17/12/2012
Non Il Miglior Clapton...Ma Quasi! Slowhand Super Deluxe
Eric Clapton – Slowhand – 35th Anniversary Edition Polydor/Universal CD – Deluxe 2CD – Super Deluxe 3CD/DVD/Vinyl
Infatti, a mio modesto parere, il più bel disco di studio di Eric Clapton solista, lasciando da parte l’inarrivabile Layla And Other Assorted Love Songs pubblicato a nome Derek And The Dominos, è senza dubbio 461 Ocean Boulevard, uscito nel 1974, anche se Slowhand gli arriva giusto ad un’attaccatura (insieme al sottovalutato Money & Cigarettes del 1983, quello con Ry Cooder come seconda chitarra e Albert Lee, come terza).
Slowhand è comunque l’album più famoso di Clapton, il disco che ha usato il suo soprannome (pare ideato qualche anno prima dal produttore/manager Giorgio Gomelsky per scherzare sul tempo impiegato da Eric per cambiare una corda alla chitarra…anche perché altrimenti Manolenta non sarebbe un gran complimento per un chitarrista) e che contiene al suo interno, forse, i suoi due brani più noti dopo Layla (cioè Cocaine, che come tutti sapete è di JJ Cale, e Wonderful Tonight, dedicata a Pattie Boyd, ex moglie dell’amico George Harrison e sua compagna all’epoca).
Era quindi chiaro che prima o poi sarebbe arrivata un’edizione deluxe: curata dallo specialista in ristampe Bill Levenson, esce in versione singola con quattro bonus tracks, in versione doppia con un pezzo del concerto del 1977 all’Hammersmith Odeon (scelta incomprensibile, come si fa a proporre un concerto troncato sul più bello), ed in versione Super Deluxe con il concerto su due CD (forse neppure in questo caso completo, in quanto dura complessivamente poco più di novanta minuti), più Slowhand senza bonus su DVDAudio e vinile, il tutto in una confezione elegante ed anche innovativa (anche se il pezzo interno mi è rimasto in mano alla terza volta che lo estraevo…).
Il disco originale (prodotto dal grande Glyn Johns, e con dentro vecchi pards di Eric come Jamie Oldaker, Dick Sims e Carl Radle) penso lo conosciate tutti: dopo l’uno-due iniziale Cocaine – Wonderful Tonight, due brani che conosce anche mia nonna che ha più di novant’anni, arriva l’altrettanto bella (e nota) Lay Down Sally, un brano scritto da Clapton (insieme a Marcy Levy e George Terry) ma nel più puro stile laidback di JJ Cale. Next Time You See Her è un’altra bella ballata a firma di Eric, subito seguita da We’re All The Way di Don Williams (uno dei preferiti di Eric), proposta in un delizioso arrangiamento tra country e soul.
Nella seconda parte spiccano la splendida May You Never di John Martyn e la bluesata (unica del disco) Mean Old Frisco, mentre The Core è un po’ tirata per le lunghe e lo strumentale Peaches And Diesel sembra più un brano incompiuto per il quale non è mai stato scritto il testo.
Tra le quattro tracce bonus, spiccano senz’altro la semiacustica Alberta e la fluida Greyhound Bus, ma il vero fiore all’occhiello di questa ristampa è senz’altro la parte dal vivo.
Un Clapton in forma smagliante, che suona veramente come un Dio, i soliti manici citati prima ad accompagnarlo ed un repertorio super (concerto registrato sette mesi prima dell’uscita di Slowhand, dal quale non viene pertanto proposto alcun brano): probabilmente il miglior live di Eric, alla pari con il famoso Just One Night uscito tre anni dopo.
Quattordici brani, quattro dei quali già usciti anni fa sul cofanetto Crossroads 2 (Further Up On The Road e Stormy Monday, due blues sontuosi, la splendida Tell The Truth e la reggae version di Knockin’On Heaven’s Door), gli altri dieci mai ascoltati prima d’ora.
Imperdibile l’inizio, con la bellissima Hello Old Friend, una delle migliori melodie mai uscite dalla penna di Eric, e la grande Sign Language, raramente proposta dal vivo: una delle più belle canzoni degli anni settanta di Bob Dylan, che però era su un disco di Clapton (l’ottimo No Reason To Cry, quello con la Band, proprio in duetto con Bob, una di quelle canzoni che ti fanno capire che Dio esiste…).
Per il resto, una solida Steady Rollin’ Man, una Badge da urlo (altro che mano lenta…), una I Shot The Sheriff di un quarto d’ora (io di solito non amo il reggae, ma qui cazzo se suonano!), per finire con una Key To The Highway perfetta.
E non è che quelle che non ho citato non meritino (forse solo Layla è un po’ tirata via, come se la dovesse fare per contratto), ma mi fermo qui se no il Bruno mi rimprovera che mi allungo troppo.
