Country (Rock) Dal Texas Via Nashville. Eli Young Band – Fingerprints

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Eli Young Band – Fingerprints – Big Machine Label Group/Universal           

Vengono presentati ancora come una “giovane band”, ma in effetti Mike Eli e James Young, ovvero la Eli Young Band dovrebbero essere intorno alla quarantina, e sono in pista dall’inizio anni ’00, avendo già pubblicato sei album di studio, oltre ad alcuni EP e un album dal vivo, a livello indipendente: vengono da Denton, nel nord della Texas, ma ormai da parecchi anni fanno parte della scena country(rock) di Nashville, e quindi anche loro ogni tanto sono soggetti alle sirene del suono più becero della Music City, di solito evitandolo, anche se nel precedente 10,000 Towns, come da loro ammesso, qualche segnale c’era stato, e, temo, anche in questo nuovo. Comunque per lunghi tratti il sound è quello giusto e le canzoni anche, collaborano come autori con gente come Shane McAnally (Miranda Lambert, Brandy Clark, e altri molto meno raccomandabili) e soprattutto in un pezzo, con la brava Lori McKenna; tutte le undici canzoni sono scritte ad hoc per questo progetto, niente cover.

I due co-produttori Ross Copperman (che suona anche un tot di strumenti aggiunti e firma cinque brani) e Jeremy Stover, sono due “professionisti” della scena di Nashville, e tra i sessionmen si segnala Dan Dugmore alla steel. Insomma un onesto e ben fatto album di country-rock, che cerca di mediare tra il sound texano e quello nashvilliano, buone armonie vocali, chitarre anche spiegate a tratti, un mix tra la musica radiofonica commerciale e quella più ruspante: la firma e voce solista principale con otto brani è Mike Eli, James Young è co-autore in tre. Salwater Gospel è una buona partenza, un moderato country-rock dei buoni sentimenti, con piacevoli intrecci vocali, un ritornello che resta facilmente in mente, anche radiofonico, ma nei limiti della decenza, uno di quei brani in equilibrio tra i due mondi sonori del gruppo. La title track è più grintosa, un riff “sudista”, chitarre più arrotate, anche slide, ritmo incalzante, con un sound più “old school”, come lo definiscono loro, rispetto al disco precedente, mentre Never Again, che va di groove, è decisamente più commerciale, niente di criminale tipo l’ultimo NEEDTOBREATHE, ma non entusiasma, per usare un eufemismo. Old Songs, con Young all’armonica e un bel uso di chitarre acustiche ed elettriche, armonie vocali a profusione (anche la voce femminile di Carolyn Dawn Johnson) e un insieme che ricorda molto il country rock classico, sia quello anni ’70, che quello anni ’90 di Jayhawks e Blue Rodeo.

Per rimanere nel tema decadi, Drive è un innocuo rockettino AOR anni ’80, Skin And Bones, scritta con Lori McKenna è uno di quelle morbide ballate midtempo che sono nel DNA della band,con la bella voce di Mike Eli in evidenza, una love song dedicata alla moglie che è anche il primo singolo tratto dall’album; ancora dal lato radiofonico, ma con giudizio, viene A Heart Needs A Break, quei pezzi vagamente antemici che sono croce e delizia di chi non ama troppo il sound dell’attuale country di Nashville. Once, ancora con un approccio più rock, è nuovamente un brano che probabilmente piacerà molto ai fans dal vivo, con un bel tiro delle chitarre, da sentire magari in macchina a volume elevato (se potete sulle Highway americane, se no vanno bene anche le nostre autostrade) e pure Never Land non si distacca di molto dal canovaccio, country poco, rock (un filo commerciale), anche troppo, insomma i tempi di Life At Best sembrano passati http://discoclub.myblog.it/2011/08/22/buon-country-rock-dal-texas-via-nashville-eli-young-band-lif/ , gli arrangiamenti mi sembrano fin troppo pompati.

