Altri Due Live “Vintage” Di Altissimo Livello. Rolling Stones – Ladies And Gentlemen/David Bowie – Cracked Actor

rolling stones ladies & gentlemen

The Rolling Stones – Ladies And Gentlemen – Eagle Records/Universal CD

David Bowie – Cracked Actor – Parlophone/Warner 2CD

Oggi mi occupo di due album dal vivo di grande importanza, entrambi già usciti in altra forma, ma mai fino ad oggi su supporto audio digitale. Ladies And Gentlemen, che raccoglie il meglio di quattro concerti texani dei Rolling Stones nel 1972, era già stato messo sul mercato sette anni fa sotto forma di DVD, ed oggi entra a far parte di tre ristampe su CD audio singolo di altrettanti live già commercializzati su video, anche se è l’unico dei tre ad essere pubblicato in CD per la prima volta: gli altri due infatti, cioè l’ottimo Some Girls Live In Texas 1978 ed il formidabile Checherboard Lounge 1981 (con Muddy Waters), avevano già beneficiato di una edizione deluxe con il dischetto audio aggiunto. E se non possedete il DVD di Ladies And Gentlemen (ma anche se l’avete), questo CD è assolutamente imperdibile, in quanto testimonia un momento in cui le Pietre Rotolanti erano davvero in stato di grazia, anzi forse nel loro momento top di sempre (il tour è quello di Exile On Main Street), reduci da una serie di album tutti da cinque stelle e con la loro lineup migliore, cioè con Mick Taylor, sicuramente il  più grande chitarrista che abbiano mai avuto.

Ed il concerto è un highlight assoluto, credo di poterlo mettere tranquillamente tra i primi cinque live pubblicati dal gruppo (archivi e video compresi), quindici brani suonati come se non ci fosse domani, da parte di un quintetto che all’epoca era di certo la migliore rock’n’roll band al mondo, con Mick Jagger letteralmente scatenato, un Keith Richards che sciorina riff assassini a profusione, la sezione ritmica di Bill Wyman e Charlie Watts che non perde un colpo, e Taylor che fa cose assolutamente non umane: il tutto con l’aiuto dei fiati di Bobby Keys e Jim Price e soprattutto con le magiche dita di Nicky Hopkins, il più grande pianista rock di tutti i tempi. Rock’n’roll subito a mille con un uno-due da knock-out (Brown Sugar e Bitch), una Gimme Shelter sulfurea e minacciosa come non mai (nella quale Taylor comincia ad arrotare da par suo) e la splendida Dead Flowers, una delle più belle country songs di sempre (non solo degli Stones). Dopo il solito festoso intermezzo con Keith voce solista (Happy), troviamo una Tumbling Dice da favola, una Love In Vain (Robert Johnson) tra il romantico e l’appiccicoso, la strepitosa Sweet Virginia ed una You Can’t Always Get What You Want tra le più belle ed emozionanti mai sentite. La ultime sei sono rock’n’roll al fulmicotone di una bellezza quasi illegale, da parte di una band all’epoca unta dal Signore (o dal diavolo): una tostissima All Down The Line, Midnight Rambler, perfetto showcase per la straordinaria abilità di Taylor, una scatenata Bye Bye Johnny (Chuck Berry) ed un finale che lascia senza fiato con di seguito Rip This Joint, Jumpin’ Jack Flash e Street Fighting Man. In una parola: imperdibile.

david bowie cracked actor

David Bowie forse non ha mai avuto la capacità di coinvolgere degli Stones, ma è sempre stato un performer coi fiocchi, e nel 1974 sapeva dire la sua alla grande: Cracked Actor è un doppio CD (era uscito su doppio vinile per il recente Record Store Day) che documenta un concerto totalmente inedito del Settembre di quell’anno, registrato durante il tour di Diamond Dogs, già comunque documentato all’epoca con l’ottimo David Live, anche se questo, se non superiore, gli sta almeno alla pari. Pur avendo una tracklist molto simile al doppio dell’epoca, c’è qualche differenza nel suono, in quanto David Live era stato registrato nella prima parte del tour americano del cantante inglese, mentre Cracked Actor documenta una delle prime serate della seconda tranche: nel mezzo il nostro aveva registrato le canzoni che l’anno successivo sarebbero andate  a formare Young Americans, ed i brani in questa serata californiana risentono molto del suono soul e rhythm’n’blues di quelle sessions. Anche la band è parzialmente cambiata e, a fianco dei confermati Earl Slick (chitarra), Mike Garson (piano, formidabile) e David Sanborn (sax), troviamo l’altro gran chitarrista Carlos Alomar, una sezione ritmica totalmente nuova (Doug Rauch al basso e Greg Enrico alla batteria) e, tra i ben sette backing vocalists, il futuro solista di successo Luther Vandross.

Nella scaletta mancano diversi classici dell’epoca del futuro Duca Bianco, come Ziggy Stardust, Starman e Life On Mars, ma il concerto è talmente compatto e la performance del nostro talmente buona che non c’è comunque modo di dispiacersene. Inizio potente con la funkeggiante 1984, dall’ottimo ritornello, e con la roccata Rebel Rebel, uno dei suoi pezzi più trascinanti dal vivo. La serata è un valido showcase dell’abilità di Bowie come performer, con una sfilata di classici come Changes, trasformata quasi in un jazz afterhours, Suffragette City, una All The Young Dudes quasi cabarettistica, una Space Oddity più bella che mai, ed il finale tutto glamour ed energia di The Jean Genie, Rock’n’Roll Suicide e John, I’m Only Dancing (quest’ultima non l’ho mai amata molto). In mezzo, diverse gemme meno note del repertorio del nostro, come l’intensa Moonage Daydream, con un grande assolo chitarristico, la robusta title track, una vibrante cover del classico errebi di Eddie Floyd Knock On Wood, o la toccante e soulful It’s Gonna Be Me, nella quale David si conferma un cantante con le contropalle.

Gli anni settanta sono stati certamente il punto più alto per quanto riguarda la musica rock dal vivo, e queste due pubblicazioni ne sono una notevole testimonianza a conferma.

Marco Verdi

Anche Questo Lo Facciamo Rientrare Nella Categoria “Fregature”? David Bowie – No Plan

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David Bowie – No Plan – Columbia/Sony CD EP

Da qualche tempo Bruno ha iniziato una personale e condivisibile mini-crociata atta a segnalare tutta una serie di operazioni discografiche di dubbia correttezza morale, riassumendo il tutto con il termine “fregature”: una pratica purtroppo in aumento e caratterizzata da un rispetto quasi nullo per le tasche degli acquirenti. In questa serie di uscite diciamo “discutibili” sarei propenso a far rientrare anche questo CD di quattro canzoni (ma esiste anche in vinile) di David Bowie intitolato No Plan, contenente tre brani inediti strombazzati come le sessions finali del Duca Bianco prima della prematura scomparsa avvenuta all’inizio del 2016 (in pratica sono tre outtakes di Blackstar, l’ultimo album di Bowie): ma attenzione, la fregatura non sta nella bontà del contenuto musicale, bensì nel fatto che lo stesso EP era già stato pubblicato verso la fine dello scorso anno come secondo CD della doppia colonna sonora del musical di Broadway Lazarus, che sul primo dischetto recava interpretazioni da parte del cast di canzoni presenti e passate di David, un album che quindi molti fans del nostro si erano già accaparrati (ma non io, un po’ perché subodoravo la fregatura, ma soprattutto perché ho sempre amato poco, per usare un eufemismo, i cast recordings).

