Formato Piccolo, Ma Voce Sempre Grande. Janiva Magness – Blue Again

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Janiva Magness – Blue Again – Blue Elan Records

Mini album, “mini” recensione, ma non mini nella qualità dei contenuti, questo nuovo disco della sempre più brava Janiva Magness, una delle migliori voci in ambito soul e blues in circolazione al momento. Il precedente disco Love Wins Again, era stato pubblicato all’incirca un anno fa http://discoclub.myblog.it/2016/05/11/piu-che-lamore-la-voce-che-vince-volta-janiva-magness-love-wins-again/ , ma per l’occasione la cantante di Detroit ha interrotto la cadenza biennale con cui stavano uscendo i suoi dischi nell’ultima decade e oltre: d’altronde se con un mini album ha dimezzato il tempo che di solito passava tra un’uscita e l’altra; non la possiamo certo definire prolifica, per quello dobbiamo guardare a un Bonamassa (sta arrivando il nuovo disco), oppure gruppi od artisti che da quando sono morti pubblicano più album di quando erano in vita, penso ai Grateful Dead o Frank Zappa, comunque nel passato era normale che i dischi uscissero con maggiore frequenza, senza pregiudicare la qualità dei contenuti.

E mi sembra che anche in questo caso la Magness centri il colpo: prodotta al solito dal bravo Dave Darling, che per l’occasione non suona nel CD, dove troviamo invece Zach Zunis e Garrett Deloian alle chitarre, Gary “Scruff” Davenport al basso, Matt Tecu alla batteria e l’ottimo Arlan Schierbaum, ex tastierista proprio della band di Bonamassa., con il solo batterista “nuovo” rispetto al precedente disco. Si diceva di un mini album: sei brani in tutto, tutte cover questa volta, per festeggiare 20 anni di carriera, visto che il primo disco, inciso con Jeff Turmes, It Takes One To Know One, usciva nel 1997, quando Janiva aveva già 40 anni (quindi stavolta in teoria non vi ho detto l’età, però i conti si fanno presto), ma era già una “signora” cantante, e con il tempo è solo migliorata, come dimostra la recente nomination ai Grammy e i sette Blues Music Awards vinti. E come si evince subito anche dalla potente I Can Tell, che pure essendo scritta da tale Samuel Smith, gira intorno a un riff alla Bo Diddley, che infatti era stato il primo ad inciderla, tra R&R e Blues, con una grinta vocale inconsueta nelle sue canzoni, più rauca e “cattiva” del solito, aiutata dall’eccellente lavoro di David “Kid” Ramos, ospite alla chitarra solista.

I Love You More Than You’ll Ever Know, la più bella canzone del disco, è quella splendida ballata blues’n’soul che appariva nel primo album dei Blood, Sweat & Tears, scritta da “Al Cooper” (, ma per favore,come hanno fatto a ciccare il nome dell’autore nelle note del dischetto?), e che ricordiamo in grandi versioni di Donny Hathaway e in quella più recente di Beth Hart con Joe Bonamassa, splendida, e la nostra Janiva rivaleggia proprio con Beth Hart, grazie ad una interpretazione calda e intensa come poche. Altro ospite presente nel CD è Sugaray Rayford che duetta con la Magness in una magnifica rilettura di If I Can’t Have You di Etta James, con i due cantanti che si stimolano a vicenda nel call and response tipico della grande soul music, raffinato e delicato anche il lavoro dei due chitarristi e di Schierbaum al piano; chitarristi che tirano di brutto anche nel rock-blues sanguigno ed inatteso della poco nota Tired Of Walking, dove Janiva canta come se fosse posseduta dal Dio del rock. Piu raffinata e bluesy Buck, un brano inciso ai tempi da Nina Simone, qui impreziosito da un intervento dell’armonica di TJ Norton, con la Magness che gigioneggia in grande souplesse. Chiusura dedicata ancora al blues con una cover di Pack It Up, un pezzo del repertorio di Freddie King, dove i due chitarristi si dividono tra una elettrica lancinante ed un’acustica di supporto, mentre Schierbaum è impegnato al piano elettrico e le nostra amica canta ancora in modo ricco di pathos. Come si suole dire, breve ma intenso.

