Gli Ultimi Bellissimi Episodi Di Una Carriera Luminosa. Bert Jansch – On The Edge Of A Dream

bert jansch on the edge of a dream

Bert Jansch – On The Edge Of A Dream – Earth 4CD Box Set

A pochi mesi dal notevole box quadruplo Living In The Shadows, che raccoglieva i tre album che il grande Bert Jansch aveva pubblicato negli anni novanta, ai quali era stato aggiunto un CD di inediti del periodo http://discoclub.myblog.it/2017/02/03/gli-anni-novanta-di-un-grandissimo-musicista-bert-jansch-living-in-the-shadows/ , la benemerita Earth fa uscire il seguito di quel cofanetto (in mezzo c’è stata anche la riedizione del live del 2001 Downunder, reintitolata Live In Australia http://discoclub.myblog.it/2017/02/12/una-doverosa-appendice-al-cofanetto-1-bert-jansch-live-in-australia/ ): On The Edge Of A Dream, sempre formato da quattro CD, ed ancora con il quarto totalmente inedito, prende in esame i tre album finali del grande chitarrista ex Pentangle, Crimson Moon (2000), Edge Of A Dream (2002) e The Black Swan (2006), tre dischi splendidi, uno meglio dell’altro, ancora più belli di quelli già notevoli della decade precedente e con almeno uno di essi (The Black Swan) meritevole di essere messo sullo stesso piano dei suoi classici. Nel nuovo millennio Jansch era tornato in forma smagliante, e chissà quanta altra grande musica avrebbe potuto regalarci se solo non se ne fosse andato per sempre nel 2011 (“Bert Jansch è stata forse la mia più grande influenza”, detto da Jimmy Page, non esattamente l’ultimo pirla): questo box ricalca il formato e la veste grafica del precedente (quello era giallo, questo è verde), anche se questa volta fortunatamente non mancano le note su chi suona cosa. Ma ecco una rapida disamina disco per disco.

Crimson Moon: con il figlio Adam al basso ed un trio di chitarristi formato da Johnny Marr (Smiths), Bernard Butler (Suede) e Johnny “Guitar” Hodge (Lightning Raiders), questo è un album splendido, con qualche scampolo elettrico (dire rock mi pare eccessivo) e canzoni formidabili, a partire dall’evocativa Caledonia, la deliziosa title track, contraddistinta dalla classe immensa del nostro, lo strepitoso strumentale Downunder, sublime prova di maestria da parte di Bert, la cristallina cover di October Song (Incredible String Band), la bluesata Looking For Love, la straordinaria Walking This Road, un mix elettroacustico con melodia davvero suggestiva, il puro folk di Neptune’s Daughter, per finire con una rilettura personalissima del classico di Guy Mitchell Singing The Blues.

Edge Of A Dream: album ancora più strumentato del precedente, oltre a ritrovare sia Butler che Hodge, troviamo il folksinger Ralph McTell all’armonica, l’ex cantante dei Mazzy Star, Hope Sandoval, e soprattutto in due brani il violino del grande Dave Swarbrick. Il disco comincia in maniera quasi rock con la tonica On The Edge Of A Dream, un folk-blues elettrico di grande impatto; altri pezzi degni di nota sono All This Remains, guidata dalla suggestiva voce della Sandoval, lo scintillante e cadenzato folk-rock What Is On Your Mind, le due canzoni con Swarb (la tenue Sweet Death, puro Jansch, e lo strumentale Gypsy Dave, nel quale l’ex Fairport Convention ruba la scena al leader), il gustoso blues I Cannot Keep From Crying, con la slide cooderiana di Paul Wassif, per chiudere con la straordinaria La Luna, con la splendida chitarra flamenco di Hodge, tra le cose più belle di Bert, e l’intenso traditional (già nel repertorio dei Fairport) The Quiet Joys Of Brotherhood, con la moglie del nostro, Loren Jansch, alla voce solista.

The Black Swan: come ho già detto, un disco formidabile, più folk dei due precedenti, anche se non mancano gli elementi rock e blues, e con la partecipazione di Beth Orton e di Devendra Banhart: canzoni splendide che rispondono ai titoli di The Black Swan, malinconica e struggente, High Days, nella quale Jansch suona veramente da Dio, Watch The Sun Comes Up, un sontuoso blues elettroacustico cantato dalla Orton, Katie Cruel, emozionante duetto tra Beth e Devendra, con Bert che ricama da par suo sullo sfondo, la strepitosa Watch The Stars, folk purissimo, ed il sorprendente western tune Magdalina’s Dance, quasi un bluegrass. E mi fermo qui se no le cito tutte.

The Setting Of The Sun: dischetto che contiene undici pezzi mai sentiti, sette demo di brani tratti dai tre CD precedenti, dall’arrangiamento più spoglio ma non per questo meno interessanti, e quattro inediti assoluti, due con Johnny Marr (una riedizione del classico anni sessanta di Bert It Don’t Bother Me ed una incredibile versione strumentale del traditional Cocaine), una preziosa Chambertin con Gordon Giltrap ed un intrigante strumentale senza titolo.

Un box quasi imprescindibile, dato che non costa neppure troppo (ma neppure te lo tirano dietro), a meno che non possediate già i tre album interessati da questa ristampa.

Marco Verdi

In Attesa Dei Waterboys, Ecco Il Violinista “Apicoltore”. Steve Wickham – Beekeeper

steve wickham beekeeper

Steve Wickham – Beekeeper – Man In The Moon Records

Molti appassionati di musica conosceranno Steve Wickham, e il suo virtuoso violino, per la sua ultratrentennale partecipazione come membro fisso dei grandissimi Waterboys del “pard” di vecchia data Mike Scott (che lo reputa il più bravo violinista rock del mondo), collaboratore anche di “personcine” di spessore tra i quali ricordiamo Bob Dylan, Elvis Costello, Sinead O’Connor, e per il suo debutto in sala di registrazione con gli U2 nella celeberrima Sunday Bloody Sunday su War, nel lontano ’82, e in quel periodo fu anche il violinista dei bravi, ma “dimenticati”, In Tua Nua. Chi conosce ed apprezza il buon Steve, deve sapere che il “nostro” aveva esordito da solista con Geronimo (04), un lavoro passato quasi inosservato dalle nostre parti (e non solo), una dozzina di brani dagli  alterni risultati benché fosse supportato da validi collaboratori, alcuni li ritroviamo anche in questo secondo Beekeeper: musicisti come Katie Kim, Ger Wolfe, The Lost Brothers, David Hood (Traffic e Rockets, ma anche una delle colonne dei Muscle Shoals Studios,  padre di Patterson Hood), Oleg Ponomarev, Bruno Calciuri, Joe Chester (chitarrista nei Waterboys e produttore di Hozier), la brava Camille, come non poteva certo mancare il suo “capo” Mike Scott, per un buon lavoro concepito con cura e splendidamente suonato, in parte registrato nei Sligo Magic Room Studios, con la direzione di Brian McDonagh dei Dervish, e l’altra metà nei Cauldron Studios di Dublino.

