17/02/2013
Novità Di Febbraio Parte II. Nick Cave & Bad Seeds, Son Of Rogues Gallery, Terry Allen, Jerry Garcia, Dawn McCarthy & Bonnie Prince Billy, Endless Boogie, Otis Taylor, Fabulous Thunderbirds
Nonostante l'incremento nel numero di recensioni dei CD che non appaiono in questa rubrica, ultimamente anche due o tre Post al giorno (grazie anche ai collaboratori), il numero delle uscite interessanti è sempre soverchiante. Per cui oggi prima tranche delle uscite di martedì 19 febbraio (e qualche titolo già uscito), domani il resto con qualche anticipazione di quelle di martedì 26. Per cui partiamo con:
Nick Cave & The Bad Seeds tornano con un nuovo album, Push The Sky Away, il 15° con la band dopo una serie di colonne sonore e dischi con i Grinderman, oltre a Dig!!!Lazarus, Dig!!!, che era formalmente a nome Bad Seeds ma aveva delle sonorità decisamente più durette. Qui si torna al sound classico di Nocturama più che a quello di Abattoir Blues/The Lyre Of Orpheus. L'etichetta è Bad Seed Ltd, e il disco esce in due versioni, quella normale con 9 brani e una versione Deluxe con DVD, che contiene altre due tracce con immagini create appositamente per le due canzoni bonus, oltre ad un libretto di 32 pagine (l'immagine la vedete qui sopra). L'album è stato registrato in Francia con il produttore Nick Launay, ma senza Mick Harvey, per la prima volta, in uno studio, Le Fabrique, che ha le pareti foderate di vecchi vinili di musica classica e quindo, ovviamente, l'atmosfera sonora ne ha risentito. Da quello che ho sentito mi sembra molto bello, un ritorno al Nick Cave che amo di più. Il nostro amico appare anche in...
Son Of Rogues Gallery - Pirate Ballads, Sea Songs & Chanteys il secondo capitolo, sempre pubblicato dalla Anti, dei brani dedicati alle canzoni dei pirati. Produce sempre Hal Willner ed i partecipanti sono i seguenti:
Track Listing
Disc 1:
- Leaving of Liverpool (Shane MacGowan w/Johnny Depp & Gore Verbinski)
- Sam’s Gone Away (Robyn Hitchcock)
- River Come Down (Beth Orton)
- Row Bullies Row (Sean Lennon w/Jack Shit)
- Shenandoah (Tom Waits w/Keith Richards)
- Mr. Stormalong (Ivan Neville)
- Asshole Rules the Navy (Iggy Pop w/A Hawk and a Hacksaw)
- Off to Sea Once More (Macy Gray)
- The Ol’ OG (Ed Harcourt)
- Pirate Jenny (Shilpa Ray w/Nick Cave & Warren Ellis)
- The Mermaid (Patti Smith & Johnny Depp)
- Anthem for Old Souls (Chuck E. Weiss)
- Orange Claw Hammer (Ed Pastorini)
- Sweet and Low (The Americans)
- Ye Mariners All (Robin Holcomb & Jessica Kenny)
- Tom’s Gone to Hilo (Gavin Friday and Shannon McNally)
- Bear Away (Kenny Wollesen & The Himalayas Marching Band)
Disc 2:
- Handsome Cabin Boy (Frank Zappa & the Mothers of Invention)
- Rio Grande (Michael Stipe & Courtney Love)
- Ship in Distress (Marc Almond)
- In Lure of the Tropics (Dr. John)
- Rolling Down to Old Maui (Todd Rundgren)
- Jack Tar on Shore (Dan Zanes w/Broken Social Scene)
- Sally Racket (Sissy Bounce (Katey Red & Big Freedia) with Akron/Family)
- Wild Goose (Broken Social Scene)
- Flandyke Shore (Marianne Faithfull w/Kate & Anna McGarrigle)
- The Chantey of Noah and his Ark (Old School Song) (Ricky Jay)
- Whiskey Johnny (Michael Gira)
- Sunshine Life for Me (Petra Haden w/Lenny Pickett)
- Row the Boat Child (Jenni Muldaur)
- General Taylor (Richard Thompson w/Jack Shit)
- Marianne (Tim Robbins w/Matthew Sweet & Susanna Hoffs)
- Barnacle Bill the Sailor (Kembra Phaler w/Antony/Joseph Arthur/Foetus)
- Missus McGraw (Angelica Huston w/The Weisberg Strings)
- The Dreadnought (Iggy Pop & Elegant Too)
- Then Said the Captain to Me (Two Poems of the Sea) (Mary Margaret O‘Hara)
Ovviamente il brano di Frank Zappa non è stato creato appositamente per l'occasione, a differenza di tutti gli altri brani. Anche questo molto buono.
Altre tre uscite, un paio già disponibili e una in uscita martedì.
