Qualche Volta Anche Le Riviste “Cool” Ci Azzeccano! Father John Misty – Pure Comedy

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Father John Misty – Pure Comedy – Bella Union/Sub Pop CD

Negli ultimi anni, in sede di stesura delle classifiche dei migliori album dell’anno, le riviste di settore (e non), diciamo “meno specializzate” fanno a gara a chi è più trendy, e più che guardare al reale valore dei dischi privilegiano gli artisti più “cool” e spesso con i migliori dati di vendita. Il 2017 non ha fatto eccezione, e di fianco ad una miriade di titoli che con questo blog c’entrano come i cavoli a merenda, spuntava sovente il nome di Father John Misty, che altri non è che Josh Tillman, ex batterista dei Fleet Foxes, sotto mentite spoglie. Sinceramente avevo bypassato la cosa, ma quando Bruno mi ha chiesto se volevo scrivere due righe a riguardo di questo Pure Comedy, in quanto a suo giudizio meritevole, ho drizzato le antenne e, da buon segugio, ho indagato (in poche parole, me lo sono procurato), scoprendo di essere effettivamente in presenza di un signor disco, un album decisamente ricco di spunti musicali interessanti e di belle canzoni, con un suono che sta tra il pop californiano classico, il primo Elton John (ci sono anche similitudini nella voce di Josh) e le ballate tipiche di uno come Jonathan Wilson, che guarda caso è anche il produttore del disco (ed il cui nuovo album, Rare Birds, in uscita ai primi di Marzo, è tra le novità più attese di questo inizio 2018, anche se le prime notizie che filtrano non sono rassicuranti). Pure Comedy è il terzo lavoro di Tillman come Father John Misty (ed il quarto pare sia già nei piani per quest’anno), ed è un lavoro lungo (74 minuti), profondo, di quelli che crescono alla distanza, un album pieno di canzoni di alto livello, sospese tra rock, pop, folk ed un pizzico di psichedelia, con dei punti in comune anche con la sua ex band, i già citati Fleet Foxes (e lo giudico anche superiore al loro ultimo CD, Crack-Up).

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https://www.youtube.com/watch?v=WfnXM_DmEzo

Le parti strumentali sono quasi tutte nelle mani di Tillman e Wilson, ma partecipano al disco anche i pianisti Keefus Ciancia e Thomas Bartlett (il piano ha un ruolo centrale nell’economia sonora dell’album), il chitarrista Elijah Thomson, il batterista Daniel Bailey, oltre al noto musicista Gavin Bryars al basso, vibrafono ed arrangiamenti orchestrali (anch’essi spesso presenti ma mai invadenti), ed il grande steel guitarist Greg Leisz. La title track, che apre l’album, è una ballata pianistica lenta ma profondamente melodica, che rimanda molto al giovane Elton John: dopo quasi tre minuti entra anche il resto della band, ma comunque in punta di piedi, e nel finale arriva anche una sezione archi e fiati a rendere più rotondo il suono. Un bell’inizio, molto classico. Molto bella anche Total Entertainment Forever, una rock ballad sontuosa ed ancora guidata da uno splendido pianoforte, e si sente anche lo zampino di Wilson, specie nella ricerca melodica e nell’arrangiamento deliziosamente retro. Ancora il piano introduce la cadenzata Things It Would Be Helpful To Know Before The Revolution (bel titolo, molto Randy Newman), un midtempo musicalmente ricco e con un altro motivo figlio di Elton, ma quello buono (cioè di dischi come Tumbleweed Connection e Madman Across The Water), anche se l’uso dell’orchestra sfiora la psichedelia: Josh predilige le atmosfere lente, quasi rarefatte, le ballate classiche, e devo dire che il risultato finale è superiore alle mie aspettative. Una chitarra acustica e gli immancabili rintocchi di piano introducono la fluida Ballad Of The Dying Man, altro pezzo melodicamente notevole, con un’anima pop che fuoriesce con classe da ogni nota.

