Una Chitarra (E Una Voce) Che Vivono Lo Spirito Del Blues! Tas Cru – Simmered And Stewed

tas cru simmered & stewed

Tas Cru – Simmered And Stewed – VizzTone

 All’incirca un annetto fa “usciva” You Keep The Money, l’ultimo album di Tas Cru, un veterano della scena blues dell’area di New York, anche se poi il disco, come vi riferivo nella recensione, era in effetti in faticosa circolazione da parecchio tempo. Ma ottime recensioni ne hanno incrementato le vendite, tanto da risultare uno dei dischi blues più venduti e con le migliori critiche nel 2016. Nel frattempo la VizzTone (l’etichetta di Bob Margolin che recentemente ha pubblicato anche le ottime prove di Austin Young e Nancy Wright) lo ha messo sotto contratto e questo Simmered And Stewed, il suo 7° disco di studio, è il risultato di questa alleanza per le 12 battute. Tas Cru nel nuovo CD privilegia, a tratti, pure un approccio più raccolto alla materia, ma in altri più ricco e corposo, impegnato oltre che alla elettrica, anche alle resonator e cigar box guitars, nonché  all’acustica. Quello che non gli manca, come sempre, è l’arguzia e l’ironia nei testi delle sue canzoni (un tratto che mi ricorda quello di David Bromberg): una delle migliori è Tired Of Bluesmen Cryin’ , un classico bluesaccio elettrico che parte lento e poi si scatena in tutti i sensi, con folate di resonator slide, ficcanti armonie vocali, l’uso dell’armonica dell’ottimo Dick Earl Ericksen e del piano di Chip Lamson, degni compari di Cru in questa divertente presa per i fondelli degli stereotipi dei bluesmen che devono piangere a tutti i costi nelle loro canzoni.

Anche Dat Maybe, posta in apertura, applica la stessa formula di un blues sanguigno e tirato, slide impazzita, le coriste pure, la ritmica picchia di gusto, l’armonica sottolinea e il nostro canta con forza, impeto e passione. Ma anche quando un insinuante pianino honky-tonk si prende il proscenio, come nella swingante Grizzle’n’Bone, Tas Cru ha sempre tutto sotto controllo, la sua band viaggia a cento all’ora, tra giri di blues forsennati, le solite coriste assatanate, chitarre acustiche ed elettriche gettate con misura nel sound d’assieme, dove anche l’organo hammond fa capolino all’occorrenza. Feel I’m Falling è un esempio di quel blues più raccolto, ma ricco di atmosfera, con la strumentazione meno in evidenza, però sempre con arrangiamenti di grande classe, comunque pronti ad ampliare a comando lo spettro sonoro dei brani, che in ogni caso anche in questo pezzo è complesso e di notevole impatto, qualcuno ha parlato di hill country blues per questo pezzo. Anche nell’elettroacustica Time And Time, una splendida blues ballad dal fascino incontaminato, si conferma l’abilità di Tas Cru come songwriter, uno che non scrive mai canzoni banali, ricche comunque di piccoli tocchi sonori geniali, come la vena gospel che viene utilizzata nel brano in questione, cantato con grande trasporto e con deliziosi attimi di finezza della sua chitarra. Road To My Obsession è una canzone autobiografica sulla sua passione per il blues, “play them blues, anytime, and most anywhere!”, un ritmo funky, le solite coriste impegnate e impregnate dal classico call and response, una solista guizzante e il gioco è fatto ancora una volta, mentre Biscuit che si apre per sola voce e armonica poi riparte sparata per un’altra sana razione di blues elettrico, incalzante e senza freni: bisogna dirlo, è proprio bravo questo signore.

In Cover My Love tutti in trasferta per un’altra dose di urgente blues urbano, da New York a Chicago senza sforzo apparente, divertimento e grinta sempre presenti; Woman Won’t You Love Me è un ondeggiante country-blues con tratti R&B e un flavor sonoro quasi alla New Orleans, grazie a piano e resonator, non so cosa ho detto, ma ha senso. Just Let It Happen è un altro dei brani che gioca sul lavoro di sottrazione per creare interesse, suono acustico, con chitarra, contrabbasso, piano e le immancabili armonie vocali che gli donano uno spirito molto old fashioned e chic; di Tired Of Bluesmen Crying abbiamo detto, per concludere rimane una bella versione del classico errebi di Jackie Wilson (Your Love Keeps Lifting Me) Higher And Higher, che perde parte del suo spirito giubilante e trascinante per trasformarsi in una sorta di blues del Delta, rallentato ad arte, ma sempre con elementi gospel grazie alle presenza delle voci femminili, musicalmente un lavoro di questo tipo avrebbe potuto farlo il miglior Ry Cooder, bellissima versione, affascinante ed inconsueta, anche se poi, giustamente, nel finale la canzone lentamente riacquista il suo spirito originale, grazie ad un crescendo splendido, dove Tas Cru distilla dalla sua chitarra lo spirito del Blues. Di cui, mi sento di dire, questo signore attualmente è una delle voci più interessanti in circolazione.

