L’Ultima Colta Fatica Di Un “Cantautore Del Blues”! Eric Bibb – Migration Blues

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Eric Bibb – Migration Blues – DixieFrog/Ird

Eric Bibb non è un “semplice” cantante e chitarrista blues, è un cantautore del blues, uno che ha sempre dato importanza alla tradizione (per esempio con il recente Lead Belly’s Gold, realizzato in coppia con JJ Milteau http://discoclub.myblog.it/2015/10/11/vecchio-oro-zecchino-nuovi-minerali-blues-meno-pregiati-sempre-preziosi-eric-bibb-and-jj-milteau-lead-bellys-gold-live-at-the-the-sunset-more/ ), ma nella sua musica hanno altresì trovato posto le tematiche dei perdenti, degli sfruttati, dei poveri del mondo, e quindi era quasi inevitabile che prima o poi realizzasse un intero disco dedicato ai cosiddetti “rifugiati”, i migranti: le popolazioni che in giro per il mondo fuggono da guerre, carestie, fame, povertà, alla ricerca di un mondo migliore, spesso trovando la morte in questo tentativo. Ovviamente questa è solo una recensione e non un trattato sociologico e quindi non può entrare a fondo nell’argomento, che lascio a persone più preparate di me (spero) per sviscerarlo, ma mi sembrava giusto ricordarlo, visto che è l’assunto da cui parte questo album. Che nel suo ricco librettino, scritto in tre lingue, inglese, francese e tedesco, viene anche trattato con dovizia di particolari sulle canzoni contenute nel CD, e si apre con una dotta citazione dall’opera di Cicerone, che nel 46 prima di Cristo già diceva: “Essere ignoranti di quanto è avvenuto prima della tua nascita vuol dire rimanere sempre un bambino. Per questo quanto vale la vita umana, a meno che non sia intessuta nella vita dei nostri antenati dai ricordi della storia” (libera traduzione del sottoscritto).

Ma veniamo ai contenuti del disco: a fianco di Bibb, per questa nuova avventura, oltre al fido JJ Milteau all’armonica, questa volta troviamo l’eccellente musicista canadese (ma nato a South Bend, Indiana) Michael Jerome Browne, vincitore di vari premi in Canada e negli States (con nove album al suo attivo, quasi tutti per l’etichetta Borealis, e che vi consiglio di esplorare), nonché virtuoso (come Eric) di vari strumenti a corda, chitarre, soprattutto slide, banjo e mandolino, ma anche violino. Quindi un disco dalle sonorità scarne, quasi sempre acustiche, come è d’altronde caratteristica dei dischi di Eric Bibb, vedi anche il recente The Happiest Man In The World, dove oltre a Browne, c’era il grande Danny Thompson al contrabbasso. Si diceva del fatto che il nostro è un “cantautore” del blues e quindi è quasi ovvio che l’album contenga quasi tutte composizioni originali dello stesso Bibb, che comunque si lascia aiutare anche dai suoi compagni di avventura come autori, e sceglie un paio di cover d’autore che vediamo tra un attimo. L’album si apre con l’intensa (ma lo sono tutte le canzoni contenute in questo Migration Blues) Refugee Moan, con la splendida ed espressiva voce di Bibb, sostenuta dalla propria baritone guitar, dal fretless banjo di Browne e dall’armonica di Milteau, per una cruda narrazione del viaggio verso la Promised Land. Il secondo brano Delta Getaway, rievoca i ricordi dei vecchi del Mississippi sui loro pericolosi viaggi appunto dal Mississippi a Chicago, un brano dove si gusta la splendida resophonic slide di Browne e l’intervento della batteria di Olle Linder che aggiunge ritmo ad uno dei brani più “elettrici” di questa raccolta.

Diego’s Blues racconta il viaggio, negli anni ’20 del secolo scorso, di un inventato emigrante messicano verso il Delta del Mississippi per sostituire gli Afroamericani che stavano abbandonando le piantagioni, un eccellente folk-blues, solo la voce di Eric e la 12 corde di Browne, splendido. Prayin’ For Shore affronta l’argomento dei viaggi della speranza in barca nel Mediterraneo a noi tristemente noti, una canzone complessa, con la voce di supporto di Big Daddy Wilson, e la 12 corde amplificata di Jerome e l’armonica di Milteau che affiancano la sempre splendida voce di Bibb, per un brano dall’atmosfera sospesa ed intensa. Migration Blues è uno strumentale intricato, dove Bibb e Browne si sfidano con le loro 12 corde in modalità bottleneck.. Four Years, No Rain, scritta sempre per l’occasione da M.J. Browne, affronta il tema della carestia in un altro blues minimale e scarno, mentre We Had To Move racconta in una canzone la storia romanzata della famiglia di James Brown, un brano mosso e variegato, dove si apprezza il virtuosismo di Bibb al banjo. La prima cover è una magnifica rilettura di Master Of War di Bob Dylan, con la voce evocativa di Eric, sostenuta dal “minaccioso” fretless gourd banjo, che ricrea l’ambiente di uno dei capolavori dylaniani. Ancora le due chitarre duettanti di Bibb e Browne, per una sognante e delicata Brotherly Love e poi spazio per l’omaggio al cajun degli emigrati canadesi spinti verso la Louisiana, nello strumentale di MJ Browne La Vie Est Comme Un Oignon, per violino e armonica. With A Dolla’ In My Pocket è un country-blues elettrificato di nuovo di grande intensità, seguito da un altro dei monumenti della canzone americana come This Land Is Your Land di Woody Guthrie, che credo non abbia bisogno di presentazioni, bella versione. Una breve Booker’s Blues un vorticoso strumentale suonato sulla National di Booker White, e siamo al finale, Blacktop, un altro intenso blues di Browne, che questa volta la canta anche, con Bibb e Mornin’ Train, un tradizionale arrangiato da Eric Bibb, con la seconda voce della moglie Ulrika, brano che conclude a tempo di gospel/spiritual questo ottimo album del musicista di New York.

