Recensione Pasquale! Paul McCartney – Flowers In The Dirt Super Deluxe. Parte 2: Il Cofanetto.

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Paul McCartney – Flowers In The Dirt – Capitol/Universal 3 CD + DVD – 2 CD – 2 LP

Alla fine degli anni ottanta Paul McCartney stava cercando un rilancio di vendite e popolarità dopo un periodo complicato dal punto di vista artistico (problema comune in quel periodo per molti musicisti della golden age): l’inizio della decade non era stato neanche male, con due album di buon successo, Tug Of War e Pipes Of Peace, ed il primo dei due tra i migliori mai pubblicati dall’ex Beatle; nel 1984 ci fu però il fallimentare progetto Give My Regards To Broad Street, disco e film, che se da un lato sul supporto audio, pur proponendo poche novità (ma rileggendo alcune pagine del songbook dei Beatles), riuscì a portare a casa il risultato, dal punto di vista del lungometraggio fu un flop totale. Ed anche il successivo album Press To Play (1986) fu un insuccesso, un lavoro poco ispirato, involuto, con canzoni non “alla McCartney” e dal suono troppo anni ottanta (forse il più grande passo falso della carriera di Macca). Una parziale risalita si ebbe un anno dopo con la doppia antologia All The Best, trainata dall’ottimo singolo Once Upon A Long Ago, ma il nostro già in quel periodo stava pensando a come rilanciare la carriera, e la soluzione più giusta gli sembrò quella di cercare nuovamente un partner per la scrittura delle canzoni come ai tempi dei Fab Four: il prescelto fu Elvis Costello, con il quale già dal 1987 Paul iniziò a scrivere ed incidere a livello di demo una lunga serie di brani che avrebbero dovuto costituire l’ossatura del nuovo album (un primo assaggio della collaborazione, Back On My Feet, era andata sul lato B di Once Upon A Long Ago).

La storia andrà poi diversamente, in quanto Paul in seguito avrà dei dubbi se quella della partnership con Costello fosse la strada giusta (nonostante i media stessero pompando la cosa aldilà della sua reale importanza, arrivando persino a definire Elvis il “nuovo Lennon”) e si metterà a scrivere altri brani per conto suo: Flowers In The Dirt (che uscirà nel Giugno del 1989), pur rivelandosi uno dei migliori album di McCartney, diventa dunque un ibrido, con soltanto quattro pezzi nati dalla collaborazione con l’occhialuto songwriter londinese (altri usciranno sul successivo album di Paul, Off The Ground, e sui due dischi del periodo di Costello, Spike e Mighty Like A Rose, mentre molti resteranno inediti). Anche la scelta di rivolgersi a ben sette produttori diversi (Trevor Horn, Chris Hughes, Mitchell Froom, Neil Dorfsman, David Foster, Steve Lipson e Ross Cullum, oltre a Paul stesso e Costello nei quattro pezzi scritti insieme) solitamente è sintomo di grande confusione, ma c’è da dire che se il nostro è riuscito a confezionare un lavoro con un suono unitario e compatto,  è merito anche del fatto che in tutti i pezzi vi è la medesima house band, che accompagnerà il nostro anche nel trionfale tour che seguirà (Hamish Stuart e Robbie McIntosh alle chitarre, Chris Whitten alla batteria, Paul Wickens alle tastiere, oltre alla solita presenza più che altro simbolica della moglie Linda) ed alcuni preziosi interventi di ospiti del calibro di David Gilmour, Nicky Hopkins e Dave Mattacks.

La prima parte del disco è quasi perfetta, a partire dall’apertura di My Brave Face, delizioso ed orecchiabile pop-rock dal ritornello coinvolgente, che è anche il primo singolo e la migliore delle quattro canzoni con Costello (e la sua mano si sente, specie nel bridge); con Elvis, Paul scrive anche la ballad You Want Her Too, unico duetto tra i due, un brano intenso e con un bel botta e risposta tra la voce melodica di Macca e quella ruvida di Mr. McManus, mentre anche due brani considerati minori come la funkeggiante Rough Ride e la jazzata e raffinatissima Distractions fanno la loro bella figura. Ma le due canzoni migliori del disco sono certamente la bellissima We Got Married, un gran bel pezzo che parte come un folk-rock ed assume tonalità quasi prog (all’acqua di rose, stiamo sempre parlando di McCartney), con due splendidi assoli floydiani di Gilmour  , e la cristallina Put It There, eccellente ballata acustica che, grazie anche all’arrangiamento ad opera di George Martin, rimanda direttamente al suono del White Album. La seconda parte (il vecchio lato B) parte benissimo con la roccata Figure Of Eight e la squisita pop song This One (altro singolo di successo), ma cala un po’ alla distanza: le altre due canzoni scritte con Costello, Don’t Be Careless Love e That Day Is Done, sono due ballate abbastanza normali per Paul, ed il pur gradevole reggae ecologista-pacifista How Many People, dedicato al sindacalista brasiliano Chico Mendes, ha un testo da terza elementare. Pollice verso invece per i due brani finali, la pesantissima Motor Of Love, lunga e noiosa ballata in più gravata da un arrangiamento gonfio, e la danzereccia Ou Est le Soleil, una mezza porcheria elettronica senza senso.

Oggi gli archivi di Paul si occupano proprio di questo disco, e l’edizione Super Deluxe è come al solito splendida dal punto di vista visivo, con ben quattro libri inclusi, pieni di testi, note, foto e curiosità varie, un DVD con i videoclip dei singoli estratti dall’album, un documentario inedito ed un altro, Put It There, uscito all’epoca e tre CD (dei quali il primo è il disco originale rimasterizzato) decisamente interessanti, anche se pure questa volta non sono mancate le polemiche. Intanto è strano che, dato che all’epoca Paul aveva deciso di fare una parziale retromarcia per quanto riguardava i pezzi con Costello, tutti e due i bonus CD sono incentrati sui demo incisi con lui, che se da un lato offrono una visione diversa (ed alcuni brani totalmente inediti), dall’altro mancano di documentare le versioni alternative dei pezzi scritti dal solo Paul (e lo spazio ci sarebbe stato, dato che i due dischetti durano mezz’oretta l’uno). La tracklist tra l’altro, nove brani a disco, è la stessa (e nello stesso ordine), con i soli Paul ed Elvis alle prese con i demo del 1987 sul secondo CD (dove si accompagnano con chitarre acustiche e pianoforte) e le versioni iniziali full band del 1988 sul terzo (ma sempre con Elvis in session), con anche diversi pezzi che poi non avrebbero trovato spazio sull’album. Se The Lovers That Never Were in versione duo ha chiaramente bisogno di essere rifinita (ed infatti sul dischetto “elettrico” risulta molto meglio), Tommy’s Coming Home è bellissima così com’è, due voci, due chitarre e melodia fresca e beatlesiana; Twenty Fine Fingers è un gradevole rockabilly alla Buddy Holly (irresistibile la versione full band) che poteva stare tranquillamente sul disco originale, mentre la deliziosa So Like Candy è davvero figlia dei Fab Four (ma la mano di Costello è evidente, tanto che la inciderà da solo e la metterà su Mighty Like A Rose).