Il contenuto musicale del mini CD è comunque più che valido, e per nulla inferiore a quello pubblicato su Blackstar: il team è lo stesso, dai produttori (Bowie stesso con il fido Tony Visconti) ai sessionmen, tra i quali spiccano il sassofonista Donny McCaslin ed il chitarrista “frippiano” Ben Monder. Il primo dei quattro pezzi è anche l’unico già edito, cioè l’ormai nota Lazarus, che era anche uno dei momenti più fruibili di Blackstar e compare nella medesima versione, mentre No Plan è una ballata raffinata e punteggiata dal suadente sax di McCoslin, con una melodia abbastanza lineare ed una performance vocale solida del nostro: il testo, sapendo ciò che sarebbe successo poco dopo, è agghiacciante, a partire dall’incipit (“Non c’è musica qui, sono perso in mezzo a correnti di suono, non sono da nessuna parte”, quasi un messaggio a dir poco inquietante dall’aldilà).

Killing A Little Time è decisamente più dura e complessa, il ritmo è sostenuto ed una chitarra leggermente distorta fornisce il riff di base, ed è chiaramente più nel mood di Blackstar, con le sue studiate dissonanze e l’atmosfera poco rassicurante; il dischetto si chiude con When I Met You, sostenuta da un basso pulsante e da un background ritmico efficace, nel quale di distinguono in maniera limpida chitarra acustica e batteria: forse il pezzo più vicino al Bowie classico, grazie anche al motivo diretto e sufficientemente orecchiabile, che rimanda al periodo di Scary Monsters. Se avete apprezzato Blackstar, questo No Plan è un CD da non lasciarsi sfuggire, in quanto ne è il logico ed ideale completamento, in attesa di una possibile (ormai mi aspetto di tutto) “ristampona” natalizia che comprenda tutto quanto con l’aggiunta magari di un famigerato ulteriore brano inedito che “spunterà” durante l’anno.

Marco Verdi

The Best Of 2016, Ancora Classifiche: Un Sito American Songwriter E Una Rivista, Q Magazine

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In effetti ero stato piuttosto ottimista, ad una lettura più approfondita anche le scelte di quest’anno, a mio parere, e per usare un francesismo, fanno abbastanza “cagare”, comunque ecco altre due classifiche sui Best Of 2016: un sito e la rivista inglese Q. Partiamo con https://americansongwriter.com/, un sito con cui spesso, non sempre, mi trovo d’accordo, e dove comunque di solito trattano di “buona musica” e pubblicano notizie interessanti, tipo questa https://americansongwriter.com/2016/12/bob-dylan-writes-speech-for-nobel-prize-ceremony/. Ecco la loro classifica:

    • Angel Olsen – MY WOMAN
    • 56124-my-woman
    • Michael Kiwanuka – Love & Hate
    • 52824-love-hate
    • Margo Price – Midwest Farmer’s Daughter
    • 48022-midwest-farmers-daughter
    • Sturgill Simpson – A Sailor’s Guide to Earth
    • case/lang/veirs – case/lang/veirs
    • 51025-caselangveirs
    • David Bowie – Blackstar
    • Drive-By Truckers – American Band
    • Leonard Cohen – You Want It Darker
    • A Tribe Called Quest – We got it from Here… Thank You 4 Your service
    • 64923-we-got-it-from-here-thank-you-for-your-service
    • Dori Freeman – Dori Freeman
    • 50115-dori-freeman

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Q Magazine Albums The Year

1. David Bowie – Blackstar

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2. Leonard Cohen – You Want It Darker

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3. PJ Harvey – The Hope Six Demolition Project

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4. A Tribe Called Quest – We Got It From Here….Thank You 4 Your Service

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5. Nick Cave And The Bad Seeds – Skeleton Tree

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6. Radiohead – A Moon Shaped Pool
7. Cass McCombs – Mangy Love

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8. Angel Olsen – My Woman
9. The 1975 – I Like It When You Sleep, For You Are So Beautiful…

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10. Christine And The Queens – Chaleur Humaine

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Anche per oggi è tutto, alla prossima.

Bruno Conti

The Best Of 2016, Il Meglio Delle Riviste Internazionali: Mojo E Uncut

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Ed eccoci come di consueto alla panoramica sulle classifiche di fine anno espresse da riviste cartacee, mensili e quotidiani,  più alcuni siti scelti tra quelli che reputo, secondo un giudizio insindacabile (scherzo!) i più interessanti, ma anche qualcuna di cui non condivido praticamente nulla, prossimamente. Quest’anno mi sembra, seguendo i gusti del Blog, che la qualità delle scelte sia migliorata, ovvero meno rap, hip-hop, musica elettronica ed altre delizie del genere, ma poi rimangono alcuni irriducibili che indicano solo quei tipi di album “irricevibili”, secondo chi scrive (meno degli anni scorsi, ripeto). Partiamo con le scelte di Mojo Uncut, nel caso in cui ne abbiamo parlato sul blog, trovate anche il link del Post relativo al disco in questione, e a seguire anche i link di alcuni video degli album in classifica.

MOJO – Best LPs of 2016
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01 David Bowie – Blackstar
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02 Michael Kiwanuka – Love & Hate
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03 Nick Cave & The Bad Seeds – Skeleton Tree
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04 Lambchop – Flotus
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05 Leonard Cohen – You Want It Darker
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06 Iggy Pop – Post Pop Depression
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07 Frank Ocean – Blonde
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08 Paul Simon – Stranger To Stranger
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09 PJ Harvey – The Hope Six Demolition Project
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10 Heron Oblivion – Heron Oblivion
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11 Radiohead – A Moon Shaped Pool
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12 Beyonce – Lemonade
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13 Teenage Fanclub – Here
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14 Charles Bradley – Changes
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15 The Cult – Hidden City
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Uncut‘s Top 15 Albums of 2016
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01 David Bowie – Blackstar
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02 Radiohead – A Moon Shaped Pool
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03 Nick Cave & The Bad Seeds – Skeleton Tree
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04 Leonard Cohen – You Want It Darker
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05 Ryley Walker – Golden Sings That Have Been Sung
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07 Sturgill Simpson – A Sailor’s Guide To Earth
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08 Anohni – Hopelessness
09 Teenage Fanclub – Here
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11 Thee Oh Sees – A Weird Exits
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12 Brian Eno – The Ship
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13 Drive-By Truckers – American Band
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14 Bon Iver – 22, A Million
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15 Wilco – Schmilco
Per oggi è tutto, alla prossima,

Un Disco Dal Vivo Bello, Forse Prevedibile, Dell’Iguana! Iggy Pop – Post Pop Depression: Live At The Royal Albert Hall

iggy pop post pop depression live iggy pop post pop depression live box vinile

Iggy Pop – Post Pop Depression: Live At The Royal Albert Hall – Eagle Rock DVD – BluRay – DVD/2CD – BluRay/2CD

Post Pop Depression, ultimo album dell’Iguana Iggy Pop uscito pochi mesi fa http://discoclub.myblog.it/2016/04/29/le-pop-songs-che-ci-piacciono-iggy-pop-post-pop-depression/ , è stato uno dei più venduti della sua discografia, oltre ad essere un ritorno alla forma dei bei tempi per l’ex Stooges ed uno dei suoi lavori più riusciti: era quindi inevitabile che venisse data alle stampe anche la sua controparte dal vivo, e nella fattispecie è stata scelta la data del 13 Maggio scorso alla mitica Royal Albert Hall di Londra, per questo DVD (o BluRay), disponibile anche con doppio CD accluso, intitolato senza troppa fantasia Post Pop Depression: Live At The Royal Albert Hall. Quasi un instant live quindi, ma inciso davvero in maniera spettacolare e con un padrone di casa in forma smagliante (a dispetto dell’età, ma Iggy dal punto di vista fisico è un altro Mick Jagger), per un concerto di tostissimo e vigoroso rock’n’roll, suonato con la stessa superband del disco in studio (Joshua Homme e Dean Fertita dei Queens Of The Stone Age, “aumentati” in tour anche dalla presenza dell’altro chitarrista della medesima band, Troy Van Leeuwen, e dal batterista degli Arctic Monkeys, Matt Helders): il fatto di aver optato per Londra, poi, non è casuale, in quanto il nostro è sempre stato più popolare nel Regno Unito che in patria.