Bruno Conti

Un Viaggio Affascinante Lungo Le “Strade Per La Libertà”! Rhiannon Giddens – Freedom Highway

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Rhiannon Giddens – Freedom Highway – Nonesuch/Warner

Rhiannon è una divinità della mitologia gallese, o per i più prosaici una bellissima canzone scritta da Stevie Nicks per l’omonimo album dei Fleetwood Mac: ma è anche il nome di battesimo di una delle più interessanti voci espresse dalla musica americana roots, vogliamo dire folk-blues-gospel-bluegrass-soul, e lasciamo fuori qualcosa. Rhiannon Giddens, è la leader e fondatrice dei Carolina Chocolate Drops, band di old time e Americana music, al momento in pausa di riflessione, ma in teoria ancora attivi, non per nulla gli attuali altri tre componenti del gruppo appaiono tutti  in alcuni brani di questo Freedom Highway: Malcolm Parson, al cello, Hubby Jenkins al mandolino e banjo, e Rowan Corbett alle armonie vocali e percussioni (“ossa” per la precisione). Ma la Giddens, già da qualche anno ha intrapreso anche una carriera solista parallela, che fino ad ora ha fruttato un bellissimo album, Tomorrow Is My Turn, prodotto da T-Bone Burnett, e nominato per il Grammy categoria Folk nel 2015, oltre a due EP, e varie partecipazioni, tra cui le più significative, quella a Another Day, Another Time: Celebrating the Music of Inside Llewyn Davis, Look Again to the Wind: Johnny Cash’s Bitter Tears Revisited, e forse la più sostanziosa, insieme a Elvis Costello, Marcus Mumford, Taylor Goldsmith e Jim James a Lost on the River: The New Basement Tapes, l’album con i testi inediti di Dylan.

Nel frattempo ha lavorato alla preparazione di questo Freedom Highway, che a differenza del precedente, dove appariva un solo brano a firma della Giddens, contiene ben 9 brani della stessa, da sola o con altri autori, principalmente con il co-produttore dell’album, Dirk Powell, che suona anche una infinità di strumenti nell’album. Ci sono anche tre cover nel CD, e le vediamo tra un attimo, ma lasciatemi dire subito che l’album è molto bello, non si sente assolutamente la mancanza di Burnett, anzi. Ispirato dalle narrazioni degli schiavi nell’America del 1800, ma anche degli Afro-americani del secolo scorso, dalle marce per i diritti sociali degli anni ’60, nonché da quello che succede oggi nelle strade di Baltimore e Ferguson, il disco ha quindi un tema unitario di fondo a livello di testi, ma musicalmente è molto ricco e corposo e vario nelle sue inflessioni e influenze molto diversificate: che vanno dal folk-gospel cadenzato dell’iniziale At The Purchaser’s Option, uno dei brani dove si sente di più il suo banjo, affiancato comunque da due mandolini, un cello, ma anche da una sezione ritmica che scandisce il tempo, mentre la voce chiara, limpida e ridondante di Rhiannon Giddens, intona con timbro dolente tutte le nefandezze che venivano compiute ai danni gli schiavi di colore dai loro proprietari bianchi, nelle piantagioni dell’ottocento; a seguire il puro country-blues di The Angel Laid Him Away un brano di Mississippi John Hurt che viene riproposto nella classica formula del bluesman nero, solo una voce e una chitarra acustica.

Torna il banjo pizzicato ad aprire Julia, caratterizzata da una rara, anzi direi unica, apparizione del violino, suonato da Powell, mentre il ritmo è scandito anche dal basso, per un brano che si avvicina molto ad  un’altra delle grandi passioni della Giddens, il folk celtico, rivisitato in questo reel molto rigoroso che ricorda il suono dei primissimi Steeleye Span. La successiva Birmingham Sunday è una delle canzoni più belle di questo album: scritta dal grande Richard Farina nell’epoca delle marce civili e delle canzoni di protesta, si avvale di un arrangiamento splendido, un pianoforte apre la melodia, entra subito un organo Hammond suonato da Eric Adcock, l’elettrica di Powell, percussioni varie e un coro maestoso che caratterizza questa sontuosa gospel soul ballad, costruita su un crescendo lento ma inarrestabile, con Rhiannon che ci regala una delle interpretazioni vocali più intense del disco. Molto bella anche Better Get It Right The First Time, scritta dalla Giddens e da Powell, con l’aiuto del nipote di Rhiannon, Justin Harrington, che nella parte centrale del brano intona un rap, per una volta usato in modo proficuo, accentua anziché distrarre o volere essere protagonista in modo inutile, anche il resto dell’arrangiamento è incalzante, con l’uso di una ampia sezione fiati, la chitarra di Powell che fa il Pop Staples della situazione e un call and response di grande efficacia con le altre voci utilizzate. We Could Fly potrebbe essere quasi una canzone della Joan Baez anni ’60, la voce sempre potente e limpida, sorretta solo da una chitarra acustica e da una elettrica appena accennata, con Lalenja Harrington (altra nipote?) voce di supporto, mentre Hey Bébé si avvale di un banjo pizzicato, una tromba con la sordina, Alphonso Horne, una batteria spazzolata, per un tuffo nelle strade di New Orleans, e una incursione nel dixieland (e comunque l’album è stato registrato ai Breaux Bride Studios situati a due passi, in Louisiana), la voce è più “birichina” e disincantata.

Molto intensa anche Come Love Come la storia di una giovane schiava che perde entrambi i genitori, ma trova un uomo che starà al suo fianco nella ritrovata libertà, con una musica incentrata attorno all’elettrica “acida” di Powell, un doppio banjo pizzicato, la sezione ritmica quasi marziale, per uno splendido ed intenso blues dove si apprezzano anche le armonie vocali di Rowan Corbett, quindi un brano dove appaiono gli attuali Carolina Chocolate Drops al completo, visto che c’è anche il cello di Parson. Altro brano con chiare influenze New Orleans è l’eccellente The Love We Almost Had, scritta con Bhi Bhiman, ottimo cantautore di St. Louis (ma dalle chiare ascendenze dello Shri Lanka, da cui provengono i due genitori) http://discoclub.myblog.it/2012/09/09/un-musicista-dallo-sri-lanka-questo-mancava-bhi-bhiman-bhima/ , con cui la Giddens aveva già collaborato in passato e di cui di nuovo tra un attimo, interessante comunque l’interagire tra il mellifluo soprano di Rhiannon, la tromba di Horne e il piano di Powell. Baby Boy prevede la presenza del cello con archetto e delle armonie vocali della vecchia compagna di avventure nei CCD Leyla McCalla, che duetta con il banjo e la voce della Giddens, che si intreccia anche con quella di Lalenja Harrington, per un brano che ricorda una ninna nanna molto “buia” e pessimista, per quanto affascinante nella sua crudezza. Following The North Star, solo con il banjo e le “ossa” di Corbett, è un breve strumentale che ci introduce ad un altro dei pezzi forti dell’album, una versione magistrale del classico degli Staples Singers Freedom Highway, ‘un’altra canzone di protesta che è però sorretta anche da un impianto gospel soul incalzante, con la voce duettante di Bhi Bhiman, anche alla chitarra elettrica, la voce solista alla Mavis Staples di Rhiannon Giddens, hammond e wurlitzer che se la battono con i fiati, soprattutto la tromba scatenata, per circondare le voci “esultanti” dei due protagonisti. E visto che i salmi finiscono in gloria così pure è il caso per questo ottimo Freedom Highway. Esce venerdì 24 febbraio, fatevi un appunto.

