Un Buon Live, Anche Se Monco. John Prine – September 78

john prine september '78

John Prine – September 78 – Oh Boy CD

Questo CD non fa parte dei numerosi bootleg dal vivo tratti da trasmissioni radiofoniche e pubblicati in maniera semi-legale in Inghilterra (categoria di album che peraltro amo molto poco), ma è un disco ufficiale uscito qualche Record Store Day fa in vinile e stampato dall’etichetta di John Prine, la Oh Boy Records, ed ora immesso sul mercato su scala più larga in versione download digitale (e fisica). Si tratta di un concerto che il grande cantautore di Chicago tenne nel mese ed anno del titolo nella sua città natale, durante il tour in supporto di Bruised Orange. Si tratta di un periodo felice della carriera di Prine, nella quale John pubblicava dischi con una continuità e qualità da far invidia ai grandi, ma nonostante ciò è una fase per nulla documentata ufficialmente riguardo alle esibizioni dal vivo. September 78 ripara parzialmente alla mancanza (vedremo perché parzialmente), mostrandoci un Prine diverso da quello conosciuto, più elettrico e con una vera rock band alle spalle (formata da Johnny Burns alle chitarre, Howard Levy al piano, organo, mandolino e sassofono, Tommy Piekarski al basso ed Angelo Varias alla batteria): gli arrangiamenti dei brani assumono quindi tonalità diverse, pur mantenendo la struttura folk tipica dello stile del nostro, e lo stesso John suona spesso la chitarra elettrica, cosa impensabile oggi.

Un concerto molto interessante quindi, che tranne in un caso lascia da parte i classici per proporci canzoni meno note del songbook di Prine: c’è da dire, ed è l’unica pecca del CD, che sono presenti solo dieci canzoni per la miseria di 33 minuti scarsi, e se proprio non si voleva fare un doppio CD, lo spazio per almeno altrettante canzoni c’era eccome (e se andate a vedere le scalette dell’epoca, i pezzi famosi John li suonava); in più, la confezione è alquanto spartana, sul tipo dell’ultimo di John Mellencamp. Il dischetto inizia con la saltellante Often Is A Word I Seldom Use, dal ritmo sostenuto e gran lavoro di armonica di Levy, un ottimo esempio di folk-rock elettrificato. Angel From Montgomery è l’unico classico presente, e la veste elettrica e leggermente soul (grazie all’uso dell’organo) le dona nuovo vigore; Crooked Piece Of Time è dylaniana sia nella melodia che nell’arrangiamento vagamente sixties, mentre la corale I Had A Drream è decisamente diretta e piacevole, ancora con gran lavoro di organo e chitarre sempre pronte a graffiare. Try To Find Another Man è un pezzo dei Righteous Brothers, che qui assume toni tra country ed afterhours, con un notevole pianoforte e Prine che gigioneggia un pochino.

Pretty Good, preceduta dalle presentazioni, è un po’ tignosa e con una melodia ridotta all’osso, mentre Iron One Betty è un folk-rock tipico del nostro, una di quelle canzoni intrise di musicalità ed ironia che lo hanno reso celebre, ed anche qui non manca un fluido assolo di chitarra da parte di Burns. Splendida Please Don’t Bury Me, un country-rock ficcante ed orecchiabile, puro Prine al 100%, con il pubblico coinvolto in pieno, uno degli highlights del CD; chiudono il ruspante rockabilly Treat Me Nice, un brano poco noto di Elvis Presley (era sul lato B del singolo Jailhouse Rock) e la solida Sweet Revenge, in una versione decisamente rock ma che mantiene intatta la bellezza della canzone. Un dischetto da non perdere se siete fans di John Prine, anche se bisognava avere il braccino meno corto ed inserire diverse canzoni in più, dato che finisce quando uno comincia a prenderci gusto.

Marco Verdi

I Classici Non Mancano Neppure Nel Secondo Capitolo! Richard Thompson – Acoustic Classics II

richard thompson acoustic classics II

Richard Thompson – Acoustic Classics II – Beeswing/Proper

Nel primo volume, uscito circa tre anni fa nel luglio 2014, Richard Thompson aveva rivisitato una nutrita serie di “classici” del proprio repertorio in versione acustica: brani già eseguiti moltissime volte in modalità voce e chitarra, ma tratti solo da esibizioni live, mentre per il disco si era scelto proprio di inciderli ex novo, con un arrangiamento ad hoc e con la tecnologia di studio a disposizione, nonché spesso con l’esperienza e la visione differente maturate in quasi 50 anni di carriera. Il bacino da cui pescare non mancava di sicuro, in quanto il musicista di Notting Hill Gate ha scritto una serie impressionante di bellissime canzoni e quindi c’era solo l’imbarazzo della scelta: e quindi nel CD del 2014, che forse allora non era ancora previsto fosse il primo di una serie, troviamo brani splendidi come I Want To See The Bright Lights, Wall The Death, Walking On A Wire, 1952 Vincent Black Lightning, Shoot Out The Lights, tanto per citarne alcune, comunque potete leggere dei contenuti completi qui http://discoclub.myblog.it/2014/07/21/electric-quasi-inevitabilmente-richard-thompson-acoustic-classics/ . Per il nuovo capitolo Thompson ha deciso di andare ancora più a fondo nel proprio songbook, riprendendo anche alcuni dei pezzi scritti per i Fairport Convention, oltre ad alcune canzoni tratte dal repertorio solista, quello più ampio ed altre ancora incise anche da altri cantanti. Il risultato è come sempre di grande fascino, sia per gli amanti di Richard Thompson, sia per chi lo avvicina per la prima volta, per quanto il sottoscritto, come si desume dai numerosi post che gli ho dedicato sul Blog e anche da parecchie recensioni scritte per il Buscadero, lo predilige in versione elettrica, o forse, meglio in ancora, in una combinazione delle due modalità.

L’apertura è affidata a She Twists The Knife Again, un brano tratto da Across A Crowded Room del 1985, il secondo album del post Richard & Linda Thompson (ma in mezzo c’era stato Small Town Romance, un album acustico dal vivo, uno dei tanti della sua discografia), una delle sue canzoni più accorate, ricca di rabbia e disperazione, sulla dissoluzione di un rapporto, forse un “classico” minore ma che comunque ad oltre trenta anni dalla sua composizione, e anche in versione acustica, non ha perso la rabbia e l’urgenza della versione originale, forse temperate dalla distanza temporale ma ancora brucianti, con la chitarra acustica a disegnare le solite traiettorie incredibili. The Ghost Of You Walks era su You? Me? Us?, il doppio album uscito nel 1996, tra i più controversi a livello critico di Thompson, secondo il sottoscritto comunque un piccolo capolavoro, e con questa canzone dove si apprezzava il lavoro dell’altro grande Thompson, Danny, un brano intimista e malinconico. Genesis Hall, uno dei primi capolavori scritti per i Fairport Convention, appariva su Unhallbricking del 1969 ed era in origine cantata da Sandy Denny, Richard ci regala una splendida versione aggiornata per questo Acoustic Classics, Jet Plane In A Rocking Chair era su Poor Down Like Silver, il disco del 1975 inciso insieme a Linda, un alto “classico minore”, ma ci sarebbe gente pronta a uccidere per scrivere delle canzoni così belle, e Thompson la canta con la sua voce unica e particolare che a 68 anni non mostra cenni di cedimento, ancora fresca e vivace, oggi come ieri.

A Heart Needs A Home è una delle sue ballate più belle (ma ne ha scritte di brutte?), struggente e delicata, è un’altra delle canzoni incise con Linda, ma che poi ritorna periodicamente nei suoi dischi, sempre unica e diversa. Pharaoh non è notissima, secondo alcuni è una delle sue composizioni più affascinanti, per altri addirittura la più bella, in origine era su Amnesia del 1988, il secondo disco prodotto da Mitchell Froom; io non mi spingerei così a fondo nell’entusiasmo, per quanto il brano sia intenso ed avvolgente, riservando le mie lodi per Gethsemane, una delle sue perle nascoste, apparsa su The Old Kit Bag, il disco del 2003 che andrebbe ripescato tra i suoi lavori migliori: in questa versione doppia chitarra acustica, una che tiene il ritmo e l’altra che disegna fregi sonori di classe sopraffina. Devonside ammetto che non la ricordavo neppure io, si trova su Hand Of Kindness, il primo disco del post Richard & Linda, un’altra storia di una relazione finita tragicamente, ma in questo caso non legata direttamente alla propria vicenda; non sarà nota ma è pur sempre un ascolto avvincente; così come quello della successiva Meet On The Ledge, a tutt’oggi la signature song dei Fairport, scritta quanto aveva 19 anni, ed interpretata insieme alla Denny su What We Did On Our Holidays, una sorta di variazione sul tema dell’amore eterno che anche oggi, in questa versione della maturità, non ha perso un briciolo del suo fascino, con Richard che ancora una volta si sdoppia alla chitarra acustica per questa splendida canzone.

