Quasi Un Piccolo Classico Del Rock! Steve Azar & The Kings Men – Down At The Liquor Store

steve azar down at the liquor store

Steve Azar & The Kings Men – Down At The Liquor Store – Ride Records

Steve Azar non è un novellino, nonostante dalle foto sembri molto più giovane, in effetti il nostro amico è nato a Greenville, Mississippi l’11 aprile del 1964, ed è sulla breccia già dagli anni ’90, quando nella sua prima carriera come country singer, anche per etichette importanti come A&M e Mercury, ebbe un certo successo nelle classifiche, pure come autore. Poi la sua musica progressivamente si è spostata verso uno stile dove prevalgono il blues, la roots music, ma anche il soul, magari blue-eyed e altre forme sonore che creano un genere forse ibrido e meticciato, ma che poi alla fine lo accomuna con i cantautori classici: se non siamo ai livelli di Springtseen, Petty, Mellencamp, Seger o Jackson Browne, e forse neppure in seconda fascia con “talenti sfortunati” come Michael McDermott, Matthew Ryan, o anche un meno noto James House, con cui Azar ha firmato parecchie canzoni. Non siamo a quei livelli si diceva, ma questo Down At The Liquor Store è veramente un gran bel dischetto, registrato con una gruppo di musicisti veterani che in passato hanno suonato con Elvis Presley, B.B. King. Little Milton e altri luminari della musica nera (per la maggior parte) e bianca: per esempio David Briggs, il nome di punta di questi Kings Men, uno dei “Nashville Cats” originali coloro hanno suonato con Elvis, ai Muscle Shoals Studios, con B.B. King, Johnny Cash, Kristofferson e una miriade di altri, ma anche Walter King ai fiati, che è il nipote di B.B., Ray Neal, il chitarrista, dalla Louisiana, fratello di Kenny, anche con Little Milton e BB King, di cui ha avuto l’onore di suonare Lucille e altri bluesmen di pregio, Regi Richards al basso, anche lui nelle band di King e Bobby Blue Bland, come pure il batterista Herman Jackson (l’altro bianco) e ancora, il  sassofonista e trombettista Dr. Alphonso Sanders..

Il tutto è stato registrato nello storico locale Club Ebony, un ritrovo nella zona del Mississippi, a Indianola, la città natale di B.B: King, trasformato per l’occasione in studio di registrazione, e dove è stato filmato anche un documentario sulla realizzazione dell’album. Disco che, oltre ad avere un suono magnifico, contrariamente a quanto si possa pensare, non ha una componente soul e blues preponderante, ma come detto all’inizio ha un sound da cantautore tipo,  sia purecon elementi blue-eyed e country got soul molto presenti, ma anche richiami a gente come Seger, Mellencamp e i cantanti-autori del country del lato giusto di Nashville. Ci sono brani di qualità superiore, tipo la splendida Rena Lara, un country-rock got soul dal ritmo incalzante, con tocchi magistrali di chitarra e organo, e inserti libidinosi dei fiati, il tutto cantato con voce partecipe e vellutata da Steve Azar, ma anche la bluesata Start To Wanderin’ My Way ha il fascino del “country” robusto e fiatistico del Lyle Lovett in versione big band, oppure Tender And Tough, una canzone notturna, tenera e raffinata, percorsa dalla tromba di Sanders,.con una aura da blue-eyed soul anni ’70, delicato e quasi mellifluo, ma di grande fascino., Azar ha definito la sua musica “Delta soul” e direi che ci sta. Ma anche la mossa Wake From The Dead, una via di mezzo tra i primi Doobie Brothers e un blues-rock made in Memphis, sempre con i fiati sincopati in bella evidenza, oltre ad una solista pungente e reiterata come il ritmo del pezzo; Down At The Liquor Store è un’altra bellissima canzone, con la seconda voce del percussionista James Young a sottolineare quella di Azar, sembra un pezzo di Tom Jans o di nuovo del Lyle Lovett più romantico.

She Just Rolls With Me parte su una chitarra acustica arpeggiata poi entra l’organo che ci trasporta dalle parti di Nashville o di Muscle Shoals, quasi profondo Sud, altro brano di grande fascino; anche I Don’t Mind (Most Of The Time) ha questo mood avvolgente, grazie agli arrangiamenti sontuosi con cui i Kings Men avvolgono la musica di Azar, tra citazioni di “The Night They Drove Old Dixie Down” e ritmi dove la soul music non ha un ruolo secondario, di nuovo con la chitarra a punteggiare la melodia. Chance I’ll Take è di nuovo blue-eyed soul misto a country, contagioso e solare, con belle armonie vocali e i fiati sempre ben delineati, oltre alla chitarra deliziosa e presente senza essere invadente. Anche quando i tempi si fanno più malinconici e meditativi, quasi nostalgici dei vecchi tempi che furono, come in Over It All, la qualità delle canzoni non scende e Azar si conferma autore dalle penna ispirata, come ribadisce la quasi elegiaca The Road Isn’t There Anymore, altro brano dall’arrangiamento sontuoso e sinuoso, o la melodica These Crossroads, ancora giocata sul lavoro eccellente di piano e organo e con un assolo di sax struggente, il tutto condito dalla voce sempre partecipe di Steve. Ode To Sonny Boy sembra un brano del James Taylor più movimentato e Greenville ricorda forse il Jackson Browne più intimo, comunque ancora due canzoni di qualità, per concludere un album veramente riuscito e consigliato.

Bruno Conti     

Un Buon Live, Anche Se Monco. John Prine – September 78

john prine september '78

John Prine – September 78 – Oh Boy CD

Questo CD non fa parte dei numerosi bootleg dal vivo tratti da trasmissioni radiofoniche e pubblicati in maniera semi-legale in Inghilterra (categoria di album che peraltro amo molto poco), ma è un disco ufficiale uscito qualche Record Store Day fa in vinile e stampato dall’etichetta di John Prine, la Oh Boy Records, ed ora immesso sul mercato su scala più larga in versione download digitale (e fisica). Si tratta di un concerto che il grande cantautore di Chicago tenne nel mese ed anno del titolo nella sua città natale, durante il tour in supporto di Bruised Orange. Si tratta di un periodo felice della carriera di Prine, nella quale John pubblicava dischi con una continuità e qualità da far invidia ai grandi, ma nonostante ciò è una fase per nulla documentata ufficialmente riguardo alle esibizioni dal vivo. September 78 ripara parzialmente alla mancanza (vedremo perché parzialmente), mostrandoci un Prine diverso da quello conosciuto, più elettrico e con una vera rock band alle spalle (formata da Johnny Burns alle chitarre, Howard Levy al piano, organo, mandolino e sassofono, Tommy Piekarski al basso ed Angelo Varias alla batteria): gli arrangiamenti dei brani assumono quindi tonalità diverse, pur mantenendo la struttura folk tipica dello stile del nostro, e lo stesso John suona spesso la chitarra elettrica, cosa impensabile oggi.