Diciamo subito che quasi la metà delle tracce di Beekeeper sono strumentali, anche se il brano d’apertura And The Band Played On vede subito Steve esibirsi come vocalist e volutamente senza il violino, con ai cori la cantante pop Katie Kim, omissione che viene subito rettificata dal breve strumentale Two Thousand Years, come pure nella successiva ballata celtica dedicata all’isola di Coney, cantata dalla bella voce tenorile di Ger Wolfe (cantautore irlandese di pregio), e la strumentale “giga” The Here. Si prosegue con una dolce melodia di paese come Fractured, con l’accompagnamento dei Lost Brothers e di David Hood al basso, valorizzata dall’uso della pedal steel e del violino di Steve, seguita da una composizione che dura solo 72 secondi per violino e pianoforte, The Bohemian, mentre con Stopping By Woods arriva l’inconfondibile voce di Mike Scott, brano che inizia con un basso pulsante poi entra il violino di Steve, per un pezzo che sembra lontano dalle abituali coordinate dei Waterboys (ma neppure troppo); a questo punto arriva forse il momento più alto del disco con l’impiego della voce femminile di Camille O’Sullivan (cantante e attrice irlandese) con Silence Of A Sunday, una canzone da “femme fatale” sussurrata da Camille, con l’uso di piano, chitarra acustica e un melanconico clarinetto.

La parte finale vede protagonista il polistrumentista russo Oleg Ponomarev che gareggia in bravura con Wickham nello strumentale Cells Of The Heart Which Nature Built For Joy, per poi passare al brano più gioioso dell’album Love’s Dark Sisters (Sombres Soeurs De L’Amour), cantato in lingua madre dal cantante francese Bruno Calciuri, mentre la dolcissima e sofferta Song Of The River è interpretata da Joe Chester (uno dei più celebri cantautori irlandesi contemporanei), ed è accompagnata nuovamente dal magico violino di Steve, protagonista anche nelle note strumentali della straziante e conclusiva Cockcrow. Steve Wickham certamente non sarà mai un personaggio di primo piano,  uno di quegli artisti che cavalcano le mode e riempiono le radio della loro musica, ma credo che il panorama musicale abbia bisogno anche di interpreti come lui, onesti e sinceri, lontani mille miglia dalle leggi del mercato,  un poliedrico musicista che fino ad ora avevamo potuto apprezzare per le sue prestazioni al servizio degli altri, ma in Beekeeper finalmente lo possiamo applaudire per un progetto completamente suo, composto da canzoni di eccellente “miele sonoro”. Non finirà certamente nelle liste di fine anno, ma ha fatto davvero un buon disco il buon Mr. Wickham, in attesa a settembre di nuove avventure con gli amati Waterboys nel nuovo Out Of All This Blue.

Tino Montanari

Ancora Folk “Letterario” Per Il Nuovo Album. Eric Andersen – Mingle With The Universe

eric andersen mingle with the universe

Eric Andersen – Mingle With The Universe: The Worlds Of Lord Byron – Meyer Records

Come mi aveva preannunciato il buon Michele Gazich, a circa due anni di distanza dall’ottimo omaggio ad Albert Camus Shadow And Light Of Albert Camus http://discoclub.myblog.it/2015/06/05/elegia-musica-premio-nobel-eric-andersen-shadow-and-light-of-albert-camus/ , ritorna Eric Andersen con un altro lavoro, questa volta nato da uno spettacolo teatrale con canzoni basate sulle poesie di Lord Byron, musicate dallo stesso Eric (a parte due brani che sono completamente suoi), a testimonianza che il “nuovo letterato” Andersen continua ad evolversi e reinventarsi. E così il cantautore americano, ma cittadino del mondo: da anni vive in Norvegia con la famiglia, e registra e produce in Germania, ha deciso di ripetere l’esperienza del precedente disco in studio, riportando in sala d’incisione a Colonia oltre alle armonie vocali della moglie Inge, il magico violino di Gazich, turnisti di area come Giorgio Curcetti alle chitarre elettriche, all’oud e al basso, Cheryl Prashker alla batteria, djembe e percussioni, Paul Zoontjens al pianoforte Steinway, senza dimenticare la sua voce inconfondibile a servizio di chitarra e armonica, il tutto sotto la produzione di Werner Meyer.

Il nobile progetto si sviluppa con una prima poesia musicata,  There’ll Be None Of Beauty’s Daughters dalla malinconia infinita, con il sostegno del controcanto della moglie, a cui fanno seguito una Song To Augusta dal suono moderno, dove entra in gioco il violino di Michele, come nell’introduzione di una maestosa ballata come She Walks In Beauty, solo voce, pianoforte, violino e poco altro, mentre la intrigante Hail To The Curled Darling è il primo brano di Eric dedicato alla vita di Lord Byron. Con la dolcezza di Farewell To A Lady, sembra di tornare ai tempi gloriosi del Greenwich Village, per poi passare al folk rurale di una Child Harold’s Farewell, con armonica e percussioni in evidenza; si omaggia nuovamente il poeta con una personale e lunga Albion, dove si risente la melodiosa voce di Inge, mentre la brevissima Fifty Times e la seguente Darkness sono basate su un recitativo che quasi rimanda al compianto John Trudell. Dopo tanto splendore, si riparte con gli arpeggi chitarristici di un brano strumentale Taqsim, a cui fa seguito la title track Mingle With The Universe, una moderna “romanza” folk dove il lavoro al violino di Gazich e la voce di Eric, danno un impronta epica al brano.

Come nella seguente dolcissima ballata Maid Of Athens, che chiude la versione in vinile dell’album, ma nel CD ci sono due ulteriori tracce: ancora una ulteriore folk song sulle note del violino nella  ambiziosa When We Two Parted per poi chiudere con la danzante So We’ll Go No More A-Roving, un disco affascinante, profondo e coinvolgente. Questo “arzillo” settantaquattrenne è ormai sulle scene da più di cinquanta anni (il suo primo album, Today Is The Highway risale al 1965), e con questo ultimo lavoro se non ho sbagliato i conti con il “pallottoliere” è arrivato a 34 album: Andersen ha consumato scarpe e musica suonando, tra i tanti, con Joni Mitchell, Judy Collins, Leonard Cohen, Rick Danko,  ha composto pezzi per Dylan, Cash, Linda Ronstadt e i grandissimi Grateful Dead, e, influenzato da scrittori della “beat generation” come Jack Kerouac e Allen Ginsberg, o dai poeti classici francesi tra cui Charles Baudelaire e Arthur Rimbaud, invece di andare a pesca di salmoni norvegesi, nella seconda parte della vita si è creato l’hobby di adattare in musica le opere di altre icone letterarie del passato, con il risultato, per chi scrive, di una cavalcata letteraria-musicale comunque senza tempo, per orecchie colte e raffinate.