Bruno Conti

Per Una Volta Il Boss E’ Lui! Little Steven – Soulfire

little steven soulfire

Little Steven – Soulfire – Universal CD

Erano anni che Little Steven, nome d’arte di Steven Van Zandt, a sua volta nome d’arte di Steven Lento (ed è conosciuto anche come Miami Steve, probabilmente è l’uomo con più nicknames sulla terra) non pubblicava un album a suo nome, per l’esattezza dal non indispensabile Born Again Savage del 1999. Come tutti sanno, il suo lavoro principale è fare il chitarrista e braccio destro di Bruce Springsteen nella E Street Band, ma negli ultimi anni, oltre a condurre un programma radiofonico a sfondo musicale, si è reinventato anche attore per serie di successo come The Sopranos o Lilyhammer (e lo scorso anno ha splendidamente prodotto il bellissimo comeback album di Darlene Love), lasciando pochissimo spazio, anzi nullo, per la sua carriera solista. A dire il vero non è mai stato attivissimo, se si escludono gli anni ottanta (anche perché, all’indomani dell’uscita di Born In The U.S.A., lasciò Bruce e la band), che erano partiti benissimo con l’ottimo Men Without Women ma poi c’era stato un costante peggioramento con l’incerto Voice Of America ed i pessimi Freedom-No Compromise (nel quale era presente il suo più grande successo, Bitter Fruit, esatto, Prendilo Tu Questo Frutto Amaro non è di Venditti!) e Revolution, due album privi di canzoni valide ed in più con un terribile suono elettro-pop anni ottanta.

Oggi, approfittando di una lunga pausa, sia di Springsteen sia dei suoi doveri di attore, Steven pubblica finalmente il seguito di Born Again Savage, cioè Soulfire, che si ricollega però direttamente al suono di Men Without Women, cioè quel misto di rock’n’roll ed errebi che è la musica con il quale è cresciuto, e che veniva suonata nei primi, bellissimi dischi anni settanta di Southside Johnny & The Asbury Jukes, lavori che erano infatti prodotti da Steven, e che per i quali aveva scritto una grande quantità di canzoni. Per Soulfire Van Zandt riforma anche i mitici Disciples Of Soul, anche se con membri totalmente nuovi rispetto agli anni ottanta (Marc Ribler alle chitarre, Rich Mercurio alla batteria, Jack Daley al basso ed Andy Burton alle tastiere), ma con la stessa attitudine rock’n’soul calda e “grassa”, e si circonda di una enorme quantità di fiati (e qui qualche nome già presente nel 1982 c’è, per esempio, il sax baritono e tenore di Eddie Manion e Stan Harrison) e cori, tra i quali i Persuasions, leggendario gruppo vocale di Brooklyn. Nelle dodici canzoni di Soulfire quindi, oltre a tornare alle origini di un suono che ha formato le carriere sia di Southside Johnny che in misura minore di Springsteen stesso (ed entrambi stranamente mancano nel disco), Steven fa praticamente un omaggio a sé stesso, cantando per la prima volta brani che negli anni ha scritto e prodotto per altri artisti, oltre ad inserire qualche pezzo nuovo ed un paio di cover di canzoni tra le sue preferite. Un ritorno in grande stile quindi, con il nostro in grado ancora di graffiare, trascinare ed in certi momenti perfino entusiasmare, circondandosi di un suono caldissimo, vibrante, dal gran ritmo e con il fine principale di divertire e divertirsi, un suono nel quale la voce ancora grintosa di Steven e la sua abilità chitarristica si inseriscono alla perfezione, il tutto grazie anche alla sua ormai risaputa esperienza come produttore (qui coadiuvato da Geoff Sanoff).

