Come Un Vino Di Ottima Annata. John Gorka – True In Time

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John Gorka – True In Time – Red House Records/Ird

Un antidoto contro le grigie giornate di questo freddo inverno? Vi suggerisco il nuovo CD di John Gorka, True In Time, appena pubblicato dalla sua abituale etichetta discografica, la Red House Records. Il cantautore nativo del New Jersey, ma residente nel Minnesota, è ormai giunto alla sua quindicesima uscita, considerando anche l’album del 2010 a nome Red Horse, inciso insieme a Lucy Kaplansky ed Eliza Gilkyson, e la riproposizione di due anni fa del suo disco d’esordio, I Know, nella sua prima differente versione registrata a Nashville nel 1985. Nella sua trentennale carriera John non ha mai sbagliato un colpo, scrivendo decine di splendide canzoni scaturite dalle corde della sua chitarra acustica ed impreziosite da arrangiamenti raffinati ed essenziali. Se poi consideriamo anche la profondità ed il calore della sua voce dal timbro baritonale, dobbiamo a giusto titolo considerarlo uno dei più validi esponenti del folk americano ancora in attività. Ricordo  con piacere quando ebbi l’occasione di incontrarlo all’Acoustic Guitar Meeting di Sarzana il 22 maggio 2010 (interisti, vi dice niente questa data?), nella splendida location della Fortezza Firmafede. Lui si era esibito sul palco la sera precedente, ma ancora si intratteneva nelle sale dove i liutai italiani ed esteri esponevano i propri strumenti, curiosando con l’entusiasmo di un bambino nel paese dei balocchi, provando chitarre ed eseguendo canzoni, non solo sue, con la massima disponibilità nei confronti di tutti i presenti. John Gorka è questo, un innamorato del suo mestiere, un formidabile storyteller dotato di una capacità non comune di trasporre in parole e musica ogni sfaccettatura dell’animo umano.

Passione ed entusiasmo sono rimasti gli stessi da quando si esibiva nelle coffeehouses di Bethlehem, in Pennsylvania, oppure, trasferitosi a New York City, quando frequentava il prestigioso circolo denominato Fast Folk, istituito da Jack Hardy come vera e propria scuola per nuovi talenti. E già alla fine degli anni ottanta Gorka era uno dei nomi di punta in un gruppo di talentuosi songwriters che il magazine Rolling Stone definì New Folk Movement, insieme ad altri nomi di spicco come Richard Shindell, David Massengill, Bill Morrissey, Cliff Eberhardt o Frank Christian. Anche alcune delle più valide interpreti del folk revival al femminile  hanno inciso sue canzoni o hanno collaborato con lui in studio e dal vivo, a cominciare da Nanci Griffith e Mary Chapin Carpenter, fino alle irlandesi Mary Black e Maura O’Connell. Per quest’ultima fatica, John ha radunato un gruppo di fidati ed esperti musicisti: J.T Bates alla batteria ed Enrique Toussaint al basso, gli ottimi Dirk Freymuth, chitarra elettrica, e Tommy Barbarella, tastiere, con il notevole contributo di Joe Savage alla pedal steel. Con la produzione dell’amico di lunga data Rob Genadeck, il disco è stato registrato a Minneapolis con il vecchio metodo dell’interagire tutti insieme nello studio, ottenendo così un suono spontaneo e coinvolgente per l’ascoltatore, quasi ci si trovasse lì di persona ad assistere alle sessions. Ballate come Nazarene Guitar e Arroyo Seco suonano fresche come i torrenti di montagna, la prima con una ritmica che ricorda i vecchi treni a vapore in corsa ed il delizioso controcanto di Lucy Kaplansky, la seconda, permeata di nostalgia, ci trasporta negli assolati e desertici territori del New Mexico.

Tattoed è spruzzata di southern blues con l’ottimo apporto di Savage alla pedal steel https://www.youtube.com/watch?v=h1Fiz7vqMCM , mentre Mennonite Girl è un’altra limpida song cantata a due voci con la bella e brava Jonatha Brooke. Crowded Heart e Fallen For You toccano le fragili corde dei sentimenti con un’intensità da pelle d’oca creata dalla calda voce del protagonista. Cry For Help è l’ennesimo gioiello intimista, mentre The Body Parts Medley è la prima di un trittico di canzoni scritte da John nel corso degli anni ottanta ma mai pubblicate prima, riscoperte grazie all’aiuto di alcuni fans che gliele hanno fatte riascoltare attraverso registrazioni di vecchi concerti. The Body Parts è allegra e ritmata, quasi una filastrocca che divertiva il pubblico nei suoi shows. Red Eye And Roses è più rilassata, un acquarello western, con un bell’uso del piano elettrico e dell’organo sullo sfondo. Blues With A Rising Sun è invece un’intensa ed accorata lettera al grande bluesman Son House, in cui Gorka cita con devozione Charlie Patton e Robert Johnson esprimendo il suo amore per il Mississippi blues. The Ballad Of Iris & Pearl, piacevolissima country ballad, è stata scritta da John quand’era ospite nella scuola musicale fondata dall’amica Eliza Gilkyson che appare ai cori insieme al bassista Joel Sayles. Citazione a parte merita la title track, posta all’inizio e poi ripresa in fondo all’album come a chiudere in cerchio ideale intorno alle storie che ne formano il contenuto. True in time è stata scritta insieme a Pete Kennedy, l’elemento maschile del duo folk-pop The Kennedys, La canzone è una domanda aperta su ciò che sia autentico in tempi complicati come quelli che stiamo vivendo. Ovviamente ognuno può dare la propria personale risposta, ma è certo che ci sia ancora bisogno di canzoni tanto intime ed intense e di autori tanto profondi ed ispirati come John Gorka, generoso e gradevole come il vino di ottima annata.

Marco Frosi

Chiamatelo Pure “Mississippi John Oates”! John Oates – Arkansas

john oates arkansas

John Oates With The Good Road Band – Arkansas – PS/Thirty Tigers CD

Non avrei mai pensato che nella mia umile carriera di critico e recensore avrei un giorno parlato di un album di John Oates, che insieme a Daryl Hall andava a formare Hall & Oates, un duo tra i più di successo di tutti i tempi, che negli anni settanta ed ottanta ha venduto vagonate di dischi all’insegna di un “Philly Sound” decisamente annacquato, una miscela all’acqua di rose di soul, errebi e pop molto commerciale e lontano anni luce dai gusti del sottoscritto. Ma gli americani hanno sempre in serbo delle sorprese, e così come un attore conosciuto per i suoi ruoli comici anche al limite dell’idiota al primo ruolo drammatico sfodera una prestazione da Oscar (il riferimento è al Jim Carrey di The Truman Show, secondo me uno dei più bei film di sempre, ma la storia di Hollywood è piena di esempi in tal senso), allo stesso modo un artista che ha passato la vita a fare musica per vendere a palate, arriva ad un certo punto in cui decide di pubblicare album di ben altro spessore artistico. Oates ha iniziato a fare dischi da solista solo nel nuovo millennio (il suo sodalizio con Hall parrebbe giunto al capolinea), avvicinandosi sempre di più al suono Americana, influenzato dalle canzoni che fanno parte del songbook dei suoi avi, ma è con il nuovissimo Arkansas che ha fatto bingo, trovando un disco che mi ha lasciato a bocca aperta, quasi un capolavoro che assolutamente non pensavo fosse nelle sue corde.

