Supplemento Della Domenica: Se Quattro Ore (Abbondanti) Di Rock’n’Roll Vi Sembrano Poche… Bruce Springsteen & The E Street Band – Olympiastadion, Helsinki, July 31st 2012

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Bruce Springsteen & The E Street Band – Olympiastadion, Helsinki, July 31st 2012 – live.brucespringsteen.net/nugs.net 4CD – Download

Ultimamente le uscite degli archivi live di Bruce Springsteen si sono concentrate soprattutto sugli anni più recenti, lasciando da parte lo scopo iniziale della serie di documentare i concerti storici (anche se in ognuna di queste uscite c’è un fatto importante, tipo la serata di Buffalo nel 2009 che era l’ultimo concerto con Clarence Clemons in formazione): mentre scrivo queste righe è già disponibile il nuovo volume, di cui tratterò prossimamente, che documenta uno show allo Spectrum di Philadelphia nel 2009, l’ultimo concerto prima della demolizione della storica venue (ma il sito sul quale si possono acquistare questi concerti promette che con la successiva uscita si tornerà indietro nel tempo, vedremo…). La particolarità di questo show all’Olympiastadion di Helsinki è che, oltre a concludere la tournée europea seguita alla pubblicazione di Wrecking Ball, con le sue quattro ore e sei minuti di durata complessiva è ad oggi il concerto più lungo del Boss (ed infatti è il primo della serie ad uscire su quattro CD). Ma, lunghezza e considerazioni sull’opportunità di pubblicare un altro concerto recente a parte, siamo di fronte ad una delle uscite migliori della serie, in quanto in quella serata Bruce ed i suoi compagni di viaggio sono in forma strepitosa, forse ancora di più del solito (io li avevo visti a San Siro il 7 Giugno di quell’anno e già allora erano stati indimenticabili, tra l’altro sfiorando anche lì le quattro ore), e diederp veramente tutti loro stessi in una serata all’insegna del miglior rock’n’roll che si possa trovare in circolazione (Tom Petty e Rolling Stones permettendo).

Uno spettacolo che sarebbe stato sconsigliabile perdersi (e peccato che questi live non escano anche in video): inizio roboante con Rockin’ All Over The World di John Fogerty, con Bruce e la band che hanno subito tutto il pubblico in pugno, brano seguito a ruota da una sequenza micidiale formata da Night, un classico da Born To Run che però non viene eseguito sempre, Out In The Street, la rara Loose Ends, Prove It All Night, introdotta da un assolo torcibudella di Little Steven, e l’allora nuova We Take Care Of Our Own, più trascinante dal vivo che in studio. Il concerto fu la solita grande festa rock’n’roll, con classici acclarati (bellissime versioni di My City Of Ruins, torrenziale soul-rock di altissimo livello, una tonicissima Downbound Train, una Because The Night al solito strepitoso showcase per l’abilità chitarristica di Nils Lofgren, ed una sempre emozionante The Rising).

Ottime renditions di brani presi da Wrecking Ball (tra le quali spiccano le trascinanti Death To My Hometown e Shackled And Drawn ed una toccante Jack Of All Trades, con un grande Roy Bittan), e rarità varie come le preistoriche Does This Bus Stop At 82nd Street? e Be True, l’intensa Back In Your Arms (dalla raccolta di outtakes Tracks) ed un torrido medley tra Light Of Day ed il classico di Wilson Pickett Land Of 1000 Dances. Nei soliti lunghissimi bis (che occupano tutto il quarto CD ed il 70% del terzo), oltre alle presenze più o meno fisse di Born In The U.S.A., Born To Run, Dancing In The Dark e Tenth Avenue Freeze-Out (ma manca Thunder Road), c’è posto per il sempre formidabile Detroit Medley e, nel finale, una commovente rilettura di I Don’t Want To Go Home di Southside Johnny (in duetto con Little Steven, che poi è colui che l’ha scritta) ed un’infuocata (Your Love Keeps Me Lifting) Higher And Higher di Jackie Wilson (nella quale per l’occasione suona la chitarra perfino lo storico manager del Boss, Jon Landau), oltre al consueto e travolgente happy ending di Twist & Shout.       Più di quattro ore di grandissimo rock’n’roll: il pubblico finlandese è steso per terra, e anch’io ho bisogno di un integratore vitaminico.

Marco Verdi

Per Una Volta Il Boss E’ Lui! Little Steven – Soulfire

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Little Steven – Soulfire – Universal CD

Erano anni che Little Steven, nome d’arte di Steven Van Zandt, a sua volta nome d’arte di Steven Lento (ed è conosciuto anche come Miami Steve, probabilmente è l’uomo con più nicknames sulla terra) non pubblicava un album a suo nome, per l’esattezza dal non indispensabile Born Again Savage del 1999. Come tutti sanno, il suo lavoro principale è fare il chitarrista e braccio destro di Bruce Springsteen nella E Street Band, ma negli ultimi anni, oltre a condurre un programma radiofonico a sfondo musicale, si è reinventato anche attore per serie di successo come The Sopranos o Lilyhammer (e lo scorso anno ha splendidamente prodotto il bellissimo comeback album di Darlene Love), lasciando pochissimo spazio, anzi nullo, per la sua carriera solista. A dire il vero non è mai stato attivissimo, se si escludono gli anni ottanta (anche perché, all’indomani dell’uscita di Born In The U.S.A., lasciò Bruce e la band), che erano partiti benissimo con l’ottimo Men Without Women ma poi c’era stato un costante peggioramento con l’incerto Voice Of America ed i pessimi Freedom-No Compromise (nel quale era presente il suo più grande successo, Bitter Fruit, esatto, Prendilo Tu Questo Frutto Amaro non è di Venditti!) e Revolution, due album privi di canzoni valide ed in più con un terribile suono elettro-pop anni ottanta.

Oggi, approfittando di una lunga pausa, sia di Springsteen sia dei suoi doveri di attore, Steven pubblica finalmente il seguito di Born Again Savage, cioè Soulfire, che si ricollega però direttamente al suono di Men Without Women, cioè quel misto di rock’n’roll ed errebi che è la musica con il quale è cresciuto, e che veniva suonata nei primi, bellissimi dischi anni settanta di Southside Johnny & The Asbury Jukes, lavori che erano infatti prodotti da Steven, e che per i quali aveva scritto una grande quantità di canzoni. Per Soulfire Van Zandt riforma anche i mitici Disciples Of Soul, anche se con membri totalmente nuovi rispetto agli anni ottanta (Marc Ribler alle chitarre, Rich Mercurio alla batteria, Jack Daley al basso ed Andy Burton alle tastiere), ma con la stessa attitudine rock’n’soul calda e “grassa”, e si circonda di una enorme quantità di fiati (e qui qualche nome già presente nel 1982 c’è, per esempio, il sax baritono e tenore di Eddie Manion e Stan Harrison) e cori, tra i quali i Persuasions, leggendario gruppo vocale di Brooklyn. Nelle dodici canzoni di Soulfire quindi, oltre a tornare alle origini di un suono che ha formato le carriere sia di Southside Johnny che in misura minore di Springsteen stesso (ed entrambi stranamente mancano nel disco), Steven fa praticamente un omaggio a sé stesso, cantando per la prima volta brani che negli anni ha scritto e prodotto per altri artisti, oltre ad inserire qualche pezzo nuovo ed un paio di cover di canzoni tra le sue preferite. Un ritorno in grande stile quindi, con il nostro in grado ancora di graffiare, trascinare ed in certi momenti perfino entusiasmare, circondandosi di un suono caldissimo, vibrante, dal gran ritmo e con il fine principale di divertire e divertirsi, un suono nel quale la voce ancora grintosa di Steven e la sua abilità chitarristica si inseriscono alla perfezione, il tutto grazie anche alla sua ormai risaputa esperienza come produttore (qui coadiuvato da Geoff Sanoff).