Soulfire è quindi un gran disco di rock’n’roll meets soul, come oggi purtroppo nessuno fa più, superiore anche alle ultime prove di Southside Johnny (anche se Soultime! del 2015 era ottimo) e direi meglio anche della media degli ultimi dischi in studio del Boss, Wrecking Ball escluso. La title track dà il via al CD con il ritmo subito alto, chitarra ficcante, un insinuante organo ed un’esplosione di suoni e colori, un rock-soul gustoso e con Steve che mostra di avere ancora una gran voce ed una grinta immutata, e con le chitarre che vogliono dire la loro: negli anni settanta un pezzo così sarebbe stato un sicuro hit. I’m Coming Back è già una splendida canzone (era su Better Days, l’ultimo grande disco di Southside Johnny, targato 1991), con un scintillante suono à la E Street Band ed un ritornello killer, ed il binomio chitarre-fiati a creare un background unico; Blues Is My Business, un brano del 2003 di Etta James, è un saltellante pezzo tra blues e soul, con il nostro che arrota mica male, il solito trattamento deluxe a base di fiati e cori femminili ed un assolo di organo davvero “caliente”. I Saw The Light non è il classico di Hank Williams, bensì una canzone nuova, un irresistibile e ballabile (in senso buono) brano ancora tra errebi e rock’n’roll, una miscela vincente che pezzo dopo pezzo coinvolge sempre di più; Some Things Just Don’t Change (dall’album del 1977 ancora di Southside Johnny This Time It’s For Real) vede i fiati più protagonisti che mai, per un lento pieno d’anima, un blue-eyed soul sanguigno e vibrante, suonato alla grande e con la sezione ritmica inappuntabile, mentre Love On The Wrong Side Of Town, ancora originariamente sull’album del 1977 di John Lyon ed i suoi Jukes, e scritta da Steve insieme a Bruce Springsteen, ha una melodia che risente (e ci mancherebbe) della mano del Boss, ed un arrangiamento potente e “spectoriano”, ma per nulla ridondante.

The City Weeps Tonight (con i Persuasions ai cori) è un lento da ballo della mattonella che fa scaturire l’anima da straccione romantico del pirata Steve, un pezzo tra doo-wop e Roy Orbison, delizioso; Down And Out In New York City (cover di un pezzo del 1972 di James Brown) ha un suono che più anni settanta non si può, un errebi-funky con tanto di archi pre-disco, un pezzo di pura blaxploitation, ancora con sonorità caldissime, quasi bollenti (ed i fiati si superano), mentre Standing In The Line Of Fire (che dava il titolo ad un album del 1984 di Gary U.S. Bonds) sembra presa pari pari da un western con colonna sonora di Ennio Morricone, con la sua chitarra twang, le campane e l’assolo di tromba, uno dei pezzi migliori e più coinvolgenti del disco. La fluida e diretta Saint Valentine’s Day, scritta dal nostro nel 2009 per le Cocktail Slippers, una rock band al femminile di Oslo, è un’altra notevole rock song in odore di Springsteen, tra le più orecchiabili, e precede l’imperdibile I Don’t Want To Go Home, il pezzo più noto contenuto in Soulfire (era la title track del mitico esordio datato 1976 di Southside Johnny, ed anche il primo brano mai scritto da Steve), una canzone che non ha bisogno di presentazioni, splendida era quarant’anni fa e splendida rimane oggi; il CD si chiude con Ride The Night Away (incisa da Jimmy Barnes nel 1985 ed ancora da Southside nel 1991), altro ottimo rock-soul dal tempo spedito e melodia vincente, ennesimo tourbillon di suoni che non può che creare dispiacere per la fine del disco.

Un grande ritorno da parte di Little Steven, ed un disco che secondo me ci ritroveremo “tra i piedi” nelle classifiche di fine anno: speriamo che il prossimo esca un po’ più ravvicinato, anche per ragioni di età del nostro (e degli ascoltatori).

Marco Verdi

La Morte Questa Volta Purtroppo Fa 90: Se Ne E’ Andato Anche Chuck Berry, La “Vera” Leggenda del Rock And Roll!

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Qualche mese fa avevo pubblicato un Post dove si festeggiavano i 90 anni di Chuck Berry (lo potete leggere qui http://discoclub.myblog.it/2016/10/18/oggi-il-rock-and-roll-fa-90-soprattutto-chuck-berry-che-li-compie/ ), e quindi per parole, immagini, e tanti video, avevo già espresso la mia sconfinata ammirazione per quello che è stato probabilmente il più grande interprete del R&R di tutti i tempi, lo ribadisco oggi, insieme al mio rammarico per la sua purtroppo non inattesa (vista l’età) scomparsa. Lo vedete subito sotto insieme a due dei suoi “discepoli” preferiti! Quindi oggi il ricordo e il tributo sono a cura dell’amico Marco Verdi. Vi lascio alla lettura.