I due CD proseguono con le quattro canzoni poi finite sull’album (e My Brave Face si conferma la migliore del lotto) e si concludono con la frenetica Playboy To A Man, meglio nella versione elettrica. La cosa che però ha mandato più in bestia i fans è la decisione, pare di Paul stesso, di includere altri brani, tra cui tre demo aggiuntivi e tutti i lati B dei singoli dell’epoca, soltanto come download digitale, scelta assurda considerando il fatto che lo spazio sui bonus CD non mancava e, soprattutto, che è senza senso spendere una cifra vicina ai 150 Euro per poi doversi anche scaricare dei pezzi. In ogni caso, anche il contenuto della parte download è interessante, con alcune B-sides accattivanti come la già citata Back On My Feet, l’incalzante e vigorosa Flying To My Home (che avrebbe dovuto assolutamente finire sul disco) e la vibrante ballata pianistica Loveliest Thing. Vi risparmio i vari remix della già brutta Ou Est Le Soleil, ed anche il raro singolo per i DJ Party Party, ma vorrei citare i tre pezzi finali, tratti da una cassetta demo ancora di McCartney e Costello, con le discrete I Don’t Want To Confess e Mistress And Maid e la splendida Shallow Grave, un vero peccato che sia rimasta nei cassetti. (*NDB Che uscirà il 21 aprile per il Record Store Day, proprio in formato musicassetta)!  A monte di tutti i possibili difetti (e quello del “download only content” è a mio parere imperdonabile), una delle migliori ristampe della serie, che avrà il merito di fare felici non solo i fans di Macca ma anche quelli di Elvis Costello.

Marco Verdi

Dopo Trent’Anni E’ Ancora Una Goduria! Roy Orbison – Black & White Night 30

roy orbison black and white night

Roy Orbison – Black & White Night 30 – Legacy/Sony CD/DVD – CD/BluRay

Nella seconda metà degli anni ottanta ci fu una meritoria operazione di revival per quanto riguardava il grande Roy Orbison, uno degli originali rock’n’roller del periodo d’oro della Sun Records: dopo i fasti (e le tragedie personali) degli anni cinquanta e sessanta, la figura di Roy cadde nel dimenticatoio per tutti i settanta (anche se in quel periodo continuò ad incidere) e soprattutto nel primo lustro degli eighties; il primo a tirare fuori il nostro dalla naftalina fu il regista David Lynch, che nel suo controverso ma famoso film Blue Velvet diede una parte centrale alla canzone In Dreams. Poi ci fu il Grammy vinto per il duetto con k.d. lang in Crying, e nel 1987 il doppio album In Dreams, contenente versioni rifatte da capo a piedi dei suoi classici. Ma la parte centrale dell’operazione di recupero di “The Big O” fu il concerto tenutosi nel Settembre del 1987 al piccolo Cocoanut Grove di Los Angeles, un evento che rimarrà negli annali come Black & White Night, in quanto il bianco e nero era sia il dress code della serata che la tecnica con cui venne girato il filmato. Il concerto ebbe un enorme successo (passò via cavo per la HBO ed uscì anche al cinema), tanto che dopo due anni uscì anche in CD e VHS (ed in DVD diversi anni dopo): peccato che nel 1989 il vecchio e malandato cuore di Orbison avessa già ceduto, senza avere il tempo di godersi il successo del suo vero e proprio comeback album, lo splendido Mystery Girl (invece riuscì a vedere il suo nome di nuovo in testa alle classifiche con il primo disco del supergruppo dei Traveling Wilburys, formato con George Harrison, Bob Dylan, Tom Petty e Jeff Lynne).

Oggi i figli di Roy, curatori degli archivi dopo la morte della madre Barbara (che era anche la manager del nostro, oltre che la seconda moglie), ripubblicano quella storica serata nel trentennale del suo svolgimento (ma sono già passati trent’anni? Quasi), in un’elegante confezione contenente sia il CD che il DVD (o, per la prima volta, il BluRay), ed aggiungendo anche dei bonus per rendere il piatto ancora più succulento. Le cose che saltano all’occhio (e all’orecchio) sono la nitidezza dell’immagine nonostante il bianco e nero e la purezza del suono, completamente rimasterizzato, ma soprattutto il fatto che per questa edizione tutto il filmato sia stato rimontato da capo a piedi, utilizzando riprese inedite effettuate con telecamere diverse da quelle del video originale, rendendolo quindi accattivante anche per chi possedeva il vecchio DVD o VHS. Ed è un immenso piacere godere nuovamente di quella magica serata, che vede in Roy un frontman carismatico ed in forma smagliante, accompagnato da una house band coi controfiocchi, la TCB Band, ovvero il backing group di Elvis Presley negli ultimi anni di carriera: Glen D. Hardin al piano, Jerry Scheff al basso, Ron Tutt alla batteria e soprattutto l’inarrivabile chitarrista James Burton, che sarà il vero protagonista della serata, dopo Roy ovviamente.