Soulfire è quindi un gran disco di rock’n’roll meets soul, come oggi purtroppo nessuno fa più, superiore anche alle ultime prove di Southside Johnny (anche se Soultime! del 2015 era ottimo) e direi meglio anche della media degli ultimi dischi in studio del Boss, Wrecking Ball escluso. La title track dà il via al CD con il ritmo subito alto, chitarra ficcante, un insinuante organo ed un’esplosione di suoni e colori, un rock-soul gustoso e con Steve che mostra di avere ancora una gran voce ed una grinta immutata, e con le chitarre che vogliono dire la loro: negli anni settanta un pezzo così sarebbe stato un sicuro hit. I’m Coming Back è già una splendida canzone (era su Better Days, l’ultimo grande disco di Southside Johnny, targato 1991), con un scintillante suono à la E Street Band ed un ritornello killer, ed il binomio chitarre-fiati a creare un background unico; Blues Is My Business, un brano del 2003 di Etta James, è un saltellante pezzo tra blues e soul, con il nostro che arrota mica male, il solito trattamento deluxe a base di fiati e cori femminili ed un assolo di organo davvero “caliente”. I Saw The Light non è il classico di Hank Williams, bensì una canzone nuova, un irresistibile e ballabile (in senso buono) brano ancora tra errebi e rock’n’roll, una miscela vincente che pezzo dopo pezzo coinvolge sempre di più; Some Things Just Don’t Change (dall’album del 1977 ancora di Southside Johnny This Time It’s For Real) vede i fiati più protagonisti che mai, per un lento pieno d’anima, un blue-eyed soul sanguigno e vibrante, suonato alla grande e con la sezione ritmica inappuntabile, mentre Love On The Wrong Side Of Town, ancora originariamente sull’album del 1977 di John Lyon ed i suoi Jukes, e scritta da Steve insieme a Bruce Springsteen, ha una melodia che risente (e ci mancherebbe) della mano del Boss, ed un arrangiamento potente e “spectoriano”, ma per nulla ridondante.

The City Weeps Tonight (con i Persuasions ai cori) è un lento da ballo della mattonella che fa scaturire l’anima da straccione romantico del pirata Steve, un pezzo tra doo-wop e Roy Orbison, delizioso; Down And Out In New York City (cover di un pezzo del 1972 di James Brown) ha un suono che più anni settanta non si può, un errebi-funky con tanto di archi pre-disco, un pezzo di pura blaxploitation, ancora con sonorità caldissime, quasi bollenti (ed i fiati si superano), mentre Standing In The Line Of Fire (che dava il titolo ad un album del 1984 di Gary U.S. Bonds) sembra presa pari pari da un western con colonna sonora di Ennio Morricone, con la sua chitarra twang, le campane e l’assolo di tromba, uno dei pezzi migliori e più coinvolgenti del disco. La fluida e diretta Saint Valentine’s Day, scritta dal nostro nel 2009 per le Cocktail Slippers, una rock band al femminile di Oslo, è un’altra notevole rock song in odore di Springsteen, tra le più orecchiabili, e precede l’imperdibile I Don’t Want To Go Home, il pezzo più noto contenuto in Soulfire (era la title track del mitico esordio datato 1976 di Southside Johnny, ed anche il primo brano mai scritto da Steve), una canzone che non ha bisogno di presentazioni, splendida era quarant’anni fa e splendida rimane oggi; il CD si chiude con Ride The Night Away (incisa da Jimmy Barnes nel 1985 ed ancora da Southside nel 1991), altro ottimo rock-soul dal tempo spedito e melodia vincente, ennesimo tourbillon di suoni che non può che creare dispiacere per la fine del disco.

Un grande ritorno da parte di Little Steven, ed un disco che secondo me ci ritroveremo “tra i piedi” nelle classifiche di fine anno: speriamo che il prossimo esca un po’ più ravvicinato, anche per ragioni di età del nostro (e degli ascoltatori).

Marco Verdi

La Notte In Cui Il Boss Sfidò La Sua Band! Bruce Springsteen & The E Street Band – Scottrade Center, St. Louis 8/23/08

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Bruce Springsteen & The E Street Band – Scottrade Center, St. Louis 8/23/08 – live.brucespringsteen.net/Nugs.net 3CD – Download

Nuovo episodio della benemerita serie di concerti live d’archivio di Bruce Springsteen, a cinque mesi circa dal precedente volume che prendeva in esame la serata di Buffalo nel 2009, l’ultima con in formazione Clarence Clemons prima della sua prematura scomparsa http://discoclub.myblog.it/2017/03/13/lultima-volta-dellindimenticabile-big-man-bruce-springsteen-the-e-street-band-hsbc-arena-buffalo-ny-112209/ : se qualcuno (me compreso, confesso) si aspettava un deciso salto indietro nel tempo, magari con la pubblicazione di un live di inizio carriera, verrà spiazzato dal fatto che questo nuovo triplo CD (o download) prenda in esame un concerto di appena un anno prima di quello di Buffalo, per l’esattezza lo show che il Boss e la sua E Street Band tennero a St. Louis, Missouri, nell’Agosto del 2008, una data del tour seguito alla pubblicazione dell’album Magic. Questo Scottrade Center, St. Louis 8/23/08 non è quindi il reportage di una serata leggendaria come poteva essere quella all’Agora Ballroom del 1978 (peraltro già documentata in questa serie), ma è comunque un concerto al quale i fans del nostro sono molto legati, in quanto vede Bruce sfidare letteralmente la sua band (ad un certo punto lo annuncia proprio), decidendo di suonare canzoni che non venivano proposte da una vita, ed attingendo ai soliti cartelli esposti dal pubblico (le famose richieste) in maniera più copiosa del solito, e sempre scegliendo brani rari. Inutile dire che la band vince la sfida alla grande, dimostrando che potrebbe affrontare un concerto intero di sole richieste strane (cosa che non mi dispiacerebbe vedere un giorno) e suonarle con la stessa disinvoltura con la quale propone i successi del Boss.

Il suono del triplo CD è come sempre professionale, Bruce ed il gruppo sono in grandissima forma (ma succede mai il contrario?) e quindi il concerto è la solita goduria dalla prima all’ultima canzone, anche se non siamo in presenza di una serata forse al livello di quelle storiche. Che lo spettacolo sarà di quelli particolari lo si capisce già dall’inizio: dopo un’introduzione a base di musica da carillon, i nostri si lanciano in una scintillante versione del classico delle Crystals Then He Kissed Me (con il titolo cambiato per l’occasione in Then She Kissed Me, dato che a cantare è un uomo), che Bruce e soci non suonavano addirittura dal 1975, un brano proposto in maniera perfetta e con tanto di arrangiamento “spectoriano”. Dopo un trittico a tutto rock’n’roll formato da Radio Nowhere, Out In The Street ed Adam Raised A Cain ed una sempre coinvolgente Spirit In The Night iniziano i brani a richiesta, con due rarità come la cristallina Rendezvous, la mitica For You, in una bellissima versione full band, una inattesa e travolgente Mountain Of Love (un successo di Harold Dorman ma più nota nella rilettura di Johnny Rivers), anch’essa assente dalle scalette del Boss dal 1975, e la sempre splendida Backstreets, che nonostante sia tratta dal leggendario Born To Run non viene eseguita spessissimo. Chiaramente grande spazio viene dato ai brani tratti da Magic: oltre alla già citata Radio Nowhere, abbiamo Gypsy Biker, che non è una grande canzone, la gradevole Livin’ In The Future, la solare e poppettara Girls In Their Summer Clothes (meglio dal vivo che in studio), e i due pezzi migliori dall’album del 2008, cioè Last To Die e Long Walk Home, due grandi pezzi di puro E Street sound.

