L’Altro “Master Of The Telecaster”. Albert Collins And The Icebreakers – At Onkel Po’s Carnegie Hall Hamburg 1980

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Albert Collins And The Icebreakers – At Onkel Po’s Carnegie Hall Hamburg 1980 – 2 CD Jazzline/Delta Music/Ird

Sono passati ormai quasi 24 anni dalla scomparsa di Albert Collins: il chitarrista texano è morto nell’ottobre del 1993 a Las Vegas, all’età di 61 anni per un cancro (ma nel gennaio di quell’anno, accompagnando gli Allman Brothers, suonava ancora così https://www.youtube.com/watch?v=koJT6JL_yc0). Come il collega Roy Buchanan anche lui considerato un “Master Of The Telecaster”, Collins era nato in Texas, ma ha comunque svolto la sua carriera in giro per gli Stati Uniti, prima a Houston a metà anni ’50, dove è rimasto fino alla metà delle decade successiva, incidendo solo qualche singolo, poi nel 1968 è stato notato dai Canned Heat che gli fecero avere il suo primo contratto discografico con la Imperial, mentre nel frattempo si era spostato in California. Dopo un album con la Tumbleweed, che fallì in fretta, passeranno diversi anni prima di avere un nuovo contratto per la Alligator, con la quale, in una decina di anni, pubblicherà i suoi dischi migliori, fino all’opera finale, Iceman, uscita nel 1991 per la Pointblank. Questa, per sommi capi, la sua storia discografica: quindi una decina di album scarsi in studio, ma anche parecchi dal vivo, che si sono moltiplicati con l’uscita di numerosi dischi postumi. Gli ultimi due sono usciti abbastanza recentemente: il Live At Rockpalast è dello scorso anno, mentre questo At Onkel Po è cosa di questo giorni. Entrambi sono stati registrati nel 1980, tutti e due in Germania, dove Albert Collins era molto popolare, e la formazione che lo accompagna, gli Icebreakers, è la stessa.

Pure il repertorio, a grandi linee, è simile, anche se non identico, forse il doppio di cui ci stiamo occupando si fa preferire per una maggiore lunghezza del concerto. Collins giustamente viene considerato uno dei grandi della chitarra elettrica nel Blues, diciamo delle ultime generazioni, perché se aveva cominciato molto presto, la fama è giunta solo sul finire degli anni ’70 (e poi anche negli anni ’80, persino sul palco del Live Aid con George Throgood https://www.youtube.com/watch?v=D8N8SXVZNV4 ). Anche se la sua “signature song” Frosty, risaliva al 1965, il periodo migliore della carriera di Albert coincide proprio con questo doppio album: accompagnato da una band eccellente, dove brillano anche l’altro chitarrista Jackson Marvin, il sassofonista A.C. Reed (prima nella band di Buddy Guy) e una efficace sezione ritmica, con Johnny B.  Gayden al basso e Casey Jones alla batteria. Band che aveva il compito di scaldare il pubblico e a cui il nostro delegava ampi spazi: infatti il concerto si apre con ben quattro tracce eseguite dai cosiddetti “comprimari”, ma le versioni di Sweet Home Chicago, tirata e grintosa, una morbida e deliziosa Dock Of The Bay di Otis Redding, l’eccellente Talk To Your Daughter dove si apprezzano sia il sax di Reed come la chitarra del bravissimo Marvin, che si ripetono nella successiva Howlin’ For My Darling. A questo punto, preceduto dalla solita magniloquente introduzione tipica delle Blues Revue, entra in scena Albert Collins, prima in punta di piedi (o meglio di mani) con la funky Listen Here di Calvin Harris, che non ha nulla da invidiare al migliore James Brown, con la voce rauca e vissuta di Collins, e soprattutto la sua chitarra che si impadroniscono del proscenio, pur lasciando ancora ampi spazi ai sui soci, per esempio a Marvin che esegue un vibrante assolo nella prima parte dello slow blues I Got A Mind To Travel (uno dei tanti che verranno eseguiti nella serata all’Onkel Po, uno dei locali storici per il Blues in Germania), con le chitarre che iniziano a “fumare”, soprattutto nelle parti strumentali, quando non si tratta di brani totalmente strumentali, tipo la super classica Frosty.

Ma anche i brani cantati come il lungo lento Cold, Cold Feeling vivono soprattutto sulle lunghe improvvisazioni della solista di Collins, vero mago dello strumento, con il suo classico suono dalle linee ora lunghe e lavorate, ora brevi e lancinanti, per non parlare degli oltre 15 minuti di una vorticosa Ice Pick, dove tutto il gruppo è veramente magnifico, ma soprattutto il lavoro della solista, incredibile. Molto bella e particolare anche una versione di Stand By Me, cantata dal batterista Casey Jones, spesso voce solista, con il sax di Reed che svolazza leggero. Il secondo CD, un’altra ora e un quarto di musica, si apre con una vibrante Mojo Working, seguita da una delle numerose presentazioni del concerto, questa volta per A.C. Reed, che esegue il funky sanguigno di I’m Fed With The Music e il blues sincopato di She’s Fine, ben spalleggiato da Marvin; poi è il turno del R&B classico, Mustang Sally in versione strumentale, e di nuovo una ballata blues come The Things I Used To Do, il jump blues di Caldonia (con o senza e nel titolo) di Louis Jordan, e il finale con un trittico di brani firmati da Collins, prima Master Charge, poi un altro torrido blues lento come Conversations With Collins, dove il nostro gigioneggia alla grande con il pubblico, e infine la lunghissima, quasi 20 minuti complessivi, Cold Cuts, dove tutti i musicisti si prendono i loro spazi, anche se il protagonista principale, forse fin troppo prolisso è il bassista Gayden. Un ennesimo buon documento della classe e del valore di Albert Collins, eccolo insieme all’altro “Master Of The Telecaster” https://www.youtube.com/watch?v=yIeZSUevSuc.

Bruno Conti

Sassofoniste Donne? Ma Questa E’ Una Brava, Canta Anche E Nel Disco Ci Sono Una Valanga Di Ospiti. Nancy Wright – Playdate!

