Eccolo Di Nuovo: Uno Dei Tanti “Figli Di Un Dio Minore”. David Munyon – Clark

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David Munyon – Clark – Mobile Home/Housemaster Records

David Munyon, almeno per il sottoscritto, appartiene a pieno titolo al sempre più ampio “club” menzionato nel titolo, direi con i connazionali Otis Gibbs, Malcolm Holcombe, Kenny White, e i compianti Ted Hawkins, Calvin Russell, John Trudell, Vic Chesnutt, come pure lo scozzese Jackie Leven e James Yorkston, oppure ancora gli inglesi Lee Fardon e Michael J. Sheehy, e gli australiani Ed Kuepper e Archie Roach (ma l’elenco sarebbe più ampio in quanto è naturalmente soggettivo). Di questo signore mi ero già occupato un paio di volte sul Blog, in occasione delle uscite di Pretty Blue (11 e Purple Cadillacs (14) http://discoclub.myblog.it/2014/02/01/poesie-musica-bordo-purpuree-automobili-david-munyon-purple-cadillacs/ , e a dimostrazione di quanto sia stata prolifica la sua discografia a partire da Code Name: Jumper del lontano ’90 (disco da recuperare assolutamente), questo suo ultimo lavoro Clark, è il ventisettesimo di una lunga carriera, confermandolo per certi versi una piccola leggenda per la sua città natale Midland City e per lo stato dell’Alabama. Questo disco è nato durante un tour in Germania nel 2014, da un idea del manager tedesco di Munyon, Sebastian Linke, con dieci poesie acustiche musicate da David, fra brani nuovi e alcuni riproposti in suggestive nuove versioni.

Si parte con Leaving Moscow In A Stolen Car, e subito la voce abrasiva di David mi ricorda le belle sensazioni avute nel lontano ’91 in un concerto a cui ho assistito a Melegnano, brano a cui fanno seguito la lunga e nervosa They Can’t Do That Stuff In A Holy Place, e le consuete storie di vita negli arpeggi dolci e delicate di California Dreamin’s e Like A Runaway Train, per poi riproporre in una versione più accorata una sempre meravigliosa Strawberrys & Wild Honey (dedicata a Eddie Hinton). Le rivisitazioni proseguono con una sincopata She’s Got Tattoos recuperata dall’introvabile The Shade Of The Big Mamosa; David ci commuove ancora con una dolcissima Lincolns Funeral Train, dando finalmente vita e voce ad un brano splendido e triste come Painting Smiles On Old Clowns (la canzone sta circolando su YouTube da anni https://www.youtube.com/watch?v=RMqoLaGZovs ), e facendo rivivere in chiave acustica On The Highway estratta dai solchi di Pretty Blue (11), e  infine terminando con un omaggio a Nelson Mandela, They’re Freeing Mandela This Morning, un’altra magia acustica interpretata da David Munyon con la sua caratteristica voce espressiva, rauca, vissuta ed unica.

Da anni il nostro amico vive e opera prevalentemente in Germania, e come artista di “culto” gode di una incredibile reputazione tra gli amanti della buona musica, e questo Clark è scritto e interpretato come sa fare lui, dal profondo del cuore, in quanto a David Munyon, come detto in altre occasioni, serve poco per far conoscere il suo mondo e la sua musica, un angolo di palco, un amplificatore, la sua chitarra, il calore del pubblico, magari una buona bottiglia di Bourbon (e il Presidente del menzionato Club). *NDT: Questo disco non è recentissimo, la prima data di uscita è stata ad Aprile del 2016, ma data la bravura del personaggio e un certo seguito su questo blog, mi è sembrato giusto proporlo, anche se, come sempre, purtroppo, la reperibilità non è facile, e nel frattempo è anche uscito anche un Live 2014. Provate sul suo sito https://www.davidmunyon.de/cd-vinyl-bestellungen/.

Tino Montanari

Il Vecchio Sciamano Si E’ Un Po’ Perso Per Strada! Robert Plant – Carry Fire

robert plant carry fire

Robert Plant – Carry Fire – Nonesuch/Warner CD

Il titolo del post mi è venuto in mente un po’ osservando la copertina di questo nuovo album Carry Fire, un po’ pensando all’immagine che Robert Plant si è costruito ultimamente, cioè di paladino di un tipo di musica tra folk e blues desertico pesantemente contaminata da sonorità etnico-esotiche, ed abbastanza lontano da un certo rock classico che con i Led Zeppelin aveva contribuito a creare. In realtà il lungocrinito cantante nel corso della sua carriera solista ha quasi sempre preferito prendere le distanze, musicalmente parlando, dal gruppo che lo ha reso celebre, soprattutto negli anni ottanta con una serie di album votati ad un rock moderno e spesso radiofonico, mentre nei nineties (dopo l’ottimo esercizio di pop-rock adulto Fate Of Nations) si è ravvicinato al vecchio partner Jimmy Page per un eccellente live (No Quarter) ed un disco di materiale originale inferiore alle attese ma piacevole (Walking Into Clarksdale). La cosa deve avergli fatto bene, in quanto nel nuovo millennio Plant ha pubblicato i suoi migliori lavori post-Dirigibile, i solidi Dreamland e Mighty Rearranger e gli splendidi Raising Sand in coppia con Alison Krauss (un album che ha avuto un successo clamoroso, di critica e pubblico) e Band Of Joy, disco dell’anno 2010 per il sottoscritto (con la “fidanzata” dell’epoca, la bravissima Patty Griffin). Il suo penultimo lavoro, Lullaby And The Ceaseless Roar, non mi aveva però entusiasmato, un disco nettamente più involuto dei precedenti, con un mix di sonorità un po’ confuso ed una serie di canzoni non particolarmente ispirate, a mio parere senza una direzione musicale ben precisa.