Keep Your Distance viene da Rumor And Sigh, uno degli album degli anni ’90, per chi scrive uno dei migliori della maturità, lo stesso disco di 1952 Vincent Black Lightning e I Misunderstood presenti nel precedente Acoustic Classics, un’altra delle tipiche composizioni del nostro, con la rara presenza di una seconda voce ad armonizzare la melodia avvolgente e calda. Bathsheba Smiles viene da Mock Tudor, l’ultimo disco degli anni ’90, siamo nel 1999, e forse anche il più bello complessivamente, con brani che magari non si ricordano singolarmente, ma sono sempre di grande pregio, come questo, sempre ammaliante anche in dimensione acustica (ma se vi viene voglia di ascoltarli in versione elettrica sono ancora più brillanti). Crazy Man Michael, scritta sempre a 19 anni, insieme a Dave Swarbrick, per il capolavoro assoluto dei Fairport Convention e del folk-rock, Liege And Lief, anche questa affidata alla splendida voce di Sandy Denny ed ora riletta di nuovo alla voce del suo autore per una versione di rara intensità e bellezza, arricchita da un fingerpicking  chitarristico di grande tecnica e feeling. Il brano più recente contenuto in questo secondo capitolo della saga acustica è Guns Are The Tongues, che proviene da Sweet Warrior del 2007, uno degli ennesimi capolavori degli anni della maturità, un brano dove appare anche un mandolino per rendere la tragicità di questa devastante storia di un ragazzo allenato per diventare una macchina da guerra, cantata, a tratti, nuovamente con doppia voce, con una partecipazione ed una intensità una volta ancora quasi palpabili. E ancora da Rumor And Sigh, uno degli album più saccheggiati troviamo Why Must I Plead? un’altra delle sue canzoni d’amore, supplice e struggente, magnifica anche in questa “nuova” dimensione acustica.

Richard Thompson colpisce ancora!

Bruno Conti

 

Supplemento Della Domenica: Ma Quanto Sono Grandi I Loro Archivi? Fairport Convention – Come All Ye: The First Ten Years

fairport convention come all ye the first ten yearsfairport convention come all ye the first ten years inside box

Fairport Convention – Come All Ye: The First Ten Years – UMC/Universal 7CD Box Set

DISC ONE

01: Time Will Show The Wiser ( 3:05 ) from Fairport Convention
02: Decameron ( 3:42 ) from Fairport Convention
03: Jack O’ Diamonds ( 3:30 ) from Fairport Convention
04: One Sure Thing ( 2:53 ) from Fairport Convention
05: I Don’t Know Where I Stand ( 3:38 ) from John Peel’s Top Gear programme 2/6/1968
06: You Never Wanted Me ( 3:15 ) from John Peel’s Top Gear programme 2/6/1968
07: Fotheringay ( 3:04 ) from What We Did On Our Holidays
08: I’ll Keep It With Mine ( 5:53 ) from What We Did On Our Holidays
09: Mr Lacey ( Sandy on Vocals ) ( 2:55 ) from the Sandy Denny box set
10: Eastern Rain ( Sandy on Vocals ) ( 3:48 ) – Previously Unreleased
11: Nottamun Town – A Capella version ( 1:48 ) – Previously Unreleased
12: Meet On The Ledge ( 2:50 ) from What We Did On Our Holidays
13: Throwaway Street Puzzle ( 3:27 ) – B Side on What We Did On Our Holidays remastered
14: Reno Nevada ( 2:23 ) from the David Symonds radio show 6/1/1969
15: Suzanne ( 5:25 ) from John Peel’s Top Gear programme 1/9/1968
16: A Sailor’s Life ( without Swarb ) ( 11:23 ) from the Sandy Denny box set
17: Genesis Hall ( 3:35 ) from Unhalfbricking
18: Autopsy – Alt Take ( 4:33 ) – Previously Unreleased
19: Who Knows Where The Time Goes ? – Alt Take ( 5:19 ) – Previously Unreleased

DISC TWO

01: Dear Landlord ( 4:08 ) from Unhalfbricking
02: Si Tu Doir Partir ( 2:25 ) from John Peel’s Top Gear programme 6/4/1969
03: Percy’s Song ( 5:28 ) from John Peel’s Top Gear programme 1/9/1968
04: Ballad of Easy Rider ( 4:54 ) – Guitar Vocal
05: The Deserter – Rehearsal version ( 4:40 ) – Previously Unreleased
06: Come All Ye – Alt Take ( 5:27 ) from the Sandy Denny box set
07: Reynardine ( 4:31 ) from Liege and Lief
08: Matty Groves – Alt Take ( 7:43 ) from the Sandy Denny box set
09: Farewell Farewell ( 2:38 ) from Liege and Lief
10: Quiet Joys Of Brotherhood – Take 1 edit ( 6:42 ) from Liege & Lief Deluxe Edition
11: Tam Lin ( 7:46 ) from John Peel’s Top Gear programme 27/9/1969
12: Sir Patrick Spens ( 3:44 ) from John Peel’s Top Gear programme 27/9/1969
13: The Lark In The Morning medley ( 4:12 ) from John Peel’s Top Gear 27/9/1969
14: Bonny Bunch Of Roses ( 10:48 ) – Full House Out-Take

DISC THREE

01: Walk Awhile ( 3:51 ) – Live in Concert on Pop2 – 5/12/1970 – Previously Unreleased
02: Dirty Linen ( 3:55) – Live in Concert on Pop2 – 5/12/1970 – Previously Unreleased
03: Sloth ( 12:17 ) – Live in Concert on Pop2 – 5/12/1970 – Previously Unreleased
04: Journeyman’s Grace ( 4:47 ) – Live on Pop2 – 5/12/1970 – Previously Unreleased
05: Sir B.McKenzie ( 4:29) – Live in Concert on Pop2 – 5/12/1970 – Previously Unreleased
06: Flatback Caper – Live 1970 ( 5:57 ) – Previously Unreleased
07: Doctor of Physick – Live 1970 ( 3:52 ) – Previously Unreleased
08: Poor Will and The Jolly Hangman (5:34 ) from Guitar, Vocal
09: Bonnie Black Hare – Alt Take ( 3:04 ) – Previously Unreleased
10: Lord Marlborough ( 3:24 ) from Angel Delight
11: Banks of the Sweet Primroses ( 4:11 ) from Angel Delight
12: Breakfast In Mayfair ( 3:07 ) from Babbacombe Lee
13: Little Did I Think ( 1:52 ) from The Man They Could Not Hang – Previously Unreleased
14: John Lee ( 1:48 ) from The Man They Could Not Hang – Previously Unreleased
15: Cell Song ( 4:27 ) from The Man They Could Not Hang – Previously Unreleased
16: Time Is Near ( 2:49 ) from The Man They Could Not Hang – Previously Unreleased
17: Dream Song ( 4:14 ) from The Man They Could Not Hang – Previously Unreleased
18: Farewell To A Poor Man’s Son ( 5:16 ) from The Man They Could Not Hang

DISC FOUR

01: Sweet Little Rock ‘n’ Roller – Live at the LA Troubadour ( 3:55 ) from Guitar Vocal
02: That’ll Be The Day ( 2:02 ) from The Bunch
03: Think It Over – Sandy Denny rehearsal version ( 2:31 ) – Previously Unreleased
04: Maverick Child ( 4:03 ) Previously Unreleased
05: Sad Song aka As Long As It Is Mine ( 5:06 ) Previously Unreleased
06: Matthew, Mark, Luke & John ( 3:05 ) Previously Unreleased
07: Rattle Trap ( 2:05 ) Previously Unreleased
08: Sheep In The Meadow ( 4:10 ) Previously Unreleased
09: Rosie ( 3:34 ) Previously Unreleased
10: Country Judy Jane ( 2:36 ) Previously Unreleased
11: Me With You ( 3:23 ) Previously Unreleased
12: My Girl ( 4:05 ) Previously Unreleased
13: To Althea from Prison ( 2:25 ) Previously Unreleased
14: Knights Of The Road ( 3:52 ) from Rosie
15: The Plainsman ( 3:19 ) from Rosie
16: Matthew, Mark, Luke & John from the Old Grey Whistle Test ( 3:44 ) Previously Unreleased
17: Brilliancy medley from the Old Grey Whistle Test ( 3:55 ) Previously Unreleased
18: Polly On The Shore ( 4:53 ) from Nine
19: Fiddlestix (The Devil In The Kitchen) without orchestra ( 2:49 ) Previously Unreleased
20: Possibly Parsons Green ( 3:41 ) – OZ 7” single mix Previously Unreleased
21: Bring Em Down ( 5:55 ) from Nine

DISC FIVE

01: Sloth – Live in Sydney ( 11:31 ) from Live Convention
02: John The Gun ( 5:05 ) – John Peel session 6/8/1974
03: Down In The Flood ( 3:27 ) – John Peel session 6/8/1974
04: Rising For The Moon ( 4:18 ) – John Peel session 6/8/1974
05: After Halloween ( 2:54 ) Byfield Demo – Alt Take Previously Unreleased
06: Restless ( 3:59 ) from Rising For The Moon
07: White Dress ( 3:24 ) Live on LWT (on Rising for the Moon deluxe edition)
08: Stranger To Himself ( 2:52 ) from Rising For The Moon
09: Dawn – Alt version ( 4:09 ) from the Sandy Denny box set
10: One More Chance – Alt Take ( 7:52 ) Previously Unreleased
11: All Along The Watchtower – Live in Oslo in 1975 ( 4:22 )
12: When First Into This Country ( 2:28 ) from Gottle O’ Geer
13: Sandy’s Song aka Take Away The Load ( 3:34 ) from Gottle O’Geer
14: Royal Seleccion No 13 ( 4:24 ) from A World of Music: Anne Lorne Gillies 26/11/1976 Previously Unreleased
15: Adieu Adieu ( 2:35 ) from A World of Music: Anne Lorne Gillies 26/11/1976 Previously Unreleased
16: Reynard The Fox ( 2:59 ) from Tipplers Tales
17: Poor Ditching Boy ( 3:46 ) from In Concert – STV 1976 Previously Unreleased
18: Flowers Of The Forest ( 3:50 ) from In Concert – STV 1976 Previously Unreleased