In definitiva, un cofanetto da avere assolutamente…a meno che non facciano come gli Who con il Live At Hull e ci facciano uscire tra un anno il concerto all’Hammersmith da solo (magari con qualche altro brano aggiunto, giuro che vado a Londra e all’Eric gli spezzo le braccine, così il prossimo disco lo intitola Brokenhand).
Marco Verdi
P.S *NDB Posso tranquillizzare Marco, sul fatto delle tracce aggiunte, non sull’eventuale pubblicazione, perché lì dipende dalle case discografiche e non da Clapton, quindi lo faranno sicuramente! Il concerto è composto da quei 14 brani, lo testimonia un Bootleg intitolato Live In Great Smoke, Hammersmith Odeon April 27 1977, registrazione soundboard (ossia dal mixer), di cui non dovremmo sapere, ma esiste e ha pure una copertina. Come trovarlo non saprei, ma in rete…
09:55 Scritto da bruno_conti (Webmaster) in Disco UFO, Non tutti sanno che..., Ospiti | Link permanente | Commenti (1) | Segnala
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30/07/2012
Consigli Per L'Estate (E Oltre): Uscite Prossime Venture Parte V (Secondo Interludio). I Primi 5 Album Della Steve Miller Band
Steve Miller Band - Children Of The Future - 1968
Steve Miller Band - Sailor - 1968
Steve Miller Band - Brave New Word - 1969
Steve Miller Band - Your Saving Grace - 1969
Steve Miller Band - Number 5 - 1970
Si tratta dei primi 5 album del gruppo pubblicati dalla Capitol in due anni, tra il 1968 e il 1970. Dovete sapere che (ogni tanto ricado in questa sindrome alla Paolo Limiti!) i primi due dischi furono pubblicati rispettivamente nel settembre e ottobre 1968, nel giro di un mese, erano proprio altri tempi. E in quei dischi, che erano perlatro molto belli, appariva ancora la formazione orginale della Steve Miller Band, con Boz Scaggs alla seconda voce e chitarra. Children Of The Future fu registrato a Londra con la produzione di Glyn Johns, mentre il secondo Sailor, sempre con Johns in cabina di regia, fu registrato a Los Angeles. In questo secondo album appariva il loro primo successo, Living In The U.S.A e una prima versione di Gangster Of Love che poi sarebbe apparsa periodicamente nel loro repertorio in concerto nel corso degli anni, caratteristica questa tipica di altri brani del gruppo, anche in studio.
La Edsel lo scorso anno aveva già ripubblicato in versione digipack rimasterizzata gli album della seconda metà anni '70, mentre questi primi 5 titoli della loro discografia erano usciti sul mercato americano in versione vinyl replica giapponese a cura della Capitol a metà anni '90. Queste nuove versioni sono rimasterizzate, con nuovi libretti e note più curate, però, tra tutti e cinque, hanno solo una miserrima bonus track, Sittin' In Circles, inserita nel 1° album. In ogni caso si tratta di ottimi album, tra blues e psichedelia, e nei tre successivi dove non appare più Boz Scaggs e opera quindi una formazione a trio, ci sono peraltro alcuni ospiti di valore.
Per esempio in Brave New World del 1969, prodotto ancora da Glyn Johns, appare in My Dark Hour alla chitarra, e in altri brani al basso e batteria, tale Paul Ramon, ovvero Paul McCartney. Non solo, il riff di Space Cowboy è preso pari pari da Lady Madonna. Inoltre alle tastiere in tutto il disco c'è Ben Sidran che firma anche molti dei brani con Steve Miller e al piano in Kow Kow c'è Nicky Hopkins.
Anche in Your Saving Grace (l'ultimo prodotto da Johns) e in Number Five, si alternano a piano e organo Sidran e Hopkins, in quest'ultimo tra gli ospiti ci sono anche Charlie McCoy, Lee Michaels e Buddy Spicher.
Le ristampe che erano annunciate per il 31 luglio, motivo del Post odierno, dovrebbero uscire invece sempre per la Edsel il 28 agosto.Vi assicuro che ne vale la pena, piccole perle del rock americano di quegli anni.
Bruno Conti
13:04 Scritto da bruno_conti (Webmaster) in Anticipazioni, Non tutti sanno che... | Link permanente | Commenti (0) | Segnala
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09/10/2011
Poche Balle, E' Proprio Bello! Ryan Adams - Ashes And Fire
Ryan Adams - Ashes And Fire - Pax-Am/Columbia
Mi sono preso tutto il tempo per ascoltarlo bene e con calma in questa settimana (tanto esce l'11 ottobre) e devo ammettere che mi piace molto, questo Ashes And Fire del "ritrovato" Ryan Adams è un bel disco, per metterla giù semplice! Ritrovato, ma dove era andato? Semplicemente si era preso del tempo per risolvere i suoi problemi fisici causati da una vita di eccessi che aveva minato la sua salute, mentale e fisica, perché spesso nei comunicati rilasciati sul suo sito straparlava, anche nell'ultimo, quello dove annunciava lo scioglimento dei Cardinals e il suo ritiro dalle scene, tra liti con la stampa, (rea di non trattarlo bene, ma non sempre) e le varie case discografiche che dovevano sottostare ai suoi capricci. Insomma, un carattere di merda! Ma questo non gli impediva di fare ancora dei dischi belli (ogni tanto) e discreti (il più delle volte, ma comunque nettamente superiori a molto di quello che circola abitualmente) anche se lontani dai vertici di Heartbreaker, Gold o dei tempi dei Whiskeytown. A me III/IV non era dispiaciuto, ma il disco Orion, pseudo-metal era una cagata pazzesca.
