La Musica E’ Ottima, Ma Per I Testi Tappatevi Le Orecchie! Wheeler Walker Jr. – Ol’ Wheeler

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Wheeler Walker Jr. – Ol’ Wheeler – Pepper Hill/Thirty Tigers CD

Torna ad un anno di distanza da Redneck Shit Wheeler Walker Jr., countryman del Kentucky tanto bravo musicalmente quanto sboccato nei testi http://discoclub.myblog.it/2016/04/25/testi-film-porno-musica-bellissima-wheeler-walker-jr-redneck-shit/ ; in realtà Walker non esiste, in quanto è l’alter ego del comico americano Ben Hoffman (un po’ quello che Tony Clifton era per Andy Kaufman), ma il suo talento come musicista è tale che potrebbe tranquillamente proseguire la carriera esclusivamente facendo dischi. Redneck Shit aveva molto fatto parlare si sé, sia per la musica, un outlaw country robusto, elettrico e pieno di ritmo, ma anche per i testi, esageratamente volgari al limite dell’imbarazzo, roba che avrebbe fatto arrossire uno scaricatore di porto, al punto che il disco aveva avuto un’anteprima in streaming sulla piattaforma hardcore Pornhub (e, credo, passaggi radiofonici vicini allo zero). Ol’ Wheeler è il secondo volume delle avventure musicali di Walker/Hoffman, e si conferma molto valido sia dal punto di vista musicale, sia scurrile da quello delle liriche, al punto tale che in America viene considerato quasi una parodia e venduto sia come “country album” che come “comedy album” (ed in copertina uno sticker rivendica quasi con orgoglio il fatto di essere bandito sia da Walmart che da Target che da Best Buy, ovvero le tre catene di vendita più importanti degli States).

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https://www.youtube.com/watch?v=rCC6Etx93-U

Sarà anche un comedy album, ma la musica in Ol’ Wheeler è terribilmente seria: il disco è prodotto, come il precedente, da Dave Cobb, uno che ultimamente lavora come un matto ma sempre in progetti di qualità, ed in studio troviamo gente tosta come Leroy Powell alla chitarra e steel, Brian Allen al basso e Chris Powell alla batteria. Niente violini, mandolini e banjo, solo sano country elettrico e robusto, ad un livello che tanti musicisti professionisti non riescono a raggiungere, mentre per quanto riguarda i testi…beh su quelli stenderei un velo, e badate bene che non mi considero affatto un bacchettone (a proposito, mi scuso in anticipo per i titoli delle canzoni che mi accingo a scrivere, ma come si dice, ambasciator non porta pena). L’iniziale Pussy King è più rock che country, il ritmo è spezzato e le chitarre dure e tignose, ma il brano non è il massimo ed un po’ troppo di grana grossa, senza particolari guizzi. Decisamente meglio Fuckin’ Around, un puro country alla Waylon Jennings, con la doppia voce femminile di Kacey Walker che rende ancora più sconcia l’atmosfera (ma in realtà è la nota country-rocker Nikki Lane nella parte dell’ex moglie di Walker), mentre Puss In Boots è ancora migliore, gran ritmo, refrain godibilissimo, chitarre e piano in grande spolvero e Wheeler che canta con piglio da veterano (testo osceno a parte); la breve Finger Up My Butt velocizza ancora di più il ritmo, un quasi bluegrass elettrico e divertentissimo, che non fa star fermo il piede neanche per un attimo: l’inizio incerto è già dimenticato.

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https://www.youtube.com/watch?v=Mx4IjDVLE2o

