Erano Bei Tempi: Ricomprarlo Solo Per Il Disco Live? La Risposta E’ Sì! U2 – The Joshua Tree 30th Anniversary

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U2 – The Joshua Tree 30th Anniversary – Island/Universal CD – 2LP – Deluxe 2CD – Super Deluxe 4CD – Super Deluxe 7LP

Devo confessare di non essere mai stato un grande fan degli U2: li ho infatti sempre trovati un tantino sopravvalutati e talvolta troppo politicizzati, ed inoltre non ho mai potuto soffrire molto gli atteggiamenti da Messia (e classico esempio di cuore a sinistra e portafoglio a destra) del loro cantante e leader Bono Vox (al secolo Paul Hewson), ed in certi momenti neppure il suo modo di cantare, troppo enfatico e declamatorio. E, fatto non del tutto trascurabile, a mio parere la band irlandese non fa un grande disco da circa un trentennio, cioè dal bellissimo (e parzialmente live) Rattle & Hum del 1988, anche se so che Achtung Baby è stato un enorme successo (ma a me non è mai piaciuto granché) e che sia All That You Can’t Leave Behind che No Line On The Horizon non erano male, ma di certo non indispensabili. C’è stata però una fase in cui i nostri erano una grande band, e ciò è coinciso con quello che è stato allo stesso tempo il loro album migliore ed il più venduto, cioè il magnifico The Joshua Tree del 1987, uno dei dischi più popolari degli anni ottanta (e non solo), che dopo i primi tre dischi “irlandesi” ed il già notevole The Unforgettable Fire ha proiettato il quartetto di Dublino nell’olimpo, consentendo loro di sfondare, e alla grande, anche in America.

The Joshua Tree è uno di quei rari casi in cui tutto funziona alla perfezione, dalla scrittura delle canzoni, alla performance della band (quando si contiene Bono è comunque un grande cantante, la sezione ritmica formata da Adam Clayton e Larry Mullen Jr. una delle più potenti in circolazione, ed il chitarrista The Edge ha uno stile tutto suo che unisce sia la fase ritmica che quella solista), alla produzione stellare ad opera del dream team formato da Daniel Lanois e Brian Eno (già “testati” su The Unforgettable Fire), con Steve Lillywhite, altro grande produttore e responsabile dei primi tre album del gruppo, qui “relegato” al mixer. The Joshua Tree è ancora oggi un disco potente, sia musicalmente che dal punto di vista dei testi (con alternanza tra politico, sociale e personale), e con le prime tre canzoni, che sono anche le più celebri, che stenderebbero un branco di rinoceronti, cioè le epiche Where The Streets Have No Name e I Still Haven’t Found What I’m Looking For e la straordinaria With Or Without You, forse la più grande rock ballad dei nostri: ricordo benissimo che nell’estate di quell’anno era impossibile accendere la radio senza prima o poi imbattersi in una di queste tre canzoni. Ma il disco era anche altro, dalla dura ed ipnotica Bullet The Blue Sky, all’intima Running To Stand Still, pura e folkie, alla fluida In God’s Country, un altro folk elettrificato alla loro maniera, alla bella e cadenzata Trip Through Your Wires, che fa affiorare prepotentemente le loro radici irlandesi (quasi un pezzo alla Waterboys), alla potente Exit, superlativa rock song con un grande crescendo, fino alla drammatica ed emozionante Mothers Of The Disappeared, dedicata ai desaparecidos argentini, tema all’epoca di grande attualità insieme al regime di Pinochet in Cile e all’Apartheid in Sudafrica.