Ritorno anche per Terry Allen. L'ultimo disco ufficiale, Salivation, era del 1999, anche se aveva fatto una apparizione nel disco di Ryan Bingham del 2007, Mescalito e nel 2012 è uscito un CD dal vivo, autodistribuito, registrato nel 1971. Bottom Of The World è uscito il 22 gennaio per la propria etichetta e vede la partecipazione, oltre ad Allen, piano e tastiere, di Lloyd Maines, immancabile alle chitarre, Richard Bowden, viola e mandolino, Richard Standefer, al cello, oltre al figlio Bukka Allen, organo B3 e accordion, e moglie al seguito Sally, alle armonie vocali. Il nostro amico Terry, ne fa pochi ma quasi sempre buoni e questo è tra i migliori.
Annunciato da parecchi mesi esce in questi giorni il primo capitolo di una nuova serie di materiale d'archivio dal vivo della Jerry Garcia Band, si intitola Garcia Live Volume One March 1st 1980 Capitol Theater. Triplo CD pubblicato dalla ATO Records, questa la tracklisting:
Early Show
- Sugaree
- Catfish John
- How Sweet It Is
- Simple Twist of Fate
- Sitting in Limbo >
- That’s All Right
- Deal
Late Show:
- Mission in the Rain
- That’s What Love Will Make You Do
- Russian Lullaby
- Tiger Rose (w/ Robert Hunter)
- The Harder They Come
- Promontory Rider (w/ Robert Hunter)
- Midnight Moonlight
- Dear Prudence
Nelle varie incarnazioni di Will Oldham, quella come Bonnie Prince Billy è una delle più ricorrenti. Questo volta in coppia con la cantante Dawn McCarthy ci propone uno dei capitoli più piacevoli e di gradevole ascolto, un CD tutto dedicato ai brani che erano nel repertorio degli Everly Brothers, When The Brothers Sang, pubblicato come di consueto dalla Domino Records, è cantato quasi sempre all'unisono dai due vocalists per ricreare le armonie classiche dei fratelli Everly, uno dei grandi e più influenti gruppi nella storia del rock, da Simon & Garfunkel in giù. Tra i brani è presente anche una cover di Somebody help me, uno dei brani più belli dello Spencer Davis Group di Steve Winwood che lo avevano cantato ed inciso un anno prima degli Everly Brothers.
Un terzetto blues, con diversi stili e punti di vista sul genere.
Gli Endless Boogie sono un quartetto di blues-rock psichedelico che viene dall'area di Brooklyn, New York, non per niente il nuovo disco si chiama Long Island, esce su etichetta No Quarter e ci danno dentro alla grande. 8 brani per un totale di 79 minuti, ma nel precedente ce n'era uno di quasi 23 minuti, sentire please...tra Blue Cheer e stoner rock, ma anche Canned Heat, vai col boogie!
Otis Taylor ci sorprende ad ogni disco con qualche sorpresa. Questa volta è il caso di un disco dove il suo classico Blues (classico, ma molto personale) si incrocia con la musica dei Nativi Americani nella persona di Mato Nanji, il leader degli Indigenous, quindi anche sonorità più elettriche del solito, per questo My World Is Gone che esce, come di consueto per la Telarc.
Altro ritorno, quello dei Fabulous Thunderbirds, a otto anni dal precedente Painted On, questo On The Verge, il primo edito dalla Severn, presenta per la prima volta su disco, la band di Kim Wilson, con la nuova formazione che vede la presenza dei fratelli Moeller, Jay alla batteria e l'eccellente Johnny alla chitarra (forse il più adatto a raccogliere l'eredità di Jimmie Vaughan, come ha dimostrato il suo disco solista del 2010, Bloogaloo, anche se deve mangiarne ancora di pagnotte). Mike Keller alla seconda chitarra e Jason Bermudes al basso completano la formazione. Electric Texas Blues come di consueto. Il video non c'entrerebbe, però è bello e c'è Kim Wilson all'armonica.
Per oggi basta, alla prossima!
Bruno Conti
20:25 Scritto da bruno_conti (Webmaster) in Anticipazioni, Non tutti sanno che... | Link permanente | Commenti (0) | Segnala
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11/11/2012
"Vecchio" Blues Ma... Doug Deming & The Jewel Tones - What's It Gonna Take
Doug Deming & The Jewel Tones feat. Dennis Gruenling – What’s It Gonna Take – Vizztone
Ogni mese escono decine di nuovi dischi, solo nell’ambito Blues, e il vostro fedelissimo recensore cerca di tenere dietro a tutte le uscite, ma non di tutto si riesce a parlare, ascolto anche dischi che per motivi vari non riesco a recensire ma lo meriterebbero, mentre altri passano nel mio lettore e ne escono senza lasciare traccia. Quindi, onestamente, devo ammettere di non avere mai sentito parlare fino ad una decina di giorni or sono di questo Doug Deming, anche se non escludo di avere ascoltato dischi dove il nostro era presente, almeno leggendo la sua biografia e partecipazioni varie: ha suonato con Kim Wilson, Gary Primich, Lazy Lester e molti altri. Però, se devo essere sincero, comunque non mi era rimasto impresso. Nel suo gruppo, i Jewel Tones, hanno suonato spesso delle special guests, soprattutto armonicisti, in questo What’s It Gonna Take in particolare l’ottimo Dennis Gruenling.
