Come Walter Trout E Wilko Johnson: Quando La Musica E’ Più Forte Della Malattia! Wade Hayes – Old Country Song

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Wade Hayes – Old Country Song – Conabor CD

Ogni nuovo album di Wade Hayes è in sé un piccolo evento, per la semplice ragione che oggi il countryman dell’Oklahoma avrebbe anche potuto non essere più tra noi. Titolare di un avvio di carriera scoppiettante, con quattro album di ottima fattura ed anche buon successo tra il 1995 ed il 2000, Hayes ha rallentato parecchio nel nuovo millennio, pubblicando soltanto altri due lavori, Place To Turn Around nel 2009 e, due anni fa, Go Live Your Life. In mezzo, nel 2011, la tragedia sfiorata: a Wade viene diagnosticato un cancro al colon in fase avanzata, ma, grazie ad un’operazione tempestiva ed a cure mirate, riesce miracolosamente a guarire e a tornare alla vita di tutti i giorni (ed il titolo scelto per l’album del 2015 è emblematico). Oggi Wade è quindi un uomo che ne ha passate di cotte e di crude, ha visto la morte in faccia e ne è uscito, ed il suo nuovo album, Old Country Song, è da considerarsi il lavoro di un uomo maturo e segnato dalla vita, anche se non c’è pessimismo nelle sue canzoni, anzi, al contrario, c’è la gioia di vivere ed assaporare le piccole gioie quotidiane.

Ma Hayes è anche un musicista serio, fa del vero country e, tra brani scritti da lui e da altri, sceglie sempre le canzoni giuste, ed Old Country Song, prodotto da Wade con il batterista Dave McAfee, è ispirato per sua stessa ammissione ai musicisti che lo hanno influenzato in misura maggiore, principalmente Willie Nelson, Waylon Jennings e Merle Haggard. Un album dal suono classico, tra ballate e pezzi più vivaci, con una backing band di ottimo livello (dove spiccano la steel di Steve Hinson, le chitarre di James Mitchell e Brent Mason e le armonie vocali della brava e bella Megan Mullins) e la voce calda ed espressiva del leader. L’inizio è più che buono con Can’t Get Close Enough To You, una suadente country ballad suonata in maniera classica, con chitarre, organo e steel bene in evidenza, un leggero sapore soul ed un cantato quasi confidenziale, alla Ray Price. Full Moon Summer Night, raffinata e con piano e chitarre a creare l’ossatura, è un brano da songwriter con arrangiamento country, un po’ sul genere del recentemente scomparso Glen Campbell; I Wish I Still Drank è invece un rockin’ country decisamente trascinante e quasi texano: ritmo, chitarre (la slide è suonata da Lee Roy Parnell, una nostra vecchia conoscenza) e feeling, mentre What You Need From Me è una ballatona di gran classe, con la Mullins che si alterna alla voce solista con Wade.

Needed The Rain vede Chris Stapleton tra gli autori, ed è un altro slow, anche se maggiormente sostenuto dal punto di vista strumentale, e Old Country Song prosegue con la serie dei brani lenti, un’intensa ballad dall’accompagnamento delizioso, anche se a questo punto del CD vorrei un po’ più di energia. Quasi come se mi avesse letto nel pensiero, Wade propone I Don’t Understand, veloce e guizzante, un country-rockabilly di ottima fattura e bel tiro, mentre Julia, un brano degli anni ottanta del grande Conway Twitty, è una limpida e solare country song di indubbia classe, tra le migliori del disco; She Knows Me, di nuovo mossa e ritmata, e Going Where The Lonely Go, languida e squisita cover di un pezzo poco noto di Merle Haggard (con una notevole performance chitarristica di Mason), chiudono positivamente il lavoro, anche se c’è spazio per una ghost track, un pezzo acustico di ispirazione gospel (il testo, non la musica) ed intitolato In Christ Alone. E’ora che Wade Hayes riassapori almeno un briciolo di popolarità, sarebbe il minimo dopo tutto quello che ha passato.

Marco Verdi

Tra Country E Cantautorato Puro, Proprio Un Bel Dischetto! Elijah Ocean – Elijah Ocean

elijah ocean bad dreams

Elijah Ocean – Elijah Ocean – New Wheel CD

Non avevo mai sentito parlare di Elijah Ocean, musicista originario del Maine, anche se poi ho scoperto che aveva già tre album alle spalle, l’ultimo dei quali, Bring It All In, risale al 2014. Sulla copertina del suo nuovo lavoro, l’omonimo Elijah Ocean, vediamo un giovane con un look molto anni settanta, quasi da chitarrista blues (stile Rory Gallagher per intenderci), ma la musica contenuta nel dischetto è tutt’altro che blues. I vari siti parlano di Ocean come di un countryman influenzato da gente come Neil Young e Gram Parsons, ma queste informazioni sono perfino riduttive (anche se tracce dell’ex Byrds ci sono): Elijah ha infatti un suo stile, non è country nel senso stretto del termine, ma un cantautore dallo stile molto classico, decisamente anni settanta (quindi non solo nel look), che però usa il country come veicolo espressivo: a me personalmente ha rammentato Lee Clayton, un bravissimo outsider di cui oggi non si ricorda più nessuno, sia nello stile diretto ed asciutto che per il tipo di canzoni, belle ed orecchiabili nello stesso tempo.

Elijah Ocean è infatti una vera sorpresa, un piccolo grande disco di puro songwriting country, con dieci canzoni una più bella dell’altra, suonate con stile classico da un manipolo di musicisti bravi ma sconosciuti, e prodotto in maniera asciutta, senza fronzoli. Chitarre, pianoforte, steel ed un violino ogni tanto, oltre alla voce espressiva del nostro, che dimostra in questi dieci pezzi di avere una penna mica da ridere, riuscendo a coinvolgere fin dal primo ascolto, con sonorità che profumano di West Coast (mentre, come abbiamo visto, lui arriva dal lato opposto degli States), un album che inizia nel migliore dei modi con la splendida Bad Dreams, rockin’ country di grande presa, suono molto seventies e ritmo e melodia vincenti. Niente male anche Chain Of Gold, una ballata cristallina e solare, ancora con un motivo limpido ed un approccio da cantautore classico, mentre Malibu Moon è una toccante ballata costruita intorno ad un splendido pianoforte, chitarra ed un violino malinconico, davvero bella anche questa (il ragazzo deve aver sicuramente ascoltato anche il leggendario primo album solista di John Phillips, John, The Wolfking Of L.A.): solo tre canzoni, e la mia attenzione è già catturata al 100%.