The Joshua Tree aveva già beneficiato nel 2007 di un’interessante edizione doppia per il ventennale, con il disco originale rimasterizzato sul primo CD e con un secondo dischetto pieno di b-sides, rarità ed outtakes, ma siccome le case discografiche non smettono mai di farci ricomprare sempre gli stessi dischi, ecco pronta una nuova versione per i trent’anni. Se avete già la precedente ristampa, questa volta il box Super Deluxe è una spesa inutile (oltre che esosa), in quanto nel quarto CD ripropone quasi pari pari il disco di rarità della versione di dieci anni fa (con un paio di trascurabili varianti), mentre il terzo contiene sei remix non esattamente irrinunciabili. Meglio quindi l’edizione doppia (che sono anche i primi due CD del box), con di nuovo il disco originale sul primo CD (con lo stesso remaster del 2007) e nel secondo uno splendido concerto inedito dei nostri al Madison Square Garden di New York durante il tour americano in promozione all’album. Un concerto bellissimo, potente, con i nostri in forma strepitosa e Bono che si dimostra un leader di grande carisma, suono spettacolare e pubblico americano letteralmente impazzito, cosa strana in quanto in USA solitamente sono meno calorosi che nel vecchio continente. Le canzoni di The Joshua Tree, spogliate del pur prezioso contributo di Eno e Lanois, suonano ancora più forti e dirette che in studio: qui ne vengono proposte ben otto su undici (anzi nove, in quanto I Still Haven’t Found What I’m Looking For è presente due volte, la seconda con il gruppo gospel New Voices Of Freedom, una versione sensazionale che però era già uscita su Rattle & Hum), tra cui una Where The Streets Have No Name ancora più coinvolgente, o una magistrale Bullet The Blue Sky, quasi hard rock, o ancora una incredibile Exit, che oscura quella in studio e che viene fusa con Gloria di Van Morrison. Ci sono naturalmente i classici della band, da October a Sunday Bloody Sunday a Pride (In The Name Of Love), oltre al trascinante rock’n’roll di I Will Follow, una acclamata MLK cantata da Bono a cappella,ed un finale con la poco nota ma decisamente energica 40.

Senza dubbio il miglior live di sempre degli U2, superiore forse anche al “leggendario” Under A Blood Red Sky, che vi ricompenserà ampiamente dal dover comprare per l’ennesima volta lo stesso disco. *(NDM: adesso spero l’anno prossimo in una ristampa con tutti i crismi di Rattle & Hum, un disco che all’epoca avevo amato anche di più di The Joshua Tree, anche per la presenza di Bob Dylan).

Marco Verdi

Nuovo Supplemento Della Domenica: Un Disco “Normale” Di Neil… Forse Anche Troppo! Neil Young – Peace Trail

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Neil Young – Peace Trail – Reprise/Warner CD

Nonostante sia risaputo che Neil Young è uno che non sta fermo un attimo, non mi aspettavo che, ad appena un anno e mezzo dal discusso (ma musicalmente riuscito) The Monsanto Years ed a pochi mesi dallo strano live “per band e animali” Earth http://discoclub.myblog.it/2016/06/26/nuovo-tipo-musica-ambient-neil-young-promise-of-the-real-earth/ , il nostro canadese preferito (ancora di più dopo la triste scomparsa di Leonard Cohen) potesse chiudere idealmente il 2016 con un altro disco nuovo di zecca. Eppure è successo proprio questo: Peace Trail, 38° disco di studio, racchiude dieci nuove canzoni, ed è stato inciso in fretta e furia con una formazione ridotta all’osso, e con un approccio quasi completamente acustico. Essenziale è infatti il primo aggettivo che mi viene in mente, dalla copertina alla band presente in studio (solo Neil all’acustica, armonica ed occasionalmente anche alla chitarra elettrica ed organo a pompa, Paul Bushnell al basso ed il grande Jim Keltner alla batteria), fino al modo in cui è stato inciso l’album, senza pensare troppo al suono ed agli arrangiamenti, buona la prima e via andare. Quando avevo letto che Peace Trail sarebbe stato un album elettroacustico mi erano venuti in mente lavori come Harvest (ed il suo “seguito” Harvest Moon), Comes A Time, Silver And Gold, Prairie Wind, anche se in quei dischi il suono era molto più rifinito e spesso sfiorava il country, mentre qui, pur essendoci pochi strumenti, le sonorità risultano a tratti spigolose e poco accattivanti, somigliando forse di più al primo lato di Hawks & Doves del 1980.