In God Love The Rain, tornano le chitarre acustiche e i buoni sentimenti di Old Songs, di nuovo con la voce di supporto della Johnson e il tempo della ballata a prevalere, eseguita con diligenza ma senza quel quid che anche nell’ambito dei “revivalisti” distingue il compitino dalla canzone di classe, che è poi comunque anche la cifra di tutto il disco. Per esempio la conclusiva The Days I Feel Alone, che non è una brutta canzone, ricorda un po’ gli ultimi Coldplay con una steel aggiunta e se facessero country, che non so se è una offesa o un complimento, fate voi. Il titolo del Post è simile a quello di sei anni fa, ho solo aggiunto un paio di parentesi intorno a rock!

Bruno Conti

Musica Per “Sottrazione”, Ma Di Grande Intensità! Dan Layus – Dangerous Things

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Dan Layus – Dangerous Things – Plated CD

Dan Layus è un musicista originario di San Diego, già leader degli Augustana, un gruppo di alternative country e roots rock con alle spalle ben cinque album pubblicati dal 2003 al 2014, di cui diversi addirittura per una major (la Epic). Dire però che Layus è il leader del gruppo è riduttivo, in quanto in realtà egli “è” il gruppo, nel senso che negli anni ha fatto e disfatto come più gli piaceva, fino a restare nell’ultimo lavoro, Life Imitating Life, senza altri membri oltre a lui, ed in pratica ha assunto il ruolo di one man band. Ora ho tra le mani il suo ultimo disco, Dangerous Things, è Dan deve aver pensato che intitolarlo nuovamente ad una band che di fatto non esiste più doveva essere troppo, anche perché le canzoni di questo album non suonano affatto come un lavoro di gruppo, bensì al 100% come l’opera di un cantautore. Infatti Layus, che ha anche prodotto il disco insieme a Rich Egan, ha optato per una veste sonora che definire spoglia è un eufemismo: negli undici brani del CD troviamo solo lui con la sua chitarra ed il piano, due violiniste (Anne Buckle e Kelly Aus), il noto steel guitarist Dan Dugmore e, alle armonie vocali le bravissime Laura e Lydia Rogers, meglio conosciute nel mondo musicale come The Secret Sisters. Niente di più, almeno a livello sonoro (e steel e violino mai nella stessa canzone), dato che dal punto di vista qualitativo Dangerous Things si rivela essere una vera e propria sorpresa, un lavoro di una’intensità unica, con il nostro che dimostra di essere un songwriter coi controfiocchi, al quale basta poco per emozionare. E d’altronde, scegliendo la strada della sottrazione, il rischio era quello di risultare ripetitivo ed addirittura di annoiare, ma questo non avviene, anzi in almeno tre-quattro casi ci troviamo davanti a canzoni di qualità eccelsa, con country e folk come background ed una semplicità di fondo che è poi ciò che fa la differenza. Un signor disco quindi, che catapulta all’improvviso tra noi un nuovo talento che personalmente non conoscevo.

L’album inizia alla grande con la splendida title track, che vede Dan accompagnato solo dalla sua chitarra, dalle voci delle sorelle Rogers e dalla steel di Dugmore in sottofondo, ma la melodia è decisamente bella ed intensa, nobilitata ulteriormente dalla voce espressiva del leader. La tenue Driveway è uno slow cantato con voce quasi sussurrata ma con notevole pathos, e l’effetto finale, grazie anche alla languida steel, è emozionante: una voce e due strumenti, ma non serve di più. In Four Rings Layus si sposta al piano, dimostrando di essere capace di un fraseggio eccellente, ed il brano è un’altra struggente ballata, arricchita solo da uno splendido coro delle due Sisters, che dona un tono gospel, e da un malinconico violino; stessa formazione, ma con Dan alla chitarra, per la profonda You Can Have Mine: la strumentazione ridotta non permette voli pindarici o brani rockeggianti, ma credetemi se vi dico che il disco possiede un’intensità rara.

Only Gets Darker vede ancora il trio Layus-Sisters-Dugmore, un pezzo dalla melodia cristallina di derivazione country (lo vedrei bene riproposto da Emmylou Harris), mentre i seguenti quattro brani hanno come protagonisti solo i due Dan (con Layus che si alterna a piano e chitarra), e meritano una menzione d’onore la splendida Let Me Lose You, una fantastica ballata pianistica, dal motivo superbo ed eseguita alla grande, tra le più belle del CD, e la vivace Destroyer, forse l’unica a cui avrebbero giovato un paio di strumenti in più (altro ottimo pezzo comunque). La toccante Enough For You è l’unica con il nostro in perfetta solitudine, mentre la conclusiva The Nightbird è l’ennesima struggente ballad, questa volta dai toni soul, con Dan ancora al piano e le sorelle a ricamare vocalmente nel retro, anche questa davvero bella. Un piccolo grande disco, intenso, emozionante e, perché no, sorprendente.