Ma il nostro sa destreggiarsi anche nelle ballate, e Summers In Kentucky è una di quelle: motivo fluido e disteso, grande feeling, e se non ascoltate le parole vi sembrerà di avere di fronte qualche oscura outtake degli anni settanta (e nei brani lenti il contrasto tra la musica ed il testo è ancora più stridente); con Drunk Sluts andiamo addirittura nei sixties, un country alla Flying Burrito Brothers di grande impatto, con quell’aria cosmica tipica di Gram Parsons (che però mai si sarebbe sognato di cantare parole del genere): una delle migliori del CD. Ain’t Got Enough Dick To Go Around è un gustoso honky tonk perfetto per i camionisti texani, If My Dick Is Up, Why Am I Down? (davvero, provo quasi imbarazzo a scrivere frasi simili, seppur in inglese) riporta il disco in area Sweetheart Of The Rodeo, dimostrando che dal punto di vista musicale il nostro conosce i classici alla perfezione. Il disco si chiude con Small Town Saturday Night, tra country e rockabilly, gran ritmo e chitarre al vento (uno come Dale Watson ne andrebbe orgoglioso), l’intenso slow Pictures On My Phone, una ballata decisamente bella nonostante il testo da censura, e con Poon (che sarebbe un modo non troppo gentile di chiamare l’organo femminile di una teenager), un brano dal delizioso sapore western morriconiano. Se Wheeler Walker Jr. si mettesse in testa di scrivere canzoni “normali”, potrebbe tranquillamente diventare uno dei leader del nuovo movimento Outlaw Country insieme a Chris Stapleton, Jamey Johnson e compagnia bella (è molto più bravo di Shooter Jennings, tanto per fare un esempio), ma così, pur essendo musicalmente ai confini dell’eccellenza, rischia di essere classificato per sempre come una macchietta.

Marco Verdi

La Quintessenza Del Country Texano! Dale Watson & Ray Benson – Dale & Ray

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Dale Watson & Ray Benson – Dale & Ray – Ameripolitan/Home CD

Dale Watson, texano doc, anche se è nato in Alabama, ormai viaggia al ritmo di due dischi all’anno. Lo avevamo lasciato nel 2016 prima a cantare dal vivo in mezzo alle galline (ed ai loro escrementi) nel bizzarro Chicken Shit Bingo e poi ad affrontare l’immancabile cover album che prima o poi tutti fanno (Under The Influence) http://discoclub.myblog.it/2016/11/25/ecco-altro-che-dischi-ne-fa-pochini-dale-watson-under-the-influence/ , che è già ora di rivederlo tra le nuove uscite. Ma questa volta Dale ha fatto le cose in grande, unendo le forze con Ray Benson, che in Texas è una vera e propria leggenda vivente, grazie alla sua leadership degli Asleep At The Wheel, grande gruppo country e western swing, veri eredi di Bob Wills & His Texas Playboys (ai quali hanno dedicato più di un tributo). I due in passato si erano sfiorati varie volte, ma un disco insieme non erano mai riusciti a farlo, almeno fino all’anno scorso, quando si sono presi il tempo necessario e si sono trovati in uno studio di Austin insieme ad un manipolo di musicisti con la “m” maiuscola, tra cui ben tre membri della band di Watson, i Lone Stars (Chris Crepps al basso, Mike Bernal alla batteria e l’ottimo Don Pawlak alla steel), più il figlio di Ray, Sam Seifert, alla chitarra elettrica (Seifert è il vero cognome di Benson), la nostra vecchia conoscenza Lloyd Maines sempre alla steel ed il bravissimo Dennis Ludiker al violino: Dale & Ray è il risultato di queste sessions, un ottimo disco di puro Texas country, ad opera di due musicisti in grande forma, un album che è anche la cosa migliore che hanno fatto da anni a questa parte.

E non è che i nostri si siano rivolti a songwriters esterni, in quanto, delle dieci canzoni totali, ben otto sono state scritte a quattro mani appositamente per questo progetto dai due texani (Benson è di Philadelphia, ma ormai è più texano di uno nato a Dallas) e solo due sono covers. Solo mezz’ora di musica, ma mezz’ora davvero intensa, all’insegna della miglior Texas music: gran ritmo, chitarre in tiro (Watson è un bravo chitarrista), honky-tonk scintillanti e grande uso di steel e violino. Niente di rivoluzionario, ma quello che c’è è fatto benissimo, con la ciliegina delle splendide voci baritonali dei due leader, entrambe profonde e carismatiche. Il classico disco just for fun, ma allo stesso tempo decisamente professionale e godibile dalla prima all’ultima nota. The Ballad Of Dale & Ray è perfetta per aprire il disco, uno scintillante honky-tonk elettrico con le due voci che si alternano con consumato mestiere, un brano divertente che è anche una dichiarazione d’intenti, con i due che elencano tutta una serie di cose che amano (dalla Lone Star Beer, al fumare erba, fino a Merle Haggard e Johnny Cash). Feelin’ Haggard è proprio un commosso omaggio al grande Hag, un brano che parla delle loro reazioni sconvolte alla notizia della morte del leggendario countryman avvenuta lo scorso anno, una languida ballata nel cui testo i due leader giocano ad inserire titoli di canzoni di Merle (e che voci); I Wish You Knew è un’energica cover di un antico brano dei Louvin Brothers, ritmo acceso con i due texani che si trovano nel loro ambiente naturale (e gran lavoro di steel e violino), mentre Bus’ Breakdown è un gioioso pezzo dal ritmo forsennato, con i nostri che mostrano di divertirsi non poco.