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Nancy Wright – Playdate! – Vizztone Label

Come si desume dalla foto di copertina Nancy Wright non solo è l’ennesima vocalist tra blues, soul e R&B a sbucare dalla scena indipendente americana, ma trattasi di sassofonista, sempre versata in campi attinenti i generi musicali appena citati, con qualche ulteriore deviazione verso swing e jump, funky e persino più di un piccolo tocco di easy jazz, quelli che vengono definiti con felice termine americano “honkers”. Insomma, a grandi linee, le sonorità sono quelle tipiche dei dischi dei Roomful Of Blues, King Curtis (soprattutto) e dal lato Motown Junior Walker, oltre ai classici del primo R&B targati anni ’40 e ’50, nell’epoca pre-Beatles, senza dimenticare tra i colleghi contemporanei uno come Sax Gordon. Il produttore è Christoffer “Kid” Andersen, chitarrista e produttore norvegese, da lunga pezza “naturalizzato” americano e operante nell’area West Coast Blues. Per questo disco Andersen, oltre ad una ottima house band, dove spicca il batterista J. Hansen, anche lui come Kid nella formazione di Rick Estrin And The Night Cats, ha radunato una bella infilata di ospiti un po’ a tutti gli strumenti: chitarristi, pianisti, organisti, ma soprattutto cantanti, visto che la nostra amica, diplomata in fagotto, nel nuovo album lascia ampio spazio appunto agli ospiti.

Il precedente disco della Wright Puttin’ Down Roots era tutto composto di brani firmati da lei, mentre per questo Playdate!, il terzo della sua discografia, e primo per la Vizztone, ha optato per un misto di cover e cinque brani originali. La Wright, anche se ora vive in California, viene da Dayton, Ohio dove è stata scoperta da Lonnie Mack (così recita la sua biografia) e come si può immaginare non è una novellina, era già in pista come musicista negli anni ’80 e ’90, suonando con BB King, Katie Webster, Elvin Bishop, Joe Louis Walker, Little Charlie & The Nightcaps, alcuni dei quali appaiono nel disco. Album che si apre sulle note introduttive del suo sax e poi si incardina sul ruvido soul/R&B, tra James Brown e Maceo Parker, della carnale e funky Why You Wanna Do It, guidata dalla poderosa voce di Wee Willie Walker che si alterna alle scariche del sax della Wright; I Got What It Takes è un classico blues a firma Willie Dixon, dove alla solista appare Tommy Castro, con il quale ha spesso suonato nelle sue crociere Blues, un classico lento dal repertorio di Koko Taylor dove la nostra amica dimostra di essere anche vocalist più che adeguata, oltre che soffiare con vigore nel suo tenore in un ottimo duetto con la solista pungente di Castro. La divertente Yes I Do, firmata da Nancy, vede la presenza del virtuoso del piano Victor Wainwright,  in un brano che si ispira chiaramente al jump blues dei tempi che furono, con una buona performance vocale della titolare, felpata e sexy.

Blues For The Westside è classico Chicago Blues, con la Wright nel ruolo di Eddie Shaw e Joe Louis Walker in quello che fu di Magic Sam, eccellente. Been Waiting That Long è un brano inedito, mai pubblicato ai tempi dal suo mentore Lonnie Mack, un gagliardo funky tra blues e soul, dove si apprezza la voce dell’ottimo Frank Bey. Mentre Trampled, con Jim Pugh della band di Robert Cray all’organo, si avventura in territori cari al repertorio di Junior Walker & The All Stars, quando i brani strumentali, ritmati e pimpanti come questo, spesso entravano nelle classifiche, mentre Satisfied addirittura vira verso il gospel (non lo avevamo citato?), e la Wright qui mostra un po’ di limiti nel reparto vocale, mentre al sax è impeccabile e molto bene anche Andersen alla solista. Warrantly, un’altra composizione della Wright, viceversa è cantata da Terrie Odabi, una che di voce ne ha da vendere, e qui andiamo addirittura verso la Blaxploitation music, super funky. Cherry Wine, tra rumba e blues, è piacevole, ma innocua (anche se il sax viaggia sempre), con There is Something On Your Mind di Big Jay McNeely che è un classico esempio del suono degli honkers classici, molto vintage, con Elvin Bishop che aggiunge la sua sinuosa slide alle operazioni. Back Room Rock è un trascinante Jump & Jive, con il call and response tra sax e la chitarra di Mike Schermer; Good Lovin’ Daddy, un pop&soul molto godibile e Soul Blues, con Chris Cain alla solista, uno strumentale molto jazzy, concludono questo piacevole ed inconsueto album.

Bruno Conti

Promosso Con Qualche Riserva “L’Amico” Di Eric! Doyle Bramhall II – Rich Man

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Doyle Bramhall II  – Rich Man – Concord                          

Devo dire che avevo una certa aspettativa per il nuovo album solista di Doyle Bramhall II, in base a quello che avevo letto, ma poi, fedele praticante del vecchio motto di Guido Angeli “provare per credere”, preferisco sempre verificare di persona. Insomma, fra poco capiamo meglio. Il nostro amico, nel corso degli anni si è indubbiamente costruito una solida reputazione: texano di Austin, figlio di Doyle Bramhall (a lungo amico e collaboratore di Stevie Ray Vaughan), cresciuto a pane, blues, soul e R&B, ma anche il rock di Hendrix e SRV, poi fondatore con  Charlie Sexton degli Arc Angels, una band che non ha reso come prometteva il potenziale, una carriera solista con alcuni buoni album, di cui l’ultimo Welcome, uscito nel 2001. Da allora è iniziata una lunga collaborazione con Eric Clapton, che lo considera uno dei migliori chitarristi su piazza, ma anche con Derek Trucks e Susan Tedeschi, con Sheryl Crow, di cui è stato  produttore dell’ottimo 100 Miles From Memphis, e ancora una copiosa serie di collaborazioni che non citiamo, ma è lunga come le Pagine Gialle (se esistono ancora). Torniamo quindi a Rich Man: le premesse per un buon album, leggendo quanto appena scritto, ci sarebbero tutte e il sottoscritto si è dedicato con impegno all’ascolto di questo nuovo album. Verdetto? Promosso, con piccole riserve, vediamo perché.