Ma questa Black & White Night è passata alla storia anche per la quantità impressionante di “amici” sul palco ad accompagnare Orbison, un vero e proprio parterre de roi che comprende un insieme di backing vocalists composto da Jackson Browne, J.D. Souther, Steven Soles, Bonnie Raitt, Jennifer Warnes e k.d. lang, più un trio di chitarristi formato da Bruce Springsteen, Elvis Costello e T-Bone Burnett (che è anche il cerimoniere), e Tom Waits all’organo e chitarra acustica (completano il quadro Mike Utley alle tastiere, Alex Acuna alle percussioni ed un quartetto d’archi). E la cosa che si nota è che nessuno degli ospiti invade lo spazio di Roy, non ci sono neppure duetti (solo il Boss armonizza con il leader in due brani, Uptown eDream Baby https://www.youtube.com/watch?v=ANy4x3wgTSA ), anzi guardano al nostro con immenso rispetto e devozione, quasi intimoriti dal suo particolare carisma (Orbison ha sempre avuto una presenza magnetica pur non muovendo un muscolo durante le sue esibizioni, tanto bastava la sua voce formidabile per entusiasmare): la sola presenza di Waits, uno che fa fatica a muoversi anche per promuovere sé stesso, è indicativa in tal senso. E’ quindi, lo ribadisco, un immenso piacere riascoltare (e rivedere) il grande Roy alle prese con le sue inimitabili ballate, veri e propri classici quali Only The Lonely https://www.youtube.com/watch?v=4YG__LBJVZ0 , In Dreams, Crying (cantata da solo nonostante la presenza della lang), It’s Over, Running Scared, Blue Bayou, canzoni nelle quali la voce allo stesso tempo gentile e potente del nostro è davvero l’arma in più; ma se Roy è famoso più che altro come balladeer, in questo concerto ha grande spazio anche l’Orbison rocker, con versioni strepitose e coinvolgenti Dream Baby, Mean Woman Blues (durante la quale Roy gigioneggia e si diverte con il suo tipico brrrrrrrr), e due incredibili versioni di Ooby Dooby e Go!Go!Go! (Down The Line), con Burton che fa letteralmente i numeri con la sua sei corde.

Ci sono anche un paio di brani nuovi, che finiranno due anni dopo su Mystery Girl (la marziale The Comedians, scritta da Costello, e la pimpante (All I Can Do Is) Dream You), ed un gran finale con una Oh, Pretty Woman da urlo, più di sei minuti di grande rock’n’roll con Burton che sotterra tutti nella jam finale, entusiasmando non poco il pubblico del piccolo club (nel quale si riconoscono Kris Kristofferson, Billy Idol e l’attore Patrick Swayze). Abbiamo detto dei bonus, sia nella parte audio che video: due nel concerto principale (la lenta Blue Angel, assente anche dalla trasmissione televisiva dell’epoca, ed una versione alternata e più sintetica di Oh, Pretty Woman), più un mini-concerto segreto tenutosi a fine serata e con un pubblico ristretto, cinque canzoni che erano presenti anche nella setlist principale, ed eseguiti più o meno allo stesso modo (ma Claudette secondo me è più riuscita), che nel CD sono assenti ma proposti a parte come download digitale con tanto di codice, una pratica piuttosto antipatica a mio parere. Conclude il tutto un documentario di poco più di dieci minuti con immagini tratte dalle prove e brevi interviste ad alcuni ospiti della serata, un filmato interessante ma forse non indispensabile. Black & White Night era uno dei migliori live degli anni ottanta, ed in assoluto una delle cose migliori della carriera di Roy Orbison, e questa ristampa ce lo riconsegna in tutto il suo splendore.

Marco Verdi

Un’Abbondante Ed Ottima Colazione A Base Di Uova E Musica! Eggs Over Easy – Good’n’Cheap: The Eggs Over Easy Story

Eggs Over Easy Good 'N' Cheap The Story

Eggs Over Easy – Good’n’Cheap: The Eggs Over Easy Story – Yep Rock 2CD

Il mondo della musica rock è pieno di solisti o gruppi sconosciuti al grande pubblico o che non hanno mai neppure minimamente assaporato il successo, i classici artisti di culto, ma tra questi credo che un posto molto in alto in un’ideale classifica spetti senz’altro agli Eggs Over Easy, combo americano attivo perlopiù in Inghilterra all’inizio degli anni settanta, che, pur avendo di fatto inventato un genere e quindi influenzato una lunga serie di musicisti in gran parte britannici, ha inciso molto poco e venduto ancora meno, sebbene il loro album di debutto sia ancora oggi considerato un disco di riferimento. Ma andiamo con ordine: gli Eggs Over Easy (termine che sta a significare l’uovo fritto in padella da entrambi i lati, in contrapposizione con il sunny side up che è fritto da un lato solo, e quindi con i tuorli in bella vista) si formarono nel 1969 a New York per iniziativa del chitarrista Jack O’Hara e del pianista Austin De Lone (che si erano conosciuti a Berkeley), ai quali si unì presto il polistrumentista Brien Hopkins; il trio cominciò a farsi le ossa nei bar e club di New York e dintorni, fino a quando non furono notati da tale Peter Kauff che li spedì a Londra a registrare sotto la supervisione nientemeno che di Chas Chandler, ex bassista degli Animals e produttore/manager di Jimi Hendrix, con alla batteria prima Les Sampson e poi John Steel (un altro ex Animals), che divenne membro aggiunto del gruppo. Qualcosa però andò storto, più che altro per problemi legati alla casa di produzione cinematografica Cannon Films che patrocinava le sessions (dato che voleva entrare anche nel mondo della musica), ed il disco non vide mai la luce.

Nonostante la delusione, gli EOE restarono un altro po’ a Londra, esibendosi con regolarità nei pub della città e suonando il loro repertorio fatto di cover ma anche di un gran numero di brani originali, in uno stile molto diretto che mischiava rock, pop, country e soul, attirando le attenzioni di giovani che poi sarebbero diventati musicisti famosi come Nick Lowe, Brinsley Schwarz, Elvis Costello e Graham Parker, ed inventando di fatto il “pub rock”. Tornati a New York, i tre (questa volta con Bill Franz alla batteria) ci ritentarono, incidendo un intero LP con canzoni diverse da quelle di Londra, sotto la produzione di un’altra leggenda, Link Wray, ed il disco che ne uscì, Good’n’Cheap, venne finalmente pubblicato dalla A&M nel 1972, purtroppo di nuovo nell’indifferenza generale. Ma chi doveva notarlo lo fece, e Good’n’Cheap diventò presto un disco di culto e considerato una pietra miliare del pub rock, influenzando non solo i quattro musicisti che ho citato prima, ma anche Dave Edmunds, i Dr. Feelgood di Wilko Johnson ed anche l’americano Huey Lewis (* NDB. Tramite i Clover di Alex Call, altra band da riscoprire, all’opera anche nel primo disco di Costello, My Aim Is True). Ma si sa, l’insuccesso è una brutta bestia, e dopo aver passato il 1973 a supportare in tour gruppi come Eagles e Yes (un po’ distanti dalla loro filosofia, specie i secondi), gli EOE di fatto restarono inattivi per il resto della decade, pubblicando solo un singolo nel 1976 per un’etichetta, la Buffalo Records, che fallì nello stesso momento in cui il 45 giri venne immesso sul mercato.