Non ho avuto “frequentazioni” passate con questi musicisti, ma le orecchie per ascoltare, allenate da qualche lustro di lavoro nel campo, ce le ho e quindi mi sbilancio nel dire che questo album non mi ha particolarmente impressionato: se devo scegliere tra i due, direi che la stella del disco è Gruenling, che soffia con gusto, potenza e classe nella sua armonica, risultando una piacevole sorpresa per il sottoscritto. Deming appartiene a quella scuola di Bluesmen, molto legati alla tradizione, Texas swing, sonorità West Coast Blues con retrotoni di R&R, un po’ alla Blasters o alla Fabulous Thunderbirds, ma senza la classe e il tiro dei gruppi citati. La pettinatura con ciuffo è una ulteriore indicazione delle tendenze di stile e musica, come la vecchia Gibson dal suono volutamente retrò. Con questo voglio dire che sono scarsi o che il disco è brutto? Direi di no, sicuramente una nicchia di appassionati per questo tipo di blues c’è, semplicemente gente come Jimmie Vaughan, per fare un nome, lo fa molto meglio. Negli undici brani che compongono questo CD c’è molto materiale firmato dallo stesso Deming, due o tre cover e un brano firmato da Gruenling.
Prendiamo le cover: Poison Ivy, che non è quella scritta da Leiber e Stoller e suonata anche dagli Stones, ma il brano di Mel London, portato alla fama se non al successo da Willie Mabon, è cantato con deferenza quasi filologica da Deming, che peraltro non ha una voce memorabile, non decolla verso la stratosfera del Blues, ma si salva per l’ottima performance di Gruenling (che, più o meno in contemporanea, pubblica un disco a nome suo, ancora per la Vizztone, Rockin’ All Day, accompagnato sempre dai Jewel Tones). O I Want You To Be My Baby, una vecchia canzone dal repertorio di Louis Jordan che dovrebbe avere swing e divertimento in pari misura nelle sue corde, ma ha solo il primo, con la chitarra che ricorda vagamente il primissimo Alvin Lee dei Ten Years After quando non aveva ancora deciso di diventare un guitar hero e suonava il repertorio di Woody Herman. Non è tutto così turgido, ci sono momenti di Blues più sentito, come nella grintosa No Big Thrill o nelle atmosfere sospese alla John Lee Hooker della minacciosa An Eye For An Eye ma è sempre Dennis Gruenling che ci regala le migliori sensazioni, come nel frenetico strumentale Bella’s Boogie dove anche Deming è in evidenza con la sua chitarra e tutta le band si lascia andare come probabilmente sono in grado di fare dal vivo. Le dodici battute regnano anche in Think Hard e in Lucky Charm dove il suono è più coinvolgente senza essere memorabile che potrebbe essere il giudizio per tutto il disco. Indicato, se siete completisti e volete ascoltare di tutto un po’, in ambito Blues, non indispensabile ma onesto.
Bruno Conti
13:37 Scritto da bruno_conti (Webmaster) in Carbonari, Non tutti sanno che... | Link permanente | Commenti (0) | Segnala
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08/11/2012
"Troppo" Potrebbe Non Essere Abbastanza! Omar And The Howlers - Too Much Is Not Enough
Omar And The Howlers featuring Gary Primich – Too Much Is Not Enough – Big Guitar Music
Prima che lo diciate voi, e avendolo detto probabilmente tutto l’universo dei recensori blues dell’umano creato, e anche lo stesso Omar Dykes nelle note di questo CD, ebbene sì, aveva già pubblicato un tributo a Jimmy Reed, in coppia con l’amico Jimmie Vaughan, On The Jimmy Reed Highway, nel 2007: ma come dice il titolo di questa “nuova” fatica Too Much Is Not Enough. E poi, sempre come ci ricorda lo stesso Omar Kent Dykes, questo era stato registrato in precedenza e poi accantonato. Ma ora, anche come tributo al recentemente scomparso Gary Primich, che appare all’armonica in dieci dei dodici brani del disco, è stato deciso di pubblicare questo ennesimo omaggio all’arte del grande bluesman Jimmy Reed, questa volta sotto la sigla Omar And The Howlers. E fanno tre dischi a nome del gruppo in questo 2012, nulla per nove anni (escluso un live) e poi il nuovo I’m Gone (un-bluesman-texano-del-mississippi-omar-and-the-howlers-i... ), una Essential Collection e ora questo album. Peraltro, nelle note del dischetto, Omar ci “minaccia” benevolmente – Se pensate che sia andato oltre le righe con Jimmy Reed, aspettate quando pubblicherò il mio materiale su Bo Diddley e Howlin’ Wolf –.