Bruno Conti

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Ormai è da un paio d’anni che i musicisti cadono come birilli al bowling, anche se in quest’ultimo caso, data l’età, novanta anni, ce lo potevamo anche aspettare; è però la caratura del personaggio che rende la perdita gravissima: è morto ieri, per cause ancora da stabilire, Charles Edward Anderson Berry, noto al mondo come Chuck Berry, vera e propria leggenda del rock’n’roll e tra gli inventori del genere. Anzi, per fare un paragone, Berry aveva per il rock’n’roll la stessa importanza di Hank Williams per la musica country e di Bob Dylan per la figura del cantautore moderno, in quanto fu il primo vero autore di canzoni rock (cosa che per esempio Elvis Presley non fu mai), con un songbook strepitoso e che lo fece diventare una figura di riferimento per tutti i musicisti rock (e non solo) di lì a venire, oltre ad essere anche un funambolico chitarrista, che inventò anche il tanto imitato duck walk (o davvero qualcuno pensava che fosse un’idea di Angus Young?). Nativo del Missouri, Chuck ebbe una giovinezza problematica, che lo portò diverse volte in riformatorio ed in prigione (anche per rapina a mano armata): appassionato di musica fin da giovanissimo, suonò in diverse band giovanili, fino a quando fu notato dal grandissimo pianista Johnnie Johnson che lo invitò a suonare nel suo gruppo. Talento naturale per il songwriting, Chuch fu in seguito raccomandato da Muddy Waters a Leonard Chess, fondatore della mitica Chess Records, per la quale Berry iniziò ad incidere nel 1955 (Maybellene fu il suo primo singolo).

A poco a poco Chuck si fece notare nell’ambiente, e molte sue canzoni divennero dei successi che lo affermarono come il più completo rock’n’roller in circolazione (e non è che in quegli anni la concorrenza non ci fosse: oltre ad Elvis, basti ricordare Carl Perkins, Roy Orbison, Buddy Holly, Gene Vincent, Eddie Cochran, Fats Domino, Bo Diddley e Jerry Lee Lewis, che ormai è rimasto l’unico ancora tra noi): diversi suoi brani entrati di diritto nel songbook americano provengono dal triennio 1955-1958 (Johnny B. Goode, Roll Over Beethoven, Too Much Monkey Busuness, Brown Eyed Handsome Man, Rock And Roll Music, Sweet Little Sixteen solo per citare le più note). Se Chuck non diventò la superstar numero uno del genere fu prima di tutto a causa del colore della sua pelle, dato che negli anni cinquanta i neri in America erano ancora considerati cittadini di serie B, ma anche per la sua attitudine non proprio da angioletto, che gli fece avere altri guai giudiziari (culminati con l’aver avuto rapporti con una minorenne, tra l’altro fatta entrare illegalmente in America proprio da lui, un “amico” di Trump) e che compromise di fatto la sua carriera negli anni a venire. Chuck continuò ad incidere negli anni sessanta e settanta (decade nella quale tornò alla Chess), pubblicando diverse canzoni diventate poi famose come Let It Rock, Nadine, You Never Can Tell, Promised Land, My Ding-A-Ling, ma senza più assaporare il successo, smettendo di fatto di incidere nel 1979 con l’album Rock It (ma è di qualche mese fa la notizia che quest’anno avremo il primo lavoro in studio di Berry in 40 anni, intitolato semplicemente Chuck, album che ora assume ancora più importanza proprio a causa della sua scomparsa).