eggs over easy fear of frying

Poi, dal nulla, nel 1981 (stavolta alla batteria c’era Greg Dewey) i tre fecero uscire il loro secondo album, Fear Of Frying, prodotto stavolta dal noto tastierista e cantante Lee Michaels, un buon disco anche se inferiore al predecessore, e che ebbe ancor minore impatto, convincendoli definitivamente che forse non era il caso di proseguire (e anche qui la casa discografica, la Squish Records, fallì poco dopo, pure sfigati i ragazzi). In seguito, De Lone rimase quello più attivo musicalmente (si fa per dire), con un solo album da solista nel 1991, De Lone At Last, peraltro bellissimo e con una strepitosa cover di Visions Of Johanna di Bob Dylan  , ed un altro disco in coppia con Bill Kirchen, ex chitarrista dei Commander Cody (oltre a fare il sessionman per Bonnie Raitt, Elvis Costello ed altri), mentre sia O’Hara che Hopkins (il quale passò a miglior vita nel 2007) rimasero piuttosto ai margini dell’industria musicale. Industria che oggi (nello specifico la Yep Roc, con distribuzione Universal negli USA), e direi finalmente, paga il proprio debito verso una delle band più sottovalutate della storia, pubblicando questo Good’Cheap: The Eggs Over Easy Story (per il titolo non si sono spremuti molto), un doppio CD che ha il solo difetto di costare parecchio, ma che ci presenta in un colpo solo tutto ciò che il gruppo ha inciso nella sua breve carriera, comprese le mitiche sessions londinesi. Chiaramente la parte del leone la fa Good’n’Cheap (rimasterizzato benissimo), un disco che ancora oggi suona fresco ed attuale, una miscela davvero superlativa di rock, country, blues, soul e pop, suonato con la tecnica e la raffinatezza di un gruppo di veterani ma con l’energia di una garage band. Undici canzoni che spaziano a largo raggio nei meandri della musica americana, un album che da solo, per chi ancora non ce l’ha, vale l’acquisto di questa antologia (ed era bella pure la copertina, un adattamento del capolavoro di Edward Hopper Nighthawks, quadro che ha ispirato anche Tom Waits per il suo Nighthawks At The Diner), a cominciare dalla splendida Party Party, una canzone pianistica dalla melodia anni sessanta, ritmo acceso ed ottime armonie vocali, subito seguita da Arkansas, una country song un po’ sbilenca ma di grande fascino, e dalla bellissima Henry Morgan, che in tutto e per tutto sembra un brano di The Band, ancora con il magnifico pianoforte di De Lone a condurre le danze.

The Factory è un soul urbano diretto e roccato, suonato davvero da Dio, la liquida Face Down In The Meadow presenta echi di errebi bianco tipico di gruppi come Animals e Box Tops, la squisita Home To You è un pop-rock di gran classe, mentre la limpida Song Is Born Of Riff And Tongue è una toccante ballata country con una bella chitarra messicaneggiante. Per finire addirittura in crescendo con la scintillante Don’t Let Nobody, un rock tinto di errebi molto trascinante, lo stupendo country-rock Runnin’ Down To Memphis, ancora guidato da un piano fantastico, la nitida Pistol On A Shelf, uno slow coi controfiocchi (ancora con The Band in mente) ed il rock’n’roll Night Flight, con echi quasi bowiani. Poi abbiamo il rarissimo singolo del ’76, che comprende il rockabilly I’m Gonna Put A Bar In The Back Of My Car (And Drive Myself To Drink), bel titolo non c’è che dire, e ancora con un pianoforte da urlo, e la divertita Horny Old Lady, un honky-tonk d’altri tempi ma dal tasso alcolico elevato.

Chiudono il primo CD le undici canzoni di Fear Of Frying, un lavoro più che dignitoso, con alcune zampate ed altre canzoni più normali, e che comunque ci regala un’altra mezz’ora abbondante di piacevole ascolto. Tra gli highlights abbiamo la tesa Scene Of The Crime, l’orecchiabile folk-rock Forget About It, la bellissima e corale Louise, che non avrebbe sfigurato su Good’n’Cheap, l’ottimo soul annerito You Lied, la solare, alla Jimmy Buffett, Driftin’ e la ruspante Mover’s Lament, con Hopkins che sia vocalmente che come stile ricorda non poco Levon Helm. Il secondo CD dura molto meno, ha solo dodici canzoni, ma sono quelle del famoso disco prodotto da Chandler nel 1971 e mai pubblicato, un album fatto e finito che già faceva intravedere il talento dei ragazzi (ed i brani sono tutti inediti, nessuno di questi è mai stato ripreso in seguito), anche se, col senno di poi, forse questo LP non avrebbe avuto lo stesso impatto di Godd’n’Cheap, che era obiettivamente superiore. Comunque la buona musica non manca di certo, a partire dalla bellissima Goin’ To Canada, un country-rock dalla melodia corale strepitosa ed accompagnamento di prima qualità, seguita a ruota da I Can Call You, molto diversa, quasi interiore ma comunque degna di nota, e dalle vivaci Right On Roger e Country Waltz, entrambe quasi beatlesiane (la seconda molto di più). Give Me What’s Mine e Waiting For My Ship sono entrambe gradevoli ma un gradino sotto, mentre Across From Me ha ancora elementi del gruppo di Robbie Robertson, ed è valida; January è un po’ irrisolta, ma non disprezzabile, mentre la countreggiante e pianistica Give And Take è semplicemente deliziosa. Il CD termina con la robusta Funky But Clean, la tenue I’m Still The Same (che però ha più l’aspetto di un demo) e la jazzata e raffinata 111 Avenue C, tra le più interessanti.

Nonostante il costo non proprio basso, una ristampa che non dovrebbe mancare nella collezione di chiunque legga questo blog abitualmente (ma neanche in quella degli occasionali!), in quanto ha il merito di mettere finalmente sotto i riflettori un gruppo troppo a lungo ignorato.

Voi pensate al pane ed al succo d’arancia: le uova le portano loro!

Marco Verdi

Un Bel Concerto Dalle Plurime Edizioni Per Un “Gentiluomo” Che Non C’è Più! Jesse Winchester – Defying Gravity Studio Six Montreal, 1976

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Jesse Winchester – Defying Gravity Studi Six Montreal 1976 – CD Echoes

*NDB Prima di addentrarci nella recensione una breve precisazione sul titolo del Post: lo stesso concerto, identico, ma con un altro titolo, Seems Like Only Yesterday è uscito anche negli States a “livello ufficiale”, per la Real Gone Music. prendete quello che trovate!