Altri highlights sono la sempre eccellente Because The Night, con il solito monumentale assolo di Nils Lofgren, una notevole Cover Me, molto più rock di quella “perfettina” apparsa in origine su Born In The U.S.A., una chilometrica Mary’s Place ed una sempre straordinaria Drive All Night, all’epoca quasi impossibile da ascoltare in un concerto del Boss (ed infatti è un’altra richiesta). I bis sono come d’abitudine uno spettacolo nello spettacolo: oltre a brani che non possono mancare (Badlands, Born To Run, Dancing In The Dark), troviamo una splendida Jungleland, lirica, profonda e potente, il sempre irresistibile Detroit Medley, la saltellante Irish rock song American Land, una fantastica Thunder Road elettrica ed un gran finale a tutto rock’n’roll con una roboante Little Queenie (Chuck Berry, anche questa una rarità assoluta) e la solita, formidabile Twist And Shout, anche se in quella sera è molto più corta delle altre volte.

Altro live imperdibile quindi, anche se con Bruce Springsteen qualsiasi concerto si prenda in esame si casca sempre benissimo.

Marco Verdi

L’Ultima Volta Dell’Indimenticabile “Big Man”! Bruce Springsteen & The E Street Band – HSBC Arena, Buffalo, NY 11/22/09

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Bruce Springsteen & The E Street Band – HSBC Arena, Buffalo, NY 11/22/09 – Bruce Springsteen/Nugs.net 3CD/Download

Nel 2016 la pubblicazione di storici concerti d’archivio da parte di Bruce Springsteen (di cui avevo fatto un riassunto in questo blog http://discoclub.myblog.it/2016/02/14/supplemento-della-domenica-bruce-springsteen-sempre-comunque-grandissimo-performer-il-punto-sugli-archivi-live-del-boss/ ) ha subito un rallentamento, principalmente per lasciare spazio agli instant live tratti dagli 89 shows del River Tour: solo il doppio The Christic Shows, da due esibizioni acustiche del 1990 http://discoclub.myblog.it/2016/07/03/il-supplemento-della-domenica-dello-springsteen-dagli-archivi-live-del-boss-ottimo-anche-senza-la-band-bruce-springsteen-the-christic-shows-1990/ , e, sotto Natale, questo triplo tratto da un concerto svoltosi a fine 2009 a Buffalo, nello stato di New York, per la serata conclusiva della tournée a supporto dell’altalenante album Working On A Dream, forse il meno riuscito della carriera del Boss dopo il raffazzonato High Hopes (la recensione del live arriva solo adesso in quanto ho atteso più di due mesi che mi arrivasse il CD). Il perché di questa scelta apparentemente strana, visto che questo tour, pur presentando un Bruce in grande forma (avevo assistito alla serata di Torino, una delle migliori da me mai viste per quanto riguarda il Boss) non è certo passato alla storia come tra i suoi più leggendari, è presto detta: il concerto di Buffalo è anche l’ultimo con il grande Clarence “Big Man” Clemons in formazione, dato che il sassofonista di colore morirà per malattia nel Giugno del 2011. Chiaramente all’epoca nel concerto ancora non si sapeva che la E Street Band, già orfana di Danny Federici, avrebbe avuto un altro lutto, e proprio nell’elemento più amato dal pubblico (a parte Bruce naturalmente), vecchio amico e compagno di scorribande del Boss, un vero gigante buono che è anche sempre stato una parte fondamentale nel suono degli E Streeters, pur non essendo certo considerato tra i fenomeni mondiali del suo strumento.

In questo concerto quindi si respira la solita aria di festa, ed il triplo CD si ascolta che è un piacere: l’apertura è potente con Wrecking Ball, all’epoca ancora inedita su disco, poi si entra subito in clima “arena rock” con The Ties That Bind e Hungry Heart, ed un dovuto omaggio a Working On A Dream con l’obamiana title track, una canzone assolutamente normale che infatti sparirà dalle scalette dei successivi tour. Ed ecco la parte più ghiotta della serata: sappiamo che ormai da anni il Boss ha preso l’abitudine di omaggiare ogni tanto i suoi album più popolari del passato suonandoli da cima a fondo (Born To Run, Darkness On The Edge Of Town, Born In The U.S.A., The River lo scorso anno), ma questa sera decide di fare una cosa mai vista, cioè riproporre in versione aggiornata il disco da cui è nato tutto, ovvero il suo esordio del 1973, Greetings From Asbury Park, NJ, un album all’epoca passato quasi inosservato ma ampiamente rivalutato negli anni (e Bruce stasera lo dedica al suo scopritore, il leggendario produttore John Hammond). Si parte quindi con la solare Blinded By The Light, piena di suoni e ritmo, per finire con la fluida It’s Hard To Be A Saint In The City (che chiude anche il primo CD): in mezzo, la sempre bellissima Growin’ Up, la drammatica Lost In The Flood, interpretata con la solita incredibile intensità, le travolgenti Does This Bus Stop At 82nd Street? e Spirit In The Night, la poco conosciuta The Angel: davvero una gradita sorpresa.

Il secondo CD presenta alcuni classici (The Promised Land, Born To Run, The Rising, Tenth Avenue Freeze-Out), ma anche diverse chicche, a partire, visto che siamo a fine Novembre ed è l’ultimo concerto del tour, da un uno-due formato dalle festose Merry Christmas Baby e Santa Claus Is Coming To Town; poi abbiamo la rara Restless Nights (era sul cofanetto Tracks), dedicata a Little Steven dato che è anche il suo compleanno, ed un trittico molto interessante di cover formato dal mitico strumentale di Booker T & The MG’s Green Onions, da una Boom Boom molto più rock’n’roll e meno blues di quella di John Lee Hooker, e da Hang Up My Rock And Roll Shoes di Chuck Willis, arrivata sul palco come richiesta e con conseguente siparietto di Bruce che se la prende con l’autore del cartello per non aver incluso anche il testo, dato che dichiara di non ricordarlo (ma poi la canterà in maniera impeccabile). Il terzo ed ultimo dischetto è incentrato sui bis, tra i quali troviamo una Thunder Road full band, la sempre irresistibile American Land e le ormai classiche Dancing In The Dark e Rosalita. Come conclusione abbiamo una torrenziale ed incandescente Higher And Higher, noto brano di Jackie Wilson (e con Willie Nile ospite ai cori) ed un finale a tutto rock’n’roll con la famosa Rockin’ All Over The World di John Fogerty. Gran concerto, inciso anche splendidamente, il modo migliore per omaggiare il grande Clarence Clemons.

Marco Verdi

Ecco Un “Piccolo” Cofanetto Fatto Come Si Deve! Ian Hunter – Stranded In Reality Parte I

ian hunter stranded in realityian hunter stranded in reality

*NDB. Come al solito quando Marco si lascia prendere la mano (ma per qualcosa che vale la pena) il contenuto del Post si allunga a dismisura, quindi dividiamo in due parti la recensione del cofanetto.

