Un Brillante Ritorno A Sorpresa, Inatteso E Gradito. Peter Perrett – How The West Was Won

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Peter Perrett – How The West Was Won – Domino Records

Qualche mese fa, nella rubrica delle anticipazioni, verso fine maggio, avevo annunciato l’uscita di questo album di Peter Perrett How The West Was Won, poi regolarmente uscito al 30 giugno. Come ogni tanto capita, per svariati motivi, la recensione promessa non si è colpevolmente materializzata sulle pagine virtuali del Blog. Ma oggi rimediamo perché il disco merita veramente: ci sarà un motivo se è stato il disco del mese per Mojo e Uncut, ha avuto 5 stellette dalla rivista Record Collector, e in generale ottime recensioni anche sulle riviste e sui siti italiani dedicati alla musica rock (con l’eccezione, stranamente, del Buscadero, la rivista dove scrive anche il sottoscritto, in cui il disco è stato recensito sì in modo positivo, ma un po’ troppo tiepido). Non siamo di fronte, forse, ad un capolavoro assoluto, ma sicuramente ad un album di alto artigianato rock, da parte di un personaggio che secondo molti, anche per la vita che ha vissuto, è già un miracolo se oggi sia ancora vivo, senza essere stato spazzato via dai suoi eccessi di junkie (grazie a quella santa donna della moglie Zena che è sempre rimasta al suo fianco), quasi obbligato dal bisogno di interpretare per forza la figura dell’outsider e del ribelle del R&R che prevede, purtroppo, l’iconografia di certo rock “alternativo” (ma anche mainstream).

Di solito, se riescono a sopravvivere agli eccessi, questi artisti quando raggiungono una età matura si meravigliano di quello che hanno fatto nel loro passato, ma nel momento in cui succede è quasi un fatto compulsivo, se poi non è neppure accompagnato dal successo diventa ancora più frustrante. Peter Perrett è stato il leader degli Only Ones, una band che sul finire degli anni ’70 ha realizzato un trittico di album, The Only Ones, Even Serpent Shine Baby’s Got A Gun, usciti in piena era punk e New Wave, ma che erano tre perfetti esempi di rock classico, una fusione di Lou Reeddel glam rock britannico più “nobile”, quello dei Mott The The Hoople o del Bowie Ziggy, del rock newyorkese dei Television, di certe cose dei Replacements o dei Soft Boys, il tutto con la voce particolare, a tratti androgina, di Perrett, la chitarra sfavillante di John Perry e il drumming brillante di Mike Kellie, già con gli Spooky Tooth agli inizi anni ’70. Tra i tanti ottimi brani realizzati, uno in particolare, Another Girl, Another Planet, rimane il loro piccolo capolavoro e il motivo per cui si riunirono brevemente negli anni 2000 quando venne utilizzato per uno spot pubblicitario. E prima c’era stato un disco di Peter Perett + The One, non male, che però è passato come una meteora, apparso e scomparso.

Detto che vale la pena di investigare su quei dischi, il motivo principale di questo Post è comunque How The West Was Won, un album che riprende le traiettorie sonore proprio di quei dischi, mediate attraverso la maturità del suo autore, e l’aiuto anche delle giovani generazioni, rappresentate dai figli di Peter Jamie Perrett e Peter Perrett Jr., rispettivamente alla chitarra e al basso, già componenti degli Strangefruit, che il babbo cita tra i suoi gruppi preferiti (strano!), e dal batterista Jake Woodward, con l’aiuto di Jon Carin alle tastiere (dalla touring band di Roger Waters, David GilmourPink Floyd assortiti, oltre a Kate Bush), nonché di Jenny Maxwell alla viola elettrica e al violino. Produce il tutto Chris Kimsey, non il primo che passa per strada, ma uno che ha lavorato con Rolling Stones, Yes, Marillion, Peter Frampton e mille altri. Il risultato è un disco molto bello, che predilige la ballata rock, spesso umbratile e malinconica, con frequenti impennate chitarristiche, ma con un gusto per la melodia e per l’uso del riff, entrambi innati nella musica di Peter Perrett. Tutti i punti di riferimento indicati per gli Only Ones ovviamente valgono anche per questo disco: come è chiaro subito sin dall’iniziale title track, una metafora sulla conquista dell’Ovest e sulla società attuale, molto incentrata anche sul fondoschiena di Kim Kardashian che in fondo, al di fuori delle metafore, dice il nostro. è solo un “culo”, ma anche sulle vicende personali di Perrett, che musicalmente, in un caldo midtempo rock, “cita” quasi alla lettera il riff di Sweet Jane di Lou Reed, molto presente anche nel suo stile vocale, pigro e indolente, ma con un’aria sorniona, che ricorda il grande Lou, mentre il figlio Jamie si destreggia tra slide e solista con un tocco quasi leggiadro che nel finale diventa urgente.