Arkansas è un chiaro omaggio di Oates prima di tutto al suono di Mississippi John Hurt, una leggenda del folk-blues acustico che da sempre è uno dei suoi preferiti (anche se negli anni settanta non si sarebbe detto), fino al punto di aver voluto acquistare ad un’asta la chitarra che Hurt usò durante il Festival di Newport del 1964 (anche se l’acquisto è avvenuto a disco terminato, e quindi non ha fatto in tempo ad usarla). Ma John allarga il raggio, e con questo lavoro omaggia canzoni che hanno anche più di un secolo sulle spalle, alcune molto note altre decisamente oscure, e completa il tutto con due pezzi nuovi di zecca ma scritti nello stesso mood. Come ciliegina, John (che suona la chitarra acustica e canta con una voce arrochita e non molto familiare, anche perché quello del duo che cantava era Hall) si è fatto accompagnare da un gruppo formidabile, The Good Road Band, un combo di fuoriclasse del calibro di Sam Bush (mandolino), Guthrie Trapp (chitarra elettrica), Russ Pahl (steel), Steve Mackey (basso), Josh Day (batteria), Nathaniel Smith (cello), che si occupano anche di saltuari backing vocals quando si tratta di dare un tono gospel ai brani. Un grande disco dunque, una miscela vincente di folk, country, rock, blues ed old time music, suonata con una classe sopraffina e con l’attitudine da veri pickers: 34 minuti scarsi di musica, ma tutta ad altissimo livello.

Splendido l’inizio: Anytime, un brano del quasi dimenticato Emmett Miller (un musicista da circo degli anni venti), è un pickin’ country decisamente d’altri tempi, suonato con uno stile alla Bill Monroe e con deliziosi interventi di mandolino e chitarra elettrica, e con la voce roca di John che si integra alla perfezione. Arkansas è il primo dei due pezzi scritti dal nostro, una folk ballad elettrificata decisamente vibrante e con accenni gospel: il songwriting è moderno ma l’accompagnamento no, anche se c’è una bella slide che porta il suono ai confini del rock. Splendida My Creole Belle, un brano attribuito a Mississippi John Hurt (una volta si usava prendere dei brani dalla tradizione, cambiare qualche parola e spacciarli per autografi), uno scintillante folk-blues con il solito cocktail vincente di strumenti a corda ed un coinvolgente botta e risposta voce-coro; Pallet Soft And Low, un traditional, è parecchio bluesata, sa di polvere e fango e sembra provenire dal delta del Mississippi, con uno splendido lavoro all’elettrica di Trapp, per sei minuti tutti da godere (è la più lunga). Non poteva mancare Jimmie Rodgers: Miss The Mississippi And You, pur non essendo stata scritta da lui, è uno dei brani simbolo del “singing brakeman”, e John ne offre una rilettura molto old-fashioned, lenta e decisamente raffinata, tutta suonata in punta di dita; il famoso traditional Stack O Lee, ripreso negli anni da un sacco di gente, ha qui un trattamento regale, tra country e folk, con il solito pickin’ d’alta classe ed una sezione ritmica discreta ma spedita.

That’ll Never Happen No More è un’oscura canzone dell’ancora più oscuro Blind Blake, riproposta da Oates e compagni con un delizioso sapore dixieland pur in assenza di strumenti a fiato, mentre Dig Back Deep è il secondo pezzo originale, uno splendido e trascinante brano elettrico tra boogie e gospel, intriso a fondo di atmosfere sudiste. Il CD si chiude con Lord Send Me, altra bellissima canzone tradizionale che mischia alla grande folk, gospel e bluegrass, suonata anch’essa in maniera strepitosa, e con Spike Driver Blues, altro pezzo del repertorio di John Hurt, pura e limpida come l’acqua di montagna, solo John e due chitarre acustiche. Un disco splendido e sorprendente, tra i più belli di questi primi due mesi dell’anno, che probabilmente ritroveremo nelle liste di Dicembre.

Marco Verdi

Brevi Sprazzi Di Led Zeppelin E Altre Storie. Robert Plant & The Sensational Space Shifters – Live At David Lynch’s Festival Of Disruption

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Robert Plant & The Sensational Space Shifters – Live At David Lynch’s Festival Of Disruption – DVD Eagle Rock/Universal

Questo non è sicuramente il primo DVD dal vivo di Robert Plant (esce solo in questo formato, oltre al download) ma è uno dei migliori (anche se forse, anzi sicuramente, non al livello di quello all’Artist Den con i Band Of Joy) ed essendo stato registrato all’interno della prima edizione del Festival Of Disruption di David Lynch (non of destruction, solo di “rottura”) non dura neppure molto: appena 77 minuti, compresi i venti minuti di extra con Lynch, il concerto effettivo 57 minuti scarsi. E’ stato registrato nell’ottobre del 2016, il giorno 8, al teatro dell’Ace Hotel di Los Angeles, quindi un anno prima dell’ultimo controverso Carry Fire http://discoclub.myblog.it/2017/11/15/il-vecchio-sciamano-si-e-un-po-perso-per-strada-robert-plant-carry-fire/ , ed era destinato a raccogliere fondi per una iniziativa di beneficenza di Lynch (anche il ricavato del DVD), se non ho visto male i biglietti costavano da un minimo di 250 dollari in su, quindi il dischetto è più che bene accetto. Plant è accompagnato dai Sensational Space Shifters, ovvero   Liam “Skin” Tyson, chitarre e banjo, Justin Adams, anche lui chitarra e vari strumenti a corda africani, Billy Fuller, al basso, John Baggott, tastiere e tabla, tutti già negli Strange Sensations, oltre a Dave Smith, batteria e Juldeh Camara,  kologo, ritti e Fulani vocals.

Per l’occasione, forse anche per rendere omaggio al suo anfitrione, Plant esegue, in rapporto alla durata del set, “parecchio” materiale dei Led Zeppelin (di cui in questi giorni ha smentito nuovamente varie voci su una probabile reunion per il 50° della band, anche se pare, anzi è certo, che nell’anno uscirà del materiale inedito del gruppo inglese proprio per festeggiare l’Anniversario, per prima, indicata in uscita al 23 marzo, una edizione Super Deluxe potenziata di How The West Was Won ). Il concerto si apre con Poor Howard, tratta dall’album Lullaby And The Ceaseless Roar, uscito nel 2014, e conferma la sempre magnetica presenza sul palco del cantante inglese (oltre alla sua ancora splendida voce), nonché la buona attitudine del gruppo che dal vivo, a mio parere, è molto più brillante che nei dischi in studio, la fusione tra la musica world (o etnica se preferite), folk e il rock funziona alla grande.