La scelta delle ventidue canzoni della setlist è molto particolare, in quanto non spazia lungo tutta la carriera dell’Iguana, ma presenta otto brani su nove (manca Vulture) da Post Pop Depression, cosa ampiamente logica, ma poi, se si esclude la rockeggiante Repo Man, tratta dalla colonna sonora del film omonimo del 1984, gli altri tredici brani sono estratti da solo due dischi del passato, The Idiot e Lust For Life, cioè i due album più famosi del nostro: la scelta è anche una sorta di tributo all’amico David Bowie, che aveva prodotto entrambi i lavori e di fatto rilanciato la carriera di Iggy strappandolo dalle mani della droga, anche perché ben dodici canzoni su tredici erano state scritte in collaborazione con il Duca Bianco. Il concerto inizia subito con Lust For Life, uno dei brani più noti di Pop, in una versione potentissima, incalzante e profondamente elettrica (che sarà un po’ il mood del resto della serata), con la voce baritonale del nostro ancora capace di ruggire come quarant’anni fa. Tra i brani tratti dal disco di studio uscito da poco spiccano la sinuosa American Valhalla, molto caratterizzata dal suono del basso, la guizzante Sunday, decisamente orecchiabile (almeno per gli standard di Iggy), il funk-rock Gardenia, uno dei più fruibili dell’ultimo CD e, nel finale, i due pezzi più belli di Post Pop Depression, cioè Chocolate Drops, deliziosa e raffinata rock ballad con Iggy rigoroso nel canto, e la splendida Paraguay, una canzone straordinaria, tra le più belle della sua carriera.

Per quanto riguarda i pezzi originalmente prodotti da Bowie segnalerei una scatenata e frenetica Sixteen, puro rock’n’roll al fulmicotone, la trascinante Some Weird Sin, un concentrato di energia, la pulsante Funtime, dal motivo chiaramente influenzato dall’ex Ziggy Stardust, la plumbea Mass Production, molto Lou Reed, la cadenzata Nightclubbing, nella quale Iggy gigioneggia come piace a lui e Homme rilascia due assoli stratosferici, la sempre grande The Passenger, con uno dei più bei riff della storia, buttata con nonchalance in mezzo al concerto quando chiunque al suo posto l’avrebbe suonata nei bis. Infine, le note Tonight e China Girl, entrambe più conosciute nella versione di Bowie (specie la seconda, che però qui offre un finale chitarristico strepitoso), e Success, che conclude la serata, un pop-rock decisamente orecchiabile in origine, e che qui mantiene la sua fruibilità accentuando però l’elemento rock.

Un gran bel concerto, che conferma il momento felice di Iggy Pop ed il cui acquisto, se vi è piaciuto Post Pop Depression, diventa praticamente indispensabile.

Marco Verdi

Per Ricordare Uno dei Grandissimi :Un Fine Settimana Con Lou Reed The RCA & Arista Album Collection, Parte I

*NDB Un breve promemoria: prima di iniziare la lettura, vi ricordo che il Post, vista la lunghezza, viene diviso in tre parti, anche in modo che possiate passare un weekend con noi e soprattutto con Lou Reed.
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Lou Reed – The RCA & Arista Album Collection – Sony Legacy Box Set 17CD

Ad un anno circa dal’uscita del Box The Sire Years, che riepilogava l’ultimo periodo della carriera del grande Lou Reed (con l’eccezione dell’album Lulu registrato con i Metallica e di Berlin Live) http://discoclub.myblog.it/2015/11/25/ripasso-piu-che-doveroso-lou-reed-the-sire-years-complete-albums-set/ , finalmente anche la Sony mette a punto un box che comprende i dischi usciti per la RCA ed Arista dal 1972 al 1985, cioè di quella che è stata a detta di tutti la golden age del rocker newyorkese: The RCA & Arista Album Collection è però, a differenza del boxettino degli anni Sire, un progetto decisamente più curato, lussuoso ed importante (ed anche il prezzo lo è), in quanto ha avuto l’imprimatur dello stesso ex Velvet Underground. Infatti, prima della sua inattesa scomparsa nel 2013, Lou stava proprio lavorando alla rimasterizzazione del suo catalogo “storico”, che prendeva in esame anche i dischi dal vivo (più o meno, come vedremo tra breve) e diversi titoli fuori commercio da qualche anno, un progetto che è stato portato a termine dal suo amico ed abituale collaboratore Hal Willner. Ebbene, il cofanetto in questione è bellissimo, con cartoline, poster ed un librone con splendide foto (molte inedite) e riproduzioni di manoscritti di Reed stesso nella sua calligrafia illeggibile, ma quello che più conta è il fatto che i suoi dischi non avevano mai suonato così bene prima, in alcuni momenti sembra di sentire addirittura strumenti che in precedenza non c’erano, un’operazione davvero certosina di restauro dei vecchi nastri (nel libro è riportata una testimonianza dello stesso Lou che, ascoltando per la prima volta il risultato dei remasters, non credeva alle sue orecchie).

lou reed the rca arista album collection standing

Un box quindi sicuramente imperdibile per chi non conosce Lou o per chi ha solo qualche disco, ma forse anche per chi ne possiede diversi (o tutti), in quanto molte edizioni del passato non suonavano proprio come avrebbero dovuto (vi risparmio le considerazioni su chi era Lou Reed, penso che tutti siate a conoscenza della sua importanza come uno degli artisti più originali e carismatici di tutti i tempi, uomo di immensa cultura ed autore di canzoni i cui testi erano spesso duri, crudi e diretti, ma talvolta anche profondamente poetici e toccanti, quando non ironici e crudeli, il classico tipo fuori da ogni catalogazione, larger than life direbbero in America). Il buon Lou però da lassù mi perdonerà se faccio notare due magagne presenti nel box, una delle quali abbastanza grave a mio parere: intanto manca qualsiasi accenno di bonus tracks (compreso in quei dischi che già avevano beneficiato di ristampe potenziate, Coney Island Baby su tutti), ma forse Reed voleva mantenere l’album come era in origine, cosa in fondo comprensibile; quello che mi spiego meno è: perché se hai deciso di inserire i dischi dal vivo, ne lasci poi fuori due? Ok che Live In Italy del 1984 era inizialmente uscito solo in Germania, Regno Unito e Giappone, ed in USA solo nel 1996, ma allora perché manca anche Lou Reed Live del 1975, che altro non era che la seconda parte di Rock’n’Roll Animal (con canzoni prese dallo stesso concerto)? A parte queste domande, destinate a restare senza risposta, nel box c’è musica tra la migliore uscita nel secolo scorso (anche se conosco diverse persone a cui Lou non è mai andato molto a genio, ma è un problema loro…), anche perché Reed apparteneva a quella ristretta schiera di musicisti che non hanno mai fatto un disco brutto (a parte Metal Machine Music, ma quello è un caso limite): quindi ecco una disamina dettagliata, e doverosa, dei 17 CD presenti.

