Delaney & Bonnie (E Pure Eric Clapton) Avrebbero Approvato. Tommy Castro & The Painkillers – Stompin’ Ground

tommy castro stompin' ground

Tommy Castro & The Painkilles – Stompin’ Ground – Alligator Records/Ird

Il motto della Alligator è “Genuine Houserockin’ Music”, e mi sembra si attagli perfettamente alla musica di Tommy Castro, 62 anni di età, 25 anni di onorata carriera discografica ed una ventina di album alle spalle.. Da sempre innamorato del blues, del soul e del R&R, ne ha fatto una sorta di filosofia di vita applicata ai suoi dischi: ormai da parecchi anni la qualità delle sue uscite è sempre elevata http://discoclub.myblog.it/2011/06/15/ma-allora-e-un-vizio-quelle-delle-crociere-tommy-castro-pres/  e difficilmente uno termina l’ascolto di uno dei suoi lavori senza un bel sospiro di soddisfazione. Al sottoscritto è successo, dopo avere ascoltato questo Stompin’ Ground, che ancora una volta centra l’obiettivo di divertire, con classe, grinta e belle canzoni. Il primo paragone che mi sarei sentito di fare dopo il suddetto ascolto è stato “ma ca…spiterina, sembra un disco di Delaney & Bonnie”, e pure di quelli buoni, o anche di qualche blues&soul revue alla Ike & Tina Turner, comunque la si giri sempre buona musica. Il nativo di San Jose, California, per l’occasione si fa aiutare dal compagno di etichetta Kid Andersen (nonché chitarrista dei Nightcats di Rick Estrin), che proprio nella “cittadina” californiana (si fa per dire, con 1 milione di abitanti) della Silicon Valley ha aperto i suoi studi di registrazione Greaseland, dove l’album, co-prodotto dai due, è stato registrato.

Oltre a Kid Andersen, che suona anche la chitarra rimica, nel disco troviamo i fedeli Painkillers, Randy McDonald al basso, Bowen Brown alla batteria e Michael Emerson alle tastiere, che sono una band formidabile, ma anche le “truppe di riserva” non scherzano, con la moglie di Andersen Lisa Leuschner, alle armonie vocali, la brava Nancy Wright al sax, John Halbleib alla tromba, a rendere ancora più corposo il suono vibrante del disco, e un quartetto di ospiti che fanno sentire la loro presenza in modo cospicuo. Partiamo proprio dai pezzi con gli ospiti, che si trovano nella seconda parte del CD, la vecchia facciata B dei vinili: Rock Bottom, un pezzo di Elvin Bishop, che era sul suo primo disco solista del 1972, Rock My Soul, un titolo, un programma, è una scarica di southern-rock, con chitarre all’unisono e Castro che si misura con Mike Zito per decidere chi è il più bravo e tosto, il match è alla pari, con le chitarre e le voci, e tutta la band che tirano come delle “cippe lippe”, un brano formidabile.

E pure Danielle Nicole (ex Schnebelen e Trampled Under Foot) ci mette del suo in una vibrante ripresa di Soul Shake, un vecchio pezzo di Peggy Scott & JoJo Benson, che però tutti ricordano proprio nella versione di Delaney & Bonnie su Motel Shot, in quel caso c’era Duane Allman alla chitarra, ma la Danielle e Castro ci danno dentro come due forsennati, Emerson va di tastiere alla grande e il resto della band ribadisce quel soul-rock che all’epoca frequentava anche Clapton nel suo primo disco omonimo.Terzo ospite del disco David Hidalgo dei Los Lobos per una tiratissima Them Changes, il pezzo di Buddy Miles (e Hendrix) di recente apparso anche nel fantastico doppio dal vivo di Steve Winwood, grande versione con le chitarre “fumanti” dei due protagonisti, come pure una Live Every Day scritta da Castro, ma veicolo ideale per Charlie Musselwhite, voce solista (insieme a Tommy) ed armonica in un blues lento che sembra qualche gemma perduta del repertorio di John Lee Hooker.

E il resto dell’album non è da meno, anzi: l’iniziale Nonchalant, con fiati aggiunti guidati dalla Wright, viene sempre da quella scuola da blues and soul revue di ferina efficacia, con la Leuschner che fa da grintosa seconda voce femminile e un assolo di piano elettrico di Emerson che è pura libidine, prima dell’ingresso della solista di Castro, che ribadisce chi sia il Boss delle chitarre. Ancora Delaney & Bonnie sugli scudi per una saltellante Blues All Around Me, tutta ritmo e feeling sopraffino, tra sferzate della solista e fiati e tastiere impazzite, perfetta; Fear Is The Enemy è un rock-blues di rara potenza, alla J.Geils Band, con il gruppo che tira di brutto per tenere dietro alla Leuschner e a Castro, che strapazza di gusto la sua chitarra in una serie di soli impressionanti. Per non dire di My Old Neighborhood una lirica e languida soul ballad che sembra venire da qualche vecchio disco della Stax registrato nel profondo Sud, cantato divinamente, in modo felpato, come se Castro fosse un novello Eddie Hinton; Enough Is Enough alza i ritmi per una canzone a tutto boogie in stile ZZ Top, con Gibbons e soci che sono sicuro scuoterebbero le loro barbe in approvazione sul riff assassino della solista del buon Tommy che va di slide alla grande. Love Is, in un tripudio di percussioni, è un funky rotondo e sensuale che profuma di blaxploitation anni ’70.