An Epic Story è altrettanto bella e aggiunge un leggero uso di coloritura delle tastiere alle chitarre sempre onnipresenti, il brano ha dei momenti dove il ritmo accelera di improvviso, Perrett canta con maggiore brio e vivacità questa canzone che racconta anche della sua storia con la moglie Zena. Hard To Say No è una di quelle che ricordano di più lo stile bowiano degli Only Ones, con un coretto ricorrente e una andatura da valzer rock, anche se non è tra le più memorabili. Troika è una piacevole ballata pop quasi alla Spector, con piccole percussioni che rimandano alle canzoni adolescenziali del grande Phil e un crescendo delizioso che la caratterizza, grazie anche alla solita chitarra del figlio Jamie; Living In My Head è il pezzo più lungo dell’album, quasi sette minuti di una straziata, tormentata, intensa costruzione rock, dove ripetuti, torrenziali e distorti strali chitarristici si alternano a momenti più sospesi e sognanti, sempre ben delineati dall’attenta produzione di Kimsey che in questo disco frena i suoi istinti più eccessivi, una sorta di Velvet meets Television per gli anni 2000, come anche nella successiva C Voyeurgeur, che tratta degli anni bui della dipendenza dall’eroina (e quindi ricorda per certi versi la canzone dei Velvet), altro tributo all’amore e alla pazienza della moglie Zena, in una ballata molto più tenera e meno estrema della sua ispirazione, con una dolce vena di speranza che la percorre, anche grazie a una bella melodia.

Ma prima c’è spazio pure per un esempio quasi di jingle-jangle, tra Byrds e Soft Boys, con leggere spire psych, come l’incantevole Man Of Extremes, o per una bella canzone dai contorni pop come Sweet Endeavour, dove Lou Reed, Bowie e il classico rock morbido britannico dei primi anni ’70 si incontrano con sonorità più americane sulle onde della solita chitarra del Perrett figlio, qui anche in modalità slide. Mancano all’appello una Something In My Brain che ricorda ancora una volta Lou Reed, vero punto di riferimento e nume tutelare di tutto il disco, quello di metà anni ’70 di Coney Island Baby, miscelato con certe intonazioni anche alla Ian Hunter e la solita chitarra ficcante e pungente che ricorda di nuovo certe derive psichedeliche e jam alla Television, e per finire, last but not least,Take Me Home, uno dei brani più melodrammatici dove Perrett annuncia che “I wish I could die in a hail of bullets sometimes…” su un brano che invece musicalmente ci riporta alle belle ballate rock avvolgenti che avevano caratterizzato la prima parte del disco, ancora con la magica solista di Jamie Perrett a sottolineare il cantato disincantato, ma vibrante del padre Peter Perrett che con questo How The West Was Won ha realizzato uno dei più brillanti “comeback” di questo 2017.

Bruno Conti

Forse Un Po’ Estrema Come Strategia Di Marketing! – Se Ne E’ Andato Anche David Bowie 1947-2016!

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E’ passata meno di una settimana dalla mia recensione per questo blog dell’ultimo disco di David Bowie, Blackstar http://discoclub.myblog.it/tag/david-bowie/ , che devo tornare ad occuparmi del “Duca Bianco”, ma stavolta ne avrei fatto volentieri a meno: è infatti giunta stamattina la notizia, come il classico fulmine a ciel sereno, della sua scomparsa, in pace come scrive il suo entourage su Facebook, dopo una battaglia di 18 mesi contro il cancro, una malattia tenuta nascosta fino all’ultimo (ma David, specie ultimamente, aveva fatto della privacy quasi una seconda arte), all’età di 69 anni compiuti da tre giorni.