DISC SIX – Live at Fairfield Hall 16/12/1973

01: Polly On The Shore ( 5:12 ) Previously Unreleased
02: Furs and Feathers ( 5:11 ) Previously Unreleased
03: Tokyo ( 3:09 ) Previously Unreleased
04: Cell Song ( 5:05 ) Previously Unreleased
05: The Claw ( 3:01 ) Previously Unreleased
06: Far From Me ( Old Broken Bottle ) ( 3:47 ) Previously Unreleased
07: Brilliancy medley / Cherokee Shuffle ( 4:14 ) Previously Unreleased
08: Days of 49 ( 6:20 ) Previously Unreleased
09: Fiddlestix (The Devil In The Kitchen) ( 3:07 ) Previously Unreleased
10: Dirty Linen ( 4:33 ) Previously Unreleased
11: Matthew, Mark, Luke & John ( 6:34 ) Previously Unreleased
12: Possibly Parsons Green ( 3:39 ) Previously Unreleased
13: Sir B. McKenzie ( 6:21 ) Previously Unreleased
14: Down In The Flood – Full version ( 3:45 ) Previously Unreleased
15: Something You’ve Got- Full version ( 3:00 ) Previously Unreleased

DISC SEVEN – Live at the LA Troubadour 1/2/1974

01: Down In The Flood ( 3:13 )
02: The Ballad Of Ned Kelly ( 3:59 )
03: Solo ( 5:34 )
04: It’ll Take A Long Time ( 5:35 )
05: She Moves Through The Fair ( 4:15 )
06: The Hens March Through The Midden & The Four Poster Bed ( 3:17 )
07: The Hexamshire Lass ( 2:44 )
08: Knockin’ On Heaven’s Door ( 4:33 )
09: Six Days On The Road ( 3:44 )
10: Like An Old Fashioned Waltz ( 4:20 )
11: John The Gun ( 5:10 )
12: Down Where The Drunkards Roll – Alt Take ( 4:30 ) Previously Unreleased
13: Crazy Lady Blues ( 4:02 )
14: Who Knows Where The Time Goes ( 6:54 )
15: Matty Groves ( 7:05 )
16: That’ll Be The Day ( 3:23 )

Devo riconoscere che essere fan dei Fairport Convention, categoria alla quale mi onoro di appartenere, è una vera pacchia, in quanto nei 50 anni di carriera dello storico gruppo folk-rock britannico non sono mai mancate le sorprese. Infatti, oltre ad avere una corposa discografia sia studio che live, i Fairport sono stati negli anni oggetto di grande attenzione per quanto riguarda gli archivi, tra cofanetti (imperdibile Fairport Unconventional, ma bellissimi anche Cropredy Capers e quello dedicato alle BBC Sessions), antologie con inediti e ripubblicazioni di vecchi album con bonus tracks, senza dimenticare tutti gli inediti disseminati nei vari box sets dedicati ai componenti del gruppo (principalmente Richard Thompson e Sandy Denny, ma anche Ashley Hutchings e Dave Swarbrick). Non nascondo quindi di aver avuto un moto di gioia quando è stato annunciato che, per festeggiare ulteriormente i loro primi 50 anni (dopo il nuovo album 50:50@50 http://discoclub.myblog.it/2017/01/30/il-mezzo-secolo-di-una-band-leggendaria-fairport-convention-505050/ ), sarebbe uscito questo nuovo cofanetto intitolato Come All Ye che, come fa notare il sottotitolo The First Ten Years, riepiloga in ben sette CD il meglio della prima fase della loro carriera, che poi è anche la migliore, cioè dal 1968 al 1978 (i 50 anni ricorrono quest’anno in quanto il gruppo si formò nel 1967, ma il loro esordio discografico è dell’anno successivo, e comunque non per essere pignoli ma dal 1968 al 1978 gli anni sono undici…).

La cosa saliente del box è però il fatto che, su 121 canzoni totali, ben 55 sono inedite, un numero impressionante soprattutto considerando che negli anni passati, come ho già scritto, i FC sono sempre stati generosi nell’elargire brani unreleased: un box quindi da avere assolutamente, nonostante il costo relativamente importante, anche perché, dei brani editi, la maggior parte è comunque rara, in quanto proviene da varie antologie e box del passato, e non solo del gruppo (per esempio ci sono canzoni prese dal meraviglioso cofanetto di 19 CD del 2010 dedicato a Sandy Denny, ed anche dalla rara compilation anni settanta di Richard Thompson Guitar, Vocal), limitando al minimo i pezzi tratti dai dischi originali. Il box è corredato da un bel libretto con copertina dura di una cinquantina di pagine, ricco di foto, due saggi e le note di tutti i brani (anche se manca l’indicazione delle fonti originali di provenienza, che sono quindi indicate nella tracklist all’inizio del Post). Ecco quindi una veloce disamina dei contenuti, nella quale privilegerò chiaramente i pezzi mai sentiti prima.

I primi due CD documentano gli anni sessanta dei Fairport, la loro golden age, arrivando fino a Full House del 1970: sono anche i due dischi con meno inediti (quattro nel primo, tra cui una Nottamun Town a cappella e due belle versioni alternate di Autopsy e Who Knows Where The Time Goes?, ed uno sul secondo), ma l’ascolto è comunque consigliabile in quanto, oltre a contenere, come già detto, diversi pezzi provenienti da BBC Sessions, cofanetti e deluxe editions del passato, vedono anche ala presenza di Iain Matthews Ashley Hutchings: e poi il secondo dischetto per i contenuti musicali è da cinque stelle. Il terzo CD comincia con cinque brani dal vivo mai sentiti, per il programma Pop Deux, del Dicembre 1970, importanti in quanto gli ultimi con Thompson in formazione (se ne andrà infatti di lì a un mese): la qualità sonora è da bootleg, ma la performance è notevole, con due Sloth e Journeyman’s Grace da urlo grazie soprattutto a Richard, ed una altrettanto strepitosa Sir B. McKenzie, dove Swarbrick si prende la rivincita. Gli altri inediti sono due versioni dal vivo ancora con la stessa lineup (ma incisi molto meglio) delle poco note Flatback Caper e Doctor Of Physick, ed i sei brani finali del dischetto, tratti dallo special del 1975 The Man They Could Not Hang, cinque dei quali tratti appunto dal concept album di quattro anni prima Babbacombe Lee (bellissima ed intensa Time Is Near), oltre alla ballad Farewell To A Poor Man’s Son, scritta da Swarb per l’occasione.

Il quarto CD è anche il più interessante in quanto, a parte una versione inedita di Think It Over di Buddy Holly non utilizzata per il progetto collaterale The Bunch ed il rarissimo singolo uscito solo in Australia comprendente Fiddlestix e Possibly Parsons Green, include per la prima volta in via ufficiale tutti i dieci brani del mitizzato Manor Album, cioè il disco che Swarbrick e Dave Pegg, all’epoca (1972) ridotti a duo, avevano inciso con il cantautore canadese David Rea alla voce e chitarra e Tom Farnell alla batteria, una lineup che durò solo sei mesi e che non lasciò tracce ufficiali della sua esistenza. Molti di questi pezzi finiranno su dischi futuri del gruppo, a partire dal seguente Rosie (tra cui la title track, qui cantata da Rea), altri resteranno inediti (Sad Song, Rattle Trap e Sheep In The Meadow). Dieci brani interessanti, anche se si sente che non sono rifiniti, ed alcuni sono quasi a livello di demo (Rosie, la canzone, non vale un’unghia dell’originale, e Rea non era adatto a stare nei Fairport, infatti durò poco), e che tutto sommato i nostri fecero bene a non mettere su disco, anche se la loro pubblicazione odierna è comunque una chicca notevole. Il quinto dischetto si occupa degli anni finali, e c’è all’interno molto materiale con Sandy Denny, che nel 1974 era rientrata nel gruppo raggiungendo il marito Trevor Lucas, ma ci sono anche cose meno note dagli ultimi tre album dei seventies: gli inediti sono pochi (non male il medley strumentale Royal Selection No. 43), ma uno di essi vale gran parte del prezzo richiesto, cioè una versione alternata, e meno elettrica, della meravigliosa One More Chance, una delle canzoni più belle degli anni settanta e secondo me uno degli highlights assoluti della Denny come songwriter: forse ancora più bella di quella finita su Rising For The Moon (piccolo appunto: ma sul box di 19 CD dedicato a Sandy non doveva esserci tutto, ma proprio tutto quello da lei inciso in carriera? Evidentemente no…). Non sono inedite, ma decisamente rare una splendida White Dress dal vivo ed una insolita All Along The Watchtower di Bob Dylan live ad Oslo.