James Rideout “Jesse” Winchester è stato veramente un gentiluomo di altri tempi, un cantautore che avrebbe potuto avere un grande successo nell’era dorata di quel tipo di musica, ma che per le sue idee politiche in piena epoca della guerra in Vietnam si era rifugiato in Canada per sfuggire alla chiamata alle armi. Canada dove Winchester rimase in esilio fino al 1977, quando l’amnistia di Jimmy Carter per i renitenti alla leva gli consentì di rientrare negli Stati Uniti. Ma in quegli anni fervidi, tra il 1970 e il 1976, Winchester realizzò una serie di album splendidi per la Bearsville, l’etichetta fondata da Albert Grossman, il manager di Dylan e della Band, nel primo omonimo dei quali erano presenti sia Robbie Robertson che Levon Helm, il chitarrista della Band anche co-autore di un brano e produttore del disco, con Todd Rundgren ingegnere del suono. Quel disco, sentito ancora oggi è un mezzo capolavoro (a tratti sembra di sentire i Little Feat prima del loro tempo https://www.youtube.com/watch?v=hNGrSREm4YU e comprende la canzone più celebre del suo repertorio, Brand New Tennesse Waltz, con un verso stupendo che recita “I’ve a sadness too sad to be true”, su una musica magnifica. Ma il nostro ha scritto tantissime altre canzoni memorabili nella sua carriera, conclusa con un album ottimo, A Reasonable Amount of Trouble, pubblicato postumo nel 2014, pochi mesi dopo la sua morte avvenuta in aprile, per un cancro all’esofago che lo aveva tormentato negli ultimi anni della sua esistenza.

Ricordo ancora la sua splendida esibizione nello Spectacle di Elvis Costello, una serata magica dove erano presenti Ron Sexsmith, Sheryl Crow e Neko Case, con l’immagine stupenda di quest’ultima con delle lacrime silenziose che le scorrono sul viso, mentre Jesse Winchester esegue una struggente  “Sham-A-Ling-Dong-Ding”, e anche Costello e il resto del pubblico non erano meno emozionati, se non la conoscete andate a vedervi il video su YouTube, oppure guardate qui sopra e non potrete evitare di commuovervi.

Ma questo Live del 1976, perché di concerto radiofonico si tratta, lo ritrae nel pieno del suo fulgore artistico, una serata che è una primizia, Jesse è ancora in Canada, a Montreal, ma lo show viene trasmesso in contemporanea anche negli Stati Uniti, la prima volta nella storia, con una presentazione bilingue, anche in francese, e una esibizione notevole (e ben registrata), dove Winchester, accompagnato da un quartetto, dove la stella è il suonatore di pedal steel, Ron Dann, presente anche nell’album di quell’anno Let The Rough Side Drag, come pure in dischi di altri grandi canadesi come David Wiffen, Ian Tyson e Murray McLauchlan, ma anche l’altro chitarrista, Bob Cohen, era un ottimo musicista. Jesse Winchester era molto legato al Canada (dove aveva vissuto per lunghi periodi della sua vita, prima di tornare negli USA, in Virginia nel 2002) e quindi inizia la serata con un omaggio alla sua terra di adozione con una versione in francese di Let The Good Times Roll, per l’occasione Laisse Les Bons Temps Rouler, che sembra un pezzo di Zachary Richard prima del suo tempo.

Silly Heart, un’altra delle sue bellissime e malinconiche ballate, viene da Third Down, 110 To Go, il suo secondo eccellente album con un titolo mutuato dal football americano https://www.youtube.com/watch?v=K6djDoCx0TE , la voce di Winchester, calda ed avvolgente, è al top della sua espressività, pensate ad un Lyle Lovett ante litteram, partecipe delle storie dei personaggi delle sue canzoni. Tell Me Why You Like Roosevelt è un vecchio spiritual tradizionale, con delicati intrecci vocali e strumentali dell’ottima band che accompagna Winchester. Bowling Green è un brano del ’67 degli Everly Brothers, deliziosa (l’ha incisa anche, toh, Neko Case), con una pedal steel avvolgente, seguita da una versione assai mossa di Midnight Bus e dalla bluesata Everybody Knows But Me, sull’album del 1976, prima di lanciarsi nel più bel pezzo country scritto da un autore che country non era, anche se aveva vissuto a lungo a Memphis, pur essendo nato in Louisiana, stiamo parlando di The Brand New Tennessee Waltz, e qui la pedal steel è perfetta.

Ancora quasi country per Let The Rough Side Drag, con Winchester al piano e poi una ballata splendida come Defying Gravity, e pure All Of Your Stories, altro brano pianistico, in quanto a fascino non scherza. Seems Like Only Yesterday è un brillante country-rock, mentre si ritorna alle ballate acustiche malinconiche con Mississippi You’re On My Mind e ad un brano di grande atmosfera come Black Dog, poi lo swing-blues à la Bromberg di Twigs And Seeds. Ancora blues elettrico per Isn’t That So, che precede la bellissima Yankee Lady dal primo album, prima di avviarsi alla conclusione con You Can’t Stand Up Alone, a cappella. Il bis è una delicata e quasi jazzata Blow On Chilly Wind, altro brano che conferma la classe di questo splendido autore ed interprete.

Bruno Conti

Una Nuova” Promettente” Artista Di Talento! Loretta Lynn – Full Circle

loretta lynn full circle

Loretta Lynn – Full Circle – Sony Legacy CD

Il titolo del post è volutamente ironico, in quanto ci troviamo di fronte ad una vera e propria leggenda vivente della country music (e non solo): Loretta Lynn (nata Webb), 84 anni il mese prossimo, è sulla breccia da più di cinquant’anni, e la sua serie di successi e di premi meriterebbe un post a parte (basti sapere che è, dati alla mano, l’artista donna più di successo in ambito country di tutti i tempi). Sono già passati dodici anni da quel Van Lear Rose, che ci aveva mostrato un po’ a sorpresa un’artista ancora in grandissima forma, perfettamente a suo agio anche con una produzione non proprio tradizionale, come quella dell’eclettico Jack White: ma la strana coppia aveva funzionato, e l’album era stato uno dei migliori del 2004 in ambito country. Ora Loretta ci riprova, e con Full Circle centra nuovamente il bersaglio: ben bilanciato tra brani originali (alcuni rivisitati), cover e pezzi tratti dalla tradizione, il disco ci mostra una cantante che non ha la minima intenzione di appendere il microfono al chiodo, ed anzi è ancora in possesso di una voce formidabile, pura, limpida e cristallina, di certo non tipica di un’ottuagenaria.