Ian Hunter – Stranded In Reality – Proper Box Set 28CD + 2DVD

Da sempre Ian Hunter è uno dei miei musicisti preferiti, in quanto per me rappresenta la quintessenza del cantante rock, con in più quel tocco dylaniano nel songwriting che non guasta (anzi): durante la sua lunga carriera, sia come frontman dei Mott The Hoople che da solista, ha mantenuto una qualità decisamente elevata, confermata circa due mesi fa dall’ottimo nuovo disco, Fingers Crossed. Per celebrare la parte solista del cammino discografico di Hunter, la Proper ha pubblicato (solo sul suo sito ed in una quantità limitata a 2.500 copie) questo Stranded In Reality, mastodontico box di ben 28 CD più due DVD, un’opera magnifica che ha il solo difetto di costare parecchio (250 sterline), ma che dimostra che quando si vuole è possibile gratificare i fans con prodotti di altissimo livello come questo. Infatti il box, oltre a comprendere tutti gli album solisti di Ian, sia quelli in studio (tranne l’ultimo, che è però appena uscito) sia i live ufficiali (e tutti in versione rimasterizzata ex novo, in confezione simil-LP e mantenendo tutte le bonus tracks delle varie edizioni deluxe uscite nel corso degli anni, ed ognuno con il suo bel booklet con testi e note), aggiunge ben nove CD quasi completamente inediti, tra brani in studio, outtakes, rarità assortite e canzoni dal vivo, e due DVD con performance varie ed anche in questo caso il più delle volte rare. In più, uno splendido libro con copertina dura e note di Ian stesso canzone per canzone, una rivista fittizia, intitolata Shades, che comprende recensioni ed articoli vari sul nostro pubblicati negli anni dalle più prestigiose testate inglesi, ed una foto autografata. Un cofanetto da leccarsi i baffi dunque, che vado a riepilogare per sommi capi, approfittandone anche per riassumere la carriera di un artista che secondo me andrebbe inserito nel novero dei grandi.

Ian Hunter (1975): il disco d’esordio di Ian è subito un classico. Con Mick Ronson come chitarra solista, partnership che proseguirà anche negli anni a seguire, Hunter ci regala un album che rappresenta alla perfezione la sua arte, a partire da Once Bitten, Twice Shy, un coinvolgente rock’n’roll ispirato da Chuck Berry, e che prosegue con la vigorosa Who Do You Love, la sontuosa Boy, una fantastica ballata di quasi nove minuti, l’acustica e toccante 3.000 Miles From Here, la solida The Truth, The Whole Truth, Nuthin’ But The Truth, con uno strepitoso assolo di Ronson, la vibrante e roccata I Get So Excited e, tra i bonus, le outtakes Colwater High e One Fine Day (entrambe con parti vocali incise nel 2005), che non avrebbero sfigurato sul disco originale.

All American Alien Boy (1976): registrato a New York con una superband (che vede Chris Stainton al piano, Jaco Pastorius al basso ed Aynsley Dunbar alla batteria, oltre a tre quarti dei Queen, cioè Freddie Mercury, Brian May e Roger Taylor ai cori nella ballad You Nearly Did Me In), questo è un altro grande disco, con più pezzi lenti rispetto all’esordio (ma Ian è un fuoriclasse anche nelle ballate), che si apre con la splendida Letter From Britannia To The Union Jack, una vera e propria missiva scritta con il cuore in mano da Ian al suo paese in profonda crisi, la scintillante title track, con gran lavoro di Pastorius, o la pianistica e bellissima Irene Wilde, una delle ballate più riuscite del nostro. Ma non sono da meno neanche Rape, dal sapore gospel, e la volutamente dylaniana God.

Overnight Angels (1977): un buon disco, molto più rock del precedente ma inferiore nel songwriting, un album poco considerato ma solido, con qualche buona canzone ed altre più normali. Golden Opportunity è un inizio potente e deciso come un pugno in faccia, ben bilanciato dalla pianistica Shallow Crystals, una rock ballad coi fiocchi. Ma la poco spontanea title track, un tentativo costruito a tavolino di scrivere una hit, non funziona, così come la pomposa Broadway; il resto si divide tra cose più riuscite ed altre meno (tra le prime la gradevole Miss Silver Dime e The Ballad Of Little Star, il miglior slow del disco), o veri e propri riempitivi come l’insulsa Wild’n’Free.

You’re Never Alone With A Schizofrenic (1979): al quarto disco Ian firma il suo capolavoro: con mezza E Street Band in session (Roy Bittan, Garry Tallent e Max Weinberg, più Ronson  di nuovo alla solista, l’ex Velvet Underground John Cale al piano in Bastard ed Eric Bloom dei Blue Oyster Cult ai cori) Schizofrenic è un grandissimo disco, quasi un greatest hits se si contano i futuri classici presenti. Grandi canzoni rock come Just Another Night, Cleveland Rocks, When The Daylight Comes (splendida) e Bastard, e superbe ballate come Ships, dal suono levigato, Standing In My Light e la straordinaria The Outsider, forse il più bel lento mai scritto dal nostro. Ma il disco brilla anche nei momenti meno noti, come il festoso errebi Wild East ed il boogie pianistico Life After Death; tra le bonus tracks, una Just Another Night più lenta ma altrettanto bella (con un grande Bittan) ed una scatenata versione del classico di Jerry Lee Lewis Whole Lotta Shakin’ Goin’ On.

Welcome To The Club (1979): la decade dei grandi dischi dal vivo si chiude con uno dei più belli, registrato al Roxy di Los Angeles, e che vede Hunter in forma strepitosa, ben coadiuvato da Ronson e da un gruppo che va come un treno. Dopo un inizio con la potente rilettura dello strumentale degli Shadows FBI, il doppio CD presenta versioni spiritate di classici di Ian solista ma anche dei Mott The Hoople (Angeline, poco conosciuta ma bellissima, All The Way From Memphis, I Wish I Was Your Mother, Walkin’ With A Mountain, il superclassico All The Young Dudes, One Of The Boys e The Golden Age Of Rock’n’Roll): un disco potente ma lucido ed ispirato anche nelle ballate (una Irene Wilde da favola), e con in fondo tre brani nuovi incisi in studio, dei quali il migliore è senza dubbio lo slow Silver Needles.

Short Back’n’Sides (1981): nonostante la presenza di due Clash, Topper Headon e soprattutto Mick Jones (che produce insieme a Ronson), questo esordio di Ian nella nuova decade è un disco un po’ involuto e senza particolari guizzi, con sonorità gonfie tipiche del periodo: si salvano Central Park’n’West, un pop-rock orecchiabile e coinvolgente nonostante l’uso massiccio di sintetizzatori, e la stupenda Old Records Never Die, ballata incisa la sera in cui viene assassinato John Lennon. Il resto, con la possibile eccezione della colorita I Need Your Love, un errebi alla Southside Johnny, è trascurabile (e Noises è proprio brutta): Hunter stesso, nelle note del book accluso al box, non è per nulla tenero verso questo album.

All Of The Good Ones Are Taken (1983): questo sarà l’ultimo disco di Ian negli anni ottanta (una decade nefasta per molti rockers), un album che non contiene classici futuri ma una media di canzoni migliore del precedente, anche se il sound è notevolmente peggiorato (Captain Void’n’The Video Jets fa davvero schifo): tra gli highlights abbiamo la bella title track, una rock song che risente solo in parte del suono dell’epoca (e presenta un paio di buoni interventi al sax di Clarence Clemons), il rock’n’roll un po’ bombastico di Every Step Of The Way, la bowiana Fun, l’orecchiabile That Girl Is Rock’n’Roll (ma troppi synth) e la soulful Seeing Double.