Marco Verdi

Il Classico Disco Che Non Ti Aspetti… Ma In Questo Caso Non E’ Del Tutto Un Complimento! Sturgill Simpson – A Sailor’s Guide To Earth

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Sturgill Simpson – A Sailor’s Guide To Earth – Atlantic CD

I primi due album di Sturgill Simpson, musicista del Kentucky di grande talento, mi erano piaciuti molto: il suo esordio del 2013, High Top Mountain, era un perfetto album di Outlaw Country moderno, pieno di ritmo, grinta ed ottime canzoni, con uno stile ed una voce che si rifacevano chiaramente a Waylon Jennings (e Simpson ebbe i compimenti anche dal figlio di Waylon, Shooter), e l’anno dopo Metamodern Sounds In Country Music era anche meglio, con il nostro che introduceva nel suono elementi più rock e perfino psichedelici https://www.youtube.com/watch?v=mlYgTU1QAjE&list=PL8c2CQ3JiUNFt4-q3JiMlppKCuUTYeDot . Il produttore di quei due album era l’ormai onnipresente Dave Cobb, che oltre ad aver dato il suono giusto ai brani di Simpson era probabilmente riuscito anche a contenerne la personalità vulcanica, che si intuiva da alcune pieghe del suono, dai testi ma anche dalle copertine dei CD, non proprio tipicamente country. Per questo nuovo A Sailor’s Guide To Earth (dedicato a suo figlio, con titolo e copertina a tema marinaresco, ma più sullo stile di una band rock anni settanta che di uno come Jimmy Buffett) Sturgill decide di prodursi da solo, e la scelta, se dal punto di vista tecnico può risultare anche azzeccata, da quello artistico è discutibile: il nostro infatti decide di cambiare completamente il suo stile, lascia affiorare in molti brani una vena rhythm’n’blues e soul che non pensavamo avesse (ed il fatto che il CD esca per la Atlantic può non essere casuale), ma se si fosse limitato a questo avrei applaudito lo stesso in quanto la bravura nel songwriting è rimasta la stessa di prima.

Il “problema” è che Sturgill ha voluto andare oltre, ha aggiunto anche elementi puramente pop, ma un pop molto romantico e super arrangiato come si usava fare negli anni sessanta, ed inoltre in mezzo ci ha pure ficcato sonorità rock e ancora psichedeliche, dando a mio parere l’impressione di confusione (ed utilizzando un numero di musicisti e di strumenti impressionante, quando la fortuna dei suoi primi due dischi l’avevano fatta anche la compattezza del suono ed il numero limitato di sessionmen). Un disco che non posso definire brutto, le buone canzoni ci sono eccome, ma spesso annacquate in sonorità che a mio giudizio appartengono poco al suo autore: non dico che deve ripetere alla nausea lo stesso tipo di country-rock (anche se Waylon lo faceva e nessuno ci trovava da ridire, dopotutto chiunque ha un suo stile), ma qui ci sono cambiamenti a 360 gradi che non so quanto gli gioveranno. Un esempio calzante può essere il brano iniziale, Welcome To Earth (Pollywog), con un avvio quasi psichedelico, poi arriva un pianoforte malinconico, e la bella voce del nostro che intona una melodia forte, con un arrangiamento quasi cameristico da pop band sixties, un big sound che ad un certo punto cambia di botto, il ritmo aumenta, arrivano i fiati (il gruppo funk-soul Dap-Kings) ed il pezzo si tramuta in un errebi molto energico, sullo stile di Nathaniel Rateliff: un inizio spiazzante, con il nostro che non si capisce dove voglia andare a parare.