Un mezzo passo falso ci può stare per carità, ma il problema è che secondo me questo nuovo Carry Fire, pur essendo nell’insieme più riuscito, soffre degli stessi problemi del suo predecessore. Ormai Plant non è più un cantante rock nel senso classico del termine, usa il rock ma come parte di un insieme di sonorità che vanno dal blues, al folk, sino alla musica araba ed orientale, ma il problema principale di Carry Fire non è lo stile, ma una carenza generale di ispirazione nel songwriting: in poche parole, non è un brutto disco, ma è comunque un lavoro che si regge più sul mestiere e l’esperienza del suo titolare che su effettivi meriti musicali. Come già per l’album precedente, Robert è accompagnato dai Sensational Shape Shifters (John Baggott, Justin Adams, Billy Fuller, Dave Smith e Liam Tyson), i quali, oltre a dividere con Plant i compiti di songwriting, suonano un gran numero di strumenti, sia classici che “esotici” (più che altro percussioni come il bendir, il djembe ed il t’bal, o a corda come l’oud, una sorta di mandolino di origine persiana); ci sono anche degli ospiti, tra cui il folksinger inglese Seth Lakeman e la front-woman dei Pretenders, Chrissie Hynde. Il pezzo di apertura del CD, The May Queen (personificazione tipicamente britannica della festa del Primo Maggio, già citata da Plant nel testo di Stairway To Heaven), è un brano diretto e forte nonostante la predominanza di strumenti acustici, chitarre suonate con vigore, gioco di percussioni molto pronunciato ed un’aura tra folk e misticismo, con la voce di Robert che funge quasi da raccordo tra le vari parti strumentali: affascinante.

New World è più rock, con i suoi riff elettrici, il ritmo cadenzato ed il nostro che intona un motivo decisamente più immediato: non avrà più la potenza vocale di una volta (e forse è proprio per questo che non vuole sentir parlare di reunion degli Zeppelin, *NDB Ma i pezzi del gruppo dal vivo li fa sempre, come vedete nel video della BBC  che trovate sopra), ma il carisma è rimasto intatto; Season’s Song è una dolce ballata acustica cantata con voce quasi fragile, con una parte centrale strumentalmente elaborata ed un inatteso ma gradevole alone pop. Per contro Dance With You Tonight ha leggere influenze orientaleggianti, anche se il brano sembra sempre sul punto di evolversi in qualcosa di diverso ma ciò non accade mai, la mossa Carving Up The World Again è una via di mezzo tra blues, musica tribale e pop-rock, ben suonata ma senza una linea melodica precisa, così come A Way With Words, dal tempo lentissimo, drumming ossessivo ed un pianoforte un po’ sinistro, con Plant che non si capisce bene dove voglia andare a parare. Tre canzoni buone e tre così così, una discontinuità che era presente anche in Lullaby And The Ceaseless Roar e che prosegue con le due canzoni che seguono: Carry Fire è un brano pieno di fascino con una splendida chitarra flamenco suonata però con uno stile arabeggiante, brano però vanificato dal pezzo che segue, la ripetitiva e monotona Bones Of Saints, ancora con elementi mediorientali (ma con una bella chitarra). Keep It Hid ha una linea di basso molto evidenziata, per un pezzo bluesato e desertico, uno stile nel quale il nostro sguazza che è un piacere; chiudono una cover confusa e sovrastrumentata di Bluebirds Over The Mountain (una vecchia canzone incisa in passato anche dai Beach Boys), che la presenza della Hynde non riesce a raddrizzare, ed una melliflua ed insinuante Heaven Sent, ancora dall’aura mistica ma con più forma che sostanza.

Spero che Robert Plant, se ne avrà voglia, torni presto a fare dischi meno elaborati dal punto di vista sonoro e con canzoni più immediate (che non vuol dire commerciali): ripeto, non è un brutto disco questo Carry Fire ma, per parafrasarne il titolo, qui di fuoco non se ne vede molto.

Marco Verdi

Una Sorta Di Novella Joni Mitchell 2.0? Weather Station – Weather Station

weather station weather station

Weather Station – Weather Station – Paradise Of Bachelors

I Weather Station sono una “band” di Toronto, fondata dalla brava cantautrice canadese Tamara Lindeman, band che nel corso degli anni ha subito vari cambi di formazione, fino ad arrivare a questa ultima “line-up”: un trio composto oltre che da Tamara, chitarra, banjo e voce, da Ben Whiteley al basso (Basia Bulat), e Don Kerr alla batteria, con il contributo di musicisti del valore di Ben Boye alle tastiere (Ryley Walker), il chitarrista Nathan Salsburg, e dei colleghi cantautori Daniel Martin Moore, e Alfie Jurvanen in arte Bahamas, oltre all’intrigante musicalità di un quartetto d’archi.  L’album di debutto risale al teatrale The Line (09), a cui fanno seguito il più maturo ed emotivo All Of It Was Mine, un lungo EP What I Am Going To Do With Everything I Know (14), con sonorità e atmosfere più distese, per poi trasferirsi nella bella Parigi per registrare Loyally (15), il loro disco più intenso e ambizioso, prima di arrivare a questo lavoro omonimo, registrato nuovamente in patria negli studi Hotel2Tango di Montreal, disco che assembla undici brani in forma letteraria e poetica, su un bel tessuto musicale di nuovo molto ambizioso e in parte anche“cinematico”.