Bruno Conti

Un Grande Narratore Alt-Country “Da Salotto”! Otis Gibbs – Mount Renraw

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Otis Gibbs – Mount Renraw – Wanamaker Recording Company

Questo signore, Otis Gibbs (cantautore dell’Indiana, ma anche fotografo e pittore), da qualche anno è stato “sponsorizzato, ”sia dal sottoscritto e prima dall’amico Bruno, su queste pagine, con le recensioni dei precedenti lavori Joe Hill’s Ashes (10) http://discoclub.myblog.it/2010/04/06/le-ceneri-di-joe-hill-otis-gbbs/ , Harder Than Hammered Hell (12) http://discoclub.myblog.it/2012/03/21/dopo-joe-hill-s-ashes-il-nuovo-album-di-otis-gibbs-harder-th/ , e il più recente ottimo Souvenirs Of A Misspent Youth (14), trovando una certa “nicchia” di lettori interessati http://discoclub.myblog.it/2014/08/02/ricordi-gioventu-hobo-otis-gibbs-souvenirs-of-misspent-youth/ . Il buon Otis, in occasione del suo 50° compleanno, ha pensato di registrare nel suo salotto di casa questo nuovo lavoro Mount Renraw (dal nome della località dove è avvenuto il tutto), invitando solamente i suoi fidati “pards” Thomm Jutz alle chitarre e Justin Moses al violino, con il tecnico del suono Alex McCollough, e con la presenza rassicurante della compagna Amy Lashley, per un album molto intimo, con la scarna strumentazione (violino e chitarra) appena ricordata, per una musica comunque sempre di qualità e con testi (come di consueto) intelligenti.

I “festeggiamenti” casalinghi si aprono con l’iniziale Ed’s Blues (Survival), dove la voce è quella solita roca e sofferta, accompagnata dal sublime violino di Moses, mentre la seguente Bison (un triste racconto sullo sterminio dei bisonti), sembra rubata dal repertorio del compianto Johnny Cash, passando per la narrazione di una epica Great American Roadside, raccontando storie vere come Sputnik Monroe (mitico lottatore americano di Memphis), un brano che piacerà sicuramente al buon Billy Bragg, e chiudere la prima parte con la bella ballata Empire Hole, dove la voce di Otis scalda cuore e anima.

Dopo una fetta di torta e del buon vino californiano, la combriccola “festaiola” riparte con la dolce melodia di Blues For Diablo, sulle note di uno straziante violino, il folk-blues “dylaniano” di 800 Miles, per poi passare ad una scarna e tenue Copper Colored Fools, scritta con la sua amata compagna di vita Amy Lashley, entrare nuovamente nella sua sfera personale con Kathleen (il suo primo amore di gioventù), per poi passare alle atmosfere “Appalachiane/Irlandesi” di una struggente Lucy Parsons, e chiudere con il bilancio dei suoi primi cinquant’anni con una country-ballad riflessiva come Wide Awake. Seguendo il percorso di “songwriters” come Woody Guthrie, Pete Seeger e Phil Ochs, i testi di Gibbs come sempre sono diretti ed espliciti con sfumature politiche che raccontano di “losers” e disperati, sia in questo Mount Renraw come in tutte le sue precedenti raccolte.

Otis Gibbs (per chi scrive) è un magnifico narratore di storie, un vero “folksinger” (ed è fiero di esserlo) che non vuole innovare, ma solo proporre la sua musica, un personaggio che scrive canzoni meravigliose, cantandole con una voce aspra e vera come poche (a tratti ricorda quella di Steve Earle), perfetta per le sue ballate dal suono “rurale”, su tematiche che si riscontrano attraversando l’America. Questo autentico outsider vive da anni in cima ad una grande collina dalle parti di Nashville, con vicini di casa artisti, scrittori e soprattutto “disadattati”, un “lupo solitario” che se avrete la costanza di cercare e ascoltare i suoi dischi vi incanterà, e mi auguro, anche se ho forti dubbi, che questo ultimo lavoro Mount Renraw, lo possa portare all’attenzione di un pubblico appena più ampio, un giusto riconoscimento che il suo talento merita!

Tino Montanari

Più Che Un Disco, Una (Splendida) Operazione Culturale! Artisti Vari – Roll Columbia: Woody Guthrie’s 26 Northwest Songs

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VV.AA. – Roll Columbia: Woody Guthrie’s 26 Northwest Songs – Smithsonian Folkways 2CD

Nel 1941 l’America si stava risollevando a fatica da un decennio tremendo, conseguente alla crisi finanziaria del 1929 ed al periodo conosciuto come Grande Depressione (ed era imminente, anche se chiaramente non lo si sapeva ancora, l’ingresso in guerra in seguito all’attacco del Giappone a Pearl Harbor, che avverrà nel Dicembre di quello stesso anno): era un periodo di duro lavoro e di ricostruzione, ed una parte fondamentale del processo era ridare un po’ di ottimismo alla popolazione. Una delle iniziative mirate appunto a pubblicizzare i grandi sforzi che venivano fatti, fu l’incarico che la Bonneville Power Administration diede al famoso folksinger Woody Guthrie, incarico che consisteva nello scrivere una serie di canzoni atte a commentare un documentario sulla costruzione di dighe e centrali idroelettriche lungo il fiume Columbia, il più importante corso d’acqua della zona nord-ovest del Pacifico (che nasceva in Canada, nella British Columbia, e si gettava nell’oceano dopo aver attraversato gli stati di Washington ed Oregon). E Woody, già affermato songwriter, affrontò il lavoro con grandissima dedizione e professionalità, scrivendo la cifra record di ben 26 canzoni in 30 giorni (e, almeno per un mese, rappresentò il paradosso di un cantautore noto per essere contro il sistema che però allo stesso tempo lavorava per l’amministrazione federale, un vero uomo di lotta e di governo…), canzoni alcune delle quali sono entrate di diritto tra i suoi classici, come Pastures Of Plenty, Roll On, Columbia, Roll On e The Grand Coulee Dam (dal nome della più famosa tra le dighe costruite).