Un concerto molto interessante quindi, che tranne in un caso lascia da parte i classici per proporci canzoni meno note del songbook di Prine: c’è da dire, ed è l’unica pecca del CD, che sono presenti solo dieci canzoni per la miseria di 33 minuti scarsi, e se proprio non si voleva fare un doppio CD, lo spazio per almeno altrettante canzoni c’era eccome (e se andate a vedere le scalette dell’epoca, i pezzi famosi John li suonava); in più, la confezione è alquanto spartana, sul tipo dell’ultimo di John Mellencamp. Il dischetto inizia con la saltellante Often Is A Word I Seldom Use, dal ritmo sostenuto e gran lavoro di armonica di Levy, un ottimo esempio di folk-rock elettrificato. Angel From Montgomery è l’unico classico presente, e la veste elettrica e leggermente soul (grazie all’uso dell’organo) le dona nuovo vigore; Crooked Piece Of Time è dylaniana sia nella melodia che nell’arrangiamento vagamente sixties, mentre la corale I Had A Drream è decisamente diretta e piacevole, ancora con gran lavoro di organo e chitarre sempre pronte a graffiare. Try To Find Another Man è un pezzo dei Righteous Brothers, che qui assume toni tra country ed afterhours, con un notevole pianoforte e Prine che gigioneggia un pochino.

Pretty Good, preceduta dalle presentazioni, è un po’ tignosa e con una melodia ridotta all’osso, mentre Iron One Betty è un folk-rock tipico del nostro, una di quelle canzoni intrise di musicalità ed ironia che lo hanno reso celebre, ed anche qui non manca un fluido assolo di chitarra da parte di Burns. Splendida Please Don’t Bury Me, un country-rock ficcante ed orecchiabile, puro Prine al 100%, con il pubblico coinvolto in pieno, uno degli highlights del CD; chiudono il ruspante rockabilly Treat Me Nice, un brano poco noto di Elvis Presley (era sul lato B del singolo Jailhouse Rock) e la solida Sweet Revenge, in una versione decisamente rock ma che mantiene intatta la bellezza della canzone. Un dischetto da non perdere se siete fans di John Prine, anche se bisognava avere il braccino meno corto ed inserire diverse canzoni in più, dato che finisce quando uno comincia a prenderci gusto.

Marco Verdi

40 Anni Fa Se Ne Andava Elvis Presley, The King Of Rock’n’Roll!

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Il 16 agosto del 1977 se ne andava Elvis Aaron Presley: la storia sicuramente la conoscete, ma comunque prima succedeva questo…

 

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Elvis 1956, ancora The Pelvis, all’Ed Sullivan Show.

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Il “Ritorno” del ’68.

 

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Alle Hawaii nel 1973.

elvis 1977

“Fat” Elvis 1977, anche alla fine la classe non mancava.

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Elvis Presley 2017, “l’ultimo” disco: qui iniziò tutto.

Il più visto e forse il miglior Elvis.

That’s all(right), per il resto chiedere a Vince Breadcrump.

Bruno Conti

Anche Gli Avett Brothers Tengono Famiglia! Jim Avett & Family – For His Children And Ours

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Jim Avett & Family – For His Children And Ours – Ramseur CD

Questa recensione inizia con una ovvietà, e cioè che Scott e Seth Avett, noti in tutto il mondo come gli Avett Brothers, oltre ad essere fratelli hanno anche un padre (ma davvero, direte voi!): quello che è meno scontato è che anche il loro genitore abbia un background musicale notevole. Classe 1947, Jim Avett ha infatti iniziato ad amare la musica fin da bambino, con una particolare predilezione per il country a sfondo religioso della Carter Family, essendo la madre una pianista classica ed organista di chiesa; Jim ha quindi maturato negli anni una passione sconfinata per la musica, ha iniziato anche a farla per il suo piacere personale, collezionando più di sessanta chitarre, ed è chiaro che ha poi trasmesso ai figli questo suo amore. Jim non è un musicista professionista, ha solo tre dischi alle spalle e tutti usciti nel corrente millennio (per la piccola etichetta Ramseur, la stessa che aveva pubblicato i primi album dei figli), ed in tutti e tre i casi si respirava l’aria di casa, delle canzoni che la madre aveva insegnato al piccolo Jim, una serie di brani che avevano formato la sua cultura musicale, a base di country e gospel.

For His Children And Ours è il suo quarto e nuovissimo album, attribuito a sé stesso ed alla sua famiglia, in quanto sia Scott che Seth hanno una parte fondamentale per quanto riguarda l’architettura sonora e vocale dei brani (nonché in sede di produzione), e viene coinvolta anche la sorella Bonnie Avett Rini, pure lei cantante e possesso di un’ottima voce. Un vero disco di famiglia, ma anche un lavoro che, pur essendo di genere completamente diverso da quanto proposto dagli Avett Brothers, si può tranquillamente inserire in mezzo alla loro discografia, anche perché a completare il gruppo di musicisti coinvolti ci sono anche Bob Crawford e Tania Elizabeth, rispettivamente bassista e violinista della nota band della Carolina del Nord. Dodici brani, di cui undici cover o traditionals, una miscela purissima di country, folk e gospel così come si usava fare una volta, con chitarre acustiche e pianoforte sempre in primo piano e talvolta anche una sezione ritmica discreta, oltre ad un uso splendido delle voci, che oltre alla Carter Family (il punto di riferimento principale) rimanda a storici gruppi del folk revival come Peter, Paul & Mary, Kingston Trio e Weavers. Basta sentire la deliziosa apertura di Beulah Land, una splendida folk song con bell’uso di chitarre e piano e le voci che si sovrappongono (e Bonnie quasi sovrasta tutti), un brano incontaminato che predispone subito al meglio. Where The Roses Never Fade è uno squisito country-folk d’altri tempi, un po’ Carter Family ed un po’ Weavers (in passato l’hanno fatta anche gli Statler Brothers), con il violino della Elizabeth grande protagonista.

He Said, If You Love Me, Feed My Sheep è puro gospel, bellissimo l’uso delle voci a cappella: i fratelli Avett, guidati dal padre, si muovono in territori forse per loro insoliti, ma mostrano di non avere alcuna incertezza. I Saw The Light è il classico gospel di Hank Williams, e Jim la rifà come avrebbe potuto farla Pete Seeger, versione scintillante impreziosita da una leggera sezione ritmica, grande musica; ancora più vivace I’m Gonna Have A Little Talk (di Randy Travis, quindi siamo ai giorni nostri), proposta con un irresistibile arrangiamento country-gospel dal gran ritmo e con un bel piano da taverna suonato da Seth, mentre Here Am I, Lord, Send Me è una ripresa molto fedele di un classico di Mississippi John Hurt, un banjo, una chitarra e le voci della Avett Family al completo, un altro brano in purezza. Peace In The Valley vede Scott voce solista ed un botta e risposta tipico della tradizione gospel, altra grande versione di un brano che ha avuto centinaia di riletture, da Elvis Presley in giù, Jesus Lifted Me vede invece Bonnie in prima linea, ed è comprensibile dato che si tratta di un traditional tramandato da Elizabeth Cotten; Jim’s  Gospel Song è l’unico pezzo scritto da Avett Sr, (anche se riprende frammenti da varie canzoni popolari, tra cui In The Sweet By And By e Shall We Gather At The River), ed è ancora country-folk purissimo, splendido anche questo, seguito da una ripresa molto old-fashioned del noto traditional Just A Closer Walk With Thee. Chiusura con altri due famosi standard, Angel Band, pianistica ed ecclesiastica, e Precious Lord, puro folk al 100%, degna conclusione di una raccolta di delizie musicali che nobilita una volta di più il nome della famiglia Avett.