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https://www.youtube.com/watch?v=wKrSYgirAhc&t=286s

Birdie ha un avvio un po’ sghembo, ed è un brano decisamente etereo, con la voce che si fa largo tra le scarne note del pianoforte, versi di gabbiani e percussioni appena accennate, ma che non manca di fascino, mentre Leaving L.A., con i suoi tredici minuti di durata, è il pezzo centrale del disco, una suggestiva ballata lenta e triste, ma dal pathos enorme, che vede solo Josh con la sua chitarra acustica e l’orchestra che ricama alle sue spalle: grande musica, per nulla commerciale tra l’altro. A Bigger Paper Bag è puro late sixties pop, tra (ancora) Elton John ed i Beatles, altra canzone in cui l’accompagnamento discreto è atto a valorizzare il motivo principale; con When The God Of Love Returns There’ll Be Hell To Pay torniamo alla struttura portante piano-voce, e melodicamente il brano è tra i più riusciti, mentre la sognante Smoochie rimanda addirittura ai Pink Floyd più bucolici, similitudine che prosegue con Two Widly Different Perspectives, anche a causa delle sonorità ambientali presenti, tipiche dell’ex gruppo di Roger Waters. The Memo è una squisita canzone dal sapore quasi folk, e precede la lunga So I’m Growing Old On Magic Mountain, altri dieci minuti splendidi, pieni di suoni e melodie celestiali, con la partecipazione della steel di Leisz ed un finale maestoso: tra le più belle del CD. Chiusura con In Twenty Years Or So, altro brano leggiadro tra pop d’autore e psichedelia comunque all’acqua di rose (tipo quella dei Moody Blues). Che altro dire? Forse non è il caso che io rifaccia la classifica dei migliori del 2017 per farci entrare questo Pure Comedy, ma di certo siamo in presenza di un album che merita tutta la vostra attenzione.

Marco Verdi

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P.S. Siccome ho citato i Moody Blues, volevo spendere due parole per ricordare Ray Thomas, scomparso lo scorso 4 Gennaio all’età di 76 anni per un cancro alla prostata, che del famoso gruppo britannico è stato una delle colonne portanti per quasi tutta la loro storia (aveva infatti lasciato nel 2002). Della band Thomas era uno dei due “baffoni” (l’altro è Graeme Edge) ed anche una delle voci, ma anche quello che scriveva meno canzoni, anche se il suono del suo flauto era molto importante nell’economia del gruppo, specie nei primi, gloriosi anni. Vorrei ricordarlo con quello che è forse il suo brano più noto tra quelli da lui composti, cioè Legend Of A Mind.

https://www.youtube.com/watch?v=ldSFuEOA9wc

Tre Quarti D’Ora Di “Piacevolezze” Musicali! Edward Sharpe & The Magnetic Zeros – PersonA

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Edward Sharpe & The Magnetic Zeros – PersonA – Community Music CD

Edward Sharpe & The Magnetic Zeros sono un gruppo molto particolare. Tanto per cominciare, Edward Sharpe non esiste, almeno non nel senso letterale del termine, perché il leader del combo di Los Angeles, Alex Ebert, usa il nome di Sharpe come pseudonimo: lui si presenta col suo nome vero, mentre Sharpe è un personaggio inventato da Ebert stesso, in un libro da lui scritto ma mai pubblicato. Poi c’è il tipo di musica proposta dalla numerosa band (sono circa una decina, e le porte sono abbastanza girevoli, tanto il “deus ex machina” è sempre Ebert), un mix assolutamente eterogeneo di rock, folk, pop, gospel e psichedelia anni sessanta, un cocktail incredibilmente creativo e stimolante che nelle mani sbagliate potrebbe essere un’arma a doppio taglio, ma che i nostri sono sempre riusciti a trattare con estremo equilibrio e con risultati egregi, fin dal loro esordio del 2009, Up From Below, ma soprattutto con i due lavori successivi, i bellissimi Here del 2012 e l’album omonimo del 2013 http://discoclub.myblog.it/2013/09/10/la-nuova-hippie-generation-edward-sharpe-and-the-magnetic-ze/ . Una musica senza confini, con cambi di tempo e di melodia spesso anche all’interno della stessa canzone, ma che i nostri riescono a gestire benissimo ed a rendere fruibile e quasi mai ostica: da quando li ho scoperti, li ho paragonati ad altri gruppi a 360 gradi come Arcade Fire (che però con l’ultimo disco hanno preso una direzione che non mi piace per niente), i Fleet Foxes (che sto aspettando al varco, in quanto devono ancora dare un seguito all’ottimo Helplessness Blues del 2011) e, se torniamo indietro di qualche anno, ai Rusted Root (che però mi piacevano meno).