Oggi, a 75 anni da quell’evento, la leggendaria Smithsonian Folkways (mi tremano quasi le mani solo a pensare che nel 2017 sto recensendo un disco pubblicato da loro) ha preparato questo meraviglioso doppio CD intitolato Roll Columbia: Woody Guthrie’s 26 Northwest Song, un progetto che, anche se copertina e titolo potrebbero far pensare ad una raccolta di Guthrie, è in realtà un tributo a quelle 26 canzoni, da parte di tutta una serie di musicisti che hanno attinenza con la zona geografica in questione, sia che ci siano nati sia che ci risiedano. E l’album è davvero splendido, uno showcase lungo 104 minuti per un totale di 28 tracce (un paio di brani hanno l’onore di due differenti versioni, Pastures Of Plenty e Jackhammer Blues), nel quale una lunga serie di artisti al 95% di estrazione folk paga un sincero e sentito tributo Woody ed al magnifico risultato di quel temporaneo incarico da parte del governo: canzoni di lavoro e di fatica, ma anche di speranza per un futuro migliore, un’opera che, oltre che musicale, ha anche un profondo significato culturale e didattico (e sarebbe interessante conoscere le reazioni dei giovani di oggi al fatto che in quegli anni si scrivessero canzoni che parlavano di dighe e centrali elettriche). Brani che rispondono a titoli quali Oregon Line, Eleckatricity And All, Portland Town To Klamath Falls, Guys On The Grand Coulee Dam, Hard Travelin’ (altro pezzo molto noto), Columbia Waters, Mile And A Half From The End Of The Line, titoli che oggi sarebbero inimmaginabili per le canzoni contemporanee.

L’operazione, oltre ad essere benemerita dal punto di vista culturale, lo è anche da quello più strettamente musicale, in quanto si è scelto di coinvolgere artisti molto poco noti o praticamente sconosciuti, ma che hanno affrontato la prova con grandissimo rispetto e riproponendo le sonorità pure dell’epoca, solo con l’utilizzo delle chitarre acustiche e qualche volta di un banjo o un violino (e solo in un paio di brani la chitarra elettrica, ma senza mai l’uso della sezione ritmica): gli unici nomi un po’ più conosciuti sono quelli del grande David Grisman (e della moglie Tracy), della cantautrice folk Martha Scanlan, dell’ex chitarrista dei R.E.M., Peter Buck (e del suo compare nel Baseball Project, Scott McCaughey), di John Moen, componente dei Decemberists e del banjoista e chitarrista Tony Furtado. Gli altri partecipanti sono meno o per niente noti, ma non per questo meno bravi: Kristin Andreassen, Cahalen Morrison, i Timberbound, Jon Neufeld, Joe Seamons (anche produttore con Neufeld del lavoro, ed autore delle dettagliate liner notes nel bellissimo libretto di 44 pagine accluso al doppio CD), tanto per fare qualche nome. Un valido esempio per capire l’onestà di intenti del progetto è la presenza di Michael Hurley, che apre il lavoro con la prima delle due Pastures Of Plenty, un folksinger coetaneo di Bob Dylan e Joan Baez ed appartenente al folk revival del Greenwich Village nei primi anni sessanta, ma che già all’epoca stava nelle retrovie (ed infatti non so quanti di voi lo abbiano mai sentito nomimare, pur essendo titolare di una vasta discografia).

Non è il caso di fare una disamina canzone per canzone, ma non per pigrizia (anzi, avrete notato che se c’è da dilungarsi non mi tiro di certo indietro), bensì perché questo è un songbook che va goduto per intero, e non c’è un solo momento di stanca o un’interpretazione che sia meno che ottima, sia che si tratti di una ballata drammatica, che di un pezzo più vivace e disimpegnato, o ancora di un talkin’ blues. Woody aveva inciso per il documentario solo 17 delle 26 canzoni scritte, alcune le aveva registrate in seguito, altre le aveva lasciate solo con il testo (ad esempio, Lumber Is King è stata musicata nientemeno che da Pete Seeger, e solo nel 1987): qui invece non c’è frammentarietà, solo purezza, amore e cultura, oltre ad una spiccata capacità di intrattenere anche da parte dei musicisti meno blasonati tra quelli coinvolti (vale a dire quasi tutti).

Se Manzoni prima di scrivere I Promessi Sposi era andato a “sciacquarsi i panni in Arno”, questo Roll Columbia si può paragonare ad un bagno di purificazione nelle acque del fiume Columbia (e dove se no?): so che siamo solo a Febbraio e definirlo disco folk dell’anno può sembrare prematuro, ma sono certo che a Dicembre non avrà perso molte posizioni.

Marco Verdi

Dopo Due Decadi Sono Ancora In Ottima Forma! Solas – All These Years

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Solas – All These Years – THL Records

Questo disco è uscito lo scorso anno (in occasione del ventennale della band) a distanza di quattro anni dall’ottimo Shamrock City, e come sempre (anche se in ritardo, ma è di difficile reperibilità, venduto solo da loro) se il disco merita ne parliamo. All These Years è il dodicesimo album dei Solas, che si presentano con l’attuale “line-up” del gruppo composta ancora dai membri fondatori Seamus Egan (flauto, banjo, chitarre, bodhran, mandolino), Winifred Horan (violino e voce) che costituiscono la spina dorsale del gruppo, senza dimenticare i membri di lunga data come Eamon McElholm (chitarre, tastiere. piano e voce), Mick McAuley (fisarmonica e voce), e la nuova entrata la brava Moira Smiley (banjo e voce), con la partecipazione di alcuni membri storici del passato, a partire dalla storica cantante Karan Casey,ma anche John Doyle, John Williams, Donal Clancy, Deirdre Scanlan, Mairead Phelan, Noriana Kennedy, e Niamh Varian Barry, a confermare che sono stati (e lo sono ancora oggi) uno dei gruppi più influenti nella storia della musica irlandese (anche se ufficialmente si sono formati in America).