Intanto che aspettiamo, proprio il vecchio lupo mi sembra il punto vocale di riferimento di questo Too Much…, i brani saranno anche tratti dal repertorio di Jimmy Reed, ma Omar li interpreta come se si fosse reincarnato nello spirito di Howlin’ Wolf, con molte inflessioni che ricordano anche il Captain Beefheart più bluesato. Nel disco sono presenti, oltre alla sezione ritmica, meno selvaggia che nei dischi più rock-blues del gruppo, Jay Moeller, fratello di Johnny, e batterista dei Fabulous Thunderbirds, l’allora giovanissimo chitarrista nero texano Gary Clark Jr., che ha di recente pubblicato l’eccellente Blak and Blu per la Warner, oltre al citato Primich e a Derek O’Brien che completa la pattuglia dei chitarristi. Ma, stranamente, non siamo di fronte ad un disco di chitarra blues, ma semplicemente di Blues: ovvio che la chitarra fa parte delle procedure, ma è usata in un modo molto discreto, alla Jimmy Reed direi, niente svolazzi e assoli selvaggi (che vengono riservati ad altre occasioni, soprattutto dal vivo, perché sono comunque nel DNA del buon Omar), ma un suono classico e tradizionale, con moltissimo spazio lasciato all’armonica, che spesso è la protagonista. Omar Kent Dykes tra l’altro si ostina a voler festeggiare i suoi 50 anni di carriera, con tanto di bollino nel libretto del CD, facendo decorrere l’inizio della sua carriera dal 1962, quando aveva 12 anni e suonava nel suo primo gruppo. Ma dove, mi domando io?
Gary Clark ci delizia con la sua tecnica alla slide in un paio di brani, I Gotta Let You Go e la “Elmoriana” (nel senso di Elmore James), You Don’t Have To Go, tutti i musicisti si divertono nella latineggiante Roll In Rhumba. In Ain’t Got You, Omar torna a quel tempo di boogie del suo materiale classico, dove sembra veramente Howlin’ Wolf o Captain Beefheart alla guida degli ZZ Top con formazione ampliata da un ottimo armonicista come Primich. Mentre nel super classico Shame, shame, shame sembra di ascoltare il Duke Robillard più pimpante. Ma tutto il disco è molto piacevole, fuori dal tempo, con un suono volutamente “antico”, fuori dal tempo. non dissimile da quello che utilizza spesso il suo amico Jimmie Vaughan, per amanti del Blues più tradizionale ma non per questo non apprezzabile da chi ama il rock.
Bruno Conti
12:58 Scritto da bruno_conti (Webmaster) in Carbonari, Non tutti sanno che... | Link permanente | Commenti (0) | Segnala
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28/06/2012
Un Bluesman "Texano" Del Mississippi. Omar And The Howlers - I'm Gone
Omar And The Howlers – I’m Gone – Big Guitar Music
A nove anni dall’ultimo album di studio, Boogie Man, che risaliva al 2003, Omar Kent Dykes ha convocato nuovamente la sua pattuglia di “ululatori” passati e presenti per una nuova puntata della saga di Omar & The Howlers, iniziata nel lontano 1973, anche se il primo frutto discografico è Big Leg Beat del 1980, come spesso accade uno dei suoi migliori in assoluto. Secondo le leggende metropolitane, Omar festeggia quest’anno i suoi 50 anni di carriera, in quanto sarebbe entrato nella sua prima band a 12 anni. Nato nel 1950, i conti tornano: però, per la serie allora vale tutto, potrei dire che visto che a quell’età giocavo con le figurine, sono uno dei fondatori della Panini. Il nostro amico è nato a McComb, Mississippi, un piccolo paesino che curiosamente ha dato i natali anche a Bo Diddley ed è la località vicino alla quale si è schiantato l’aereo che trasportava i Lynyrd Skynyrd. Forse per evitare questi futuri pericoli Omar si è trasferito in Texas, a Austin, già nel 1976, in un periodo dove iniziava a fiorire una scena blues locale che contava tra le sue punte di diamante i fratelli Vaughan e di cui Omar and The Howlers sarebbero stati (e sono tuttora) tra i migliori rappresentanti.