NDT: A dimostrazione che i proverbi sono veritieri, Eric Andersen sta già lavorando al terzo capitolo del progetto, dedicato al premio Nobel Heinrich Bòll (il figlio prediletto di Colonia), e il disco dovrebbe uscire a Settembre di quest’anno. Attendo fiducioso, sono già impaziente.!

Tino Montanari

Un Sentito Omaggio Da Parte Di Un Grande Musicista Ad Un Grande Duo. Tom Russell – Play One More: The Songs Of Ian & Sylvia

Tom Russell Play One More

Tom Russell – Play One More: The Songs Of Ian & Sylvia – True North/Ird CD

Tom Russell è ormai diventato uno dei miei cantautori preferiti. Californiano di Los Angeles, ma con uno stile ed un suono decisamente texano, Tom è uno di quelli che in quasi quarant’anni non ha mai deluso, e soprattutto dagli anni novanta in poi ha sfornato un disco più bello dell’altro, album che rispondono ai titoli, solo per citare quelli che amo di più, di The Rose Of San Joaquin, The Long Way Around, The Man From God Knows Where (splendido), Borderland (ancora meglio), Indian Cowboys Horses Dogs e Mesabi  http://discoclub.myblog.it/2011/09/06/ma-allora-escono-ancora-dischi-belli-tom-russell-mesabi/ (solo un paio di lavori non mi avevano convinto più di tanto, il frammentario Hotwalker, quasi uno spoken word album, e l’esperimento con orchestra non pienamente riuscito Aztec Jazz). Dischi pieni di bellissime canzoni, di racconti sospesi tra folk, country, tex-mex (il confine col Messico è sempre stato molto presente in Russell) e cowboy songs, un artista talmente bravo che perfino le sue due antologie uscite quasi in contemporanea nel 2014 (Tonight We Ride e The Western Years) http://discoclub.myblog.it/2014/10/12/cowboys-tantissime-belle-canzoni-tom-russell-the-western-years/erano così belle da sembrare quasi due dischi nuovi. Quando sembrava che, dopo decenni di onorata carriera, Russell avesse già dato il suo meglio, ecco due anni fa l’uscita del suo capolavoro, The Rose Of Roscrae, un album formidabile, un disco straordinario che raccontava in due CD un’epopea western di grande intensità, un concept pieno di grandi canzoni e con una lista di ospiti da far tremare le gambe (Joe Ely, Jimmie Dale Gilmore, Augie Meyers, Jimmy LaFave, Ramblin’ Jack Elliott, John Trudell, Dan Penn, Ian Tyson e Guy Clark) http://discoclub.myblog.it/2015/04/29/epica-saga-del-west-lunga-quarantanni-tom-russell-the-rose-of-roscrae-ballad-of-the-west/ .

Oggi Tom ritorna con un lavoro diametralmente opposto, registrato quasi in perfetta solitudine, con l’ausilio unicamente di Grant Siemens alle chitarre acustiche ed elettriche e di Cindy Church alle armonie vocali: Play One More: The Songs Of Ian & Sylvia è, come recita il titolo, un omaggio da parte del nostro alle canzoni di Ian Tyson e Sylvia Fricker Tyson, duo folk canadese tra i più popolari negli anni sessanta, e da sempre tra le maggiori fonti di ispirazione di Tom. Ex marito e moglie nella vita, sia Tyson che la Fricker sono ancora tra noi, anzi Ian è ancora attivo musicalmente (Carnero Vaquero, il suo ultimo album uscito due anni fa, è molto bello http://discoclub.myblog.it/2015/07/10/vero-cowboy-canadese-ian-tyson-carnero-vaquero/ ), ma nel periodo di maggior successo hanno scritto davvero tante splendide canzoni, alcune delle quali sono state scelte da Tom per questo disco. E Russell ha fatto una scelta personale, omettendo i brani più noti, principalmente la leggendaria Four Strong Winds ma anche You Were On My Mind (sì, proprio la Io Ho In Mente Te dell’Equipe 84, non tutti sanno che è opera di Sylvia * NDB Grandissima la versione di Barry McGuire), ed optando per pagine più oscure del songbook dei due canadesi, ma non per questo meno interessanti (ci sono anche un paio di pezzi di cui Tom è co-autore, dato che conosce i due da anni), scegliendo di preservare la purezza delle melodie e non appesantirle con una strumentazione corposa: solo due chitarre e due voci, proprio come nei pezzi originali del duo.

Ed il disco, pur lontano dall’essere un’opera sul livello magnifico di The Rose Of Roscrae, funziona a meraviglia. Tom, oltre che un grande autore, si rivela un ottimo interprete, e l’idea di farsi doppiare in alcuni pezzi da una voce femminile, così da ricreare l’atmosfera originale, è vincente: in più, gli arrangiamenti scarni esaltano la purezza delle melodie, anche se forse qua e là una bella fisarmonica l’avrei inserita. L’album è decisamente unitario e compatto, e per questo non necessita a mio parere della solita disamina brano per brano, dato che le dodici canzoni presenti sono tutte allo stesso livello, siano esse delle ballate lente ed intense dal profumo di West (Wild Geese, Rio Grande, The Night The Chinese Restaurant Burned Down, splendida, la limpida cowboy song Old Cheyenne, o la cristallina Short Grass, dal pathos notevole, o ancora The Renegade, che sembra uscire dalla penna di Tom), oppure brani più vivaci, nei quali viene usata anche la chitarra elettrica (Thrown To The Wolves, Play One More, bellissima anche questa, o il quasi bluegrass Red Velvet). Per finire con la straordinaria When the Wolves No Longer Sing, forse la più bella di tutte le canzoni presenti, che non a caso è scritta insieme da Tyson e Russell. Come bonus finale, Tom ci regala due demo inediti di Ian & Sylvia, Grey Morning e la più nota The French Girl, nelle quali gli allora moglie e marito si dividono rispettivamente i compiti di voce solista.

Tom Russell proprio non ce la fa a fare dischi brutti e, anche se dopo il gran lavoro fatto con The Rose Of Roscrae si è preso una pausa dal songwriting, in Play One More abbiamo comunque il Tom performer, che non è di certo inferiore.

Marco Verdi

La Tregua E’ Finita: A Soli 61 Anni Se Ne E’ Andato Anche Jimmy LaFave!

jimmy lafave

Dopo un periodo relativamente tranquillo nel quale la “Nera Signora”, per dirla alla Roberto Vecchioni, aveva un po’ allentato la presa sui musicisti famosi (anche se pochi giorni fa c’è stato il tragico suicidio di Chris Cornell, non celebrato in questo blog solamente in quanto distante dai gusti dei recensori, nonostante al sottoscritto non dispiaccia qualche dose di hard rock ogni tanto), dobbiamo purtroppo registrare la scomparsa di Jimmy LaFave, avvenuta due giorni fa all’età di soli 61 anni ed al termine di una breve lotta contro una forma molto aggressiva e subdola di cancro, e dopo avere partecipato solo il 19 maggio al suo ultimo concerto a Austin, un tributo per raccogliere fondi destinati al Jimmy LaFave Songwriter Rendezvous, non per lui, ma per altri. Penso, purtroppo, che la sua scomparsa avrà pochissima risonanza sulla stampa e nel web nostrani, in quanto Jimmy era un vero outsider, uno che ha vissuto tutta la sua vita in funzione della musica vera, senza mai cercare la fama ma riuscendo comunque a diventare una piccola leggenda in Texas. Originario del Lone Star State, LaFave si sposta in Oklahoma in giovane età, a Stillwater per la precisione, dove diventa membro di quel movimento sotterraneo conosciuto come Red Dirt, e pubblica tre album tra il 1979 ed il 1988 a livello indipendente, oggi impossibili da trovare. Tornato in Texas, ad Austin, Jimmy esordisce a livello nazionale nel 1992 con l’ottimo Austin Skyline, un album registrato dal vivo nel quale il nostro propone brani autografi intervallandoli con riletture molto personali di canzoni di Bob Dylan, da sempre la sua fonte principale d’ispirazione.