La prima traccia del lavoro, lo strumentale e vivace Roarie Bummlers, è l’ennesimo esempio della capacità della band di riuscire a fondere magistralmente stili vecchi e nuovi, pezzo a cui fa seguito un brano tradizionale Standing On The Shore , una ballata morbida cantata al meglio e accompagnata dagli archi, presenti pure nella bellissima e struggente Lay Me Down, eseguita solo piano e voce da Moira e dal violino della signora Horan,  per poi tornare ad un medley di “jigs” con i tradizionali Lucy Locket’s / The Quiet Pint / The Sleepy Sailors. Si riparte con un altro brano tradizionale Wandering Aengus, con la voce solista di Noriana Kennedy inserita su un intrigante tessuto “bluegrass”, andando poi a ripescare un brano del gruppo sixties americano come gli Youngbloods, con una suntuosa cover di Darkness Darkness, farci muovere il piedino con il valzer di Lost In Quimper e i danzanti “reels” Unnamed Shetland Reel / Da New Rigged Ship. Uno dei punti più alti del disco è sicuramente la magnifica e tragica ballata repubblicana (racconta la morte di un giovane ribelle) Padraig Og Mo Chroi, raccontata dalla soave voce della brava Deirdre Scanlan e arrangiata con il tradizionale suono irlandese; seguita da due cover di “signore” del folk americano, una Not Alone della nota Patty Griffin, cantata con la solita maestria da Karan Casey, e una dolce e sussurrata Little Bird Of Heaven della meno nota, ma altrettanto brava, Martha Scanlan interpretata da Mairead Phelan, a cui fa seguito una fantastica “jig” Mr. And Mrs. Walsh.

L’ultima parte dell’album comprende una classica “Appalachian song” come As I Went Out Walking dove spiccano ancora la voce della Smiley e il magico  violino della Horan, seguita dal vecchio tradizionale Willie Moore (un’altra tragica storia di amore e omicidio), che si avvale della voce di Niamh Varian Barry, omaggiare la grande Bothy Band (storica formazione irlandese degli anni ’70) con una versione corale di Sixteen Come Next Sunday, e concludere con il bel valzer strumentale firmato da Seamus Egan All These Years, un degno e struggente finale con il violino di Horan a duettare con il piano di Egan.

A distanza di vent’anni dal loro esordio nei fumosi pub irlandesi di New York, i Solas sono ancora in pista ad alimentare la passione per la loro musica (nonostante i vari cambi di formazione),  a dimostrare che la musica “celtica” oggi è un linguaggio universale come il rock, la classica, il jazz, e il ripetuto ascolto di questo All These Years (che miscela tradizionale e moderno con riuscite cover), dà la netta sensazione che vecchi amici sono tornati insieme per fare ancora una volta grande musica, che parte principalmente dal cuore e dall’anima. Per quelli che sono stati “fans” dei Solas nel corso degli anni (come chi scrive), semplicemente questa è la migliore musica “tradizionale” irlandese, suonata da una delle migliori band “tradizionali” irlandesi in giro per il mondo.

Tino Montanari

Una Doverosa Appendice Al Cofanetto! 1: Bert Jansch – Live In Australia

bert jansch live in australia

Bert Jansch – Live In Australia – Earth CD

Questo CD, come suggerisce il titolo del post, è quasi indispensabile se vi siete accaparrati, o avete deciso di farlo, il recente box di Bert Jansch Living In The Shadows, contentente tre album incisi dal grande musicista scozzese negli anni novanta, con l’aggiunta di un quarto CD di inediti http://discoclub.myblog.it/2017/02/03/gli-anni-novanta-di-un-grandissimo-musicista-bert-jansch-living-in-the-shadows/ (ed il numero uno nel titolo dell’articolo preannuncia un secondo post dedicato al nuovo live di Francesco De Gregori Sotto Il Vulcano, ideale completamento del box riepilogativo della carriera Backpack): perfino la copertina, praticamente identica a quella del cofanetto quadruplo, suggerisce che in realtà Live In Australia è da considerarsi il quinto CD dell’operazione. Ma attenzione, se possedete già Downunder, live di Jansch uscito nel 2001 (ed ora fuori catalogo), non comprate questo album, in quanto è esattamente lo stesso concerto (registrato al Continental Cafe di Melbourne nel 1998), solo in una veste migliore, completamente rimasterizzato, e, come per il box, con le esaurienti note dell’esperto giornalista irlandese Colin Harper, anche se senza la benché minima bonus track.

Se non avete l’edizione del 2001, questo CD è invece (a mio parere) da avere, primo perché gli album live di Jansch non abbondano, ma soprattutto in quanto vedono il nostro, in forma smagliante, affrontare i quindici brani inclusi con la classe e raffinatezza che tutti gli conosciamo, ma senza lasciare in secondo piano la sua eccezionale abilità di chitarrista acustico. Una performance scintillante quindi, durante la quale Bert è coadiuvato (e non sempre) da appena due musicisti, Pete Howell al basso e Ian Clarke alle percussioni, in modo da lasciare in primo piano la sua splendida chitarra e la sua voce forse non bellissima ma particolare e unica. Se pensate che ci siano anche brani dei Pentangle rimarrete delusi, in quanto Bert si concentra su classici della tradizione, qualche cover (da lui comunque già incisa in passato) e diversi pezzi scritti di suo pugno: il CD inizia proprio con due cover, la tenue e delicata Blues Run The Game (di Jackson Frank, incisa tra gli altri da Sandy Denny, Nick Drake e dall’ex pard John Renbourn, mentre la versione originale di Bert è del 1975) ed il blues sopraffino Come Back Baby (scritto da Walter Davis e conosciuto per la versione di Ray Charles, mentre quella di Bert risale al 1967), subito seguiti dalla tersa e cristallina Lily Of The West, un noto traditional la cui versione in studio fa parte del CD di inediti del recente box.

Ben sei dei brani del concerto sono tratti da Toy Balloon, l’album di Jansch uscito lo stesso anno di questa serata, tra i quali alcuni davvero bellissimi come Paper Houses, poesia folk allo stato puro, e la fluida Born And Bred In Old Ireland, scritta dal nostro ma che sembra un pezzo tradizionale. Ci sono addirittura due canzoni in anteprima da Crimson Moon, album che Jansch pubblicherà nel 2000, e cioè l’intensissima My Donald (dopo un po’ non farete caso alla strumentazione ridotta al’osso, rapiti come sarete dal fraseggio chitarristico) e l’avvolgente strumentale Downunder, scritto apposta per questo tour australiano. Infine, meritano senz’altro una citazione la solare Strolling Down The Highway, o la limpida Angie, in cui il nostro lascia il pubblico a bocca aperta (non è il noto successo dei Rolling Stones, ma uno strumentale composto da Davy Graham con il titolo originale di Anji, lo hanno rifatto anche Simon & Garfunkel), o ancora lo splendido traditional The Curragh Of Kildare, perfettamente nelle corde dell’ex Pentangle.

Non c’è molto altro da dire, se non mettere il CD nel lettore e lasciar fluire la musica di questo straordinario artista, mai troppo apprezzato in vita.