Dopo una serie di recenti album solisti e collaborazioni, tra l’altro una proprio con Jimmie Vaughan, On The Jimmy Reed Highway, Dykes si è fondato la propria etichetta discografica, la Big Guitar Music, nome quanto mai esplicativo, e ha deciso di regalarci un nuovo capitolo della sua Enciclopedia sulla musica texana: rock and roll, blues, rockabilly, country, gli elementi ci sono tutti e come di consueto vengono frullati in quello stile inequivocabile che spesso nel passato li ha accostati all’altra grande band di “genere”, ovvero i Fabulous Thunderbirds. In questo caso non c’è l’armonica fra gli strumenti utilizzati ma chitarre, soprattutto chitarre e ancora chitarre, oltre naturalmente alla voce potente e vissuta di Omar, a suo agio in tutti i generi trattati.
Dal rockabilly boogie blues dell’iniziale title-track con il vocione che fa concorrenza a John Lee Hooker come profondità e una chitarra scintillante, per un risultato che sta a cavallo tra i Fabulous Thunderbirds e i Blasters più attizzati passando per il blues super classico di All About The Money per arrivare al country puro di una Drunkard’s Paradise che sembra una versione riveduta per i nostri giorni di Me And Bobby McGee, con acustiche e pedal steel a sostituire i soliti riff blues. Che ritornano nel ritmo alla Bo Diddley della vigorosa Wild And Free e nei ritmi elettrici a metà tra Chicago Blues e Stevie Ray Vaughan di Down To The Station. Omar Dykes ci regala dal suo songbook (tutte scritte per l’occasione) un eccellente tributo al suo stato d’adozione, Lone Star Blues è uno slow blues strumentale in trio con tanto di scat nella parte centrale che ne illustra anche le capacità tecniche come chitarrista poi ribadite nelle velocità frenetiche dell’irresistibile Omar’s Boogie.
Finito l’intermezzo strumentale Goin’ Back To Texas è un altro di quei blues ribaldi e scanditi che hanno sempre fatto parte del repertorio della Band mentre Let Me Hold You è una ballatona lenta quasi alla Willie Nelson, una country song profumata di Blues, cantata come Dio comanda. Move Up To Memphis è un altro di quei brani a cavallo tra blues e rock che hanno fatto la fortuna del gruppo in passato e che non mancano in questo ritorno mentre l’unica cover presente è uno dei super classici del Blues, I’m Mad Again, uno dei cavalli di battaglia di quel John Lee Hooker citato prima, vocione d’ordinanza, atmosfere sospese e ritmi ciondolanti per una versione da manuale. Si poteva anche finire qui ma Take Me Back è un bel rockabilly blues che avrebbe potuto entrare con onore nel repertorio di Elvis e nel testo cita nomi e luoghi che hanno fatto grande questa musica. Bel finale per un bel disco.
Bruno Conti
09:12 Scritto da bruno_conti (Webmaster) in Anticipazioni, Carbonari, Non tutti sanno che... | Link permanente | Commenti (0) | Segnala
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15/06/2012
Per "Bluesologi"! RJ Mischo - Make It Good
RJ Mischo – Make It Good – Delta Groove Music
RJ Mischo è un armonicista e cantante di Blues, diciamo non di primo pelo, i capelli si sono fatti grigi ma la grinta è ancora quella degli inizi carriera con alcuni “alunni” di Muddy Waters in quel di Minneapolis una trentina di anni fa, poi come i pittori ha avuto il suo periodo californiano ed ora incide questo nuovo Make It Good in quel di Austin, Texas: ha girato molto anche l’Europa incidendo parecchi CD (tra cui un paio di Live) per la Crosscut Records e poi ha girato in alcune etichette indipendenti. Ora approda anche lui alla Delta Groove, che ultimamente è sinonimo di musica di buona qualità, sia a livello tecnico, per la notevole “presenza” e limpidezza delle registrazioni, sia per la qualità intrinseca della musica curata dal boss della etichetta Randy Chortkoff.
Il disco, che dovrebbe essere il numero undici della discografia, consiste di tredici brani firmati dallo stesso Mischo che cura anche la produzione dell’album, aiutato da una schiera di buoni musicisti, diciamo di seconda fascia, come anche lo stesso RJ, nel parere di chi scrive pure lui un buon musicista ma non un fuoriclasse. Comunque nel disco suonano Johnny Moeller e Nick Curran alle chitarre (un altro che definirei retro futuribile come Mischo, legato alla tradizione ma con una attitudine quasi punk’n’roll al mestiere del Bluesman), Ronnie James Webber al basso e contrabbasso, Wes Starr alla batteria e l’ottimo Nick Connolly a piano e organo. Tutti veterani e bravi musicisti, come dicevo prima, i due chitarristi anche autori a loro volta di album solisti: in definitiva, direi che se siete appassionati e praticanti del Blues qui c’è della buona musica, ma se seguite saltuariamente e spaziate anche in altri generi (come il sottoscritto) ci sono stati nel passato e ci sono anche oggi molti dischi più “importanti” di questo Make It Good, sia nell’ambito del blues tradizionale che in quello del rock-blues.