Marco Verdi

Un Ennesimo Cofanetto Fondamentalmente (In)Utile. Elvis Presley – A Boy From Tupelo: The Complete 1953-1955 Recordings

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Elvis Presley – A Boy From Tupelo: The Complete 1953-1955 Recordings – 3 CD Rca/Legacy – 28-07-2017

Per elaborare meglio sul titolo: fondamentalmente (in)utile escluso per i fans sfegatati di Elvis Presley, che però questo box potrebbero averlo, in quanto era già stato pubblicato nel 2012, a tiratura limitata, dall’etichetta FTD (Follow That Dream) specializzata proprio nella riedizione di rare chicche dell’opera di Presley. A tutti gli altri ricordo che esiste (oltre ad una tonnellata di uscite più o meno ufficiali, dove questo materiale si trova in abbondanza e in disparate versioni) il cofanetto, della serie di tre volumi dedicati dalla RCA alla opera omnia di Elvis, intitolato The King Of Rock’N’Roll, che come sottotitolo fa proprio The Complete 50’s Masters, e quindi, a differenza degli altri due, riporta già tutte le registrazioni ufficiali complete degli anni ’50. Per i fan(atici) comunque questo triplo comprende anche quel bel libro che vedete effigiato sopra, curato dallo specialista Ernst Mikael Jørgensen, 120 pagine che raccontano gli eventi di quei due anni in cui furono registrate le canzoni per la Sun Records di Sam Phillips, oltre ad un secondo CD con alcune alternate takes e frammenti di brani incisi all’epoca (ma già apparsi, come detto prima, nelle miriadi di ristampe uscite in questi ultimi 15 anni), e un terzo CD, con registrazioni dal vivo, soprattutto al Louisiana Hayride, di Shreveport, Louisiana, dove pare sia contenuta “ben” una versione (forse) inedita di I Forgot to Remember to Forget, registrata nel 1955. Scusate l’ironia, ma qui siamo al feticismo puro e oltre.

Comunque ecco la tracklist completa dei contenuti del cofanetto:

CD1]
1. My Happiness
2. That’s When Your Heartaches Begin
3. I’ll Never Stand In Your Way
4. It Wouldn’t Be the Same Without You
5. Harbor Lights
6. I Love You Because
7. That’s All Right
8. Blue Moon of Kentucky
9. Blue Moon
10. Tomorrow Night
11. I’ll Never Let You Go (Little Darlin’)
12. I Don’t Care If the Sun Don’t Shine
13. Just Because
14. Good Rockin’ Tonight
15. Milkcow Blues Boogie
16. You’re a Heartbreaker
17. I’m Left, You’re Right, She’s Gone
18. Baby, Let’s Play House
19. I’m Left, You’re Right, She’s Gone
20. I Forgot to Remember to Forget
21. Mystery Train
22. Trying to Get to You
23. When It Rains, It Really Pours
24. That’s All Right
25. Blue Moon of Kentucky
26. I Love You Because
27. Tomorrow Night

[CD2]
1. Harbor Lights (Takes 1 – 2, 3/M)
2. Harbor Lights (Take 4)
3. Harbor Lights (Takes 5 – 8)
4. I Love You Because (Takes 1 – 2)
5. I Love You Because (Take 3)
6. I Love You Because (Takes 4 – 5)
7. That’s All Right (Takes 1 – 3)
8. Blue Moon of Kentucky
9. Blue Moon (Takes 1 – 4)
10. Blue Moon (Take 5)
11. Blue Moon (Takes 6 – 8)
12. Blue Moon
13. Dialogue (Fragment before “Tomorrow Night”)
14. I’ll Never Let You Go (Little Darlin’) [Incomplete Take]
15. Good Rockin’ Tonight (Fragment from Vocal Slapback Tape)
16. I Don’t Care if the Sun Don’t Shine (Takes 1 – 3/M)
17. I’m Left, You’re Right, She’s Gone (Slow Version, Take 1)
18. I’m Left, You’re Right, She’s Gone (Slow Version, Take 2)
19. I’m Left, You’re Right, She’s Gone (Slow Version, Take 3)
20. I’m Left, You’re Right, She’s Gone (Slow Version, Takes 4 – 5)
21. I’m Left, You’re Right, She’s Gone (Slow Version, Takes 6 – 7)
22. How Do You Think I Feel (Guitar Slapback Tape, Rehearsals + Take 1)
23. When It Rains It Pours (Vocal Slapback Tape, Take 1)
24. When It Rains It Pours (Vocal Slapback Tape, Take 2 – Rehearsal 1
25. When It Rains It Pours (Vocal Slapback Tape, Take 5/M)
26. When It Rains It Pours (Vocal Slapback Tape, Takes 6 – 8)

[CD3]
1. That’s All Right (Live from the Louisiana Hayride, Shreveport, Louisiana)
2. Blue Moon of Kentucky
3. Shake, Rattle And Roll
4. Fool, Fool, Fool
5. Hearts of Stone
6. That’s All Right (Live from the Louisiana Hayride, Shreveport, Louisiana)
7. Tweedlee Dee (Live from the Louisiana Hayride, Shreveport, Louisiana)
8. Shake, Rattle and Roll
9. KSIJ Radio commercial with DJ Tom Perryman
10. Money Honey
11. Blue Moon of Kentucky
12. I Don’t Care If the Sun Don’t Shine
13. That’s All Right (Louisiana Hayride, Shreveport, Louisiana)
14. Tweedlee Dee
15. Money Honey
16. Hearts of Stone
17. Shake, Rattle and Roll
18. Little Mama
19. You’re a Heartbreaker
20. Good Rockin’ Tonight
21. Baby, Let’s Play House
22. Blue Moon of Kentucky
23. I Got a Woman
24. That’s All Right
25. Tweedlee Dee
26. That’s All Right
27. I’m Left, You’re Right, She’s Gone
28. Baby, Let’s Play House
29. Maybellene
30. That’s All Right (Live from the Louisiana Hayride, Shreveport, Louisiana)
31. Bob Neal Radio Promotion Spot
32. I Forgot to Remember to Forget

Per chi non dovesse averli già, temo in pochi, ma non è detto, un acquisto quasi obbligato, anche per i fans compulsivi che non mancano e le grandi majors contano su questo. Inoltre, come tutti gli anni, si avvicina agosto, il 18, che sarà il 40° l’anniversario della morte di Elvis Presley. Vedo già i simboli dei dollari che scorrono, a mo’ di slot machine, sotto gli occhialoni da sole dei manager, visto che il cofanetto non te lo regalano! Io vi informo, poi decidete voi: la musica comunque, al di là di tutte le considerazioni fatte finora, come direbbe un mio “collega” televisivo, è epocale.