Highway riporta al centro il ritmo, un travolgente rock’n’roll dal sapore country, con una bella slide ed il solito refrain accattivante, Desert Rain è lenta ed intensa, sembra una ballad californiana scritta nel 1971 o 1972, con uno script solidissimo, a conferma che Elijah sa il fatto suo. La gentile Barricade profuma di country & western, Heavy Head è di nuovo tersa, diretta, godibile, una delle più riuscite del disco, mentre Still Where You Left Me è puro country, chitarrone twang e solito sviluppo vibrante. Chiudono la cadenzata e deliziosa Time Passes Slow, dal consueto ritornello eccellente, e Days Are Long, una squisita folk ballad che sembra uscita di botto da Harvest (sentire per credere). Elijah Ocean non è uno qualunque, dategli una chance e sono convinto che non ve ne pentirete.

Marco Verdi

Doppio Omaggio Ad Uno Dei Più Grandi Songwriters! Parte 2: Il Concerto-Tributo. Various Artists – The Life And Songs Of Kris Kristofferson

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Various Artists – The Life And Songs Of Kris Kristofferson – Blackbird CD – 2CD/DVD

Ecco la seconda parte del mio personale omaggio al grande Kris Kristofferson, dopo il post dedicato alla serata al Bottom Line del 1994 con Lou Reed: quello di cui parlo oggi è un vero e proprio tributo, un concerto tenutosi alla Bridgestone Arena di Nashville nel Marzo del 2016, durante il quale una nutrita serie di artisti perlopiù country ha omaggiato la figura del cantautore texano (ed i suoi 80 anni) attraverso alcune tra le sue più belle canzoni, un omaggio ad alto livello sia per la qualità dei brani (ovviamente), che per le varie performance. E’ dunque da poco uscito un resoconto della serata, The Life And Songs Of Kris Kristofferson, sia su singolo CD che su doppio dischetto con DVD aggiunto: la mia recensione si basa sul supporto singolo, che propone 14 dei 21 brani totali (lo show completo è sul doppio): mi piacerebbe poter dire che è stata una mia scelta, ma in realtà sono rimasto in un certo senso “fregato” dal fatto che non fosse chiarissimo che la parte senza il DVD fosse su un solo CD e con il concerto incompleto: per fortuna che le performance che fanno la differenza ci sono tutte, anche se tra le assenze ci sono l’apertura della serata a cura di Buddy Miller, l’apparizione di Jessi Colter ed il duetto tra Emmylou Harris e Rodney Crowell.

Tracklist
[CD1]
1. Please Don’t Tell Me How The Story Ends – Buddy Miller
2. Kristofferson – Jessi Alexander, Jon Randall & Larry Gatlin
3. Here Comes That Rainbow Again – Martina McBride
4. The Taker – Ryan Bingham
5. The Captive – Jessi Colter
6. Nobody Wins – Lee Ann Womack
7. Jesus Was A Capricorn (Owed To John Prine) – Jack Ingram
8. Worth Fighting For – Jennifer Nettles
9. Loving Her Was Easier (Than Anything I’ll Ever Do Again) – Rosanne Cash
10. Chase The Feeling – Emmylou Harris & Rodney Crowell
11. The Pilgrim, Chapter 33 – Emmylou Harris & Kris Kristofferson

[CD2]
1. From The Bottle To The Bottom – Dierks Bentley & The Travelin’ McCourys
2. Help Me Make It Through The Night – Lady Antebellum
3. Under The Gun – Darius Rucker
4. For The Good Times – Jamey Johnson & Alison Krauss
5. Casey’s Last Ride – Alison Krauss
6. If You Don’t Like Hank Williams – Hank Williams Jr.
7. To Beat The Devil – Eric Church
8. Me And Bobby McGee – Reba McEntire
9. Sunday Mornin’ Comin’ Down – Willie Nelson & Kris Kristofferson
10. Encore: Why Me – Kris Kristofferson & Full Ensemble

Ma anche questa versione “monca” ha il suo perché, dato che i vari interpreti sono tutti in forma e rispettosi della figura di Kris, e poi le canzoni sono già strepitose di loro, e quindi non ci vuole molto di più per fare un gran bel disco. La house band è quella che ultimamente viene usata spesso per questo genere di tributi: il già citato Buddy Miller alla chitarra (doppiato da Audley Freed), Fred Eltringham alla batteria, Matt Rollings al piano e fisarmonica, Mickey Raphael all’armonica, Greg Leisz alla steel e mandolino e Don Was al basso e direzione musicale, oltre alle McCrary Sisters ai cori. Una band da sogno che si fa sentire subito con una solida Here Comes That Rainbow Again, cantata in maniera emozionante dalla brava Martina McBride e suonata alla grande (con Rollings in grande evidenza), e poi la canzone è splendida. Ryan Bingham non lo scopriamo certo oggi, e la sua The Taker è giusto a metà tra country e rock, in puro stile outlaw: voce roca, ritmo spedito e chitarre in palla; Jennifer Nettles non è forse famosissima, ma ha una gran voce, molto soulful e quasi nera (mentre lei è in realtà biondissima), e Worth Fighting For le si adatta alla perfezione, con le tre McCrary che “controcantano” alla loro maniera, con un leggero tocco gospel. Loving Her Was Easier è tra le canzoni più belle del songbook di Kris, e sono contento che l’abbia presa Rosanne Cash, sempre più brava ogni anno che passa: versione toccante, fluida, in una parola bellissima (e poi mi piace questa cosa che gli americani non cambiano le parole delle canzoni dal maschile al femminile e viceversa a seconda se a cantarla è un uomo o una donna).