Il disco nell’insieme è buono, ma in alcuni brani c’è una tendenza sonora verso derive che si avvicinano pericolosamente ai brani più commerciali di Prince e Lenny Kravitz (cioè quasi tutti), mentre altrove, spesso e volentieri, ci si rivolge al funky-rock-soul, quello dei primi anni ’70, di recente rivisitato, per esempio, nell’ottimo Love And Hate di Michael Kiwanuka http://discoclub.myblog.it/2016/08/04/michael-kiwanuka-love-hate-supera-brillantemente-la-prova-del-difficile-secondo-album/ : ed ecco quindi che nell’iniziale Mama Can’t Help You (Believe It) il brano sia stato scritto da Bramhall proprio per svilupparsi intorno ad un groove di batteria creato da James Gadson, quello che suonava in alcuni dischi di Bill Withers, Temptations, Charles Wright & the Watts 103rd Street Rhythm Band, tutti luminari del funky e del soul di quel periodo, e il risultato è assai gradevole, con il suono avvolgente delle chitarre, delle tastiere, degli archi accennati e delle voci di supporto che ruota attorno alla bella voce di Doyle, che poi rilascia un assolo di chitarra lancinante e incisivo, bella partenza. Non male anche la successiva November, un brano dedicato allo scomparso padre di Doyle, con cui condivideva, come ricordato, una passione per questo R&B meticciato con  il rock, qui il suono è perfino troppo lussureggiante, con strati sovrapposti di fiati e archi che circondano questa bella ballata d’amore per il padre perduto https://www.youtube.com/watch?v=LungqZ0bJ-0 . The Veil ricorda molto proprio il sound del disco di Kiwanuka ricordato poc’anzi, un funky soul targato 70’s con piccoli tocchi di wah-wah e organo a tratteggiare un soul orchestrale influenzato da Withers, Gaye e altri praticanti dello stile, avvolgente e sospeso, qualche inserto di falsetto e il solito bel assolo di Bramhall che è un eccellente solista. Profumi d’oriente per My People, un’altra delle passioni di Doyle, con la parte iniziale dove un sarangi, la chitarra a 12 corde, l’harmonium e percussioni varie rimandano alle atmosfere di certi brani di George Harrison, ma poi il brano si sviluppa in un rock-blues mid-tempo di buona fattura, con i consueti ficcanti inserti della solista del nostro.

Per mantenere i contatti con la musica indiana nel successivo brano Bramhall chiama la figlia di Ravi Shankar, Norah Jones, che però appare nel brano, New Faith, in qualità di raffinata chanteuse tra pop e jazz, per un brano elettroacustico, intimo e raccolto, dove la voce della Jones viaggia all’unisono con quella del titolare, per una piacevole ballata in leggero crescendo, assai godibile. Fin qui tutto bene, Keep You Dreamin’ parte con tocchi hendrixiani, ma poi vira verso quelle derive Prince/Kravitz non del tutto impeccabili e il solo di wah-wah non basta a redimerla, e anche Hands Up, collegata nel testo ai disordini razziali dello scorso anno, al di là del favoloso lavoro della solista di Bramhall, qui in grande spolvero nella parte centrale, è forse un tantino pasticciata, ma magari sbaglio io. Rich man, di nuovo con un ricco arrangiamento degli archi, è un altro esempio dell’orchestral soul che prevale in gran parte dl disco, poi ribadito nella successiva Harmony, che sembra una ballata (bella) di quelle di Prince. Cries Of Ages ha un bel testo, buon lavoro di chitarra, ma la trovo un po’ confusa e pomposa, mentre sui ritmi orientali di Saharan Crossing, con continui oh-oh-oh vocali, stenderei un velo pietoso. Molto bello il finale rock, prima con una lunga The Samanas, dai suoni futuribili e selvaggi, che rendono omaggio alla terza facciata sperimentale di Electric Ladyland di Jimi Hendrix, poi citato direttamente con una bella versione di Hear My Train a Comin’, inutile dire che in entrambi i brani Doyle Bramhall II si sbizzarrisce alla grande alla chitarra https://www.youtube.com/watch?v=puuVXZeFHy8 . Visti i suoi ritmi, ci risentiamo tra 15 anni per il prossimo album.

Bruno Conti

Il “Ritorno” Di Una Leggenda: Anche Lui 75 Anni Portati Benissimo! Aaron Neville – Apache

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Aaron Neville – Apache – Tell It Records

A volere ben vedere non è che Aaron Neville se ne fosse mai andato, continua a fare dischi con regolarità, ogni tre o quattro anni: l’ultimo era stato My True Story, un disco di cover uscito nel 2013 per la Blue Note, prodotto da Don Was, e dedicato al doo-wop (ma non solo, c’erano anche brani di Curtis Mayfield, delle Ronettes, persino di R&R). Però è stato l’unico per la prestigiosa etichetta distribuita dalla Universal, come era stato nel 2006 per Bring It On Home…Tho Soul Classics, altro disco di cover uscito per la Burgundy distribuita dalla Sony/Bmg, e prima ancora per Nature Boy: The Standards Album, un disco sui grandi classici del songbook americano pubblicato dalla Verve. Quando le varie etichette delle majors non gli rinnovano il contratto lui ritorna alla propria etichetta, la Tell It Records, e ci regala un nuovo album. Questa volta, dopo molti anni, i brani contenuti nel disco portano quasi tutti la sua firma, da solo o in compagnia di Eric Krasno (dei Soulive) Dave Gutter (Rustic Overtones), che producono il CD, e Krasno ci suona pure. Quindi tutto materiale originale, e anche, in  molti brani, un ritorno all’energia e alla carica, se non proprio allo stile, dei vecchi dischi dei Neville Brothers. Ma non solo, oltre a Krasno, che suona basso, chitarra e tastiere, c’è anche la sezione fiati della Daptone, quella dei dischi di Sharon Jones per intenderci, oltre a musicisti del giro Soulive Lettuce (altra band di Krasno), e persino tale Eric Bloom, che però non è quello dei Blue Oyster Cult come è stato scritto, ma l’omonimo trombettista di New Orleans che suona nei Lettuce.

E il risultato, molto buono, è un disco, dove a fianco delle consuete ballate, poche, cantate nello splendido languido falsetto che da sempre è il marchio di fabbrica di Aaron Neville, ci sono anche brani decisamente più mossi che attingono al classico sou/R&B di New Orleans ed in generale al funky e alla musica nera più genuina. Insomma anche questo signore, che pure lui quest’anno compie 75 anni, dimostra di avere ancora molte frecce al suo arco. Prendiamo l’apertura affidata a Be Your Man, un brano scritto dall’accoppiata Krasno Gutter, che sembra uscire da una colonna sonora Blaxploitation dell’amato Curtis Mayfield o di Isaac Hayes, con fiati, percussioni, chitarre con wah-wah che ondeggiano gagliardi sotto la voce sempre inconfondibile e in gran spolvero di Neville, se non sono i Neville Brothers, poco ci manca https://www.youtube.com/watch?v=9MamxVm9jmY , o All Of The Above, uno splendido mid-tempo soul, con inserti di doo-wop nei coretti dei vocalist aggiunti e i fiati sincopati in stile quasi jazz, che ci regalano una bella foto della migliore musica nera made in Louisiana, anche se è stata registrata a New York. Orchid In The Storm con il falsetto che comincia ad entrare in azione è un’altro bellissimo esempio di come il vecchio R&B non abbia al momento rivali in quello cosiddetto “nuovo”, quando ci sono musicisti di grande valore in azione, come in questo disco, e i fiati liberi di improvvisare su una melodia irresistibile lo testimoniano.