Bruno Conti

Dal Rock Al Blues E Oltre! Jonah Tolchin – Thousand Mile Night

jonah tolchin thousand mile night

Jonah Tolchin – Thousand Mile Night – Yep Roc CD

Jonah Tolchin, musicista originario del New Jersey, pur solo con due dischi alle spalle si può definire un artista completo. Il suo primo amore di gioventù è stato il blues, complice anche un’esperienza indimenticabile allorquando il grande Ronnie Earl lo vide esibirsi in un negozio di dischi e lo invitò con lui on stage, ma nei suoi primi due album (e tre EP) Jonah ha palesato anche influenze folk, rock e country, attirando l’attenzione anche di un esperto come Marvin Etzioni (ex bassista dei Lone Justice), che gli ha prodotto nel 2014 il secondo album, quel Clover Lane che ha incontrato i favori un po’ di tutti, e che vedeva ospiti del calibro di Steve Berlin, Mickey Raphael e John McCauley (leader dei Deer Tick). Thousand Mile Night, che vede ancora Etzioni in consolle, è il terzo e nuovo lavoro di Tolchin, e devo dire che le promesse fatte con Clover Lane sono state mantenute: Jonah ha messo infatti a punto un album molto coeso, con nove canzoni di buon valore ed una cover eccellente, un disco che, pure senza ospiti famosi (oltre ad Etzioni, solo Joachim Cooder, figlio di Ry, alla batteria in alcuni brani), fonde mirabilmente rock, folk ed anche un pizzico di blues, il tutto all’insegna di una strumentazione molto classica, con chitarre e organo spesso in primo piano, e della voce particolare del leader.

Un album serio e ben costruito, ma nello stesso tempo diretto e godibile, che prosegue in maniera logica e senza strattoni il percorso iniziato dal ragazzo nel 2011 con il suo primo EP, Eldawise. L’album tra l’altro è stato inciso ai mitici FAME Studios di Muscle Shoals, in Alabama, un luogo che fa tremare le gambe solo a nominarlo, ma Jonah ha assorbito bene tutte le vibrazioni positive della leggendaria  Beauty In The Ugliest Days dà il via, una ballata intensa e cantata con buon pathos da Jonah, che rivela una voce molto caratteristica: l’accompagnamento è classico, con Danny Roaman ottimo alla solista. La title track è invece un boogie elettroacustico un po’ stralunato ma assolutamente diretto, con il nostro che si dimostra bravo anche alla slide, mentre I Wonder è uno spedito e limpido folk-rock dylaniano di stampo tradizionale, un brano bello, godibile e vibrante: tre canzoni, tre stili diversi, il tutto senza risultare minimamente dispersivo. Completely è una ballata gentile, con un malinconico violino sullo sfondo https://www.youtube.com/watch?v=qHApGo1-SH0 , un intermezzo bucolico che prelude alla fluida Paint My Love, altro slow intenso, suonato con pochi strumenti (ma non ne servivano di più): un bell’esempio di cantautorato puro.

Bella anche Song About Home, ancora lenta, guidata da chitarra acustica, piano ed una leggera percussione, un arrangiamento che ricorda il Paul Simon meno contaminato, mentre Unless You Got Faith è più rock, con l’organo che le dona un sapore d’altri tempi. Niente male anche Where The Hell Are All Of My Friends, ancora tra folk e rock, un motivo denso e ben costruito, con Tolchin che se la cava ottimamente anche alla solista; Working Man Blues # 22 è invece un rock-blues elettrico e vigoroso, molto diverso da quanto proposto finora, ma di sicuro tra le tracce più riuscite. Il CD si chiude ancora all’insegna del blues, con la cover di Hard Time Killing Floor Blues di Skip James, ripresa da Jonah in maniera rigorosa, solo voce e chitarra, ma con il piglio del vero bluesman (come la farebbe uno del calibro di David Bromberg la cui voce ha tra l’altro dei punti in comune con quella di Tolchin). Se avete già Clover Lane e vi è piaciuto, questo Thousand Mile Night non potrà che confermare le vostre buone impressioni; se viceversa non avete ancora nulla di Jonah Tolchin, è il momento giusto per cominciare.