Kristofferson sale sul palco una prima volta insieme ad Emmylou Harris, un duetto favoloso con la splendida The Pilgrim: Chapter 33, una delle mie preferite in assoluto (pare ispirata dalla figura di Bob Dylan), con Kris che sprizza carisma appena apre bocca, mentre Dierks Bentley ha la sfortuna di arrivare dopo il padrone di casa, ma se la cava molto bene con una vibrante From The Bottle To The Bottom, che i Travelin’ McCourys colorano di bluegrass. Quando ho visto che la mitica Help Me Make It Through The Night era stata affidata ai Lady Antebellum, tragico gruppo di pop travestito da country, ho avuto un brivido di paura, ma per la serata i tre fanno le persone serie e ripropongono il classico brano in maniera languida e romantica, anche se avrei comunque preferito una interpretazione più energica da parte di chiunque altro, mentre l’ex frontman degli Hootie & The Blowfish, Darius Rucker (da tempo reinventatosi come artista country), rilascia una tonica e roccata Under The Gun, che Kris aveva scritto con Guy Clark, prima di cedere il palco alla strana coppia Alison Krauss/Jamey Johnson, gentilezza e rudezza in un colpo solo, che però si intendono alla grande con la suadente For The Good Times, riproposta con classe e più nei territori della bionda Alison che in quelli del barbuto Jamey.

Hank Williams Jr. è un altro che quando vuole sa il fatto suo, e stasera è nel suo ambiente naturale con la ruvida e coinvolgente If You Don’t Like Hank Williams, da anni nel suo repertorio; Eric Church è ormai un prezzemolo in questo genere di tributi, ma la sua To Beat The Devil è ben fatta e non priva di feeling. Per Reba McEntire vale il discorso fatto per gli Antebellum, io non l’avrei invitata (troppo annacquata di solito la sua proposta musicale), ma lei non è certo una stupida e ha dalla sua una certa esperienza: la leggendaria Me And Bobby McGee, forse la canzone simbolo di Kris, ne esce dunque alla grandissima, probabilmente una delle migliori dello show, con un arrangiamento addirittura rock’n’roll (e Reba ha comunque una gran voce). E’ l’ora del gran finale, con Kris che ritorna stavolta insieme a Willie Nelson, un duetto tra due leggende sulle note della mitica Sunday Morning Coming Down (peccato non abbiano fatto anche Highwayman, magari con Hank Jr. e Johnson al posto di Johnny Cash e Waylon Jennings), e poi tutti insieme sul palco con la magnifica Why Me, con il “festeggiato” che ha una presenza vocale ancora notevole nonostante l’età.

Un tributo da avere quindi (magari nella versione con DVD), ed ennesimo gran bel disco dal vivo di questo ricco 2016.

Marco Verdi

Musica Country Per Palati Fini. Ray Scott – Guitar For Sale

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Ray Scott – Guitar for Sale – Jethropolitan/Sony CD

Devo confessare che avevo perso di vista negli ultimi anni Ray Scott, countryman del North Carolina che aveva pubblicato appena quattro album tra il 2005 ed il 2014, anno in cui era uscito l’omonimo Ray Scott. Ricordo però ancora la piacevole scoperta del suo esordio di dodici anni fa, l’ottimo My Kind Of Music, un disco di country duro e puro che sembrava impossibile fosse stato inciso a Nashville. Ebbene, sono lieto di affermare che Scott non ha perso lo smalto, e che il suo nuovo lavoro, Guitar For Sale, non è molto distante artisticamente da quel debutto. Ray è innanzitutto uno che sa scrivere, non si affida molto ai songwriters su commissione della Music City del Tennessee, e questo si riflette indubbiamente sulla sua musica, che risulta in automatico più personale. Se aggiungiamo la sua attitudine da country rocker dal pelo duro, per il quale le chitarre non devono mai mancare di graffiare, ed i suoni non vanno contaminati con diavolerie moderne, è facile capire perché Guitar For Sale è un disco che si ascolta con grande piacere dalla prima all’ultima delle sue undici canzoni.

Prodotto da Michael Hughes, l’album ha un sound molto ricco, con parecchi sessionmen all’opera, ma l’insieme non suona per nulla ridondante, anzi è tutto decisamente misurato; la ciliegina sulla torta è poi la voce di Scott, splendida, profonda e baritonale, quasi alla Johnny Cash, una voce che da sola è già un buon 30% di riuscita dei brani, a partire dall’incalzante Livin’ This Way, che apre il disco con i suoni giusti, ritmo sostenuto e melodia fluida e diretta. La maschia e robusta Put Down The Bottle ha un deciso sapore southern, ma non posticcio come tentano di fare diversi bambocci made in Nashville: Ray crede davvero in quello che fa, è uno serio, ed il brano è altamente godibile; niente male neanche The Fire, una ballatona tra country e rock e dal refrain delizioso, nobilitata come sempre dal vocione ricco di feeling di Scott. Soberin’ Up è il primo slow del disco, e la timbrica di Ray è perfetta anche per questo tipo di canzoni, in quanto nella fattispecie dona spessore ad un brano ben fatto ma abbastanza nella norma.

Meglio quando parlano le chitarre, come nella vivace Pray For The Fish, un country’n’roll di grande presa e figlio del Waylon più classico; bella anche Put Down That Gun, un honky-tonk elettrico di ottimo livello, suonato in maniera perfetta e cantato alla grande, una delle più riuscite del lotto, mentre Growin’ Old è un lento crepuscolare ma senza eccessi zuccherini, tutto basato su chitarre e piano ed una bella steel sullo sfondo. Worth Killin’ For è ancora una ballad, ma gli strumenti sono elettrici ed il ritmo c’è, e mi ricorda non poco le cose del mai troppo compianto Chris LeDoux (un vero cowboy), Life Ain’t Long Enough è decisamente roccata e chitarristica, ma il feeling non manca mai; chiudono il CD la vigorosa Doin’ Me Wrong, ancora dal buon ritornello, e la brillante title track, uno slow acustico dal leggero sapore mexican. Ray Scott non è uno che molla facilmente e, disco dopo disco, si sta costruendo una carriera di tutto rispetto.