Breakers Roar è una ballata acustica, sognante ed eterea, ancora con archi a profusione e leggero accompagnamento ritmico, non è male ma sembrano più i Bee Gees dei primi dischi (quelli belli, comunque) che un countryman definito il nuovo Outlaw; Keep It Between The Lines è un funky molto annerito, con i fiati protagonisti ed un marcato sapore New Orleans, un cocktail di suoni e colori accattivante, mentre con Sea Stories Sturgill torna per un momento sui suoi vecchi passi, una solida ballata country-rock elettrica dal sapore sudista, suono diretto e melodia vincente, con ottimi interventi della steel di Dan Dugmore e della slide di Laur Joamets (?): sarò scontato, ma questo e lo Sturgill Simpson che preferisco. In Bloom dei Nirvana è la cover che non ti aspetti, ma chiaramente Simpson non è Kurt Cobain e la canzone assume tonalità pop d’altri tempi, quelle canzoni d’atmosfera avvolgenti tipiche degli anni a cavallo tra i sessanta e settanta ed echi, perché no, di Van Morrison (compreso l’uso dei fiati nella seconda parte, anche se l’irlandese aveva arrangiamenti più sobri); Brace For Impact (Live A Little) è il singolo estratto https://www.youtube.com/watch?v=BlOk5wV0DRo , una rock song elettrica e cadenzata, suonata e cantata con grinta ma poco creativa dal punto di vista dello script, ed inoltre troppo lunga e con soluzioni sonore un po’ discutibili: è ormai chiaro che il Simpson dei primi due dischi qui non c’è, ma abbiamo un artista che vuol dimostrare di saper tenere i piedi in più scarpe, ma secondo me lo fa a discapito dell’unitarietà. All Around You è comunque un ottimo blue-eyed soul, un pezzo altamente godibile e suonato alla grande, che non ha nulla da invidiare al bravissimo Anderson East: certo che se tutto il disco fosse stato su questi livelli avrei comunque applaudito al riuscito cambio stilistico del nostro, che però ha voluto strafare perdendo un po’ il filo conduttore.

Con Oh Sarah torniamo in territori country-pop gradevoli ma un po’ demodé, sembra Waylon, ma quello pre-Outlaw degli anni sessanta; chiude il CD (38 minuti) l’energica Call To Arms, gran ritmo, ancora a metà tra rock, southern e soul e con basso e batteria che sembrano quasi andare fuori giri (ma c’è un breve ma irresistibile assolo di Jefferson Crow al pianoforte).

Non so se A Sailor’s Guide To Earth segni l’inizio di una nuova fase della carriera di Sturgill Simpson, certo è che se voleva spiazzare gli ascoltatori c’è riuscito alla perfezione.

Marco Verdi

Le Due Facce Di Un Moderno Outlaw! – Whitey Morgan

whitey morgan sonic ranch

Whitey Morgan And The 78’s – Sonic Ranch – Whitey Morgan CD

Whitey Morgan – Grandpa’s Guitar – Whitey Morgan CD

Prima di affrontare la recensione volevo fare una precisazione: non è che Whitey Morgan abbia pubblicato due dischi contemporaneamente, anzi, a ben vedere nessuno dei due è nuovo, ma siccome di Sonic Ranch (che è dello scorso anno) questo blog non se ne era occupato (ed è un gran bel disco) e che Grandpa’s Guitar è addirittura della fine del 2014, ma arriva solo ora dalle nostre parti, ed entrambi sono di difficile reperibilità, credo sia venuto il momento di omaggiare un countryman che sta contribuendo a rinvigorire, insieme a gente come Jackson Taylor, Jamey Johnson e Sturgill Simpson, il movimento Outlaw, in auge negli anni settanta. Morgan (vero nome Eric David Allen) è di Flint, Michigan, un posto che ben poco ha da spartire con la musica country, ma sembra un texano fatto e finito: fin dagli esordi (Honky Tonk & Cheap Motels del 2008 e soprattutto Whitey Morgan & The 78’s del 2010) il nostro ha infatti proposto un country robusto, chitarristico e maschio, diretto discendente di leggende quali Waylon Jennings (il suo riferimento più marcato), Willie Nelson e Merle Haggard, una musica non soltanto muscolare ma capace anche di far vibrare le corde giuste, grazie ad un songwriting maturo e ad una band solida e rocciosa (la line-up corrente vede Brett Robinson alla steel, Alex Lyon al basso, Joey Spina alla solista e Fred Eltringham alla batteria).