Le “previsioni meteorologiche” di Tamara e dei suoi aiutanti iniziano con il folk elettrico di Free https://www.youtube.com/watch?v=4H38qeiD70U , a cui fanno seguito la solare armonia di una “agreste” Thirty, e poi una sontuosa ballata orchestrale (quasi barocca) come You And I (On The Other Side Of The World), per poi cambiare in parte ritmo con una nervosa Kept It All To Myself, con un bel lavoro della sezione ritmica e delle chitarre https://www.youtube.com/watch?v=liDW1ZIrP6g . Non c’è spazio per un calo di tensione in questo lavoro, e la dimostrazione è nell’incedere tambureggiante della seguente Impossible, passando poi al sussurrato “talking blues” di Power, cantata con soave grazia da Tamara, arrivando quasi a rasentare la psichedelia con l’intrigante Complicit https://www.youtube.com/watch?v=T7FcWBZTZlM , e sbalordirci con il moderno valzer di Black Flies, percorso dalla dolci spire di un flauto. Le previsioni ormai volgono al meglio, e lo dimostrano la pianistica, tenue e lievemente “jazzata” Don’t Know What To Say. in cui sembra di sentire l’eleganza sonora di Suzanne Vega, i “gioiosi” arpeggi di ampio respiro di In An Hour, e chiudere alfine le previsioni meteo con il piano e i soavi archi di una “mitchelliana” The Most Dangerous Thing About, che non fa che confermare la classe e la bravura di questa cantautrice di Toronto (e la sua ragione sociale The Weather Station).

Ho letto su varie riviste di settore che Tamara Lindeman viene accostata, di volta in volta, per affinità musicali e vocali a cantautrici quali Linda Perhacs, Suzanne Vega, Aimee Mann, ma, non c’erano dubbi a proposito, soprattutto alla grande Joni Mitchell (ed è quello che pensa anche chi scrive, con i dovuti distinguo sulla classe immane della Mitchell), e anche se per ora il nome di questa “signorina” non è troppo conosciuto dalle nostre parti, presumo che si sentirà parlare parecchio di lei nei prossimi anni, in quanto questo ultimo lavoro non è un semplice album di mere canzoni, ma una narrazione letteraria che si fonde con la forza comunicativa della sua musica. Devo ammettere che non conoscevo bene la sua musica, ma alla fine di questo percorso recensorio e dell’ascolto anche dei suoi primi dischi, mi sbilancio a dire che siamo di fronte ad uno dei talenti più cristallini del nuovo cantautorato femminile americano (canadese) in circolazione.

Tino Montanari

Lo Springsteen Della Domenica: Acustico, Intenso E Poetico! Bruce Springsteen – Kings Hall, Belfast, March 19, 1996

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Bruce Springsteen – Kings Hall, Belfast, March 19, 1996 – live.brucespringsteen.net/nugs.net 2CD – Download

Ho ancora nelle orecchie i due concerti del Febbraio 1977 che è già di nuovo ora di parlare di un CD live di Bruce Springsteen, dato che ultimamente le uscite dei suoi archivi si sono notevolmente infittite. Questa volta siamo a Belfast, nell’Irlanda del Nord, durante la tournée del 1996 in supporto al mezzo capolavoro The Ghost Of Tom Joad (che portò il nostro anche ad eseguire la title track in apertura del Festival di Sanremo di quell’anno, davanti ad un emozionatissimo Pippo Baudo, in assoluto l’unico momento della manifestazione canora nostrana al quale ho assistito negli ultimi vent’anni), ed è il terzo live acustico del Boss in questa serie dopo quello registrato a Columbus, Ohio nel 2006 ed i Christic Shows del 1990. Era anche la prima volta che Bruce intraprendeva un tour in solitario, dato che Nebraska è stato l’unico album della sua carriera a non essere stato portato in giro (ed i due Christic Shows erano episodi isolati): a differenza però dei concerti del 2006, nei quali il Boss suonerà anche chitarra elettrica e pianoforte, qui abbiamo solo l’acustica e l’armonica, con saltuari interventi di Kevin Buell alle tastiere di sottofondo (posizionate però offstage). E nonostante i dubbi dell’epoca sul fatto che Bruce potesse reggere un’intera serata da solo (gli stessi dubbi che mi fecero desistere dal prendere i biglietti per le serate italiane, e badate che all’epoca non lo avevo ancora visto dal vivo), questo doppio CD non annoia neppure per un momento, nonostante superi abbondantemente le due ore.

La performance è calda, intensa, sentita, emozionante, con Bruce che all’inizio prega il pubblico di fare silenzio e di limitarsi ad ascoltare dato che non è un concerto rock; ci sono molti monologhi, che però non vanno mai ad appesantire le canzoni, ed alcuni pezzi escono letteralmente trasformati dal trattamento acustico. Ovviamente la parte del leone la fanno i brani di The Ghost Of Tom Joad (ne suona ben 10 su 12): su tutte la drammatica e splendida title track, che apre la serata, e la desertica Youngstown, due tra le migliori ballate del nostro (ma sono bellissime anche Highway 29, Sinaloa Cowboys, The Line, che prende in prestito la melodia da Love Minus Zero/No Limit di Bob Dylan, e soprattutto la straordinaria Across The Border). Stranamente ci sono solo due canzoni tratte da Nebraska, la title track, proposta nell’arrangiamento conosciuto, e Reason To Believe, che diventa un country-blues teso come una lama; il meglio però si ha con i pezzi originariamente elettrici, che in molti casi assumono un aspetto decisamente diverso. E’ il caso di Adam Raised A Cain, che diventa un folk-blues molto intenso, o di Murder Incorporated, che da potente pezzo rock si trasfigura in un vibrante blues.