Marco Verdi

Due Ottimi Lavori Nel Segno Del Padre Della Musica Country. Doug Seegers – Sings Hank Williams/Willie Nelson – Willie’s Stash Vol. 2: Willie & The Boys

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Doug Seegers – Sings Hank Williams – Capitol CD

Willie Nelson – Willie’s Stash Vol. 2: Willie & The Boys – Legacy/Sony CD

Credo che non ci sia bisogno di ricordare chi fosse Hank Williams, “inventore” della moderna country music e sicuramente nella Top 10 dei personaggi più influenti della musica popolare del secolo scorso, una figura che ancora oggi è considerata di fondamentale importanza nonostante la sua scomparsa prematura all’età di 29 anni. E’ indicativo il fatto che nel 2017 Williams venga ancora omaggiato da artisti più o meno famosi, ed oggi mi occupo di due di loro: il primo è un tributo in tutto e per tutto (fin dal titolo), mentre il secondo se proprio non nelle intenzioni lo è nei fatti, essendo ben 7 brani su 12 presi dal songbook del grande Hank. Quella di Doug Seegers è una delle più belle storie a lieto fine della nostra musica: musicista di strada che faceva una vita da homeless a Nashville, è stato scoperto alla tenera età di 60 anni dalla nota (in patria) cantante svedese Jill Johnson nell’ambito di un programma TV da lei condotto che si prefiggeva di esplorare il mondo nascosto della capitale del country americano.

Per farla breve, oggi Doug è definitivamente uscito dall’anonimato (in Svezia è una star), grazie a tre pregevoli album, di cui uno in duo con la Johnson, di ottima musica country classica, nei quali il nostro si è dimostrato anche un dotato songwriter: il suo disco dello scorso anno, l’ottimo Walking On The Edge Of The World, è finito anche su questo blog http://discoclub.myblog.it/2016/11/20/dalle-strade-nashville-agli-studi-capitol-il-passo-breve-doug-seegers-walking-on-the-edge-of-the-world/ . Oggi Doug decide di mettere da parte per un attimo le sue canzoni ed omaggia la figura di Williams, che sicuramente ha esercitato anche su di lui un’influenza determinante: Sings Hank Williams è un bel dischetto di country music eseguita nel modo più tradizionale possibile, un sound davvero d’altri tempi, molto meno elettrico di quando Doug canta le sue canzoni, ma con la purezza del suono odierna. Il disco è stato inciso in Svezia con musicisti locali (basta leggere i nomi: Erik Janson, che è anche il produttore, Martin Bjorklund, Simon Wilhelmsson, Carl Flemsten), con l’aggiunta di una vera leggenda come lo steel guitarist Al Perkins. E poi c’è Seegers, che conosce queste canzoni a menadito (chissà quante volte le ha cantate per le strade di Nashville) e ha la voce giusta per cantarle, sia che “yodelizzi” in Long Gone Lonesome Blues, sia che si lasci trasportare dalla ritmica honky-tonk della saltellante Hey Good Lookin’, sia che affronti atmosfere western come nella leggendaria (e bellissima) Kaw-Liga. I titoli sono famosissimi, Doug non è andato a ricercare i cosiddetti “deep cuts”, cioè i pezzi più oscuri del songbook di Williams, ma è in un certo senso andato sul sicuro, sommando la sua bravura alla bellezza delle canzoni ed ottenendo un risultato quasi perfetto: la malinconica I’m So Lonesome I Could Cry, la splendida Cold Cold Heart, una delle più belle country songs di tutti i tempi, la mossa Settin’ The Woods On Fire o l’irresistibile Jambalaya (On The Bayou), solo per citarne alcune.

willie nelson willie's stash vol. 2

Willie & The Boys è invece il secondo capitolo della serie Willie’s Stash, nella quale il grande Willie Nelson si dedica alla pubblicazione dei suoi archivi: se il primo volume, December Day (2014) era accreditato al texano ed a sua sorella Bobbie, questo seguito è ancora un affare di famiglia, in quanto con Willie ci sono i figli Lukas e Micah, già noti per essere il primo il leader dei Promise Of The Real, gruppo che con anche Micah al suo interno è stato in ordine di tempo l’ultima backing band di Neil Young. Quando sono state incise queste canzoni, i due figli di Willie non erano però ancora famosi: stiamo parlando infatti di sessions avvenute nel 2011 e prodotte dall’ormai imprescindibile Buddy Cannon, e con musicisti del calibro di Bobby Terry, Jim “Moose” Brown, Mike Johnson, oltre all’inseparabile armonicista Mickey Raphael. Non è certamente la prima volta che Willie interpreta canzoni di Hank Williams, ma non ne aveva mai messe così tante su un solo disco: ben 7 su 12 come ho detto prima, e la personalità del nostro è tale che riesce in pratica a farle sembrare quasi scritte da lui. La particolarità del disco è data dal fatto che Lukas e Micah non si limitano ad accompagnare il padre, ma duettano in tutti i pezzi anche vocalmente, dando loro ulteriore linfa, anche se è indubbio che la temperatura sale di più quando al microfono si avvicina Willie.

Ci sono tre brani in comune con l’album di Seegers (una swingatissima Mind Your Own Business, I’m So Lonesome I Could Cry, la sempre grande Cold Cold Heart) ed altri classici di Williams come la vivace e coinvolgente Move It On Over, che apre il CD, la mitica Your Cheatin’ Heart, la meno nota Mansion On The Hill e la strepitosa Why Don’t You Love Me. Ma c’è anche altro: Willie riprende anche un suo vecchio classico degli anni sessanta, Healing Hands Of Time (versione pura e cristallina), ed omaggia altri tre “Hanks”, e cioè Hank Cochran con la splendida Can I Sleep In Your Arms, una country song che più classica non si può, il meno noto Hank Locklin con il limpido honky-tonk Send Me The Pillow You Dream On, per finire con Hank Snow, del quale viene ripresa la notissima I’m Movin’ On con classe purissima. Per finire con la fluida My Tears Fall, unico pezzo ad essere stato inciso non nel 2011 ma nell’inverno del 2016 (e scritta dalla supermodella Alyssa Miller, fidanzata di Lukas, al quale vanno i miei complimenti, andate su Google a cercare le foto della ragazza e capirete) ed anche una gran bella canzone.