Marco Verdi

Novità Prossime Venture Autunno 2016, Parte I. David Bromberg, Nitty Gritty Dirt Band, Bon Iver, Bob Weir, Billy Bragg/Joe Henry, Devendra Banhart

david bromberg band the blues, the whole blus and nothing but the blues

Riprendiamo con la rubrica della anticipazioni discografiche dopo la pausa estiva (non del Blog che veniva regolarmente aggiornato ogni giorno anche in questo periodo): partiamo con qualche titolo in uscita tra il 23 e il 30 settembre. L’unica eccezione sarebbe il nuovo CD della David Bromberg Band The Blues, The Whole Blues And Nothing But The Blues, che ha una data di pubblicazione ufficiale per il 14 ottobre, tramite l’etichetta Red House, ma visto che sulle nostre lande è già approdato da qualche giorno, tramite la distribuzione Ird, ve lo segnalo comunque.

Si tratta di un eccellente ritorno di Bromberg alle sue radici musicali, con un disco di poderoso blues elettrico, prodotto da Larry Campbell, finanziato con il crowdfunding, tredici brani di autori classici, qualche traditional e anche canzoni di autori più recenti, un paio dello stesso David:

Walking Blues (Robert Johnson)
How Come My Dog Don’t Bark When You Come ‘Round (Unknown)
Kentucky Blues (George ” Little Hat” Jones)
Why Are People Like That ? (Bobby Charles)
A Fool For You (Ray Charles)
Eyesight To The Blind (Sonny Boy Williamson)
900 Miles (Traditional)
Yield Not To Temptation (Deadric Malone)
You’ve Been A Good Ole Wagon (John Willie Henry)
Delia (Traditional)
The Blues, The Whole Blues, Nothing But The Blues (Gary Nicholson & Russell Smith)
This Month (David Bromberg)
You Don’t Have to Go (David Bromberg)

La band è composta da Mark Cosgrove, chitarra elettrica e mandolino, Nate Grower, violino, Butch Amiot, basso e Josh Kanusky, batteria, più una sezione fiati impiegata in cinque brani e, tra gli ospiti, Bill Payne, al piano e all’organo in sette brani, oltre a Teresa Williams, la moglie Campbell, che guida le voci di supporto in Yeld Not To Temptation. Inutile dire (ma lo dico) che il disco è molto bello.

billy bragg joe henry shine a light

Altro album molto bello, è il disco del mese di settembre del Buscadero, la rivista per cui collaboro (un po’ di promozione), parliamo di Shine A Light: Field Recordings From The Great American Railroad, CD dell’accoppiata Billy Bragg & Joe Henry, in uscita il 23 p.v, per la Cooking Vinyl. Si tratta, come dice il titolo, di field recordings, ovvero registrazioni sul campo, effettuate in giro per varie stazioni ferroviarie degli Stati Uniti, in un viaggio da Chicago a Los Angeles, alle prese con la grande tradizione della canzone americana.

1. “Rock Island Line” – Traditional (Recorded by Lead Belly, Lonnie Donegan)
2. “The L&N Don’t Stop Here Anymore” – Jean Ritchie
3. “The Midnight Special” – Traditional (Lead Belly)
4. “Railroad Bill” – Traditional (Riley Puckett)
5. “Lonesome Whistle” – Hank Williams
6. “KC Moan” – Traditional (The Memphis Jug Band)
7. “Waiting for a Train” – Jimmie Rodgers
8. “In the Pines” – Traditional (Lead Belly, The Louvin Brothers)
9. “Gentle on My Mind” – John Hartford (Glen Campbell, Aretha Franklin)

https://www.youtube.com/watch?v=xxHQk9-zZWw

10. “Hobo’s Lullaby” – Goebel Reeves (Woody Guthrie)
11. “Railroading on the Great Divide” – Sara Carter (The Carter Family)
12. “John Henry” – Traditional (Doc Watson)
13. “Early Morning Rain” – Gordon Lightfoot

Un inglese e un americano che si comprendono alla perfezione, per un disco semplice ma profondo.

devendra banhart ape in pink marble

Sempre il 23 settembre, per la Nonesuch/Warner esce il nuovo album di Devendra Banhart Ape In Pink Market. Segue di tre anni il precedente Mala, uscito nel 2013  e che non mi aveva entusiasmato. Tra i collaboratori di Devendra che che ha scritto, prodotto, arrangiato ed inciso quello che è il suo nono disco da solista, ricordiamo i soliti Noah Georgeson e Josiah Steinbrick.

Non ho avuto occasione di ascoltarlo, a parte i due brani apparsi su YouTube, comunque non male. per cui non so dirvi.

nitty gritty dirt band circlin' back

Il  settembre esce, un po’ a sorpresa, per la Warner Nashville, questo Circlin’ Back Celebrating 50 Years che festeggia appunto i 50 anni di carriera della Nitty Gritty Dirt Band (in questi giorni, su etichetta Chesky, è uscito anche un disco solista di John McEuen, Roots Music Made In Brooklyn con vari ospiti pure quello, tra cui Bromberg, John Cowan, Steve Martin, Jay Ungar, John Carter Cash). Viene pubblicato sia in CD che in CD/DVD (entrambi solo per il mercato americano e il combo in esclusiva per Amazon USA).