Stompin’ In The Ground, è un omaggio alla città di New Orleans, nel testo e nella musica, un piccolo capolavoro di gumbo music che presenta il meglio dei ritmi e dei saporti di quella città, funky alla Dr. John, Professor Longhair, Allen Toussaint (e tanti altri che vengono sciorinati come in una litania da Aaron), senza dimenticare ovviamente Meters Neville Brothers,  il tutto eseguito con classe e grande perizia, un gioiellino. La prima ballata, Heaven, ti spedisce veramente in paradiso, con quella voce ancora meravigliosa ed intatta, inconsueta in questo “omone”, che intona un omaggio tra gospel e deep soul alle glorie del Signore https://www.youtube.com/watch?v=626iEiklGqM . Cambio di ritmo per Hard To Believe, con un groove circolare di basso che sorregge il ritmo funky e danzereccio, nel senso più nobile del termine, della canzone, con fiati, piano elettrico, chitarra e sezione ritmica tutti sul pezzo; con la successiva Ain’t Gonna Judge You che alza ulteriormente l’asticella del funky, in un tripudio di ritmi e sapori sonori, anche l’organo in questo caso, e mastro Neville che guida le operazioni da par suo. La seconda ballata, più mossa di Heaven, con un ritmo leggermente reggae, ma anche inserti di puro soul alla Marvin Gaye, si chiama I Wanna Love You ed è l’occasione per ricordare i vecchi errori del passato. Mentre Sarah Ann, dedicata alla moglie, è un limpido esempio di doo-wop alla Drifters, con quella voce splendida sempre in grado di emozionare quando vola verso il suo falsetto irraggiungibile e perfetto (ho fatto la rima) https://www.youtube.com/watch?v=Q1JGkpW_82M .

Mancano gli ultimi due brani, Make Your Momma Cry, forse ancora reminiscenze del giovane Aaron sulla sua infanzia ed adolescenza, è una costruzione ipnotica e spaziale, degna di nuovo dei migliori Neville Brothers, con i musicisti che quasi “scivolano” su un mood sonoro avvolgente e magico, con fiati, tastiere e chitarra sempre impeccabili. E per concludere, anche una dichiarazione “politica” e sociale universale come Fragile World, un brano che ruba quasi i ritmi jazz in 5/4 di Time Out, arricchiti da elementi di New Orleans music, il tutto in uno spoken word di Neville che però forse spezza l’atmosfera complessiva dell’album, ma è un piccolo appunto per un disco globalmente di grande qualità che sancisce il “ritorno” di un grande artista. Speriamo che non sia l’ultimo degli Apache!

Bruno Conti   

Un Fratello Tira L’Altro. Chris Robinson Brotherhood – Anyway You Love, We Know How You Feel

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Chris Robinson Brotherhood – Anyway You Love, We Know How You Feel – Silver Arrow

A poco più di un mese dall’uscita del disco del fratello Rich http://discoclub.myblog.it/2016/07/04/era-meglio-se-i-fratelli-rimanevano-insieme-rich-robinson-flux/, esce, sotto l’egida della fratellanza, o della confraternita, se preferite, il nuovo album di studio di Chris Robinson, Anyway You Love, We Know How You Feel, il quarto in compagnia del suo gruppo, che per questo CD presenta una nuova sezione ritmica, Tony Leone (vecchio collaboratore di Levon Helm, ma anche della figlia Amy negli Olabelle, di recente con Anders Osborne, pure lui provetto mandolinista oltre che batterista) e Ted Pecchio, bassista (con Susan Tedeschi Derek Trucks, Shemekia Copeland e di recente anche con Rich Robinson). Come vedete anche se i fratelli al momento non si frequentano, per certi versi si rincorrono, pur se questo nuovo disco di Chris segnala, in alcuni brani, una sorta di svolta più marcata in direzione di sonorità più funky, soul e roots, evidenziando meno il rock chitarristico e psichedelico dei dischi precedenti, che è comunque presente, Diciamo che sommando i due album solisti dei fratelli Robinson ci avviciniamo molto complessivamente al suono dei Black Crowes, ma se la incompatibilità di carattere, speriamo momentanea, non permette la reunion agognata, accontentiamoci perché entrambi hanno realizzato degli ottimi album.

In effetti  il precedente Phosphorescent Harvest non aveva avuto critiche unanimi favorevoli (anche se al sottoscritto era piaciuto), ma questo nuovo Anyway You Love, We Know How You Feel, per la prima volta prodotto in autonomia dal gruppo, evidenzia come al solito i punti di forza dei Brotherhood, ovvero le chitarre di Neal Casal e le tastiere di Adam MacDougall, oltre alla voce di Chris Robinson, sempre potente e duttile, impegnato anche ad armonica e alla seconda chitarra. Gli ospiti sono un paio, Barry Sless, alla pedal steel, proveniente dal giro Jefferson Starship, oltre che dai Great American Taxi e dalla band di Phil Lesh, nonché Meg Baird, cantautrice e voce solista del gruppo psych-folk Espers (in stand-by dal 2009) alle armonie vocali nell’ottimo brano Forever As The Moon, un ottimo pezzo che mi ha ricordato il suono della Tedeschi Trucks o delle vecchie revue soul-rock di inizio anni ’70, con la slide di Casal veramente efficace nell’aggiungere il consueto retrogusto stonesiano, mentre la voce di Chris stranamente in questa canzone mi ha ricordato il timbro di David Bowie o Elliott Murphy, se mai si fossero cimentati con questo stile. grande canzone, con pianoforte e interventi vocali sontuosi, un bel drive e un approccio roots simile alle ultime prove dei “Corvi”, bene come si diceva il piano di MacDougall e in chiusura piccoil interventi dell’armonica. Che è più utilizzata nell’iniziale Narcissus Soaking Wet, dove si veleggia verso un funky-rock molto seventies, tra clavinet, mouth harp, chitarra con wah-wah e una atmosfera vagamente vicina a certe cose del miglior Stevie Wonder del periodo d’oro (che però sono ormai quasi 40 anni che non fa un disco decente). Le tracce sono sempre tra i cinque e i sette minuti, ma oltre a curare la parte strumentale Chris Robinson si conferma come è sua tradizione ottimo autore di canzoni, perciò non solo grooves, ma pezzi composti da una melodia, un ritornello e quindi con tutti i crismi della buona musica.