Due album simili ma diversi, e comunque entrambi da tenere in grande considerazione se amate la vera country music.

Marco Verdi

Veterani Ma Indipendenti, All’Insegna Della Purezza. Yonder Mountain String Band – Love, Ain’t Love

yonder mountain string band love ain't love

Yonder Mountain String Band – Love, Ain’t Love – Frog Pad CD

La Yonder Mountain String Band, quintetto originario del Colorado, è ormai tra le realtà consolidate del cosiddetto movimento new grass. Pur rimanendo fieramente indipendente, la YMSB è infatti in attività da quasi vent’anni, si è costruita uno zoccolo duro di fans grazie anche alle esibizioni dal vivo, e ha pure una sua etichetta discografica personale: il suo percorso per certi versi è simile a quello degli String Cheese Incident, che però sono più rock e forse hanno dalla loro una maggiore creatività, anche se spesso tendono a partire per la tangente. La YMSB ha invece un approccio decisamente più tradizionale ed acustico, ed è una vera e propria string band, in quanto tutti e cinque i suoi elementi (Adam Ajala, Dave Johnston, Ben Kaufmann, Jacob Jolliff e Allie Kral) suonano strumenti a corda rigorosamente con la spina staccata, che siano chitarra, banjo, mandolino (Jolliff, uno dei più bravi), basso o violino, ma spesso con una forza tale che non ci si accorge dell’assenza della batteria. Un po’ come gli Old Crow Medicine Show (che però la batteria ce l’hanno e sono anche obiettivamente più bravi), hanno il loro punto di forza nelle esibizioni dal vivo, durante le quali i pezzi tratti dai loro album possono diventare vere e proprie jam: non si spiegherebbe altrimenti il fatto che, vicino ai sei album di studio pubblicati tra il 1999 ed il 2015, nella loro discografia trovano posto ben cinque dischi live, i vari volumi della serie Mountain Tracks.

Questo nuovissimo Love, Ain’t Love (l’equivalente del nostro “m’ama, non m’ama”), che esce a due anni da Black Sheep, prosegue il loro discorso, fatto di brani di pura country music con spiccate attitudini bluegrass, anche se la particolarità è che le canzoni non hanno il sapore di vecchi traditionals, ma bensì una struttura ed uno script moderni, soltanto che sono suonate con l’attitudine dei gruppi di un’altra epoca. Love, Ain’t Love ha tredici canzoni, tra pezzi strumentali ed altri cantati (da tutti i membri del gruppo), una produzione asciutta ad opera della band stessa ed un approccio ormai maturo e collaudato verso i vari brani, suonati tutti con grande perizia tecnica ma anche abbondante feeling: un dischetto dunque godibile e ben fatto, che non mancherà di soddisfare i numerosi estimatori del gruppo. Il brano di apertura, Alison, ha una melodia ed uno sviluppo moderni, quasi fosse un country-rock suonato però con strumenti acustici, un bel refrain ed i vari componenti del combo che iniziano a far sentire le loro abilità. Fall Outta Line è un breve strumentale in cui è il mandolino a fare da solista, ed il violino prende traiettorie trasversali, non necessariamente in sintonia con gli altri; Bad Taste è puro country, limpido e cristallino, e ricorda non poco certi episodi bucolici della Nitty Gritty Dirt Band, mentre Take A Chance On Me (gli Abba non c’entrano) è praticamente un altro strumentale, in quanto il testo si riduce ad un paio di frasi nel refrain, ed è un pezzo di bravura tra il mandolino di Jolliff e la chitarra di Ajala.

Chasing My Tail è una rock song acustica, me la immagino suonata con le chitarre elettriche, ma anche così ha il suo perché e denota una certa grinta, Used To It è l’unica canzone con il piano, che assume il ruolo di protagonista per una ballata intensa e non priva di pathos, mentre Eat In Go Deaf (Eat Out Go Broke) è la prima vera e propria grass jam, con il mandolino suonato in maniera velocissima e strepitosa ed il resto della YMSB che tiene il passo, per più di cinque minuti ad alto tasso di coinvolgimento strumentale. Dancing In The Moonlight è l’unica cover, ed è proprio il notissimo pezzo dei King Harvest, un gruppo dei primi anni settanta che è stato un vero one hit wonder: un motivo che credo conoscano tutti, con un arrangiamento che dona ancora più freschezza ad un pezzo già solare di suo, mentre con On Your Dime i nostri riprendono il filo della jam, una pura bluegrass song, stavolta cantata, con gli strumenti che viaggiano come treni; Kobe The Dog ha il banjo come protagonista, e di tutti i brani è forse quello che più sa di tradizione, a differenza della vivace Last Of The Railroad Men, che è sempre country ma con un sapore più attuale. Il CD si chiude con la tonica Up For Brinkley’s, dal ritmo forsennato, e con la caraibica e godibile Groovin’ Away, una sorta di reggae acustico che mostra ancora una volta che i nostri oltre che bravi sono anche creativi.

Un dischetto che mi sento quindi di consigliare, ovviamente se vi piace il genere.

Marco Verdi

Ancora Sulle Strade Della California! White Buffalo – Darkest Darks, Lightest Lights

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White Buffalo – Darkest Darks, Lightest Lights – Unison/Earache Records

Quando devo parlare dei White Buffalo alias Jake Smith, non posso non immaginare questo corpulento ragazzone come uno dei tanti “bikers” che scorazzano e imperversano sulle strade della California (come nella famosa serie televisiva Sons Of Anarchy, da cui è stato saccheggiato varie volte, per utilizzare le sue canzoni nelle colonne sonore dello show), in sella alla leggendaria Harley Davidson. A soli due anni di distanza dall’ultimo lavoro in studio Love And The Death Of Damnation http://discoclub.myblog.it/2015/09/25/altre-storie-moderno-storyteller-the-white-buffalo-love-and-the-death-of-damnation/ , il nostro amico si ripresenta con questo nuovo lavoro prodotto da Ryan Dorn e Bruce Witkin (anche ingegnere del suono, multistrumentista e bassista), registrato negli Unison Studios di Los Angeles, con una nuova “line-up” della band, composta per l’occasione dal batterista Abe Laboriel Jr. (Paul McCartney), che si alterna con Matt Cynott e dal tastierista Michael Thompson (Eagles e Don Henley), per un altro viaggio emozionante, dove come sempre ogni canzone ha un significato reale.

