Dal Vivo Non Tradivano Mai! Allman Brothers Band – Concord Pavilion, August 10th 1989

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Allman Brothers Band – Concord Pavilion, August 10th 1989 – Silver Dollar CD

Chi mi conosce sa che non sono mai stato molto favorevole al proliferare, da qualche anno a questa parte, di CD live tratti da broadcast radiofonici del passato, dei veri e propri bootleg che solo per un cavillo nel Regno Unito sono considerati legali. Come in tutte le regole però ci sono le eccezioni, ed una di queste è certamente questo dischetto che riporta parte di un concerto tenutosi a Concord (una cittadina della Bay Area) nell’agosto del 1989, durante il reunion tour della Allman Brothers Band, che si era riformata dopo sette anni di separazione e che da lì a meno di un anno avrebbe dato alle stampe l’eccellente comeback album Seven Turns. La band in quel periodo era formata da sette elementi, il nucleo originale (Gregg Allman, Dickey Betts, Butch Trucks e Jaimoe), più le new entries Warren Haynes ed Allen Woody (che pochi anni dopo avrebbero contribuito a scrivere parte della storia del rock americano con i Gov’t Mule, anche se Woody ci lascerà prematuramente) oltre al formidabile tastierista Johnny Neel. La reunion, e ciò verrà confermato negli anni a seguire, non era avvenuta per pure ragioni pecuniarie, ma soprattutto per la voglia di ricominciare a fare (grande) musica insieme: infatti quei concerti avevano ripresentato una band in forma smagliante, quasi ai livelli stratosferici dei primi anni settanta, e questo Concord Pavilion, August 10th 1989 ne è la parziale testimonianza: solo sette canzoni, ma che occupano tutto lo spazio disponibile sul CD, anche se non nascondo che avrei preferito ascoltare il concerto completo.

L’incisione è più che buona, anche se ho sentito di meglio: gli strumenti si distinguono tutti nitidamente, solo la batteria è leggermente ovattata, ed a volte la voce è in secondo piano; ma ciò che manca a livello sonoro è ampiamente compensato dalla qualità della performance. I “magnifici sette” scaldano i motori con Statesboro Blues, il classico di Blind Willie McTell che i nostri resero immortale nel Live At Fillmore East: questa versione non è di molto inferiore, con l’ugola di Gregg subito in palla, Haynes che cerca di non far rimpiangere Duane con la slide (ed in parte ci riesce) e Neel stratosferico al piano: una rilettura trascinante. Introdotta da un lungo assolo di armonica abbiamo poi Blues Ain’t Nothing, un saltellante e classico blues scritto da Ferlin Husky non frequente nelle performances degli Allman (e che vanta versioni da parte di Taj Mahal e Clarence “Gatemouth” Brown), proposto con sonorità decisamente calde ed un ottimo senso del ritmo da parte dei due batteristi. Il concerto entra nel vivo con la splendida Blue Sky, una delle signature songs di Betts, tipica del suo stile terso e limpido, ripresa alla grande e con la chitarra liquida del nostro in grande spolvero, per sette minuti di godimento assoluto, in cui anche Haynes dice la sua in maniera strepitosa.

Ed è la volta del poker finale di classici, formato dalle inarrivabili In Memory Of Elizabeth Reed, Dreams, Jessica e Whipping Post, che da sole arrivano quasi ad un’ora di musica: un’ora piena di assoli, cambi di ritmo, improvvisazioni tra rock, blues e shuffle, che ci fanno ritrovare la stessa band che negli anni settanta scrisse la storia del southern rock. In particolare, una Elizabeth Reed così bella, lunga e fluida l’avevo sentita raramente, un quarto d’ora di pura poesia strumentale, ed anche Jessica non è da meno, con performances incredibili da parte di Neel (un grandissimo pianista, purtroppo spesso dimenticato) e di Betts che, non me ne voglia Derek Trucks, per me sarà sempre il vero chitarrista degli Allman (oltre ovviamente a Duane). Di live della Allman Brothers Band, legali o meno, sul mercato non ne mancano di certo, ma ignorare questo Concord Pavilion sarebbe a mio parere un grande errore.

Marco Verdi

Una Buona Annata Per Il Gruppo! The Allman Brothers Band – Austin City Limits 1995

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The Allman Brothers Band – Austin City Limits 1995 – Go Faster Records 

Austin City Limits e gli Allman Brothers sono due marchi di garanzia di enorme successo: la trasmissione texana nel 2014 ha festeggiato i 40 anni di attività (grande concerto, esiste in DVD https://www.youtube.com/watch?v=iFe1WowDMLg) , mentre gli Allman lo stesso anno hanno festeggiato il loro 45° Anniversario (con qualche interruzione), decretando però anche la fine, per il momento, della loro storia, con l’ultimo concerto al Beacon Theatre di New York del 28 ottobre 2014. Mentre la trasmissione “Austin City Limits” per molti anni è stata pubblicata a livello ufficiale, in CD o DVD, ma anche in entrambi i formati, dalla New West, ovviamente, e purtroppo, solo una parte dell’enorme mole di concerti che si sono succeduti negli anni, e che per ragioni di spazio non stiamo a ricordare, sono usciti anche in formato fisico.. Nel 1995 i due percorsi si sono intrecciati: la Allman Brothers Band viene invitata a partecipare alla puntata del 1° novembre 1995 (andata poi in onda nel 1996).