Le riprese sono ottime (forse c’è lo zampino di Lynch) e fin dall’inizio si gusta il consueto misto tra rock e altre culture che caratterizza la musica di Plant negli ultimi anni (ma era sempre presente anche in passato), con molto spazio per gli strumenti della tradizione nordafricana e anche intricate armonie vocali; a seguire, sempre da Ceaseless Roar, una potente Turn It Up, dove la quota rock e chitarristica cresce decisamente, ma il groove percussionistico ed etnico è comunque molto vivo. Primo brano dei Led Zeppelin ad apparire in scaletta è una Black Dog “mascherata” e rallentata, ma quando esplode il classico riff la gente è subito catturata, Adams e Tyson, anche insieme, non valgono Page e Smith non è Bonham, però il brano mantiene quasi la potenza dell’originale, e poi la voce è sempre quella, anche se l’intermezzo etnico, per quanto il brano sia conosciuto, è sempre spiazzante. Il medley tra The Enchanter (da Mighty Rearranger) e Rainbow, sempre dall’album del 2014, evidenzia ancora la presenza di Juldeh Camara, uno dei protagonisti principali del concerto, con un forte impatto ritmico nei due brani, anche Plant suona spesso il tamburello, mentre Rainbow è un bel pezzo rock classico con chitarre spiegate.

Babe, I’m Gonna Leave You ce la ricordiamo tutti, era su Led Zeppelin I, un pezzo elettroacustico splendido che miscela raffinatezza ed improvvise esplosioni di impeto rock e la lunga versione presente in questo DVD è veramente notevole, con la voce di Robert che sale e scende in modo impressionante mentre la band lo asseconda alla perfezione, grande musica, molti la fanno dal vivo ma nessuno ha la voce di Plant. Anche Little Maggie, un traditional, conferma l’ottima serata del riccioluto rocker, che esplora anche il suo amore per la musica Appalachiana, scoperta nel suo soggiorno americano e qui rivisitata in una veste più rock, ma sempre vicina alle radici con il banjo di Tyson  e il ritti (una sorta di violino africano) di Camara in evidenza, come pure il synth di Baggott. Altro lungo medley, questo molto più corposo e orientato verso il blues(rock): si parte con una torrida Hoochie Coochie Man, che inizia a citare nel testo quel brano “minore” degli Zeppelin, Whole Lotta Love, che poi esplode in tutta la sua forza dirompente, ed è sempre la voce che fa la differenza, intermezzo etnico, stop e ripartenze, e un breve accenno di Mona, fine del concerto. Poi la band torna sul palco per una bellissima versione di Going To California, con mandolini e chitarre acustiche sugli scudi, titoli di coda. Concerto breve ma intenso.

Bruno Conti

Le Origini Di Un Genio Della Chitarra, Parte Prima. Bert Jansch – A Man I’d Rather Be (Part 1)

bert jansch a man i'd rather be part 1

Bert Jansch – A Man I’d Rather Be (Part 1) – Earth 4CD Box Set

Quando lo scorso anno la label londinese Earth ha raccolto in due box da quattro CD ciascuno (Living In The Shadows e On The Edge Of A Dream, oltre a Live In Australia pubblicato a parte http://discoclub.myblog.it/2017/07/18/gli-ultimi-bellissimi-episodi-di-una-carriera-luminosa-bert-jansch-on-the-edge-of-a-dream/ ) tutti gli album pubblicati negli anni novanta e duemila dal grande Bert Jansch, non pensavo che ci fosse in previsione anche il recupero del catalogo più antico del chitarrista scozzese. Invece oggi esce, con la medesima veste grafica degli altri due cofanetti, questo A Man I’d Rather Be, che raccoglie i primi tre album pubblicati da Bert negli anni sessanta  prima di unirsi ai Pentangle (Bert Jansch, It Don’t Bother Me e Jack Orion), oltre all’unico album accreditato a lui in duo con John Renbourn, Bert & John. Per chi possiede già questi dischi (la Sanctuary li ha ristampati non molti anni fa) l’acquisto del box non è per nulla essenziale, in quanto non c’è neppure mezzo inedito, mentre nei due pubblicati lo scorso anno il quarto CD era costituito esclusivamente da canzoni mai sentite prima: qua non ci sono nemmeno le bonus tracks incluse nelle ristampe della Sanctuary, e di certo qualcosina in più in tal senso si poteva/doveva fare (a breve, il 23 Febbraio, uscirà la seconda parte di questo box, con i seguenti quattro lavori di Bert come solista, ancora senza inediti però).

Per chi non possedeva queste incisioni, come il sottoscritto, il box è comunque essenziale, in quanto ci mostra i primi passi di un artista sublime, un chitarrista che, pur suonando acustico, ha influenzato gente del calibro di Jimmy Page, Neil Young, Nick Drake e Mike Oldfield. E dire che già all’epoca, quando Bert emigrò da Edimburgo a Londra, non riuscì a trovare una major che scommettesse su un giovane armato solo di chitarra che non scriveva canzoni adatte ad essere pubblicate su singolo, e così si accasò presso l’indipendente Transatlantic, che diede al nostro la possibilità di far sentire la sua musica. Il cofanetto (con le note scritte ex novo da Bill Leader, il produttore originale di questi album) inizia con un vero e proprio classico: Bert Jansch (1965) è stato infatti indicato dalla rivista NME come uno dei venti album di folk più importanti di tutti i tempi, un lavoro che ci mostra un artista in completa solitudine ma già padrone assoluto dello strumento, e già capace di scrivere brani che sembrano dei vecchi traditionals. Quaranta minuti che si ascoltano tutti d’un fiato, con canzoni cristalline sospese tra folk e blues (Strolling Down The Highway, I Have No Time, la bella Rambling’s Going To Be The End Of Me, la purissima Running From Home) e scintillanti strumentali (la strepitosa Smokey River, la complessa Alice’s Wonderland, influenzata da Charlie Mingus, la cover di Angie di Davy Graham, ripresa anche da Simon & Garfunkel col titolo di Anji). E’ anche il disco della celebre Needle Of Death, una drammatica canzone (ma melodicamente splendida) contro la droga, che Neil Young ha volutamente “plagiato” nella sua Ambulance Blues e molti anni dopo ha ripreso nel controverso A Letter Home.