Il “focus” di questo disco è come sempre la sua voce versatile, che possiamo apprezzare a partire dall’iniziale Hide And Seek, brano con in primo piano una sezione ritmica granitica, che si manifesta anche nella successiva Avalon, mentre con Robbery si viaggia verso atmosfere diverse, con un suono lievemente “jazzato”, seguita da una ballata romantica e intimista come The Observatory. Si riparte di nuovo con il sound muscolare di una camaleontica Madam’s Soft, Madam’s Sweet, a cui fa seguito l’intrigante e accelerato blues di Nightstalker Blues, e ancora una “ballad” accorata e struggente come If I Lost My Eyes, passando anche per la galoppata western Border Town/Bury Me In Baja, con la band in grande spolvero. La parte finale vede tornare in primo piano la sezione ritmica con una coinvolgente The Heart And Soul Of The Night, per andare infine a chiudere con una ulteriore ballata incantevole I Am The Moon, supportata da pochi accordi di chitarra, la  magnifica voce di Jake Smith e poco altro.

Arrivato con questo Darkest Darks, Lightest Lights al sesto album (sicuramente un disco più elettrico rispetto ai precedenti), il nostro “biker” rimane un cantautore difficile da decifrare, in quanto in questo breve lavoro (solo 34 minuti) si spazia dal rock stradaiolo al folk, dal blues al country con sfumature soul, confermando di essere un musicista completo, dotato, come detto, di una voce notevole e particolare, un autore che scrive canzoni con testi forti che parlano spesso di fuorilegge, eroi perdenti e mancati (almeno nei primi album), come pure di sofferenze, tradimenti e dolori, capace anche di manifestare dolcezza e amore, tramite una rilettura personale che scava nella storia e nella cultura di alcune problematiche radici Americane. Quindi se volete conoscere il mondo di White Buffalo o Jake Smith, che dir si voglia, non dovete fare altro che acquistare e ascoltare i suoi dischi, e se non siete astemi  magarisorseggiare del buon Bourbon, mentre sognate di viaggiare su una Harley Davidson d’annata.

Tino Montanari

E Costui Da Dove Spunta? Ed E’ Anche Bravo! Eliot Bronson – James

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Eliot Bronson – James – Rock Ridge CD

Dave Cobb è sicuramente uno dei produttori del momento, almeno per quanto riguarda la musica che conta per questo blog, ma non è detto che ogni disco che vede lui alla consolle sia da prendere a scatola chiusa: anch’egli tiene famiglia e ha delle bocche da sfamare, altrimenti non si capisce perché talvolta troviamo il suo nome anche su album di gente che vive musicalmente ai suoi antipodi (Rival Sons e Europe, per fare due esempi). Quando però si rimane in ambito roots-Americana, è più che consigliabile buttare un orecchio verso i prodotti che recano il suo “marchio”, ed è il caso nella fattispecie di questo disco, segnalatomi da Bruno in quanto non conoscevo il soggetto, di Eliot Bronson, songwriter originario di Baltimore, Maryland, e con già tre album alle spalle (e l’ultimo di essi, l’omonimo Eliot Bronson del 2014, vedeva già Cobb in cabina di regia). James è il titolo, piuttosto enigmatico, del nuovo CD di Bronson, e devo dire che Bruno ci ha visto giusto anche stavolta, in quanto ci troviamo di fronte ad un ottimo lavoro di puro rock americano classico venato di country, con influenze che vanno da Bob Dylan (non sempre però) a Tom Petty passando per Gram Parsons.

Detto così potrebbe sembrare che Eliot sia uno dei tanti musicisti che spuntano ogni mese, ma devo dire che James si eleva nettamente dalla media, in quanto contiene una serie di canzoni di ottima fattura, suonate in maniera classica da un manipolo ridotto di mani esperte (l’abituale sezione ritmica di Cobb, Brian Allen e Chris Powell, il bravissimo chitarrista Brett Hartley, oltre agli stessi Cobb e Bronson): solo otto canzoni per mezz’ora scarsa di durata, ma quando la qualità è così alta non c’è davvero bisogno di allungare il brodo. Alcuni pezzi sono elettrici, altri più influenzati dal country, altri ancora tipicamente da songwriter, ma con un gusto spiccato per la melodia e per i suoni diretti ed immediati. L’album si apre con Breakdown In G Major, un vibrante blues elettrico sullo stile del Dylan degli anni sessanta, sia come voce che uso della strumentazione (armonica compresa), ritmo sostenuto e svisate di slide che “sporcano” il sound. Un ottimo biglietto da visita, anche se si tratta dell’unico brano in questo stile. Good Enough ha un incipit che ricorda The House Of The Rising Sun, ma solo all’inizio, in quanto la canzone si rivela essere una bellissima ballata crepuscolare dal motivo emozionante, una chitarra elettrica che lavora sottopelle sullo sfondo ed un’atmosfera carica di intensità.

Un’altra slide insinuante apre The Mountain, un pezzo ancora dall’eco “cosmica”, arrangiamento molto anni settanta ed un refrain aperto e di grande impatto; Stranger è tenue, acustica, con una languida steel in lontananza ed una ritmica discreta, un pezzo non banale e da cantautore puro, mentre Rough Ride (dedicata a Freddie Gray, un ragazzo di colore di Baltimore arrestato per possesso illegale di arma da taglio e massacrato di botte fino alla morte dalla polizia durante il trasporto al commissariato) è splendida, con un chitarrone alla Neil Young, una melodia fluida e scorrevole figlia del miglior Tom Petty ed un tempo mosso e coinvolgente: magnifica. Hard Times è una country-rock ballad dal suono classico e puro, molto seventies, ennesimo pezzo di qualità superiore, Rollin’ Down A Line è un folk-rock molto orecchiabile, diretto e piacevole, ancora con Petty in mente, un’altra canzone da annoverare tra le più belle. Finale intimo con la pacata Mercy, intenso momento elettroacustico, un brano delicato nella strumentazione ma solido nello script.