E blues, con tanto di chitarra slide, lo è anche la classica Born In The U.S.A., praticamente irriconoscibile, nello stesso arrangiamento sofferto che aveva in origine e non bombastica come nell’album del 1984 (la versione di studio nel medesimo mood la trovate nel cofanetto Tracks). Darkness On The Edge Of Town è più conforme alla melodia conosciuta, ed è suonata con grande forza; ci sono anche tre brani all’epoca inediti: due di essi, la delicata The Wish (dedicata a sua madre, e Bruce scherza sul fatto che cantare a proposito della mamma non è molto rock’n’roll) e la scorrevole Brothers Under The Bridge troveranno posto su Tracks due anni dopo, mentre la tenue e poetica The Little Things è “unreleased” ancora oggi. Anche Bobby Jean in versione acustica è un’altra canzone rispetto a quella che conosciamo tutti (sembra una folk song), mentre la splendida This Hard Land mantiene la sua struttura classica; Streets Of Philadelphia è emozionante come sempre, e, dopo l’allora recente Galveston Bay, il concerto si chiude con The Promised Land, canzone insolita per terminare uno show del nostro, ma in questo caso perfettamente in tema. Uno Springsteen diverso, meno travolgente del solito ma forse persino più intenso: la prossima uscita documenterà un concerto del 1978, uno degli “anni magici” di Bruce.

Marco Verdi

Ancora Sulle Strade Della California! White Buffalo – Darkest Darks, Lightest Lights

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White Buffalo – Darkest Darks, Lightest Lights – Unison/Earache Records

Quando devo parlare dei White Buffalo alias Jake Smith, non posso non immaginare questo corpulento ragazzone come uno dei tanti “bikers” che scorazzano e imperversano sulle strade della California (come nella famosa serie televisiva Sons Of Anarchy, da cui è stato saccheggiato varie volte, per utilizzare le sue canzoni nelle colonne sonore dello show), in sella alla leggendaria Harley Davidson. A soli due anni di distanza dall’ultimo lavoro in studio Love And The Death Of Damnation http://discoclub.myblog.it/2015/09/25/altre-storie-moderno-storyteller-the-white-buffalo-love-and-the-death-of-damnation/ , il nostro amico si ripresenta con questo nuovo lavoro prodotto da Ryan Dorn e Bruce Witkin (anche ingegnere del suono, multistrumentista e bassista), registrato negli Unison Studios di Los Angeles, con una nuova “line-up” della band, composta per l’occasione dal batterista Abe Laboriel Jr. (Paul McCartney), che si alterna con Matt Cynott e dal tastierista Michael Thompson (Eagles e Don Henley), per un altro viaggio emozionante, dove come sempre ogni canzone ha un significato reale.

Il “focus” di questo disco è come sempre la sua voce versatile, che possiamo apprezzare a partire dall’iniziale Hide And Seek, brano con in primo piano una sezione ritmica granitica, che si manifesta anche nella successiva Avalon, mentre con Robbery si viaggia verso atmosfere diverse, con un suono lievemente “jazzato”, seguita da una ballata romantica e intimista come The Observatory. Si riparte di nuovo con il sound muscolare di una camaleontica Madam’s Soft, Madam’s Sweet, a cui fa seguito l’intrigante e accelerato blues di Nightstalker Blues, e ancora una “ballad” accorata e struggente come If I Lost My Eyes, passando anche per la galoppata western Border Town/Bury Me In Baja, con la band in grande spolvero. La parte finale vede tornare in primo piano la sezione ritmica con una coinvolgente The Heart And Soul Of The Night, per andare infine a chiudere con una ulteriore ballata incantevole I Am The Moon, supportata da pochi accordi di chitarra, la  magnifica voce di Jake Smith e poco altro.

Arrivato con questo Darkest Darks, Lightest Lights al sesto album (sicuramente un disco più elettrico rispetto ai precedenti), il nostro “biker” rimane un cantautore difficile da decifrare, in quanto in questo breve lavoro (solo 34 minuti) si spazia dal rock stradaiolo al folk, dal blues al country con sfumature soul, confermando di essere un musicista completo, dotato, come detto, di una voce notevole e particolare, un autore che scrive canzoni con testi forti che parlano spesso di fuorilegge, eroi perdenti e mancati (almeno nei primi album), come pure di sofferenze, tradimenti e dolori, capace anche di manifestare dolcezza e amore, tramite una rilettura personale che scava nella storia e nella cultura di alcune problematiche radici Americane. Quindi se volete conoscere il mondo di White Buffalo o Jake Smith, che dir si voglia, non dovete fare altro che acquistare e ascoltare i suoi dischi, e se non siete astemi  magarisorseggiare del buon Bourbon, mentre sognate di viaggiare su una Harley Davidson d’annata.

