Supplemento Della Domenica: Forse Il Miglior Disco Dal Vivo Ufficiale Del 2017. Christy Moore – On The Road

christy moore on the road

Christy Moore – On The Road – Yellow Furze/Sony Music Ireland 2 CD

Christy Moore è una leggenda in Irlanda (e non solo nell’isola di Smeraldo), ma è anche uno dei più grandi cantautori attualmente in circolazione, con una produzione sterminata, iniziata con un disco del 1969 che si chiamava Paddy On The Road. Sarà un caso, ma a quasi 50 anni da quel disco esce questo doppio dal vivo che si chiama On The Road: di Moore esistono molti album Live, sia da solo che con Planxty e Moving Hearts.. Anche questa volta il buon Christy centra l’obiettivo, con quello che è il suo primo album Live doppio: registrato nel corso degli ultimi tre anni, tra Inghilterra, Irlanda e Scozia, contiene 24 brani estratti dal suo repertorio, messi in sequenza per costruire una sorta di concerto ideale, con la giusta alternanza tra brani lenti e più mossi, ballate e gighe, brani malinconici, di denuncia, ma anche canzoni briose, spesso salaci, ricche di ironia e umorismo britannico, seguito da platee adoranti pronte a cantare e a battere le mani ad ogni suo comando, ma rispettose ed attente nei momenti più intensi e struggenti, quindi il pubblico ideale per qualsiasi performer. E questa volta Christy Moore non è in solitaria, è accompagnato da un piccolo ma capace gruppo di musicisti che si alterna nelle varie date: guidati all’immancabile, e grande, Declan Sinnott, a chitarra elettrica, acustica e strumenti a corda, Jim Higgins, percussioni e batteria, Cathal Hayden, violino e banjo, Mairtin O’Connor alla fisarmonica, Seamie O’Dowd, chitarra, armonica e mandolino, oltre alle voci aggiunte di Vickie Keating e del figlio di Christy Andy Moore, che da alcuni anni lo accompagna con le sue armonie.

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https://www.youtube.com/watch?v=LIh5dUOz824

Il risultato, manco a dirlo, è splendido, se amate la musica folk, irlandese e non, le canzoni d’autore, e in generale la buona musica, questo doppio è imprescindibile, anche considerando che il repertorio estrapolato da ben 16 diverse locations, quindi assai diversificato e completo, è arricchito anche da parecchie cover scelte con grande cura. L’apertura del concerto è spettacolare, con uno dei brani più amati e coinvolgenti appunto del suo repertorio, Ordinary Man, che dava il titolo ad un album del 1987, proposta nel corso degli anni in svariati arrangiamenti, in questo caso la pungente elettrica di Sinnott e il violino sono quasi interscambiabili, mentre la melodia molto cantabile la rende subito preda dei presenti che la cantano a squarciagola con Christy, che si vede costretto ad adeguarsi, con piacere, alla versione del pubblico presente al Barrowland di Glasgow; Ride On, tratta dall’omonimo album che lo stesso Moore considera tra i suoi più popolari (e in Irlanda il nostro è spesso ai vertici delle classifiche), è un brano scritto da Jimmy MacCarthy (che è stato omaggiato di recente anche da Mary Black, che ha inciso un intero disco dell’autore inglese, di cui leggerete sul Blog a breve), reso proprio dall’irlandese nel corso degli anni, sera dopo sera, una di quelle sue splendide ballate, cantate con voce profonda e risonante, dove la voce della Keating e la elegante solista di Sinnott sono elementi portanti della canzone, ascoltata in religioso silenzio dal pubblico. Che può subito scatenarsi di nuovo nella giga salace e incontenibile, a tempo di banjo e percussioni, della divertente Joxer Goes To Stuttgart, ma poi nella perfetta alternanza veloce-lento arriva una splendida Black Is The Colour, un brano tradizionale che ricordo in una altrettanto bella versione di Luka Bloom, il fratello di Christy, quando si chiamava ancora Barry Moore, nel suo primo disco Treaty Stone, con il fratello che dalla sua ha anche la voce inconfondibile e ad alto tasso evocativo, come la canzone, impreziosita dal lavoro di mandolino, armonica e violino.