Anche questa volta Dave Cobb non ha sbagliato cavallo, ma il merito va indubbiamente ad Eliot Bronson, uno da tenere decisamente d’occhio.

Marco Verdi

Un Vero Cantastorie Della Musica “Americana”. Tom Russell – Folk Hotel

tom russell folk hotel

Tom Russell – Folk Hotel – Frontera Records/Proper Deluxe Edition

Tom Russell, nella sua lunga carriera, ha sfornato diversi “concept album” di sicuro interesse, uno dedicato alle “western songs” Indians Cowboys Horses Dogs (04), e soprattutto la bellissima, e in parte innovativa, “trilogia” iniziata con The Man From God Knows Where (una saga familiare che narra la storia della famiglia Russell (99), proseguita con Hotwalker (un viaggio a ritroso nella memoria e nella storia dell’America (05), e conclusa (per ora) con l’affascinante The Rose Of Roscrae (una saga popolare che parte dall’Irlanda e raggiunge il Canada (15) http://discoclub.myblog.it/2015/04/29/epica-saga-del-west-lunga-quarantanni-tom-russell-the-rose-of-roscrae-ballad-of-the-west/ . Alcuni puntualmente recensiti su queste pagine: fino ora ad arrivare a questo nuovo lavoro Folk Hotel, un intrigante album, ricco di argomenti su personaggi e storie della provincia americana, raccontate al Chelsea Hotel di New York (raffigurato sulla cover del disco, dipinta dallo stesso Russell), tanto caro al grandissimo Leonard Cohen (di cui sentiamo la mancanza), e ad altri artisti di quel periodo. Folk Hotel come consuetudine è stato registrato ad Austin in Texas presso lo studio Congress House, e il buon Tom (che suona anche parte degli strumenti), è aiutato dalla presenza di illustri musicisti della scena “roots” americana, come il mitico e amico fisarmonicista Joel Guzman (Joe Ely e Los Lobos fra i tanti suoi “clienti”), Mark Hallman alle percussioni e bouzouki, Redd Volkaert alle chitarre, Augie Meyers al pianoforte e voce, Hansruedi Jordi alla tromba, e come graditi ospiti i nostri Max De Bernardi e Veronica Sbergia rispettivamente alla chitarra e washboard e armonie vocali, nonché con Joe Ely e la brava Eliza Gilkyson a duettare con lui, il tutto prodotto dallo stesso Russell con Mark Hallman.

La canzone d’apertura Up In The Old Hotel (si riferisce al famoso libro di Joseph Mitchell) è una dolce ballata con l’intro della tromba di Jordi e dove si sente subito l’impronta di Guzman, per poi passare subito alle atmosfere “messicane” di una spumeggiante Leaving El Paso, cantata in duetto con Eliza Gilkyson,  a seguire le trame acustiche di una accorata e soave I’ll Never Leave These Old Horses (dedicata al leggendario Ian Tyson), e poi ancora un duetto con la Gilkyson nell’elegia musicale The Sparrow Of Swansea (scritta con Katy Moffatt e dedicata al poeta inglese Dylan Thomas), con una bella melodia che ricorda vagamente Streets Of London di Ralph McTell.  Le narrazioni “antiche” di Tom continuano con l’intro recitativo di All On A Belfast Morning (da una poesia del poeta di Belfast James Cousins), a cui fanno seguito il moderno bluegrass” di una “agreste” Rise Again, Handsome Johnny, dove fa una bella figura il duo italiano Max De Bernardi e Veronica Sbergia. Ci inchiniamo davanti alla bellezza di Harlan Clancy, dettata dalle note del pianoforte di Augie Meyers e dell’armonica di Tom, mentre The Last Time I Saw Hank è la classica ballata texana, che tanti presunti nuovi “fenomeni” probabilmente non saranno mai in grado di scrivere. Con The Light Beyond The Coyote Fence e The Dram House Down In Gutter Lane, Russell propone la parte più acustica del lavoro (brani perfetti da suonare sotto le stelle del Texas), a cui fa seguito il secondo recitativo di un’altra poesia totale come The Day They Dredged The Liftey / The Banks Of Montauk / The Road To Santa Fe-O, per poi volare col cuore in Danimarca per una struggente e triste The Rooftops Of Copenhagen (dedicata al navigatore danese Ove Joensen).

L’edizione deluxe è ampliata da una riscrittura di Just Like Tom Thumb’s Blues (del premio Nobel Bob Dylan  *NDB Nella stessa pagina del Blog oggi trovate anche l’anticipazione del nuovo cofanetto di Bob, il vol. 13 delle Bootleg Series Trouble No More, un fil rouge perfetto), che Tom canta in duetto con Joe Ely, accompagnati  entrambi dalla magica fisarmonica di Guzman, e dal blues acustico di Scars On His Ankles, un commovente incontro immaginario tra lo scrittore Grover Lewis e il grande cantante e chitarrista blues Lightnin’ Hopkins, due canzoni piuttosto lunghe, una di sei e una di nove minuti, quindi non dei riempitivi, anzi. Come nei dischi citati inizialmente, questo ultimo Folk Hotel come sempre è un gesto di grande affetto verso storie e personaggi che Tom Russell (romanziere, criminologo, oltre che artista e cantautore) ha certamente amato, dando vita a questa bella raccolta di canzoni, che ci confermano un cantautore ancora in piena forma (e anche prolifico visto il recente omaggio con Play One More: The Songs Of Ian & Sylvia http://discoclub.myblog.it/2017/05/29/un-sentito-omaggio-da-parte-di-un-grande-musicista-ad-un-grande-duo-tom-russell-play-one-more-the-songs-of-ian-sylvia/ ), ed in grado di emozionare con ballate dirette che hanno la forza e la capacità di raccontare la sua America, ma soprattutto di scavare nella nostalgia della gente.