E’ stato registrato al Ryman Auditorium di Nashville e ha il seguente contenuto, con gli ospiti evidenziati tra parentesi:

Tracklist
1. You Ain’t Going Nowhere
2. Grandpa Was a Carpenter (feat. John Prine)
3. Paradise (feat. John Prine)
4. My Walkin’ Shoes
5. Tennessee Stud (feat. Vince Gill)
6. Nine Pound Hammer (feat. Sam Bush with Vince Gill)
7. Buy for Me the Rain
8. These Days (feat. Jackson Browne)
9. Truthful Parson Brown (feat. Jackson Browne)
10. Keep on the Sunny Side (feat. Alison Krauss)
11. Catfish John (feat. Alison Krauss)
12. An American Dream (feat. Rodney Crowell with Alison Krauss)
13. Long Hard Road (The Sharecropper’s Dream) (feat. Rodney Crowell)
14. Mr. Bojangles (feat. Jerry Jeff Walker)
15. Fishin’ in the Dark (feat. Jimmy Ibbotson)
16. Bayou Jubilee / Sally Was a Goodun
17. Jambalaya
18. Will the Circle Be Unbroken

bob weir blue mountain

Sempre il 30 esce anche il primo disco solista in studio di Bob Weir Blue Mountain, dai tempi degli anni ’70: nel frattempo erano uscite delle collaborazioni Live con Rob Wasserman, dei dischi a nome Bobby And The Midnites, Ratdog e altro. La prima cosa che salta all’occhio guardando la copertina del CD, che verrà pubblicato dalla Sony Legacy, per dirla come qualche comico di cui al momento mi sfugge il nome, “come è diventato vecchio”, al di là dei 68 anni effettivi (69 al 16 ottobre). Comunque, considerazioni sull’età a parte, le canzoni del disco sono state scritte tutte insieme al cantautore Josh Ritter, la produzione è affidata a Josh Kaufman e Dan Goodwin, con lo stesso Weir, tra le collaborazioni niente nomi celeberrimi, a parte qualche membro dei National che lo accompagneranno nel prossimo tour americano ma non appaiono nel CD. Dodici brani nuovi scritti per l’occasione:

1. Only A River
2. Cottonwood Lullaby
3. Gonesville
4. Lay My Lily Down
5. Gallop On The Run
6. Whatever Happened To Rose
7. What The Ghost Towns Know
8. Darkest Hour
9. Ki-Yi Bossie
10. Storm Country
11. Blue Mountain
12. One More River To Cross

Sentiremo, dal primo brano sembra promettente.

bon iver -  22 a million

Viceversa, bruttissimo, o se preferite sorprendente in senso negativo, almeno per i miei gusti personali, e anche in base alle precedenti uscite, è il nuovo disco di Bon Iver 22, A Million, pubblicato dalla Jagaguwar sempre il 30 settembre. Un disco tutto costruito su campionamenti elettronici e cut’n’paste vocali che avrà purei suoi fans, ma il sottoscritto non rientra tra loro. Ve lo segnalo come monito, occhio alla penna, già i titoli sono significatvi:

Tracklist
1. 22 (OVER S∞∞N)
2. 10 d E A T h b R E a s T ⚄ ⚄
3. 715 – CRΣΣKS
4. 33 “GOD”
5. 29 #Strafford APTS
6. 666 ʇ
7. 21 M♢♢N WATER
8. 8 (circle)
9. ____45_____
10. 00000 Million

La prima volta che lo ho ascoltato in anteprima pensavo fosse un difetto delle canzoni, ma invece è proprio così. Come si usa dire, de gustibus…So che esiste questo filone elettronico e che per molti è la musica del futuro, ma non pensavo fosse così anche per Bon Iver, alias Justin Vernon, visti i dischi precedenti. Parere del tutto personale ovviamente e non cercate di convincermi del contrario.

Per oggi è tutto, ci sentiamo nei prossimi giorni per altre uscite future.