Write Your Own Songs, preceduta da un’introduzione parlata, è una strepitosa cover di un classico dell’amico Willie Nelson, una versione formidabile che rimanda più ai brani lenti degli anni settanta di Waylon che a quelli di Willie; Cryin’ To Cryin’ Time Again è invece un omaggio a Buck Owens (il brano è originale, ma Cryin’ Time era un classico di Buck), con i due che portano un pezzo di Texas a Bakersfield, un altro honky-tonk limpido e suonato con classe sopraffina, mentre Forget About Tomorrow Today è puro Lone Star country, ancora gran ritmo, voci perfette e notevoli assoli, ancora di steel e fiddle. A Hungover Ago è l’ennesimo brillante honky-tonk della carriera di Watson, un vero specialista in materia, con Benson che si adegua più che volentieri, e nella fattispecie uno dei pezzi più riusciti del CD; finale a tutto ritmo con la spedita e swingata Nobody’s Ever Down In Texas, nella quale la classe del duo fuoriesce alla grande (e questo è il brano più vicino allo stile degli Asleep At The Wheel), e con la deliziosa Sittin’ And Thinkin’ About You, una vera country song d’altri tempi. Dale Watson è una forza della natura (ma la qualità nei suoi dischi non manca mai), ed ora che ha coinvolto anche Ray Benson ci auguriamo che Dale & Ray non resti un episodio isolato.

Marco Verdi

Novità Di Gennaio Parte V. Michael Chapman, Dale Watson & Ray Benson, Infamous Stringdusters, Flo Morrissey & Matthew E. White

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Per completare definitivamente la lista delle uscite che sono previste tra il 13 e 20 gennaio ecco alcuni altri titoli interessanti che erano sfuggiti nei precedenti Post.

Prima di tutto il nuovo album di Michael Chapman: il grande cantautore e chitarrista inglese festeggia cinquanta anni di carriera appunto con 50, disco del mese per la rivista dove scrive anche il sottoscritto, il Buscadero, e pubblicato, a macchia di leopardo in tutto il mondo, dalla etichetta Paradise Of Bachelors, tra il 20 e il 27 gennaio a seconda dei vari paesi. Ho perso il conto degli album che Chapman ha pubblicato, ma antologie escluse dovrebbero essere ben più di 40: anche lui, come altri, sta usufruendo di questo desiderio di riscoprire i cosiddetti artisti di culto che sta attraversando le frange estreme della musica di qualità.

Oltre a Thurston Moore dei Sonic Youth, che però non è coinvolto in questo nuovo disco, hanno collaborato con Chapman alcuni dei suoi più fedeli discepoli, fautori di questo stile che sta tra folk, canzone d’autore, “rock” d’avanguardia, diciamo di improvvisazione, e musica strumentale: alla chitarra e produttore del disco Steve Gunn, poi il pluristrumentista Nathan Bowles, di solito banjoista, ma che per l’occasione suona anche piano, organo, batteria e percussioni, Jimmy Seitang, del trio sperimentale Rhyton, l’altro chitarrista, oltre a Gunn e Chapman stesso, James Elkington, e un’altra veterana della scena folk britannica (anche lei ha superato le 70 primavere, come Michael) Bridget St. John, alle armonie vocali Il risultato è un album particolare che ha avuto critiche unanimemente eccellenti ( 4 stellette Mojo, 8/10 da Uncut e Record Collector, per citarne alcune), ma che pur non essendo di facile ascolto, ha vari agganci con la grande musica del passato, tra echi West-coastiani, ballate folk-rock, talkin’ blues, echi di psichedelia, virtuosismi chitarristici e momenti bucolici e pastorali. Questo è il contenuto.