Sonic Ranch è stato pubblicato lo scorso anno, a ben cinque anni di distanza dal lavoro precedente (in mezzo, l’ottimo live Born, Raised And Live From Flint, uscito nel 2014 ma registrato nel 2011, ed il già citato Grandpa’s Guitar che però ha avuto una distribuzione, per usare un eufemismo, un po’ lenta), ma dimostra che Whitey non ha perso smalto, anzi è maturato e la gavetta on the road è servita, in quanto il disco è un ottimo esempio di vera country music, senza fronzoli e sdolcinature di sorta, arrangiato in modo diretto e con una bella serie di canzoni originali e qualche cover di vaglia: l’album è prodotto da Ryan Hewitt e vede tra gli ospiti, entrambi alla steel, Dan Dugmore e soprattutto l’ottimo Larry Campbell.  

Apre il disco Me And The Whiskey, robusto outlaw country con il vocione di Morgan a dominare, tempo cadenzato e chitarre in gran spolvero; Low Down On The Backstreets è puro Waylon, atmosfera leggermente più country, un piano da saloon che fa capolino ed una melodia decisamente anni settanta; Waitin’ Round To Die è uno dei brani più drammatici di Townes Van Zandt (uno la cui musica di solito non veniva suonata alle feste), e l’interpretazione del nostro è tesa ed affilata come una lama, e, grazie anche ad un arrangiamento rock, rende pienamente giustizia all’originale. Still Drunk, Still Crazy, Still Blue è una ballata distesa, ancora con Jennings (ma anche Willie) ben in mente (e pure il titolo fa molto Waylon), grande pathos e nessuna concessione “radiofonica” nel suono; Leavin’ Again è invece un honky-tonk classico, che si distacca da quanto sentito finora: il mood è meno teso, più rilassato (siamo più dalle parti di Haggard), ma Whitey risulta credibile, e godibile, anche in questa veste. La mossa Goin’ Down Rockin’ è proprio una delle ultime canzoni scritte da Waylon (insieme a Tony Joe White) prima di morire, ed è inutile dire che la memoria del barbuto texano è onorata al meglio; Good Timin’ Man è un intenso intermezzo di base acustica, poi entrano anche gli altri strumenti ed il brano si tramuta in una sontuosa ballata crepuscolare. L’album si chiude con due covers, Drunken Nights In The City di Frankie Miller, un altro slow pieno di feeling, e la splendida That’s How I Got To Memphis di Tom T. Hall, un brano terso e limpido, tra i migliori del CD, ed un pezzo originale (Ain’t Gonna Take It Anymore, un rockin’ country roboante e diretto).

whitey morgan grandpa's guitar

Grandpa’s Guitar è invece un album particolare: intanto è acustico (ma Whitey non è solo, ci sono anche Dugmore e Robinson alla steel e Jason Roberts al violino), ed è un lavoro che il nostro ha dedicato al nonno (musicista anche lui), del quale aveva trovato in cantina una cassetta con una serie di incisioni di brani da lui amati, un reperto che Morgan ha sempre custodito gelosamente tra i suoi ricordi più cari e che, parole sue, ha ispirato tutto quello che ha fatto negli ultimi quindici anni.    L’album contiene in maggioranza covers, a partire da una languida interpretazione della malinconica You’re Still On My Mind (un successo di George Jones), per poi mettere in fila una bella serie di classici, tra i quali spiccano il consueto omaggio a Waylon (Just To Satisfy You), uno Springsteen d’annata (la sempre splendida Highway Patrolman), un paio di pezzi di Haggard (I’ll Leave The Bottle On The Bar e la nota Today I Started Loving You Again), una bella ripresa del purtroppo quasi dimenticato Lee Clayton (If You Could Touch Her At All), e la grandissima Dead Flowers dei Rolling Stones, una canzone che farebbe bella figura anche nelle mani di Gigi D’Alessio (…forse ho esagerato…); per chiudere con due brani originali (le intense Grandpa’s Guitar e Another Wine) ed il traditional I Know You preso direttamente dalla cassetta del nonno William.

Se non avete nulla di Whitey Morgan forse Grandpa’s Guitar non è quello da cui cominciare (Sonic Ranch invece è indicatissimo), ma se già lo conoscete può essere un’aggiunta più che interessante.

Marco Verdi