Come accennavo prima, Berry è stata una figura fondamentale per generazioni di musicisti venuti dopo di lui, in tutti i generi dal folk, al rock, al country fino al metal (e la pioggia di tweet pubblicati da varie celebrità nelle ultime 24 ore lo dimostra): per i Beatles (che incisero Roll Over Beethoven e Rock And Roll Music) era un idolo assoluto (specie per Lennon, che si esibì anche con lui nel famoso concerto di Toronto del 1969), per i Rolling Stones forse anche qualcosa in più di un idolo, direi una sorta di “padre musicale”, i Beach Boys rubarono il riff di Sweet Little Sixteen per la loro Surfin’ U.S.A., perfino un gruppo lontano dalle tematiche del nostro come la Electric Light Orchestra rivoltò come un calzino la sua Roll Over Beethoven e la fece diventare una hit planetaria (e l’unico singolo del gruppo a non portare la firma di Jeff Lynne). La figura di Berry era nell’immaginario collettivo a tal punto che anche nei film veniva citato spesso: i due casi più famosi che mi vengono in mente sono Michael J. Fox che suona una scatenata Johnny B. Goode di fronte ad un pubblico esterrefatto in Ritorno Al Futuro (e con Marvin Berry, cugino realmente esistito del nostro, che dal backstage fa sentire al telefono a Chuck la canzone fornendogli così l’ispirazione), ed il famoso ballo di John Travolta ed Uma Thurman sulle note di You Never Can Tell in Pulp Fiction.

Per chi ancora non conoscesse l’immenso body of work di Chuck, oltre almeno al primo album After School Session, consiglio le tre imperdibili raccolte dedicate al periodo Chess, uscite nel 2008 (gli anni cinquanta), 2009 (i sessanta) e 2010 (i settanta), a meno che non vogliate spendere una fortuna ed accaparrarvi il megabox uscito nel 2014 per la Bear Family Rock And Roll Music: The Complete Studio Recordings. Vorrei ricordare Chuck con un brano tratto dal bellissimo film-concerto del 1987 Hail! Hail! Rock’n’Roll, nel quale Chuck si autocelebrava sul palco del Fox Theatre della natia St. Louis accompagnato da gente del calibro di Keith Richards, Eric Clapton, Robert Cray, Etta James, nonché il suo scopritore Johnnie Johnson. Lo vedete appena sopra.

Rest In Peace, Mr. Johnny B. Goode.

Marco Verdi

Ancora Una Volta L’Unione Fa La Forza? Ina Forsman Tasha Taylor Layla Zoe – Blues Caravan 2016: Blue Sisters In Concert

blues caravan 2016 Blue sisters in concert

Ina Forsman Tasha Taylor Layla Zoe – Blues Caravan 2016: Blue Sisters In Concert – Ruf CD+DVD

All’inizio dello scorso anno vi avevo parlato in termini più che lusinghieri dell’esordio discografico su etichetta Ruf (ma non era il suo primo disco) della cantante finlandese Ina Forsman, un piccolo gioiellino che frullava rock, blues, soul music, il tutto cantato con una voce seducente, duttile e potente, forse senza essere ai livelli delle grandi del passato o anche di realtà attuali come Beth Hart, Dana Fuchs o Janiva Magness e Susan Tedeschi, ma comunque interessante nella sua capacità di fondere certe sonorità “moderne” care a Amy Winehouse per intenderci ,con un suono classico R&B, sicuramente anche grazie al fatto che il disco era stato registrato in quel di Austin, Texas, con musicisti locali in grado di creare una atmosfera sonora ricca di classe e raffinatezza http://discoclub.myblog.it/2016/02/06/sorpresa-dalla-finlandia-ecco-grande-nuova-voce-blues-ina-forsman/ . Nel corso della scorsa annata poi la Ruf ha pubblicato anche gli album di Tasha Taylor (se il nome, anzi il cognome, vi dice qualcosa, non vi state sbagliando, è proprio la figlia minore di Johnnie Taylor, una delle stelle assolute della soul music targata Stax) e Layla Zoe (giovane cantante canadese, ma già con una consistente discografia di cinque album indipendenti alle spalle), entrambe in possesso di una propria specificità, più vicina alla soul music classica, e non poteva essere diversamente, la Taylor, più orientata verso il blues, e il rock, la canadese Zoe, con i soliti ed inevitabili paragoni con Janis Joplin.