1. A Spanish Incident (Ramón And Durango)
2. Sometimes You Just Drive
3. The Mallard
4. Memphis In Winter
5. The Prospector
6. Falling From Grace
7. Money Trouble
8. That Time Of Night
9. Rosh Pina
10. Navigation

dale watson ray benson

Una accoppiata inattesa, ma in fondo di spiriti affini, è quella che si è creata per il disco di Dale Watson e Ray Benson Dale And Ray, uscito il 13 gennaio per la Mailboat (l’etichetta di Jimmy Buffett). Dale Watson, cantante country per eccellenza, e ultimamente alquanto prolifico http://discoclub.myblog.it/2016/11/25/ecco-altro-che-dischi-ne-fa-pochini-dale-watson-under-the-influence/, unisce le forze con il re del western swing moderno, nonché fondatore e leader degli Asleep At The Wheel, per un omaggio alla grande musica country texana, anche se vengono uno da Birmingham, Alabama e l’altro da Philadelphia, sono entrambi residenti a Austin.

1. The Ballad Of Dale And Ray
2. Feelin’ Haggard
3. I Wish You Knew
4. Bus’ Breakdown
5. Write Your Own Songs
6. Cryin’ To Cryin’ Time Again
7. Forget About Tomorrow Today
8. A Hangover Ago
9. Nobody’s Ever Down In Texas
10. Sittin’ And Thinkin’ About You

 

infamous stringdusters laws of gravity

Altra band di impianto country, ma molto più orientati verso il bluegrass, sono gli Infamous Stringdusters, che sempre il 13 gennaio, per la Compass Records, hanno pubblicato il loro ottavo album, Laws Of Gravity. Disco che li conferma come una delle formazioni più interessanti della nuova scena americana nell’ambito bluegrass, sia vocale che strumentale, dove sono stati anche candidati al Grammy nel 2011 (sono in pista dal 2006, anche se il primo album è uscito l’anno successivo): il gruppo è formato da Andy Hall (dobro), Andy Falco (guitar), Chris Pandolfi (banjo), Jeremy Garrett (fiddle), e Travis Book (upright bass). E questi sono i titoli dei brani del nuovo CD.

1. Freedom
2. Gravity
3. A Hard Life Makes A Good Song
4. Vertigo
5. Maxwell
6. Black Elk
7. This Ol’ Building
8. Soul Searching
9. 1901: A Canyon Odyssey
10. Sirens
11. Back Home
12. Let Me Know
13. Run To You

flo morrissey matthew e white gentlewoman ruby man

Last but not least, un’altra coppia, formata dalla cantautrice inglese Flo Morrissey, all’esordio nel 2015 con l’album Tomorrow Will Be Beautiful, e il boss della sua etichetta Spacebomb, nonché cantante, autore e produttore di pregio, innamorato della musica anni ’60 e ’70 Matthew E. White, autore di un paio di eccellenti album nel 2012 e 2015. Entrambi grandi appassionati di Lee Hazlewood, hanno unito le forze per questo Gentlewoman, Ruby Man, un disco di cover pubblicato sempre lo scorso 13 gennaio per la Caroline/Universal. I brani provengono sia dal passato che da anni più recenti: Suazanne di Leonard Cohen, Govindam di George Harrison, Everybody Loves The Sunshine di Roy Ayers, Sunday Morning dei Velvet Underground, ma anche Grease (ebbene si) oltre a pezzi di James  Blake e Frank Ocean. Comunque il disco è sfizioso e piacevole, per cui ve lo segnalo.

Direi che è tutto, alla prossima.

Bruno Conti

Ecco Un Altro Che Di Dischi Ne Fa Pochini! Dale Watson – Under The Influence

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Dale Watson – Under The Influence – Red River CD