Bowie (nato David Robert Jones) ha avuto, specie negli anni settanta, una grande importanza sia a livello musicale che soprattutto di immagine, reinventandosi in continuazione e spiazzando più volte pubblico e critica: dopo gli esordi folk-rock londinesi, nei quali palesava l’influenza di Bob Dylan (da lui definito “come una mamma” ed omaggiato nell’album Hunky Dory con Song For Bob Dylan), divenne uno degli artisti di punta del movimento glam con la creazione del suo alter ego Ziggy Stardust e l’album The Rise And Fall Of Ziggy Stardust And The Spiders From Mars, iniziando una serie di trasformazioni a livello di look che lo affermarono come uno degli artisti più avanti nella gestione della propria immagine (ben prima dei Kiss, tanto per fare un esempio), oltre a rivelare al mondo un interprete dallo spiccato gusto per la teatralità, che lo porteranno in seguito a diventare anche un apprezzato attore cinematografico.

Nel prosieguo della decade, Bowie lascerà presto il mondo del glam, passando con disinvoltura dal pop-soul e funk (gli album Diamond Dogs e Young Americans), sfiorando il krautrock con Station To Station (dove creerà l’algido personaggio del Thin White Duke) e soprattutto con la trilogia berlinese di Low, Heroes e Lodger, realizzata in collaborazione con Brian Eno e Robert Fripp e che gli diede l’immortalità con la title track del secondo dei tre album.

Gli anni ottanta saranno contraddistinti soprattutto dal successo di Let’s Dance (album e singolo), dove alla chitarra troviamo nientemeno che Stevie Ray Vaughan, diversi duetti che voleranno alto nelle hit parade (tra cui Under Pressure coi Queen e la cover di Dancing In The Streets con Mick Jagger, eseguita al Live Aid in versione video), oltre che la bellissima Absolute Beginners (più dylaniana che mai), colonna sonora del film omonimo.

Negli anni novanta, dopo la parentesi hard rock con i Tin Machine (che personalmente ho sempre trovato un po’ indigesta), Bowie sperimenterà sonorità elettroniche, hip-hop e drum’n’bass con l’elegante Black Tie White Noise ed i terribili (per me, ma per qualcuno sono capolavori) Outside e Earthling, tornando finalmente ad un sound più classico e rassicurante nel nuovo millennio con Hours (del 1999), Heathen (2002) e Reality (2003), fino ai dieci anni di silenzio totale  interrotti nel 2013 dal più che buono The Next Day.

Personaggio di grande carisma e dalla personalità decisamente sfaccettata, è sempre stato restio alle classificazioni ed alle banalità, Bowie ha passato tutta la carriera a sperimentare diversi stili, dando molto raramente al suo pubblico quello che si aspettava (e Blackstar è solo l’ultimo esempio in tal senso): per il sottoscritto una discografia bowiana consigliata per neofiti potrebbe essere composta dai seguenti album: Space Oddity, Hunky Dory, Ziggy Stardust, Young Americans, Heroes, Let’s Dance e The Next Day (ma anche Aladdin Sane, Scary Monsters e Tonight andrebbero considerati). Oppure il bellissimo box Five Years 1969-1973 (pubblicato pochi mesi fa), che comprende tutti i dischi di David del primo periodo, compresi live, colonne sonore, singoli e rarità, che però ha il difetto di non costare poco (anche l’antologia tripla del 2014 Nothing Has Changed è perfetta per chi non dovesse conoscere il nostro).

david bowie five years

Voglio chiudere ricordando Bowie con le sue due canzoni che forse preferisco, appartenenti entrambe al periodo “spaziale”.

 

Riposa in Pace, vecchio Ziggy, e scusa per il titolo del post (ma da ironico english man quale eri, so che non ti sei offeso).

Marco Verdi

*NDB Visto che il buon David amava molto sia le stelle che lo spazio, direi che come omaggio non poteva mancare anche la canzone che lo ha lanciato negli spazi profondi, dove sta per ritornare.