Bruno Conti

75 Anni Così? Da Farci La Firma Subito! Joan Baez – 75th Birthday Celebration

joan baez 75th celebration

Joan Baez – 75th Birthday Celebration – Razor & Tie CD – DVD –  2CD/DVD

Quest’anno non solo Bob Dylan ha festeggiato il raggiungimento del settantacinquesimo anno di età, ma ancora prima di lui (il 9 Gennaio) è stata la volta di Joan Baez, che ancora oggi qualcuno associa al grande cantautore di Duluth nonostante i due non abbiano rapporti di alcun genere da almeno trent’anni, a causa del legame fortissimo, sia artistico che sentimentale, che unì Dylan e la Baez all’inizio degli anni sessanta, quando venivano identificati entrambi come i leader del movimento folk di protesta. Come sappiamo Bob deviò presto verso altre strade, mentre Joan ha sempre continuato con le sue battaglie fino ad oggi, con una coerenza rara nel mondo della musica, ma che le fa senz’altro onore, anche se qualcuno potrebbe etichettarla come personaggio anacronistico. A differenza di Dylan, da sempre refrattario alle auto-celebrazioni, Joan ha deciso di festeggiare il compleanno con qualche giorno di ritardo (il 27 Gennaio), con un concerto al Beacon Theatre di New York e con una serie incredibile di grandi ospiti presenti (tranne Bob, naturalmente, ma anche Joan aveva mancato la famosa BobFest al Madison Square Garden nel 1992), tutti in fila rispettosamente ad omaggiare una vera e propria leggenda vivente della nostra musica. E Joan, come si evince dal DVD allegato al doppio CD pubblicato da pochi giorni, per l’occasione (intitolato semplicemente 75th Birthday Celebration) è apparsa in forma eccezionale, sia fisica che vocale, intrattenendo magnificamente per tutti i cento minuti circa dello spettacolo, cantando da sola o con l’aiuto degli amici che vedremo tra breve una bella serie di classici del passato, suoi e di altri, oltre a diverse chicche https://www.youtube.com/watch?v=CvxdtlG3Q9g .

Vocalmente forse Joan non ha più la potenza dei primi anni (quando si diceva potesse rompere un bicchiere di cristallo solo con l’uso della voce), ma la purezza è rimasta intatta, ed in questa serata dimostra anche di essere una padrona di casa splendida, muovendosi sul palco con una classe immensa ed introducendo i vari ospiti con presentazioni brevi ma efficaci (ed è anche un’ottima chitarrista, il che non guasta). Il concerto è al 100% acustico, con pochi brani suonati full band, ma il feeling è talmente alto e le canzoni sono talmente belle che non solo la noia è totalmente assente, ma non si contano i momenti emozionanti o addirittura commoventi. Inizio splendido con l’intensa God Is God, un brano di Steve Earle che Joan esegue in perfetta solitudine, voce limpidissima e grande feeling, due strofe e ho già i brividi; There But For Fortune è uno dei classici assoluti di Phil Ochs, una delle più belle canzoni dello sfortunato folksinger, mentre Freight Train, il noto evergreen di Elizabeth Cotten, vede entrare il primo ospite, cioè il grande David Bromberg, che non canta ma si fa sentire eccome con il suo splendido pickin’. Per Blackbird, nota canzone dei Beatles, Joan è raggiunta sul palco, con acclusa prima grande ovazione, da David Crosby (e da Dirk Powell alla chitarra): i due armonizzano in maniera superlativa, anche perché David questo brano dal vivo con CSN lo fa da una vita; She Moved Through The Fair è una delle più famose ballate irlandesi, ed a Joan si unisce Damien Rice (che è irlandese pure lui), solo due voci ed un harmonium, ma che intensità! Joan omaggia anche Donovan con Catch The Wind (il brano più noto del periodo folk del cantautore, quando veniva chiamato il “Dylan inglese”), ed alla padrona di casa si aggiunge la bravissima Mary Chapin Carpenter per una buona versione, molto rigorosa.

Anche Hard Times, è stata fatta dalla metà di mille (è una canzone popolare composta da Stephen Foster, lo stesso di Oh, Susannah!), e qui Joan divide il microfono con Emmylou Harris, una delle poche che come voce non ha paura della Baez (e Powell si sposta al piano), altra rilettura da pelle d’oca; Joan ed Emmylou vengono poi raggiunte da Jackson Browne (che somiglia sempre di più a Carlo Massarini con la parrucca, ed i due tra l’altro sono amici), per una strepitosa versione a tre voci e tre chitarre di Deportee, una delle più belle canzoni di Woody Guthrie, ed uno dei momenti top della serata. Ed ecco Dylan (inteso come autore), ma Joan, dopo un’introduzione in cui sfotte bonariamente il vecchio Bob, sceglie un pezzo poco conosciuto, Seven Curses, suonato in totale solitudine, come anche la canzone successiva, una fluida interpretazione del traditional Swing Low, Sweet Chariot; la prima parte del concerto (e primo CD) si chiude con la grande Mavis Staples che si unisce a Joan per un medley di puro gospel eseguito a cappella dalle due artiste, Oh, Freedom/Ain’t Gonna Let Nobody Turn Me Around, dove spicca il contrasto tra la potenza di Mavis ed il timbro cristallino di Joan.