Dei brani con gli ospiti abbiamo detto, mancano una splendida Further On Down The Road, il vecchio pezzo di Taj Mahal, sentito anche sul recente Old Sock di Eric Clapton, non so quale versione è la migliore, una bella lotta. Molto bella anche la conclusiva Sticks And Stones, un vecchio pezzo del repertorio di Ray Charles che illustra il lato R&B di un album complessivamente solido e di grande qualità. Consigliato vivamente!

Bruno Conti

Una Breve E Gustosa Storia Del Blues (Rock) Su Due Dischi. Nick Moss Band – From The Root To The Fruit

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Nick Moss Band – From The Root To The Fruit – 2 CD Blue Bella Records                                                                     

Di questo corpulento signore avevo recensito nel 2011 l’ottimo Here I Am http://discoclub.myblog.it/2011/12/06/un-grosso-chitarrista-nick-moss-here-i-am/ , un album che aveva delle note di copertina firmate da Jimmy Thackery che tesseva le lodi di questo non più giovane musicista di Chicago (quest’anno sono 46), fautore di uno stile che partendo dal blues puro, con il passare del tempo, ha aggiunto elementi rock, funky, soul, southern, omaggi a Hendrix e altri rivoli di musica delle radici, creando un melting pot sonoro vario e stimolante. Da allora Nick Moss ha pubblicato altri tre album, arrivando a quota dodici (tutti pubblicati sulla propria etichetta Blue Bella): Time Ain’t Free del 2014, un recente Live And Luscious, che come lascia intuire il titolo è dal vivo e presenta anche versioni di brani che poi sono stati inseriti in questo From The Root To The Fruit. Il nuovo album è una sorta di concept album sulla storia del blues (e del rock), dalle origini (il primo disco) ai giorni nostri (il secondo CD), con deviazioni lungo il percorso anche verso sixties soul, garage e rock classico. Ovviamente a grandi linee e attraverso una serie di brani composti per l’occasione, con solo due cover e un traditional a rimpolpare il menu. Il nostro amico ha anche una eccellente band che lo accompagna, Michael Ledbetter alla chitarra ritmica e grande voce solista in molti dei brani, il tastierista Taylor Streiff e la sezione ritmica con Nick Fane al basso e Patrick Seals alla batteria. Più alcuni ospiti di pregio: Sax Gordon, ai fiati in tre brani. Jason Ricci all’armonica e David Hidalgo dei Los Lobos.

Il risultato, ancora una volta, è un disco fresco e pimpante, poderoso e rock a tratti, più rigoroso e vicino alla tradizione in altri, comunque sempre decisamente sopra la media per questo tipo di dischi, confermando Moss come uno dei migliori chitarristi attualmente in circolazione. Ci sono ben 27 brani nei due CD e quindi non ve li ricorderò tutti (o forse sì), ma vi segnalo l’uno-due iniziale, in puro Chicago style old school di Before The Night Is Through e Make Way For Me (più R&B, e con fiati aggiunti), con la bellissima voce di Ledbetter in evidenza e un sound che ricorda molto la Blues Jam at Chess dei Fleetwod Mac di Peter Green. Dead Man’s Hand, nella curva temporale del racconto, vira verso il R&R, Moss è anche voce solista (meno valido di Ledbetter) e comincia a scaldare la solista, ben coadiuvato dal piano di Streiff e dal sax di Gordon. La title-track è un blues duro e puro, con Moss che si districa con classe anche all’armonica, Haymarket Hop è uno strumentale in stile jump, divertente e scanzonato, mentre Symone è uno slow blues ben strutturato, seguita dalla latineggiante Love Me, un vecchio brano di Junior Wells. che segue il percorso temporale della narrazione, mentre Lost And Found è uno slow blues carnale ed intenso dove Moss e Ledbetter mettono in mostra il dualismo voce e chitarra, tipico di questi brani. Eccellenti anche I Dig e lo strumentale Rump Rush (sempre lato classico, siamo dalle parti di Freddie King, Magic Sam, Jimmy Dawkins); Long Tall Woman è la cover di un pezzo di Elmore James, seguita da The Woman I Love, dove si apprezza l’armonica di Jason Ricci e Walk Away, dove la chitarra con wah-wah di Moss ricorda certe sonorità alla Buddy Guy, mentre la breve traccia strumentale Cold Store conclude il primo disco e comincia ad introdurci al suono più blues-rock del secondo.

Che si apre sulle derive quasi psichedeliche di Catch Me I’m Falling e sul funky-rock sudista dell’ottima Jupiter Florida, entrambe cantate con piglio superbo da Ledbetter. Breakdown comincia ad alzare l’asticella rock e la band inizia a tirare di brutto, come ribadito nelle improvvisazioni della lunga Serves Me Right (Space Jam), grande brano dove si gustano appieno le evoluzioni della solista di Nick Moss, ma anche nello strumentale santaneggiante Ta Ta For Tay Tay e nella splendida rock’n’soul ballad Breathe Easy, dove sembra di sentire la Tedeschi Trucks Band, con tanto di voci femminili aggiunte. E quando David Hidalgo aggiunge la sua solista in Free Will si affacciano i Los Lobos più blues-rock. Grateful è un pezzo rock quasi stonesiano e in Shade Tree, di nuovo con derive soul, la voce di Ledbetter assume un timbro quasi alla Steve Winwood. Stuck ha quel’impeto garage ricordato in apertura e Stand By è un blues-rock gagliardo, quasi hendrixiano. Concludono questa fatica della Nick Moss Band il funky-rock meticciato di Speak Up e il sognante strumentale Heavy Water, dove Moss strapazza ancora una volta la sua chitarra. Bel disco, veramente variegato e ben suonato, con una nota di merito anche per la voce di Michael Ledbetter https://www.youtube.com/watch?v=g3QHVd9dH0I !

Bruno Conti