Tino Montanari

Non C’è Due Senza Tre Revisited! Richard Thompson – Acoustic Rarities

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Richard Thompson – Acoustic Rarities – Beeswing/Proper CD

A pochissima distanza dal secondo volume dei suoi Acoustic Classics (ma già in vendita insieme ad esso in versione doppio CD sul sito di Pledge Music, ora però esaurito) Richard Thompson pubblica il terzo e penso ultimo album della serie, emulando così Randy Newman che aveva negli anni scorsi rivisitato in perfetta solitudine gran parte del suo catalogo, anche se a differenza dell’occhialuto pianista americano il buon Richard ha fatto tutto in tempi decisamente più ristretti. Se nei primi due CD Thompson aveva reinterpretato buona parte delle sue canzoni più o meno note http://discoclub.myblog.it/2017/08/19/i-classici-non-mancano-neppure-nel-secondo-capitolo-richard-thompson-acoustic-classics-ii/ , in questo Acoustic Rarities vengono presi in esame brani rari, oppure poco eseguiti dal vivo o addirittura inediti, il tutto sempre con lo stesso approccio con la spina staccata, ma sovente con l’utilizzo di diverse chitarre sovarincise ed anche alcuni backing vocals ad opera di Richard stesso. Il disco è, così come per gli altri due, molto bello, in quanto il nostro resta sempre  un compositore di primissimo livello ed un chitarrista sopraffino anche in acustico, e quindi le 14 canzoni non annoiano neanche per un attimo, anzi in certi momenti non si sente neanche il bisogno di una band alle spalle.

Ho parlato di brani nuovi (o inediti, che è lo stesso), ed in Acoustic Rarities ce ne sono ben sei, a partire dall’apertura di What If?, una canzone decisamente energica e potente nonostante la veste spoglia, con la chitarra suonata con estrema forza, subito seguita da They Tore The Hippodrome Down, molto più meditativa ed intima, una ballata tipica del nostro, con un refrain limpido e la chitarra arpeggiata con dolcezza. Poi abbiamo la gradevole e bizzarra I Must Have A March, con Richard che si autodoppia alla voce ed un motivo quasi cabarettistico, le vivacissime Alexander Graham Bell e Push And Shove (meglio quest’ultima come canzone), con il nostro che suona in maniera divina sia la ritmica che la solista, e la fluida She Played Right Into My Hands, dal motivo delizioso ed immediato. Ci sono poi tre pezzi scritti da Thompson ma mai incisi da lui: Seven Brothers (registrata dal giovane Blair Dunlop, che poi è il figlio di Ashley Hutchings), un bellissimo brano di derivazione folk, drammatico ed intenso, con prestazione chitarristica notevole, la squisita Rainbow Over The Hill, uno scintillante motivo donato da Richard alla Albion Band, davvero immediato e piacevole (e che classe), e I’ll Take All My Sorrows To The Sea, presa dalla suite orchestrale Interviews With Ghosts, un pezzo molto interiore che è anche il più “normale” tra quelli presenti (che per Thompson significa comunque ad alto livello).

Poi è la volta di brani già noti, ma riproposti molto raramente dal vivo, specie in anni recenti: Never Again (dal disco con Linda Thompson Hokey Pokey), lenta, struggente e con una fisarmonica discreta in sottofondo, suonata anche questa da Richard, la splendida Poor Ditching Boy, presa dall’esordio solista del nostro Henry The Human Fly, una tipica Thompson song di quelle belle e ricca anche dal punto di vista strumentale, con due chitarre ed ancora la fisa, e l’altrettanto bella ed intensa End Of The Rainbow, ancora incisa originariamente con Linda su I Want To See The Bright Lights Tonight (ma si sa che nei primi tre album con l’ex moglie non c’è neppure un minuto da scartare). Dulcis in fundo, abbiamo due brani del periodo Fairport Convention, entrambi tratti da Full House, cioè l’ultimo disco della storica band con Richard nella lineup: Poor Will And The Jolly Hangman (che all’epoca il nostro fece rimuovere dall’LP in quanto non soddisfatto del suo assolo), più folkeggiante che mai in questa veste, con le due chitarre, una per ogni canale dello stereo, suonate con una maestria che ha pochi eguali, e soprattutto la magnifica Sloth, uno dei brani storici del gruppo, per anni un tour de force nei concerti dal vivo (mentre qui dura “solo” cinque minuti). Ero molto curioso di ascoltarla in versione acustica, e devo dire che non mi ha deluso: inizio lento e cristallino, con Richard che intona la ben nota (e splendida) melodia doppiando la sua stessa voce ed omaggiando quindi anche Dave Swarbrick (che era il co-autore del pezzo), e poi seguono sublimi interventi di chitarra che, anche se non sono elettrici, costituiscono sempre una goduria.

Se amate Richard Thompson e non vi siete lasciati sfuggire i due Acoustic Classics, anche questo terzo volume non mancherà di riscuotere il vostro apprezzamento: personalmente non mi dispiacerebbe averne uno diverso ogni due mesi.

Marco Verdi

Dal Suo “Rifugio” Irlandese Un Lavoro Vibrante E Intenso. Luka Bloom – Refuge

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Luka Bloom – Refuge – Big Sky Records

 Di questo signore ha parlato più volte (con l’attenzione che merita) il titolare di questo blog ,nel corso degli ultimi anni, in occasione delle uscite di Dreams In America (10), This New Morning (13), il bellissimo album di “covers” Head And Heart (14), e il recente Frugalisto dello scorso anno, ed ecco che un po’ a sorpresa riappare nuovamente il buon Kevin Barry Moore, in arte Luka Bloom, quindi per legame di sangue fratello minore dell’icona irlandese Christy Moore (componente prima dei Planxty e poi dei Moving Hearts, nonché autore di una straordinaria carriera solista); lo fa con questo rapido ritorno in studio per sfornare il suo 23° album, dal titolo emblematico Refuge, che festeggia 40 anni di carriera. E di rifugio vero e proprio si tratta, in quanto Luka Bloom ha registrato il tutto nel piccolo studio Lettercollum Recording dell’amico John Fitzgerald (meta dei più noti artisti irlandesi) nella quiete della contea di Cork, in compagnia della sua chitarra e solo con l’aiuto dello stesso John, per undici brani alcuni in parte rimixati e masterizzati dal fidato Brian Masterson.