Marco Verdi

Un Tuffo Nella Folk Music Più Pura Da Parte Di Un Arzillo “Giovanotto” In Gran Forma! Tom Paxton – Boat In The Water

tom paxton boat in the water

Tom Paxton – Boat In The Water – Pax CD

Tom Paxton, grande cantautore appartenente alla golden age del folk revival (i primi anni sessanta), alla bella età di 79 anni non ha ancora voglia di appendere la chitarra al chiodo: anzi, dal 2015, anno in cui è uscito il discreto Redemption Road, ha ripreso ad incidere con continuità, e non rifacendo vecchi standard, bensì scrivendo nuove canzoni. Songwriter da sempre puro e dalla vena gentile, Paxton non ha avuto una popolarità longeva, ma ha vissuto il suo momento di gloria attorno al 1964, anno in cui ha inciso The Last Thing On My Mind, in assoluto il suo brano più celebre, diventato negli anni un vero e proprio standard folk, ripreso da decine di artisti di varia estrazione (da Joan Baez a Johnny Cash, passando per i Move, Willie Nelson, Sandy Denny e Marianne Faithfull). Comunque Tom nel corso della sua carriera ha scritto diverse altre belle canzoni, e non ha mai smesso di inciderle, pur fregandosene dei dati di vendita, ma solo per il piacere di fare musica e di poterla suonare in pubblico. Boat In The Water arriva sorprendentemente vicino a Redemption Road, e ad un primo attento ascolto è anche meglio: Tom è in ottima forma, sia dal punto di vista vocale che da quello della scrittura, e ci presenta dieci brani nuovi di zecca scritti da solo o con alcuni partner fidati (Jon Vezner, Pat Alger e Don Henry), aggiungendo tre rifacimenti presi dal suo vastissimo catalogo (tra studio e live questo è il suo sessantatreesimo album, quindi il materiale non gli manca di certo).

Per far risaltare al meglio la purezza delle melodie, Tom ha scelto arrangiamenti essenziali e diretti: niente batteria (solo una percussione in un pezzo), e solo lui e Vezner con le loro chitarre, il basso di Ralph Gordon e ben due signore, Marcy Marxer e Cathy Fink, che oltre a produrre il lavoro impreziosiscono le canzoni con una bella serie di strumenti a corda, aggiungendo le loro voci in sottofondo. Puro folk quindi, con qualche accenno di country e bluegrass, quasi una pickin’ session dal sapore tradizionale, anche se con tutti brani originali. La title track dà subito la misura di quello che è il disco, un delizioso folk-grass dalla melodia pura ed immediata, con il banjo a fungere da solista e la voce del nostro in palla nonostante le molte primavere. Con The Last Hobo, se non fosse per il timbro vocale comunque invecchiato e per la limpidezza della registrazione, sembrerebbe un salto indietro di più di cinquant’anni, quando la folk music muoveva le masse (ed entrava anche in classifica), mentre The First Thing I Think Of è una toccante ballata con accompagnamento scarno ma dalla grande intensità; molto bella anche Life, leggermente più strumentata (c’è anche una percussione discreta) e con un motivo limpido e solare, che testimonia la voglia di Paxton di fare ancora musica di spessore.

Eleanor’s Song ha un approccio più cantautorale, ma torniamo subito su territori più prettamente folk con la squisita Hitch To My Gitalong (sembra davvero un brano della tradizione) e con Outward Bound, la prima ed anche la più nota tra i pezzi rifatti, splendida e con il sapore dell’epoca d’oro del folk, quando la Folkways e la Vanguard erano le etichette discografiche più cool. A Daughter In Denver è invece nuova, ma lo stile e l’atmosfera sono decisamente vintage, l’intensa Ev’ry Time è forse fra tutti il pezzo che più profuma d’antico (e lo è, essendo del 1965), mentre It’s Too Soon è semplicemente bellissima, pura ed incontaminata (a me ricorda vagamente Four Strong Winds, il classico di Ian Tyson). Il CD si chiude con il vivace bluegrass Home To Me, il più recente dei brani riletti (è del 1979), con la Fink alla voce solista, la pianistica Christmas In Shelter, al limite del commovente, e la dolcissima ninna nanna folk Dream On Sweet Dreamer. Un disco che rispecchia in pieno quella che è stata la carriera di Tom Paxton: gentile, raffinato, piacevole, ma anche intenso e profondo.

Marco Verdi

Gli Anni Novanta Di Un Grandissimo Musicista! Bert Jansch – Living In The Shadows

bert jansch living in the shadows

Bert Jansch – Living In The Shadows – Earth 4CD (4LP) Box Set

Bert Jansch, leggendario cantautore e chitarrista scozzese scomparso nel 2011, è stato ultimamente soggetto di una rinnovata attenzione da parte delle case discografiche, che hanno ristampato alcuni dei suoi lavori da solista, oltre che, pochi mesi fa, lo splendido Finale, cronaca in due CD dell’ultima reunion della formazione originale dei Pentangle (lo storico gruppo folk inglese che gli ha dato la fama), avvenuta nel 2008 http://discoclub.myblog.it/2016/11/06/supplemento-della-domenica-lultimo-atto-straordinaria-carriera-pentangle-finale/ . Da pochi giorni è uscito questo bellissimo box di quattro CD (ma esiste anche in quadruplo vinile) intitolato Living In The Shadows, che prende in esame quasi tutto ciò che fu inciso da Bert negli anni novanta, aggiungendo un ghiotto dischetto completamente inedito. (NDM: la benemerita Earth, responsabile del cofanetto, ha in uscita anche Live In Australia, ristampa di un eccellente concerto già uscito qualche anno fa con il titolo di Downunder, mentre circolano voci insistenti che più avanti nel 2017 dovrebbe uscire un box con tutti gli album del periodo “classico” dei Pentangle, con più di due ore di musica inedita, staremo a vedere).

bert jansch living in the shadows frontbert jansch live in australia

Gli anni novanta videro un ritorno di interesse verso la figura di Jansch, dopo che gli ottanta erano stati parecchio difficili (Bert, oltre a soffrire del disinteresse tipico di quella decade nei confronti dei musicisti che avevano fatto la storia, ebbe anche vari e serissimi problemi di salute), non certo sottoforma di vendite milionarie, in quanto il nostro è sempre stato un artista di culto, ma un parziale riscatto questo sì, ed anche i suoi album venivano promossi e distribuiti in maniera più professionale. Lui, per contro, non cambiò una virgola del suo suono, continuando a proporre le sue canzoni folk acustiche e raffinate, contraddistinte da una capacità chitarristica fuori dal comune (è stato uno dei virtuosi dello strumento tra i più influenti) ed una ritrovata ispirazione. I tre dischi inclusi in questo box, The Ornament Tree (1990), When The Circus Comes To Town (1995) e Toy Balloon (1998), non sono tutto ciò che il nostro ha prodotto nella decade (manca stranamente un altro album del 1990, Sketches, inciso in Germania con musicisti locali e prodotto dall’ex compagno nei Pentangle Danny Thompson, oltre a tre album, due studio e un live, con una versione riformata della sua vecchia band nella quale però gli unici membri originali erano lui e Jacqui McShee), ma direi che è più che sufficiente per lasciarsi deliziare dalla sua musica.