La produzione è più canonica rispetto a Van Lear Rose, ed è nelle mani comunque esperte di John Carter Cash (figlio di Johnny e June), che ha cucito attorno all’ugola di Loretta un suono molto classico, con piano, steel, violini e chitarre acustiche sempre in primo piano: la lunga lista di musicisti presenti comprende alcuni veri e propri luminari come Sam Bush (mandolino), Shawn Camp (chitarra, di recente stretto collaboratore di Guy Clark), Paul Franklin (steel), Ronny McCoury (figlio di Del, al mandolino), Randy Scruggs (chitarra), oltre allo splendido pianoforte di Tony Harrell (già con Don Henley, Johnny Cash, Vince Gill, Sheryl Crow e nel bellissimo Django And Jimmie di Willie Nelson e Merle Haggard). Tredici canzoni, non una nota da buttare, con alcune vere e proprie perle ed un paio di sorprese finali che vedremo.

Con i primi due brani, due lentoni intitolati rispettivamente Whispering Sea e Secret Love, Loretta sembra quasi scaldare la sua ugola ed il gruppo i muscoli, ma già con la seconda delle due la nostra dimostra di essere nel suo elemento naturale, e la voce sembra di una con trent’anni di meno. Who’s Gonna Miss Me? ha una melodia diretta ed il gruppo offre una performance cristallina, grande classe e grande canzone, ma le cose vanno ancora meglio con la splendida Blackjack David, un famoso traditional attribuito alla Carter Family, rilasciato con un arrangiamento da pura mountain music, una versione imperdibile; e che dire di Everybody Wants To Go To Heaven, ritmo spedito, grande assolo di piano, chitarrina elettrica, melodia dalla struttura gospel e Loretta che canta con la grinta di una ventenne.

Always On My Mind è una delle grandi canzoni del songbook americano (ricordo le versioni più famose, ad opera di Elvis Presley e Willie Nelson) e l’arrangiamento pianistico è più vicino a quello di Willie che a quello un po’ pomposo del King: comunque sempre un grande brano, con la Lynn che canta con un’intensità da pelle d’oca. Anche Wine Into Water è una gradevolissima country ballad, suonata alla grande (ma tutto il disco è a questi livelli: è forse brutta la rilettura del traditional In The Pines?); Band Of Gold è un honky-tonk perfetto, che sembra provenire direttamente dalla golden age di questo tipo di musica, così come la mossa Fist City (un vecchio successo rifatto), fulgido esempio di come si possa fare del vero country tradizionale nel 2016.

I Never Will Marry (ancora Carter Family, qui John Carter deve aver detto la sua) precede Everything It Takes, uno scintillante honky-tonk che Loretta ha scritto con Todd Snider, suonato e cantato con la consueta classe, con la partecipazione straordinaria (e riconoscibilissima) di Elvis Costello alle armonie vocali. Chiude il CD la tenue Lay Me Down, un vero e proprio duetto vocale con Willie Nelson (poteva mancare?), due voci superbe, una chitarra, un mandolino, un violino e feeling a palate.

Full Circle è il titolo più appropriato per questo album, in quanto ci riporta una Loretta Lynn in forma Champions (per dirla in termini calcistici), e su territori che conosce a menadito e che ormai le appartengono di diritto.

Ed è ancora la numero uno.

Marco Verdi

Finalmente Il Giusto Riconoscimento! Darlene Love – Introducing Darlene Love

darlene love introducing

Darlene Love – Introducing Darlene Love – Sony CD

Un paio di anni fa è uscito un bel film-documentario intitolato 20 Feet From Stardom https://www.youtube.com/watch?v=F9PXdv3mLhc , che si occupava di dare il giusto tributo ad una lunga serie di cantanti femminili che avevano sempre, o quasi, lavorato come backing vocalist di artisti famosi, vivendo quindi all’ombra di qualcun altro e dunque a pochi passi dalla celebrità: tra i volti noti e meno noti (tra i primi, Merry Clayton e Lisa Fisher) una delle protagoniste del film era indubbiamente Darlene Love. Nata Darlene Wright 74 anni fa, la cantante di colore ha avuto una carriera abbastanza particolare: all’inizio degli anni sessanta figurava nel roster di artisti patrocinati da Phil Spector, con il quale incise diversi singoli a suo nome, o come componente dei Blossoms e di Bob B. Soxx & The Blue Jeans, anche se il suo più grande successo, He’s A Rebel, fu commercializzato a nome delle Crystals, che con la canzone non c’entravano un tubo ma, avendo un nome molto più famoso, promettevano vendite maggiori (in quei tempi succedevano anche queste cose).

Il suo momento migliore la Love lo ebbe comunque nel 1963, quando uscì il mitico A Christmas Gift For You, album stagionale che presentava il meglio della “scuderia Spector” alle prese con materiale tradizionale a tema natalizio https://www.youtube.com/watch?v=9k7RBkOMNOY , e nel quale Darlene interpretava ben quattro brani come solista e due con Bob B. Soxx (tra cui la celebre Christmas (Baby Please Come Home), unico pezzo originale della raccolta). Dagli anni settanta, la stella di Darlene iniziò ad eclissarsi, e lei cominciò una lunga carriera come backup singer (per, tra gli altri, Elvis Presley, Aretha Franklin e Frank Sinatra) e più avanti anche come attrice (nella serie di Arma Letale era la moglie di Danny Glover, poliziotto collega di Mel Gibson), senza però pubblicare alcunché a suo nome: pensate che il suo primo album, Paint Another Picture, risale al 1988 (non male per una che ha iniziato nel 1961), e non è che dopo abbia continuato ad incidere con continuità. Darlene non ha comunque mai smesso di avere molti estimatori anche tra i suoi colleghi: tra questi c’è Steven Van Zandt, più noto come Little Steven, che già la volle nel 1985 nel supercast coinvolto per il singolo Sun City (ottima iniziativa, pessima canzone), e che ora l’ha riportata in studio per farle incidere finalmente l’album della vita, il giusto tributo ad una carriera vissuta nelle retrovie, dal titolo significativo di Introducing Darlene Love, quasi come se questo fosse il suo primo vero disco (devo dire la verità: quando ho letto il titolo per la prima volta ho pensato all’ennesima antologia. *NDB. Anch’io!)