Yui Orta (1990): dopo sette lunghi anni di silenzio, Ian torna con l’unico disco accreditato a metà anche a Mick Ronson (che però si limita, si fa per dire, a suonare la solista ed a collaborare al songwriting), ed è un buon disco, un album rock con una produzione rutilante e con diverse buone canzoni, anche se non serve a rilanciare la figura del nostro. Hunter ritrova comunque grinta e smalto e le belle canzoni non mancano, come la potente rock ballad American Music, al livello dei suoi pezzi degli anni settanta, la seguente The Loner, diretta come un macigno, l’energica e vibrante Women’s Intuition, o ancora la trascinante Big Time, un rock’n’roll scatenato come ai bei tempi. E Livin’ In A Heart dimostra che il nostro è ancora in grado di scrivere ballate coi fiocchi.

Ian Hunter’s Dirty Laundry (1995): nel 1993 scompare tragicamente Mick Ronson, e Hunter va fino in Norvegia ad incidere il nuovo disco con musicisti locali. Le nuove generazioni conoscono poco il nostro, ed il fatto che Dirty Laundry esca per una piccola etichetta locale non aiuta di certo; è un peccato, perché il disco è il più riuscito dai tempi di Schizofrenic, un album di rock al 100%, grezzo, diretto e chitarristico, con brani come la ritmata Dancing On The Moon, la corale e splendida Good Girls, uno dei più bei rock’n’roll del nostro, la travolgente Never Trust A Blonde, rollingstoniana fino al midollo, la deliziosa Psycho Girl, tra rock e pop e con una fulgida melodia. Ma poi abbiamo anche la meravigliosa Scars, una sontuosa ballata elettroacustica e dylaniana, che avrebbe meritato ben altra sorte. E quelle che non ho citato non sono certo inferiori (Invisible Strings è splendida): un disco da riscoprire assolutamente.

BBC Live In Concert (1995): accreditato alla Hunter-Ronson Band, questo CD registrato a Londra nel 1989 è stato pubblicato anche per omaggiare lo scomparso Mick. Un ottimo live, ben suonato e con un Hunter in forma, che accanto a classici assodati (Once Bitten, Twice Shy, Just Another Night, Standing In My Light, Bastard, Irene Wilde), presenta ben sei brani in anteprima da Yui Orta, che uscirà di lì ad un anno (eccellenti How Much More Can I Take? e Big Time), ed anche un inedito, Wings, invero piuttosto trascurabile.

The Artful Dodger (1996): disco registrato in Norvegia come Dirty Laundry, ma con maggior dispendio di mezzi (all’epoca uscì per la Polydor), The Artful Dodger è meno rock e con più ballate del suo predecessore, ma ha il merito di rimettere in circolo il nome di Hunter. Un lavoro più che buono, che ha come brano centrale Michael Picasso, una toccante ballata dedicata all’amico Ronson, ma che presenta diversi pezzi sopra la media, come Too Much, uno slow d’atmosfera davvero riuscito, la superlativa Now Is The Time, il limpido folk-rock Something To Believe In, la cristallina (ed autobiografica) 23A, Swan Hill, o la title track, unico vero rock’n’roll del CD. Mentre il funk-rap di Skeletons era meglio se non ci fosse stato.

Fine Prima Parte.

Marco Verdi

Quasi Più Bello Del Vecchio Live Ufficiale! Garland Jeffreys – Paradise Theater, Boston October ’79

garland jeffreys paradise theater boston '79 garland jeffreys rock and roll adult

Garland Jeffreys – Paradise Theater, Boston October ’79 – Vox Rox 

Ecco un altro prototipo dell’artista di culto quasi perfetto: Garland Jeffreys, da New York, anzi Brooklyn, origini afro-americane e portoricane, compagno di università di Lou Reed (suo grande amico), addirittura prima dell’avventura con i Velvet Underground, una carriera discografica che in oltre 45 anni ha prodotto solo 14 album (compresi un paio usciti solo in Europa), ma con picchi qualitativi elevatissimi e un livello medio elevato costante. Tra una pausa e l’altra Garland ha coltivato le sue passioni, per la cultura, la letteratura, con diversi soggiorni in Italia, dove lo chiamavano “Garlando”, ma anche per la famiglia, con la nascita di una figlia alla fine degli anni ’90, e un’altra lunga pausa dal mondo musicale attivo. Ha collaborato con grandi musicisti che nel corso degli anni gli hanno prestato le proprie band per registrare alcuni dei suoi dischi migliori, o con cui ha diviso i palcoscenici in giro per il mondo. Con uno stile che incorpora elementi rock, soul e blues, ma anche tantissimo reggae, il tutto sempre con la classe del miglior singer songwriter, Garland Jeffreys ha avuto varie fasi nella sua carriera, il periodo di maggior successo sono stati gli anni alla Columbia, tra il 1980 e il 1983, in cui ha realizzato tre dischi formidabili, due in studio, Escape Artist (quello con la E Street Band, ma anche con il grande G.E. Smith alla chitarra), Guts For Love, e in mezzo il Live, Rock’n’Roll Adult, dove è accompagnato dai Rumor di Graham Parker al completo.

Ma anche gli anni settanta ci hanno regalato una serie di album fantastici, a partire da Ghost Writer e One-Eyed Back (per motivi oscuri stroncato dalla critica americana) per arrivare ad American Boy & Girl, il disco del ’79 che è una delle sue vette artistiche più importanti. Come sa chi mi legge non sono un grande cultore del reggae, ma per alcuni artisti faccio un’eccezione, Jeffreys in primis, ma anche la Armatrading, Graham Parker, Joe Jackson, i primissimi Police, dimentico qualcuno sicuramente. Il motivo di questo mio “outing” sarà chiaro tra un attimo. Siamo a fine 1979, Paradise Theater di Boston, una delle culle del rock dell’epoca, Garland è in giro per promuovere American Boy And Girl e la serata viene anche trasmessa dalla WBCN, l’emittente locale radiofonica e oggi proposta a noi posteri sotto forma di un CD di dubbia provenienza, ma indubbia qualità, sia sonora come qualitativa. Il repertorio è differente da quello del pur ottimo Live ufficiale del 1982, e per certi versi forse addirittura migliore, mancano alcuni classici, perché Jeffreys non li aveva ancora scritti (R.O.C.K soprattutto) o nella serata non li esegue, Matador, purtroppo. Ma il resto c’è tutto, corredato da alcune cover fulminanti ed eseguito con la classe del grande performer dal vivo, quale il nostro amico è sempre stato. Tra i pregi della serata anche una touring band di grande compattezza e versatilità, i cui nomi vengono massacrati nelle note di copertina, per il resto interessanti: uno dei chitarristi, Robert Athas, diventa Asis, l’altro, Shane Fontayne, non viene neppure citato, e sono i veri protagonisti, con Garland, della serata, ma anche il bassista Craig Johnson e il batterista Killer Burke (mai sentito, ma vista la bravura, azzardo, potrebbe essere Clem, dei Blondie, o Gary, quello di Hard Rain di Dylan?), creano un vortice ritmico di grande fascino.