The Water Is Wide è un altro splendido traditional che la nostra avrà cantato mille volte, ma stasera con le Indigo Girls (cioè Amy Ray ed Emily Saliers) ed ancora la Chapin Carpenter è tutta un’altra storia; le Ragazze Indaco restano sul palco per un altro pezzo di Dylan, la grandissima Don’t Think Twice, It’s All Right, altra versione da manuale, voci perfette e pathos a mille, un altro magic moment del concerto. Ed ecco il primo brano full band, ed è una eccezionale rilettura del classico House Of The Rising Sun, resa imperdibile dalla presenza di due chitarristi come David Bromberg e Richard Thompson, dire strepitosa è riduttivo. Thompson rimane per una versione a due di quello che è il brano più recente tra quelli proposti: infatti She Never Could Resist A Winding Road era una delle canzoni di punta dello splendido Still, album dello scorso anno del chitarrista inglese http://discoclub.myblog.it/2015/06/30/altro-disco-richard-thompson-still/ , ma la sua presenza in scaletta ha senso in quanto Joan preannuncia che sarà uno dei pezzi presenti sul suo prossimo disco di studio, e se il livello si manterrà così ci sarà da divertirsi; ancora Jackson Browne per una toccante versione di una delle sue signature songs, Before The Deluge (che Joan aveva inciso negli anni settanta), con solo Jackson al piano, più un violino ed una percussione: magnifica. Diamonds And Rust è sicuramente la più bella e famosa tra le (poche) canzoni scritte dalla Baez, e qui è riproposta con un’intensità incredibile, e con l’aiuto di Judy Collins, che ha solo due anni in più di Joan ma sembra sua nonna, anche se è sempre in possesso di una grande voce.

Gracias A La Vida, il noto brano di Violeta Parra ed uno dei maggiori successi di Joan, vede la nostra in compagnia del musicista cileno Nano Stern, per una scintillante versione che parte lenta ma poi si trasforma in un brano dalla ritmica molto vivace e “latina” che piacerà sicuro anche ai fans dei Los Lobos. Ci avviciniamo alla fine, ma c’è il tempo per una stupenda The Boxer eseguita proprio in compagnia di Paul Simon (e di Richard Thompson), un brano tra i più belli di sempre rifatto in maniera sublime; The Night They Drove Old Dixie Down, oltre ad essere uno dei classici assoluti di The Band, è stato anche il più grande successo commerciale di Joan a 45 giri, ed è perfetta per chiudere la serata in questa versione full band, con la Baez visibilmente emozionata quando il pubblico le canta spontaneamente “Happy Birthday To You”; come bis Joan sceglie ancora Dylan, e non poteva esserci canzone più appropriata per l’occasione di Forever Young, eseguita per sola voce e chitarra.

Un concerto magnifico, un atto dovuto per una cantante splendida: ritenendo che Totally Stripped degli Stones ed i volumi 2, 3 e 4 di It’s Too Late To Stop Now di Van Morrison siano comunque da considerarsi ristampe, a mio parere questo 75th Birthday Celebration è, fino a questo momento, il live dell’anno.

Marco Verdi

Il Capostipite Di Una Dinastia Di Musicisti Canadesi Fa Ancora Grande Musica! Ken Whiteley – Freedom Blues

ken whiteley freeedom blues

Ken Whiteley – Freedom Blues – Borealis Music 

Ken Whiteley fa parte di una sorta di dinastia di musicisti canadesi (anche se lui e il fratello Chris sono originari degli Stati Uniti, vivono in Canada, nella zona di Toronto, dalla metà degli anni ’50): proprio con il fratello Chris, ha iniziato a fare musica sul finire degli anni ’60 nella Original Sloth Band, un trio (il terzo componente della band era Tom Evans) che si muoveva in quell’ambito tra blues, folk, roots che era tra gli antenati di quella che oggi si definisce “Americana” music. Sempre con il fratello ha poi fondato i Whiteley Brothers,  dediti a questo stile di musica nell’area blues e dintorni, poi sono nati Ken Whiteley & The Beulah Band, dove milita anche il figlio Ben. A proposito di famiglia, all’appello mancano i figli di Chris: Jenny Whiteley, ottima cantautrice con parecchi album e collaborazioni nel suo carnet, mentre ignoro il CV di Dan Whiteley, l’altro fratello. Venendo al presente, Ken Whiteley ha appena pubblicato nel 2015 un album con la Beulah Band, sempre su Borealis Records, ma vista la distribuzione “carbonara” dell’etichetta pochi se ne sono accorti, mentre l’ultimo album a nome proprio Another Day’s Journey, risale 2010. Quindi cerchiamo di rimediare segnalando questo Freedom Blues, che in copertina riporta una foto del titolare, che ha a giudicare dalla lunga barba bianca e dall’aria vissuta uno potrebbe quasi pensare abbia almeno una ottantina di anni, mentre ne ha giusto compiuti 65 anni al 30 di aprile. Ma a parte i fatti anagrafici Whiteley è pur sempre un pimpante ed eccellente cantante e chitarrista, in possesso di una voce duttile e piacevole, che ricorda a chi vi scrive, di volta in volta, quella di gente come Jesse Winchester, David Bromberg o persino John Mayall, di cui in questo album per certi versi, in parte, ricalca lo stile musicale.