Lou Reed (1972): composto per otto decimi da avanzi del periodo Velvet, questo album d’esordio è da sempre uno dei suoi più criticati. A me non dispiace affatto, forse è un po’ discontinuo, ma i punti di interesse non mancano di certo (ed in session ci sono due Yes, Steve Howe e Rick Wakeman), dall’apertura di I Can’t Stand It, una rock song diretta e tesa come una lama, alla turgida ballata pianistica Going Down, la quasi rollingstoniana Walk And Talk It (il riff ricorda molto quello di Brown Sugar), l’intensa e bellissima Lisa Says, vero highlight del disco, ed una prima versione di Berlin. Nella seconda parte (il vecchio lato B) l’album si siede un po’, anche se Ride Into The Sun a me piace assai. L’unica cosa davvero brutta è la copertina.

Transformer (1972): dopo pochi mesi dall’esordio, Lou centra subito il suo capolavoro. Prodotto da David Bowie e Mick Ronson, Transformer è uno dei dischi più influenti del periodo, ed uno degli album di punta del nascente movimento glam (definizione che però Reed ha sempre rifiutato), nonostante i testi parlino di droga, sesso ed omosessualità. I quattro brani forse più noti della carriera di Lou sono tutti qua (Vicious, la straordinaria Perfect Day, il superclassico Walk On The Wild Side e la splendida Satellite Of Love), ma ci sono anche la poetica e vibrante Andy’s Chest, dedicata all’amico Warhol, il travolgente rock’n’roll Hangin’ Round, la scintillante I’m So Free e la curiosa Goodnight Ladies, con accenni dixieland. Da qualunque parte lo si guardi, un disco da cinque stelle.

Marco Verdi

Fine parte 1, a domani.

Altre Ristampe Future: Reparto “Fregature”. The Band Last Waltz/Queen On Air/David Bowie Legacy

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Tutte e tre le uscite sono previste per il mese di novembre, The Last Waltz della Band e l’antologia Bowie Legacy per il giorno 11, i Queen On Air invece per il 4 novembre. Perché “fregature” direte Voi? Andiamo con ordine e vediamo.

Partiamo dalla ristampa del famoso concerto The Last Waltz dedicato a The Band, anche uno splendido film diretto da Martin Scorsese (forse il più bello di tutti i tempi in ambito rock, se la batte con Woodstock, ma con ben altri mezzi tecnici e qualità audio video nettamente superiori)::ai tempi uscì come triplo vinile, poi venne pubblicato un doppio CD con il meglio del concerto, la VHS, e nel 2002 una versione in quadruplo CD con tutto il concerto in formato audio, e, per il mercato americano una edizione DVD+Blu-Ray del film. Questo, per le finezze dei discografici, avveniva nel 25° Anniversario dalla data dell’uscita (però il disco e il film uscirono nel 1978, quindi erano 24 anni), mentre quest’anno quantomeno il 40° Anniversario viene rispettato, 1976-2016. Dove sta la fregatura? Nella nuova confezione in uscita l’11 novembre, 4 CD e 1 Blu-Ray, non ci sono neppure due millisecondi di materiale inedito, mentre nella versione Super Deluxe (come direbbe Fantozzi, rilegata in pelle umana) è contenuto uno splendido libro con la sceneggiatura originale del film, che ai tempi Scorsese si era fatto stampare in due copie, una per lui e una per Robbie Robertson. Il tutto, disponibile in tiratura limitata di 2.500 copie, è in vendita solo sul sito della Rhino alla modica cifra di 260 dollari (ok 259.98) http://www.rhino.com/product/the-last-waltz-40th-anniversary-super-deluxe-edition. Però nella confezione trovate anche un secondo Blu-ray con una “rara” intervista degli anni ’90 con Martin Scorsese e Robbie Robertson https://www.youtube.com/watch?v=w_v3zbSEhaE . Ah beh, allora!

Se per caso in tutti questi anni avete vissuto su Marte e quindi non siete già felici proprietari delle svariate edizioni uscite negli anni, potete farci un pensierino, in caso contrario, occhio alla penna (e al portafoglio) perché pure la versione “normale” quintupla dovrebbe costare almeno una settantina di euro (nulla rispetto ai quasi 400, tasse e spedizione comprese, che pagheranno i fortunati abitanti europei ordinando la versione della Rhino)! Usciranno anche una versione in 6 LP e quella classica in 2 CD.Se volete, per curiosità, questo è il contenuto completo:

Disc One
1. “Theme From The Last Waltz” (with orchestra)
2. “Up On Cripple Creek”
3. “The Shape I’m In”
4. “It Makes No Difference”
5. “Who Do You Love” (with Ronnie Hawkins)
6. “Life Is A Carnival”
7. “Such A Night” (with Dr. John)
8. “The Weight”
9. “Down South In New Orleans” (with Bobby Charles)
10. “This Wheel’s On Fire”
11. “Mystery Train” (with Paul Butterfield)
12. “Caldonia” (with Muddy Waters)
13. “Mannish Boy” (with Muddy Waters)
14. “Stagefright”

Disc Two
1. “Rag Mama Rag”
2. “All Our Past Times” (with Eric Clapton)
3. “Further On Up The Road” (with Eric Clapton)
4. “Ophelia”
5. “Helpless” (with Neil Young)
6. “Four Strong Winds” (with Neil Young)
7. “Coyote” (with Joni Mitchell)
8. “Shadows And Light” (with Joni Mitchell)
9. “Furry Sings The Blues” (with Joni Mitchell)
10. “Acadian Driftwood”
11. “Dry Your Eyes” (with Neil Diamond)
12. “The W.S. Walcott Medicine Show”
13. “Tura Lura Lura (That’s An Irish Lullaby)” (with Van Morrison)
14. “Caravan” (with Van Morrison)

Disc Three
1. “The Night They Drove Old Dixie Down”
2. “The Genetic Method/Chest Fever”
3. “Baby Let Me Follow You Down” (with Bob Dylan)
4. “Hazel” – with Bob Dylan
5. “I Don’t Believe You (She Acts Live We Never Have Met)” (with Bob Dylan)
6. “Forever Young” (with Bob Dylan)
7. “Baby Let Me Follow You Down” (Reprise) (with Bob Dylan)
8. “I Shall Be Released”
9. Jam #1
10. Jam #2
11. “Don’t Do It”
12. “Greensleeves” (From Movie Soundtrack)

Disc Four: “The Last Waltz Suite”
1. “The Well”
2. “Evangeline” (with Emmylou Harris)
3. “Out Of The Blue”
4. “The Weight” (with The Staples)
5. “The Last Waltz Refrain”
6. Concert Rehearsal
7. “King Harvest (Has Surely Come)”
8. “Tura Lura Lura (That’s An Irish Lullaby)”
9. “Caravan”
10. “Such A Night”
11. “Rag Mama Rag”
12. “Mad Waltz” (Sketch track for “The Well”)
13. “The Last Waltz” (Instrumental)
14. “The Last Waltz (Sketch)

Disc Five: Blu Ray
1. “Theme From The Last Waltz” (with orchestra)
2. “Up on Cripple Creek”
3. “The Shape I’m In”
4. “It Makes No Difference”
5. “Who Do You Love” (with Ronnie Hawkins)
6. “Life Is A Carnival”
7. “Such A Night” (with Dr. John)
8. “Down South In New Orleans” (with Bobby Charles)
9. “Mystery Train” (with Paul Butterfield)
10. “Mannish Boy” (with Muddy Waters)
11. “Stagefright”
12. “Further On Up The Road” (with Eric Clapton)
13. “Ophelia”
14. “Helpless” (with Neil Young)
15. “Coyote” (with Joni Mitchell)
16. “Dry Your Eyes” (with Neil Diamond)
17. “Tura Lura Lura (That’s An Irish Lullaby)” (with Van Morrison)
18. “Caravan” (with Van Morrison)
19. “The Night They Drove Old Dixie Down”
20. “Baby Let Me Follow You Down” (with Bob Dylan)
21. “I Don’t Believe You (She Acts Live We Never Have Met)” (with Bob Dylan)
22. “Forever Young” (with Bob Dylan)
23. “Baby Let Me Follow You Down” (Reprise)
24. “I Shall Be Released” (Finale)
25. “The Well”
26. “Evangeline” (with Emmylou Harris)
27. “Out Of The Blue”
28. “The Weight” (with The Staples)
29. “The Last Waltz Refrain”
30. “Theme From The Last Waltz”

Ad agosto c’è stato un concerto celebrativo per il 40° dell’evento, sperando nell’uscita ufficiale di questo.