Il box, curato in collaborazione con il figlio di Bert, Adam, è elegante, in forma di libro (sullo stile delle ristampe dei Jethro Tull), con una sorta di cronistoria del periodo trattato a cura del noto giornalista irlandese Colin Harper, anche se mancano completamente, e questa è una pecca, informazioni su musicisti, sessions di registrazione, testi, e perfino foto del nostro: riguardo a chi suonava, posso dire che troviamo gente magari non famosissima, ma di sicura capacità, come il bassista Nigel Portman Smith, la compianta cantante e flautista Maggie Boyle, il di lei marito songwriter e anche lui chitarrista Steve Tilston e, unici un po’ più noti, il sassofonista Pee Wee Ellis, già al servizio di James Brown e Van Morrison, e l’ex batterista dei Dire Straits, Pick Withers, oltre a Liam Genockey, ex degli Steeleye Span, sempre alla batteria. The Ornament Tree, se si esclude la deliziosa ballata Three Dreamers, è esclusivamente composto da brani tradizionali irlandesi e scozzesi, un disco puro e raffinato che parte con la title track, che vede solo Bert in compagnia della sua splendida chitarra e della sua voce particolare, seguita a ruota da The Banks O’Sicily, con un drumming quasi marziale ed un bellissimo flauto. L’album ha punte di eccellenza assoluta, come la delicata The Rambling Boys Of Pleasure, una folk song purissima suonata con classe eccelsa, la popolare The Rocky Road To Dublin, eseguita in maniera strepitosa, un piccolo capolavoro, la notevole Ladyfair, una goduria per le orecchie, grazie alla fusione di chitarra, violino e whistle, per finire con la stupenda (siamo al primo CD e sono già a corto di aggettivi) Tramps & Hawkers, altro brano folk in purezza.

When The Circus Comes To Town, che invece vede quasi solo pezzi originali (ma Jansch aveva la capacità di scrivere una canzone e farla sembrare un traditional vecchio di secoli), è ancora meglio del suo predecessore, con lo stile del nostro che non cambia di una virgola ma che lo vede ispirato quasi ai livelli degli anni sessanta. Un album formidabile, difficile citare un brano piuttosto che un altro, ma come non menzionare la splendida Open Road, con una performance chitarristica da urlo ed un’atmosfera di grande pathos, o la cristallina Back Home, pura poesia folk (qui con l’aiuto di una sezione ritmica discreta), o ancora la guizzante Summer Heat, dove Bert è l’unico chitarrista ma sembrano in tre. E troviamo perfino un blues elettrico intitolato Steal The Night Away, una meraviglia, quasi come se lo scozzese fosse in realtà un bluesman del Delta in incognito.

Anche Toy Balloon è un gran bel disco, quasi ai livelli del precedente, e con alcune soluzioni ritmiche diverse dal solito e qualche brano più arrangiato. Tutti i pezzi sono di Bert, a parte una magistrale rilettura del noto traditional She Moved Through The Fair: Carnival ha un pathos eccezionale pur nella sua essenzialità, All I Got è un folk-blues strepitoso, con la sezione ritmica che fa addirittura muovere il piedino, mentre Bett’s Dance è un formidabile strumentale per sola chitarra (forse solo John Fahey era a questi livelli, e forse anche Leo Kottke). E poi la raffinata Hey Doc, ancora sfiorata dal blues, la sorprendente ed elettrica Sweet Talking Lady, quanto di più vicino al rock’n’roll il nostro abbia inciso (e con Ellis protagonista al sax), subito bilanciata dalla pura e tersa Paper House.

E veniamo al quarto CD, quello di inediti, sotto intitolato Picking Up The Leaves: ci sono diversi demos ed alternate takes dai tre dischi precedenti (soprattutto dal secondo), non di certo inferiori ai brani effettivamente pubblicati, ma anche canzoni mai sentite prima, come la complessa (con qualche falsa partenza) Another Star, la fluida Little Max, l’intima Merry Priest (decisamente bella) e l’intensissima Lily Of The West, un traditional molto popolare (l’ha fatta anche Dylan). Ma l’highlight assoluto del CD, e forse del cofanetto, sono i due strumentali senza titolo posti in chiusura, nei quali Bert ritrova l’antico compagno di chitarra John Renbourn, per un duetto straordinario nel quale i due pickers (termine riduttivo) danno il meglio di loro stessi, in un’atmosfera rilassata e distesa: non dico che questi due pezzi da soli valgono la spesa del box, ma una buona percentuale forse sì.

A meno che non abbiate già i tre dischi usciti all’epoca, un cofanetto imperdibile, disponibile tra l’altro ad un prezzo “umano”.

Marco Verdi

Come Un Fulmine A Ciel Sereno! Ben Bedford – The Pilot And The Flying Machine

ben bedford the pilot

Ben Bedford – The Pilot And The Flying Machine – Waterbug Records/CSC Continental Song City/Ird CD

Questo disco in realtà è uscito nella tarda primavera dello scorso anno ma, un po’ perché non ne ha parlato quasi nessuno (almeno dalle nostre parti), un po’ perché da noi è stato distribuito lo scorso autunno, non credo sia troppo tardi se me ne occupo adesso…soprattutto perché è un album che merita davvero! Anzi, già dopo un ascolto il CD ha scatenato in me quello che chiamo “l’effetto Garnet Rogers” (vado a spiegare per chi non ne ha mai sentito parlare, cioè tutti: anni fa avevo comprato All That Is, antologia del cantautore canadese in questione, di cui colpevolmente non avevo mai sentito parlare, e l’ascolto mi aveva entusiasmato a tal punto che avevo subito ordinato sul suo sito la discografia integrale). Per Ben Bedford, cantautore dell’Illinois, mi è capitata quasi la stessa cosa: una volta ultimato l’ascolto di The Pilot And The Flying Machine, mi è venuta la voglia di approfondire il discorso con i suoi primi tre album. Bedford è un songwriter molto classico, dalla marcata vena poetica e con un gusto innato per la melodia, con le influenze giuste (Townes Van Zandt su tutte, ma io direi anche Jackson Browne, anche per il timbro di voce simile, e Gordon Lightfoot, mentre non ho trovato tracce dei pianisti Vladimir Horowitz e Thelonious Monk citati sul suo sito) ed un feeling non comune.

