Gary Allan e Travis Tritt (il cui successo da Top Ten Modern Day Bonnie & Clyde porta proprio la firma di LeBlanc). Originario di Shreveport, Louisiana, James ha anche un album al suo attivo, Muscle Shoals City Limits (2003), ma in generale ha sempre preferito restare nelle retrovie e sbarcare il lunario con il remunerativo lavoro di songwriter su commissione. Ora però ha finalmente deciso di mettere fuori la testa e dare un seguito al suo ormai lontano primo album, ed il risultato finale è talmente riuscito che mi chiedo perché avesse aspettato così tanto. Nature Of The Beast, nel quale LeBlanc raccoglie alcune canzoni da lui scritte ma tenute nei cassetti, non sembra infatti il lavoro di uno che non ha quasi mai inciso a suo nome, ma bensì è il prodotto di anni di esperienza come songwriter e di frequentazioni di musicisti più o meno noti e di studi di registrazione dove si respira aria di leggenda (per esempio era di casa ai Muscle Shoals Studios, dove ha inciso il primo disco, mentre questo è stato registrato a Sheffield, sempre in Alabama).

Nature Of The Beast non è un disco country, almeno non come uno si potrebbe aspettare: il country c’è, ma è usato quasi da sfondo alle ballate profonde del nostro, canzoni lente, meditate ma piene di feeling e mai noiose. Un tipico disco da cantautore, più che da countryman, registrato con la produzione di Jimmy Nutt (che come ingegnere del suono ha lavorato anche con Jimmy Buffett e Jason Isbell) e vede in studio con lui un numero di musicisti non estesissimo ma di alto livello, tra i quali il figlio Dylan ed il grande bassista della gang di Muscle Shoals David Hood. Il disco inizia con la title track, lenta, crepuscolare, con la chitarra arpeggiata e la voce profonda di James ad intonare un motivo intenso, drammatico e di grande pathos: prendete le cose migliori di Calvin Russell, levategli un po’ di polvere texana ed avrete un’idea. Mean Right Hand è un brano full band, ma anche qui l’accompagnamento è discreto, nelle retrovie, in modo da mettere in primo piano la melodia e la voce, una bella canzone con agganci anche allo Springsteen di Tom Joad; My Middle Name è ancora lenta, ma la batteria scandisce il tempo in maniera netta e c’è una chitarra elettrica che ricama alle spalle del leader, un altro pezzo di buona intensità, da cantautore più rock che country. Yankee Bank è più ricca dal punto di vista strumentale, è sempre una ballata ma con maggiore energia ed un bell’intreccio di chitarra, steel ed organo, oltre ad un motivo di prima qualità.

LeBlanc si conferma un songwriter di vaglia, ma dimostra di essere anche un performer di livello. Bottom Of This è una country song, sempre lenta e malinconica, ma dallo script solidissimo ed ottimo lavoro di piano e steel, Answers (scritta dal figlio Dylan) dà una scossa al disco, il ritmo è più sostenuto e la chitarra elettrica è in primo piano, oltre ad un refrain che prende all’istante, mentre I Ain’t Easy To Love è un altro brano spoglio ma di grande carattere, e qui l’arma in più è la seconda voce femminile di Angela Hacker, fidanzata di James ed artista per conto suo. Una splendida steel (Wayne Bridge) ci introduce alla lenta Nothing But Smoke, dove LeBlanc ha sicuramente fatto tesoro della lezione di Willie Nelson: l’ennesimo slow, ma la noia è bandita; bella anche Anchor, distesa, fluida e con la solita melodia di prim’ordine, tra le migliori del CD, mentre 4885 inizialmente vede il nostro in quasi totale solitudine, poi dalla seconda strofa entra il resto della band, anche se James se la cavava comunque anche con pochi strumenti attorno. L’album si chiude con la vibrante Coming Of Age, più mossa ma sempre senza andare sopra le righe, e con la deliziosa cover di Beans, un vecchio brano di Shel Silverstein che qui è un honky-tonk con arrangiamento di altri tempi ed un bel ritornello corale, un finale in allegria e dunque in decisa controtendenza.

Per quanto mi riguarda James LeBlanc può pure continuare a scrivere per altri, ma se quando incide a suo nome il livello è questo, mi auguro che non faccia passare altri 14 anni prima del prossimo disco.