Dale Watson, countryman nato in Alabama ma texano al 100%, è sempre stato uno prolifico, ma ultimamente non si ferma più, in quanto si è ormai messo a viaggiare al ritmo di due dischi all’anno: lo avevamo da poco lasciato tra bingo ed escrementi di gallina nello strano live Chicken Shit Bingo http://discoclub.myblog.it/2016/10/24/cacca-gallina-vero-chitarre-dale-watson-his-lonestars-live-at-the-big-t-roadhouse/  che subito ci ritroviamo tra le mani questo Under The Influence, nel quale Dale, come suggerisce il titolo, paga il suo tributo ad artisti e canzoni importanti per la sua formazione musicale. Watson, nonostante la prolificità, è uno che raramente delude, magari non farà mai il capolavoro assoluto, ma quando si mette nel lettore uno dei suoi CD si può star certi di passare una quarantina di minuti in compagnia di ottimo country-rock texano, elettrico e pieno di ritmo, tra honky-tonk fulminanti, gustosi swing e ruspanti boogie e rockabilly, con il vocione del nostro a dominare ed il preciso accompagnamento dei fidi Lone Stars (Chris Crepps al basso, Mike Bernal alla batteria, l’ottimo Don Pawlak alla steel, vero strumento protagonista nell’economia del suono della band, oltre a Earl Poole Ball e T Jarod Bonta al piano).

Under The Influence è un disco decisamente più serio del live da poco pubblicato, e ci fa ritrovare il Watson che più apprezziamo, che, alle prese con un repertorio di grandi canzoni come quelle da lui scelte per questo progetto, non può che fare faville: in più, oltre ad indicare come da prassi i titoli dei brani ed i loro autori, Dale specifica anche a quale versione si è ispirato per la sua cover. Ed il risultato è, come potete intuire, decisamente riuscito. Lonely Blue Boy, un successo di Conway Twitty, ha un delizioso sapore retrò, con tanto di cori doo-wop, gran voce di Dale ed un piacevole alone nostalgico https://www.youtube.com/watch?v=6Dxe0gVPu6U ; You’re Humbuggin’ Me, resa nota da Lefty Frizzell, è puro rockabilly texano, fresco, ritmato e coinvolgente, con un ottimo uso del piano, mentre Lucille, il noto brano di Little Richard, è però riproposto basandosi sulla versione di Waylon Jennings, e Watson mantiene intatta l’atmosfera tipica dello scomparso outlaw, voce tonante, suono potente ed un’aria southern che non guasta. Made In Japan (Buck Owens) è country puro e scintillante, con una splendida steel, melodia classica e grande feeling, That’s What I Like About The South appartiene invece al repertorio di Bob Wills ed è, manco a dirlo, un guizzante western swing dal ritmo acceso ed assoli continui, un elemento in cui il nostro si trova particolarmente a suo agio, mentre Here In Frisco è il primo di due tributi a Merle Haggard, un bellissimo slow in puro Bakersfield style, con la voce di Dale che evoca quella del grande Hag.

Ancora country puro con Pretty Red Wine, di Mel Tillis, un brano saltellante, cadenzato e godibilissimo, con gustosi intrecci tra la chitarra di Watson e la steel di Pawlak; Pure Love è un pezzo scritto da Eddie Rabbitt ma reso popolare da Ronnie Milsap, un brano mosso, anch’esso caratterizzato da un motivo molto classico, ma non intriso di pop come ha spesso fatto il famoso cantante non vedente; I Don’t Wanna Go Home è un giusto omaggio a Doug Sahm con una languida ballata, non male ma io avrei preferito un bel tex-mex, o qualcosa che comunque identificasse meglio l’ex Texas Tornado. Il CD si chiude con il ritmato honky-tonk Most Wanted Woman (Roy Head), un tipo di canzone che Dale canta anche sotto la doccia, la ruspante e roccata If You Want To Be My Woman, ancora Haggard, e con il superclassico Long Black Veil, un brano che hanno rifatto in mille (ricordo splendide versioni di The Band, Joan Baez, Mick Jagger con i Chieftains ed anche di Nick Cave), ma Watson si ispira alla famosa rilettura di Johnny Cash, anche se il confronto con l’Uomo in Nero è assai arduo per chiunque.  Un’altra buona prova per Dale Watson: adesso speriamo che si prenda almeno sei mesi di pausa prima di un altro disco.