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Sempre l’11 novembre verrà pubblicata una ennesima antologia dedicata a David Bowie, Bowie Legacy The Best Of Bowie, altra uscita fondamentalmente inutile legata però al mercato natalizio: ci sarà la versione in 2 CD e quella in 1 CD. I compilatori della raccolta ci dicono che per la prima volta sono comprese anche le tracce tratte dall’ultimo disco di Bowie Blackstar, e anche un “inedito” (si fa per dire): un remix 2016 di Life On Mars curato dal produttore originale Ken Scott. Vedo già i segni dei dollaroni scorrere veloci come in una slot machine umana. Anche in questo caso tracklist di entrambe le versioni.

Tracklist
[CD1]
1. Space Oddity (2009 Remastered Version)
2. The Man Who Sold The World (2014 Remastered Version)
3. Changes (2014 Remastered Version)
4. Oh! You Pretty Things (2014 Remastered Version)
5. Life On Mars? (2016 Mix)
6. Starman (Original Single Mix) (2012 Remastered Version)
7. Ziggy Stardust (2012 Remastered Version)
8. Moonage Daydream (2012 Remastered Version)
9. The Jean Genie (Original Single Mix) (2014 Remastered Version)
10. All The Young Dudes
11. Drive-In Saturday (2013 Remastered Version)
12. Sorrow (2013 Remastered Version)
13. Rebel Rebel (2014 Remastered Version)
14. Young Americans (Original Single Edit) (2014 Remastered Version)
15. Fame (2014 Remastered Version)
16. Golden Years (Single Version) (2014 Remastered Version)
17. Sound And Vision (2014 Remastered Version)
18. “Heroes” (Single Version) (2014 Remastered Version)
19. Boys Keep Swinging (2014 Remastered Version)
20. Fashion (Single Version) (2014 Remastered Version)
21. Ashes To Ashes (Single Version) (2014 Remastered Version)

[CD2]
1. Under Pressure (2011 Remastered Version) – Queen & David Bowie
2. Let’s Dance (Single Version) (2014 Remastered Version)
3. China Girl (Single Version) (2014 Remastered Version)
4. Modern Love (Single Version) (2014 Remastered Version)
5. Blue Jean (2014 Remastered Version)
6. This Is Not America (with The Pat Metheny Group) (2014 Remastered Version)
7. Dancing In The Street (2014 Remastered Version) – David Bowie & Mick Jagger
8. Absolute Beginners (Edit) (2014 Remastered Version)
9. Jump They Say (Radio Edit) (2014 Remastered Version)
10. Hallo Spaceboy (Pet Shop Boys Remix) (with The Pet Shop Boys)
11. Little Wonder (Edit)
12. I’m Afraid Of Americans (V1) (Radio Edit)
13. Thursday’s Child (Radio Edit)
14. Slow Burn (Radio Edit)
15. Everyone Says ‘Hi’ (Edit)
16. New Killer Star (Radio Edit)
17. Where Are We Now?
18. Lazarus (Radio Edit)
19. I Can’t Give Everything Away (Radio Edit)

Versione singola:

Tracklist
1. Let’s Dance (Single Version) (2014 Remastered Version)
2. Ashes To Ashes (Single Version) (2014 Remastered Version)
3. Under Pressure (2011 Remastered Version) – Queen & David Bowie
4. Life On Mars? (2016 Mix)
5. Changes (2014 Remastered Version)
6. Oh! You Pretty Things (2014 Remastered Version)
7. The Man Who Sold The World (2014 Remastered Version)
8. Space Oddity (2009 Remastered Version)
9. Starman (Original Single Mix) (2012 Remastered Version)
10. Ziggy Stardust (2012 Remastered Version)
11. The Jean Genie (Original Single Mix) (2014 Remastered Version)
12. Rebel Rebel (2014 Remastered Version)
13. Golden Years (Single Version) (2014 Remastered Version)
14. Dancing In The Street (2014 Remastered Version) – David Bowie & Mick Jagger
15. China Girl (Single Version) (2014 Remastered Version)
16. Fame (2014 Remastered Version)
17. Sound And Vision (2014 Remastered Version)
18. “Heroes” (Single Version) (2014 Remastered Version)
19. Where Are We Now?
20. Lazarus (Radio Edit)

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Per Queen On Air non possiamo parlare di uscita inutile, tutt’altro, si tratta di una pubblicazione molto interessante, ma anche qui c’è la “fregatura”: come vedete ne usciranno due versioni, una doppia e una sestupla, in CD (e anche triplo vinile); ma, per avere il compact dal vivo con il materiale registrato al Golders Green Hippodrome, London, 1973, Estádio Do Morumbi, São Paulo, Brazil, in 1981 e Maimmarktgelände, Mannheim, Germany, in 1986, 24 pezzi in tutto, vi dovete beccare anche tre dischetti di interviste effettuate per la BBC e Capital Radio tra il 1976 e il 1992, che francamente credo non interessino molto neppure ai fans più accaniti, ma per avere i pezzi live è l’unico modo. E la differenza di prezzo tra le due edizioni è notevole, si parla di una ventina di euro per la doppia e oltre i 55 per quella in 6 CD.

Comunque, al solito, ecco i contenuti, con tutte e sei le BBC Sessions dei Queen dal febbraio 1973 all’ottobre 1977 (qualcosa era già uscito in passato) e gli extra, Esce il 4 novembre.

Disc One
“My Fairy King”
“Keep Yourself Alive”
“Doing All Right”
“Liar”
“See What A Fool I’ve Been”
“Keep Yourself Alive”
“Liar”
“Son and Daughter”
“Ogre Battle”
“Modern Times Rock’n’Roll”
“Great King Rat”
“Son and Daughter”

Disc Two
“Modern Times Rock’n’Roll”
“Nevermore”
“White Queen (As It Began)”
“Now I’m Here”
“Stone Cold Crazy”
“Flick of the Wrist”
“Tenement Funster”
“We Will Rock You”
“We Will Rock You” (Fast)
“Spread Your Wings”
“It’s Late”
“My Melancholy Blues”

Disc Three
Golders Green Hippodrome, London, 13th September 1973
“Procession” (Intro Tape)
“Father to Son”
“Son and Daughter”
Guitar Solo
“Son and Daughter” (Reprise)
“Ogre Battle”
“Liar”
“Jailhouse Rock”

Estádio Do Morumbi, São Paulo, Brazil, 20th March 1981
Intro
“We Will Rock You” (Fast)
“Let Me Entertain You”
“I’m in Love with My Car”
“Alright Alright”
“Dragon Attack”
“Now I’m Here”
“Love of My Life”