Ma questo con il “Bisonte” non è mai stato un problema, ben poche volte nella sua carriera si è fatto aiutare da un produttore esterno (anche se quando lo ha fatto, vedi Daniel Lanois con Le Noise, gli esiti sono stati eccellenti): il problema principale di Peace Trail è la penuria di canzoni, in quanto, a parte due-tre casi, il disco suona piuttosto monocorde e ripetitivo, con diversi momenti in cui Neil sembra far fatica a trovare il bandolo e finisce per parlare più che cantare, anche se i testi sono sempre basati sull’attualità, pur meno arrabbiati e più ironici che in The Monsanto Years. Non è un brutto disco, a quella categoria appartengono altri lavori passati di Young (so che pensate tutti a Trans, ma per me quell’album aveva delle potenzialità: io mi riferisco soprattutto a Landing On Water, Fork In The Road ed all’inqualificabile disco di cover A Letter Home), ma sicuramente rimane un disco irrisolto, che avrebbe potuto venire fuori molto meglio se solo Neil ci avesse lavorato un paio di mesi in più, magari sostituendo i brani più deboli con altri di maggior impatto.

L’album inizia anche bene con l’epica title track, un tipico brano del nostro, con il caratteristico timbro elettrico della sua “Old Black” che contrasta con la voce quasi fragile, accompagnamento un po’ sbilenco ma di indubbio fascino, e poi la canzone è fluida, profonda ed intensa. Can’t Stop Workin’ (titolo perfetto per lui) è più interiore, con la base musicale ridotta all’osso ed un’armonica dal suono distorto, e con una melodia che fatica ad uscire; anche Indian Givers, nonostante l’ottima prova di Keltner, risulta ripetitiva e poco graffiante, oltre che eccessivamente allungata, mentre Show Me, con la sua andatura cadenzata ed il suo motivo insinuante, è nettamente meglio, pur non essendo di certo paragonabile ai capolavori younghiani. E poi va bene la spontaneità, ma un po’ più di tempo a rifinire un minimo il suono lo avrei dedicato. Texas Rangers è sconclusionata, priva di una melodia vera e propria e con un arrangiamento discutibile, forse se restava inedita era meglio https://www.youtube.com/watch?v=2ImCoRutaEM ; molto più riuscita invece Terrorist Suicide Hang-Gliders, finalmente con un motivo degno di Neil, un brano folkeggiante e fortemente caratterizzato dalla sezione ritmica, con un testo duro e cupo https://www.youtube.com/watch?v=rkhyw3SJdFs , ed anche la lunga John Oaks, pur essendo più parlata che cantata, è una delle più positive, avendo dalla sua forza ed intensità. L’incalzante My Pledge vede Neil doppiare sé stesso usando l’auto-tune, ma nonostante ciò il brano funziona, grazie anche al suo sviluppo regolare, ed ancora meglio è Glass Accident, forse la migliore insieme a Peace Trail, una tipica Neil Young song di quelle belle, con una melodia tra country e folk ed una chitarra ruspante sullo sfondo. Ma poi, siccome Neil è un tipo strano, chiude l’album in maniera spiazzante con la bizzarra My New Robot, che inizia come una normale ballata delle sue, neanche male, ma poi termina in un caos totale, con una voce meccanica e, appunto, robotica e si interrompe bruscamente (per fortuna, aggiungerei).

Un mezzo passo falso si perdona a tutti, figuriamoci a Neil Young che, nel corso della sua carriera, ha guadagnato diversi bonus: ora però (ma so che forse chiedo troppo) vorrei un 2017 senza dischi nuovi e con finalmente la pubblicazione del secondo volume dei suoi archivi.

Marco Verdi

*NDB Voi che ne pensate! Il sito Metacritic che raccoglie recensioni da tutto il mondo, prese da riviste cartaceee e online gli regala una media di 56 (cioé 5.6, inferiore alla suffiecienza) http://www.metacritic.com/music/peace-trail/neil-young, in Italia le recensioni sono state più positive.