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https://www.youtube.com/watch?v=uYpgsPB-Bkw

Don’t Forget Your Shovel è un’altra di quelle canzoni che prevedono la partecipazione del pubblico in un crescendo inarrestabile; altra title track The Voyage, malinconica e mesta, con la chitarra di Sinnott che cesella note mentre la voce di Moore sale e scende con dolcezza. Delirium Tremens è un immaginifico ed ironico resoconto sulle gioie e i dolori, nonché sugli effetti, dell’alcol, sostanza che ha avuto un ruolo sostanziale anche nella musica e nella vita di Shane MacGowan, di cui Moore interpreta con rispetto e devozione la meravigliosa Fairytale Of New York in una versione deliziosa. Lisdoonvarna viene ironicamente annunciata come canzone partecipante all’Eurofestival, ma in effetti è una delle più carnali, “sporche”, divertenti, eccessive e travolgenti canzoni del songbook di Christy https://www.youtube.com/watch?v=_SVo9W4QM5A ; The Cliffs Of Doonen è la più vecchia del repertorio, la facevano già i Planxty, altra ballad calda ed avvolgente, subito bilanciata dalla “delirante” Weekend In Amsterdam, cantata accapella e con continui colpi di scena nella narrazione senza limiti di parola nel resoconto delle avventure del protagonista https://www.youtube.com/watch?v=ZI4W1CyPtT0 . Viva La Quinta Brigada è uno di quei brani sociali, politici, storici, epici e collettivi, che costellano la carriera del cantautore irlandese, cantata coralmente dal pubblico. Si riparte subito con il secondo CD: City Of Chicago è una radiosa canzone del fratello Luka Bloom che l’ha reincisa per il recente Refuge http://discoclub.myblog.it/2017/10/17/dal-suo-rifugio-irlandese-un-lavoro-vibrante-e-intenso-luka-bloom-refuge/ , melodia scintillante, con la fisarmonica che ne sottolinea il tessuto sonoro incantevole; Go Move Shift un brano meno noto di Ewan MacColl (quello di Dirty Old Town e The First Time I Ever Saw Your Face) è ciò nondimeno un’altra canzone di grande spessore, degna della migliore tradizione folk irlandese.

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https://www.youtube.com/watch?v=pJQP-ap88zs

Si rimane in questo ambiente melanconico e raccolto anche con la successiva suggestiva Nancy Spain, cantata ancora una volta in modo evocativo da Moore che si appoggia anche sullo struggente violino di Hayden e sulle armonie corali del pubblico. Torna l’acuto e divertito storyteller per l’intrigante Lingo Politico e poi si passa al puro irish folk di The Raggle Taggle Gypsy, altro pezzo da novanta del songbook di Christy Moore, come pure la successiva St. Brendan’s Voyage, nuovamente estratta da Ordinary Man, sempre tipica del canzoniere più fortemente evocativo e corale di questo splendido musicista. Un altro che scrive canzoni non male è Richard Thompson, di cui Moore riprende Beeswing, una delle sue ballate più belle, interpretata con grande passione https://www.youtube.com/watch?v=zglpXd0gpuA ; McIlhatton francamente non la ricordavo, un brano dedicato a Bobby Sands, noto attivista politico nordirlandese, a lungo nelle prigioni inglesi, una canzone ”affettuosa” e piena di riconoscenza, costruita attorno ad un’aria musicale popolare. Ulteriore brano mesmerico ed ipnotico è la delicata Bright Blue Rose, altro pezzo di Jimmy MacCarthy, con Declan Sinnott splendido alla acustica con botteneck e alla seconda voce; non è da meno la versione da manuale di If I Get An Encore, per certi versi la parafrasi dell’intero concerto e di tutta la carriera di Moore, che comunque ci regala ancora un paio di brani prima di congedarci: North And South (Of the River), scritta con Bono e The Edge,  a cui consiglierei di andarsi a risentire quando scrivevano delle belle canzoni (perché ne hanno scritte tante, in passato), con la solista di Sinnott di nuovo sugli scudi https://www.youtube.com/watch?v=i-EbThBjons  e per ultima The Time Has Come, una delle sue migliori in assoluto, scritta con Donal Lunny e che conclude in gloria questo splendido concerto (virtuale), tra i migliori del 2017.