Persino quando ritmi e approccio sonoro si avvicinano a quello più jam dei Grateful Dead (grande passione di Casal) o dei loro discepoli Phish, come nella lunga Ain’t It Hard But Fair, il pezzo ha comunque un suo appeal e una piacevolezza acuita anche dalla bravura dello stesso Casal e di MacDougall nel colorire il tutto con classe e misura. Give Us Back Our Eleven Days è una breve traccia strumentale di impronta vagamente “spaziale”, sempre con i Dead in mente, niente di memorabile, mentre la “campagnola” Some Gardens Green, tra chitarre acustiche, tastiere sognanti e un racconto più intimo, è una bella ballata dall’andatura caratterizzata da un leggero affascinante crescendo. Diverso il discorso per Leave My Guitar Alone, che mette in chiaro il contenuto fino dal titolo ed è il pezzo più vicino al classico sound dei Black Crowes, un boogie-rock tagliente dove Neal Casal è libero di dare libero sfogo alla sua chitarra tra riff e soli, ottimi anche il lavoro delle tastiere e il coretto vagamente divertito e beatlesiano. Tastiere di Adam MacDougall che hanno ancora libertà di improvvisare in piccole jam con la chitarra anche nella piacevole Oak Apple Day, di nuova vicina a certi brani di studio dei Grateful Dead. Conclude California Hymn, sulle ali di una sognante pedal steel, un classico suono West Coast (tipico di quei signori barbuti e capelloni che ci guardano dalla copertina del CD) come di più non si potrebbe fare, con tracce country e gospel, oltre all’immancabile roots rock di marca Robinson, ottima conclusione di un album più che positivo. Se fosse il risultato di una partita tra i fratelli Rich e Chris, direi 1-1 palla al centro, un pareggio movimentato e di buona fattura, per entrambi.

Bruno Conti 

P.s Mi scuso ma nel weekend ci sono stati problemi tecnici nel Blog, ed essendo agosto non è stato possibile risolverli. Sperando che non ripetano riprendiamo con nuovi Post.

“Reale Fratellanza Sudista”, Versione II Capitolo Secondo. Royal Southern Brotherhood – The Royal Gospel

royal southern brotherhood - royal gospel

Royal Southern Brotherhood – The Royal Gospel – Ruf Records                   

Questo è il secondo capitolo in studio della versione Mark II della “Reale Fratellanza Sudista”: rispetto al disco precedente Don’t Look Back, uscito lo scorso anno http://discoclub.myblog.it/2015/05/14/cambia-la-fratellanza-parrebbe-meglio-royal-southern-brotherhood-dont-look-back/ , c’è stato un ennesimo cambiamento nella formazione, Darrell Phillips ha sostituito al basso il membro originale Charlie Wooten, dopo gli avvicendamenti avvenuti tra il 2014 e il 2015, quando Bart Walker e Tyrone Vaughan erano subentrati a Devon Allman e Mike Zito, lasciando solo Cyril Neville e Yonrico Scott dei musicisti presenti nel primo album. Diciamo che anche questo album di studio (pur segnalando ulteriori passi avanti, già evidenziati nel precedente CD) è comunque inferiore alla dirompente potenza che i Royal Southern Brotherhood sono in grado di esprimere nei loro concerti dal vivo, come evidenziato dallo splendido CD/DVD della serie Songs From The Road. Come si usa dire, The Royal Gospel cresce dopo ripetuti ascolti, e anche se la produzione di David Z (come del suo predecessore Jim Gaines) continua a non soddisfarmi del tutto, ci sono parecchi brani sopra la media in questo quarto album della band sudista. Intanto il disco è stato registrato in presa diretta, in sette giorni, a New Orleans ai Dockside Studios nel febbraio di quest’anno e si sente (sia come locations che come freschezza nell’approccio); come si sente la presenza del membro aggiunto Norman Caesar, alle tastiere e in particolare all’organo Hammond B3, che aggiunge profondità e tocchi gospel soul al suono del gruppo, e poi anche le canzoni, spesso firmate collettivamente, hanno una maggiore compattezza e spessore, pur puntando comunque più sui grooves e le soluzioni ritmico-soliste che sulla melodia, ma a lungo andare, devo dire, piacciono.

Peraltro lo spirito delle “famiglie del Sud” vive sempre nella band, se Cyril Neville rappresenta appunto il lato gumbo soul dei Neville Brothers, Tyrone Vaughan (figlio di Jimmie e quindi nipote di Stevie Ray) rimpiazza lo spirito rock della famiglia Allman, che era detenuto da Devon. Probabilmente Vaughan e Walker, pur essendo fior di strumentisti, sono inferiori a Walker e Zito, ma si amalgamano meglio nel tessuto sonoro d’insieme, e i loro strumenti sono spesso e volentieri in primo piano. Come si evince dalla prorompente scarica di energia rock della iniziale Where There’s Smoke There’s Fire, un pezzo firmato da Neville e Vaughan che brilla per il lavoro delle due chitarre, sia solistico che di tessitura, quanto per gli intrecci vocali, anche se la produzione di David Z al solito è fin troppo carica, comunque partenza eccellente https://www.youtube.com/watch?v=dxN5D8_Adr0 . I’ve Seen Enough To Know ha dei tratti sonori decisamente più gospel-soul, reminiscenti del sound dei Neville Brothers, anche se un filo troppo “leccati”, ma il tocco dell’organo, le percussioni di Cyril e il lavoro ritmico sono decisamente raffinati https://www.youtube.com/watch?v=Hh6iblzzmdA , ma è in Blood Is Thicker Than Water che i due mondi si fondono alla perfezione, il tocco santaneggiante delle chitarre, il groove figlio della Louisiana dei migliori Neville, tra soul, R&B e funky, qualche inserto caraibico, con Walker e Neville che sono le due guide vocali, e gli inserti blues-rock delle due soliste sono fulminanti.