La Ruf Records, nella sua lungimiranza, le ha unite per la propria classica Revue annuale, http://discoclub.myblog.it/2015/03/11/lunione-fa-la-forza-laurence-joneschristina-skjolbergalbert-castiglia-blues-caravan-2014-live/ che tutti gli anni porta in tour gli artisti del momento della etichetta tedesca (quest’anno tocca a Si Cranstoun, Big Daddy Wilson e Vanessa Collier) https://www.youtube.com/watch?v=–qPK4lhe4Q : quindi già all’inizio dello scorso anno, in concomitanza con l’uscita del disco della Forsman, ma assai prima delle pubblicazioni dei dischi delle altre due, le ha spedite On The Road, come Blue Sisters, accompagnate da un trio finlandese ( e qui sta il piccolo inghippo, sto ancora decidendo se il disco mi convince del tutto, ma comincia ad acchiapparmi dopo ascolti ripetuti), dove alla chitarra troviamo Davide Floreno! Chi, scusate? Eppure succede, nato a Roma, da anni vive a Helsinki, ha una propria casa di produzione lassù, una etichetta e si è sposato pure la brava axewoman locale Erja Lyytinen (a proposito le tre donzelle del disco di cui stiamo parlando non suonano nulla, a parte la Taylor, che strimpella la chitarra raramente, ma non nell’occasione). Dove eravamo rimasti? Ah sì, gli altri finlandesi: Walter Latupeirissa al basso e Marrku Reinikainen alla batteria, entrambi competenti e validi musicisti in azione nel circuito blues tedesco e nordico. Sedici brani sul CD e ventisei sul DVD, ma sono nella stessa confezione per cui niente paura: prima me li sono ascoltati e poi me li sono visti, le tre ragazze fanno la loro figura, tre figurine sexy e aggressive, con mini abiti e spacchi vertiginosi, ma comunque il talento è inversamente proporzionale alla quantità di tessuto indossato, insomma l’occhio vuole la sua parte, ma anche l’orecchio vi giuro rimane più che soddisfatto.

I due appunti che mi sento di fare sono, oltre al suono fin troppo scarno di un trio virato al blues-rock, anche se valido, la non eccessiva interazione delle tre sul palco, ossia i brani dove le tre appaiono insieme non sono poi molti: l’iniziale Chain Of Fools, il mega classico di Aretha, e poi la lunga, eccellente, parte conclusiva, da una gagliarda Honky Tonk Woman, passando per Tell Mama e In The Basement, entrambe nel repertorio  di Etta James, Come Together e infine un super blues come Rock Me Baby del grande BB King, dove si apprezza Davide Floreno, chitarrista dal tocco classico, ottimo in tutto il concerto. Nelle varie parti soliste delle esibizioni singole si apprezzano la raffinata Devil May Dance Tonight, molto alla Winehouse, la notturna e jazzata Bubbly Kisses e le cover del pezzo di Nina Simone I Want A Little Sugar In My Bowl e di Queen Bee (entrambe solo sul DVD) nel segmento dedicato a Ina Forsman, il funky-soul di What Difference Does It Make, l’omaggio al babbo Johnnie, con una pimpante Who’s Making Love, dove però la mancanza dei fiati è quasi criminale (mentre da quello che ho visto e sentito saranno protagonisti assoluti del Blues Caravan 2017), oltre a Valerie degi Zutons (solo sul DVD), anche questa legata alla Winehouse, nella parte dedicata a Tasha Taylor. Con Layla Zoe eccellente nella ritmatissima Work Horse, dove ricorda molto Beth Hart, ma anche nella bella ballata Don’t Wanna Hurt Nobody e nel lungo blues Never Met A Man Like You, dove si apprezza anche la solista di Floreno. In conclusione un disco (e un video) complessivamente più che soddisfacenti, con tre cantanti di assoluto valore e dal futuro luminoso. Quindi pollice all’insù per questo Blues Caravan 2016.

Bruno Conti

Nuovi Talenti Da Scoprire! Annika Chambers – Wild And Free

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Annika Chambers – Wild And Free – Oarfin Records