Il concerto viene puntualmente ripreso dalla PBS, la televisione statale americana e regolarmente mandato in onda, ma non è mai stato pubblicato a livello discografico. Ora nell’ambito dei vari broadcast ufficiosi (soprattutto radiofonici, ma qualche spettacolo televisivo ci scappa, purtroppo senza immagini, come in questo caso) tale Go Faster Records (?!?) lo rende disponibile per la prima volta. E si tratta di un signor concerto, da mettere nella vostra discoteca insieme ai classici concerti al Fillmore della prima edizione della band o ai due An Evening With The Allman Brothers Band 1st and 2nd Set poi ampliati nello splendido Play All Night, relativo ai concerti al Beacon Theatre del 1992. Quindi siamo nell’epoca quando, tra un dissapore e l’altro, nella formazione c’è ancora Dickey Betts, insieme agli altri componenti originali Gregg Allman, Jaimoe e Butch Trucks, la seconda chitarra è Warren Haynes, al basso c’è Allen Woody (entrambi se ne andranno nel 1997 per seguire la loro creatura Gov’t Mule), alle percussioni troviamo Marc Quinones.

Ottimo concerto, inciso piuttosto bene, quasi come un disco ufficiale, con Betts in grande spolvero, tre degli 8 pezzi presenti nel Live sono a sua firma: una scintillante Ramblin’ Man, una sinuosa e ricca di variazioni Blue Sky, quasi una gemella della canzone precedente, dove la slide vola leggiadra e turbinante, e infine una poderosa versione della rara Back Where It All Begins, che nel libretto del CD perde Back dal titolo, ma non la grinta e la lunghezza, siamo oltre i dieci minuti, con le due chitarre che si fronteggiano e si confrontano in un continuo interscambio, come nella migliore tradizione della band di Jacksonville via Macon. E il resto non è da meno, anche Gregg Allman, dopo l’imbarazzante figura di inizio anno del ‘95, quando si era presentato alla serata di induzione nella Rock And Roll Hall Of Fame completamente ubriaco, sembra avere deciso di tornare, nei limiti del possibile, sobrio ed affidabile, regalandoci alcune ottime versioni di brani poco celebri, come Sailin’ Across The Devil’s Sea, sempre con le due chitarre gagliardamente duellanti, anche in modalità wah-wah contro slide, o il super classico Ain’t Wastin’ Time No More, uno dei loro cavalli di battaglia.

Molto buona anche una versione elettroacustica di Midnight Rider, come pure il blues tirato di The Same Thing di Willie Dixon che era entrato nel loro repertorio live di quel periodo e che qui appare in una versione scintillante, con Matt Abts aggiunto alla batteria, perché c’erano pochi percussionisti sul palco! Per concludere l’oretta circa di questo broadcast (nella serata vennero eseguiti in tutto 12 pezzi, ma avevano suonato pure il giorno precedente ad Austin  e sarebbero tornati nel 2005 con Derek Trucks in formazione https://www.youtube.com/watch?v=LgMLKgNP3cA ) manca la conclusiva ed immancabile One way out, anche questa appena oltre i canonici dieci minuti, con il solito riff ricorrente del brano tirato allo spasimo in una versione ad alti contenuti energetici. Ma gli Allman Brothers deludono raramente e questa non è una delle occasioni. Comunque occhio, perché in questi broadcast radiofonici ci sono molti concerti che si ripresentano in versioni con copertine e titoli diversi (ultimamente anche troppi), ma dal contenuto identico,  non è il caso in questione, qui siamo di fronte ad una “primizia”

Bruno Conti

Le Sorprese Sono Poche, Ma La Musica E’ Sempre Grandissima! Allman Brothers Band – Idlewild South

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Allman Brothers Band – Idlewild South – Mercury/Universal 2CD – Deluxe 3CD/BluRay

Nella mia lista di fine 2015 ho indicato questa ristampa come occasione perduta dell’anno, in quanto, dopo anni in cui si vociferava di una riedizione con tutti i crismi di uno dei più bei dischi in studio della Allman Brothers Band (a mio parere inferiore solo a Eat A Peach – la parte non dal vivo chiaramente – e sullo stesso livello di Brothers And Sisters), ho inizialmente avuto un moto di delusione quando ho verificato la presenza di un solo misero inedito tra le bonus tracks del primo CD, mentre il secondo ed il terzo altro non erano che la riproposizione del Live At Ludlow Garage 1970, già pubblicato nel 1990, anch’esso con un brano in più, e nel Blu-Ray le stesse canzoni presenti sul primo CD, meno una (esiste anche una versione doppia con il meglio del concerto del 1970 sul secondo dischetto, ma non ha senso a mio parere averne solo una parte).