Come accennato, Refuge rispetto al precedente Frugalisto ha un tessuto decisamente meno elettrico, e la partenza dell’iniziale Water In Life è emblematica, con soli pochi accordi di chitarra acustica e la voce di Luka che esprime i timbri migliori della sua calda voce, a cui fanno seguito le note ammalianti di una Cello As Everest, le tenue riflessioni di I Still Believe In Love, per poi passare ad omaggiare il grande e rimpianto Leonard Cohen, con una versione dettata dal cuore di In My Secret Life, e un Johnny Cash d’annata con una crepuscolare Wayfaring Stranger (brano da recuperare anche nelle versioni contrapposte di Emmylou Harris e Eva Cassidy). La fluidità di scrittura di Luka Bloom e la sua predisposizione all’armonia vengono evidenziate nella sofferta Dadirri (Deep Listening), e nell’accorata liturgia di Dear Gods, mentre Breathe Easy è un breve intermezzo strumentale. Con City Of Chicago e I Am Not At War With Anyone, Luka rivisita in una chiave più “soft” due brani dal poco celebrato Innocence (05), per poi chiudere in bellezza con The Ballad Of Monk’s Lane, una delle sue ballate acustiche ben strutturate e struggenti, da sempre marchio di fabbrica della sua lunga carriera.

Adorabile e nostalgico appare Luka Bloom negli spazi acustici e intimi di questo ultimo lavoro Refuge, undici piccole gemme sonore, briciole di saggezza musicale che ti coinvolgono con grazia e gusto, supportato dalla sola voce e dalla sua chitarra, momenti che rimangono stampati nel cuore e nella mente di chi sa ascoltare e leggere nelle parole, o di chi sa interpretarle e ricordo a quelli interessati che non penso, come alcuni credono, che essere il fratello del più celebre Christy Moore, una icona e leggenda irlandese, abbia nociuto alla sua carriera, quanto piuttosto perché forse ad un certo punto della sua carriera non ha saputo scegliere con decisione tra folk e rock. Ciononostante la sua sterminata discografia è sempre stata decorosa, con punte di eccellenza, e soprattutto onesta, e confesso che il mondo musicale di Luka Bloom mi piace, come pure questo Refuge: ora il dilemma è tutto vostro, comprarlo o ignorarlo? Io opterei per la prima soluzione.

Tino Montanari

Dal Kentucky Ad Osimo, La Magia Continua! The Orphan Brigade – Heart Of The Cave

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Orphan Brigade – Heart Of The Cave – Appaloosa Records / Ird

Come nei “sequel” di successo che si rispettino, a distanza di due anni dall’acclamato Soundtrack To A Ghost Story, tornano gli Orphan Brigade che, lasciata la casa “infestata” nel Kentucky, l’Octagon Hall di Franklin http://discoclub.myblog.it/2016/01/12/recuperi-inizio-anno-6-delle-sorprese-fine-2015-orphan-brigade-soundtrack-to-ghost-story/ , con questo nuovo lavoro Heart Of The Cave (sempre per l’italiana Appaloosa, con accluso libretto dei testi in inglese e traduzione in italiano) si sono trasferiti nella ridente e bella cittadina italiana di Osimo, registrando questo “concept.album” nelle famose caverne (ricche di storia e con un alone di magia e mistero) della località marchigiana. Essenzialmente il “trio” è composto dal talentuoso cantante irlandese Ben Glover, e dai suoi due compari americani Joshua Britt e il bravo produttore Neilson Hubbard, ma bisogna ricordare che la “brigata” riunisce sotto lo stesso tetto anche una schiera di artisti e musicisti di talento che rispondono al nome di Gretchen Peters, Barry Walsh, Danny Mitchell, Dean Marold, Will Kimbrough, Natalie Schlabs, Eamon McLoughlin, Audrey Spillman, Kira Small, e Kris e Heather Donegan, che sviluppano, come nel lavoro precedente, tredici capitoli di un romanzo che spazia fra tradizione e religione, su un tappeto sonoro prettamente “folk acustico”.

Il brano iniziale Pile Of Bones, ricorda fortemente la musica dei nativi americani, a cui fanno seguito la ballata popolare Town Of A Hundred Chirches, dove spicca il mandolino di Josh Britt, il dovuto omaggio alla storia di Osimo (Come To File) un brano mid-tempo sostenuto dagli ottoni, la storia del patrono locale in una Flying Joe arrangiata in un intrigante “gospel bluegrass”, per poi rispolverare un antico motto massonico con Vitriol accompagnata da una chitarra acustica, violino e tastiere. L’ambizioso viaggio prosegue con la melodia contagiosa di una sussurrata Pain Is Gone, i cori magici che accompagnano una tambureggiante Alchemy, ricordando i migliori Arcade Fire (precisamente il periodo di Funeral), con la bellissima The Birds Are Silent (ispirata da un terremoto che purtroppo si è verificato nelle grotte), per poi passare alle note di una gioiosa The Bells Are Ringing, e tornare alla ballata romantica con Sweet Cecilia, sostenuta da una chitarra classica “andalusa”, che poi nello sviluppo si trasforma in un arrangiamento “appalachiano”.