Cantautore raffinato, Jimmy era dotato anche di una bella voce, molto espressiva e duttile (qualcuno l’aveva paragonata a quella di Steve Forbert), adatta sia quando si trattava di arrotare le chitarre per suonare del vero rock’n’roll texano, sia quando proponeva le sue tipiche ballate arse dal sole e sferzate dal vento, molto classiche nel loro accompagnamento a base di piano e chitarra, ma decisamente intense. Gli anni novanta proseguono con altri bellissimi album di puro cantautorato rock texano, come Highway Trance, Buffalo Returns To The Plains, Road Novel e Texoma, con il quale Jimmy entra nel nuovo millennio, iniziando anche a curare una serie parallela di CD intitolata Trail (oggi arrivata al quinto volume), nei quali pubblica outtakes sia in studio che dal vivo molto interessanti, sia di brani suoi che cover, e non solo di Dylan (che comunque non mancano mai). Quando la sua carriera sembrava aver preso una via fatta di album ben fatti ma senza guizzi particolari, ecco due anni fa il suo capolavoro, The Night Tribe, uno splendido disco di ballate pianistiche, notturne, intense e particolarmente ispirate, uno dei migliori dischi del 2015 in assoluto che ci avevano manifestato la grande forma compositiva di un piccolo grande artista, un album che purtroppo (ma allora non lo sapevamo), diventerà anche il suo canto del cigno http://discoclub.myblog.it/2015/05/18/sempre-buona-musica-dalle-parti-austin-jimmy-lafave-the-night-tribe/ .

Personaggio umile, sempre lontano dai riflettori (l’ho visto dal vivo una volta, a Sesto Calende nel 1994 o 1995, e mi è rimasto impresso che, per salire a suonare sul palco, sia lui che i membri della sua band entrarono dal fondo della sala, passando in mezzo al pubblico e chiedendo anche il permesso, il tutto con gli strumenti al collo!), Jimmy ha scritto canzoni che forse non entreranno nella storia ma sono entrare nei cuori dei veri music lovers, brani che rispondono ai titoli di Desperate Men Do Desperate Things, Never Is A Moment, The Open Road, Only One Angel, Austin After Midnight, On A Bus To St. Cloud, The Beauty Of You, anche se potrei andare avanti a lungo. Vorrei ricordarlo non con una canzone sua, ma con una delle innumerevoli cover dylaniane proposte negli anni, un brano che amo molto e del quale Jimmy ha rilasciato una rilettura decisamente intensa e poetica.

Goodbye Jimmy: da oggi il Paradiso è un po’ più texano.

Marco Verdi

Un’Altra Nuova Band Dal Grande Futuro (Si Spera). The Show Ponies – How It All Goes Down

show ponies how it all goes down

The Show Ponies – How It All Goes Down – Freeman CD

Non solo, almeno a parere del sottoscritto, gli Old Crow Medicine Show sono la miglior band americana del nuovo millennio (superiori di poco anche ad Avett Brothers e più nettamente anche ai Mumford And Sons), ma negli ultimi anni si può dire che i ragazzi della Virginia abbiano creato un vero e proprio suono e sono stati presi come riferimento da una lunga serie di gruppi nati dopo di loro. Il rielaborare la tradizione folk e country aggiungendo robuste dosi di rock lo si faceva già negli anni novanta (basti pensare ad Uncle Tupelo ed ai primi Jaykawks), ma gli OCMS hanno avuto il grande merito di rivitalizzare un genere, quello roots-rock-Americana, che forse cominciava a mostrare un po’ la corda, tra l’altro con l’ausilio quasi totalmente di strumenti acustici, ma suonati con la forza di una vera rock band. Nei gruppi che seguono questo filone farei senz’altro ricadere gli Show Ponies, un quintetto di Los Angeles con già un disco al proprio attivo ((We’re Not Lost, 2013), e il cui nuovo lavoro How It All Goes Down mi è piaciuto a tal punto che non ho difficoltà ad inserirli tra i migliori nuovi gruppi degli ultimi tempi. I cinque si sono conosciuti circa otto anni fa al college, e quindi di membri originari della Città degli Angeli non c’è nessuno: i due leader sono Clayton Chaney (dall’Arkansas, voce solista e basso) ed Andi Carder (texana di Houston, voce solista e banjo), i quali hanno formato il primo nucleo assieme a Jason Harris (chitarra e piano, anch’egli di Houston), per poi completare il quintetto in un secondo momento con Kevin Brown (batteria) e Philip Glenn (violino). I cinque hanno presto scoperto di avere gli stessi interessi musicali e hanno cominciato a scrivere e suonare insieme: non conosco il loro debut album, ma vi assicuro che questo secondo lavoro è davvero notevole.

Rispetto agli OCMS (che, va detto,  comunque restano nettamente superiori) gli Show Ponies sono decisamente più rock, le chitarre elettriche sono spesso presenti all’interno delle canzoni, ma la base di partenza è sempre folk, ed in più i cinque suonano con grande forza e feeling: tra ballate, pezzi più rock o canzoni di stampo puramente folk, i nostri mostrano di essere decisamente creativi e di avere un grande senso del ritmo e della melodia, consegnandoci con How It All Goes Down (uscito il 20 gennaio) una delle sorprese più piacevoli di questo 2017, con almeno tre-quattro canzoni di caratura superiore. Folk, country, rock e bluegrass fusi insieme in un cocktail molto stimolante ed in grado anche di entusiasmare a tratti, come nel brano che apre il disco, The Time It Takes, stupendo folk-rock dalla melodia cristallina, incroci chitarristici di prim’ordine ed uno splendido pianoforte: l’alternanza tra le due voci soliste, maschile e femminile, è poi uno dei punti di forza del gruppo. Un inizio perfetto, una delle più belle canzoni che ho ascoltato ultimamente. This World Is Not My Home ha un approccio più tradizionale, banjo e violino sono gli strumenti principali (e Glenn è un fiddler coi controfiocchi), anche se né la chitarra elettrica né la sezione ritmica fanno mancare il loro apporto: dopo la prima strofa il ritmo cresce vorticosamente e, complice anche un refrain di presa immediata, il brano diventa irresistibile; la voce gentile della Carder introduce Kalamazoo, un folk tune elettrificato ma di stampo rurale, con grande uso di violino e tempo sempre mosso anche se più leggero, mentre con Someone To Stay si torna prepotentemente in ambito rock, anzi qui la componente folk sarebbe quasi assente se non fosse per il violino, ed il pezzo è uno scintillante ed orecchiabile esempio della bravura dei nostri nel confezionare canzoni fresche, dirette e creative al tempo stesso.

