15/01/2013

Vecchia Scuola Blues - Willie Buck - Cell Phone Man

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Willie Buck with the Rockin’ Johnny Band – Cell Phone Man – Delmark

Un disco ogni trenta anni non è propriamente una media da scudetto, ma nel Blues succede: Willie Buck è uno degli ultimi veterani della scena di Chicago, un cantante dalla voce ancora poderosa e pimpante, diretta discendente di quella di Muddy Waters (di cui quest’anno si ricordano,rispettivamente, i 30 dalla morte e il centenario della nascita, 1913) del quale ricorda moltissimo la voce, fin nelle inflessioni più particolari. Ma non è imitazione, è proprio sincera ammirazione, per questo musicista, in pista dagli anni ’50, ma che a livello professionale ha pubblicato solo due dischi, The Life I Love (uscito in origine a livello locale, con un altro titolo, nel 1982 e recentemente ristampato dalla Delmark) e ora questo Cell Phone Man.

Questo signore è uno degli ultimi baluardi di quel tipo di suono fifties e ha trovato nella Rockin’ Johnny Band, band di bianchi ma dallo spirito “nero”, anche loro innamorati di quello stile, un gruppo di accompagnatori molto affidabile: Buck lamenta la sempre maggiore difficoltà nel trovare musicisti in grado di riprodurre questo tipo di sound, sanguigno ed elettrico, ma tradizionale al tempo stesso, senza scadere (a suo parere) nel blues-rock. In questo senso le canzoni e la musica di Waters la conoscono tutti, quindi se i suoi contemporanei sono sempre meno, nuove generazioni pronte a scandire le 12 battute in modo classico si trovano sempre. E allora vai con la chitarra elettrica di Rick Kreher (il solista della band di Rockin’ Johnny, che in qualità di leader appare come seconda chitarra e all’acustica in due brani), la sezione ritmica di John Sefner al basso e Steve Bass (?!?) alla batteria, più gli ospiti Barrelhouse Chuck al piano (e qui con nome e soprannome ci siamo) e, doppia razione di armonicisti, Bharath Rajakumar e Martin Lang che si dividono lo strumento (spesso elettrificato, nella migliore tradizione) a seconda dei brani. Di quelli a firma Muddy Waters o McKinley Morganfield (spiegare la differenza) ce ne sono ben cinque, più tre PD (non quello che pensate anche se siamo in periodo elettorale, sta per Pubblico Dominio), un paio di cover e nove brani a nome Willie Buck.

Ma il risultato è sempre quello, innestato il drive che fu delle band varie del grande Muddy negli anni ’50 e ’60, Buck provvede a “rinfrescare” e riproporre il repertorio del classico Chicago sound di quegli anni, imparato a memoria quando nel corso degli anni, durante i weekend (perché prudentemente si era tenuto, per vivere, il suo mestiere di meccanico), suonava nei vari club della Windy City e quindi a lui, rock and roll, soul, funky e disco gli fanno un baffo, per il nostro amico c’è solo il blues, elettrico, ma nel solco della tradizione, basato sull’interazione tra la sua bella voce e l’interscambio tra i vari solisti, piano, armonica e chitarra elettrica. Qualche concessione ad un suono acustico, come in una bellissima versione di Two Trains Running di Mastro Muddy, solo voce e chitarra, e I wanna Talk with My baby, nuovamente in questo formato intimo, sono le uniche variazioni sul tema principale.

Per il resto l’unica concessione di Buck alla tecnologia è il cellulare che lo riprende in azione sulla copertina del CD. Dal Mississippi della sua adolescenza a Chicago il tragitto è stato relativamente breve e da lì non si più mosso. In questo caso non vi sto a nominare i nomi dei vari brani che compongono questo album, non ce n’è bisogno, il livello è medio alto e la passione che fuoriesce dai solchi (ok, dai bytes) è chiaramente palpabile e, il che non guasta, il disco non è caratterizzato da quella filologia sonora ricercata a tutti i costi che spesso rende noiosi e pallosi molti dei dischi di blues tradizionale che escono di questi tempi. Meglio, piuttosto, del sano rock-blues, duro o chitarristico o dischi di sani principi come questo Cell Phone Man, disco che potrebbe essere uscito, che so, anche nel 1957, ma visto che vede la luce oggi, lo segnalo all’attenzione degli appassionati del buon Blues d’annata!