Per questo album sono state fatte le cose in grande: Van Zandt stesso, oltre a produrre ed arrangiare il tutto, ha scritto tre canzoni nuove di zecca, e lo stesso ha fatto gente del calibro di Bruce Springsteen (due brani), Elvis Costello (idem), l’ex Four Non Blondes Linda Perry ed il grande Jimmy Webb (un pezzo a testa), e si è riformata persino (come songwriting team, in quanto nella vita privata sono ancora sposati) la leggendaria coppia composta da Barry Mann e Cynthia Weil per Sweet Freedom; il resto sono covers. Infine, Steven ha fatto un gran lavoro di produzione, rivestendo l’ancora grande voce della Love con sonorità decisamente spector-oriented, utilizzando (come faceva Phil) una serie infinita di musicisti, ma mantenendo un equilibrio ed una leggerezza invidiabili, e mettendo al centro l’ugola potente di Darlene, senza mai dare l’impressione di lascarsi scappare il suono dalle mani: il risultato è un disco al quale inizialmente davo poco credito, ma già al primo ascolto mi ha letteralmente conquistato, nonostante la durata superiore all’ora.

L’album è stato preceduto dal singolo Forbidden Nights (scritta da Costello), una splendida e solare pop song dal feeling spectoriano, accompagnata da un divertente video nel quale, oltre al suo autore e a Van Zandt, compaiono Springsteen con la moglie Patti Scialfa, Joan Jett, un David Letterman barbuto ed il suo (ex) direttore musicale Paul Schaffer (che suona nel disco, ma non in questa canzone). Among The Believers, di Little Steven, apre l’album: uno scintillante errebi, pieno di ritmo e con un feeling rock neanche troppo nascosto, e l’orchestrazione usata in maniera intelligente https://www.youtube.com/watch?v=8qbQQf_DrOY . Anche Love Kept Us Fooling Around non è da meno, un delizioso soul dal mood coinvolgente ed accompagnamento di gran classe: sorprende il fatto che sia scritta dalla Perry. Little Liar, cover di un brano del 1988 di Joan Jett, cambia registro, le sonorità sono un po’ da power ballad AOR anni ottanta, ma il ritornello epico e maestoso ci fa perdonare qualche eccesso. Still To Soon To Know è l’altro pezzo di Costello (che suona anche la chitarra), e vede Darlene duettare con Bill Medley (il titolare dei Righteous Brothers con Bobby Hatfield), uno slow da mattonella con una melodia toccante, due grandi voci ed un feeling enorme: un plauso a Little Steven, che ha fatto un lavoro davvero notevole come arrangiatore. Who Under Heaven è un lento pianistico tipico del suo autore (Jimmy Webb), con un refrain di grande impatto emotivo e la solita orchestrazione dal sapore sixties.

Night Closing In è il primo dei due brani di Springsteen, e suona come se Spector avesse deciso di produrre la E Street Band: aggiungeteci una melodia di valore assoluto ed avrete uno dei pezzi più belli del CD. Painkiller è un pezzo di Michael Des Barres, un rock-pop-funky ben eseguito ma di valore inferiore alle precedenti canzoni, anche se un calo ci può stare (e comunque la prestazione vocale di Darlene è super); Just Another Lonely Mile è il secondo brano del Boss, e si sente, un brano rock veloce e godibile che starebbe bene anche in un disco del rocker del New Jersey, uno di quelli che dal vivo fanno saltare tutti. Last Time (Van Zandt) è una rock ballad potente e fluida nello stesso tempo, ed è l’unica in cui l’arrangiamento orchestrale è forse superfluo; ed ecco una travolgente versione del classico di Ike & Tina Turner River Deep, Mountain High, molto più roccata dell’originale, ma che ne mantiene intatto lo spirito: grande cover https://www.youtube.com/watch?v=qyjnnTjiNGY . La già citata Sweet Freedom è un perfetto rhythm’n’blues dal gran ritmo, ottimi cori e suonato con una grinta da rock’n’roll band; Marvelous, un veccho brano del gospel singer Walter Hawkins, mantiene intatta l’anima dell’originale, ma che voce e che classe! Il CD si chiude alla grande con il terzo pezzo scritto da Steven, Jesus Is The Rock (That Keeps Me Rollin’), un trascinante gospel-rock che ci proietta all’istante in una chiesa del sud degli Stati Uniti, quasi impossibile tener fermo il piede, un finale strepitoso.

Era ora che qualcuno si ricordasse di Darlene Love, e questo disco è il modo migliore per celebrarla.

Marco Verdi

Se Ne E’ Andata Anche Una Delle Leggende Di New Orleans: E’ Morto A 77 Anni Allen Toussaint Per Un Attacco Di Cuore!

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E’ morto nella notte tra lunedì 9 e martedì 10 novembre Allen Toussaint. Il fatto luttuoso è avvenuto a Madrid, dove il musicista di New Orleans aveva appena tenuto un concerto al Teatro Lara della città spagnola. Toussaint aveva avuto un primo infarto nella sua camera d’albergo ma i medici erano riusciti a rianimarlo, poi mentre lo trasportavano in ambulanza all’ospedale ne ha avuto un secondo che è stato fatale. Il grande artista della Big Easy, una delle leggende della scena locale e non solo, avrebbe dovuto tenere ai primi di dicembre un concerto benefico nella sua città, in compagnia di Paul Simon, per raccogliere fondi per l’associazione “New Orleans Artists Against Hunger and Homelessness“, un ente benefico che aiutava gli artisti della città della Louisiana.

Per ricordarlo, questi sono due filmati proprio tratti da quell’ultima esibizione…

Toussaint è stato ovviamente uno dei più grandi rappresentanti della musica americana tout court, non solo della scena di New Orleans: dai suoi inizi nella scena locale della sua città, dove era nato il 14 gennaio del 1938, alle sue canzoni tra cui ricordiamo Working in the Coal Mine, Mother-in-Law, Fortune Teller,Southern Nights, Sneakin’ Sally Through the Alley, Get Out of My Life, Woman, ma anche Holy Cow, incisa da Lee Dorsey e poi dalla Band (in italiano era Qui e Là di Patty Pravo). Proprio con il gruppo di Robbie Robertson ha avuto una delle collaborazioni più proficue, prima arrangiando i fiati nell’album Cahoots e poi nel famoso Live Rock Of Ages e a quel periodo, prima metà anni ’70. risalgono i suoi dischi migliori: From A Whispet To A Scream del 1970, l’omonimo Toussaint del 1971, Life, Love And Faith del 1972 e Southern Nights del 1975, fulgidi esempi del miglior funk e R&B usciti dagli stati del Sud.