La parte finale inizia con le note di pianoforte che accompagnano il percorso di una spettrale Meet Me In The Shadows, si affronta di nuovo la spiritualità con la commovente There’s A Fire That Never Goes Out, con il determinante contributo ai cori dei collaboratori e cantanti Gretchen Peters e Will Kimbrough, e per terminare questo nuovo magnifico progetto rimane la traccia di chiusura Donna Sacra, con le voci evocative del sacerdote e della congregazione femminile di Osimo, a testimonianza che l’intreccio fra la storia americana e quella italiana è meno distante di quello che si potrebbe pensare. Nel complesso Heart Of The Cave completa in modo eccezionale il precedente lavoro deglii Orphan Brigade, spaziando con disinvoltura da storie di uomini e fantasmi, a racconti di chiesa, misticismo e perfino di massoneria, dischi che personalmente non mi stancherei mai di ascoltare (suonati e cantati come dio comanda), intrisi di storia e di valori, capaci di catturare l’anima e l’orecchio di chi ama la “buona musica”, una consigliata colonna sonora per queste prossime serate autunnali!

Tino Montanari   

Un Vero Cantastorie Della Musica “Americana”. Tom Russell – Folk Hotel

tom russell folk hotel

Tom Russell – Folk Hotel – Frontera Records/Proper Deluxe Edition

Tom Russell, nella sua lunga carriera, ha sfornato diversi “concept album” di sicuro interesse, uno dedicato alle “western songs” Indians Cowboys Horses Dogs (04), e soprattutto la bellissima, e in parte innovativa, “trilogia” iniziata con The Man From God Knows Where (una saga familiare che narra la storia della famiglia Russell (99), proseguita con Hotwalker (un viaggio a ritroso nella memoria e nella storia dell’America (05), e conclusa (per ora) con l’affascinante The Rose Of Roscrae (una saga popolare che parte dall’Irlanda e raggiunge il Canada (15) http://discoclub.myblog.it/2015/04/29/epica-saga-del-west-lunga-quarantanni-tom-russell-the-rose-of-roscrae-ballad-of-the-west/ . Alcuni puntualmente recensiti su queste pagine: fino ora ad arrivare a questo nuovo lavoro Folk Hotel, un intrigante album, ricco di argomenti su personaggi e storie della provincia americana, raccontate al Chelsea Hotel di New York (raffigurato sulla cover del disco, dipinta dallo stesso Russell), tanto caro al grandissimo Leonard Cohen (di cui sentiamo la mancanza), e ad altri artisti di quel periodo. Folk Hotel come consuetudine è stato registrato ad Austin in Texas presso lo studio Congress House, e il buon Tom (che suona anche parte degli strumenti), è aiutato dalla presenza di illustri musicisti della scena “roots” americana, come il mitico e amico fisarmonicista Joel Guzman (Joe Ely e Los Lobos fra i tanti suoi “clienti”), Mark Hallman alle percussioni e bouzouki, Redd Volkaert alle chitarre, Augie Meyers al pianoforte e voce, Hansruedi Jordi alla tromba, e come graditi ospiti i nostri Max De Bernardi e Veronica Sbergia rispettivamente alla chitarra e washboard e armonie vocali, nonché con Joe Ely e la brava Eliza Gilkyson a duettare con lui, il tutto prodotto dallo stesso Russell con Mark Hallman.

La canzone d’apertura Up In The Old Hotel (si riferisce al famoso libro di Joseph Mitchell) è una dolce ballata con l’intro della tromba di Jordi e dove si sente subito l’impronta di Guzman, per poi passare subito alle atmosfere “messicane” di una spumeggiante Leaving El Paso, cantata in duetto con Eliza Gilkyson,  a seguire le trame acustiche di una accorata e soave I’ll Never Leave These Old Horses (dedicata al leggendario Ian Tyson), e poi ancora un duetto con la Gilkyson nell’elegia musicale The Sparrow Of Swansea (scritta con Katy Moffatt e dedicata al poeta inglese Dylan Thomas), con una bella melodia che ricorda vagamente Streets Of London di Ralph McTell.  Le narrazioni “antiche” di Tom continuano con l’intro recitativo di All On A Belfast Morning (da una poesia del poeta di Belfast James Cousins), a cui fanno seguito il moderno bluegrass” di una “agreste” Rise Again, Handsome Johnny, dove fa una bella figura il duo italiano Max De Bernardi e Veronica Sbergia. Ci inchiniamo davanti alla bellezza di Harlan Clancy, dettata dalle note del pianoforte di Augie Meyers e dell’armonica di Tom, mentre The Last Time I Saw Hank è la classica ballata texana, che tanti presunti nuovi “fenomeni” probabilmente non saranno mai in grado di scrivere. Con The Light Beyond The Coyote Fence e The Dram House Down In Gutter Lane, Russell propone la parte più acustica del lavoro (brani perfetti da suonare sotto le stelle del Texas), a cui fa seguito il secondo recitativo di un’altra poesia totale come The Day They Dredged The Liftey / The Banks Of Montauk / The Road To Santa Fe-O, per poi volare col cuore in Danimarca per una struggente e triste The Rooftops Of Copenhagen (dedicata al navigatore danese Ove Joensen).