Bruno Conti

09/01/2013

Aggiungiamo Alla Lista Dei Bluesman. Mike Wheeler - Self Made Man

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 Mike Wheeler – Self Made Man – Delmark

Ecco un altro “giovane” e pimpante artista blues, su piazza (Chicago) da soli trenta anni, questo dovrebbe essere il suo secondo album da solista, ma ha suonato (e suona) con molti dei migliori artisti della scena locale e non. Ad esempio è apparso anche con un paio di musicisti di cui mi è capitato di parlare in questi ultimi tempi: Linsey Alexander e, soprattutto, con i Chicago Playboys dell’ottimo Big James ( big+james+and+the+chicago+playboys), entrambi compagni di etichetta, ovvero per la mai doma Delmark, sempre alla ricerca di artisti in grado di perpetrare la lunga storia del Blues (o meglio, Alexander e Wheeler incidono per la Delmark, Big James per la Blind Pig)!

Nei Chicago Playboys (con cui suona dal 1998 ed appare in 5 dei loro CD), Mike Wheeler ha sviluppato anche una notevole attitudine per il funky, il r&B e il soul, da unire al classico Chicago blues, caratteristica che (nel suo piccolo) lo avvicina a uno come Albert King, che nei suoi dischi su Stax sapeva abilmente miscelare tutte queste sonorità. Wheeler, naturalmente, non è a quei livelli, ma si difende alla grande, bella voce, senza esagerare, un suono della solista limpido e pungente, con il giusto rilievo alla parte ritmica, in alternativa a soli brevi e ficcanti ma ricchi di gusto. E questo Self Made Man sicuramente soddisferà il palato degli appassionati del genere.

Si tratti del lungo funky-soul bluesato dell’iniziale Here I Am, con la solista in bella evidenza. ben supportata dall’organo vintage del bravo Brian James, che si concede dei piacevoli interventi, o il classico swing di Big Mistake, con James al piano ad alternarsi con la chitarra di Wheeler. Anche la title-track, Self Made Man predilige ritmi funky ed evidenzia l’influenza di Albert King, con l’armonica di Omar Coleman ad aggiungere pepe all’esecuzione. Nel CD c’è posto anche per il classico shuffle di I’m Missing You, canonico blues nelle sonorità care all’etichetta di appartenenza, con qualche svolazzo dell’organo di James che prepara il terreno per il solo di Wheeler. Join Hands è super funky, con tanto di basso “slappato” dell’onesto Larry Williams.

Let Me Love You è proprio il classico di Willie Dixon, ma suonato con una patina di modernità, alla Robert Cray per intenderci. Siamo al settimo brano e ancora nessun bello slow blues di quelli dove puoi strapazzare la chitarra per la goduria dei “chitarrofili”? You’re Doing Wrong rimedia alla grande con Wheeler che esplora il manico della sua chitarra con la giusta dose di abbandono. Walkin’ Out The Door paga il giusto tributo all’altro grande King, B.B, con il suo ritmo marcato e le linee sinuose della solista in alternanza al piano. Ritmi nuovamente sincopati per Get Your Mind Right con armonica e organo a dare man forte alla voce e chitarra di Mike Wheeler. Anche I Don’t  Like It Like That ha quel sound funky alla Albert King, Albert Collins o Johnny Guitar Watson, con l’aggiunta di organo Hammond, come pure Moving Forward nuovamente con il basso molto carico di Williams e le lunghe linee soliste della chitarra. Per concludere, un brano che si chiama Chicago Blues (c’è bisogno di dire altro?) e I’m Working nuovamente tra funky e R&B con la chitarrina ritmica del leader a dettare i tempi.

Per essere “uno che si è fatto da sé”, non male, aggiungiamo alla lista!

Bruno Conti

08/03/2012

I Was Born In Chicago...Studebaker John - Old School Rockin'

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Studebaker John – Old School Rockin’ – Delmark

Parafrasando l’incipit, l’attacco, di uno dei più famosi brani scritti da Nick Gravenites,  si potrebbe dire: “I was Born In Chicago in nineteen and forty-one “(che, curiosamente, non è l’anno di nascita né di Gravenites che l’ha scritta, né di Paul Butterfield che l’ha lanciata, ma probabilmente per motivi di rima con “gun”) e sostituendo la data con quella di Studebaker John (1952) otteniamo un altro illustre nativo della capitale del Blues elettrico, la Windy City.