Anche la figura di Ebert è particolare, in quanto sembra quasi un hippy fuori tempo massimo, un personaggio d’altri tempi che vive in una realtà parallela, ed in questo è molto simile al leader dei Foxes, Robin Pecknold: anche per quest’ultimo disco, PersonA (uscito un po’ a sorpresa), Alex ha voluto darci un segno della sua stranezza, cancellando dalla copertina il nome di Edward Sharpe ed intitolandolo solo ai Magnetic Zeros, sostenendo che, essendo Sharpe un parto della sua fantasia, si sente libero di farlo morire e rivivere a suo piacimento. Ma la cosa più importante del CD è il fatto che si nota un piccolo cambiamento nel tipo di musica proposta: intendiamoci, Ebert ed i suoi pards (non li nomino per brevità, sono tantissimi) non hanno cambiato stile, nelle loro canzoni convivono sempre diverse anime ed influenze, ma in questo lavoro c’è una maggior predisposizione al pop, ed i brani stessi risultano più diretti, fruibili e meno dispersivi di quanto non lo fossero in precedenza. Non hanno banalizzato la loro musica, ma hanno semplicemente reso i brani più immediati e con una struttura più lineare, anche se lo stile vulcanico di Ebert è sempre presente: non so quanto questa piccola svolta piacerà a coloro che hanno apprezzato i dischi precedenti, ma per quanto mi riguarda PersonA è il loro album che preferisco (e cresce ad ogni ascolto).

https://www.youtube.com/watch?v=BvWVccy1QrE

L’avvio del disco è subito con il brano più lungo (sette minuti abbondanti) e strutturato: Hot Coals inizia come una ballata acustica ad ampio respiro, con la voce eterea di Ebert protagonista, chiari sentori di Laurel Canyon sound, un eccellente pianoforte sullo sfondo (Mitchell Yoshida, uno dei più brillanti componenti della band), soluzioni melodico-ritmiche non banali ed un suggestivo finale strumentale in crescendo. Sicuramente il brano più legato al suono dei dischi precedenti. Uncomfortable è un po’ verbosa e forse la meno immediata di tutto l’album, e anche quella in cui la personalità debordante del leader viene tenuta meno a bada, ma con Somewhere inizia il disco vero e proprio: una strepitosa ballata di puro pop elettroacustico, con punti in comune con Here Comes The Sun di George Harrison (o dei Beatles se preferite), un arrangiamento classico (compresa una Rickenbacker dal suono molto jingle-jangle) ed una melodia limpida e fluida. Anche No Love Like Yours è decisamente immediata, con un bellissimo ritornello corale molto sixties (ed anche il suono risente dell’influenza delle canzoni di 50 anni fa, pensate per esempio ai Moody Blues), un brano che ad ogni ascolto diventa sempre più bello; Wake Up The Sun si apre con una ritmica pulsante ed il solito notevole pianoforte, un pezzo più attendista e con la voce di Alex in modalità vibrato, ma comunque un brano gradevole dove trovo anche qualcosa di Paul Simon.

Free Stuff è una delle più belle del CD, uno squisito pop saltellante degno del miglior McCartney, un motivo che si canticchia dopo solo mezzo ascolto: se programmato a dovere nelle radio giuste potrebbe anche diventare un successo, io l’ho ascoltata circa tre ore fa e ancora ce l’ho in testa; Let It Down è molto meno allegra, ma ha una melodia dalla struttura più complessa ed il solito gran lavoro di piano (vero protagonista del brano), con un ritornello profondamente evocativo ed i suoni che aumentano di intensità man mano che il pezzo procede, quasi stratificandosi attorno alla struttura iniziale. Una tromba introduce Perfect Time, una sontuosa slow ballad che rimanda ai primi Bee Gees, con un motivo lineare ma dal grande pathos, altra canzone che merita di entrare nel novero delle migliori; il CD si chiude con la dolce Lullaby, solo voce e piano, che rivela l’influenza classica di uno come Randy Newman, soprattutto quando l’occhialuto pianista scrive le sue musiche per i film della Disney, e con la deliziosa The Ballad Of Yaya, altro splendido pop-rock di grande freschezza, con un magnifico refrain beatlesiano pieno di suoni e colori, forse il brano più bello dell’album.

I dischi aumentano e Edward Sharpe/Alex Ebert ed i suoi ottimi Magnetic Zeros non accennano a mollare il colpo, anzi, con PersonA arrivano quasi a rasentare il concetto di “pop perfetto”.

Marco Verdi