Bruno Conti

Una Coppia Bene Assortita! Ian Siegal & Jimbo Mathus – Wayward Sons

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Ian Siegal & Jimbo Mathus – Wayward Sons – Nugene Records

La Nugene Records è una piccola etichetta che ha nel suo rispettabile roster di artisti alcuni nomi legati al blues contemporaneo, tra i più noti Matt Schofield, che nel frattempo è passato alla Provogue, Simon McBride e soprattutto Ian Siegal. L’artista britannico è un habitué delle collaborazioni: prima con gli Young Sons in The Skinny, un disco prodotto da Luther Dickinson, con la partecipazione di Alvin Youngblood Hart e alcuni componenti delle famiglie Kimbrough e Burnside, poi in Candy Store Kid si aggiungevano anche Cody Dickinson e Lightnin’ Malcolm, diventando i Mississippi Mudbloods http://discoclub.myblog.it/2012/11/13/un-inglese-alle-radici-del-blues-di-nuovo-ian-siegal-the-mis/ , infine nel 2014, per il live The Picnic Sessions, viene coinvolto anche Jimbo Mathus. Nel frattempo Siegal, che non è uno poco prolifico, anzi, ha pubblicato altri due album dal vivo, uno in solitaria Man & Guitar, l’altro One Night In Amsterdam, un live elettrico con band al seguito, veramente potente.

Chi vi scrive lo preferisce nella versione elettrica e tirata, ma devo ammettere che il nostro amico è bravo anche nel formato acustico. Se poi in duo, come nel caso di questo Wayward Sons, ancora meglio. Anche Jimbo Mathus non sta mai fermo, oltre alle saltuarie reunion con gli Squirrel Nut Zippers, la collaborazione con i musicisti prima citati, nella South Memphis String Band,  pubblica molti album solisti, sempre ricchi di ospiti e collaboratori, spesso più di uno all’anno, ma su invito dell’amico Siegal, si è recato, nell’autunno del 2014, nella piccola città olandese di Hoogland, al Café De Noot, per una serata particolare, tra folk, country e blues. Il risultato dei due “Figli Ribelli” è un album dove i brani di entrambi convivono con cover di Townes Van Zandt, molti pezzi tradizionali e qualche blues. Che è la musica principale adottata: ma ci sono anche echi dylaniani, come nella iniziale In The Garden, dove la chitarra di Siegal e il mandolino e l’armonica di Mathus (che nel disco suona anche kazoo e seconda chitarra) si amalgamo alla perfezione, e armonizza, con la sua voce più rauca e vissuta, quasi da country e folk singer, sfoggiata per l’occasione, da Siegal. I due ci regalano aneddoti e presentazioni, tra il colto ed il divertito, prima, dopo e durante, quasi ogni brano. Come nel caso dell’intro alla bellissima Heavenly Houseboat Blues del citato Van Zandt, che già era apparsa a sorpresa nelle Picnic Sessions.

Nel disco non mancano tratti gospel e da songwriters, e il tutto scorre piacevole e coinvolgente, come in una collaborazione tra spiriti affini: Jesse James ha naturalmente accenti country, mentre la classica Mary Don’t You Weep, è un gospel blues, dove di nuovo mandolino, armonica e le voci dei due scorrono piacevolmente. Anche Casey Jones è un brano che tutti conosciamo, è il treno sonoro è proprio quello di un viaggio, discorsivo e intenso come la canzone richiede e pure Crazy Old Soldier ha le stimmate della grande ballata d’autore, con la voce partecipe delle disavventure del protagonista. A tratti si va nel folk puro, ma sempre ricco di tratti blues, come in Old Earl, per poi sfociare nel blues arcano di Ludella, quando Ian Siegal sfodera la sua slide e la sua voce da consumato blues singer. Scorrono anche pezzi celeberrimi come Stack’o’lee, una corale, anche se sono solo in due, Goodnight Irene, l’antico blues di nuovo ricco di spiritualità ( e di slide) I’ll Fly Away e per concludere il tutto, una bella versione di Dirty Old Town, il brano di Ewan MacColl che è ormai diventato una standard della canzone popolare “moderna”. Per chi ama dischi raccolti, ma al tempo stesso espansivi e ricchi di quella difficile arte della collaborazione che solo gli artisti di valore sanno praticare.

Bruno Conti