Se invece il genere vi appassiona in questo album troverete di che godere, in una giusta alternanza di brani strumentali e cantati, ottimi soprattutto i primi che permettono di gustare la tecnica di armonicista di RJ Mischo che ha imparato i trucchi del mestiere da Lynwood Slim: The Frozen Pickle in particolare permette a tutto il gruppo di mettersi in evidenza, prima l’armonica di Mischo, poi l’organo di Connolly e un assolo di chitarra di Johnny Moeller che ricalca le orme del grande Jimmie Vaughan e un po’ tutto il brano ha quel sound alla Fabulous Thunderbirds come la successiva Make It Good dove anche la voce riecheggia quella di Kim Wilson (non possiamo dimenticare che molti dei musicisti che appaiono nel CD suonano attualmente o hanno fatto parte della grande band texana). Altra traccia strumentale sparatissima a tempo di boogie è la divertente Elevator Boogie con qualche elemento western nei temi musicali e molto particolari le due parti di Arumbula con l’organo che trova un suono “misterioso” sul groove movimentato della sezione ritmica. Non mancano il classico shuffle in puro Chicago style di Minnesota Woman e l’immancabile slow blues nella gagliarda Not Your Good Man. I Got You Covered avrebbe fatto nuovamente la sua bella figura in un disco dei già citati Fabulous Thunderbirds ma anche dei Blasters, con le chitarre dei due solisti a dividersi i compiti con un suono più “cattivo”. All Over Again un bel brano corale che conclude le operazioni con stile, permette di gustare ancora una volta tutti i vari solisti guidati dall’ottima voce di RJ Mischo che in questo brano rilascia una delle sue migliori perfomance. Se amate il genere, parafrasando un famoso titolo, potremmo dire, “It’s Only Blues But I Like It”!
Bruno Conti
10:53 Scritto da bruno_conti (Webmaster) in Carbonari | Link permanente | Commenti (0) | Segnala
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13/07/2011
"Materiale D'Epoca" - Brad Vickers & His Vestapolitans - Traveling Fool
Brad Vickers & His Vestapolitans – Traveling Fool – ManHatTone Rec.
Questo è un altro disco (ogni tanto ne escono) che più che una novità sembra una ristampa, una sorta di album retrodatato automaticamente e volutamente all’epoca pre-Beatles, tra Blues, R&R e rockabilly ma d’epoca please, con quel suono vintage tipo l’ultimo Mellencamp anche senza spingersi a registrarlo in mono. Il risultato che Brad Vickers e i suoi Vestapolitans ottengono per certi versi non è dissimile da quello delle ultime produzioni di Jimmie Vaughan (di cui esce il secondo capitolo in questi giorni): anche in questo disco oltre ai generi già citati impazzano pure jump and shout, western swing e tutti i generi che erano in voga prima degli anni ’60. E tutto viene ottenuto con materiale scritto per l’occasione da Vickers e Margey Peters, la sua bassista e violinista, con l’occasionale cover scelta nel repertorio Blues classico.
Ovviamente quello che si ascolta può piacere o meno, con la sua aria da vecchio paio di ciabatte o, con rispetto parlando, vecchie mutande, comode e confortevoli, ma non molto belle a vedersi, poco alla moda. La citazione a Jimmie Vaughan si può estendere anche al suo vecchio gruppo, i Fabulous Thunderbirds ma con il sound, ripeto, più da combo che da gruppo rock. Loro sono un sestetto, chitarra, basso, batteria, piano e un paio di fiati con qualche ospite, in particolare il chitarrista Bobby Radcliff che appare in quattro brani con la sua solista dal suono riverberato e scrive anche le note (ovviamente super positive) del disco ma che “puzzano” (a proposito di mutande e calzini) di conflitto di interessi.
Brad Vickers oltre che suonare la chitarra (non parlerei di virtuosismo solistico) canta con entusiasmo e passione rifacendosi al sound dei vecchi dischi Chess tra Lowell Fulsom e Chuck Berry con qualche tocco alla Fats Domino o alla Bill Monroe fusi insieme, come ad esempio quando si sconfina nel western swing bluesato della cover di Diggin’ My Potatoes salace brano dai doppi sensi evidenti scritto da Sonny Terry e con violino e clarinetto in evidenza. Nell’iniziale Traveling Fool sembra di ascoltare un vecchio disco di Chuck Berry con il suo R&R basico dove il piano e il sax vanno a braccetto con il reverbero della chitarra di Radcliff per ricreare quel suono che avrebbe influenzato i primi Stones (Richards in particolare) e Beatles. Ma in questo disco, il terzo della serie per Vickers and Co, l’evoluzione non avviene e il suono rimane ancorato a quelle coordinate.