Marco Verdi

Un Ritorno Coi Fiocchi! Dave Insley – Just The Way That I Am

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Dave Insley – Just The Way That I Am – D.I.R. CD

E’ sempre bello quando un musicista che consideravamo perso per strada torna a fare musica, ed è ancora più bello quando lo fa con il suo disco migliore. Non mi ero dimenticato di Dave Insley, countryman originario del Kansas ma trapiantato fin dall’adolescenza in Arizona, autore di tre convincenti album di puro country tra il 2005 ed il 2008 (Call Me Lonesome, Here With You Tonight e West Texas Wine), tre dischi che rivelavano un talento indiscutibile, con una bella serie di canzoni profondamente influenzate dal Texas, terra nella quale nel frattempo Dave si era spostato (più precisamente ad Austin). Poi, all’improvviso, ben otto anni di silenzio assoluto, una lunga pausa di cui ignoro la causa (il suo sito sorvola sull’argomento, ed anche in giro per il web non ho trovato molte info): otto anni di nulla danneggerebbero la carriera di un big, figuriamoci quella di un musicista che stava ancora cercando la giusta via, significa consegnarsi all’oblio totale; ma Dave non si è perso d’animo, ha continuato a scrivere, si è preso il tempo necessario, ed ora torna tra noi con quello che posso senz’altro definire come il suo lavoro più riuscito.

Just The Way That I Am è un album davvero scintillante, dodici canzoni di vera country music texana, elettrica quanto basta, suonata e cantata alla grande (il nostro ha una bella voce profonda, simile in alcuni momenti ad un Willie Nelson più giovane): un cocktail sonoro a tratti irresistibile, che ci riconsegna un artista in forma smagliante, notizia ancora più gradita dato che credevo di averlo perso. Per questo suo ritorno, Insley si fa aiutare da una bella serie di sessionmen, tra i quali spiccano Rick Shea, Matt Hubbard (già collaboratore di Nelson), Redd Volkaert (ex chitarra solista della band di Merle Haggard), oltre a Kelly Willis e Dale Watson ospiti vocali in due brani. In poche parole, uno dei migliori dischi di vero country da me ascoltato in questo 2016.  L’album parte subito in quarta con Drinkin’ Wine And Staring At The Phone, bellissimo honky-tonk elettrico, ritmato e coinvolgente, con tanto di tromba dixie e fiati mariachi, ed una melodia che ricorda il Willie d’annata: brillante. Ottima anche I Don’t Know How The Story Ends, una western tune intensa, ancora figlia di Willie (anche nel titolo, molto “nelsoniano”), con una bella armonica ed una melodia fluida e distesa; anche Call Me If You Ever Change Your Mind ha il sapore del Texas, una country song sciolta e spedita, con una bella chitarra (Volkaert) e grande classe.

Win Win Situation For Losers è una scintillante honky-tonk ballad, impreziosita dalla seconda voce della Willis, un brano dallo spirito classico, suonato e cantato davvero bene; che dire poi di Arizona Territory, 1904, altro brano di stampo western e dall’impianto quasi cinematografico, grande voce e feeling a palate (il timbro vocale è sempre simile a Nelson, ma lo stile qui è vicino a certe cose di Johnny Cash). Con Please Believe Me si cambia registro, in quanto Dave ci presenta una perfetta ballata romantica anni sessanta con accenni doo-wop, qualcosa di diverso ma assolutamente credibile, mentre con la distesa Footprints In The Snow torniamo su lidi più consueti, anche se permane un’atmosfera d’altri tempi. L’ironica Dead And Gone inizia in maniera funerea, ma presto si trasforma in un gustoso honky-tonk elettrico che più classico non si può, texano al 100%, tra i più godibili del CD; No One To Come Home To vede la partecipazione vocale di Watson, ed in effetti il pezzo è perfetto per il texano, ritmato e coinvolgente, con ottime prove della steel di Bobby Snell e della solista di Shea, mentre We’re All Here Together Because Of You è ancora una deliziosa cowboy tune dal refrain accattivante. Il CD si chiude con la lenta ed intensa Just The Way That I Am e con la bellissima Everything Must Go, tra country, anni sessanta ed un tocco mexican, uno spettacolo.

Spero vivamente che Dave Insley sia tornato per restare tra noi, anche perché di dischi come Just The Way That I Am c’è sempre bisogno.