I Wonder Why accentua gli elementi blues, ma anche quelli gospel, con il classico call and response che si inserisce in un crescendo di intensità, e anche I’m Coming Home mantiene questo spirito grintoso, tra il ritmo marziale della batteria, i soliti interventi mirati delle due chitarre, sempre pronte alla bisogna e l’organo che scivola languido sullo sfondo. Everybody’s Pays Some Dues è ancora più sbilanciata sul lato blues, sempre però con quello spirito funky presente nel brano, e le chitarre fanno sempre la differenza, come nei concerti dal vivo; Face Of Love è la prima ballata dell’album, introdotta da un bel arpeggio di acustica, poi si sviluppa in un notevole crescendo, cantato con voce melliflua da un ispirato Cyril Neville, che si conferma vocalist di tutto rispetto. Land Of Broken Hearts torna al southern rock del brano iniziale, con poderose folate chitarristiche, con Spirit Man che privilegia di nuovo il lato più blues ed autentico della band, grintoso e classico al tempo stesso, assolo di slide incluso. Hooked On The Plastic è di nuovo puro funky Neville syle, come pure Can’t Waste Time, mentre la conclusiva Stand Up è una coinvolgente esplosione di tipo rock’n’soul.

Bruno Conti

Per Amanti Di Un Pop Raffinato E Fruibile Al Tempo Stesso! Lake Street Dive – Side Pony

lake street dive side pony

Lake Street Dive – Side Pony – Nonesuch/Warner

Il disco precedente mi era piaciuto parecchio http://discoclub.myblog.it/2014/03/12/raffinato-quartetto-che-voce-la-ragazza-lake-street-dive-bad-self-portraits/ e sottoscrivo tutto quello che avevo detto, anzi se lo non avessi già usato utilizzerei lo stesso titolo. Questo nuovo Side Pony, a grandi linee, replica il sound e i contenuti di Bad Self Portraits: però c’è una nuova etichetta, un nuovo produttore, il Re Mida degli ultimi anni, Dave Cobb, per la prima volta alle prese con uno stile che non affonda le sue radici nel country, nel rock e nel southern, ma che contiene molta musica con derivazioni soul, peraltro decisamente diverse da quelle presenti nel disco di un altro cliente di Cobb, ovvero Anderson East. Dove in quel disco trovavamo una voce profonda e matura, a dispetto dell’età, e con molti richiami al sound Stax e deep soul in generale, in questo album dei Lake Street Dive ne abbiamo una femminile, Rachael Price, dal contralto puro, con toni jazzati, in questo caso sfumati verso un tipo soul più “lavorato” e di epoca tarda, Philly Sound, Motown, le prime propaggini della disco, quando era ancora funky o Blaxploitation, uniti ad una passione sfrenata per il pop raffinato dei Beatles, lato McCartney, le cantautrici primi anni ’70, Nyro, Simon, Carole King e anche le armonie vocali dei Beach Boys o dei Mamas And Papas. Ho letto un paio di recensioni non entusiastiche per Side Pony ( che sarebbe poi la pettinatura a coda di cavallo laterale che sfodera la bassista Bridget Kearney sulla copertina del disco), qualcuno che non ha apprezzato il pop “stiloso” e forse leggerino della band, ma per il resto c’è stata una unanimità di giudizi estremamente positivi a cui mi accodo.

Anche questo tipo di musica ha i suoi aficionados e non è detto che si debbano fare per forza, rock, country, blues, folk, roots music o Americana per essere apprezzati, pure la musica pop, se ben realizzata, non è un’anatema per chi ama il rock inteso nella sua accezione più ampia, lasciando da parte le “musicacce” orribili e ormai standardizzate (i.e. tutte uguali tra loro) che appestano, con qualche eccezione, le classifiche e le radio, chi le ama continui ad ascoltarle, noi (inteso come Blog, e anche la rivista dove scrivo),  cerchiamo di rivolgerci ad un altro tipo di pubblico, più ristretto per ovvi motivi, ma non per questo meno significativo, gli amanti della buona musica, che non sono molto serviti da stampa e mezzi di comunicazione. Ma torniamo al disco: troviamo dodici brani, tutti scritti dai componenti della band fondata a Boston, Massachusets nel 2004, ma provenienti da Minneapolis ed ora residenti a New York. Per completare questo ecumenismo di diverse città, il disco è stato inciso negli studi Sound Emporium di Nashville, dove opera il produttore Dave Cobb, che per l’occasione ha invitato i musicisti ad un approccio diverso dal solito, proponendo ai componenti del gruppo di presentarsi alle sessioni di registrazione solo con brani in embrione, non completi, da sviluppare: idee, spunti, da cui improvvisare ed ottenere delle canzoni finite. Mi sembra che il metodo abbia funzionato e nell’album troviamo molti generi diversi, dove la voce della Price, che è comunque la stella polare del gruppo, è stata inserita, lei consenziente, in un un sound d’assieme variegato e dove tutti i componenti dei Lake Street Dive hanno il giusto spazio.

Così nel CD troviamo il soul-pop incalzante dell’iniziale Godawful Things, scritta dal chitarrista e tastierista Mike “McDuck” Olson, con i complessi intrecci vocali del quartetto subito in evidenza e continui cambi di tempo, mentre in Close To Me, firmata dal batterista Michael Calabrese, ci sono incontri ravvicinati tra un sound di chitarra che rimanda ai Beatles di Abbey Road, unito al classico genere raffinatissimo del gruppo, che per certi versi può rimandare alla musica della migliore Carole King. In Call Off Your Dogs, dalla penna della bassista Bridget Kearney, ci si trova di nuovo immersi in un suono inizio anni ’70 che profuma di Tamla Motown e Philly Sound, divertente, forse “stupidino” ma comunque delizioso. Spectacular Failure è un pop-rock di perfetta fattura, tra chitarre, fiati aggiunti e ritmica serrata, oltre a quelle voci incredibili; con I Don’t Care About che sembra nuovamente un pezzo dei Beatles, ma cantato da Mama Cass dei Mamas And Papas, per l’occasione nelle vesti dell’eccellente Rachael Price e qualche evoluzione vocale alla Beach Boys. So Long viceversa è una bella ballata, soffice e morbida, quasi alla Burt Bacharach.