Anche nella divertente Because I Love You That Way si respira quell’aria 50’s tra R&R e R&B alla Fats Domino che fa muovere il piedino. Non mancano omaggi più evidenti al Blues come nello slow Leave Me Be o nella cover quasi filologica di How Long Blues di Leroy Carr. Anche l’ultimo di Clapton, per certi versi e non in tutti i brani, si rivolgeva a questo tipo di repertorio e di suono (infatti in questo CD appare anche una cover di JB Lenoir) e per questo non mi sentirei di consigliarlo a tutti. Si tratta di un album più che di nicchia, di genere, “antico” se vogliamo e come nella musica classica dove ci sono formazioni che sono famose appunto per il loro approccio filologico all’interpretazione anche Brad Vickers e i suoi amici, aiutati dal produttore Dave Gross cercano di ricreare e perpetrare questo “ritorno alle radici”.
Anche se il brano conclusivo Rockabilly Rumble con le sue derive alla Link Wray annuncia quello che avverrà (avvenne) negli anni a venire!
Quindi se amate sapori forti e sonorità più rock anche nel vostro Blues è meglio lasciar perdere, viceversa se un giretto nel passato di tanto in tanto non vi spaventa, nei quindici brani di questo Traveling Fool si trovano ampi motivi di piacevole e moderato godimento.
Bruno Conti
18:34 Scritto da bruno_conti (Webmaster) in Carbonari | Link permanente | Commenti (0) | Segnala
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19/11/2010
Piacevole Texas Blues. Johnny Moeller - BlooGaLoo
Johnny Moeller - BlooGaLoo! - Severn Records/Ird
Era da un po' di tempo che ci giravo intorno, quando le copie da recensire sono diventate due mi è parso inevitabile parlarne!
Johnny Moeller non è sicuramente uno dei primi nomi che balza alla mente quando viene chiesto il nome di un chitarrista texano ma fa parte anche lui di quella lunga lista (è nato a Forth Worth una quarantina di anni fa). Ultimamente il suo nome ricorre perché, dal 2007, è il nuovo chitarrista dei Fabulous Thunderbirds ma in passato scorrendo le note di molti dischi di blues da Darrell Nulisch a Gary Primich passando per Lou Ann Barton vi può essere capitato di imbattervi nel suo nome.
A cavallo tra fine anni ’90 e l’inizio della prima decade del 2000 ha già fatto un paio di dischi per un’etichetta locale di Dallas, non a suo nome, ma erano produzioni super indipendenti quindi dobbiamo considerare questo Bloogaloo il suo esordio da solista.
Non sarà questo il disco che scuoterà il blues dalle sua fondamenta ma si tratta di un dischetto, inteso come CD, molto piacevole e vario. Con la partecipazione di alcuni “amici” e in un giusto equilibrio tra cover e brani originali, tra brani strumentali e pezzi cantati (che non sono il suo forte) il disco scorre via piacevolmente, undici brani, poco più di trentacinque minuti di musica.
Si parte con il divertente strumentale Bloogaloo, un Blues misto a Boogaloo, spumeggiante e ritmato con la chitarra di Moeller che intreccia le sue traiettorie con l’organo di Matt Farrell mentre i fiati aggiungono una nota di colore. Sembrano quelle canzoncine stile anni ’60 che si vedevano nei telefilm americani di quegli anni, tipo la sigla di Batman o quelle cose.
Shawn Pittman è un altro chitarrista e cantante texano, e in questa veste di cantante viene utilizzato nella grintosa e bluesata I’m Movin’ on Up, visto che canta decisamente meglio di Moeller. Trick Bag è un vecchio brano di Earl King, il primo dei quattro cantati da Moeller; conferma che il nostro amico non verrà ricordato negli annali del blues alla voce “grandi cantanti”, temo di no, mentre la parte strumentale è più che adeguata. Got a feelin’ è il primo dei due brani dove appare Kim Wilson alla voce e all’armonica, visto che i T-Birds nella nuova formazione non hanno ancora inciso nulla ma suonato solo dal vivo è l’occasione per sentire il loro classico sound riproposto ancora una volta con mucho gusto. I’m Stuck on you è un duetto tra Moeller e Lou Ann Barton, la cui voce rivitalizza il brano. Theme from the one armed swordsman è un altro di quei brani strumentali da party che sembrano essere uno dei temi musicali preferiti dal nostro amico, piacevole ma nulla più.
Evidentemente Earl King è un musicista che piace a Johnny Moeller visto che è la seconda cover del suo repertorio che appare in questo CD: Everybody's Got To Cry Sometime, più bluesata della precedente si avvale di una ottima e sentita interpretazione vocale di Lou Ann Barton (ottima cantante molto sottovalutata) e di un pungente lavoro di chitarra del titolare dell’album che illustra i suoi meriti come solista.