Ed eccoci al sesto dischetto, il più interessante insieme al quarto, in quanto presenta un concerto totalmente inedito del Dicembre del 1973 a Fairfield Halls: il tour è quello di Nine, e la band è quella con il suono più “americano” di sempre, grazie soprattutto al chitarrista Jerry Donahue. Un concerto bello e vibrante, con pochi classici ma rarità assolute come lo strumentale di Jerry Reed The Claw (eccellente Jerry alla solista acustica), il traditional Days Of 49 e soprattutto la splendida Far From Me di John Prine, che all’epoca era ancora sconosciuto ai più. Nei due bis di Down In The Flood e Something You’ve Got sale a sorpresa sul palco Sandy Denny, che l’anno seguente rientrerà nel gruppo in pianta stabile, anche se solo per un biennio. Il settimo ed ultimo CD è forse l’unica delusione del box: si tratta di un concerto del 1974 al Troubadour di Los Angeles, un live splendido e con Sandy in forma strepitosa, un disco migliore di quello uscito all’epoca…peccato che fosse già stato incluso nella versione deluxe doppia di Rising For The Moon della Denny, uscita nel 2013 (con l’unica differenza di una versione alternata ed inedita di Down Where The Drunkards Roll, probabilmente presa da un’altra serata), una cosa che penso si potesse evitare in quanto non credo manchino registrazioni dal vivo di buon livello del gruppo. Un neo però che non cambia il giudizio finale: un cofanetto imperdibile, un altro gradito episodio della saga infinita dei Fairport Convention.

Marco Verdi

“Strano” Nome A Parte, In Pratica Sono I Decemberists Più Olivia Chaney Che Reinventano Il Folk-Rock Britannico! Offa Rex – The Queen Of Hearts

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Offa Rex – The Queen Of Hearts – Nonesuch/Warner

In effetti un po’ il nome “misterioso” della formazione rimanda a quei gruppi storici che hanno fatto la storia del folk-rock britannico, e ai quali la band si ispira: i Fairport Convention, gli Steeleye Span, l’Albion Band, tutte formazioni in cui una voce femminile guidava un organico che era impegnato a fondere il folk tradizionale delle Isole Britanniche con il rock (e qualche traccia, più o meno percepibile, della psichedelia che imperava in quegli anni oltre oceano, nella West Coast e altrove), con creatività ma anche amore per le radici della musica popolare, e, diciamolo, una buona dose di talento nei suoi praticanti. Forse non a caso tutti questi gruppi sono stati fondati ai tempi da Ashley Hutchings, vero “genio” del folk e dell’electric folk inglese. Nel caso dei Decemberists, e nello specifico il loro leader Colin Meloy, da sempre estimatore di questo filone musicale (oltre che del rock progressivo, sempre inglese, quello più complesso) che si è professato un fan di Olivia Chaney, sin dalla pubblicazione del primo album per la Nonesuch della cantante, The Longest River, pubblicato nel 2015 (e di cui vi avevo parlato in un post doppio ad inizio 2016 http://discoclub.myblog.it/2016/01/04/recuperi-sorprese-inizio-anno-4-due-voci-femminili-scoprire-olivia-chaney-joan-shelley/ ): come racconta lei stessa, prima Meloy l’aveva contattata via Twitter esprimendo la sua ammirazione per quel album, invitandola ad andare in un tour americano con i Decemberists, e poi durante quella serie di concerti le ha proposto, con una frase che lascio volutamente in inglese, perché rende perfettamente l’idea:  ‘Have you ever thought of having a backing group? We’ll be your Albion Dance Band.'”!

Nel link del Post indicato sopra, potete trovare tutte le informazioni sulla Chaney, dei Decemberists ci siamo occupati spesso e volentieri sul Blog, basta usare la funzione ricerca e li trovate, per cui proseguiamo a vedere come è andata a finire la vicenda: intanto, per curiosità, Offa è stato un celebre Re di Mercia, un regno dell’antica Inghilterra, tra il 757 e il 796 Anno Domini, e se volete conoscerne la storia digitate in rete Offa di Mercia, ma visto che noi ci occupiamo di musica, la divulgazione culturale la lasciamo ad altri. Si diceva della proposta di Meloy, che è diventata una realtà, portando Olivia a Portland, Oregon, nella tana del leone, negli studi di Tucker Martine, per vedere cosa poteva scaturire dall’incontro tra i musicisti americani e una vera praticante del folk britannico (per quanto anche con le influenze americane citate nella recensione): insomma Sandy Denny Maddy Prior (ma anche Anne Briggs), vanno a braccetto con Joni Mitchell Natalie Merchant, nella splendida voce della Chaney, mentre i Decemberists provvedono a “ri-aggiornare” questo stile musicale, che comunque vanta ancora molti dei precursori originali in attività, e penso, oltre alla Prior e Hutchings a Richard Linda Thompson, ed altri che ricorderemo strada facendo.  Intanto lo fa andando a pescare nello stesso bacino tradizionale inglese-irlandese-scozzese da cui avevano attinto le prime band britanniche, a cavallo della fine anni ’60, primi anni ’70. Anche se la storia del disco non è solo questa: intanto agli arrangiamenti di The Queen Of Hearts ha contribuito la stessa Chaney, che nell’album, oltre a cantare con voce angelica suona pure clavicembalo elettrico, harmonium, piano, chitarra acustica e dobro, mentre Colin Meloy oltre ad essere un altro degli arrangiatori (con il resto della band) e co-produttore con Martine, suona tutti i tipi di chitarra, elettrica, classica, 12 corde ed  acustica, e, forse non è ancora stato detto, anche se si intuiva, il CD è veramente brillante e di grande qualità.

Per completare aggiungiamo che nel disco suonano pure Chris Funk, anche a lui a chitarra, mandolino, autoharp e hammered dulcimer, Nate Queery al basso, Jenny Conlee, piano elettrico Fender Rhodes, organo e fisarmonica, Jon Moen, batteria e percussioni, più Anna Fritz al cello, Ralph Carney a clarinetto e fiati, Mirabai Peart alla viola e Steve Drizos alle congas. A tratti si percepisce anche il sound abituale della band americana, specie nei brani più elettrici, ma il folk-rock (psichedelico o tradizionale) è all’ordine del giorno. Prendiamo il brano di apertura, la title track Queen Of Hearts, introdotta dal clavicembalo elettrico della Chaney poi si sviluppa in una cavalcata elettrica che sembra scaturire da Liege And Lief dei Fairport, con chitarre elettriche psych a duettare con la voce eterea e sognante di Olivia, in un pezzo dove qualcuno ha intravisto persino analogie con le prime Heart, quelle più bucoliche di inizio carriera di Dreamboat Annie. Blackleg Miner, cantata da Meloy (con Olivia poi alla seconda voce), ricorda moltissimo la versione degli Steeleye Span dal loro debutto Hark! The Village Wait, con un mandolino a guidare la melodia, mentre la versione di un altro traditional come The Gardener è direi splendida, una ballata, o “aria”, se preferite la terminologia folk, ricorda moltissimo appunto quelle ballate soffuse ed intense in cui Sandy Denny era maestra, e anche se la Chaney forse non raggiunge i vertici vocali della Sandy ci si avvicina moltissimo, con tutti i musicisti perfetti ai loro strumenti, dalla chitarra elettrica alla viola, alle tastiere, alla sezione ritmica discreta, ma comunque presente, veramente un ottimo brano. The First Time I Ever Saw Your Face è un brano celeberrimo di Ewan MacColl, un altro dei padri fondatori del revival del British folk (ha scritto anche Dirty Old Town), canzone famosa anche nella versione molto bella e quasi soft-soul di Roberta Flack, qui riacquista la sua dimensione tradizionale in un mood sonoro guidato dall’harmonium che rimanda al sound dell’Albion Dance Band a guida Shirley Collins, anche se la voce ricorda nuovamente sia la Denny che Natalie Merchant, quando affronta le canzoni folk.

Flash Company se non ricordo male dovrebbero averla cantata sia Norma Waterson (nel disco di famiglia Waterson:Carthy) che June Tabor, altre due delle grandi icone del folk inglese tuttora in attività, altra deliziosa ballata sulle ali di una chitarra elettrica e di un violino (o è una viola?) che rimanda alle più belle canzoni dei Fairport Convention di Richard Thompson e Sandy Denny, la voce, credo raddoppiata, di Olivia in questo pezzo è evocativa come raramente è dato sentire ai giorni nostri. The Old Churchyard uno dei brani più pastorali viceversa ricorda nuovamente gli Steeleye Span di Maddy Prior, anche vocalmente, tra intrecci di chitarra elettrica, tastiere, viola e harmonium, su cui svetta nuovamente la voce cristallina della Chaney. Constant Billy (Oddington) / I’ll Go Enlist (Sherborne) è un breve e coinvolgente strumentale, con la fisarmonica della Conlee a guidare letteralmente le danze, in un brano che rimanda moltissimo ai progetti più tradizionali di Hutchings nelle varie versione della Albion Band. Altro grande brano, uno dei più belli del disco è Willie o’ Wisnbury, che si ricorda in decine di versioni, forse le più famose quelle di Dick Gaughan, dei Pentangle e degli Sweeney’s Man (tra gli “antenati” dei Planxty): la rilettura degli Offa Rex, di oltre sette minuti, è un’altra di quelle canzoni dove si apprezza a fondo l’angelica voce della Chaney, ma anche la maestria del gruppo nel ricreare con pochi tocchi le malinconiche e suadenti atmosfere tipiche del miglior folk britannico. Poi replicate nelle note scandite e quasi marziali di Bonny May, altro brano legato a June Tabor, ancora pezzo corale di grande livello ed intensità. Ci avviciniamo alla fine con Sheepcrook and Black Dog, un altro dei brani più elettrici di questo CD, dove prevale l’anima più rock e psych, quasi sperimentale, del gruppo, con sciabolate di chitarre elettriche, la voce stranamente lavorata e grintosa e quell’aria tipica delle storie popolari, tra fato e disgrazie varie che si intrecciano nel racconto della canzone. L’ultimo brano viene pure dal songbook della famiglia Waterson, Lal nello specifico è l’autore di To Make You Stay, altra evocativa e sospesa ballata elettrica affidata ala voce di Colin Meloy (sempre con la doppia voce della Chaney), con chitarra acustica e pianoforte che creano altre magie sonore, orientali a tratti, che portano ad una degna conclusione questo splendido album.