Should Showed Him è una filastrocca un po’ sghemba e dall’arrangiamento ancora più rock (anche il violino viene suonato come fosse una chitarra elettrica), per un brano forse meno immediato ma comunque grintoso e stimolante; Folks Back Home è invece puro folk, limpido, cristallino, solare e delizioso, mentre Only Lie è più introversa, spezzettata e decisamente meno immediata, non tra le migliori. Something Good e Sweetly sono due tenui slow ballads, tra folk d’altri tempi e cantautorato puro (leggermente meglio la seconda, cantata da Andi) ed anche If You Could Break That Chain prolunga il momento intimista del CD, con un altro lento di stampo acustico, dal bel ritornello corale e con una chitarra elettrica che si affaccia sullo sfondo. Il disco si chiude in crescendo con la pimpante Don’t Call On Me, un country-rock gustoso e suonato con la solita forza, l’intensa (e breve) Bravery Be Written, folk purissimo con un chiaro accento irlandese, e con la title track, melodia di stampo tradizionale su base elettrica, altro fulgido esempio di come si possano scrivere ottime canzoni giusto a metà tra folk e rock, da parte di un gruppo che, ne sono certo, ha cominciato solo adesso a far parlare di sé.

Marco Verdi

Il Nuovo Capitolo Del “Cantore” Della Solitudine. Malcolm Holcombe – Pretty Little Troubles

malcolm holcombe pretty little troubles

Malcolm Holcombe – Pretty Little Troubles – Gypsy Eyes Music

Da quando è tornato sobrio, esclusivamente per merito di sua moglie Cindy, il buon Malcolm Holcolmbe sembra rinato a nuova vita musicale, incidendo periodicamente negli ultimi anni una serie di ottimi lavori come Down The River (12), Pitiful Blues (14), The RCA Sessions (15), e Another Black Hole (16), tutti recensiti da chi scrive, su queste pagine virtuali http://discoclub.myblog.it/2016/03/09/leggenda-dellunderground-americana-malcolm-holcombe-another-black-hole/ . Di conseguenza, di questo signore e della sua vita avventurosa, i lettori di questo blog sanno già tutto, quindi tralascio di ripercorrere per l’ennesima volta le sue note biografiche e la sua carriera, che lo hanno portato ad incidere questo undicesimo album in studio. Una delle prime cose che si nota ascoltando Pretty Little Troubles, è il forte contrasto tra la musica e la voce di Malcolm, e questo lo si deve in gran parte al noto polistrumentista e produttore Darrell Scott (autore in passato di svariati ottimi lavori solisti), che ha radunato negli Outlaw Music Sanctuary Studios in quel di Crawford nel freddo Tennessee, una serie di eccellenti musicisti, tra i quali il fidato Jared Tyler al dobro, mandolino e voce, Verlon Thompson alle chitarre acustiche e slide, Marco Giovino alla batteria, Dennis Crouch al basso, Joey Miskulin alla fisarmonica, e il bravo Kenny Malone alle percussioni, senza dimenticare il contributo di stagionati turnisti di area come Jelly Roll Johnson, Mike McGoldrick, e Jonathan Yudkin,  tutti impegnati ad assecondare Holcombe e la sua chitarra, suonata come sempre con il suo personalissimo “fingerpicking”.

I “piccoli problemi” di Malcolm si aprono  sulla sorprendentemente “bluesy”  Crippled Point O’View, con un arrangiamento leggermente funky, a cui fanno seguito la commovente Yours No More (dedicata agli immigrati, il country-folk quasi da “campi di cotone” di una briosa Good Ole Days, la sofferta elegia di Outta Luck, con in sottofondo l’armonica di Jelly Roll Johnson. Troviamo anche l’atmosfera “zingaresca” della bellissima South Hampton Street, dove oltre alla voce di Holcombe svetta la fisarmonica di Miskulin, come pure nella seguente splendida ballata Rocky Ground, mentre la title track Pretty Little Troubles è di nuovoun moderno blues acustico, eseguito come lo avrebbe suonato il bravo Steve Seasick, per poi passare alla divertente Bury, England, dove il dobro di Jared Tyler gareggia in bravura con la chitarra di Malcolm. Il sound spoglio e acustico di Pretty Little Troubles si manifesta anche nella chitarra e voce di Damm Weeds, per poi ampliarsi con una strumentazione da brano  celtico come in The Eyes O’Josephine, una ballata romantica popolare senza tempo, e avviarsi alla fine dei “problemi” con una rustica e incalzante The Sky Stood Still, valorizzata alle corde dal bravo Jonathan Yudkin, e chiudere con gli accordi crepuscolari di una intima e scarna We Struggle.

Questo “signore” ormai lo ascolto da oltre vent’anni, e oggi come ieri Malcolm Holcombe mi pare un cantautore apparentemente di un’altra epoca, in quanto principalmente il nostro in fondo è un musicista di montagna, che scrive canzoni sempre intriganti (soprattutto quelle basate sulle proprie esperienze), con una voce che raschia in gola e raccoglie ogni suono, partendo dal primo Dylan, passando per Johnny Cash, e finendo con il Tom Waits più notturno. Amato da molti musicisti (in primis da Steve Earle e Lucinda Williams) e riconosciuto dalla critica internazionale, Holcombe si conferma un artista essenziale nel proporre il suo “talkin’ blues”, raccontando storie di provincia che lui vive sulla propria pelle (come in questo ultimo Pretty Little Troubles), cantate con voce calda e profonda, con risultati che lo innalzano ancora una volta alla pari dei grandi storytellers americani, e verso il “gotha”, se esiste, dei cantautori di culto!