Maimmarktgelände, Mannheim, Germany, 21st June 1986
“A Kind Of Magic”
Vocal Improvisation
“Under Pressure”
“Is This the World We Created”
“(You’re So Square) Baby I Don’t Care”
“Hello Mary Lou (Goodbye Heart)”
“Crazy Little Thing Called Love”
“God Save the Queen”

Disc Four: Interviews
Freddie Mercury With Kenny Everett (November 1976)
Queen with Tom Browne (Christmas 1977)
Roger Taylor with Richard Skinner (June 1979)
Roger Taylor with Tommy Vance (December 1980)
Roy Thomas Baker The Record Producers

Disc Five: Interviews
John Deacon, South American tour (March 1981)
Brian May Rock On with John Tobler (June 1982)
Brian May Saturday Live with Richard Skinner and Andy Foster (March 1984)
Freddie Mercury Newsbeat (August 1984)
Brian May Newsbeat (September 1984)
Freddie Mercury Saturday Live (September 1984)
Freddie Mercury with Simon Bates (April 1985)
Brian May The Way It Is with David ‘Kid’ Jensen (July 1986)

Disc Six: Interviews
Roger Taylor My Top Ten with Andy Peebles (May 1986)
Queen for an Hour with Mike Read (May 1989)
Brian May Freddie and Too Much Love Will Kill You with Simon Bates (August 1982)
Brian May Freddie Mercury Tribute Concert with Johnnie Walker (October 1992)

Anche per oggi è tutto, alla prossima.

Bruno Conti

Un Altro Grande Vecchio…Sempre In Forma Smagliante! Ian Hunter – Fingers Crossed

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Ian Hunter & The Rant Band – Fingers Crossed – Proper CD

Alla tenera età di 77 anni, Ian Hunter non ha la minima intenzione di appendere la chitarra al chiodo, ma anzi è più attivo che mai. Infatti, nell’attesa di vedere pubblicato il mese prossimo il monumentale box a lui dedicato Stranded In Reality (28CD + 2DVD, che doveva uscire ai primi di Settembre ma è stato rimandato pare per problemi di produzione), l’ex leader dei Mott The Hoople  ha messo fuori questo Fingers Crossed, quattordicesimo album solista di studio, a quattro anni di distanza dall’ottimo When I’m President http://discoclub.myblog.it/2012/09/17/anche-per-lui-il-tempo-si-e-fermato-ian-hunter-when-i-m-pres/ , che a sua volta veniva tre anni dopo lo strepitoso Man Overboard, per chi scrive disco dell’anno 2009 e suo miglior album dai tempi del lontano You’re Never Alone With A Schizofrenic. Fingers Crossed non fa che confermare l’eccellente momento di forma del riccioluto rocker inglese, che nonostante le primavere che si accavallano non ha perso la grinta e la voglia di fare del sano e corroborante rock’n’roll, né l’ispirazione per scrivere quelle ballate pianistiche per le quali va giustamente famoso; la sua ugola non ha perso smalto, e la Rant Band che come al solito lo accompagna (James Mastro e Mark Bosch alle chitarre, Paul Page al basso, l’ex Wings Steve Holley alla batteria e Dennis DiBrizzi al piano, oltre ad Andy York, ex John Mellencamp band ed ultimamente con Willie Nile, che produce anche il tutto) ha il suono perfetto per le sue tipiche ballate rock.

Un altro bel disco quindi, che non fa che confermare il trend positivo nella carriera del nostro (dopo che gli anni ottanta e novanta erano stati piuttosto difficili), ancora più prezioso in quanto non sono rimasti in molti a fare del sano rock come il suo. Una ritmica molto Stones introduce That’s When The Trouble Starts, un rock’n’roll tosto e grintoso, con il nostro che mostra di avere ancora la voglia (e la voce), e la band che lo accompagna in maniera potente e sicura. Dandy è un sentito omaggio all’amico David Bowie (che non dimentichiamolo aveva rilanciato la carriera dei Mott scrivendo per loro l’inno All The Young Dudes), una ballata cadenzata e vibrante con un ritornello classico che rimanda direttamente agli anni settanta, con Ian che nel testo cita diversi titoli di brani dello scomparso Duca Bianco (Heroes, Life On Mars, The Jean Genie): bella canzone. Splendida invece Ghosts, un folk-rock dylaniano (Bob è sempre stata la sua fonte d’ispirazione principale) dal gran ritmo e sviluppo trascinante, con un bellissimo gioco di chitarre, una delle migliori composizioni di Ian degli ultimi anni; la title track è uno slow pianistico, una delle specialità della casa, e Hunter canta con anima e passione quella che si rivela da subito una grande canzone, con una struttura melodica splendida che si apre nota dopo nota: toccante, a dir poco.

White House è un rock’n’roll decisamente divertente ed ironico, che sbeffeggia la figura di Donald Trump, ma con classe e finezza tipicamente britannica (e la musica è alquanto coinvolgente), mentre Bow Street Runners è un brano dal testo molto più duro, che parla della criminalità in aumento a Londra (ed in generale nel mondo) e della paura che ci circonda, il tutto con un ritmo sempre sostenuto, chitarre in primo piano ed un mood simile a quello di Willie Nile (lo zampino di York si sente, il ritornello corale ricorda molto certe cose di Willie). Morpheus è ancora uno slow dal pathos molto alto, che inizia con voce e piano nel nulla, poi a poco a poco entra il resto della band, che trasforma il pezzo in una ballata rock coi fiocchi, con bel assolo finale di Bosch. Stranded In Reality (stesso titolo del box di prossima uscita) inizia un po’ come un brano degli U2, ma Ian prende subito le redini e sciorina un motivo fluido e di grande presa, altra rock song di gran lusso, con un testo un po’ amaro sui tempi in cui viviamo, che culmina con la frase finale “Why am I losin’ my enthusiasm?” ripetuta ad libitum. L’album termina con l’asciutta You Can’t Live In The Past, dal tempo quasi reggae, unico pezzo di livello leggermente inferiore, e con la vivace e folkeggiante Long Time, melodia orecchiabilissima e prestazione vocale del nostro sempre più convincente.

Che altro dire…lunga vita a Ian Hunter!

Marco Verdi

Queste Sono Le “Pop Songs” Che Ci Piacciono! Iggy Pop – Post Pop Depression

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Iggy Pop – Post Pop Depression – Caroline/Universal CD

In America uno come Iggy Pop viene definito “larger than life”: cantante e attore, personaggio di grande carisma (la sua immagine di rocker che si esibisce sempre a torso nudo è ormai un’icona), è sempre stato considerato da certa critica quasi un artista di secondo piano, una fusione con meno talento tra David Bowie e Lou Reed (i due modelli a lui più vicini, e anche suoi grandi amici, per quanto si potesse essere grandi amici di Reed), complice anche una carriera altalenante e, specie negli anni settanta, condizionata dall’uso massiccio di sostanze non proprio consigliabili. Ci si dimentica spesso che Pop (vero nome James Newell Osterberg) agli inizi è stato un innovatore, in quanto il suo primo gruppo professionale, gli Stooges, è unanimemente riconosciuto come il vero precursore, con quasi dieci anni di anticipo, del punk (e con fans insospettabili, come per esempio Madonna): in particolare dischi come Fun House e Raw Power ancora oggi sono dei veri e propri pugni nello stomaco, due album di rock talmente diretto e viscerale da far sembrare anche la più cruda garage band come un gruppo acqua e sapone. Nella seconda metà dei settanta Iggy ha poi esordito come solista collaborando proprio con Bowie durante il suo periodo berlinese, e pubblicando quelli che ancora oggi sono i suoi due album più popolari, The Idiot e soprattutto il famoso Lust For Life, che conteneva classici come la title track e la splendida The Passenger (uno dei brani più belli della decade): due dischi che però non ebbero un grande successo (il nostro non è mai stato un million seller, ed è sempre andato meglio nel Regno Unito che in patria, rimanendo comunque in uno status di cult artist) e ciò ha sicuramente contribuito a farlo precipitare ancora di più nelle braccia della droga, oltre a pubblicare altri lavori di ancor minore riscontro.