It Don’t Bother Me (ancora 1965) forse non è bello come il suo predecessore, ma è comunque un signor disco di folk, con elementi blues forse più marcati (Ring-A-Ding Bird, Tinker’s Blues, Want My Daddy Now), e comunque con cose splendide come la suggestiva Anti Apartheid, la dylaniana A Man I’d Rather Be o la fluida 900 Miles, con Bert al banjo. Ci sono anche due pezzi dove Jansch è affiancato per la prima volta da John Renbourn, My Lover e Lucky Thirteen: sono in due ma sembrano in cinque. E questo ci porta a Jack Orion (1966), album che vede la partecipazione di Renbourn in tutti i brani, che qui sono al 90% tradizionali (a parte una breve ma incisiva versione strumentale di The First Time I Ever Saw Your Face di Ewan McColl). Il pezzo centrale è senza dubbio la strepitosa title track, quasi dieci minuti di goduria assoluta, una vera lezione su come si suona la chitarra acustica. Ma sono imperdibili anche l’iniziale The Waggoner’s Lad, con uno splendido duello chitarristico, la vibrante Nottamun Town, antica ballata che servì da base a Bob Dylan per scrivere Masters Of War, e che in seguito venne ripresa anche dai Fairport Convention, o la scintillante Pretty Polly. Gran disco. In Bert & John (1966), costituito perlopiù da brani strumentali (i pochi pezzi cantati vedono comunque Bert alla voce solista), i due futuri Pentangle fanno vedere di cosa sono capaci (East Wind è qualcosa di fantastico), solo 26 minuti ma di un’intensità incredibile, da ascoltare tutti d’un fiato, con altre punte di eccellenza nella superba Soho e nella swingata e strepitosa Red’s Favorite.  Un tesoro da riscoprire, come d’altronde, se non ne possedete già il contenuto, il resto del box.

Marco Verdi

Non So Se Il Rock Sia Morto O Meno, Ma Di Certo Il Folk Sta Benissimo! Joe Purdy & Amber Rubarth – American Folk

american folk joe purdy amber rubarth

Joe Purdy & Amber Rubarth – American Folk Soundtrack – American Folk/Thirty Tigers CD

Il titolo del post è chiaramente ironico, il rock è vivo e vegeto, pur avendo vissuto giorni migliori in passato, nonostante qualcuno periodicamente si ostini a volergli fare il funerale; anche la musica folk in ogni caso non se la passa male, dato che negli ultimi anni si è notato un risveglio di interesse verso questo genere. Andando a memoria mi viene in mente il bel film dei fratelli Coen Inside Llewyn Davis del 2013 (e relativa colonna sonora), che celebrava i giorni del folk revival nel Village di New York, l’ottimo Shine A Light di due anni fa ad opera di Joe Henry e Billy Bragg, che giravano l’America in treno incidendo nelle varie stazioni diversi classici del songbook americano, ed il sontuoso tributo a Woody Guthrie Roll Columbia dello scorso anno, affidato perlopiù ad artisti semisconosciuti (senza dimenticare, a proposito di Woody, l’eccezionale cofanetto della Bear Family dedicato ai due storici concerti tributo del 1968 e 1970) http://discoclub.myblog.it/2017/12/09/torna-finalmente-il-padre-di-tutti-i-tributi-vv-aa-woody-guthrie-the-tribute-concerts/ .

Oggi invece vi voglio parlare del progetto American Folk (già il titolo è tutto un programma), un film indipendente scritto e diretto da David Heinz e che vede protagonisti i due songwriters Joe Purdy (già abbastanza noto, giovane ma con una bella serie di dischi alle spalle http://discoclub.myblog.it/2014/06/24/cantautore-nicchia-joe-purdy-eagle-rock-fire/ ) ed Amber Rubarth (che, sono sincero, non conoscevo): American Folk non è un documentario, ma un vero film recitato ed ambientato nel Settembre del 2001, e precisamente nel periodo degli attentati avvenuti il giorno 11, un lungometraggio che narra la storia di Elliott e Joni (Joe e Amber), due cantanti folk che, in viaggio aereo per New York da Los Angeles, vengono fatti atterrare poco dopo la partenza per questioni di sicurezza. I due si conoscono per caso e decidono, aiutati da un amico di lei, di proseguire il viaggio in auto, scoprendo via via di avere parecchie affinità. Un road movie che è anche un pretesto per omaggiare la musica folk popolare americana, attraverso l’interpretazione da parte dei due di una bella serie di classici, con l’aggiunta di quattro canzoni scritte per l’occasione. Ed il disco che fa da colonna sonora, intitolato anch’esso American Folk, è davvero bellissimo, un album di folk music interpretata in purezza, ma con grande rispetto ed un trasporto notevole, un lavoro che si ascolta con immenso piacere anche slegato dalle immagini di film. I due artisti si amalgamano alla perfezione, a volte cantano da soli altre in duetto, spesso si accompagnano con le sole chitarre (Amber anche al piano), e solo occasionalmente intervengono Matt DelVecchio al basso ed Adam Levy alla chitarra aggiunta.

E poi ci sono le canzoni, veri e propri evergreen della musica popolare americana (ma non solo), interpretate, ripeto, in maniera perfetta: qualcuno potrebbe dire che se sei bravo e hai a disposizione delle grandi canzoni non è difficile fare un bel disco, e forse è vero, ma alla fine quello che conta è che qui si passano tre quarti d’ora estremamente piacevoli. Non tutto è appannaggio di Joe ed Amber, ci sono anche due brani del passato che però si integrano benissimo, tanto da sembrare nuovi di zecca: la lenta e vibrante Some Humans Ain’t Human di John Prine, che pur essendo tratta da Fair And Square (l’ultimo album di canzoni originali del cantautore dell’Illinois, targato 2005) ha il sapore dei suoi primi dischi, ed una splendida fisarmonica sullo sfondo, ed una magistrale ripresa di Freight Train di Elizabeth Cotten ad opera di Jerry Garcia e David Grisman, presa dal loro disco del 1993 Not For Kids Only. Ma la parte centrale di American Folk è riservata ad alcuni tra i più noti traditionals del songbook americano, ripresi in maniera filologica ma non scolastica, in quanto sia Joe (che ha una voce perfetta, tra Prine e Dylan) che Amber ci mettono davvero l’anima, ed il feeling si può quasi toccare con mano: unico difetto, diversi pezzi sono appena accennati, ed altri finiscono dopo poco più di un minuto, ma alla fine va bene anche così, talmente unitario è il progetto.

Emblematica è la versione di Red River Valley, classico esempio di come si possa emozionare con solo due voci ed una chitarra, ma poi abbiamo anche una splendida Blackjack Davey, cantata all’unisono, l’altrettanto bella Swing Low, Sweet Chariot, dove c’è solo Amber (ed è troppo breve), due strumentali basati sulle melodie di Pretty Saro (per solo dobro) e della notissima Oh! Susanna, una vivace e spedita Hello Stranger (un classico della Carter Family), con il tamburello a scandire il ritmo, e due eccellenti riletture di Oh Shenandoah e Lonesome Valley, che purtroppo durano tra tutte e due poco più di un paio di minuti; c’è anche una cover di un pezzo contemporaneo, e cioè Moonlight, dello sfortunato songwriter Blaze Foley, che ha comunque una struttura folk che si incastra alla perfezione nel disco. Infine, i quattro brani originali: This Old Guitar, accennata all’inizio dal solo Joe e poi ripresa a due voci nel finale, un brano lento e meditato, dove anche le pause hanno la loro importanza, la scintillante Someone Singing With Me, puro folk, una grande canzone senza se e senza ma, con il piano ad impreziosire ulteriormente il suono, la gentile e limpida New York di Amber, che sembra uscita dal songbook di un qualsiasi artista del folk revival, e la conclusiva Townes, un sentito omaggio al grande Townes Van Zandt, dotata di una melodia cristallina e di un bellissimo ritornello.