Altamente consigliato, tra i migliori dischi del 2017 fino ad ora.

Bruno Conti

Il Vero Inventore Del Folk-Rock? Dion – Kickin’ Child: 1965 Columbia Sessions

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Dion – Kickin’ Child: 1965 Columbia Sessions – Norton CD

Tutti i libri e siti che trattano di storia della musica contemporanea sono soliti far coincidere la nascita del folk-rock, genere popolarissimo nella seconda metà degli anni sessanta, con il 1965, ed in particolare intorno a tre eventi principali: l’uscita dell’album Bringing It All Back Home di Bob Dylan, nel quale il grande cantautore per la prima volta elettrificava le sue canzoni (in realtà lo aveva già fatto nel 1962 con il singolo Mixed-Up Confusion, ma non siamo troppo pignoli), la sua partecipazione al Festival di Newport accompagnato dalla band di Paul Butterfield, che scandalizzò i puristi del folk, e l’esordio dei Byrds, gruppo inventore e leader del jingle-jangle sound, con Mr. Tambourine Man (album e singolo). Sempre nello stesso anno ci furono altri eventi minori sempre legati alla nascita del folk-rock, come l’uscita del singolo The Sound Of Silence di Simon & Garfunkel (evento che a ben vedere tanto minore non è, dato che stiamo parlando di una canzone che è nella mia Top 3 di sempre), con l’aggiunta arbitraria da parte del produttore Tom Wilson di strumenti elettrici e sezione ritmica, brano che di fatto rilanciò la carriera del duo, oppure l’esordio di altri gruppi dal suono che rimandava al nuovo genere musicale, come Turtles e Sonny & Cher, o ancora la pubblicazione del disco più famoso (e più bello) di Barry McGuire, quell’Eve Of Destruction la cui title track è tra i capolavori assoluti del folk-rock.

Pochi però sanno che il primo destinatario dell’idea di elettrificare la musica folk è un “insospettabile”, cioè Dion Di Mucci, che con i suoi Belmonts aveva già assaporato il successo sul finire dei fifties, e che in quegli anni, dopo aver sciolto il suo gruppo originale e formato i Wanderers, era alla ricerca di qualcosa di nuovo dal punto di vista sonoro. Galeotto fu l’incontro, verso la fine del 1964, proprio con Tom Wilson, che non dimentichiamo in quel periodo era anche il produttore di Dylan (ed anche Bringing It All Back Home vedrà Tom in cabina di regia), il quale propose a Dion di prendere delle canzoni folk note e meno note e di rivestirle di sonorità elettriche: al musicista del Bronx l’idea piacque molto, dato che era anche un fan di Dylan (ammirazione tra l’altro ricambiata), e così nel 1965 i due entrarono negli studi della Columbia, all’epoca la casa discografica per la quale lavorava Dion, ed incisero quindici pezzi, tra cover (poche) e brani originali, di puro folk-rock, con l’aiuto dei Wanderers (Johnny Falbo alla chitarra solista, Pete Falsciglia al basso e Carlo Mastrangelo alla batteria) e delle tastiere di Al Kooper, altro musicista determinante per il 1965 dylaniano. Il risultato finale soddisfò sia il cantante italoamericano che Wilson, ma inspiegabilmente la Columbia si rifiutò di pubblicare il disco, limitandosi a fare uscire qualche canzone su singolo: scelta abbastanza inspiegabile, in quanto in quel periodo il folk-rock si stava affermando come il genere in assoluto più in voga, ed anche perché le incisioni che Dion aveva portato in dote erano di ottimo livello. Fatto sta che la cosa rovinò i rapporti tra il cantante e l’etichetta, che gli rescisse il contratto lasciandolo a piedi, cosa che dovette lasciare il nostro abbastanza sconcertato visto che il suo album successivo, Dion, uscì solo tre anni dopo.

Oggi finalmente la Norton ripara al torto subito da Di Mucci 52 anni fa pubblicando quelle quindici canzoni ed intitolando l’album Kickin’ Child: 1965 Columbia Sessions: da qualche parte è stato detto che questo disco è inedito, ma va detto che di inedito non c’è nulla, in quanto tutte le canzoni, oltre ai singoli dell’epoca, sono uscite in LP successivi o in antologie (quindi non è un’operazione analoga, per fare un esempio, ad Out Among The Stars di Johnny Cash), ma di sicuro è la prima volta che l’album esce così come era stato pensato in origine (e poi comunque voglio vedere in quanti già possiedano tutte queste canzoni). Che Dylan fosse un modello per queste registrazioni lo si capisce dalla title track, che sembra una outtake proprio da Bringing It All Back Home (anche se è l’unica, insieme ad altri due pezzi a non essere prodotta da Wilson, bensì da Bob Mersey, già collaboratore del cantante newyorkese), compreso il modo di cantare di Dion che ricalca quello di Bob. Come già detto le cover non sono poi molte, solo cinque su quindici: tanto Dylan, ovviamente (presente con ben tre brani, le all’epoca inedite Baby, I’m In The Mood For You e Farewell, quest’ultima molto bella, ed una scintillante ripresa di It’s All Over Now, Baby Blue), Tom Paxton, la cui Can’t Help But Wonder Where I’m Bound è suonata in puro Byrds-style, mentre All I Want To Do Is Live My Life, scritta da Mort Shuman, è anch’essa figlia del nuovo suono di Mr. Zimmerman. I brani originali sono tutti in perfetto stile folk-rock, con chitarre ed organo in primo piano, come le orecchiabili My Love e Wake Up Baby, alcune con l’influenza di His Bobness decisamente pronunciata (Tomorrow Won’t Bring The Rain e Two Ton Feather), qualcuna con un maggior gusto pop, sia beatlesiano (Now) che non (Time In My Heart For You, impreziosita dai cori e dall’inconfondibile organo di Kooper), altre belle e basta, come la limpida Knowing I Won’t Go Back There, dall’ottima melodia cantata benissimo (Dion è sempre stato un’ugola notevole) e la deliziosa You Move Me Babe, eseguita quasi nello stile doo-wop delle origini musicali del nostro.

Più di 50 anni per riparare ad un torto, in un tipico caso di sliding doors chissà che piega avrebbe preso la carriera di Dion se Kickin’ Child, come da progetto iniziale, fosse stato pubblicato nel 1965?

Marco Verdi

Irish Rebels” In Los Angeles, E Anche A Milano. Flogging Molly – Life Is Good

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Flogging Molly – Life Is Good – Vanguard Records/Universal

Ho sempre pensato che lo “sdentato” Shane MacGowan, nel corso della sua lunga carriera abbia disseminato figli e figliastri artistici in ogni dove, e se il suo gruppo, i Pogues, ha rappresentato la punta di diamante del movimento musicale denominato “gaelic-punk”, alle loro spalle c’è sempre stato un fiorire incessante di musicisti che hanno cercato di personalizzarne l’influenza sulle loro idee artistiche e musicali, e di questa categoria fanno certamente parte i Flogging Molly (californiani di Santa Monica), che nell’arco temporale dell’ultimo ventennio hanno sempre saputo produrre una musica di ottimo livello, specialmente proprio dopo il definitivo scioglimento dei Pogues. Il gruppo prende il nome da uno storico Pub irlandese di Los Angeles, il Molly Malone’s, e oggi come ieri la band vede nel ruolo di leader Dave King chitarra e voce, con al suo fianco Bridget Regan violino, tin whistle, e voce, Dennis Casey alle chitarre e voce, Bob Schmidt al mandolino, banjo, bouzouki e voce, Matt Hensley alla fisarmonica, piano e voce, Nathen Maxwell al basso, e .in sostituzione dello storico componente George Schwindt, Mike Alonso alla batteria e percussioni. Alive Behind The Green Door fu il live d’esordio dei Flogging Molly pubblicato nel ’97, a cui fecero seguito il primo lavoro in studio, l’eccellente Swagger (00), il godibile Drunken Lullabies (02), l’arioso Within A Mile Of Home (04) che vedeva la partecipazione di Lucinda Williams in una grande ballata come Factory Girls, la prima raccolta Whiskey On A Sunday (06), con ben dieci canzoni inedite,  l’energico Float (08), uno dei migliori della band, il bellissimo elettrico e baldanzoso Live At Greek Theatre (10) 2 CD + DVD, e lo splendido impegnato e “sociale” Speed Of Darkness (11, prima di tornare dopo una breve pausa con questo inaspettato Life Is Good, prodotto da Joe Chiccarelli (U2, Beck), registrato negli studi dublinesi di Grouse Lodge nel tranquillo County Westmeath.