Raise your hands è un piacevole funkettone molto cadenzato con un eccellente lavoro nella parte strumentale ed una meno soddisfacente parte vocale a cura del solito Moeller. A questo punto meglio la tirata Well Goodbye Baby cantata ancora con molta partecipazione da Kim Wilson, solito T-Bird style ma grinta e ritmo a volontà. Shufflin’ Around, lo dice il titolo stesso, è uno shuffle strumentale con chitarra e sax a dividersi con il piano gli interventi solistici, non male con quel classico sound del vecchio blues dei tempi che furono.
Tease me baby è un vecchio boogie che John Lee Hooker faceva anche con i Canned Heat, questa versione solo voce (Moeller) e chitarra devo dire che mi ha fatto rimpiangere non poco il vocione del vecchio “Hook”.
Bruno Conti
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16/11/2010
Blues, Blues E Ancora Blues! Duke Robillard - Passport To The Blues
DUKE ROBILLARD - Passport To The Blues - Dixiefrog/Stony Plain/Ird
Il buon vecchio “Duca” ha questa passionaccia per lo swing e il jazz e gli ultimi due dischi, quello con Sunny & Her Joyboys e Stomp The Blues Tonight, con le loro atmosfere anni ’40 e ’50 ci avevano presentato un Robillard più morbido, più compiaciuto di sé stesso, capace di ottime zampate ma privo di quella grinta che ce lo aveva tanto fatto amare. Dopo il triplo Box antologico, bellissimo, che aveva suggellato una lunga carriera, sembrava che il nostro amico dovesse crogiolarsi sui propri allori.
Invece questo Passport To The Blues ci riporta il Duke Robillard più ruspante e genuino quello che estrae dalla sua chitarra una inarrestabile serie di assoli sempre diversi ed inventivi mentre il suo gruppo pompa del blues e del R&R con gusto sopraffino.
Si capisce sin dall’iniziale Workin’ Hard For My Uncle (una metafora per l’Uncle Sam, lo stato americano che succhia soldi dai contribuenti, per la serie tutto il mondo è paese) che il Duke è tornato grintoso e combattivo, voce pimpante e chitarra tagliente su un groove che ricorda i migliori Fabulous Thunderbirds con il sax di Doug James e le tastiere di Bruce Bears a fargli da giusto contraltare, Robillard esplora le corde della sua chitarra per estrarne un paio di assoli notevoli. Hong Kong Suit con i suoi ritmi altalenanti e la chitarra limpida, Blues Train, con un piano elettrico intrigante scorre fluida e sicura sulle improvvisazioni della 6 corde del nostro amico. Girl Let Me Tell Ya, ritorna allo swing tanto amato che non si può togliere dalla musica di questo musicista, è parte integrante del suo DNA sonoro.
Rhode Island Red Rooster è una variazione sul tema del famoso brano di Howlin’ Wolf, le atmosfere sono quelle, lente e fumose, minacciose quasi, le classiche battute del blues rivisitate con la giusta deferenza (l’armonica di Doug James) e la grinta della chitarra di Robillard.
Fatal Heart Attack, con organo e chitarra a duettare, con l’aggiunta del sax, ci riporta a quelle atmosfere jazzate anni ’60 prima che dalle casse del vostro stereo esploda una versione ribalda di Make It Rain di Tom Waits. Un brano che si eleva sopra la media dei contenuti di questo disco: Duke Robillard ha suonato dal vivo con la band di Waits nel tour del 2006 (non sapevo) e entra perfettamente nello spirito del brano, voce vissuta e roca ad hoc, una chitarra che sembra una forza della natura, vitriolica e feroce mentre il gruppo crea un groove fantastico per le improvvisazioni inarrestabili di Robillard che estrae dal cilindro una serie di assoli tra i più efficaci ed inventivi della sua carriera. Live in Finland ( e in bianco e nero), potete verificare qui sotto se mento!
Difficile seguire un brano così e quindi si preferisce optare per un brano tranquillo da After hours, da ascoltare mentre sorseggiate il vostro cocktail e vi riprendete dalla tempesta del brano precedente, When You’re Old You’re Cold è perfetto per la bisogna.
Text Me torna verso quel boogie-blues texano à la Thunderbirds (con cui ha suonato nel passato) mentre Duke’s Evening Blues, nuovamente jazzata ma con retrogusti slow-blues non mi convince pienamente. The High Cost of Lovin’ ci riporta al Robillard più incisivo e “cattivo” mentre Grey Sky Blues è l’immancabile lungo slow blues, un omaggio all’arte del grande Buddy Guy con le corde della chitarra tirate fino alla spasimo per estrarre quel classico suono lancinante tipico del grande bluesman di Chicago.
C’è anche una bonus finale, Bradford Boogie, solo chitarra e batteria, che ripercorre i territori che furono cari a Hound Dog Taylor senza raggiungerne le vette sonore, comunque divertente.
Bentornato!
16:10 Scritto da bruno_conti (Webmaster) in Carbonari | Link permanente | Commenti (0) | Segnala
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