Il 2018 si è aperto all’insegna del folk: dopo lo splendido Blood In The USA di Thom Chacon, ecco l’altrettanto valido American Folk. Entrambi da non perdere.

Marco Verdi

Una Grande Voce “Omaggia” Un Grande Compositore Irlandese. Mary Black – Mary Black Sings Jimmy MacCarthy

mary black sings jimmy maccarthy

Mary Black – Mary Black Sings Jimmy MacCarthy – 3u Records/Blix Street

Aveva annunciato il suo ritiro, almeno dalle tournée, ma evidentemente ci ha ripensato (come Tina Turner, Clapton e altri), visto che anche nel 2018 sarà in giro per promuovere questo “nuovo” album. Era inevitabile, direi quasi fisiologico, che Mary Black una delle più belle e leggendarie voci irlandesi, prima o poi rendesse omaggio con un intero album di canzoni a Jimmy MacCarthy, senza dubbio uno dei più grandi compositori della verde isola dello smeraldo (per coloro che non sanno chi sia, potremmo definirlo l’equivalente irlandese del cantautore americano Jimmy Webb). Jimmy MacCarthy è nato a Macroom nella contea di Cork nel 1953, e le sue composizioni rientrano a grandi linee nel genere della canzone folk contemporanea, e nella sua carriera ha scritto molte canzoni che poi sono diventate famose e popolari, cantate da artisti come Christy Moore, Mary Gauthier,  i Corrs, il meno conosciuto Tommy Fleming, e naturalmente Mary Black, che ha cantato le canzoni di questo signore per venticinque anni. Per sviluppare e terminare questo ulteriore “percorso” la Black si è affidata a bravi musicisti fidati, tra i quali Pat Crowley alla fisarmonica, tastiere e piano, Bill Shanley al basso, chitarre e lap-steel, Liam Bradley alla batteria, Martin Ditchay alle percussioni e piatti, Finbar Furey al banjo, Richie Buckley al sax, e un “trio” di valenti violinisti a partire dalla bella e brava Sophie Ryan, Richard George, Matt McGranahan, per un totale di undici canzoni firmate come detto da Jimmy MacCarthy, di cui sei già registrate da Mary nei suoi album precedenti, quattro nuovi brani incisi per l’occasioni, e un duetto di Mary e Jimmy, recuperato da una rara registrazione televisiva.

mary black sings jimmy maccarthy 1

https://www.youtube.com/watch?v=XvABIMOkaGQ

La partenza non poteva essere migliore, Mary recupera dall’album omonimo del lontano ’89 la meravigliosa No Frontiers (ne esiste anche una bella versione acustica delle Corrs), e risentendola si apprezza sempre il suono della fisarmonica su un tappeto di percussioni, brano a cui fanno seguito la sempre dolcissima Adam At The Window (la trovate su Looking Back (95), e due nuove struggenti composizioni come There Is No Night, una ballata pianoforte e voce, e il soave folk irlandese di Love’s Last Chance, dove ancora una volta la Black si dimostra una grande interprete. Sempre dai solchi di  Looking Back viene giustamente estratto il brano dal testo più religioso di MacCarthy, la superba Bright Blue Rose, che qui viene riproposta meritoriamente in un duetto con lo stesso autore, per poi passare ancora ad un altro brano nuovo, con l’arioso incedere di una moderna folk song quale è What We Came Here For, ritornare alle tenui e delicate trame sonore di una sempre verde Wonderchild (cercatela su un album poco conosciuto come Circus (95), e dare giusta gloria ad un brano, Katie, tratto da un album epocale come By The Time It Gets Dark (87), che viene riproposta con l’aggiunta del sax del bravo Richie Buckley ad accompagnare la voce sognante della Black.

Father smiling and holding his son

Jimmy MacCarthy

https://www.youtube.com/watch?v=InS3YsrlgkY

Con Mystic Lipstick arriva il momento di una delle migliori canzoni mai scritte per l’Irlanda (un testo commovente sulla storia intera della nazione), che negli anni è stata riproposta anche da “mostri sacri” come Christy Moore, Mary Coughlan, e la bravissima ma poco conosciuta Maura O’Connell,  brano che trova in questa versione la perfezione, con un arrangiamento dove brillano la fisarmonica di Crowley, i violini della “triade”, e naturalmente l’interpretazione della Black. Ci avviamo alla conclusione con la danzante ed ariosa Another Day (recuperata dal già citato No Frontiers), e chiudere un disco per certi versi magnifico con la chicca di una versione “live” della famosa As I Leave Behind Neidin (un brano sull’emigrazione irlandese), cantata in coppia da cantante e autore, in occasione di una registrazione televisiva (ma la potete anche cercare nella versione originale dall’album Without The Fanfare (85). Quando s’incontrano un grande musicista come Jimmy MacCarthy e una grande cantante come Mary Black (una perfetta simbiosi), il risultato non può che essere la summa di questo lavoro, con canzoni personali ma anche universali, che attraversano tutta l’Irlanda per poi arrivare a farsi conoscere nel mondo, e certamente questo Mary Black Sings Jimmy MacCarthy è un perfetto biglietto da visita per far conoscere il miglior “songwriting” irlandese. Chapeau!

NDT: Per i “completisti” e per chi ama Mary Black, ricordo che nella primavera dello scorso anno è uscito un CD sepciale in occasione del trentennale di By The Time It Gets Dark, con tre bonus che riguardano nuove versioni di Moon River, Copper Kettle, e un nuovo brano Wounded Heart, registrato per l’occasione.