A partire dall’iniziale Reggae Rhapsody, dove le due chitarre improvvisano un doppio riff circolare che ricorda quelli dei Television di Marquee Moon, prima di esplodere in un white reggae rock di rara potenza, con la bella voce di Jeffreys e le chitarre arrotate ed “effettate” subito in piena evidenza. Ma il rock non manca mai ai suoi concerti e American Boy & Girl e Rough & Ready sono due schioppettate di rara potenza, poi Garland scherza con il pubblico e con gli ascoltatori della radio, arrivando ad augurare il Buon Natale anche se siamo a fine ottobre, prima di lanciarsi in una sinuosa e reggata (ma rock e reggae convivono sempre) I May Not Be Your Kind, di grande fascino e City Kids, solo voce e chitarra, è da manuale del perfetto cantautore folk. 35 Millimeter Dreams è un altro pezzo rock dal riff accattivante (arte in cui il cantante e compositore di New York è maestro), prima di presentare Mystery Kids, allora inedita e che, sempre scherzando, viene annunciato verrà pubblicata nel 1993, con la band che macina sempre rock alla grande. Ghost Writer è in una versione monstre di oltre 12 minuti, con i due chitarristi, Athas e Fontayne, in vena di improvvisare e pure Wild In The Streets, in quanto a grinta, riff e belle melodie, non scherza per nulla. Pausa e poi tornano per i bis, tanti: Night Of The Living Dead, una fantastica Cool Down Boy, e poi ancora una scatenata Walking The Dog e China, solo voce a cappella, con il pubblico che ascolta in religioso silenzio. Un grande concerto per un grande artista.

P.S. I video non sono di questo concerto, di cui non c’era nulla, ma comunque buona musica dell’epoca

Bruno Conti

Dal Vivo A “Casa” Di Bruce. Nils Lofgren – Back It Up…Live ’85

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Nils Lofgren – Back It Up…Live ’85 – Echoes 2 CD

Nils Lofgren ha pubblicato una quantità di album dal vivo impressionante nel corso della sua carriera: il più recente come uscita, di cui avete letto ottime cose sul Buscadero del mese di gennaio, è stato UK 2015 Face The Music Tour, documentazione del tour che il chitarrista della E Street Band ha tenuto in Terra d?Albione lo scorso anno. In quel caso si trattava di un disco acustico, registrato in coppia con il bravo Greg Varlotta, mentre questo doppio di cui andiamo a parlare lo vede in veste elettrica, con una ottima band, dove accanto a Nils troviamo il fratello Tom Lofgren e Stuart Smith, entrambi a chitarre e tastiere, Wornell Jones al basso e il bravissimo Johnny “Bee” Badjanek, il vecchio batterista di Mitch Ryder, con e senza Detroit Wheels. Siamo al 1° novembre del 1985, circa 30 anni fa quindi, al termine del tour per promuovere Born In The Usa con Springsteen, e reduce dall’avere pubblicato il buon album Flip, di cui vengono eseguiti ben sei brani, e siamo proprio nella tana del leone, al leggendario Stone Pony di Asbury Park, teatro di moltissime esibizioni casalinghe del Boss, il tutto viene mandato in onda dalla emittente radiofonica della zona di New York che mi pare nell’occasione festeggi i venti anni di attività, e quindi la qualità della registrazione è molto buona. Se tutto questo vi ricorda qualcosa è perché lo stesso concerto fu pubblicato nella serie Archive Alive nel 1997, anche se in quel caso si trattava solo di una selezione di quattordici brani e non dell’intera serata.

Nelle note “ballerine” e non informatissime del CD si parla di Nils Lofgren’s solo performance e quindi uno poteva pensare ad un album acustico, ma la band c’è e si sente. Sin dall’iniziale Beggars Day, il brano che Lofgren scrisse per il primo album dei Crazy Horse, si percepisce un  sound solido e tirato, dove chitarre e tastiere ben si amalgamano (anche se queste ultime ogni tanto denotano la provenienza anni ’80 del disco), ma la versione, che nel corso degli anni è diventata sorta di eulogia per lo scomparso Danny Whitten, non ha nulla da invidiare a quella che era presente nel famoso doppio dal vivo del 1977 Night After Night che all’epoca sancì il momento di maggior successo della carriera del nostro, e che era pure molto bella. Ma anche in questo concerto la chitarra di Lofgren è guizzante e presente come nelle sue migliori serate, e molto più libera di esprimersi rispetto allo spazio che ha nella E Street Band. Secrets In the Streets è il singolo del momento tratto da Flip, un classico esempio di rock americano da FM, melodica il giusto ma anche con la grinta delle esibizioni live e un filo di esagerazione nel sound quasi prog o AOR delle tastiere. Anche Dreams Die Hard viene dal nuovo album, un incalzante pezzo rock, mentre Little Bit Of Time è una bella ballata elettroacustica che se non sbaglio sarebbe uscita solo anni dopo su Silver Lining, con The Sun Hasn’t Set On This Boy Yet si torna al primo album solista del 1975., una versione non particolarmente memorabile.

A questo punto parte uno dei brani più belli di Lofgren, Code Of The Road, oltre dieci minuti di rock in puro stile Nils con la chitarra libera di viaggiare nella seconda parte, e niente male anche la vigorosa Rock And Roll Crook, sempre tratta dal primo album solista, come pure Cry Tough, che era la title-track del suo disco in studio di maggior successo, quello prodotto da Al Kooper, ottimo rock ancora, anche se le tastiere a tratti rompono, la chitarra, in questo caso slide, viaggia alla grande. Molto buona anche la tirata No Mercy, mentre la ballata Big Tears Fall sembra un pezzo degli Ultravox, e non è un complimento. La seconda parte si apre con una sentita cover di Any Time At All dei Beatles, seguita da Empty Heart che nella versione live è sempre gagliardamente chitarristica, Like Rain e Moon Tears, vengono dai tempi dei Grin, la seconda altro ottimo esempio del Nils rocker, poi ribadito nella lunga Sweet Midnight, sempre da Flip, come la successiva title-track. I Don’t Want To Talk About It, la bellissima ballata scritta da Danny Whitten, fa parte ancora oggi del repertorio dal vivo di Lofgren, come puree Back It Up, grande rock poi ribadito in una versione fantastica di oltre dodici minuti di Shine Silently, altro cavallo di battaglia di Nils, che qualche canzone bella nella sua carriera l’ha pure scritta e a concludere i bis l’eccellente I Came To Dance. Bel concerto e gran chitarrista.

Bruno Conti    

Supplemento Della Domenica: Bruce Springsteen, Sempre E Comunque Un Grandissimo Performer! Il Punto Sugli Archivi Live Del Boss.

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Con questo post, che meditavo da diverso tempo, ho voluto affrontare un argomento che non ho visto trattato in nessuna recensione, cartacea oppure online, italiana o estera, ed il fatto è abbastanza inspiegabile in quanto si sta parlando degli archivi live di quello che è forse il più grande performer vivente: Bruce Springsteen (& The E Street Band).  La spiegazione che mi sono dato è che questa serie di CD (è nata per il download, ma si possono ordinare anche i dischetti, ad un prezzo più che ragionevole e con un incisione eccellente, mentre la grafica è alquanto spartana e le note assenti, titoli dei brani a parte) è in vendita esclusivamente online in una sezione del sito del Boss, e quindi manca di una distribuzione capillare, a differenza per esempio dei live pubblicati di recente dai Rolling Stones (questi ultimi anche in versione video).

Inizialmente la serie era nata per documentare le ultime tournée di Bruce con la formula degli instant live (sono ordinabili tutti i concerti del tour australiano ed americano di High Hopes, ed anche il River Tour che il nostro sta portando in giro in USA proprio in questi giorni, e che quest’estate toccherà anche l’Italia per due concerti a Milano e Roma), ma poi, con cadenze variabili, si è deciso di mettere a disposizione dei fans anche alcuni concerti più o meno storici provenienti dalle varie fasi della carriera del rocker del New Jersey, una scelta a mio parere vincente in quanto chiunque ami la musica di Bruce aveva sempre desiderato un giorno poter godere delle sue migliori performance dal vivo, ed alcuni tra i dischi pubblicati sono a mio parere davvero imperdibili.