Ma ciò che colpisce di più in questo CD è che Ben non ha scelto la via più facile, cioè accompagnare le sue composizioni con una band canonica e dando loro un sapore roots (soluzione che sarebbe comunque stata ben accetta), bensì le ha avvolte con arrangiamenti classicheggianti, quasi cameristici. Non spaventatevi, in quanto la scelta si è rivelata vincente, e le canzoni, già belle di loro, hanno assunto uno spessore ed un’intensità ancora maggiore, per di più senza rischiare di annoiare l’ascoltatore. Merito, oltre che dell’abilità notevole del nostro come autore e performer, anche del ristretto gruppo di musicisti che lo ha accompagnato: oltre a Ben stesso alla chitarra acustica, troviamo la moglie Kari Bedford alle armonie vocali, Ethan Jodziewicz al contrabbasso e soprattutto il bravissimo Diederik Van Wassenaer, che non è il discendente di qualche gerarca nazista ma un formidabile violinista (e violista, nel senso che suona anche la viola) dall’impostazione classica, il vero tocco in più strumentale delle undici canzoni del disco. Un disco, ripeto, sorprendente, anche se siamo lontanissimi da atmosfere di stampo rock, al massimo io avrei aggiunto un pianoforte ogni tanto.

A me è bastato sentire poche note della title track, posta all’inizio del lavoro, per entrare subito dentro all’album, un suggestivo mix sonoro tra arpeggio chitarristico e lo strepitoso violino di Van Wassenaer, con qualche tocco di basso ogni tanto ed una melodia purissima e toccante, di chiaro stampo cantautorale. Letters From The Earth è semplicemente splendida, e bisogna fare tanto di cappello per il geniale arrangiamento cameristico scelto, dato che sarebbe stato più facile ma anche più scontato utilizzare basso elettrico e batteria: il violino sopperisce alla mancanza di una strumentazione “rock” con una prestazione straordinaria. High And Low è solo voce e chitarra, ma non per questo è meno intensa: Bedford riesce a tenere desta l’attenzione, scrive melodie di grande impatto e le esegue con disarmante semplicità; e che dire della struggente The Fox? Un motivo puro e limpido, di derivazione folk, alla quale la viola dona un sapore antico, per un risultato finale da pelle d’oca. La lunga e distesa The Voyage Of John And Emma sembra provenire direttamente dal songbook degli anni settanta di qualche songwriter blasonato, così come Blood On Missouri (bellissima), che proietta l’album addirittura una decade prima, in pieno folk revival. Grandissima musica in ogni caso. Orrery è un intenso strumentale tra folk e musica classica, gradevole e per nulla ostico, e precede gli ultimi quattro pezzi (tra cui una ripresa leggermente diversa della title track), il migliore dei quali è senz’altro la profonda ed avvolgente Long Blue Hills, che chiude il CD in purezza.

Ben Bedford è uno davvero bravo, e questo disco, se mi crederete, potrà farvi compagnia a lungo.

Marco Verdi

Esce In Questi Giorni: Forse L’Ultimo Cofanetto. Bert Jansch – Living In The Shadows

bert jansch living in the shadows

Nel corso del 2016 sono uscite varie ristampe relative alla produzione di Bert Jansch: il più recente il bellissimo http://discoclub.myblog.it/2016/11/06/supplemento-della-domenica-lultimo-atto-straordinaria-carriera-pentangle-finale/, ma prima sempre durante lo stesso anno era uscito anche il sorprendente box dedicato alla compagna di Jansch, Loren Auerbach Colours Are Fading Fast. Sempre durante erano uscite, pubblicate sempre dalla Earth, le riedizioni di Avocet e From The Outside. In questi giorni l’etichetta inglese pubblica anche questo box Living In The Shadows, un cofanetto che raccoglie i tre dischi degli anni ’90 di Jansch The Ornament Tree, When The Circus Comes To Town e Toy Balloon, più un quarto CD di materiale inedito, con brani strumentali, versioni alternative, demo e perfino un duetto con John Renbourn, presente in due versioni, sempre registrato in quel periodo. Il tutto corredato da un bellissimo libretto, con note firmate dal giornalista Colin Harper, che tracciano l’intera carriera del grande musicista folk britannico. Il cofanetto esce anche in versione limitata in vinile.

Ecco la lista completa dei contenuti del box.

[CD1]
1. The Ornament Tree
2. The Banks O’Sicily
3. The Rambling Boys of Pleasure
4. The Rocky Road to Dublin
5. Three Dreamers
6. The Mountain Streams
7. The Blackbirds of Mullamore
8. Ladyfair
9. The Road Tae Dundee
10. Tramps and Hawkers
11. The January Man
12. Dobbin’s Flowery Vale
[CD2]
1. Walk Quietly By
2. Open Road
3. Back Home
4. On One Around
5. Step Around
6. Step Back
7. When the Circus Comes to Town
8. Summer Heat
9. Just a Dream
10. Lady Doctor from Ashington
11. Steal the Night Away
12. Honey Don’t You Understand
13. Born With the Blues
14. Morning Brings Peace of Mind
15. Living in the Shadows

[CD3]
1. Carnival
2. She Moved Through the Fair
3. All I Got
4. Bett’s Dance
5. Toy Balloon
6. Waitin’ & Wonderin’
7. Hey Doc
8. Sweet Talking Lady
9. Paper House
10. Born and Bred in Old Ireland
11. How It All Came Down
12. Just a Simple Soul

[CD4]
1. Morning Brings Sweet Peace of Mind
2. Back Home
3. Just a Dream
4. Untitled Instrumental
5. When the Circus Comes to Town
6. No-one Around
7. Lily of the West
8. Fool’s Mate
9. Paper Houses
10. Another Star
11. Little Max
12. Merry Priest
13. Untitled Instrumental 2 (Early Attempt With John Renbourn)
14. Untitled Instrumental 2 (With John Renbourn)

Forse l’ultima perla di una carriera inarrivabile.

Bruno Conti