Tino Montanari

Il Risveglio Di Un’Eroina Degli Anni Sessanta! Joan Baez – The Complete Gold Castle Masters

joan baez complete gold castle masters

Joan Baez – The Complete Gold Castle Masters – Razor & Tie/Concord/Proper 3CD

Gli anni ottanta sono stati una decade parecchio difficile per molti artisti che appena vent’anni prima avevano il mondo (musicale) nelle loro mani, a causa della tendenza tipica di quegli anni di staccare con il passato e di vivere il presente in maniera esagerata, creando mode effimere che però nel periodo rischiarono di cancellare intere carriere (per fortuna gli anni novanta, sebbene lontani dall’essere definiti indimenticabili, rimisero parecchie cose al loro posto). Tra i musicisti più in difficoltà ci fu sicuramente Joan Baez, vera e propria icona della musica folk nei sixties, e titolare di una buona discografia “di gestione” nei seventies, che negli ottanta era considerata una vera e propria has been, buona solo per essere chiamata quando c’era da sfilare in qualche corteo e cantare canzoni di protesta in qualche evento specifico: Joan non interessava più come artista, discograficamente parlando, e per ben sette anni non pubblicò alcunché, priva com’era anche di un contratto (anche la sua partecipazione al tour europeo del 1984 di Bob Dylan e Santana finì solo con il compromettere definitivamente i rapporti tra lei e Bob). Nel 1987 la svolta: Joan accettò la proposta di Danny Goldberg, proprietario della piccola etichetta Gold Castle e grande appassionato di folk (altri artisti sotto contratto per la stessa label in quel periodo erano Peter, Paul & Mary, Judy Collins ed Eric Andersen), ed entrò in studio con il produttore Alan Abrahams ed un manipolo di sessionmen (tra cui Fred Tackett, Caleb Quaye ed Abraham Laboriel), uscendone con Recently, un discreto album che ci faceva ritrovare un’artista in buona forma e con una voce ancora eccezionale, disco che non fu un grande successo di pubblico ma ottenne buone critiche e contribuì a rimettere in circolo il nome della Baez, al punto che dopo due anni Joan bisserà con Speaking Of Dreams, un disco anche migliore del precedente, e che le darà la fiducia necessaria per continuare, anche se con altre etichette, fino ad oggi con la pubblicazione di un nuovo album ogni cinque anni (anche se è ormai ferma all’ottimo Day After Tomorrow del 2008, ma pare che stia lavorando ad un nuovo disco che potrebbe uscire nel 2018 e comunque qualche giorno fa è stata inserita nella Rock And Roll Hall Of Fame, come vedete nel video sotto).

Oggi la Razor & Tie (e la Proper in Europa) ripubblica in un triplo CD quei due dischi ormai fuori catalogo (la Gold Castle è fallita da tempo), aggiungendo quattro bonus tracks ed anche un disco dal vivo uscito all’epoca giusto in mezzo ai due album di studio, Diamonds & Rust In The Bullring. Recently (ed anche Speaking Of Dreams) propone, come d’abitudine per la Baez, una miscela di brani originali (pochi, Joan non è mai stata un’autrice prolifica), qualche traditional e diversi pezzi di autori contemporanei, con arrangiamenti al passo coi tempi, anche se talvolta un po’ fuori posto per lo stile della cantante. Joan sceglie di cominciare con il classico dei Dire Straits Brothers In Arms, in cui sopperisce con il pathos e la purezza della sua voce all’assenza della chitarra di Mark Knopfler (e poi il pezzo è già bello di suo). Quelli erano anche gli anni delle canzoni contro l’apartheid in Sudafrica, e la Baez non si chiama certo fuori, riprendendo Asimbonanga (del musicista sudafricano Johnny Clegg, all’epoca molto popolare), un canto che alterna cori di stampo tradizionale ad una veste sonora moderna (pure troppo) ed il celebre inno di Peter Gabriel Biko, in uno squisito arrangiamento dal sapore irlandese. Ci sono anche due canzoni non collegate direttamente al Sudafrica, ma usate ugualmente come canti di libertà: il medley tradizionale Let Us Bread Together/Oh Freedom, dal vivo e con un bel coro gospel alle spalle, e MLK degli U2, voce e synth, che sebbene sia dedicata a Martin Luther King non è una grande canzone. Completano il disco due brani scritti da Joan, Recently e James And The Gang, due cristalline ballate di stampo folk (meglio la seconda, la prima è un po’ zuccherosa) e due classici del songbook americano: The Moon Is A Harsh Mistress di Jimmy Webb, in un’intensa rilettura pianistica (anche qui gli archi sono superflui, ma non esagerano) ed un’ottima Do Right Woman, Do Right Man, famoso errebi scritto da Dan Penn, in una vibrante versione soul che è anche un tributo ad Aretha Franklin.

Paradossalmente il brano migliore è la bonus track pubblicata in questa ristampa, una cover di Lebanon, brano scritto da David Palmer (songwriter e musicista con un passato negli Steely Dan), una ballata di stampo quasi rock, dal suono classico ed elettrico ed una melodia coinvolgente, un mistero come sia rimasta inedita sino ad oggi. Speaking Of Dreams, sempre prodotto da Abrahams, è come ho già detto più bello di Recently, e con un suono migliore: ben tre canzoni sono scritte da Joan, la fulgida China, dedicata ai fatti di Tienanmen Square, il gradevole reggae di Warriors Of The Sun e la title track, raffinata ballata pianistica. Due sono i traditionals, un’intensissima versione piano e chitarra del brano popolare irlandese Carrickfergus ed il medley Rambler Gambler /Whispering Bells, con la partecipazione di Paul Simon, che ha anche arrangiato il brano in puro stile Graceland usando i suoi musicisti africani; splendida El Salvador, una sontuosa ballata di Greg Copeland, impreziosita dal duetto vocale con Jackson Browne, anch’egli in quel periodo molto impegnato politicamente con album come Lives In The Balance e World In Motion, mentre Fairfax County, del cantautore David Massengill, è una delicata folk song, con Joan perfettamente calata nel suo ambiente naturale. Pollice verso invece per Hand To Mouth: già la scelta di rifare un brano di George Michael (per di più un lato B di un singolo) è di per sé discutibile, ma poi la canzone è brutta e l’arrangiamento molto anni ottanta. Ben tre sono le bonus tracks (due già edite in una precedente antologia della Baez ed una nelle varie edizioni CD dell’album): una versione alternata di Warriors Of The Sun unita in medley con She’s Got A Ticket di Tracy Chapman, una Goodnight Saigon molto bella, potente e roccata, anche meglio dell’originale di Billy Joel, ed una rilettura in spagnolo di My Way di Paul Anka, intitolata A Mi Manera ed in cui Joan è accompagnata dai Gipsy Kings (bella? Ma anche no…).

Molto bello infine il live Diamonds And Rust In The Bulling (a parte il titolo da bootleg), registrato nel 1988 nella Plaza de Toros di Bilbao, in Spagna, un live elettrico con Joan in ottima forma e con una voce ancora potentissima. Nella prima parte (il vecchio lato A) troviamo splendide versioni di Diamonds And Rust, la più bella tra le canzoni scritte da Joan, una commovente No Woman, No Cry di Bob Marley ed una meravigliosa Let It Be (Beatles, of course) in versione gospel, oltre ad una rilettura a cappella del traditional Swing Low, Sweet Chariot ed una bellissima e toccante Famous Blue Raincoat di Leonard Cohen, cantata dalla Baez per la prima volta. La seconda parte propone cinque canzoni in spagnolo (Joan, grazie anche alle sue origini messicane, ha un’ottima padronanza della lingua ispanica) ed una, Txoria Txori, addirittura in basco: oltre alla nota Gracias A La Vida, appesantita un po’ dalla debordante presenza vocale di Mercedes Sosa, un’interessante Elles Danzas Solas, versione spagnola di They Dance Alone di Sting (brano di protesta contro il dittatore cileno Augusto Pinochet) ed una deliziosa El Preso Numero Nueve con un arrangiamento flamenco. The Gold Castle Masters è dunque un’ottima opportunità per riscoprire alcune pagine poco note, ma fondamentali per la sua carriera, di Joan Baez, considerando anche il fatto che costa come un doppio CD.