Per quanto si cerchi di tenerci sempre informati su eventuali nuovi talenti da “scoprire” (uno dei piaceri dell’appassionato della buona musica), ogni tanto sbucano fuori dal nulla dei nomi mai sentiti, soprattutto nell’immenso panorama della scena indipendente americana. In Texas in particolare ce ne sono moltissimi: l’ultimo arrivo, almeno per me, è Annika Chambers, giovane blues woman nera da Houston https://www.youtube.com/watch?v=WtKzcfz788M  (non a caso il gruppo che l’accompagnava nel primo CD del 2014, Making My Mark, era quello delle Houston All-Stars). Il termine giovane nell’ambito blues è sempre opinabile, visto che si esordisce spesso abbastanza avanti negli anni, ma a occhio, a giudicare dalla copertina, dovrebbe avere una trentina di anni (la biografia, essendo una signora, non lo dice): già una vita ricca di eventi, una passione giovanile per la musica, ma anche il desiderio di entrare nell’Esercito, dove ha passato 7 anni e mezzo prima di tornare al suo primo amore, il blues, che come sapete non lo richiede espressamente, ma se succede è meglio, narra di grandi e piccoli disastri, e in effetti la nostra amica qualche vicissitudine l’ha passata. Prima una lunga separazione dal padre, poi qualche guaio durante il periodo nell’esercito, che, proprio recentemente, l’ha portata a passare sei mesi in prigione per corruzione (una storia di mazzette quando aveva 23 anni) e anche problemi di dipendenza, ora pare risolti.

E quindi dopo il disco del 2014 che le aveva fatto vincere vari riconoscimenti come Talento Emergente, e la sparizione improvvisa per qualche mese, ora Annika Chambers è pronta a lanciare questo nuovo Wild And Free, dove con lei collaborano, sia come autori che come musicisti, alcuni ottimi talenti locali, a partire dal bassista e co-produttore Larry Fulcher, a lungo con Taj Mahal e nella Phantom Blues Band e Richard Cagle, l’altro produttore e ingegnere del suono, tra i nomi coinvolti i più noti sono il batterista Tony Braunagel e il tastierista David Delagarza, ma anche gli altri contribuiscono alla riuscita di questo solido album di blues elettrico, con qualche venatura funky e anche molto soul, siamo dalle parti di Shemekia Copeland, Joanna Connor, senza dimenticare grandi del passato come Koko Taylor, Tina Turner, Etta James o “sorelle bianche” come Beth Hart e Dana Fuchs. Lo stile è abbastanza grintoso e chitarristico, almeno nella parte iniziale dell’album, come evidenzia la poderosa apertura di Ragged And Dirty, anche basata sulla sua vicenda personale, le soliste e l’organo viaggiano, il basso pompa e la batteria è precisa e pulita, tutto al proprio posto come si conviene, la voce è duttile e vissuta, insomma il talento c’è. City In The Sky è un notevole mid-tempo corposo, dove si apprezzano anche gli ottimi interventi delle voci di supporto e una bella slide d’atmosfera.

Better Things To Do accelera di nuovo i tempi, il suono ha anche una decisa connotazione rock contemporanea, come pure Give Up Myself, sempre vivace e pulsante, mentre Six Nights And Day è un funky blues gagliardo che ricorda appunto le citate Copeland e Koko Taylor, con la voce che ha qualche lontana parentela con la grande Aretha Franklin, grazie all’arrangiamento gospel con tanto di call and response con i vocalist aggiunti. Put The Sugar To Bed è la prima ballata dell’album, un bel brano dagli evidenti spunti soul, sempre con la voce in evidenza, e anche Reality evidenzia il lato più riflessivo della musica della Chambers, con piano elettrico e organo a guidare le danze. Don’t Try And Stop The Rain è  ottimo deep soul di pura matrice sudista, con il basso sinuoso di Fulcher a dettare I tempi e la voce che è tutta da gustare anche in questa versione più morbida e meno grintosa. Why Me, di nuovo tra blues e soul, è più attendista e sospesa, ma si apre a piacevoli inserti ricchi di melodia, dove la voce scivola naturale per il puro piacere dell’ascoltatore. I Prefer You ricorda ancora la prima Aretha (quella dei vecchi tempi) o Etta James, sempre fatte le dovute proporzioni, con Piece By Piece, notturna, jazzy e raffinata, con il piano e una chitarra acustica a sottolineare il bel timbro vocale sfoggiato dalla brava Annika Chambers per l’occasione. Love God, posta in conclusione, è uno splendido gospel cantato a piena ugola da questa giovane cantante che si rivela come uno dei nomi da tenere d’occhio nel panorama della musica nera, ma anche in generale.

Gran voce.