NDB. Mi permetto di inserirmi, lo so ho questo vizio ogni tanto, in questo caso per smentire in parte: nel doppio CD il concerto è comunque completo, anche con la bonus, mentre dalla parte in studio, su cinque bonus, ne mancano solo due, Revival accorciata e l’alternate di In Memory, e in più c’è solo per gli audiofili incalliti la versione 5.1 sul Blu-ray Audio, ma a circa il doppio del prezzo).

allman brothers idlewild south

Passi l’assenza di outtakes (alcune erano già uscite sul bellissimo cofanetto Dreams), ma per quanto riguarda la parte live speravo in un concerto inedito (parlo in generale, in quanto personalmente non possedevo il Ludlow, e quindi a me è andata benissimo), anche se, stando alle parole di Bill Levenson (grande archivista discografico e curatore del progetto), l’unico altro concerto dell’epoca disponibile nella qualità sonora richiesta è di proprietà della band, la quale avrebbe intenzione di pubblicarlo in futuro. In ogni caso, il contenuto di questa ristampa è fantastico: gli Allman, dopo il già buon esordio omonimo dell’anno prima, con Idlewild South avevano trovato il sound che li avrebbe resi immortali (e dal vivo erano già formidabili), con la miglior formazione mai avuta: Gregg Allman alla voce solista, piano e organo, le sensazionali chitarre di Duane Allman e Dickey Betts, il basso di Berry Oakley, la doppia batteria di Jaimoe e Butch Trucks e le percussioni di Thom Doucette, oltre alla produzione del grande Tom Dowd che era il vero elemento in più del gruppo.

Ma quello che spicca in questa edizione aggiornata di Idlewild South è la qualità della rimasterizzazione: Levenson è uno che non delude mai, ma qui si è superato, in quanto un sound così nitido, pulito e cristallino raramente l’ho sentito in un disco con quasi cinquanta anni sulle spalle (ed anche in lavori più recenti), quasi come se fosse stato inciso un mese fa. L’album, poi, si riascolta con grande piacere, a partire dall’iniziale Revival, un brano liquido e fluido che mette subito a proprio agio, uno dei tipici brani di Betts quando scriveva canzoni “da singolo” (ad esempio, Ramblin’ Man e Seven Turns), subito grande musica anche se il testo hippie oggi può sembrare un po’ ingenuo e datato. Ma Idlewild South è anche il disco della signature song di Gregg, cioè quella Midnight Rider che il biondo cantante e pianista riproporrà anche sul suo primo (e migliore) album solista Laid Back, o della mitica In Memory Of Elizabeth Reed, qui in versione stringata (ma pur sempre sette minuti), o della guizzante Don’t Keep Me Wonderin’, con Duane che ci fa rimpiangere una volta di più la sua prematura scomparsa, o ancora della lenta e soulful Please Call Home, mentre la quota blues è rappresentata dal classico di Muddy Waters (scritta però da Willie Dixon) Hoochie Coochie Man, cantata da Oakley, e da Leave My Blues At Home (di Gregg), dalla ritmica molto annerita e quasi funky. Come bonus abbiamo le versioni in studio di due futuri classici live, Statesboro Blues e One More Ride (già presenti su Dreams), un mix alternativo di Midnight Rider, la single version di Revival senza l’intro strumentale (che però è la parte più bella), e soprattutto una take diversa, più lunga e sinuosa (ed inedita) di In Memory Of Elizabeth Reed, che curiosamente ha uno stile molto simile a quello del Santana dell’epoca.

Anche il Live At Ludlow Garage è inciso in maniera spettacolare, e ci dimostra che gli Allman Brothers erano la miglior live band del periodo, già pronti per il Fillmore East dell’anno seguente: il primo dei due dischetti inizia con la lunga e jazzata Dreams (più di dieci minuti), nella quale Duane e Dickey si sfidano a suon di assoli, poi c’è molto blues, dall’uno-due micidiale Statesboro Blues e Trouble No More, una rara Dimples (John Lee Hooker), la tonica Every Hungry Woman, una splendida I’m Gonna Move To The Outskirts Of Town (di Ray Charles  forse la versione più nota), con un suono caldo ed avvolgente che ci accompagna per nove minuti, e la conclusiva Hoochie Coochie Man. Ma è il secondo CD a rendere questo concerto imperdibile: solo due canzoni, una Elizabeth Reed inedita da leccarsi i baffi, una performance incredibile di quindici minuti, nel quale la band arriva a livelli impensabili, ed ancora di più una leggendaria Mountain Jam di tre quarti d’ora, un tour de force formidabile che supera perfino quella pubblicata su Eat A Peach, un pezzo che, nonostante la durata monstre, non annoia neppure per un attimo ma anzi alla fine ti fa desiderare di sentirne ancora.

Se vi mancano Idlewild South o il Ludlow Garage (o anche uno solo di essi), questa ristampa è semplicemente imperdibile, mentre se già li possedete entrambi, considerate lo stesso l’acquisto, ma, più che per i pochi inediti, per la qualità del suono superlativa.

Marco Verdi