Marco Verdi

L’Ultima Colta Fatica Di Un “Cantautore Del Blues”! Eric Bibb – Migration Blues

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Eric Bibb – Migration Blues – DixieFrog/Ird

Eric Bibb non è un “semplice” cantante e chitarrista blues, è un cantautore del blues, uno che ha sempre dato importanza alla tradizione (per esempio con il recente Lead Belly’s Gold, realizzato in coppia con JJ Milteau http://discoclub.myblog.it/2015/10/11/vecchio-oro-zecchino-nuovi-minerali-blues-meno-pregiati-sempre-preziosi-eric-bibb-and-jj-milteau-lead-bellys-gold-live-at-the-the-sunset-more/ ), ma nella sua musica hanno altresì trovato posto le tematiche dei perdenti, degli sfruttati, dei poveri del mondo, e quindi era quasi inevitabile che prima o poi realizzasse un intero disco dedicato ai cosiddetti “rifugiati”, i migranti: le popolazioni che in giro per il mondo fuggono da guerre, carestie, fame, povertà, alla ricerca di un mondo migliore, spesso trovando la morte in questo tentativo. Ovviamente questa è solo una recensione e non un trattato sociologico e quindi non può entrare a fondo nell’argomento, che lascio a persone più preparate di me (spero) per sviscerarlo, ma mi sembrava giusto ricordarlo, visto che è l’assunto da cui parte questo album. Che nel suo ricco librettino, scritto in tre lingue, inglese, francese e tedesco, viene anche trattato con dovizia di particolari sulle canzoni contenute nel CD, e si apre con una dotta citazione dall’opera di Cicerone, che nel 46 prima di Cristo già diceva: “Essere ignoranti di quanto è avvenuto prima della tua nascita vuol dire rimanere sempre un bambino. Per questo quanto vale la vita umana, a meno che non sia intessuta nella vita dei nostri antenati dai ricordi della storia” (libera traduzione del sottoscritto).

Ma veniamo ai contenuti del disco: a fianco di Bibb, per questa nuova avventura, oltre al fido JJ Milteau all’armonica, questa volta troviamo l’eccellente musicista canadese (ma nato a South Bend, Indiana) Michael Jerome Browne, vincitore di vari premi in Canada e negli States (con nove album al suo attivo, quasi tutti per l’etichetta Borealis, e che vi consiglio di esplorare), nonché virtuoso (come Eric) di vari strumenti a corda, chitarre, soprattutto slide, banjo e mandolino, ma anche violino. Quindi un disco dalle sonorità scarne, quasi sempre acustiche, come è d’altronde caratteristica dei dischi di Eric Bibb, vedi anche il recente The Happiest Man In The World, dove oltre a Browne, c’era il grande Danny Thompson al contrabbasso. Si diceva del fatto che il nostro è un “cantautore” del blues e quindi è quasi ovvio che l’album contenga quasi tutte composizioni originali dello stesso Bibb, che comunque si lascia aiutare anche dai suoi compagni di avventura come autori, e sceglie un paio di cover d’autore che vediamo tra un attimo. L’album si apre con l’intensa (ma lo sono tutte le canzoni contenute in questo Migration Blues) Refugee Moan, con la splendida ed espressiva voce di Bibb, sostenuta dalla propria baritone guitar, dal fretless banjo di Browne e dall’armonica di Milteau, per una cruda narrazione del viaggio verso la Promised Land. Il secondo brano Delta Getaway, rievoca i ricordi dei vecchi del Mississippi sui loro pericolosi viaggi appunto dal Mississippi a Chicago, un brano dove si gusta la splendida resophonic slide di Browne e l’intervento della batteria di Olle Linder che aggiunge ritmo ad uno dei brani più “elettrici” di questa raccolta.

Diego’s Blues racconta il viaggio, negli anni ’20 del secolo scorso, di un inventato emigrante messicano verso il Delta del Mississippi per sostituire gli Afroamericani che stavano abbandonando le piantagioni, un eccellente folk-blues, solo la voce di Eric e la 12 corde di Browne, splendido. Prayin’ For Shore affronta l’argomento dei viaggi della speranza in barca nel Mediterraneo a noi tristemente noti, una canzone complessa, con la voce di supporto di Big Daddy Wilson, e la 12 corde amplificata di Jerome e l’armonica di Milteau che affiancano la sempre splendida voce di Bibb, per un brano dall’atmosfera sospesa ed intensa. Migration Blues è uno strumentale intricato, dove Bibb e Browne si sfidano con le loro 12 corde in modalità bottleneck.. Four Years, No Rain, scritta sempre per l’occasione da M.J. Browne, affronta il tema della carestia in un altro blues minimale e scarno, mentre We Had To Move racconta in una canzone la storia romanzata della famiglia di James Brown, un brano mosso e variegato, dove si apprezza il virtuosismo di Bibb al banjo. La prima cover è una magnifica rilettura di Master Of War di Bob Dylan, con la voce evocativa di Eric, sostenuta dal “minaccioso” fretless gourd banjo, che ricrea l’ambiente di uno dei capolavori dylaniani. Ancora le due chitarre duettanti di Bibb e Browne, per una sognante e delicata Brotherly Love e poi spazio per l’omaggio al cajun degli emigrati canadesi spinti verso la Louisiana, nello strumentale di MJ Browne La Vie Est Comme Un Oignon, per violino e armonica. With A Dolla’ In My Pocket è un country-blues elettrificato di nuovo di grande intensità, seguito da un altro dei monumenti della canzone americana come This Land Is Your Land di Woody Guthrie, che credo non abbia bisogno di presentazioni, bella versione. Una breve Booker’s Blues un vorticoso strumentale suonato sulla National di Booker White, e siamo al finale, Blacktop, un altro intenso blues di Browne, che questa volta la canta anche, con Bibb e Mornin’ Train, un tradizionale arrangiato da Eric Bibb, con la seconda voce della moglie Ulrika, brano che conclude a tempo di gospel/spiritual questo ottimo album del musicista di New York.