Per chi non li conosce, il loro “sound” è un “celtic-punk”, con forti sapori Irish che sembrano usciti dai più famosi Pub di Dublino, con le chitarre elettriche che si alternano agli strumenti acustici, il tutto accompagnato da ritmi incalzanti, intervallati da ballate colme di nostalgia e malinconia, e Life Is Good si apre con due brani al fulmicotone come There’s Nothing Left Pt.1e The Hand Of John L. Sullivan, densi di ritmo e rudezze punk, mentre Welcome To Adamstown incorpora una intrigante sezione di ottoni in tutto lo sviluppo del brano, prima di “scimmiottare” i grandi Waterboys (sono attesi a Settembre con il nuovo album), con la trascinante Reptiles (We Woke Up). La “vita buona” dei Flogging Molly si inerpica sui ritmi indiavolati di una The Days We’ve Yet To Meet, dove è proprio impossibile non muovere il piedino, seguita dalla title track Life Is Good in chiave folk-rock, con un bel lavoro al violino di Bridget Regan, cantata dal leader Dave King con l’anima di Mike Scott nel cuore, mentre la seguente The Last Serenade (Sailors And Fishermen) è una classica “love song” romantica e leggera, dal ritmo lento e con una melodia accattivante, per poi alzare ancora il ritmo con il “punk-rock” della grintosa e politica The Guns Of Jericho, perfetta da ballare sui tavoli del famoso Temple Bar. Crushed (Hostile Nations) inizia lentamente con le “pipes”, per poi trasformarsi subito in pura energia, con chitarre elettriche e sezione ritmica assordante (per il brano più in stile Clash e “politicizzato” dell’album), seguita da una Hope che procede con le cadenze di una marcia, mentre The Bride Wore Black già al primo ascolto è degna dei migliori Pogues, e per chi scrive mostra le grandi qualità dei Mollys, quando non si lasciano trascinare dalle correnti impetuose della musica punk, affidando la conclusione agli intrecci irish del folk stradaiolo di Until We Meet Again, dove si sviluppano dei bei giri di fisarmonica e violino.

Un po’ romantici e un po’ randagi passionali, con Life Is Good i Flogging Molly ci regalano un disco molto godibile, con una sequenza di brani che colpiscono nel segno e invogliano all’ascolto, non ci sono atmosfere morbide e sognanti ma una grande energia che coinvolge e affascina chi li ascolta. Sicuramente non hanno inventato loro il “celtic-punk”, ma altrettanto sicuramente si può affermare che i Flogging Molly (per la loro carriera), siano diventati in qualche modo gli alfieri più credibili e di maggior successo di questo movimento, che oggi come ieri spazia fra tradizione e modernità. E come ricorda il titolo del Post, domani 11 luglio volendo potrete verificare di persona visto che saranno in concerto al Carroponte di Sesto San Giovanni, in accoppiata con i Dropkick Murphys.

NDT: Tra i tanti “figli e figliastri” di Shane MacGowan, consiglio umilmente di dare un ascolto anche ad un gruppo colpevolmente sottovaluto come i bostoniani Josh Lederman Y Los Diablos, autori nei primi anni 2000 di una manciata di album di assoluto livello. Cercate, gente, cercate!

Tino Montanari

Tra Folk E Rock, Una Storica Band Britannica Sempre In Gran Forma! Steeleye Span – Dodgy Bastards

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Steeleye Span – Dodgy Bastards – Park CD

Il vulcanico bassista Ashley Hutchings, una delle figure più carismatiche del folk britannico degli ultimi cinquanta anni, detiene l’imbattibile record di essere stato membro fondatore di ben tre delle quattro band cardine del genere folk-rock inglese (l’unica con la quale non c’entrava niente erano i Pentangle), per poi abbandonarle tutte quante: i Fairport Convention sono di sicuro la più celebre tra queste, un vero e proprio dream team (con gente come Richard Thompson, Sandy Denny e Dave Swarbrick al suo interno non mi viene un altro termine per definirla) che però abbandonò dopo il capolavoro Liege & Lief per creare gli Steeleye Span, che lasciò a loro volta nei primi anni settanta per fondare la Albion Band. Parlando nel dettaglio di quanto successo con gli Span, Hutchings non era d’accordo di dare al gruppo, dopo i primi tre bellissimi album a carattere tradizionale, una svolta più commerciale, e se ne andò trascinando con sé anche Martin Carthy (altro storico folksinger inglese), sostituito da Rick Kemp, che in breve tempo si legò sentimentalmente con la cantante Maddy Prior e insieme diedero vita a diversi ottimi album di piacevole folk-rock, il più di successo dei quali è senz’altro All Around My Hat del 1975 (i primi sei lavori del nuovo corso sono stati riuniti qualche anno fa nell’imperdibile triplo CD A Parcel Of Steeleye Span).

Gli Span sono ancora oggi attivissimi, pur con diversi cambi di formazione tipici di questo tipo di band, anche se sia la Prior (unica tra i membri fondatori ancora in sella) sia Kemp sono sempre al bastone di comando, pur non essendo più sposati da tempo. Gli altri membri del gruppo attualmente sono Julian Littman alle chitarre, mandolino e pianoforte, la bravissima Jessie May Smart al violino (strumento indispensabile nell’economia della band), Liam Genockey alla batteria ed il nuovo chitarrista Andrew Sinclair, che sostituisce Pete Zorn purtroppo scomparso lo scorso anno. Dodgy Bastards è il nuovo album del sestetto (il loro ventitreesimo in totale), e giunge a tre anni dall’apprezzato Wintersmith, che era stato il loro disco più venduto degli ultimi 37 anni: Dodgy Bastards è un lavoro particolare, che prende spunto da alcune tra le più di trecento ballate popolari inglesi e scozzesi antologizzate nel diciannovesimo secolo dallo studioso americano Francis James Child (note al mondo come “Child Ballads”), ma le ripropone in versioni rivedute e corrette, sia nei testi che nelle musiche, con arrangiamenti che partono dalla base originale folk per arrivare ad assumere tonalità decisamente rock, in alcuni momenti anche piuttosto sostenuto. Il gruppo suona con la foga e la grinta di una band di giovani virgulti, e la Prior ha ancora una bellissima voce nonostante quest’anno per lei scattino le settanta primavere. C’è anche più di un brano con tendenza alla jam, con durate che superano i sette, otto ed in un caso anche i dieci minuti: basti pensare che tutto il disco (che comprende dodici canzoni) va ben oltre i settanta minuti, senza però risultare noioso o ripetitivo, ma al contrario conferma che gli Steeleye Span sono più vivi che mai, ed al contrario dei Fairport che da anni fanno dischi sì molto piacevoli ma decisamente sovrapponibili tra loro (e senza assumersi alcun rischio), non hanno perso la voglia di sperimentare e di rielaborare la tradizione.

Cruel Brother apre il CD con una bella introduzione corale a cappella, poi entrano all’unisono gli strumenti per un brano folk-rock davvero trascinante, guidato dalla splendida voce di Maddy, con un gustoso mix tra chitarre elettriche e violino ed un motivo di presa immediata, ed in più diversi cambi di ritmo e melodia che, uniti ad una durata che si avvicina agli otto minuti, fa del brano quasi una mini-suite. All Things Are Quite Silent è un’intensa e struggente ballata tutta basata sulla chitarra acustica, il violino e la voce cristallina della Prior, Johnnie Armstrong è un folk elettrificato dal carattere tradizionale, suonato però con grande forza e cantato con pathos da Kemp, mentre Boys Of Bedlam, già presente con un arrangiamento più tradizionale nel loro secondo album Please To See The King (1971), qui diventa una potente rock song elettrica, con il violino quasi stridente ed un’atmosfera al limite del minaccioso, il tutto mescolato mirabilmente con una melodia di stampo antico (si può parlare di folk-punk?). Anche la tosta Brown Robyn’s Confession (in cui canta la Smart) fonde in maniera egregia suoni moderni con un motivo chiaramente folk, con le chitarre ancora in primo piano ed un refrain scorrevole; Two Sisters è la rielaborazione di un noto standard folk conosciuto anche come Cruel Sister (brano che dava anche il titolo all’album dei Pentangle preferito dal sottoscritto), in una versione ancora tosta, diretta e potente, anche se le chitarre elettriche si mantengono nelle retrovie.

La fluida Cromwell’s Skull è un’oasi elettroacustica (canta Kemp) con una melodia molto bella ed emozionante, unita ad uno sviluppo strumentale vibrante che si dipana lungo otto minuti, con il violino grande protagonista ed uno strepitoso finale chitarristico: una delle più riuscite del lavoro. La title track è uno strumentale di “soli” tre minuti, una saltellante giga rock guidata ancora dallo splendido violino della Smart e da una chitarra che ne imita il timbro, Gulliver Gentle And Rosemary è di nuovo un folk-rock scintillante, dalla squisita melodia corale e decisamente coinvolgente, mentre The Gardener è puro rock, con le chitarre quasi hard, un’altra iniezione di energia appena smorzata dal violino. La nervosa ed ancora roccata Bad Bones prelude al gran finale, che è appannaggio del medley The Lofty Tall Ship/Shallow Brown, più di dieci minuti all’insegna di deliziose melodie tradizionali, cambi di ritmo ed interventi mai fuori posto da parte del violino, con momenti di pura poesia folk (Shallow Brown è splendida), per finire con una lunga ed affascinante coda strumentale.