Accompagnato da una ottima band, dove brilla anche una piccola sezione di fiati, con Ewan Divitt, Richard Underhill e Perry White, oltre ad un gruppetto di cantanti di supporto, Kim Harris, Reggie Harris, Amoy Levy, Ciceal Levy (evidentemente i nuclei familiari sono importanti): a completare la formazione Bucky Berger alla batteria e il figlio Ben al basso. Tutto il resto lo suona Ken Whiteley  stesso: chitarre acustiche, elettriche e slide, banjo, armonica, mandolino, piano e organo, percussioni varie. Il risultato è un album dove lo stile cantautorale va a braccetto con il blues, ora venato di folk, ora elettrico, a tratti con forti elementi gospel, e anche con reminescenze del sound della grande Band quando a guidarla vocalmente era Levon Helm.. I brani sono scritti per la maggior parte dallo stesso Whiteley, ma troviamo un brano della nipote Jenny, altri autori minori, qualche traditional e un super classico posto in conclusione. A chi scrive l’album è piaciuto parecchio: dall’iniziale Bring It All Right Down dove sembra di ascoltare il miglior Jesse Winchester degli anni ’70, con la slide acustica di Ken a tessere splendide trame sonore, rafforzate dal suono vintage dell’organo Hammond e dalle corali armonie vocali che aggiungono fascino al tutto, mentre i fiati sono deliziosi in questo piccolo gioiello sonoro posto in apertura.

Freedom Blues sembra provenire dai vecchi vinili della David Bromberg Band, fiati sincopati, una voce sorniona, il blues rivisitato con gusto, le solite armonie vocali di supporto a “colorare” il brano. Freedom Is A Constant Struggle è un lungo gospel blues che parte come un brano di Ry Cooder, con una slide acustica e il canto d’insieme dei protagonisti, poi parte il call and response tipico del genere, intenso e complesso, di grande fascino, con i musicisti impegnati a cogliere le sfumature di questo poderoso brano tradzionale, mentre Whiteley distilla con maestria note dalla sua slide. Stesso discorso per la successiva Throw Me Anywhere, più cadenzata e mossa, che nella seconda parte tenta una trasferta in quel di New Orleans.  Omar Khadr’s Blues dove la voce di Whiteley assume un timbro alla John Mayall, potrebbe essere un brano dei Bluesbreakers americani della seconda fase, con Give Your Hands To Struggle che è una canzone della Sweet Honey In The Rock, quindi un gospel, ma intriso da una profonda anima soul, pezzo splendido e avvincente, Sewing Machines è una bella canzone pianistica scritta dalla cantautrice canadese Nancy White, gradevole anche Right Here In My Town e molto bella Halls Of Folsom, scritta dalla nipote Jenny Whiteley, che pare uscire da qualche disco solista di Levon Helm. Deliziose anche The Other Shore, sempre con quella slide tangente e la cover di Midnight Special, dove washboard e armonica rievocano antichi sapori musicali. E in conclusione di tutto una eccellente versione di I Shall Be Released di Bob Dylan, che parte intima e raccolta, poi si apre in un crescendo corale splendido, con la slide di Whiteley in grande evidenza.

Bruno Conti  

Un Omaggio A Jimmie Rodgers E Alla “Vecchia” Musica Country Delle Origini. Paul Burch – Meridian Rising

paul burch meridian rising

Paul Burch – Meridian Rising – Plowboy Records 

Paul Burch è uno dei tanti musicisti che vivono ed operano nel “lato buono” di Nashville, quello lontano dal country-pop plastificato delle majors, e vicino alla musica delle radici, al country più genuino, alla buona musica insomma. Il nativo di Wahington, DC festeggia quest’anno venti anni di attività discografica, con una dozzina di album pubblicati a proprio nome. Da molti anni nei suoi dischi suonano i WPA Ballclub, un collettivo di musicisti ed amici che ricorrono anche in questo album, con un cenno di merito per Fats Kaplin, violino, chitarre, banjo, nonché l’ottimo Dennis Crouch, contrabbassista di grande gusto e tecnica,tra i musicisti preferiti di T-Bone Burnett, che lo usa spesso e volentieri nelle proprie produzioni. In questo Meridian Rising troviamo anche Jen Gunderman a piano e fisa, Tommy Perkinson e Justin Amaral, che si alternano alla batteria, e tra i tanti ospiti presenti nel disco, ricordiamo Richard Bennett alla chitarra, Jon Langford (Waco Brothers(, vocalist aggiunto, Tim O’Brien al bouzouki e Garry Tallent, bassista di quel gruppo di cui al momento mi sfugge il nome, nelle inconsuete vesti di suonatore di tuba.