Bruno Conti

Un Addio Come E’ Giusto Che Fosse, A Tutto Rock And Roll! Chuck Berry – Chuck

chuck berry chuck

Chuck Berry – Chuck – Dualtone/Decca CD

Oggi non sono qui per dirvi, ammesso che ce ne sia il bisogno, chi era Chuck Berry (per questo vi rimando al mio “necrologio”, postato tre mesi fa alla notizia della sua scomparsa alla bella età di 90 anni http://discoclub.myblog.it/2017/03/19/la-morte-questa-volta-purtroppo-fa-90-se-ne-e-andato-anche-chuck-berry-la-vera-leggenda-del-rock-and-roll/ ): ribadisco solo che siamo di fronte ad un personaggio che, se solo fosse nato con la pelle bianca, e magari fosse stato un po’ meno ribelle e più “paraculo”, oggi sarebbe considerato il re del rock’n’roll al pari e forse più di Elvis Presley. In realtà in questo post si parlerà solo di musica, e per l’esattezza dell’ultimo (in tutti i sensi, forse) album del grande rocker di St. Louis, un disco che era pronto dallo scorso Settembre e che ora è diventato postumo, un lavoro di grande importanza anche perché è il primo in studio da Rock It! del 1979. Ma Chuck non è il disco di una vecchia gloria che rinverdisce qualche suo evergreen magari duettando con ospiti che c’entrano come cavoli a merenda (qualcuno ha detto Tony Bennett?), ma, pur con qualche comprensibile momento di media caratura, un riuscito disco di puro e semplice rock’n’roll vecchio stile, il tutto scritto, suonato e cantato esattamente come negli anni cinquanta. Qualche ospite, come vedremo, c’è, ma intanto sono musicisti veri e non superstars, e poi sono funzionali al progetto: l’album, che comprende dieci canzoni nuove di zecca (di tempo per scriverle ne ha avuto), è prodotto dallo stesso Berry, e vede in session una band ridotta ma compatta composta da Jimmy Marsala al basso, Keith Robinson alla batteria e Robert Lohr al piano, ma è anche un affare di famiglia, in quanto ci sono due dei cinque figli di Chuck, Charles Berry Jr. ed Ingrid Berry (rispettivamente alla chitarra ed armonica) ed il nipote Charles Berry III, sempre alla chitarra; dulcis in fundo, tre apprezzabili interventi delle “nuove leve” Tom Morello, Nathaniel Rateliff e Gary Clark Jr.

E poi naturalmente c’è lui, Chuck, in forma smagliante se teniamo conto che stiamo parlando di un novantenne, con una voce ancora giovanile e l’energia di un ragazzino: il disco forse non è un capolavoro, in quanto presenta più di un riempitivo (e forse avrebbe avuto bisogno di un vero produttore), ma sinceramente, considerando la statura dal personaggio, dovremmo solo essergli grati per averci concesso un’ultima testimonianza prima di lasciarci per sempre. Inizio a tutta birra con Wonderful Woman, cinque minuti di scintillante rockin’ boogie, con un chitarrone ritmico alla Duane Eddy e ficcanti riff da parte di Chuck, che rilascia anche alcuni brevi ma efficaci assoli (e me lo immagino impegnato nel suo celebre duckwalk), ai quali risponde da par suo Gary Clark Jr. Big Boys è invece il pezzo che vede Morello alla solista e Rateliff alle armonie vocali, ma la canzone inizia con il tipico attacco dei rock’n’roll del nostro (per intenderci alla Roll Over Beethoven, Sweet Little Sixteen, ecc. ecc.), e pure il resto si conferma irresistibile come ai vecchi tempi (e Morello non eccede come spesso gli capita): non è autoriciclaggio, e anche se fosse stiamo comunque parlando di colui che questo genere lo ha inventato; Berry amava molto anche il blues, e ne dà un esempio con You Go To My Head, dal tempo strascicato e mood quasi lascivo, che ci fa capire l’enorme influenza che ha avuto sui Rolling Stones. 3/4 Time (Enchiladas) è ripresa dal vivo, ed è un valzerone un po’ sghembo in cui il nostro dà l’impressione di improvvisare il testo, poco più di un gustoso divertissement.

Darlin’ è invece un lento molto anni cinquanta, leggermente country e con un gran lavoro di piano (e le backing vocals dei New Respects, un quartetto di colore per tre quarti al femminile proveniente da Nashville), mentre Lady B. Goode è uno dei pezzi centrali dell’album, il seguito della celeberrima Johnny B. Goode (ce n’era già stato un altro, Bye Bye Johnny), virato però al femminile, ed anche musicalmente siamo da quelle parti, grandissimo rock’n’roll. La pianistica She Still Loves You, dal ritmo vagamente jazz, è un brano un po’ interlocutorio, direi nella media (anche se piano e chitarra lavorano di fino), Jamaica Moon è solare e quasi caraibica come da titolo, ma pure questa non è indimenticabile; Dutchman è un rock blues in cui Chuck non canta ma parla, comunque abbastanza piacevole, mentre Eyes Of Man chiude il CD con un altro blues elettrico di buona fattura.

Forse Chuck non verrà ricordato nei tempi dei tempi come uno dei capolavori di Chuck Berry, ma è un disco più che onesto e con tre-quattro zampate da vecchio marpione, un modo decisamente dignitoso di congedarsi da questa valle di lacrime.

Marco Verdi

Non Ci Posso Credere, Lo Hanno Fatto Pure Con Lui, Anche Peggio Di Elvis! Il 3 Novembre Esce “A Love So Beautiful: Roy Orbison With The Royal Philarmonic Orchestra”.

roy orbison a love so beautiful

Ho notato questa notizia tra le news e sono inorridito a tal punto da non poter esimermi dallo scrivere due righe, anche se come vedremo l’uscita è tra molti mesi: non contenti dello scempio fatto con Elvis Presley, del quale due anni orsono sono state prese alcune tracce vocali ed appiccicate su accompagnamenti orchestrali incisi per l’occasione con esiti, come direbbe un noto allenatore, “agghiaggiandi” (If I Can Dream, del quale mi ero sincerato di parlare malissimo proprio qui sul blog http://discoclub.myblog.it/2015/11/05/questanno-natale-bella-seduta-spiritica-elvis-presley-with-the-royal-philarmonic-orchestra-if-i-can-dream/ , bissato l’anno scorso da The Wonder Of You, per il quale invece non avevo voluto infierire preferendo ignorarlo), la Sony ha annunciato che il 3 Novembre uscirà A Love So Beautiful: Roy Orbison With The Royal Philarmonic Orchestra, altra incredibile tamarrata nella quale la voce inimitabile del grande cantante scomparso da diversi anni verrà letteralmente sepolta da arrangiamenti ridondanti e pacchiani. Come aggravante, la base strumentale dei brani sarà risuonata ex novo (orrore!) dai tre figli di Roy, meglio noti come i Roy’s Boys, che da qualche anno sono diventati i curatori degli archivi del padre: un’operazione demenziale che però temo, come è già successo con Elvis, sarà incensata da una certa stampa allineata e “marchettara” e venderà copiosamente, in quanto il pubblico è ormai sempre più attratto dal kitsch fine a sé stesso. Per puro dovere di cronaca, ecco i titoli dei brani inclusi nel CD:

  1. In Dreams
  2. Crying
  3. I’m Hurtin’
  4. Oh, Pretty Woman
  5. It’s Over
  6. Dream Baby
  7. Blue Angel
  8. Love Hurts
  9. Mean Woman Blues
  10. Uptown
  11. Running Scared
  12. Only The Lonely
  13. I Drove All Night
  14. You Got It
  15. A Love So Beautiful
  16. Pretty Paper

Fa specie trovare all’interno anche pezzi originariamente prodotti dal mio “amico” Jeff Lynne, che quindi ha dato il suo benestare ad un’operazione che definire una porcata non è assolutamente fuori luogo, ancor più sorprendente dato che riguarda un artista che in vita non si sarebbe certo prestato a cose del genere (mentre su Elvis qualche piccolo dubbio ce l’avrei…). Dispiace dirlo, ma con Barbara Orbison ancora tra noi questo non sarebbe successo.