Anche gli Steeleye Span si stanno avvicinando ai cinquanta anni di carriera, ma l’energia che esce da un disco come Dodgy Bastards indica chiaramente che non è ancora tempo per loro di appendere gli strumenti al chiodo.

Marco Verdi

Il Mezzo Secolo Di Una Band Leggendaria! Fairport Convention – 50:50@50

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Fairport Convention – 50:50@50 – Matty Grooves CD

I Fairport Convention, forse il miglior gruppo folk britannico di tutti i tempi (specie nei primi anni, ed in particolare nel 1969, un vero e proprio “dream team” con all’interno gente del calibro di Richard Thompson, Sandy Denny, Ashley Hutchings e Dave Swarbrick, credo che solo nei Beatles ci fosse più talento tutto insieme) non è mai stato allergico alle auto-celebrazioni, anzi: più o meno dal 25° anno di attività, ogni lustro hanno pubblicato un disco, dal vivo o in studio, che festeggiasse l’evento, e quindi figuriamoci se si lasciavano sfuggire l’occasione delle cinquanta candeline (il loro esordio discografico è del 1968, ma come band esistevano già da un anno, *NDB Così l’anno prossimo possono festeggiare di nuovo). A voler essere pignoli, gli anni sarebbero meno, in quanto i Fairport, a parte le annuali reunion a Cropredy che oggi sono diventate un must, di fatto non sono esistiti come band nel periodo dal 1979 al 1985, anno in cui Simon Nicol, unico tra i membri fondatori, e Dave Pegg, altro capitano di lungo corso (e complessivamente ad oggi il più presente in assoluto nelle tante line-up del gruppo), insieme al nuovo Ric Sanders (in sella ancora oggi), al rientrante Dave Mattacks (in seguito sostituito da Gerry Conway) e, un anno dopo, a Martin Allcock (a cui negli anni novanta subentrò Chris Leslie), decisero di riformare la vecchia sigla per il discreto Gladys’ Leap.

Una critica che viene spesso rivolta all’attuale formazione dei Fairport, la più longeva di sempre, è di essere un gruppo di onesti mestieranti senza alcun fuoriclasse al suo interno, e specie nei primi anni della reunion c’era chi faceva fatica ad accettare che il gruppo fosse guidato da Nicol (che obiettivamente nella golden age, gli anni sessanta, era il componente di minor spessore artistico), ma col tempo la situazione si è normalizzata, anche perché i cinque, pur non sfornando nuovi capolavori all’altezza di Unhalfbricking o Liege & Lief, hanno sempre pubblicato album più che dignitosi, alcune volte ottimi, sicuramente piacevoli, di classico folk-rock nella miglior tradizione britannica, senza mai scendere sotto il livello di guardia (meglio anche, per fare un esempio, dei tre LP usciti prima del loro scioglimento nel 1979, Gottle O’Geer, The Bunny Bunch Of Roses e Tipplers Tales, forse il punto più basso della loro storia). E l’album appena pubblicato per celebrare il mezzo secolo di attività (per ora in vendita solo sul loro sito, dal 10 Marzo sarà disponibile ovunque), 50:50@50, è indubbiamente uno dei più riusciti degli ultimi vent’anni: un disco suonato alla grande ed inciso benissimo, e d’altronde i nostri sono dei musicisti talmente capaci ed esperti che, quando li sostiene anche l’ispirazione, è difficile che sbaglino il colpo.

Il CD, quattordici brani, è diviso esattamente a metà (50:50, e qui si spiega il titolo) tra brani in studio nuovi di zecca e performances dal vivo (registrate in varie locations negli ultimi due anni), dove però si evita di riproporre per l’ennesima volta i classici assodati, rivolgendosi a pagine meno note: come ciliegina, un paio di grandi ospiti che aggiungono ulteriore prestigio al lavoro. Ma direi di analizzare il contenuto, cominciando dai sette brani in studio e passando poi ai live (anche se sul CD la distinzione non è netta, anzi le due diverse situazioni si alternano). Eleanor’s Dream, scritta da Leslie (in questo album il songwriter e cantante di punta, assume quasi la leadership a discapito di Nicol) apre benissimo il disco, una rock ballad elettrica, solo sfiorata dal folk, con un bel refrain ed un arrangiamento vigoroso, un ottimo inizio per un gruppo che dimostra subito di non aver perso lo smalto. Step By Step è una deliziosa ballata dalla melodia tenue e limpida, punteggiata da un delicato arpeggio, mentre Danny Jack’s Reward è il rifacimento di un brano apparso nel 2011 su Festival Bell, uno strumentale scritto da Sanders e qui rafforzato dalla presenza di una vera e propria orchestra folk di otto elementi, che mischia archi e fiati, un pezzo trascinante ed eseguito con classe sopraffina, uno degli highlights del CD. L’acustica e bucolica Devil’s Work è puro folk-rock, un genere che i nostri hanno contribuito ad inventare (magari non in questa formazione, ma lasciamo stare), l’autocelebrativa Our Bus Rolls On è più canonica comunque sempre piacevole, con un motivo da fischiettare al primo ascolto. The Lady Of Carlisle è un delizioso traditional elettroacustico che vede la partecipazione alla voce solista di Jacqui McShee, ex ugola dei Pentangle, creando così un ideale ponte tra i due gruppi più leggendari della scena folk britannica, mentre la breve Summer By The Cherwell, scritta dal collega ed amico PJ Wright, è una cristallina folk ballad, pura e tersa, tra le più immediate del disco.

E veniamo alla parte dal vivo, il cui punto più alto è certamente una versione del noto traditional Jesus On The Mainline (reso immortale negli anni settanta da Ry Cooder), grazie alla presenza alla voce solita nientemeno che di Robert Plant: l’ex cantante dei Led Zeppelin è da sempre un grande ammiratore dei Fairport (basti ricordare il duetto con Sandy Denny in The Battle Of Evermore, dal mitico quarto album del Dirigibile), e questa versione, tra rock, folk e gospel, è semplicemente strepitosa, al punto da lasciarmi la voglia di un intero album dei nostri insieme al lungocrinito vocalist. Gli altri sei brani on stage vengono da diversi periodi del gruppo, e solo due da prima della reunion del 1985: la frizzante Ye Mariners All è uno di questi due (era infatti su Tipplers Tales), un reel cantato, con violino e mandolino grandi protagonisti e ritmo decisamente vivace; splendida The Naked Higwayman, saltellante brano scritto dal folksinger Steve Tilston, un bellissimo folk-rock dal motivo coinvolgente (canta Nicol) ed eseguito in maniera perfetta, un genere nel quale i nostri sono ancora i numeri uno. La lunga e drammatica Mercy Bay è uno dei brani a sfondo storico che ogni tanto scrivono, una canzone abbastanza strutturata e complessa, ma non ostica, anche se pur mantenendo la base folk è indubbiamente moderna; Portmeirion è un malinconico strumentale costruito intorno ad una melodia per violino e mandolino, tra i più noti di quelli usciti dalla seconda fase della carriera del gruppo. Completano il quadro la corale Lord Marlborough, il più antico tra i pezzi dal vivo (apriva Angel Delight, album del 1971) e la struggente John Condon, che ricorda certe ballate folkeggianti di Mark Knopfler, senza la sua chitarra ovviamente.

In definitiva, un altro bel disco per un gruppo che, nonostante i cinquant’anni sul groppone, non ha perso la voglia di fare ottima musica. Consigliato.

Marco Verdi

Una “Storia Gloriosa” Nell’Ambito Folk-Rock Lunga 40 Anni. Oysterband –This House Will Stand

oysterband this house will stand oysterband this house will stand 2 cd

Oysterband – This House Will Stand The Best Of Oysterband 1998-2015  – Navigator Records 2 CD

Fin dalle loro origini nei lontani anni ’70, gli Oysterband (di cui ho recensito sul Blog il loro ultimo lavoro di studio Diamonds On The Water http://discoclub.myblog.it/2014/03/08/i-veterani-del-folk-rock-britannico-oysterband-diamonds-on-the-water/ ) hanno attraversato, con una lunga serie di formazioni e stili musicali, una duratura e meritata stagione nell’ambito del folk-rock britannico (dando spesso il meglio nei loro sempre acclamati spettacoli dal vivo). Per un gruppo che ha attraversato con successo una carriera così lunga e importante è quasi sorprendente che questo This House Will Stand (sottotitolato the Best Of Oysterband 1998-2015), sia solo la seconda retrospettiva estratta dal loro sterminato “songbook” dopo Granite Years uscito nel 2000, e non considerando pienamente tali Trawler (95) e Pearls From The Oysters (98). Questa raccolta, composta da 29 brani, fornisce una panoramica completa del periodo citato nella vita della band,  soprattutto materiale dagli ultimi cinque album in studio (a partire da Here I Stand (99), e una ricca selezione di brani inediti, b-sides, demo e versioni alternative che compongono il secondo CD.