L’edizione deluxe è ampliata da una riscrittura di Just Like Tom Thumb’s Blues (del premio Nobel Bob Dylan  *NDB Nella stessa pagina del Blog oggi trovate anche l’anticipazione del nuovo cofanetto di Bob, il vol. 13 delle Bootleg Series Trouble No More, un fil rouge perfetto), che Tom canta in duetto con Joe Ely, accompagnati  entrambi dalla magica fisarmonica di Guzman, e dal blues acustico di Scars On His Ankles, un commovente incontro immaginario tra lo scrittore Grover Lewis e il grande cantante e chitarrista blues Lightnin’ Hopkins, due canzoni piuttosto lunghe, una di sei e una di nove minuti, quindi non dei riempitivi, anzi. Come nei dischi citati inizialmente, questo ultimo Folk Hotel come sempre è un gesto di grande affetto verso storie e personaggi che Tom Russell (romanziere, criminologo, oltre che artista e cantautore) ha certamente amato, dando vita a questa bella raccolta di canzoni, che ci confermano un cantautore ancora in piena forma (e anche prolifico visto il recente omaggio con Play One More: The Songs Of Ian & Sylvia http://discoclub.myblog.it/2017/05/29/un-sentito-omaggio-da-parte-di-un-grande-musicista-ad-un-grande-duo-tom-russell-play-one-more-the-songs-of-ian-sylvia/ ), ed in grado di emozionare con ballate dirette che hanno la forza e la capacità di raccontare la sua America, ma soprattutto di scavare nella nostalgia della gente.

Tino Montanari

“Gallina Vecchia” Fa Sempre Un Buon Brodo. Paul Brady – Unfinished Business

paul brady unfinished business

Paul Brady – Unfinished Business – Proper Records

A distanza di circa sette anni dall’acclamato Hooba Dooba (10), e a due dallo splendido concerto di materiale d’archivio dal vivo The Vicar St.Sessions Vol. 1 (15), recensito puntualmente su questo blog http://discoclub.myblog.it/2015/07/12/irlandesi-che-serate-amici-vecchi-nuovi-paul-brady-the-vicar-st-sessions-vol-1-with-mark-knopfler-van-morrison-sinead-oconnor-bonnie-raitt-mary-black-eccetera/ , torna il songwriter nord-irlandese Paul Brady che prima nei Johnstons e poi nei Planxty (in sostituzione di Christy Moore, ma senza incider nulla) si è poi costruito nel corso dei cinque decenni successivi una buona carriera da solista iniziata dal folk, e poi in seguito sfociata nella svolta rock, a partire dal “seminale” e bellissimo Hard Station (81). Per questo Unfinished Business (quindicesimo album da solista) registrato nello Studio di Brady a Dublino, Paul ha suonato lui stesso la maggior parte degli strumenti, sfornando nove brani nuovi di cui cinque scritti con l’amica cantautrice Sharon Vaughn (ha lavorato con Willie Nelson, Waylon Jennings, Dolly Parton, Kenny Rogers, e altri), tre con il poeta Paul Muldoon (premio Pulitzer per la poesia), e uno con Ralph Murphy (produttore tra gli altri degli April Wine e altri artisti canadesi), più due canzoni di stampo tradizionale, Lord Thomas And Fair Ellender di Mike Seeger, e The Cocks Are Crowing del bardo Eddie Butcher, con buona parte dei brani accompagnati ai cori dalla brava Vaughn.

Unfinished Business si apre con la title track, un brano che inizia con un pianoforte tintinnante, dal ritmo lento e raffinato, accompagnato da una sorta di quartetto soft-jazz, a cui fa seguito il suono più moderno di una gioiosa I Love You But You Love Him, mentre gli echi del miglior Van Morrison si appalesano nella meravigliosa Something To Change, con abbondanza di fiati e coretti “soul”, e una “moderna diversità” si percepisce in Say You Don’t Mean, con un testo molto critico di Muldoon. Con la splendida Oceans Of Time si ritorna alle sue classiche ballate d’amore (con un ritornello “assassino” cantato in duetto con Sharon), e che si adatta perfettamente alla voce di Paul, per poi cambiare ritmo sulle note rarefatte di una chitarra jazz con Harvest Time, ritornare per una volta alle sonorità degli esordi folk dei primi anni con il tradizionale The Cocks Are Crowing ,un brano che Paul canta da decenni dal vivo, e sorprendere l’ascoltatore con una divertente e leggermente “dylaniana” I Like How You Think. Ci si avvia alla parte finale con la melodia popolare di Maybe Tomorrow, dove flauto, fisarmonica e mandolino dettano il ritmo ed echi nostalgici dell’Irlanda, mentre ammalia una dolce ballata di paese come Once In A Lifetime (scritta con Ralph Murphy), e per chiudere ecco “la perfezione” del tradizionale Lord Thomas And Fair Ellender, tutto basato su una chitarra melodica e l’armonica, con in sottofondo le note di un mandolino (come fossero suonate in un qualsiasi Pub irlandese).

Questo signore ha festeggiato il 70° compleanno all’inizio di quest’anno, e la sua carriera è stata costellata da collaborazioni con artisti del calibro di Tina Turner, Bonnie Raitt, David Crosby, per citarne alcuni su tutti, ricevendo l’apprezzamento anche di un certo Bob Dylan per il suo “songwriting” raffinato, che lo conferma come uno degli artisti più popolari della musica irlandese, un cantautore di razza, un vocalist ancora brillante, con una storia alle spalle, e che con questo Unfinished Business dimostra ancora una volta di avere classe, fantasia e di essere in grado di fare ancora eccellente musica, caratteristiche che gli hanno fatto guadagnare nel tempo schiere di ammiratori in tutto il mondo. A parere di chi scrive, i dischi di Paul Brady sono stati sempre come dei grandi viaggi, da scoprire ed esplorare, ma una volta scoperti potrebbe esserci là fuori un intero mondo di potenziali viaggiatori pronti ad ascoltare questo brillante musicista irlandese.

Tino Montanari