Marco Verdi

La Morte Questa Volta Purtroppo Fa 90: Se Ne E’ Andato Anche Chuck Berry, La “Vera” Leggenda del Rock And Roll!

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Qualche mese fa avevo pubblicato un Post dove si festeggiavano i 90 anni di Chuck Berry (lo potete leggere qui http://discoclub.myblog.it/2016/10/18/oggi-il-rock-and-roll-fa-90-soprattutto-chuck-berry-che-li-compie/ ), e quindi per parole, immagini, e tanti video, avevo già espresso la mia sconfinata ammirazione per quello che è stato probabilmente il più grande interprete del R&R di tutti i tempi, lo ribadisco oggi, insieme al mio rammarico per la sua purtroppo non inattesa (vista l’età) scomparsa. Lo vedete subito sotto insieme a due dei suoi “discepoli” preferiti! Quindi oggi il ricordo e il tributo sono a cura dell’amico Marco Verdi. Vi lascio alla lettura.

Bruno Conti

chuck berry john lennonchuck berry keith richards

Ormai è da un paio d’anni che i musicisti cadono come birilli al bowling, anche se in quest’ultimo caso, data l’età, novanta anni, ce lo potevamo anche aspettare; è però la caratura del personaggio che rende la perdita gravissima: è morto ieri, per cause ancora da stabilire, Charles Edward Anderson Berry, noto al mondo come Chuck Berry, vera e propria leggenda del rock’n’roll e tra gli inventori del genere. Anzi, per fare un paragone, Berry aveva per il rock’n’roll la stessa importanza di Hank Williams per la musica country e di Bob Dylan per la figura del cantautore moderno, in quanto fu il primo vero autore di canzoni rock (cosa che per esempio Elvis Presley non fu mai), con un songbook strepitoso e che lo fece diventare una figura di riferimento per tutti i musicisti rock (e non solo) di lì a venire, oltre ad essere anche un funambolico chitarrista, che inventò anche il tanto imitato duck walk (o davvero qualcuno pensava che fosse un’idea di Angus Young?). Nativo del Missouri, Chuck ebbe una giovinezza problematica, che lo portò diverse volte in riformatorio ed in prigione (anche per rapina a mano armata): appassionato di musica fin da giovanissimo, suonò in diverse band giovanili, fino a quando fu notato dal grandissimo pianista Johnnie Johnson che lo invitò a suonare nel suo gruppo. Talento naturale per il songwriting, Chuch fu in seguito raccomandato da Muddy Waters a Leonard Chess, fondatore della mitica Chess Records, per la quale Berry iniziò ad incidere nel 1955 (Maybellene fu il suo primo singolo).

A poco a poco Chuck si fece notare nell’ambiente, e molte sue canzoni divennero dei successi che lo affermarono come il più completo rock’n’roller in circolazione (e non è che in quegli anni la concorrenza non ci fosse: oltre ad Elvis, basti ricordare Carl Perkins, Roy Orbison, Buddy Holly, Gene Vincent, Eddie Cochran, Fats Domino, Bo Diddley e Jerry Lee Lewis, che ormai è rimasto l’unico ancora tra noi): diversi suoi brani entrati di diritto nel songbook americano provengono dal triennio 1955-1958 (Johnny B. Goode, Roll Over Beethoven, Too Much Monkey Busuness, Brown Eyed Handsome Man, Rock And Roll Music, Sweet Little Sixteen solo per citare le più note). Se Chuck non diventò la superstar numero uno del genere fu prima di tutto a causa del colore della sua pelle, dato che negli anni cinquanta i neri in America erano ancora considerati cittadini di serie B, ma anche per la sua attitudine non proprio da angioletto, che gli fece avere altri guai giudiziari (culminati con l’aver avuto rapporti con una minorenne, tra l’altro fatta entrare illegalmente in America proprio da lui, un “amico” di Trump) e che compromise di fatto la sua carriera negli anni a venire. Chuck continuò ad incidere negli anni sessanta e settanta (decade nella quale tornò alla Chess), pubblicando diverse canzoni diventate poi famose come Let It Rock, Nadine, You Never Can Tell, Promised Land, My Ding-A-Ling, ma senza più assaporare il successo, smettendo di fatto di incidere nel 1979 con l’album Rock It (ma è di qualche mese fa la notizia che quest’anno avremo il primo lavoro in studio di Berry in 40 anni, intitolato semplicemente Chuck, album che ora assume ancora più importanza proprio a causa della sua scomparsa).

Come accennavo prima, Berry è stata una figura fondamentale per generazioni di musicisti venuti dopo di lui, in tutti i generi dal folk, al rock, al country fino al metal (e la pioggia di tweet pubblicati da varie celebrità nelle ultime 24 ore lo dimostra): per i Beatles (che incisero Roll Over Beethoven e Rock And Roll Music) era un idolo assoluto (specie per Lennon, che si esibì anche con lui nel famoso concerto di Toronto del 1969), per i Rolling Stones forse anche qualcosa in più di un idolo, direi una sorta di “padre musicale”, i Beach Boys rubarono il riff di Sweet Little Sixteen per la loro Surfin’ U.S.A., perfino un gruppo lontano dalle tematiche del nostro come la Electric Light Orchestra rivoltò come un calzino la sua Roll Over Beethoven e la fece diventare una hit planetaria (e l’unico singolo del gruppo a non portare la firma di Jeff Lynne). La figura di Berry era nell’immaginario collettivo a tal punto che anche nei film veniva citato spesso: i due casi più famosi che mi vengono in mente sono Michael J. Fox che suona una scatenata Johnny B. Goode di fronte ad un pubblico esterrefatto in Ritorno Al Futuro (e con Marvin Berry, cugino realmente esistito del nostro, che dal backstage fa sentire al telefono a Chuck la canzone fornendogli così l’ispirazione), ed il famoso ballo di John Travolta ed Uma Thurman sulle note di You Never Can Tell in Pulp Fiction.

Per chi ancora non conoscesse l’immenso body of work di Chuck, oltre almeno al primo album After School Session, consiglio le tre imperdibili raccolte dedicate al periodo Chess, uscite nel 2008 (gli anni cinquanta), 2009 (i sessanta) e 2010 (i settanta), a meno che non vogliate spendere una fortuna ed accaparrarvi il megabox uscito nel 2014 per la Bear Family Rock And Roll Music: The Complete Studio Recordings. Vorrei ricordare Chuck con un brano tratto dal bellissimo film-concerto del 1987 Hail! Hail! Rock’n’Roll, nel quale Chuck si autocelebrava sul palco del Fox Theatre della natia St. Louis accompagnato da gente del calibro di Keith Richards, Eric Clapton, Robert Cray, Etta James, nonché il suo scopritore Johnnie Johnson. Lo vedete appena sopra.