Tino Montanari                     

Da Nashville, Con Orgoglio. Jason Isbell And The 400 Unit – The Nashville Sound

jason isbell the nashville sound

Jason Isbell And The 400 Unit – The Nashville Sound – Southeastern Records

Jason Isbell, ormai giunto al sesto album da solista dopo la positiva parentesi come chitarrista e compositore nei Drive By Truckers dal 2001 al 2007, rivendica con forza e con le armi della buona musica la sua appartenenza ad una delle città musicali per eccellenza degli U.S.A., la celeberrima Nashville, da molti considerata il simbolo della musica country da classifica, banale e stereotipata, che spesso si mescola al pop. Jason sostiene che questa sia una falsa immagine, provocata dalle scelte di importanti case discografiche che investono su artisti fasulli mandandoli ad incidere nei rinomati studi nashvilliani, ma i musicisti veri, che a Nashville ci vivono e ci lavorano, come il grande veterano John Prine o l’emergente Chris Stapleton, sono fatti di altra pasta e producono musica di assoluto valore. Diventa allora pienamente giustificato, per il nostro songwriter originario della vicina Alabama, intitolare orgogliosamente la propria ultima fatica The Nashville Sound, pubblicato a metà dello scorso giugno e già premiato da critica e pubblico come uno dei migliori dischi di Americana dell’anno appena concluso (*NDB Di cui colpevolmente non avevamo recensito, per motivi misteriosi, neppure i due dischi precedenti e quindi rimediamo, nell’ambito della serie di recuperi “importanti” di album usciti nel 2017). Squadra che vince non si cambia, e così, per confermare i brillanti esiti dei due precedenti lavori, Southeastern del 2013 e Something More Than Free del 2015, Isbell ha rivoluto con sé in cabina di regia il richiestissimo Dave Cobb, produttore che sa plasmare il suono di un album con utili suggerimenti senza mai risultare troppo invadente.

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https://www.youtube.com/watch?v=w8mMXEUFWu0

Ad affiancare il protagonista, gli ormai fedeli e collaudati componenti della sua band, i 400 Unit (nome che deriva da un reparto psichiatrico dell’ospedale di Florence, in Alabama): la moglie Amanda Shires, al violino e ai cori, già autrice di cinque pregevoli dischi da solista più uno in coppia con Rod Picott, Sadler Vaden alle chitarre, già membro dei Drivin’ N’ Cryin’, Jimbo Hart al basso, Derry DeBorja tastierista co-fondatore dei Son Volt e Chad Gamble alla batteria. Come già accadeva nei due precedenti CDs, come brano di apertura viene scelta un’intensa e malinconica folk ballad: intitolata Last Of My Kind,  prende corpo lentamente fino al pregevole finale in cui ogni musicista dà il suo efficace contributo. Il suono si fa decisamente più duro ed elettrico nella successiva Cumberland Gap, che scorre veloce su territori che rimandano al grande ispiratore Neil Young, noto a tutti per le sue memorabili invettive chitarristiche. Nell’alternanza di ritmi ed atmosfere, si torna alla struttura della ballata con Tupelo (il richiamo nel titolo alla Tupelo Honey del maestro Van The Man non è, secondo me, per nulla casuale), un vero gioiello arrangiato in modo sopraffino, con una linea melodica che conquista al primo ascolto. Altra grande canzone è la drammatica White Man’s World, il cui testo denuncia il razzismo di cui ancora purtroppo sono permeati gli States, soprattutto i vasti territori agricoli del Sud. Notevole il duetto a metà del brano tra la slide di Vaden e il violino della Shires.

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https://www.youtube.com/watch?v=JV7c8V5XLk8

La delicata e acustica If We Were Vampires dà all’album un tocco di romanticismo che non guasta, Jason la canta con tono accorato ed il cuore in mano, doppiato nel ritornello dalla tenue voce della moglie. Anxiety è il pezzo più lungo e strutturato del disco, che ricorda certi epici episodi del mai troppo compianto Tom Petty. Si apre con un aggressivo attacco di chitarre per poi rallentare durante il cantato delle strofe, mantenendo comunque una bella tensione emotiva fino alla parte conclusiva che riesplode in un bel sovrapporsi di tastiera e sei corde acustiche ed elettriche. Molotov non lascia particolarmente il segno, è associabile ad una serie di canzoni elettro-acustiche che rimandano ad un altro illustre collega di Isbell, Ryan Adams. Meglio la graziosa e beatlesiana Chaos And Clothes, chitarra e voce, con qualche piacevole ricamo in sottofondo. Con Hope The High Road torniamo a correre, grazie ad una melodia vincente condotta dalle chitarre e dal limpido hammond sullo sfondo, una splendida song che esprime voglia di vivere e quella speranza a cui fa riferimento il titolo. Conclusione in chiave country-folk con la deliziosa Something To Love, altro fulgido esempio del notevole talento compositivo del suo autore che cresce disco dopo disco, confermandosi uno dei più validi protagonisti dell’attuale scena cantautorale americana. Orgogliosamente Made in Nashville!

Marco Frosi

Supplemento Della Domenica: Forse Il Miglior Disco Dal Vivo Ufficiale Del 2017. Christy Moore – On The Road

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Christy Moore – On The Road – Yellow Furze/Sony Music Ireland 2 CD

Christy Moore è una leggenda in Irlanda (e non solo nell’isola di Smeraldo), ma è anche uno dei più grandi cantautori attualmente in circolazione, con una produzione sterminata, iniziata con un disco del 1969 che si chiamava Paddy On The Road. Sarà un caso, ma a quasi 50 anni da quel disco esce questo doppio dal vivo che si chiama On The Road: di Moore esistono molti album Live, sia da solo che con Planxty e Moving Hearts.. Anche questa volta il buon Christy centra l’obiettivo, con quello che è il suo primo album Live doppio: registrato nel corso degli ultimi tre anni, tra Inghilterra, Irlanda e Scozia, contiene 24 brani estratti dal suo repertorio, messi in sequenza per costruire una sorta di concerto ideale, con la giusta alternanza tra brani lenti e più mossi, ballate e gighe, brani malinconici, di denuncia, ma anche canzoni briose, spesso salaci, ricche di ironia e umorismo britannico, seguito da platee adoranti pronte a cantare e a battere le mani ad ogni suo comando, ma rispettose ed attente nei momenti più intensi e struggenti, quindi il pubblico ideale per qualsiasi performer. E questa volta Christy Moore non è in solitaria, è accompagnato da un piccolo ma capace gruppo di musicisti che si alterna nelle varie date: guidati all’immancabile, e grande, Declan Sinnott, a chitarra elettrica, acustica e strumenti a corda, Jim Higgins, percussioni e batteria, Cathal Hayden, violino e banjo, Mairtin O’Connor alla fisarmonica, Seamie O’Dowd, chitarra, armonica e mandolino, oltre alle voci aggiunte di Vickie Keating e del figlio di Christy Andy Moore, che da alcuni anni lo accompagna con le sue armonie.