Bruno Conti

Un Viaggio Affascinante Lungo Le “Strade Per La Libertà”! Rhiannon Giddens – Freedom Highway

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Rhiannon Giddens – Freedom Highway – Nonesuch/Warner

Rhiannon è una divinità della mitologia gallese, o per i più prosaici una bellissima canzone scritta da Stevie Nicks per l’omonimo album dei Fleetwood Mac: ma è anche il nome di battesimo di una delle più interessanti voci espresse dalla musica americana roots, vogliamo dire folk-blues-gospel-bluegrass-soul, e lasciamo fuori qualcosa. Rhiannon Giddens, è la leader e fondatrice dei Carolina Chocolate Drops, band di old time e Americana music, al momento in pausa di riflessione, ma in teoria ancora attivi, non per nulla gli attuali altri tre componenti del gruppo appaiono tutti  in alcuni brani di questo Freedom Highway: Malcolm Parson, al cello, Hubby Jenkins al mandolino e banjo, e Rowan Corbett alle armonie vocali e percussioni (“ossa” per la precisione). Ma la Giddens, già da qualche anno ha intrapreso anche una carriera solista parallela, che fino ad ora ha fruttato un bellissimo album, Tomorrow Is My Turn, prodotto da T-Bone Burnett, e nominato per il Grammy categoria Folk nel 2015, oltre a due EP, e varie partecipazioni, tra cui le più significative, quella a Another Day, Another Time: Celebrating the Music of Inside Llewyn Davis, Look Again to the Wind: Johnny Cash’s Bitter Tears Revisited, e forse la più sostanziosa, insieme a Elvis Costello, Marcus Mumford, Taylor Goldsmith e Jim James a Lost on the River: The New Basement Tapes, l’album con i testi inediti di Dylan.

Nel frattempo ha lavorato alla preparazione di questo Freedom Highway, che a differenza del precedente, dove appariva un solo brano a firma della Giddens, contiene ben 9 brani della stessa, da sola o con altri autori, principalmente con il co-produttore dell’album, Dirk Powell, che suona anche una infinità di strumenti nell’album. Ci sono anche tre cover nel CD, e le vediamo tra un attimo, ma lasciatemi dire subito che l’album è molto bello, non si sente assolutamente la mancanza di Burnett, anzi. Ispirato dalle narrazioni degli schiavi nell’America del 1800, ma anche degli Afro-americani del secolo scorso, dalle marce per i diritti sociali degli anni ’60, nonché da quello che succede oggi nelle strade di Baltimore e Ferguson, il disco ha quindi un tema unitario di fondo a livello di testi, ma musicalmente è molto ricco e corposo e vario nelle sue inflessioni e influenze molto diversificate: che vanno dal folk-gospel cadenzato dell’iniziale At The Purchaser’s Option, uno dei brani dove si sente di più il suo banjo, affiancato comunque da due mandolini, un cello, ma anche da una sezione ritmica che scandisce il tempo, mentre la voce chiara, limpida e ridondante di Rhiannon Giddens, intona con timbro dolente tutte le nefandezze che venivano compiute ai danni gli schiavi di colore dai loro proprietari bianchi, nelle piantagioni dell’ottocento; a seguire il puro country-blues di The Angel Laid Him Away un brano di Mississippi John Hurt che viene riproposto nella classica formula del bluesman nero, solo una voce e una chitarra acustica.

Torna il banjo pizzicato ad aprire Julia, caratterizzata da una rara, anzi direi unica, apparizione del violino, suonato da Powell, mentre il ritmo è scandito anche dal basso, per un brano che si avvicina molto ad  un’altra delle grandi passioni della Giddens, il folk celtico, rivisitato in questo reel molto rigoroso che ricorda il suono dei primissimi Steeleye Span. La successiva Birmingham Sunday è una delle canzoni più belle di questo album: scritta dal grande Richard Farina nell’epoca delle marce civili e delle canzoni di protesta, si avvale di un arrangiamento splendido, un pianoforte apre la melodia, entra subito un organo Hammond suonato da Eric Adcock, l’elettrica di Powell, percussioni varie e un coro maestoso che caratterizza questa sontuosa gospel soul ballad, costruita su un crescendo lento ma inarrestabile, con Rhiannon che ci regala una delle interpretazioni vocali più intense del disco. Molto bella anche Better Get It Right The First Time, scritta dalla Giddens e da Powell, con l’aiuto del nipote di Rhiannon, Justin Harrington, che nella parte centrale del brano intona un rap, per una volta usato in modo proficuo, accentua anziché distrarre o volere essere protagonista in modo inutile, anche il resto dell’arrangiamento è incalzante, con l’uso di una ampia sezione fiati, la chitarra di Powell che fa il Pop Staples della situazione e un call and response di grande efficacia con le altre voci utilizzate. We Could Fly potrebbe essere quasi una canzone della Joan Baez anni ’60, la voce sempre potente e limpida, sorretta solo da una chitarra acustica e da una elettrica appena accennata, con Lalenja Harrington (altra nipote?) voce di supporto, mentre Hey Bébé si avvale di un banjo pizzicato, una tromba con la sordina, Alphonso Horne, una batteria spazzolata, per un tuffo nelle strade di New Orleans, e una incursione nel dixieland (e comunque l’album è stato registrato ai Breaux Bride Studios situati a due passi, in Louisiana), la voce è più “birichina” e disincantata.

Molto intensa anche Come Love Come la storia di una giovane schiava che perde entrambi i genitori, ma trova un uomo che starà al suo fianco nella ritrovata libertà, con una musica incentrata attorno all’elettrica “acida” di Powell, un doppio banjo pizzicato, la sezione ritmica quasi marziale, per uno splendido ed intenso blues dove si apprezzano anche le armonie vocali di Rowan Corbett, quindi un brano dove appaiono gli attuali Carolina Chocolate Drops al completo, visto che c’è anche il cello di Parson. Altro brano con chiare influenze New Orleans è l’eccellente The Love We Almost Had, scritta con Bhi Bhiman, ottimo cantautore di St. Louis (ma dalle chiare ascendenze dello Shri Lanka, da cui provengono i due genitori) http://discoclub.myblog.it/2012/09/09/un-musicista-dallo-sri-lanka-questo-mancava-bhi-bhiman-bhima/ , con cui la Giddens aveva già collaborato in passato e di cui di nuovo tra un attimo, interessante comunque l’interagire tra il mellifluo soprano di Rhiannon, la tromba di Horne e il piano di Powell. Baby Boy prevede la presenza del cello con archetto e delle armonie vocali della vecchia compagna di avventure nei CCD Leyla McCalla, che duetta con il banjo e la voce della Giddens, che si intreccia anche con quella di Lalenja Harrington, per un brano che ricorda una ninna nanna molto “buia” e pessimista, per quanto affascinante nella sua crudezza. Following The North Star, solo con il banjo e le “ossa” di Corbett, è un breve strumentale che ci introduce ad un altro dei pezzi forti dell’album, una versione magistrale del classico degli Staples Singers Freedom Highway, ‘un’altra canzone di protesta che è però sorretta anche da un impianto gospel soul incalzante, con la voce duettante di Bhi Bhiman, anche alla chitarra elettrica, la voce solista alla Mavis Staples di Rhiannon Giddens, hammond e wurlitzer che se la battono con i fiati, soprattutto la tromba scatenata, per circondare le voci “esultanti” dei due protagonisti. E visto che i salmi finiscono in gloria così pure è il caso per questo ottimo Freedom Highway. Esce venerdì 24 febbraio, fatevi un appunto.

Bruno Conti