Rest In Peace, Mr. Johnny B. Goode.

Marco Verdi

“Ristampe” Imminenti E Future, Parte I: Graham Parker, Emerson, Lake & Palmer, Elvis Presley, Gov’t Mule

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Solito “giro” periodico di orizzonte su alcune delle ristampe più interessanti in uscita prossimamente. Nella prima parte odierna vediamo quelle imminenti che verranno pubblicate tra il 29 luglio e il 5 agosto.

Partiamo con le ristampe di sette album di Graham Parker, quelli successivi al suo periodo con i Rumour. Grazie al nuovo contratto con la Universal torneranno in circolazione al 29 luglio alcuni album notevoli, di cui un paio, secondo molti, e anche il sottoscritto, veramente belli. Tra l’altro, in seguito, a fine settembre, uscirà anche un box da 6 CD + 1 DVD di cui non è stato ancora annunciato il contenuto esatto. Si chiamerà These Dreams Will Never Sleep: The Best Of 1976-2015  e dovrebbe contenere 3 dischi antologici, con alcuni demos e versioni alternative, un dischetto di materiale BBC dal vivo 1977-79, un doppio CD con un concerto inedito insieme ai Rumour riuniti, registrato al Forum di Londra nel 2015. Mentre il DVD riporta un concerto diverso sempre del 2015 a Southampton, con aggiunto materiale d’epoca tratto da Top Of The Pops e dall’Old Grey Whistle Test. Quindi anche avendo le varie antologie uscite in in passato per la Demon e la Rhino, e i due bellissimi Bootleg Box da 6 CD ciascuno, pubblicati dallo stesso Parker, c’e moltissimo materiale interessante, sia per i fans accaniti, come per chi vuole avvicinarsi ad uno dei migliori rockers prodotti dalla scena inglese negli anni ’70, e tutt’ora in gran forma http://discoclub.myblog.it/2015/05/19/il-disco-del-giorno-forse-del-mese-graham-parker-the-rumour-mystery-glue/. Non appena avrò la lista aggiornata dei contenuti del cofanetto seguirà un aggiornamento. Nel frattempo vediamo una disamina delle sette ristampe in uscita in ordine cronologico.

The Up Escalator, l’album del 1980, ha una bonus track, Women In Charge, ed è un disco splendido. Nel disco, oltre ad alcuni dei Rumour ancora presenti, Martin Belmont, Brinsley Schwarz, Andrew Bodnar Steve Goulding, ci sono Nicky Hopkins al piano, Danny Federici all’organo, Peter Wood al synth e Bruce Springsteen alle armonie vocali in Endless Night.

The Mona Lisa’s Sister è il disco del 1988, a cui vengono aggiunte ben 4 bonus tracks. Altro disco molto valido, secondo alcuni addirittura il suo più bello in assoluto: io non mi spingerei ad un giudizio così azzardato, perché i dischi del periodo Mercury sono inarrivabili,.ma senz’altro segnalò ai tempi un ritorno alla miglior forma del nostro e risentito ancora oggi fa la sua bella figura. Canzoni come i singoli dell’epoca Get Started Start A Fire Don’t Let It Break Down sono di eccellente qualità e anche la cover di Cupid di Sam Cooke non scherza. Forse il sound è un filo troppo anni ’80.

Anche Human Soul del 1989 è un ottimo album, con 5 tracce aggiunte, di cui tre sono BBC Sessions (non quelle del box di prossima uscita), leggermente inferiore ai precedenti ma è sempre classico Graham Parker.

Il video precedente evidenzia la svolta “solitaria” della carriera di Parker che per problemi economici raramente potrà esibirsi dal vivo con un gruppo in quel periodo, e proprio nel 1989 esce il suo primo album dal vivo da solo, Live Alone In America, registrato a Philadelphia’ al Theatre Of Living Arts, nel 1988. Niente bonus nella ristampa.

Nel 1991 esce Struck By Lightning, anche questo ha 5 bonus, che probabilmente erano quelle che si trovavano nell’EP allegato all’edizione in vinile uscita all’epoca. Ancora un ottimo disco e l’ultimo di Parker ad entrare nelle classifiche di vendita americane, sia pure al 131° posto. Ten Girls Ago, che vedete qui sotto nella esibizione al David Letterman Show è una splendida canzone.

Molto bello pure Burning Questions, il disco del del 1992, arricchito da quattro tracce bonus, tra cui 2 BBC Sessions e una versione di Substitute degli Who.

E per finire l’ultima ristampa: un altro disco dal vivo in solitaria, questa volta registrato in Giappone Live Alone, Discovering Japan: siamo al Club Quattro di Tokyo nel 1993. Anche in questo caso niente bonus. Inutile dire che anche se forse non sono indispensabili sono comunque tutti fortemente consigliati.

E L & P 2 cd E l & P Tarkus E L & P Pictures 2 cd E l & P The Anthology

Al contrario di Graham Parker gli album di Emerson, Lake & Palmer sono stati ristampati ripetute volte nel corso degli anni, anche in versioni Deluxe potenziate. Alla luce della recente scomparsa all’11 marzo scorso, in seguito a suicidio di Keith Emerson, la Sony/BMG, sempre il 29 luglio, ripubblica i primi tre album in versione doppia, arricchiti di bonus, le stesse versioni del 2012 per il primo album e Tarkus, ma con un nuovo remastering 2016, e una bonus extra, almeno per Pictures At An Exhibition. In più viene pubblicata anche una antologia tripla. Qui di seguito trovate i contenuti del disco in questione, così potete decidere se (ri)comprarli per l’ennesima volta.

Emerson, Lake & Palmer – Pictures At An Exhibition

.[CD1]
1. Promenade (Pt. 1; Live At Newcastle City Hall, 26.3.71; 2016 – Remaster)
2. The Gnome (Live At Newcastle City Hall, 26.3.71; 2016 – Remaster)
3. Promenade (Pt. 2; Live At Newcastle City Hall, 26.3.71; 2016 – Remaster)
4. The Sage (Pt. 3; Live At Newcastle City Hall, 26.3.71; 2016 – Remaster)
5. The Old Castle (Live At Newcastle City Hall, 26.3.71; 2016 – Remaster)
6. Blues Variation (Live At Newcastle City Hall, 26.3.71; 2016 – Remaster)
7. Promenade (Pt. 3; Live At Newcastle City Hall, 26.3.71; 2016 – Remaster)
8. The Hut of Baba Yaga (Pt. 1; Live At Newcastle City Hall, 26.3.71; 2016 – Remaster)
9. The Curse of Baba Yaga (Live At Newcastle City Hall, 26.3.71; 2016 – Remaster)
10. The Hut of Baba Yaga (Pt. 2; Live At Newcastle City Hall, 26.3.71; 2016 – Remaster)
11. The Great Gates of Kiev (Live At Newcastle City Hall, 26.3.71; 2016 – Remaster)
12. Nutrocker (Live At Newcastle City Hall, 26.3.71; 2016 – Remaster)
Bonus Track:
13. Pictures At An Exhibition (Live At The Mar Y Sol Festival, Puerto Rico, 4.12.72)