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https://www.youtube.com/watch?v=LIh5dUOz824

Il risultato, manco a dirlo, è splendido, se amate la musica folk, irlandese e non, le canzoni d’autore, e in generale la buona musica, questo doppio è imprescindibile, anche considerando che il repertorio estrapolato da ben 16 diverse locations, quindi assai diversificato e completo, è arricchito anche da parecchie cover scelte con grande cura. L’apertura del concerto è spettacolare, con uno dei brani più amati e coinvolgenti appunto del suo repertorio, Ordinary Man, che dava il titolo ad un album del 1987, proposta nel corso degli anni in svariati arrangiamenti, in questo caso la pungente elettrica di Sinnott e il violino sono quasi interscambiabili, mentre la melodia molto cantabile la rende subito preda dei presenti che la cantano a squarciagola con Christy, che si vede costretto ad adeguarsi, con piacere, alla versione del pubblico presente al Barrowland di Glasgow; Ride On, tratta dall’omonimo album che lo stesso Moore considera tra i suoi più popolari (e in Irlanda il nostro è spesso ai vertici delle classifiche), è un brano scritto da Jimmy MacCarthy (che è stato omaggiato di recente anche da Mary Black, che ha inciso un intero disco dell’autore inglese, di cui leggerete sul Blog a breve), reso proprio dall’irlandese nel corso degli anni, sera dopo sera, una di quelle sue splendide ballate, cantate con voce profonda e risonante, dove la voce della Keating e la elegante solista di Sinnott sono elementi portanti della canzone, ascoltata in religioso silenzio dal pubblico. Che può subito scatenarsi di nuovo nella giga salace e incontenibile, a tempo di banjo e percussioni, della divertente Joxer Goes To Stuttgart, ma poi nella perfetta alternanza veloce-lento arriva una splendida Black Is The Colour, un brano tradizionale che ricordo in una altrettanto bella versione di Luka Bloom, il fratello di Christy, quando si chiamava ancora Barry Moore, nel suo primo disco Treaty Stone, con il fratello che dalla sua ha anche la voce inconfondibile e ad alto tasso evocativo, come la canzone, impreziosita dal lavoro di mandolino, armonica e violino.

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https://www.youtube.com/watch?v=uYpgsPB-Bkw

Don’t Forget Your Shovel è un’altra di quelle canzoni che prevedono la partecipazione del pubblico in un crescendo inarrestabile; altra title track The Voyage, malinconica e mesta, con la chitarra di Sinnott che cesella note mentre la voce di Moore sale e scende con dolcezza. Delirium Tremens è un immaginifico ed ironico resoconto sulle gioie e i dolori, nonché sugli effetti, dell’alcol, sostanza che ha avuto un ruolo sostanziale anche nella musica e nella vita di Shane MacGowan, di cui Moore interpreta con rispetto e devozione la meravigliosa Fairytale Of New York in una versione deliziosa. Lisdoonvarna viene ironicamente annunciata come canzone partecipante all’Eurofestival, ma in effetti è una delle più carnali, “sporche”, divertenti, eccessive e travolgenti canzoni del songbook di Christy https://www.youtube.com/watch?v=_SVo9W4QM5A ; The Cliffs Of Doonen è la più vecchia del repertorio, la facevano già i Planxty, altra ballad calda ed avvolgente, subito bilanciata dalla “delirante” Weekend In Amsterdam, cantata accapella e con continui colpi di scena nella narrazione senza limiti di parola nel resoconto delle avventure del protagonista https://www.youtube.com/watch?v=ZI4W1CyPtT0 . Viva La Quinta Brigada è uno di quei brani sociali, politici, storici, epici e collettivi, che costellano la carriera del cantautore irlandese, cantata coralmente dal pubblico. Si riparte subito con il secondo CD: City Of Chicago è una radiosa canzone del fratello Luka Bloom che l’ha reincisa per il recente Refuge http://discoclub.myblog.it/2017/10/17/dal-suo-rifugio-irlandese-un-lavoro-vibrante-e-intenso-luka-bloom-refuge/ , melodia scintillante, con la fisarmonica che ne sottolinea il tessuto sonoro incantevole; Go Move Shift un brano meno noto di Ewan MacColl (quello di Dirty Old Town e The First Time I Ever Saw Your Face) è ciò nondimeno un’altra canzone di grande spessore, degna della migliore tradizione folk irlandese.

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https://www.youtube.com/watch?v=pJQP-ap88zs

Si rimane in questo ambiente melanconico e raccolto anche con la successiva suggestiva Nancy Spain, cantata ancora una volta in modo evocativo da Moore che si appoggia anche sullo struggente violino di Hayden e sulle armonie corali del pubblico. Torna l’acuto e divertito storyteller per l’intrigante Lingo Politico e poi si passa al puro irish folk di The Raggle Taggle Gypsy, altro pezzo da novanta del songbook di Christy Moore, come pure la successiva St. Brendan’s Voyage, nuovamente estratta da Ordinary Man, sempre tipica del canzoniere più fortemente evocativo e corale di questo splendido musicista. Un altro che scrive canzoni non male è Richard Thompson, di cui Moore riprende Beeswing, una delle sue ballate più belle, interpretata con grande passione https://www.youtube.com/watch?v=zglpXd0gpuA ; McIlhatton francamente non la ricordavo, un brano dedicato a Bobby Sands, noto attivista politico nordirlandese, a lungo nelle prigioni inglesi, una canzone ”affettuosa” e piena di riconoscenza, costruita attorno ad un’aria musicale popolare. Ulteriore brano mesmerico ed ipnotico è la delicata Bright Blue Rose, altro pezzo di Jimmy MacCarthy, con Declan Sinnott splendido alla acustica con botteneck e alla seconda voce; non è da meno la versione da manuale di If I Get An Encore, per certi versi la parafrasi dell’intero concerto e di tutta la carriera di Moore, che comunque ci regala ancora un paio di brani prima di congedarci: North And South (Of the River), scritta con Bono e The Edge,  a cui consiglierei di andarsi a risentire quando scrivevano delle belle canzoni (perché ne hanno scritte tante, in passato), con la solista di Sinnott di nuovo sugli scudi https://www.youtube.com/watch?v=i-EbThBjons  e per ultima The Time Has Come, una delle sue migliori in assoluto, scritta con Donal Lunny e che conclude in gloria questo splendido concerto (virtuale), tra i migliori del 2017.

Bruno Conti

Una “Suite” Di Diversi Orizzonti Sonori. Tom McRae – Ah, The World! Oh, The World!

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Tom McRae – Ah, The World! Oh, The World! – Buzzard Tree Records

Da qualche anno a questa parte, la produzione discografica di Tom McRae (diciamo a partire da The Alphabet Of Hurricanes) si sta muovendo verso orizzonti sonori più rarefatti http://discoclub.myblog.it/2015/06/28/il-miglior-disco-altro-tom-tom-mcrae-did-i-sleep-and-miss-the-border/ , coinvolgendo nella stesura della sua musica uno spazio per l’accompagnamento di un quartetto d’archi, e questo nuovo lavoro Ah, The World! Oh, The World! (titolo preso in prestito dal libro preferito di McRae, il Moby Dick di Hermann Melville), predomina una soffusa malinconia dell’autore su quello che accade nel mondo (tanto per cambiare  i temi sono sempre gli stessi, la Brexit e Donald Trump). La genesi di questo disco è avvenuta in due luoghi molto isolati: una vecchia casa al largo della Norvegia, e una baita sui monti Catskill nello stato di New York, con un risultato che alla fine Tom ha portato negli studi norvegesi e di New York e ha finalizzato attraverso l’utilizzo di diversi musicisti“area”, tra i quali Oliver Kraus al cello, Olli Cunningham all’organo e tastiere, Richard Hammond al basso, Dave Walsh ai piatti, Brad Gordon al trombone, Brian Wright alle chitarre, oltre naturalmente allo stesso McRae, valido polistrumentista al pianoforte e strumenti vari, per una sorta di “suite” della durata di circa 40 minuti di musica.