I brani ricordati sopra sono stati incisi nel corso degli anni da gente come Jerry Garcia, Ringo Starr, Little Feat, Robert Palmer, gli Yardbirds, Glen Campbell, Bonnie Raitt, la Band ricordata prima, Warren Zevon, i Rolling Stones e moltissimi altri. Tra le sue altre celebri collaborazioni quelle con i Wings, Paul Simon e le Labelle, di cui produsse Lady Marmalade. E ancora, in anni più recenti, nel 2006, il bellissimo The River In Reverse, registrato in coppia con Elvis Costello, che era un suo fan sfegatato e lo invitò come ospite anche nella sua trasmissione televisiva Spectacle, in una serata memorabile in cui c’erano anche Ray LaMontagne, Levon Helm, Nick Lowe, Richard Thompson, Larry Campbell https://www.youtube.com/watch?v=uyXOjiVhH5U .

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Negli ultimi anni della sua vita aveva pubblicato ancora due album formidabili come The Bright Mississippi del 2009, dedicato alla sua terra https://www.youtube.com/watch?v=qNAp0igLZIs e Songbook del 2013, una confezione CD+DVD dove rivisitava con classe sublime il meglio del suo repertorio, seduto al suo pianoforte Steinway.

Tra l’altro la BBC gli ha dedicato un bellissimo documentario The Allen Toussaint Touch che potete vedere qui sotto, se volete capire a fondo la grande personalità di questo musicista che rimane uno dei più grandi della musica nera americana e scusate se insisto!

Rest in Peace, Mister Music Allen Toussaint!

Puro Pop Britannico Non Adulterato! Squeeze – Cradle To The Grave

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Squeeze – Cradle To the Grave – Love Records/Virgin/Universal 

Come dissero efficacemente, non volendolo, i discografici americani, in un momento di profonda ed involontaria bigotteria, quando rinominarono il primo disco americano di Nick Lowe da Jesus Of Cool a Pure Pop For Now People, nel lignaggio dei musicisti inglesi, a partire dai Beatles e dai Kinks (ma ce ne sono altre decine), passando per i 10cc e gli ELO di Jeff Lynne, poi giù giù fino a Costello, Dave Edmunds, Nick Lowe ed i loro Rockpile, gli stessi Squeeze, c’è tutta una stirpe di musicisti che si sono dedicati alla difficile arte della creazione della perfetta musica pop. Chris Difford e Glenn Tilbrook, che sono da circa 40 anni depositari del marchio Squeeze, sono tra i più ostinati praticanti di detta arte: partiti sul finire dell’epopea “pub rock”, mentre si trasformava in punk-rock e poi in new wave, la band inglese, sin dal primo singolo Take I’m Yours e il primo EP del 1977, hanno creato una lunga serie di canzoni che era sempre alla ricerca di quella difficile forma. Attraverso tre diversi periodi, con scioglimenti e riformazioni del gruppo, più o meno ogni decade, con o senza Jools Holland, storico sodale e pianista originario della band, non presente nell’ultima incarnazione degli Squeeze, quella che li vede di nuovo sotto la vecchia ragione sociale dal 2007, ma che discograficamente aveva prodotto solo un disco nel 2010, Spot The Difference, dove avevano re-inciso i vecchi successi, finalmente approdano, dopo oltre cinque anni di preparazione, al primo album di materiale nuovo, questo Cradle To The Grave, che fa seguito a Domino, uscito nel lontano 1998 e che francamente era stato una mezza delusione.

Ovviamente nel pop degli Squeeze ricorrono tutte le anime del pop britannico ricordate sopra, e anche molte influenze musicali americane, ma il loro stile compositivo in coppia risente soprattutto della lezione di Lennon/McCartney, nel loro caso ancora più “perfezionata”, perché, almeno agli inizi, Difford, scriveva solo i testi e Tilbrook le musiche, poi negli anni hanno deciso di scrivere “words and music” by Difford & Tilbrook. Il  pop-rock dei due è stato sempre abbastanza orecchiabile e in fondo anche commerciale (non è il male assoluto), e questo nuovo album non fa nulla per cambiare l’approccio, ma c’è sempre quel guizzo di genialità, sia nelle musiche che nei testi, che li pone un gradino sopra gli altri e li rende comunque una istituzione della musica britannica: dodici nuove canzoni, circa 45 minuti di delizie di “puro pop”, da quello scanzonato e divertente dell’iniziale title-track, con tanto di ukulele, pianino da music hall, le solite armonie vocali (questa volta anche vagamente gospel), da sempre loro marchio di fabbrica e un’aria da fine dell’impero britannico, passando per i vaghi ritmi disco (ma giusto un tocco) di Nirvana, “nobilitata” da arrangiamenti di archi e da una chitarra-sitar che profuma di anni ’60, oltre a strati di tastiere sognanti e lo voci spesso sovrapposte dei due, Difford un tono più basso e Tilbrook più giovanile e spensierato https://www.youtube.com/watch?v=0fidOiAFXK0 .

Beautiful Game, sempre con i ricchi arrangiamenti e le melodie semplici delle loro migliori canzoni, Glenn che suona praticamente qualsiasi tipo di strumento, nel caso, oltre alle chitarre, anche un vecchio Mini Moog che arricchisce e caratterizza il tono del brano; in Happy Days, altra gioiosa costruzione di puro McCartney sound, Tilbrook ci regala un piccolo solo di chitarra che oscilla deliziosamente tra jazz e R&R per poi tornare nel finale al sitar guitar e ai coretti gospel reiterati https://www.youtube.com/watch?v=-lDZfjSBcy0 . Piacevolissime pop songs anche Open e Only 15, con armonie vocali e ricchi arrangiamenti che pescano dal songbook di Beatles e Beach Boys, ma anche da quel pop revivalistico di fine anni ’70. Top Of The Form, nei testi si rifà a Ray Davies e nella musica al loro vecchio produttore Elvis Costello, mentre Sunny è praticamente Eleanor Rigby parte due, solo archi e qualche tocco di Moog, per un brano che cita Hendrix nel testo ed è composito e letterario come molti parti della fantasia di Difford, autore assai raffinato https://www.youtube.com/watch?v=JKn4B2vBpo8 . Haywire, con la sua pedal steel aggiunta, miscela sonorità americane ed inglesi come usavano fare i vecchi Brinsley Schwarz https://www.youtube.com/watch?v=ue7nMMHYkwo  e Honeytrap, di nuovo con moog e chitarre acustiche che convivono pacificamente, è piacevole ma innocua, meglio allora l’avvolgente e beatlesiana Everything, un mid tempo malinconico, tipico di questa geniale band inglese, che poi conclude l’opera con Snap, Crackle And Pop, altra variegata e raffinata costruzione di pop stratificato, ricco nei particolari sonori, con il consueto ritornello cantabile e quelle armonie vocali immancabili. Probabilmente un album non imperdibile o memorabile, ma se amate certo pop-rock di qualità qui c’è parecchio materiale da gustare.

Bruno Conti