Bruno Conti

Ancora Una Grande Voce, Anche In Versione “Acustica”! Dana Fuchs – Broken Down Acoustic Sessions

dana fuchs broken down

Dana Fuchs – Broken Down Acoustic Sessions – Antler King Records

Di questa signora (o signorina?) se ne è occupato ampiamente, con la consueta competenza, il titolare di questo blog, recensendo tutte le uscite precedenti, tra cui Lonely For A Lifetime, Bliss Avenue, Songs From The Road http://discoclub.myblog.it/2014/12/11/quindi-le-cantanti-vere-nel-rock-esistono-dana-fuchs-songs-from-the-road/ : ed eccoci ora arrivare a questo Broken Down Acoustic Sessions, che non è recentissimo (uscito a livello autogestito nel Novembre 2015), ma data la non facile reperibilità e la bravura della cantante, ne parliamo comunque ora. Diciamo subito che Broken Down Acoustic Sessions è il primo disco autoprodotto della Fuchs dai tempi dell’esordio con Lonely For A Lifetime, e che la maggior parte delle canzoni sono state scritte ed eseguite, come sempre, con il suo collaboratore di vecchia data Jon Diamond (cinque brani sono nuovi), il tutto registrato nel proprio studio di New York con l’apporto di Tim Hatfield, con la presenza, oltre a Dana, voce e percussioni e al citato Diamond alle chitarre e  armonica, del fratello di lui, Pete Diamond alla chitarra acustica, di Ann Klein al mandolino e dobro, e del bravo Jon Regen al pianoforte, con un suono ed una strumentazione meno ricca ed elettrica del solito, ma comunque di assoluto rilievo.

Il brano d’apertura non poteva essere che la sua classica Almost Home, con una perfetta fusione tra la chitarra e una armonica quasi “morriconiana”, a cui fanno seguito le prime tre canzoni inedite The Lie, What Went Right e Climb Over, accomunate tutte dalla bravura di Jon all’acustica e cantate con passione e sofferenza da Dana, per poi omaggiare il grande Bobby “Blue” Bland, con una “cover” stratosferica di Ain’t No Love In The Heart Of The City (se non la ricordate, sempre in ambito rock vi segnalo anche una bella versione dei Whitesnake https://www.youtube.com/watch?v=MA3DNlBMNL0 ), da sempre eseguita nei concerti dal vivo, qui impreziosita dal suono viscerale dell’armonica, mouth harp che si ripropone pure nella seguente e più vivace Baby Loves The Life, mentre una chitarra slide accompagna la grande voce di Dana in una sognante Moment Away. La sessione acustica contiene altre due canzoni nuove, entrambe ballate pianistiche, con lo strumento di Regen in evidenza: una dolcissima Wait Up e una grintosa Kind Of Love, per poi passare al blues acustico So Hard To Love e ad una sincopata Say So Long, passando ancora per le armonie chitarristiche di Keepsake, ed arrivare alla nota Misery (forse la prima canzone d’amore scritta da Dana, dedicata alla madre), cantata con la consueta grinta e con in sottofondo nuovamente l’accompagnamento di una lacerante armonica (suonata al meglio da Jon Diamond), e infine chiudere sulle note quasi dolorose di Sad Salvation.

Questi ultimi anni non sono stati facili per Dana Fuchs; prima si era suicidata la sorella maggiore Donna, poi c’era stata la morte del padre, e all’inizio dello scorso anno ha perso anche il fratello Don per un tumore al cervello (non oso pensare che cosa gli poteva capitare ancora!), ma fortunatamente Dana è una persona positiva, e con la musica ha trovato la forza di andare avanti e superare tutto questo dolore, anche se a tratti lo si può riscontrare in queste sofferte versioni presenti in Broken Down.

La dimensione “unplugged” di questo lavoro valorizza ancora di più l’intensità e l’interpretazione di questa straordinaria cantante (una sorta di incrocio tra Janis Joplin e la compianta Etta James) che con estrema disinvoltura, versatilità e passione passa dal blues al soul e al rock and roll, una che nella sua carriera ha sempre dovuto sputare “sangue, sudore e lacrime”, girare il mondo, suonare per pochi dollari e tirare fuori l’anima ogni sera, a differenza di tante osannate, acclamate, plastificate, fatte in serie e sopravvalutate “star” in circolazione oggi, nettamente inferiori alla nostra amica e di cui non facciamo i nomi, ma li potete immaginare!

Tino Montanari