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https://www.youtube.com/watch?v=OyKsb_zcVuA

Precisiamo subito che i brani del periodo “norvegese” (la prima metà dell’album) a parere di chi scrive sono i più convincenti, a partire dalla bellezza straziante e surreale dell’iniziale Light A Fire In The Darkness, farci commuovere sulle note di un pianoforte con la dolcissima Show Them All, passando poi al non facile connubio archi e voci di una delicata Mend Your Heart, e agli arpeggi chitarristici. con in sottofondo il corno francese di Brad Gordon, di una tenue e sussurrata Forgive Me, Dear. Come detto la qualità scende leggermente a partire dalla title track Ah, The World! Oh, The World!, una sofferta litania che viene accompagnata da cori un po’ vistosi, per poi passare al breve lamento di una sconcertante Coyote, risollevarsi con una ballata tenue e voluttuosa come Never Time Enough, e la canzone più politica dell’album None Of This Really Matters, brano sopra la media per la sua carica emotiva, la strumentazione e il canto appassionato, e andare a chiudere con la breve e quasi recitativa Lucky Man, con in sottofondo una bella melodia sobria e minimale.

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https://www.youtube.com/watch?v=UXThzStPEGE

Con Ah, The World! Oh, The World!, Tom McRae è giunto all’ottavo album in studio della sua carriera, e chi lo conosce riconosce (scusate il bisticcio) che è sempre stato un’artista molto speciale, che ha prodotto e produce musica di altissimo livello (anche se non sempre di facile ascolto, come in questo caso), e questo nuovo lavoro, come già detto, è una specie di “suite” di canzoni da ascoltare come tale, un bel album suonato e cantato con il cuore, che deve essere ascoltato per la musica che contiene.Per chi scrive Tom McRae è senza alcun dubbio uno dei migliori cantautori britannici della sua generazione, e specialmente in questo ultimo lavoro sembra far rivivere le tensioni del grande Nick Drake, il risultato di Ah, The World! Oh, The World sarà solo merito (o demerito) di tutti quanti dovranno promozionare la sua musica, il buon Tom da parte sua ha già dato!

Tino Montanari

Dalla Scozia Energia “Celtic-Rock”! Mànran – An Dà Là – The Two Days

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Mànran – An Dà Là – The Two Days – Mànran Records

*NDB Come ogni tanto capita, siamo un po’ in ritardo sull’uscita, visto che è uscito un annetto fa circa, ma perché non parlarne comunque, se merita?

I Mànran, per chi già non li conoscesse, sono un sestetto scozzese apparso nel panorama musicale nel 2013 con l’ottimo The Test (puntualmente recensito all’epoca dall’amico Bruno http://discoclub.myblog.it/2013/09/22/gaelic-folk-rock-manran-the-test-5704913/ ), ma per dovere di cronaca, come ricordato in quel post, avevano esordito con l’album omonimo The Mànran nel 2011, e dopo quattro anni di tour e concerti pressoché costanti, tornano con questo “burrascoso” nuovo lavoro An Dà Là – The Two Days (deriva da una espressione “gaelica” indicativa di grande cambiamento), e nel loro caso si riferisce ai vari cambiamenti nelle “line-ups” del gruppo, e musicalmente in una ancora maggiore potenza nelle tracce strumentali, e in una incredibile energia che fluisce nei brani folk-rock. Va detto comunque che la musica non è cambiata di un millimetro, con canzoni che si basano sempre sulle radici tradizionali celtiche e influenze logicamente contemporanee, e vede l’attuale line-up composta dai membri storici Ewen Henderson al violino, highland pipes e voce, Ryan Murphy a wooden flute e uilleann pipes, Ross Saunders al basso e voce, Gary Innes alla fisarmonica, con l’inserimento di Craig Irving alle chitarre e voce, e Mark Scobbie alla batteria e percussioni, con un risultato che porta un tonificante “sound” che invita alla danza e quindi a muovere il piedino.

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https://www.youtube.com/watch?v=2slfyIUZ65s

Il brano iniziale è lo strumentale Fiasco, e incarna perfettamente l’approccio della band alla musica tradizionale, con largo uso di violino, highland pipes, uilleann pipes e wooden flute, mentre la seguente Trod è una bel brano danzante cantato in “gaelico”, che precede un altro brano strumentale come la “tiratissima” Inspector, per poi omaggiare il cantautore folk canadese (ma nato in Scozia) David Francey, con la bella Pandora, cantata con trasporto dalla voce principale del gruppo Ewen Henderson dopo l’uscita dal gruppo del vecchio cantante Norrie Maclver. Altro giro e altro strumentale in una danza frenetica come Parallels, dove il violino e la fisarmonica dettano il ritmo, mentre Autobahn parte con una lunga introduzione musicale prima di terminare con una elegia cantata in gaelico, seguita da una sorta di traduzione letterale-musicale di Fios (composta dal bardo William Livingston), su un tessuto sonoro dal ritmo tambureggiante, a cui fa seguito ancora un classico energico rock gaelico come Alpha, dove la band ci trascina in un vertice di voci, pipes varie e fisarmonica. Con Alone arriva la prima ballata dell’album, una cover di Ben Harper (cercatela su Live From Mars), cantata al meglio da Craig Irving, come pure la title-track An Dà Là – The Two Days, un’intrigante e struggente brano cantato in versione bilingue da Ewen, prima della sarabanda finale con due infuocate e frenetiche “jigs” come Strong e Hour, dove la band si esprime a livelli altissimi di talento individuale, con una sezione ritmica granitica guidata dal bravo Mark Scobbie.

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https://www.youtube.com/watch?v=9eQZu5a9jBw

I Mànran attualmente volano alto, non solo nella natia Scozia, ma in concerti e festival vari dove sono invitati, in giro per il mondo, merito, come detto, degli arrangiamenti trasversali e dell’abilità strumentale dei musicisti del gruppo espressa in ogni brano, e che ha nel suo sviluppo una varietà di temi sonori in modo che la musica prodotta conservi la freschezza della primaria stesura originale. Anche se non forse raggiungeranno i livelli di gruppi storici come Tannahill Weavers, Runrig, Wolfstone, Capercaillie, o anche dei poco conosciuti, ma bravi Rock, Salt & Nails, per il sottoscritto i Mànran rimangono nell’attuale panorama musicale folk celtico, un solido gruppo di riferimento per le vecchie e nuove generazioni, il tutto certificato anche dal fatto che in patria sono veramente famosissimi.

Tino Montanari