Tino Montanari

Con Babbo, Fratello, Zia e Cugine “Acquisite” Al Seguito, Non Male. Lukas Nelson And Promise Of The Real

lukas nelson & promise of the real

Lukas Nelson & Promise Of The Real – Lukas Nelson & Promise Of The Real –Fantasy/Concord//Universal

Lukas Nelson, non ce lo possiamo nascondere, è il figlio di Willie Nelson, uno dei sette, insieme all fratello Micah, il più giovane della discendenza. Il suo primo disco, sempre omonimo, era uscito nel 2010, a livello indipendente, poi ne hanno fatti uno per la Warner e un altro indie, e questo quindi è il quarto album: in mezzo i Promise Of The Real sono diventati la band di Neil Young, prima per il discreto (per il sottoscritto, http://discoclub.myblog.it/2015/06/24/ogm-grande-musica-neil-young-promise-of-the-real-the-monsanto-years/ a Marco era piaciuto) The Monsanto Years e poi per lo “strano” Live Earth http://discoclub.myblog.it/2016/06/26/nuovo-tipo-musica-ambient-neil-young-promise-of-the-real-earth/ .Si parlava anche di un ennesimo disco in coppia con il canadese (e infatti era uscito il video per un brano nuovo Children Of Destiny,  ma per ora non se ne è fatto nulla https://www.youtube.com/watch?v=4RKBUG9VLFU ), ma a sorpresa esce questo nuovo CD,: il fratello Micah Nelson è stato retrocesso ad ospite, al piano e banjo in un brano, mentre il resto della famiglia è presente tutta, babbo Willie con chitarra Trigger al seguito in Just Outside Of Austin, dove appare anche al piano la zia Bobbie Nelson. Volendo, come ospiti, ci sarebbero anche le “cuginette” acquisite Lucius (sentite nel recente disco di Roger Waters), presenti in cinque brani, e la “lontana cugina italiana” Lady Gaga, in due brani, dove non fa disastri, in uno indistinguibile, potrebbe cantare chiunque, anche Janis Joplin risorta, nell’altro Find Yourself, uno dei pezzi migliori del disco, persino brava.

La formazione è diventata un sestetto, aggiungendo un tastierista e un secondo chitarrista, alla steel: il genere? Bella domanda, direi che più che country, che è comunque presente, si potrebbe definire Americana, roots music, spesso con una propensione per il rock: se avete letto da qualche parte che ascoltando Lukas sembra di sentire il padre, non credeteci, per me è una balla colossale, sì, Lukas ha una voce piacevole, direi persino “adeguata”, ma non è un grande cantante come Willie. Ci sono almeno un paio di categorie di cantanti, quelli che hanno una bella voce e quelli con una voce “particolare”, come Bob Dylan o Lou Reed, ma questi scrivono canzoni sensazionali. Forse ce ne sarebbe anche una terza, quelli con voce normale e canzoni memorabili, direi che Lukas Nelson non rientra in nessuna delle tre: questo non vuol dire che non sia bravo o che l’album sia brutto, tutt’altro, il disco è buono e si ascolta con piacere, con qualche pezzo sopra la media. Citando alla rinfusa, la conclusiva If I Started Over, una sorta di valzerone country pianistico con uso di pedal steel, dove effettivamente all’inizio la voce di Lukas assomiglia in modo impressionante a quella del babbo, ma poi quando sale di tonalità la similitudine si spegne, anche se la canzone rimane bella e malinconica, come certe composizioni di Willie. L’aria di famiglia si respira anche nella citata Just Outside Of Austin, che parte come una sorta di Everybody’s Talkin’ Part II, o un pezzo della Nitty Gritty più dolce e melanconica, e poi nella seconda parte quando il ritmo si anima maggiormente, si respira aria di morbido country texano, ma anche di qualche perduto brano di Glen Campbell, con la chitarra di Willie a sostituire il vecchio amico.

L’iniziale Set Me Down On A Cloud è un cadenzato pezzo rock dove si apprezza l’ottimo lavoro della solista, e anche di tutta la band, con una nota di merito per le armonie quasi gospel delle Lucius, che danno un aria rock got soul alla canzone, provvista pure di una bella coda strumentale un po’ alla Young; Die Alone è un robusto ‘70’s rock, di nuovo con le Lucius in spolvero, organo e chitarra in vivaci call and response, ben cantato ed energico il giusto, mentre Fool Me Once è un ondeggiante honky-tonk, dalle parti di Jimmy Buffett, solare e molto piacevole, sempre con Jess Wolf e Holly Laessig (le Lucius) a spalleggiare la voce del leader, che si disbriga con classe anche alla solista. Carolina è uno dei due brani con Lady Gaga, che insieme alle Lucius canta le armonie vocali di questo leggero connubio tra honky-tonk e qualche deriva caraibica, piacevole ma niente di che; Runnin’ Shne è il pezzo dove appare il fratello Micah, una morbida ballata quasi alla James Taylor o alla John Denver nella parte iniziale, che poi si apre e si trasforma in una texan country song, con Find Yourself, l’altro pezzo con Lady Gaga, che è un potente blues-rock, cadenzato e chitarristico che ricorda nella sua andatura anche certi pezzi dei Pink Floyd quando la chitarra di David Gilmour è più presente, e l’intreccio di voce maschile e femminile è veramente trascinante, decisamente una bella canzone, con lunghi inserti strumentali, che si ripetono anche in Forget About Georgia, l’altro pezzo forte dell’album, un sontuoso mid-tempo, una sorta di “risposta” al Ray Charles di Georgia on My Mind (nel testo), serena ed avvolgente, di nuovo con le Lucius in bella evidenza, e dove appaiono ancora le influenze di Neil Young, soprattutto nella lunga coda strumentale. Non male anche Four Letter Word e High Times dove si vira verso un country-southern energico, quasi alla Billy Joe Shaver, tutto ritmo e chitarre, e quella specie di ninna-nanna  dolce e fischiettata Breath Of My Baby, dedicata alla prole, forse superflua ma gradevole.

Bruno Conti