Negli anni ottanta una leggera risalita, specie con l’album Blah! Blah! Blah! (che conteneva il singolo Real Wild Child, ad oggi il suo miglior successo in classifica), nel quale Iggy si cimentava con un pop (minuscolo) tipico dell’epoca, e poi l’entrata nei novanta con tre dei suoi lavori migliori (Instinct e soprattutto Brick By Brick ed American Ceasar), nei quali tornava a proporre un rock molto aggressivo e punkeggiante, con punte quasi hard. Anche in seguito Iggy non ha mai smesso di fare dischi, fino ai giorni nostri (inclusa una reunion con gli Stooges per vari concerti e due discreti album, The Weirdness ed il recente Ready To Die), ma sembrava un po’ uscito dai radar del pubblico e della critica. Ma un vecchio leone ha sempre in serbo una zampata, ed ecco che il nostro Iguana (da cui il diminutivo Iggy) fa uscire quello che, a sentire lui, potrebbe essere il suo ultimo lavoro, e se è così devo dire che si tratta di un commiato davvero notevole. Post Pop Depression vede infatti il nostro tirato a lucido, alle prese con nove brani duri, viscerali, diretti ed anche amari: di sicuro l’età che avanza e la perdita di alcuni amici (fra cui appunto Reed e Bowie) non hanno contribuito certo a conferire ottimismo ad un artista che è sempre stato un po’ dark, ma qui ci troviamo di fronte ad una scrittura solidissima e ad una serie di canzoni moderne ma classiche nello stesso tempo.

Iggy si fa aiutare da una sorta di supergruppo, con i nomi e le facce dei componenti messi in evidenza fin dalla copertina, come se fosse una vera band: innanzitutto il vulcanico Josh Homme, leader dei Queens Of The Stone Age e dei tristemente famosi Eagles Of Death Metal (ma anche membro del supertrio Them Crooked Vultures con l’ex Nirvana Dave Grohl e l’ex Led Zeppelin John Paul Jones), che oltre a suonare chitarre, basso, tastiere e quant’altro ha scritto le canzoni insieme ad Iggy e si occupa della produzione,  il polistrumentista Dean Fertita, compagno di Homme nei QOTSA, e Matt Helders, batterista degli Arctic Monkeys (con qualche musicista aggiunto, perlopiù ad archi e fiati). Post Pop Depression è quindi un disco ispirato e profondo, ma al tempo stesso duro (nei contenuti) e pessimistico, ed è stato sorprendentemente premiato dal pubblico, che ne ha fatto nientemeno che l’album di Iggy Pop di maggior successo di sempre, facendolo entrare nella Top 20 in America e addirittura nella Top 5 in Inghilterra (c’è però da dire che oggi, rispetto ad una volta, si entra in classifica con molte meno vendite).

L’album si apre con Break Into Your Heart, potente rock song con la voce carismatica e declamatoria (giusto una via di mezzo tra Reed e Bowie) in evidenza, un tappeto sonoro decisamente elettrico, drumming secco e preciso ed un gradito intermezzo pianistico: un ottimo modo per entrare nel disco, un pezzo anche abbastanza fruibile. Gardenia è il primo singolo estratto, ed è un bel pop-rock alla maniera del nostro (quindi non convenzionale), c’è un synth, ma è usato con intelligenza, il ritmo è molto incentrato sul basso, un quasi funk-rock che potrei definire bowiano (ma il Bowie più raffinato, tipo quello di Black Tie, White Noise), un brano per nulla ostico, anzi molto piacevole; American Valhalla ha uno strano inizio che ricorda China Girl, poi però la canzone prende una direzione completamente diversa, diventando ancora un pezzo a metà tra pop e rock urbano, un po’ sghembo (il basso è distorto) ma di indubbio fascino, ed un ritornello piuttosto lineare dove la voce baritonale del nostro la fa da padrona.

In The Lobby è un rock dominato da sonorità moderne (pur se decisamente chitarristico), nel quale Iggy gigioneggia alla grande, non il più orecchiabile dei brani presenti ma con un suo preciso filo conduttore, ed alla fine non mi dispiace neanche questo; bellissimo per contro Sunday, un rock’n’roll diretto e potente, dal ritmo sostenuto e melodia immediata, punteggiato dai riff in pieno stile funky da parte di Homme, ed impreziosito da un coretto femminile ed un inatteso ma suggestivo finale orchestrale: è da brani come questo che si capisce l’ottimo stato di forma di Iggy, peccato se davvero questo sarà il suo addio alle armi. La breve Vulture inizia acustica e con la voce di Pop che assume un tono aggressivo, ed il brano stesso ha un’atmosfera minacciosa grazie al contrasto tra i rintocchi ossessivi di una campana ed un riff distorto dal sapore orientaleggiante, mentre German Days è molto più diretta, un altro pezzo rock puro e semplice, con le chitarre usate in maniera classica ed Iggy che sprizza personalità da tutti i pori. Mancano solo due brani, ma sono tra i migliori del CD: Chocolate Drops è una squisita ballata classica, senza stranezze, con ritmo sempre presente, un motivo immediato e gran lavoro di chitarra, mentre ancora meglio è Paraguay (la più lunga del disco), che inizia corale ed a cappella, poi entra solo Iggy con una bella chitarrina elettrica, arriva la sezione ritmica ed il pezzo, grazie anche ad una melodia epica e vibrante, è splendido, forse il più bello dell’album (ed il cambio di tempo a metà canzone è geniale) e ci fa ritrovare di botto l’artista di The Passenger.

Gran bel disco, per cui spero davvero che Iggy Pop ci ripensi e non si fermi, magari incidendo meno, regalandoci ancora canzoni come quelle di Post Pop Depression.

Marco Verdi

Un’Oretta Di Pure Delizie Sonore (Anche Di Più Nella Versione Deluxe)! Tedeschi Trucks Band – Let Me Get By

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Tedeschi Trucks Band – Let Me Get By – Fantasy/Universal CD o Deluxe 2CD 29-01-2016

Anche se in alcuni siti e riviste è stato già recensito, la data ufficiale di uscita del nuovo disco della Tedeschi Trucks Band Let Me Get By è il 29 gennaio (e il 5 febbraio, in Europa, per la versione Deluxe doppia), quindi ne parliamo nell’immediatezza della pubblicazione che sarà in questo fine settimana. Si tratta solo del terzo disco di studio della band, oltre al bellissimo doppio Live: Everybody’s Talkin’ del 2012: potrebbe essere quello della consacrazione, anche se pure i precedenti Revelator Made Up Mind avevano avute ottime critiche ed erano entrati nelle Top 20 delle classifiche di vendita americane, ma questo nuovo album sembra avere quel quid in più. Derek Trucks non fa più parte dell’Allman Brothers Band, che si è sciolta, e quindi ha più tempo per il gruppo di famiglia, che è la diretta prosecuzione della Derek Trucks Band che aveva operato dal 1997 al 2010, e utilizza anche un paio di musicisti che avevano fatto parte del primo gruppo. Susan Tedeschi, la moglie di Derek, con una eccellente carriera solista alle spalle, è la vocalist del gruppo, ma anche Mike Mattison nel nuovo album, oltre ad essere presente come co-autore di parecchi brani, è utilizzato come voce solista in un paio di canzoni.