[CD2]
1. Promenade (Pt. 1; Live At The Lyceum Theatre, London, UK, 09/12/70)
2. The Gnome (Live At The Lyceum Theatre, London, UK, 09/12/70)
3. Promenade (Pt. 2; Live At The Lyceum Theatre, London, UK, 09/12/70)
4. The Sage (Live At The Lyceum Theatre, London, UK, 09/12/70)
5. The Old Castle (Live At The Lyceum Theatre, London, UK, 09/12/70)
6. Blues Variation (Live At The Lyceum Theatre, London, UK, 09/12/70)
7. Promenade (Pt. 3; Live At The Lyceum Theatre, London, UK, 09/12/70)
8. The Hut of Baba Yaga (Pt. 1; Live At The Lyceum Theatre, London, UK, 09/12/70)
9. The Curse of Baba Yaga (Live At The Lyceum Theatre, London, UK, 09/12/70)
10. The Hut of Baba Yaga (Pt. 2; Live At The Lyceum Theatre, London, UK, 09/12/70)
11. The Great Gates of Kiev (Live At The Lyceum Theatre, London, UK, 09/12/70)
12. The Barbarian (Live At The Lyceum Theatre, London, UK, 09/12/70)
13. Knife-Edge (Live At The Lyceum Theatre, London, UK, 09/12/70)
14. Rondo (Pt. 3; Live At The Lyceum Theatre, London, UK, 09/12/70)
15. Nut Rocker (Live At The Lyceum Theatre, London, UK, 09/12/70)

E questa è l’antologia tripla:

Tracklist
[CD1]
1. The Barbarian
2. Take a Pebble
3. Knife-Edge
4. Lucky Man
5. Tank
6. Tarkus
7. Bitches Crystal
8. The Only Way (Hymn)
9. Infinite Space (Conclusion)
10. A Time And A Place

[CD2]
1. The Sage (Live At Newcastle City Hall, 1971)
2. The Great Gates Of Kiev (Live At Newcastle City Hall, 1971)
3. Nutrocker (Live At Newcastle City Hall, 1971)
4. The Endless Enigma, Pt. One (Remastered)
5. From the Beginning (Remastered)
6. The Sheriff (Remastered)
7. Hoedown (Remastered)
8. Abaddon’s Bolero (Remastered)
9. Jerusalem (Remastered Version)
10. Toccata (Remastered Version)
11. Still… You Turn Me On (Remastered Version)
12. Karn Evil 9 1st Impression, Pt. I (Remastered Version)
13. Karn Evil 9 1st Impression, Pt. 2 (Remastered Version)
14. Toccata (Live In Anaheim, 1974)

[CD3]
1. Piano Concerto No. 1 (1st Movement)
2. Fanfare for the Common Man
3. Brain Salad Surgery
4. I Believe in Father Christmas – Greg Lake
5. Honky Tonk Train Blues – Keith Emerson
6. Peter Gunn (Live 1977/1978)
7. C’est La Vie (Live At Olympic Stadium, Montreal, 1977)
8. Love Beach
9. Canario
10. Pirates (Live in Nassau, 1978)
11. Affairs Of The Heart
12. Romeo And Juliet
13. Hand Of Truth
14. Paper Blood
15. Tiger in a Spotlight (Live – Now Tour ’97/’98)

elvis presley way down in the jungle room

Tutti gli anni, nei primi giorni di agosto (il mese della sua morte), viene annunciata regolarmente una nuova ristampa di Elvis Presley. Questa volta, il 5 agosto, tocca a Way Down In The Jungle Room, un doppio CD dedicato a quelle che furono le ultime registrazioni di Elvis, effettuate nella Jungle Room, la sala di registrazione ubicata a Graceland, dove Presley si trovava con i suoi musicisti per incidere nuove canzoni, ma anche per provare o per il gusto di suonare musica. Nel corso del 1976 vennero registrate molte canzoni che poi sarebbero uscite nei dischi  From Elvis Presley Boulevard, Memphis, Tennessee pubblicato nella primavera del 1976 e Moody Blue, nel luglio del 1977, gli ultimi due dischi ufficiali di studio, anche se al secondo in qualche brano vennero aggiunti degli applausi per farlo sembrare un disco dal vivo. Gli appassionati hanno già avuto modo di trovare gran parte di questo materiale sia nelle ristampe della FTD (Follow That Dream), l’etichetta specializzata in rarità di Elvis, sia nei vari cofanetti pubblicati dalla RCA, tipo Walk A Mile In My Shoes eToday, Tomorrow And Forever. Comunque il secondo CD riporta molte versioni demo e alternative dei brani apparsi negli album originali, senza le sovarincisioni fastidiose che spesso venivano aggiunte ai dischi di Elvis Presley degli ultimi anni.

[CD1]
1. Way Down
2. She Thinks I Still Care
3. Bitter They Are, Harder They Fall
4. Pledging My Love
5. For The Heart
6. Love Coming Down
7. He’ll Have To Go
8. Blue Eyes Crying In The Rain
9. Hurt
10. Never Again
11. Danny Boy
12. Solitaire
13. Moody Blue
14. It’s Easy For You
15. I’ll Never Fall In Love Again
16. The Last Farewell

[CD2]
1. Bitter They Are, Harder They Fall (Take 1)
2. She Thinks I Still Care (Take 10)
3. The Last Farewell (Take 2)
4. Solitaire (Take 7)
5. I’ll Never Fall In Love Again (Take 5)
6. Moody Blue (Take 1)
7. For The Heart (Take 1)
8. Hurt (Take 3)
9. Danny Boy (Take 9)
10. Never Again (Take 9)
11. Love Coming Down (Take 3)
12. Blue Eyes Crying In The Rain (Take 4)
13. She Thinks I Still Care (Take 2)
14. It’s Easy For You (Take 1)
15. Way Down (Take 2)
16. Pledging My Love (Take 3)
17. For The Heart (Take 4)

gov't mule tel-star sessions

E per concludere la prima parte, un ultimo disco, sempre in uscita il 5 agosto, su etichetta Mascot/Provogue in Europa, e Evil Teen negli USA, che non è propriamente una ristampa, ma lo inseriamo ugualmente nella rubrica, in quanto questo The Tel-Star Sessions dei Gov’t Mule, riporta materiale registrato dalla band appunto ai Tel-Star Studios di Bradenton in Florida nel Giugno del 1994, prima della uscita del primo album omonimo ufficiale del gruppo, pubblicato nell’ottobre del 1995. Si tratta ovviamente della prima formazione, quella dove a fianco di Warren Haynes Matt Abts c’è ancora Allen Woody al basso, e nel disco, oltre a versioni demo ed alternative dei brani di quel primo disco, rimasterizzate e rimixate per l’occasione, ci sono anche alcune cover notevoli dei Free (Mr. Big, anche nel CD originale)  e degli ZZ Top. 

https://www.youtube.com/watch?v=NMkmhXH42AY

E che versioni, ragazzi!

Se la memoria non mi inganna, il primo disco dei “Muli” lo avevo recensito per il Buscadero ai tempi, quando ancora non li cagava nessuno (o era Dose? O tutti e due, non ho conservato il materiale, dovrei cercare le riviste dell’epoca).. Comunque questo è il contenuto del “nuovo” album, assolutamente da avere.

1. Blind Man In The Dark
2. Rocking Horse
3. Monkey Hill
4. Mr. Big
5. The Same Thing
6. Mother Earth
7. Just Got Paid
8. Left Coast Groovies
9. World Of Difference
10. World Of Difference (Alternate Version)

Alla prossima.