Nel primo disco l’album più saccheggiato (un po’ a sorpresa) è Rise Above (02): a partire dal brano iniziale, il folk armonioso di The Soul’s Electric e poi Uncommercial Song, la limpida bellezza della musica irlandese, ma non solo, nei tradizionali Blackwaterside e Bright Morning Star (uno spiritual dei monti Appalachi), e la title track Rise Above, mentre da Meet You There (07) vengono riproposte le “danzerecce” Where The World Divides e Walking Down The Road With You, una ballata calda, avvolgente e ricca di atmosfera come Dancing As Fast As I Can, e il folk-agreste di Here Comes The Flood. Da Here I Stand (99) la Oysterband pesca due brani tra i più armoniosi e ballabili come Street Of Dreams e On The Edge (dove è impossibile non muovere il piedino), mentre selezionate dal recente Diamonds On The Water (14), appaiono il folk arioso di Spirit Of Dust, A Clown’s Heart e A River Runs, infine, colpevolmente, dal bellissimo e pluripremiato Ragged Kingdom, registrato con June Tabor, la seconda collaborazione dopo il noto Freedom And Rain (90), viene estratta solo la bellissima rielaborazione di Love Will Tear Us Apart, il brano dei Joy Division, un classico senza tempo valorizzato dalla magnifica voce della Tabor.

Con il secondo bonus CD l’ascolto si fa più interessante: dall’iniziale ballata folk I Built This House, che con la tambureggiante Scattergun e il tradizionale Bold Riley sono le canzoni inedite del lavoro, a cui fanno seguito due tracce dal vivo come Ways Of Holding On in duetto con Emma Hardelin, e la vivace Jail Song Two; vengono poi recuperate, in versione alternativa, la bellissima Never Left (la trovate su Deserters (92), la dolente And As For You, la straziante melodia di una suadente Mississippi Summer (cercatela sul magnifico Freedom And Rain (90), e la nota Long Dark Street. I due lati B inseriti nel dischetto sono la danzante Hangman Cry, e il brano strumentale The Sailor’s Bonnet, che con il tradizionale I Once Loved A Lass, e le versioni demo di She’s Moved On e della conclusiva corale The Cornish Farewell Shanty, chiudono una collezione volutamente intrigante.

Per chi scrive, la Oysterband è stata (ed è tuttora), senza ombra di dubbio, nelle quasi quattro decadi di carriera, una delle più popolari e creative band folk-rock del panorama anglosassone, e questo nuovo lavoro antologico This House Will Stand rischia di diventare indispensabile sia per i “neofiti” del genere, quanto obbligatorio per chi già li conosce (in particolare per il secondo CD), e se posso permettermi un consiglio da amico, investite senza esitazione i vostri “svalutati” euro, credetemi ne vale la pena.

Tino Montanari

Anche Solo In Quattro Si Davano Da Fare Alla Grande! Fairport Convention – Live In Finland 1971

fairport convention live in finland 1971

Fairport Convention – Live In Finland 1971 – Real Gone Music CD

I Fairport Convention, il gruppo folk-rock inglese per antonomasia (ancora attivo oggi, ed in maniera più che dignitosa), ha una delle discografie più ampie della nostra musica, sia in studio che dal vivo, con non infrequenti ristampe di concerti già editi sotto altri titoli. Però c’è una breve fase della loro carriera che non è molto nota, ed è quasi considerata di transizione: mi riferisco all’anno 1971 allorquando, in seguito all’uscita dalla band da parte di Richard Thompson dopo l’album Full House (uscita che seguì altre due defezioni “pesanti” come quelle di Sandy Denny ed Ashley Hutchings all’indomani del capolavoro Liege And Lief), i nostri rimasero in un’inedita formazione a quattro, composta da Simon Nicol alla chitarra e dulcimer, Dave Swarbrick a violino e viola, Dave Pegg al basso e Dave Mattacks alla batteria. In questa configurazione i Fairport pubblicarono due dischi in un anno (il 1971 appunto), il sottovalutato e poco noto Angel Delight ed il più conosciuto Babbacombe Lee.

Poi anche Nicol lascerà (momentaneamente) il gruppo per raggiungere Hutchings nella Albion Band, e sarà sostituito da Jerry Donahue e Trevor Lucas (entrambi ex Fotheringay) per gli ottimi Rosie e Nine, mossa che preluderà al gran rientro di Sandy Denny (nel frattempo divenuta moglie di Lucas) per Rising For The Moon, operazione che però non darà i frutti sperati e si rivelerà dunque estemporanea, ponendo fine alla seconda fase del gruppo e lasciandolo ad un passo dallo scioglimento.

Ma torniamo ai Fairport in formato quartetto, in quanto esce in questi giorni questo interessante Live In Finland 1971 per la Real Gone (quindi un live ufficiale, non uno dei soliti bootleg travestiti da broadcast radiofonici, anche se la copertina un po’ approssimativa e l’assenza dei classici caratteri con cui è abitualmente scritto il moniker del gruppo lo farebbero pensare), che colma finalmente una lacuna presentandoci la band in uno dei suoi momenti più “oscuri”. Sette canzoni per 35 minuti di musica (da questo punto di vista si poteva forse fare di più), il tour è quello di Angel Delight ed il periodo in cui i nostri transitarono nel paese delle renne è il mese di Agosto: tre brani sono tratti dall’album in questione (un disco da rivalutare a mio parere), mentre uno viene da Full House, uno da Liege And Lief, uno da un lato B di un singolo ed uno è un traditional inedito in studio. Il CD è inciso ottimamente, ed anche il livello della performance è decisamente alto: un concerto molto rock ed elettrico, ma con il violino di Swarbrick grande protagonista e spesso strumento solista (Dave era una delle massime autorità mondiali dello strumento, parlo al passato in quanto come sapete è da pochi giorni passato a miglior vita dopo anni di malattia http://discoclub.myblog.it/2016/06/03/volta-morto-davvero-purtroppo-75-anni-oggi-ci-ha-lasciato-anche-dave-swarbrick/ ), le voci sono in palla (cantano tutti) ed i brani vengono dilatati fino ad assumere talvolta i contorni di una jam session, con i nostri che ci danno dentro come dei matti, come se avessero uno stimolo in più nel non far rimpiangere l’assenza di un gigante come Thompson.

Apre il CD Bridge Over The River Ash, uno strumentale per violino solista, e quindi con Swarb grande protagonista e gli altri tre che sembrano quasi accordare gli strumenti, praticamente una breve introduzione per scaldare il pubblico; con The Journeyman’s Grace si inizia a fare sul serio: il pezzo, unico originale del disco (è scritto da Swarbrick e Thompson) è un perfetto showcase per le evoluzioni di Dave al violino e Simon alla chitarra, i quali, dopo un paio di strofe cantate a due voci, iniziano a darci dentro di brutto, ben seguiti dalla sezione ritmica di Pegg e Mattacks. Già da questo brano si intuisce che la leadership del gruppo, dopo la partenza di Thompson, comincia ad essere saldamente nelle mani di Swarbrick, cosa che sarà poi palese in Rosie. Mason’s Apron non appare su nessun disco dei Fairport, ed è una giga velocissima e trascinante, mi chiedo come facesse Dave a suonare con tale rapidità, è evidente all’ascolto la fatica che fanno gli altri tre a stargli dietro (ma alla fine ce la fanno): il suono è buono, anche se non eccelso, ma si può comunque ritenere più che soddisfacente. A metà canzone, Nicol dà il cambio a Dave concedendogli un po’ di riposo e facendo parlare la sua chitarra, ma poco dopo Swarb riprende in mano il pezzo per il gran finale e stende tutti. Sir Patrick Spens è, insieme a Sloth, Walk Awhile e Dirty Linen (praticamente tutti quindi) uno dei brani di punta di Full House: bella versione corale, con la melodia tipicamente tradizionale che viene fuori alla grande (anche con qualche stonatura qua e là) ed ottimo finale strumentale che vede come protagonista, indovinate…il violino! Matty Groves è un classico nelle esibizioni del gruppo, e viene suonato ancora oggi: con Nicol come voce solista, i quattro ci fanno sentire di che pasta erano fatti quando si trattava di lasciare andare gli strumenti; dopo aver proposto le strofe una dietro l’altra, i nostri si producono in una lunga fantastica jam elettrica durante la quale violino e chitarra letteralmente si urlano dietro, ma anche basso e batteria non perdono un colpo, sono in quattro ma sembrano in dieci.

La poco conosciuta Sir B. McKenzie’s Daughter’s Lament (versione accorciata di uno dei titoli più lunghi della storia, Sir B. McKenzie’s Daughter’s Lament For The 77th Mounted Lancers Retreat From The Straits Of Loch Knombe, In The Year Of Our Lord 1727, On The Occasion Of The Announcement Of Her Marriage To The Laird Of Kinleakie, praticamente un post a parte) è una gradevole giga strumentale, molto più folk oriented delle precedenti, ma con il ritmo sempre altissimo ed una tensione elettrica mai sopita. Il CD si chiude con Sir William Gower, un pezzo chitarristico e decisamente fluido, molto più rock che folk, con un grande Mattacks che picchia sui tamburi con la foga di un John Bonham o Keith Moon e Swarbrick per una volta nelle retrovie. Forse non il migliore live della carriera dei Fairport Convention, ma comunque un documento prezioso che finalmente fa luce su un periodo meno noto del combo britannico, ancor più apprezzato perché ci permette di ascoltare una volta di più quel geniale folletto del violino che era Dave Swarbrick.

Marco Verdi