How Good It Feels è un pezzo tra blues e soul, ancora una volta cantato veramente bene dalla Price, con la sua voce duttile in grado di districarsi in tutti i diversi stili che compongono la tavolozza di colori del gruppo, in questo caso con organo e chitarra in primo piano, in Side Pony, la title-track, un jazzy pop-soul sempre in punta di ugola, per poi lanciarsi in Hell Yeah, che suona come avrebbero potuto fare i B-52’s se avessero avuto una cantante brava come Rachael, anche con vaghi retrogusti psych-soul-garage. Rachael Price che firma un unico brano nel CD, Mistakes, quello con i tratti sonori più jazzati, quasi da light crooner, con il suo contralto delizioso che veleggia sul tappeto sonoro della canzone, dove una “sontuosa” tromba suonata da Olson, aggiunge un tocco di gran classe, sempre con armonie vocali cesellate tra jazzy pop e soul. Non manca neppure il blaxploitation sound di una Can’t Stop che sembra uscire da una vecchia pellicola anni ’70 con Pam Grier o da qualche remake di Quentino Tarantino. Si finisce con il quinto e ultimo contributo compositivo di Bridget Kearney, la più prolifica della band, una Saving All My Sinning, ennesimo brano pop-rock dove la voce della Price assume tonalità non dissimili da quelle da Tony Childs (l’avevo detto per il disco precedente e anche in questo caso mi ripeto)), per quello che è comunque globalmente uno sforzo di gruppo di tutta la band, ma si regge soprattutto sulla vocalità della suddetta Rachael.

Bruno Conti 

Supplemento Della Domenica, Anteprima: A Proposito di Belle Voci, Il Grande Ritorno Della “Rossa”! Bonnie Raitt – Dig In Deep

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Bonnie Raitt – Dig In Deep – Redwing Records/Warner – 26-02-2016

La rossa cantante e chitarrista californiana è sulla breccia da oltre 45 anni: il suo esordio discografico , l’omonimo Bonnie Raiit, risale al 1971, eppure questo Dig In Deep è solo il suo ventesimo album (17° in studio), a quattro anni di distanza dall’ottimo Slipstream del 2012, che aveva interrotto una lunga pausa nei primi anni 2000, dovuta alla morte, tra il 2004 e il 2009, della madre, del padre, del fratello e di uno dei suoi migliori amici. Bonnie Raitt nella sua carriera ha vinto ben dieci Grammy Awards, è inserita al n° 50 tra le migliori cantanti e al n° 89 tra i migliori chitarristi, nella classifica All time della rivista Rolling Stones, eppure non sembra avere ancora raggiunto “la pace dei sensi” a livello discografico, infatti questo Dig In Deep, nelle recensioni delle varie riviste musicali ha raggiunto una quasi unanimità di consensi, con Record Collector che le ha dato un bel 10, e Mojo, Uncut, Classic Rock, Q e il Telegraph, tra le quattro stellette e gli 8/10, a seconda dei loro criteri di giudizio. Dodici canzoni, con ben 5 firmate dalla stessa Bonnie, cosa che non succedeva da Fundamental del 1998, probabilmente ispirata dai fatti che le sono successi intorno in questi anni. Tutti i brani provengono da sessions recenti, meno uno, registrato nel 2010, nella stessa occasione in cui vennero registrati i 4 brani prodotti da Joe Henry per Slipstream (le buone canzoni non si buttano mai via).

La band che la accompagna è la solita formazione da sogno con la stessa Bonnie Raitt alla slide, il secondo chitarrista George Marinelli, il “nuovo” Mike Finnigan che sostituisce Jon Cleary alle tastiere, spostando l’asse del sound più sull’organo, ma il pianoforte non manca, l’immancabile James “Hutch” Hutchinson al basso, e Ricky Fataar alla batteria, Produce il CD la stessa Raitt, con l’aiuto dell’ingegnere del suono Ryan Freeland e, concordo, siamo davanti ad uno dei migliori album della sua carriera: gli anni di sesso, droga, alcol e R&R di quando era la fidanzata di Lowell George sono sicuramente alle spalle, ma la passione per quel suono alla Little Feat che mescola blues, soul & R&B, funky, laidback rock e una propensione alle ballate, cantate con voce rauca e vissuta, non l’ha ancora abbandonata https://www.youtube.com/watch?v=Dkq3FfN-4m8 . Questa volta è vincente anche la scelta di alcune cover: partiamo proprio, pescando a caso, con Shakin’ Shakin’ Shakes, un brano dei Los Lobos da By The Light The Moon del 1987, in una versione vorticosa, ad alta gradazione rock, con la slide di Bonnie Raitt e la solista di Marinelli a sfidarsi in una serie di assolo che non si sentivano dai tempi dei migliori Little Feat, mentre tutta la band tira alla grande, con una grinta che forse si pensava perduta nei dischi della Raitt e anche la versione di I Need You Tonight degli Inxs, è una scelta inconsueta ma vincente, con il basso funky di “Hutch” e la batteria groovy di Fataar a innestare un drive fantastico, se aggiungiamo la voce rauca ed inconfondibile della nostra amica, l’organo insinuante di Finnigan e le chitarre maliziose dei due solisti, il risultato è irresistibile. Sempre andando random, anche la collaborazione autorale tra Marinelli e Raitt in If You Need Somebody è un ottimo esempio di funky blue eyed soul, con chitarrine choppate, tastiere avvolgenti, belle melodie e l’immancabile slide che è la firma unica di questa grande musicista. O di nuovo il funky-rock featiano dell’iniziale Unintented Consequence Of Love, con piano elettrico e la “solita” slide a guidare le danze, in un brano che è comunque un altro efficace esempio dello stile blues-rock della migliore Raitt.

Non mancano naturalmente le sue ballate classiche, come la malinconica All Alone With Something To Say, scritta da due autori poco conosciuti ma validi di Nashville, come Gordon Kennedy e Steve Dale Jones, un brano che anche Susan Tedeschi (che è forse la sua discepola preferita) sta cercando di perfezionare nella band di famiglia; altrove c’è spazio per il classico blues-rock delle sue stagioni anni ’70 con la Warner (di nuovo distributrice del disco, pubblicato dalla etichetta personale Redwing), una Gypsy In Me che è il primo singolo dell’album e scivola sulle sinuose note della slide pure questa. I Knew, sempre firmata da Bonnie, potrebbe essere un ideale seguito di I Know, che era sul secondo album Give It Up, il groove funky e la chitarra tagliente sono quelli degli anni d’oro, e la voce è sempre magnifica ed evocativa. The Comin’ Round Is Going Through è un bel pezzo rock dal drive quasi stonesiano che conferma la ritrovata passione in questo album per i brani più mossi e tirati, con la band che gira come un perfetto meccanismo, e anche il testo sugli effetti dei grossi giri di denaro sulle nostre vite e sulla correttezza della politica e delle democrazia illustra il lato impegnato che è sempre stato presente nelle sue canzoni.