Marco Verdi

Tra Cacca Di Gallina (Vero!) E Chitarre! Dale Watson & His Lonestars – Live At The Big T Roadhouse

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Dale Watson & His Lonestars – Live At The Big T Roadhouse – Red House/Ird

In tutti questi anni di ascoltatore ne ho viste (anzi, sentite) tante, ma un disco dal vivo che fungeva da colonna sonora per una serata al bingo (la nostra tombola) mi mancava: in più, non un bingo normale, ma un Chicken Shit Bingo, una pratica pare diffusa in certe zone del Texas, che consiste nel liberare una gallina sopra una tavola che riproduce i novanta numeri della tombola, ed aspettare che il pollastro faccia i suoi bisogni, ed il vincitore è il possessore del numero che viene “coperto” dagli escrementi del pennuto https://www.youtube.com/watch?v=ZxU7U9Hm-5U ! Una pratica a mio parere un po’ idiota e pure leggermente rivoltante, ed il fatto ancora più stupefacente è che tra i suoi fans ci sia anche Dale Watson, countryman texano dal pelo duro, ben noto su queste pagine http://discoclub.myblog.it/2013/02/10/qui-si-va-sul-sicuro-dale-watson-and-his-lonestars-el-rancho/, che spesso e volentieri allieta queste serate con la sua band, come succede in questo Live At The Big T Roadhouse, registrato nel Marzo di quest’anno a St. Hedwig. Watson è una garanzia, uno di quelli che non tradiscono, e dai quali sai esattamente cosa aspettarti: verace country-rock texano al 100%, ritmato, elettrico e coinvolgente, tra honky-tonk scintillanti, brani dal deciso sapore swing e rockabilly al fulmicotone, il tutto condito dalla calda voce baritonale del nostro. Nei suoi oltre vent’anni di carriera Dale ci ha regalato parecchi album, quasi tutti più che riusciti (basti ricordare i vari episodi delle sue Truckin’ Sessions), ed anche diversi dischi dal vivo, dei quali quest’ultimo è senz’altro il più particolare, data la peculiare situazione in cui viene registrato.

Watson, che come al solito canta e suona l’unica chitarra presente on stage, è accompagnato dal suo combo di fiducia, i Lonestars (Chris Crepps al basso, Mike Bernal alla batteria e l’ottimo “Don Don” Pawlak alla steel), e ci intrattiene per più di un’ora con le sue Texas country songs: l’unico problema, se vogliamo, è il fatto che sul disco siano stati messi anche i momenti che con la musica hanno poco a che vedere, come le occasionali proclamazioni dei vari vincitori del bingo, improvvisati jingle pubblicitari di Dale a favore della Lone Star Beer (la sua preferita, ma chi se ne frega dopotutto) e cazzeggi vari che a mio parere interrompono il ritmo tra una canzone e l’altra, al punto che, delle 35 tracce presenti, solo 19 sono brani effettivi. Sono certo che questi momenti goliardici saranno apprezzati dagli americani (dal momento che impazziscono per dei polli che defecano sopra un tavolo…), ma a noi europei interessa soprattutto la musica, anche perché Watson quando parla sembra che di galline ne abbia ingoiate un paio intere, facendo capire ben poco ai non anglofoni.

Gli episodi coinvolgenti non mancano di certo, dalla sigla della serata Big T’s, un rockabilly elettrico con Dale che si atteggia a novello Johnny Cash, a Sit And Drink And Cry, spedito honky-tonk con una guizzante steel, o la supertexana Where Do You Want It, dedicata a (ed ispirata da) Billy Joe Shaver (e con un ficcante assolo del nostro). Ma tutto il CD, tolte le interruzioni, offre ritmo da vendere, sudore ed ottima Texas music, come la swingata Everybody’s Coming In St. Hedwig, Texas, il boogie I Gotta Drive, la scintillante Honky Tonkers Don’t Cry, la deliziosa ballad Smile, ancora figlia di Cash, la messicaneggiante Tienes Cabeza De Palo, la fluida I Lie When I Drink, uno dei classici di Watson. E poi abbiamo anche tre cover, di cui due tratte dal repertorio di Merle Haggard (una splendida The Fugitive, nota anche come I Am A Lonesome Fugitive, e The Bottle Let Me Down, suonata con grande rispetto dell’originale) ed una roccata e vibrante resa di Amos Moses di Jerry Reed. 

Ancora un buon disco quindi per Dale Watson, che sarebbe stato ancora meglio se ne avesse pubblicato anche una versione senza dialoghi ed interruzioni che, obbiettivamente, spezzano il ritmo della serata.

Marco Verdi