Forse non abbiamo ancora detto che questo album è un tributo alla musica di Jimmie Rodgers, ma non attraverso la rivisitazione delle sue canzoni, come avevano fatto il compianto Merle Haggard con Same Train, A Different Time o Bob Dylan con il Songs Of Jimmie Rodgers, bensì attraverso una sorta di autobiografia fittizia costruita dallo stesso Paul Burch, che immagina di raccontare attraverso una serie di canzoni scritte per l’occasione, la vita e la musica di colui che è stato definito di volta in volta, “The Father Of Country Music”, “Singing Brakeman”, “The Blue Yodeler”, “Yodeling Cowboy”, inserendo anche nei brani elementi di western swing, blues, folk, jazz e musica tradizionale in generale, quello che si sentiva in quell’epoca, durante  una vita, breve ma intensa, durata solo dal 1897 al 1933. Il risultato di questo album mi ha ricordato in parte quei dischi anni ’70 di David Bromberg, album in cui questi generi venivano frullati in una sorta di composito che brillava per la capacità, l’ironia, il gusto per l’old fashioned che si sprigionava da quei solchi. Mi sembra che pure Paul Burch, con il suo stile laconico ma espansivo, pieno di affetto per la musica che rivisita, in modo rigoroso ma anche divertente, abbia centrato l’obiettivo che si era proposto, ovvero trasportare quella musica e quelle melodie nel 21° secolo, senza essere troppo didascalico, ma un poco sì, perché l’insieme lo richiede: forse già sentito altre volte, ma quando è ben fatto si ascolta con piacere, sarà pure revivalismo, ma non è solo fine a sé stesso.

Burch, come si può rilevare dal suo sito http://www.paulburch.com/the-story-of-meridian-rising , ha fatto un accuratissimo lavoro di ricerca sulla vita di Rodgers, quindi la biografia in musica è assolutamente attendibile e i brani sono tutti molto gradevoli: dall’apertura con la piacevole Meridian, un brano attraversato dal clarinetto di Chloe Feoranzo, che potrebbe quasi uscire da un disco di Bix Beiderbecke, non fosse per la chiarezza cristallina del suono, perfettamente delineata da una produzione quasi filologica; Cadillacin’ è un boogie swing pianistico che racconta l’abitudine di Jimmie di girare gli States con la sua Cadillac per recarsi ai concerti da una città all’altra, mentre Us Rte 49 ci trasporta sulla Route 49 con un brano dove il blues, misto a ragtime, è il tema del pezzo. Non poteva mancare Baby Blue Yodel, un breve tuffo nello yodeling tipico di Rodgers, molto bella la delicata Black Lady Blues, ambientata in Louisiana e con il violino di Fats Kaplin, oltre al sax baritono di Cal Gray ed alla tuba di Tallent. Bromberg a parte, si potrebbero ricordare gli album di Pokey La Farge http://discoclub.myblog.it/2013/07/14/uno-strano-tipo-bravo-pero-5509769/  o di Meschiya Lake http://discoclub.myblog.it/2014/02/15/giovane-vecchia-meschiya-lake-the-little-big-horns-foolers-gold/ , altri revivalisti doc, oppure potrei citare Maria Muldaur e il suo folk country blues da jug band, anche se il sound è più complesso.

jimmie rodgers meridian

Ain’t That Water Lucky è più “scura” e malinconica, un country-blues lungo il Mississippi, con June che è uno dei vari brevi sketches strumentali che punteggiano la narrazione, ce ne sono altri cinque fino alla fine del disco, con il dixieland di Oh, Didn’t He Ramble che chiude la storia. Ma prima troviamo il viaggio in Europa di To Paris (with regrets) dove la fisarmonica di Kaplin, aggiunge ulteriori sapori retrò allo stile Reinhardt/Grappelli del brano, con Gunter Hotel Blues, che con le sue 12 battute classiche tiene fede al titolo, o la divertente The Girl I Sawed In Half, che racconta di quegli anni di feste paesane e circhi itineranti, in questo caso a tempo di deliziosa New Orleans music. O la denuncia sociale del valzerone country di Poor Don’t Vote e la divertente e soffusa diapositiva seppiata rappresentata in Back To The Honky Tonks, cantata in modo sornione da Paul Burch. Piacevole e diverso da molta musica in circolazione al momento.

Bruno Conti