L’oggetto di questo “spazio” prende il nome d’arte da una fabbrica di automobili americana che ormai non esiste più, ma anche lui è uno dei “nostri”, visto che il suo vero nome è John Grimaldi. Tralasciando le note biografiche Studebaker John ha una lunga carriera alle spalle, iniziata, come per molti altri ragazzi bianchi, con la scoperta, dopo il rock’n’roll, della musica nera per antonomasia, il Blues. Quindi Jimmy Reed, Freddie King, Slim Harpo ma anche gli Stones, gli Yardbirds, i Fleetwood Mac di Peter Green (in pellegrinaggio a Chicago) e poi Butterfield, Bloomfield, Dylan, Johnny Winter e molti altri. Ma per il nostro amico la miccia fu uno “sconosciuto” suonatore di armonica privo di un braccio, tale Big John Wrencher, che suonava regolarmente a Maxwell Street e poi anche il grande Hound Dog Taylor, quindi per non fare torto a nessuno ha imparato a suonare sia l’armonica che la slide, che poi è diventata il suo strumento principale.

Un altro aggancio con la città dell’Illinois è l’etichetta Delmark, l’ultima grande etichetta storica di Blues della città (e già, e l’Alligator qualcuno dirà? Ma quella è venuta dopo) alla quale Studebaker John è approdato da un paio di anni, dopo una lunga carriera con etichette come la Blind Pig, la Evidence e la Avanti. Se il disco precedente That’s The Way You Do era un omaggio al Blues più tradizionale con il nome di Maxwell Street Kings, questo Old School Rockin’, già dal titolo, indica un approccio più tirato, più elettrico, alle sue radici musicali, definirlo rock-blues è probabilmente esagerato ma i ritmi e la slide viaggiano spediti sulle traiettorie del Ry Cooder meno roots o dei vari gruppi con licenza di slide che sono nati negli ultimi anni e in quanto tale ha una carica più dirompente rispetto a prove in ambito più “tradizionale” di Studebaker.  

E quindi sin dall’iniziale Rockin’ That Boogie, con uno di quei titoli che spiegano chiaramente le intenzioni del brano, è una festa di slide e ritmi, con quell’approccio live in studio che ricorda i concerti (giusto qualche chitarra aggiunta in fase di registrazione, ma il minimo sindacale) e una voce vagamente alla Hiatt, senza la potenza dell’altro John ma con un bel tiro. Disease Called Love ha quel sound che ricorda le incisioni di Howlin’ Wolf per la Chess degli anni ’60, tra Spoonful e Evil. La lunga Fire Down Below (niente a che vedere con Seger), ma ci sono altri brani intorno ai 6 minuti, ci consente di ascoltare oltre alle consuete cavalcate con la slide anche un notevole assolo di armonica che mi ha ricordato il suono (tra i tanti) di John Popper dei Blues Traveler. Rockin’ Hot, molto cadenzata e Fine Little Machine dall’andamento Stonesiano sono tra i suoi cavalli di battaglia in concerto e alzano la temperatura del disco mentre Old School Rockin’ è un altro bel boogie “cattivo” alla Hound Dog Taylor. She Got It Right, tra Fabulous Thunderbirds e ZZTop è uno dei brani dove si sconfina (quasi) nel rock-blues sempre con quella voce alla John Hiatt e la chitarra che impazza alla grande. Deal With The Devil potrebbe essere una traccia perduta dei primi Canned Heat, Mesmerized vagamente latineggiante nei ritmi è più “trattenuta”.

Ma se devo essere sincero tra i 14 brani, tutti originali, che compongono questo album non ci sono punti deboli, tutta roba buona, tanto boogie, blues di qualità, un bel suono dalla slide guitar e dall’armonica di Studebaker John che centra con questo Old School Rockin’ probabilmente il miglior disco della sua carriera.

Da sentire, blues di quello giusto!

Bruno Conti