Marco Verdi

Era Già Bellissimo, Ora Lo E’ Ancor Di Più! Willie Nelson – Teatro

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Willie Nelson – Teatro – Light In The Attic/Universal CD/DVD

Il 2017 è stato un bell’anno per i fans di Willie Nelson, dato che hanno potuto godere dell’ottimo God’s Problem Child, uscito ad Aprile, del recente Willie & The Boys, ed ora della ristampa potenziata dello splendido album del 1998, Teatro (che quindi “festeggia” i 19 anni, ma che anniversario è?), all’unanimità uno dei lavori più belli della carriera del texano. Per il sottoscritto questo disco potrebbe addirittura rientrare nella Top 3 di Willie, insieme a Red Headed Stranger e Across The Borderline, ma rispetto a questi due titoli, che propongono il classico suono del nostro, Teatro è un episodio particolare ed unico nel suo genere. Infatti l’album vide l’incontro tra Nelson ed il grande produttore Daniel Lanois, un connubio difficile da immaginare negli anni ottanta, allorquando il canadese era dietro ai dischi di U2 e Peter Gabriel, oltre ad essere impegnato a rilanciare la carriera di Bob Dylan con Oh, Mercy! (operazione ripetuta nel 1997 con Time Out Of Mind), ma non così strano in quel periodo, dato che Lanois veniva dalla riuscita esperienza con Emmylou Harris, il cui bellissimo Wrecking Ball aveva riportato la cantante dai capelli d’argento agli onori della cronaca.

E Teatro, inciso in un vecchio cinema di Oxnard in California (lo stesso nel quale Neil Young ha registrato The Monsanto Years), è un disco splendido ancora oggi, con lo stile tipico di Willie che si sposa alla perfezione con le atmosfere rarefatte di Lanois, grazie anche ad una serie di musicisti da sogno: oltre agli habitué nei dischi di Nelson (la sorella Bobbie, l’armonicista Mickey Raphael), abbiamo lo stesso Lanois al basso e alle chitarre, Cyril Neville alle percussioni (strumento fondamentale nell’economia del suono del produttore canadese),Jeffrey Green, Victor Indrizzo Tony Mangurian alla batteria,Tony Hall al basso, Malcolm Burn all’organo, Brian Griffiths alla chitarra, slide e mandolino, il noto pianista jazz Brad Meldhau anche al vibrafono e, dulcis in fundo, la stessa Emmylou Harris alla seconda voce praticamente in tutti i brani (dieci su quattordici), una partecipazione talmente importante al punto che anche in copertina troviamo una foto della cantante. L’album è incentrato più che altro su vecchi classici di Willie, alcuni molto noti ed altri meno (ci sono solo tre canzoni nuove, più tre cover), che vengono completamente rivoluzionati dai nuovi arrangiamenti: la presenza di Lanois è inoltre di ulteriore stimolo per il nostro, che si trova a suonare la chitarra ancora meglio del solito, donando un feeling messicano a molte canzoni, che contrasta con il mood quasi jazzato della sezione ritmica e del pianoforte, al punto che sarebbe parecchio riduttivo definire country questo disco, talmente tante sono le sfaccettature del suono.

Il capolavoro dell’album è sicuramente The Maker, cover di un brano di Lanois tratto dal suo primo disco come solista, Acadie, una canzone straordinaria, impreziosita da un arrangiamento caldo, vibrante, decisamente musicale e cantata alla perfezione da Willie: anche meglio dell’originale di Daniel. Di alto livello anche lo strumentale che apre l’album, Ou Est-Tu, Mon Amour? (dal repertorio di Django Reinhardt), solo Willie alla chitarra e Bobbie al vibrafono, ma dall’intensità incredibile, o la classica I Never Cared For You, che da brano western diventa quasi una bossa nova, o Everywhere I Go, dall’intro rarefatto e tipico di Lanois, ma che Willie riesce a far sua non appena apre bocca (questa sì degna di stare in un western moderno), o ancora la struggente My Own Peculiar Way, che Nelson negli anni ha inciso più volte ma mai con questa intensità, centellinando ogni nota ed ogni parola. Ma poi ci sono anche la vivace These Lonely Nights, quasi caraibica, l’intensa Home Motel, solo voce e piano (Meldhau), classe pura, la strepitosa I’ve Just Destroyed The World, un honky-tonk che il “trattamento Lanois” rende ancora più scintillante, e l’emozionante Somebody Pick Up My Pieces, con Emmylou protagonista alla pari di Willie.

In questa nuova ristampa deluxe, oltre ad una nuova intervista a Nelson e Lanois inclusa nel booklet ed un DVD allegato con il film-concerto live in studio uscito all’epoca e diretto da Wim Wenders (che non ho ancora visto), abbiamo sette canzoni inedite tratte dalle stesse sessions: il bellissimo valzer lento It Should Be Easier Now, la saltellante One Step Beyond, molto bella (perché era stata esclusa all’epoca?), la dolce Send Me The Pillow You Dream On (di Hank Locklin, Willie l’ha ripresa anche sul recentissimo Willie & The Boys), o la superba Have I Told You Lately That I Love You (non è quella di Van Morrison, bensì di Scott Wiseman), malinconica ma tra le più belle del CD. Per finire con il classico di Rodney Crowell ‘Til I Gain Control Again, la toccante Lonely Little Mansion e la tonica Things To Remember, in bilico tra jazz e musica d’autore.

Ricordo che nel 1998 avevo votato Teatro come disco dell’anno, ed anche a distanza di quasi vent’anni non posso che confermare la mia scelta.

Marco Verdi