Bruno Conti

Dite La Verità, Eravate Un Po’ Preoccupati ! Jerry Garcia & Merl Saunders – Garcia Live Vol. 6: Lion’s Share

jerry garcia garcialive volume six

Jerry Garcia & Merl Saunders – Garcia Live Vol. 6: Lion’s Share, July 5th 1973 – ATO Records 3CD

Dite la verità, eravate preoccupati che da un po’ di tempo non ci si occupava dei Grateful Dead? Eccovi serviti: è infatti uscito da qualche settimana il sesto volume della serie Garcia Live, dedicato ai migliori concerti dell’ex leader del leggendario gruppo di San Francisco, Jerry Garcia, una collana di pubblicazioni che ha sostituito la precedente, denominata Pure Jerry (ma anche i Dead stanno per pubblicare l’ennesimo Dave’s Picks). Questa volta ci si è rivolti ad un concerto del 1973, annata molto attiva per il nostro, insieme al tastierista Merl Saunders, una serata tenutasi al Lion’s Share  (un piccolo club di San Anselmo, nella Bay Area) poco tempo prima dei mitici concerti che avrebbero poi dato vita al famoso Live At Keystone. La formazione è la stessa, con Jerry e Merl accompagnati dal fido John Kahn al basso e Bill Vitt alla batteria, ai quali nella seconda parte dell’esibizione si aggiungerà (ma, come vedremo, potevano anche farne a meno) un trombettista indicato sul libretto come “Mystery Guest”, ma che dovrebbe essere Martin Fierro, dato che poi si occuperà del medesimo strumento nei Legion Of Mary, futura backing band del Garcia solista. Il triplo CD, che presenta un suono decisamente spettacolare (come se fosse stato inciso la settimana scorsa) vede i due leader (ma Jerry lo è di più) spaziare come di consueto dal rock al blues all’errebi, fino al jazz ed alla jam pura, con brani al solito lunghi e dilatati, perlopiù cover di pezzi famosi ma anche oscuri, dato che Garcia senza i Dead amava sperimentare ed occuparsi ben raramente di canzoni scritte da lui.

La performance è scintillante, addirittura fantasmagorica nelle parti strumentali, con Jerry in forma assolutamente strepitosa e Saunders non da meno quando piazza le mani sui tasti dell’organo, lunghi brani suonati in maniera calda e liquida, che hanno l’unico tallone d’Achille nelle parti vocali; Garcia infatti, si sa, non è mai stato un grandissimo cantante, ma a seconda delle serate riusciva anche a cavarsela egregiamente: qui invece fa parecchia fatica, le stonature sono sempre in agguato, e Jerry questo lo capisce e cerca di non forzare più di tanto, con il risultato che le parti cantate abbassano di parecchio la tensione che si viene a creare quando il gruppo si limita a suonare. Altro tasto dolente, la presenza nella seconda metà del concerto di Fierro (o chi per esso), che con la sua tromba invadente e spesso fuori posto,  a mio parere, c’entra poco con il suono generale del quartetto, finisce per rischiare di rovinare delle parti strumentali che, con un cantante più in forma, avrebbero reso questo sesto volume uno dei più belli della serie. Ma anche così direi che l’acquisto può essere pienamente giustificato, in quanto di cantato complessivo non c’è poi molto, e lo stato di forma “chitarristico” di Garcia da solo può valere la spesa.

Il primo CD si apre con la nota After Midnight di J.J. Cale, più lenta di come la faceva Clapton e più nello stile del suo autore, e già si capisce che la serata è di quelle giuste, con Jerry che rilascia subito un assolo dei suoi, ben assecondato dall’organo “caldo” di Saunders, relegando quasi le strofe cantate ad un intermezzo obbligato. Someday Baby è un blues di Sam Hopkins (che Bob Dylan ha pubblicato su Modern Times cambiando solo qualche parola e firmandolo come suo), anch’esso rallentato, quasi spogliato delle sue caratteristiche originarie, ma con un’altra performance super del barbuto chitarrista, che riesce a far sua la canzone al 100%; She’s Got Charisma è un pezzo originale di Saunders, l’inizio è quasi bluesato, ma ben presto si trasforma in una sontuosa jam strumentale dove Jerry e Merl si affrontano ad armi pari, con momenti di psichedelia pura, diciotto minuti di godimento, che confluiscono in una That’s Alright Mama che di minuti ne dura tredici, in cui il noto successo scritto da Arthur Crudup (ma reso immortale da Elvis Presley) è solo un pretesto per le formidabili evoluzioni di Jerry. Il secondo dischetto si apre ancora con un brano di Merl, The System, un pezzo che non è certo un capolavoro (e Saunders come cantante non se la cava molto meglio di Jerry), ma l’abilità dei nostri nel trasformare in oro anche canzoni minori è impressionante, altri diciotto minuti di sballo strumentale. Il primo set di chiude con una concisa rilettura (“solo” sei minuti) di The Night They Drove Old Dixie Down di The Band, una delle grandi canzoni della nostra musica che nelle mani di Garcia e soci non può che scintillare luminosa, anche se Levon Helm la cantava cento volte meglio.

Dopo un break i nostri tornano sul palco insieme a Fierro (che si tratterrà fino alla fine), un’aggiunta che nelle intenzioni avrebbe dovuto dare più colore al suono, anche se a mio parere non ce n’era bisogno: I Second That Emotion (Smokey Robinson) è in versione decisamente calda e piena di ritmo, un suono corposo e denso e solita grande chitarra, mentre il classico di Rodgers & Hart My Funny Valentine è una scusa per altri venti minuti di suoni in totale libertà, al limite del free jazz, ma poi Jerry prende il sopravvento e stende tutti come al solito, anche se l’invadenza della tromba dopo un po’ diventa palese, mentre le cose vanno meglio con la più sintetica (ma sono pur sempre nove minuti) Finders Keepers, un classico nei concerti di Jerry e Merl (è dei Chairman Of The Board), con Jerry che sfodera un’altra prestazione da manuale in un brano che, se “de-trombizzato”, sarebbe stata ancora migliore. Il terzo CD inizia con l’ottima Money Honey di Jesse Stone, purtroppo inficiata dalla prova vocale insufficiente di Jerry, anche se la parte strumentale è come al solito sublime; Like A Road è una ballata delle meno note tra quelle scritte da Dan Penn (nello specifico insieme a Don Nix), un brano molto soulful e vibrante, anche per merito dell’organo, suonato con grande classe e pathos e cantato anche abbastanza bene (e la tromba qui tace). Poi, altri 27 minuti di jam che partono con un’improvvisazione chiamata Merl’s Tune, in cui si alternano momenti fantastici ad altri più cerebrali, e dove purtroppo Fierro fa il bello ed il cattivo tempo, per finire con la sempre splendida How Sweet It Is (To Be Loved By You) di Marvin Gaye, che Jerry ha spesso usato per chiudere i suoi concerti.

Un live dunque strumentalmente ineccepibile, con diversi momenti di pura poesia sonora, ma anche qualche difettuccio qua e là, che per fortuna però non compromette il giudizio finale che rimane assolutamente positivo.

Marco Verdi