Qui di seguito vorrei fare un rapido elenco rispettando l’ordine di pubblicazione e non cronologico (la serie è cominciata nella seconda metà del 2014), e faccio presente che tutti questi concerti sono ancora disponibili per l’acquisto fisico oppure scaricabili in vari formati.

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Apollo Theater, New York, NY, March 9th 2012: un concerto di riscaldamento prima dell’inizio del tour di Wrecking Ball, registrato nel tempio del soul e rhythm’n’blues. Un concerto più breve delle solite maratone del Boss (infatti sta tutto su due CD), con parecchi pezzi tratti dal nuovo album (a mio parere il suo migliore dai tempi di The Rising, Seeger Sessions escluse), ma anche chicche come l’antica The E Street Shuffle, la sempre toccante Mansion On The Hill e, in omaggio alla location, due coloratissime versioni di The Way You Do The Things You Do (hit dei Temptations) e di Hold On, I’m Coming (Sam & Dave), oltre alla classica Tenth Avenue Freeze Out che è sempre stato un grande brano errebi.

The Agora, Cleveland, OH, August 9th 1978: uno dei concerti più leggendari di Bruce, più volte documentato in passato da bootleg di qualità variabile, ma spesso con i brani interrotti dalla voce del presentatore radiofonico. Ora finalmente viene pubblicato in veste ufficiale, ed è inutile ribadire che qui ci troviamo di fronte al miglior performer degli ultimi quarant’anni nel suo momento di forma più smagliante. Non serve citare un brano piuttosto che un altro, tutta la performance è sbalorditiva, dall’iniziale Summertime Blues al gran finale di Twist & Shout. Se proprio devo fare dei nomi, qui abbiamo le migliori Jungleland, 4th Of July, Asbury Park (Sandy) e Backstreets di sempre, oltre ad una potente Sherry Darling in largo anticipo rispetto a The River.

Tower Theater, Upper Darby, PA, December 31st 1975: altro grandissimo concerto, lo show di Capodanno 1976: questo è il tour nel quale Bruce diventa leggenda, con le sue performances infuocate nelle quali lui e la sua band diventano un tutt’uno. Strepitose riletture degli highlights dei primi tre album, ma anche cover imperdibili quali It’s My Life (The Animals), Pretty Flamingo  (Manfred Mann), Mountain Of Love (Faron Young, Johnny Rivers), oltre all’ormai mitico Detroit Medley. Da non perdere.

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Brendan Byrne Arena, East Rutherford, NJ, August 5th 1984: il tour di Born In The U.S.A. è stato senza dubbio uno dei più spettacolari e famosi del Boss, la cui popolarità in quel momento era veramente alle stelle, e se il disco aveva delle sonorità “paracule”, dal vivo la E Street Band era la solita macchina da guerra. Una sorta di greatest hits di Bruce con però anche alcune chicche (Used Cars, Growin’ Up), con una sequenza micidiale nel secondo set formata da Cadillac RanchSherry DarlingNo SurrenderPink Cadillac ed un finale pirotecnico con Traveling Band (Creedence) e Twist And Shout.

Nassau Coliseum, Uniondale, NY, December 31st 1980: un altro concerto di Capodanno: il tour di The River forse è stato il migliore della carriera di Springsteen, come dimostra il DVD/BluRay registrato a Tempe ed incluso nel recente box set, e questo concerto non fa che confermarlo (anche se non mi sarebbe dispiaciuto veder pubblicato il mitico Hallenstadion di Zurigo, dato che ne ho sempre solo sentito parlare)  (*NDB Qui mi tocca, io c’ero!). Comunque uno dei migliori live della serie, un concerto interminabile e con versioni strepitose di Because The Night, Thunder Road, Racing In The Street ed una Rosalita che supera il quarto d’ora. In più, finalmente abbiamo in una pubblicazione ufficiale del Boss la sua rilettura del classico di John Fogerty Who’ll Stop The Rain.

Shottenstein Center, Columbus, OH, July 31st 2005: un concerto diverso, tratto dal tour acustico di Devils & Dust, uno dei dischi più intimi e personali di Bruce, che qui troviamo tutto solo sul palco ma impegnato con vari strumenti (chitarre acustiche ed elettriche, armonica, piano acustico ed elettrico) e con una scaletta giocoforza molto differente. Oltre ai brani di punta di Devils & Dust (splendide la title track e Long Time Comin’) troviamo canzoni che difficilmente possiamo ascoltare tutte assieme nello stesso concerto: Reason To Believe, For You, State Trooper, One Step Up, la rara Cynthia, When You’re Alone, Lost In The Flood, fino alla conclusiva Dream Baby Dream dei Suicide. Uno Springsteen meno esplosivo ma sicuramente molto intenso.

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Sports Arena, Los Angeles, CA, April 23rd 1988: prima pubblicazione ufficiale dal tour di Tunnel Of Love, un tour che all’epoca venne criticato in quanto gli E-Streeters sembravano avere il freno a mano tirato e Bruce sul palco faceva gli occhi dolci a Patti Scialfa in puro stile Al Bano & Romina. Sentito oggi, devo dire che quelle critiche erano in parte ingiuste, anche se dare troppo spazio ai brani minori di Tunnel Of Love (Two Faces, Spare Parts, Ain’t Got You, la stessa title track) non giova al risultato generale. Però poi ci sono anche la stupenda Tougher Than The Rest, una You Can Look diversa dall’originale e due rare interpretazioni di Have Love, Will Travel (Richard Berry) e di Sweet Soul Music (Arthur Conley) a raddrizzare uno show discreto, ma non al livello dei precedenti.

Ippodromo Delle Capannelle, Rome, IT, July 11th 2013: si torna ai giorni nostri con il primo show della serie non registrato in terra americana, ed è proprio un omaggio alla nostra terra, da sempre molto amata da Bruce (che è italiano da parte di madre), un ottimo concerto che presenta però una qualità di registrazione inferiore allo standard (ma comunque più che accettabile). La chicca della serata è indubbiamente l’intensa sequenza di brani presi dal secondo album del nostro (The Wild, The Innocent & The E Street Shuffle), formata da Kitty’s Back-Incident On The 57th Street-Rosalita-New York City Serenade e con la partecipazione dell’orchestra Roma Sinfonietta. E poi, concedetemi una digressione personale, dato che in scaletta troviamo anche la bellissima Lucky Town, un brano che ho sempre amato moltissimo e che Bruce non fa quasi mai.

ASU Activity Center, Tempe, AZ, November 5th 1980: sì, non avete le traveggole, è proprio il concerto pubblicato in formato video sul box di The River lo scorso Dicembre, ma non sono le stesse canzoni! Se ricordate, quello show era incompleto in quanto le telecamere avevano mancato di riprendere dieci canzoni, le stesse che compongono questo CD (che quindi è l’unico della serie ad essere singolo) che quindi va idealmente a completare la serata. Tutte grandi canzoni eseguite superbamente, per carità (in particolare mi ero dispiaciuto dell’assenza nel BluRay di The Ties That Bind, Wreck On The Highway e Point Blank), ma sinceramente mi sento di consigliarlo solo a chi ha già il box, in quanto preso come disco live a sé stante è alquanto monco. (* NDB2 Questo dovrebbe essere ancora in download gratuito sul sito http://live.brucespringsteen.net/live-music/0,13637/Bruce-Springsteen—The-E-Street-Band-mp3-flac-download-11-5-1980-ASU-Activity-Center-Tempe-AZ.html)

E qui si interrompe (per ora) la serie, senza indizi di quali possano essere le prossime uscite: all’appello mancano per esempio il tour di Human Touch-Lucky Town (nel quale però Bruce non era accompagnato da una grande band), il reunion tour con la E Street Band del 1999 ed i concerti con la Seeger Sessions Band (entrambi però già documentati ufficialmente sia in formato audio che video).