Mancano ancora la splendida ballata Undone, un must per Bonnie Raitt, scritta dalla texana Bonnie Bishop, che aveva già firmato Not Cause I Wanted per il precedente Slipstream, si tratta di uno dei pezzi più belli in assoluto interpretati dalla rossa californiana nella sua lunga carriera, un brano struggente e malinconico, cantato con una passione assoluta dalla Raitt, che nel finale rilascia anche un lancinante assolo alla slide che rende ancor più memorabile questo brano. What You’re Doin’ To Me è un mezzo shuffle bluesato con uso d’organo e chitarre, grintoso e mosso, come sembra essere la regola in questo Dig In Deep. The Ones We Couldn’t Be è comunque una splendida ballata pianistica che non può mancare nel canone della brava Bonnie (bellissima, la consiglierei a Adele, che già aveva cantato dal repertorio della Raitt I Can’t Make You Love Me nel concerto alla Royal Albert Hall). E sempre parlando di ballate, che come sempre non mancano in un disco della nostra amica, un’altra stupenda è You’ve Changed My Mind, con un assolo di slide nel finale degno del miglior Ry Cooder. Disco bellissimo, potrebbe vincere il suo 11° Grammy, esce il 26 febbraio.

Bruno Conti. 

Raffinato Blue-Eyed Soul Dal Regno Unito. Paul Carrack – Soul Shadows

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Paul Carrack – Soul Shadows – Carrack-UK/Proper 

Tamla Motown, Philly Sound, sono i primi termini che mi vengono in mente ascoltando questo nuovo album di Paul Carrack, uno dei migliori vocalist attualmente in circolazione nella scena musicale inglese, forse un po’ demodé con il suo blue-eyed soul elegante e raffinato, ma indubbiamente piacevole da ascoltare; Carrack, di recente, ha partecipato ai concerti d’addio di Clapton alla Royal Albert Hall, e il vecchio “Manolenta” gli ha lasciato cantare You Are So Beautiful, un pezzo che tutti ricordano per la versione di Joe Cocker, ma in effetti viene dal repertorio di Billy Preston, altro grande tastierista e cantante a cui Carrack in un certo senso si può accostare, facendo i dovuti distinguo. Anche Carrack è sulla scena da tantissimi anni, fin dagli inizi anni ’70, quando faceva del jazz-rock progressive con i Warm Dust, ma poi il suo nome è sempre rimasto legato agli Ace, e al loro grande successo How Long, in quanto probabilmente il prototipo delle canzoni del nostro, da allora ad oggi, melodico, con la giusta quota di soul e R&B, un pizzico di rock quando serve, una voce melliflua e dalla perfetta intonazione, usata con profitto nel precedente Rain Or Shine, il disco di covers del 2014 dove si era lanciato nella difficile arte del crooner http://discoclub.myblog.it/2014/04/13/che-strano-disco-paul-carrack-rain-or-shine/ , senza dimenticare mai la sua passione per il soul, che per l’occasione del nuovo album traspare fino dal titolo del disco, Soul Shadows.

Per l’occasione Paul Carrack ha scritto 10 delle undici canzoni che compongono il nuovo album, lasciando alla cover finale del brano di Bobby “Blue” Bland Share Your Love With Me il compito di “timbrare” con una firma d’autore un album che si lascia ascoltare con grande scorrevolezza. Non ci sono voli pindarici, brani che possono fare gridare al capolavoro, ma la classe del nostro riesce comunque ad evitare che il disco scivoli nel “bland-rock” banale di gente come Bublé, Mick Hucknall o l’ultimo Rod Stewart, anche se a tratti ci si avvicina pericolosamente. Carrack suona tutti gli strumenti, con l’eccezione della batteria affidata al figlio Jack,  e, in un brano, del sax nelle capaci mani di Pee Wee Ellis, il leggendario collaboratore di James Brown e Van Morrison; in sei brani è presente anche una piccola ma ben utilizzata sezione archi e fiati, che allarga lo spettro sonoro dei brani e in Bet Your Life Chris Difford, vecchio datore di lavoro di Paul negli Squeeze, aggiunge la sua firma per un pezzo che profuma di Motown primi anni ’70, come peraltro molti altri brani del disco.

Dall’iniziale Keep On Lovin’ You, che ha anche tracce del Philly Sound citato all’inizio, grazie ai fiati e agli archi usati con costrutto, una Sleep On It che potrebbe insegnare una o due cose ai paladini del “nu soul”, anche se qui si rischia per un eccesso calorico di zuccheri; molto meglio la nostalgica Sweet Soul Legacy che cita alla lettera nel testo Sam & Dave, Jackie Wilson, James Brown e nella costruzione sonora il grande Sam Cooke. In tutti i brani le tastiere di Carrack, soprattutto organo, ma anche piano, acustico ed elettrico, sono una delizia per i padiglioni auricolari degli appassionati di questa musica. Ogni tanto si scivola verso le ballate melodiche, forse troppo melodrammatiche, tipo Let Me Love Again, ma poi si risale subito con la sferzata rock’n’soul di Too Good To Be True, dove l’organo e il breve solo al piano elettrico di Paul rievocano il tocco inconfondibile del vecchio Billy Preston (qualcuno ha detto Get Back? Oh yes!). In Watching Over Me fanno capolino persino una chitarra acustica e una armonica per un brano dal sapore “caampagnolo” che rievoca certi passaggi alla Rod Stewart dei tempi che furono, anche se la voce è diversa. That’s How I Feel è una ballatona notturna e Late At Night, con il suo piano elettrico in evidenza vira verso lidi funky-rock, sempre ricchi di sapori soul, poi ribaditi nella ritmata Say What You Mean dove Carrack sfodera il suo timbro vocale più “nero”, prima di congedarci con Share Your Love With Me, la splendida ballata di Bobby Bland che deve essere stata uno degli ascolti preferiti e formativi del giovane Van Morrison.

Bruno Conti