Canzoni che sono proprio quelle che sembrano fare la differenza rispetto ai dischi passati (che peraltro al sottoscritto erano piaciuti parecchio, infatti non a caso Made Up Mind era entrato nella mia lista dei migliori del 2013 http://discoclub.myblog.it/2013/08/23/grande-chitarrista-grande-cantante-altri-nove-ottimi-musicis/): infatti il nuovo album sembra ancora più organico e le canzoni, che al solito spaziano nei vari generi cari alla band, dal rock al blues, dal soul al gospel, aggiungiamo R&B, funky e jazz e otteniamo tutto lo spettro sonoro che è possibile ascoltare in questo Let Me Get By, perfettamente amalgamato, ma allo stesso tempo lasciando percepire tutte le componenti che confluiscono nel sound finale https://www.youtube.com/watch?v=VgKNleCaTcs . Si diceva delle canzoni che sembrano più organiche, ancora meglio costruite che in passato, con spazio per melodia e grooves, la solita quota di improvvisazione dedicata a Derek Trucks, meno accentuata che in passato e che sicuramente verrà ampliata nelle esibizioni live, per cui occupiamoci proprio delle canzoni, con una track by track completa dell’album.

Prima di tutto vediamo il secondo disco della Deluxe Edition, che in questo caso è quella da aversi, sia per la confezione, come per i contenuti e anche per il prezzo contenuto, se mi passate il gioco di parole, meno di quanto vengano fatte pagare abitualmente le edizioni speciali singole con una o due bonus (sto ancora imprecando per il prezzo assurdo del nuovo Elton John in uscita il 5 febbraio, che costerà 5 o 6 euro in più, per 2 brani extra). Nel caso di Let Me Get By nel secondo CD abbiamo ben otto tracce aggiunte: 3 versioni demo alternative di brani contenuti nell’album, un inedito Satie Groove, una cover di Oh! You Pretty Things, la canzone di David Bowie e tre pezzi dal vivo registrati al Beacon Theatre di New York Laugh About It, I Pity The Fool Keep On Growing, quasi 45 minuti di musica).

Passiamo ai brani del disco:

Anyhow, firmata dal trio Trucks/Tedeschi/Mattison si avvale della presenza di Doyle Bramhall II, alla chitarra e alle armonie vocali, e si apre con la vocalità soffusa di Susan e con la slide di Derek per poi trasformarsi in una bellissima canzone, calda ed avvolgente, tipica del songbook della bionda signora Tedeschi, sempre più brava come cantante, a tratti sensuale in altri languida, in altri ancora travolgente, con un perfetto phrasing che si integra con le armonie vocali di Mattison Mark Rivers, il contrappunto dei tre fiatisti, Kebbi Williams, Maurice Brown Saunders Sermons, gli svolazzi del piano e dell’organo di Kofi Burbridge, fino alla conclusione strumentale dove la chitarra slide di Trucks disegna un assolo dei suoi, grazie anche al poderoso supporto della sezione ritmica di Tim Lefevbre, bassista di pregio che continua una teoria di grandi musicisti che si sono succeduti negli anni nel suo ruolo, e la doppia batteria di J.J. Johnson Tyler Greenville, così abbiamo nominato tutti i musicisti di questa grande band che giustamente viene considerato uno dei migliori ensemble in assoluto attualmente in circolazione nel mondo.

Laugh About It, scritta coralmente dai principali componenti, tra blues e soul di Memphis, è un altro esempio della maestria dei nostri, sezione fiati avvolgente, armonie vocali deliziose, chitarra e tastiere che a tratti si distinguono, la voce ancora stupenda e poi gran finale strumentale con Trucks che lavora di fino su un arrangiamento complesso e ricco di groove, già provato dal vivo, come dimostra il bonus disc.

Don’t Know What It Means è decisamente più funky, tra clavinet e wah-wah si viaggia su ritmi decisamente più sincopati, nel giusto equilibrio degli assetti, con Derek Trucks che fa quello che Duane Allman faceva in molte tracce classiche di soul primi anni ’70, pennellate di classe su un telaio solido e finale super funky con la band in gran spolvero.

Right On Time, scritta da Trucks Mattison, che la canta in coppia con la Tedeschi, è più cadenzata, a tratti jazzata e di scuola new Orleans, grazie anche alla tromba con sordina di Sermons e al pianino insinuante di Burbridge, che contribuisce ad una atmosfera quasi vaudeville grazie anche alla Resonator Guitar di Trucks; forse un episodio minore, gradevole ma non memorabile.

Let Me Get By, ancora un frutto collettivo della band, grazie alla vocalità calda di Susan a tratti ricorda alcune cose di Bonnie Raitt, alla cui voce la Tedeschi assomiglia in modo impressionante, ma mantiene gli spunti funky-rock grazie ad un assolo di organo Hammond di Burbridge che si situa tra Jimmy Smith Brian Auger, poi il resto lo fanno le chitarre di Trucks, taglienti ed espressive come di consueto, soprattutto in modalità slide.

Just As Strange, scritta dai coniugi Trucks insieme a Doyle Bramhall, è un duetto tra Susan e sé stessa, che si sdoppia nei due canali dello stereo, con un suono più elettroacustico, senza fiati, e con una quota blues più marcata, anche se la band rolla sempre di gusto.

Crying Over You, cantata da Mike Mattison, è soul music anni ’70, tra Philly Sound e le ultime propaggini pre-disco di Stax e Motown, oltre ai fiati c’è anche una sezione archi e Mattison canta con voce melliflua e suadente sui coretti dei background vocalist e con i soliti inserti solisti di Trucks e Burbridge, molto coinvolgente e con un gran finale strumentale dove la band innesta ancora la quinta e ci diverte con le sue improvvisazioni, soprattutto un Derek Trucks veramente incontenibile alla chitarra. Brano che poi diventa Swamp Raga for Holzapfel, Lefebvre, Flute and Harmonium, un breve intermezzo pastorale tra John Fahey e musica orientale, con il nostro alla 12 corde acustica e Kofi Burbridge al flauto.

Hear Me è la classica ballata che ti aspetti in un disco così, dolce e suadente è la voce di Susan Tedeschi, per un brano tra soul e pop, mi ha ricordato alcune delle cose migliori dello Stevie Wonder più ispirato dei primi anni ’70, con la chitarra slide di nuovo Allmaniana di Trucks a punteggiare le deliziosi evoluzioni vocali della consorte, bellissima canzone,

I Want More con un piglio decisamente più rock, grazie al drive di batteria e fiati, potrebbe ricordare certe cose del “soul bianco” della grande Janis, e le chitarre, che qui sono tre, Tedeschi, Trucks Doyle Bramhall, co-autore con Mattison del pezzo, viaggiano alla grande, sembra anche un pezzo alla Delaney & Bonnie o del Clapton amante delle soul revue, altra gran canzone con coda strumentale travolgente.

Si chiude con In Every Heart, altra lunga ballata, oltre i sei minuti, con una intro di fiati che ricorda certe cose simil New Orleans della Band, per poi diventare una magnifica deep soul ballad dal profondo Sud dei loro studi Swamp Raga di Jacksonville, Florida, dove è stato registrato il disco. Inutile dire che Susan Tedeschi la canta divinamente e Derek accarezza la sua slide per un doppio struggente, e ricco di tecnica, assolo nella parte centrale e finale.

Gran disco!

Bruno Conti