Staremo a vedere.

Marco Verdi

Questo E’ Quasi Indispensabile! Southside Johnny & The Asbury Jukes – The Bottom Line New York City ’77

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Southside Johnny & The Asbury Jukes – The Bottom Line New York City ’77 – 2CD Echoes 

Nel 2015 Southside Johnny ha pubblicato Soultime!, uno dei dischi migliori dell’ultimo periodo della sua carriera (ma anche Going To Jukesville, Pills & Ammo e Grapefruit Moon, quello dei brani di Tom Waits, non erano per niente male): diciamo che più diventano difficili da reperire, distribuiti dalla Leroy Records tramite sito o ai concerti, più ci si riavvicina al periodo di grande splendore dell’era springsteeniana, a cavallo anni ’70/anni ’80. Ma in quegli anni la band era veramente formidabile dal vivo, nella versione con sezione fiati  una soul revue allo stato puro, con una con forte componente rock, l’altra faccia della E Street Band, con cui spesso si scambiavano musicisti e canzoni. Johnny Lyon ha tutt’ora una gran voce, ai tempi era uno dei “negri bianchi” migliori in circolazione: i primi album, I Don’t Want To Go Home, This Time It’s For Real e Hearts Of Stone sono dei mezzi capolavori, e il gruppo, sulla scia di Springsteen, era anche molto popolare (pur se il successo commerciale era moderato, infatti vennero mollati dalla Epic) . Proprio da quel periodo d’oro viene questo concerto al Bottom Line di New York: non è la serata immortalata nel mini album Live At The Bottom Line, pubblicato come promo nel 1976, ma una serata del giugno 1977, organizzata per lanciare, via broadcast radiofonico, l’appena uscito This Time It’s For Real.

Puro Asbury Sound, con in più la chicca della presenza di Ronnie Spector, in ben cinque brani, uno dei quali presente anche nel Very Best Of pubblicato di recente dalla ex cantante della Ronettes, ed ex di Phil Spector http://discoclub.myblog.it/2015/11/26/darlene-love-ecco-la-piu-famosa-delle-spector-girls-ronnie-spector-the-very-best-of-ronnie-spector/ . Ma la serata è incentrata tutta sulla esplosiva miscela di R&B, blue-eyed soul e rock che era il menu del gruppo all’epoca: le note del doppio CD della Echoes sono molto scarne, ma nella formazione c’erano anche i quattro Miami Horns, guidati da Richie “LaBamba” Rosenberg, con Billy Rush alla chitarra e Kevin Kavanaugh al piano, oltre allo stesso Lyon che suonava anche l’armonica. Qualità sonora molto buona e repertorio al fulmicotone: si parte subito fortissimo con This Time It’s For Real, la title track del nuovo album dell’epoca, scritta da Little Steven, poi è un tripudio di soul, Got To Get You Off On My Mind era un grande brano di Solomon Burke con l’ottimo Billy Rush alla chitarra ed il resto del gruppo in evidenza, Without Love, scritta da Carolyn Franklin, la sorella di Aretha e Ivory Joe Hunter, sempre tratta dal secondo album, è puro Jukes sound, per non parlare di Love On The Wrong Side Of Town, altra perla del duo Springsteen/Van Zandt, sincopata e spectoriana come si conviene.

Little By Little, un pezzo scritto da Mel London, mai inciso su dischi ufficiali dalla band, ma pescato dal repertorio di Junior Wells, è un bel blues & soul tirato con Southside in tiro all’armonica e Billy Rush alla solista, mentre She Got Me Where She Wants Me, sempre dalla penna di Steven Van Zandt (che firma ben otto brani del secondo album) è una sorta di soul ballad con la band che spalleggia Southside Johnny a livello vocale. It Ain’t The Meat (It’s The Motion), dal primo album, era uno dei brani salaci di Henry Glover, un musicista nero poco noto ai non addetti (ma tanto per dirne una ha scritto Drown in my own tears), e anche I Choose To Sing The Blues, che era nel repertorio di Ray Charles (e Billie Holiday). A questo punto sale sul palco Ronnie Spector per un ripasso del “Wall Of Sound”: quattro pezzi in sequenza, con la “Queen Of Rock’N’Roll” come viene presentata, Baby I Love You, e qui finisce il primo CD. Si riprende subito con Walkin’ In The Rain, una splendida versione di Say Goodbye To Hollywood, il pezzo di Billy Joel, che per me in questa versione è anche più bello dell’originale e una grandissima Be My Baby, una delle canzoni più belle di sempre.

Poi si prosegue con The Fever, l’inedito di Bruce che li aveva lanciati sul mercato discografico, gran bella versione con lunga intro di armonica, e ancora I Don’t Want To Go Home, il pezzo che comprende il famoso verso Reach Up And Touch The Sky che sarebbe stato il titolo del loro Live ufficiale. E per celebrare la festa una chilometrica (oltre tredici minuti) e fenomenale Havin’ A Party, uno dei capolavori assoluti della soul music, legata indissolubilmente a Sam Cooke, ma che non manca mai di entusiasmare il pubblico. Mancano ancora un altro brano con Ronnie Spector, questa volta a duettare con Southside Johnny per la bellissima You Mean So Much To Me, e per concludere un’altra formidabile canzone come You Don’t Know Like I Know, un pezzo di Isaac Hayes e David Porter, ma che tutti conosciamo nella versione di Sam & Dave, soul all’ennesima potenza per finire in gloria una magnifica serata. Forse si meriterebbe anche quattro stellette questo doppio CD!

Bruno Conti

Solo “Sorprese” Di Fine Anno. Il “Regalo” Di Bruce Springsteen.

bruce springsteen the ties that bind

Per tutti quelli che erano rimasti delusi che nel ben di Dio incluso nel cofanetto di Ties That Bind di Springsteen, il concerto di Tempe, Arizona, nella parte DVD, fosse stato pubblicato monco, mancante di circa un’ora di musica e dieci brani in totale rispetto alla serata completa (ma la parte video comunque continua a mancare), Bruce ha reso disponibile sul suo sito la possibilità di scaricare gratuitamente in MP3 (o a pagamento in Lossless e HD-Audio le canzoni mancanti, in attesa del CD che verrà pubblicato,sempre sul suo sito, tra una ventina di giorni), il link è questo http://live.brucespringsteen.net/live-music/0,13637/Bruce-Springsteen—The-E-Street-Band-mp3-flac-download-11-5-1980-ASU-Activity-Center-Tempe-AZ.html. Se non siete tecnologici, prima dovete iscrivervi, inserendo la vostra mail e una password, poi dopo avere fatto il checkout dell’acquisto, free (gratis) riceverete il link per scaricare gratuitamente nella mail. Se siete pigri o poco avvezzi, lo trovate comunque anche qui

Non so per quanto rimarrà disponibile, quindi affrettarsi.

Al di là di qualsiasi considerazione rimane un gran concerto, tratto da uno dei suoi tour più leggendari (io a Zurigo, qualche mese dopo, nell’aprile del 1981, c’ero)!

Bruno Conti