Questo aveva fatto sì che musicisti come James Maddock, Israel Nash Gripka o Ray LaMontagne, tanto per citarne alcuni, lo avessero superato a destra, con le loro vetture musicali senza neanche mostrargli la freccia. Bravi, molto bravi, ma non più di lui. Il nostro amico dice che la scintilla che gli ha riacceso la voglia di fare musica di qualità è stato l'ascolto di un disco di Laura Marling, non l'ultimo, quello prima, I Speak Because I Can che secondo lui denotava la capacità di realizzare dischi di "sani principi" musicali da parte della ragazza (e non aveva ancora sentito quello nuovo che è anche meglio giovani-talenti-si-confermano-laura-marling-a-creature-i-...) e ha riacceso la sua ispirazione. Per mantenere il paragone automobilistico, si è preso un autista di lusso, Glyn Johns (il babbo di Ethan che aveva prodotto i suoi dischi migliori) e con questo signore alla guida della nuova vettura li ha risuperati in tromba. D'altronde uno che ha prodotto Beatles, Who, Dylan, Stones, i primi 3 Eagles e "qualcun" altro (ogni tanto cannando, le sue produzioni di New Model Army e Gallagher & Lyle non sono entrate nella storia), difficilmente, alle prese con un musicista di talento, avrebbe potuto causare un pasticcio. E poi le sue tecniche di registrazioni, calde, analogiche, con una grande presenza del suono, 40 anni fa erano talmente avanti che oggi sono ritornate di moda.
Quindi state per ascoltare un capolavoro? Magari no, ma come dicevo prima, un bel disco sicuramente, uno dei migliori del 2011 e per uno che da molti critici era dato per spacciato non è un brutto risultato, e la stampa di tutto il mondo (che non sempre lo sopporta) lo ha sottolineato con una serie di ottime recensioni, quasi tutte da 4 stellette meno Uncut più prudente con 3 ma con un giudizio nettamente positivo.
Questo è il classico disco da cantautore, come quelli che negli anni '70 facevano gente come Elton John (Tumbleweed Connection, il suo più "americano"), James Taylor (Sweet Baby James o Mud Slide Slim, Fire and Rain - Ashes and fire, qualche analogia c'è) o Gram Parsons, mica bruscolini, per non parlare di Neil Young. Dischi dove in teoria succede poco a livello musicale, ma quel "poco" viene eseguito in modo divino, tra chitarre acustiche, un piano (Norah Jones o Benmont Tench ma anche lo stesso Ryan), un organo (ancora Benmont Tench, veramente magnifico), una sezione ritmica discreta ma presente e su tutto la voce ispiratissima di Ryan Adams che inanella una serie di ballate calde ed avvolgenti, a partire dalla magnifica Dirty Rain dove l'organo di Tench disegna magici ghirigori intorno agli altri strumenti. Anche Ashes and Fire con quel suo suono tra la West Coast dei primi Eagles, certe sonorità della Band e quell'onnipresente pianino che mi ricorda l'Elton John degli inizi è una gran della canzone, c'è anche uno dei rari, ma efficaci, assoli di chitarra elettrica ben delineata dalla produzione di Glyn Johns, attenta a tutti i particolari.
Ho una particolare predilezione per un brano come Come Home (non è un rafforzativo, in inglese è così) che inizia con un giro di chitarra acustica che esce pari pari dai solchi dei dischi più belli di James Taylor e cresce lentamente, con dolcezza, fino al minuto 1'17" quando entrano contemporaneamente una pedal steel e la seconda voce di Norah Jones e il rito dei vecchi duetti indimenticabili tra Gram Parsons ed Emmylou Harris rivive con forza, veramente una canzone memorabile. Rocks magari non terrà fede alla lettera al suo titolo ma ricorda molto la musica del Neil Young dei primi album, quello meno rocker ma grande balladeer, intenso e quasi sussurrato in un leggero falsetto, questo brano ha molti punti in comune con l'opera del canadese e il leggero arrangiamento di archi aggiunge una patina di malinconia a tutto l'insieme. Do I Wait è un'altra bellissima, direi maestosa canzone dalle atmosfere sospese con l'organo di Benmomt Tench ancora una volta grande protagonista e l'assolo di chitarra che guida il crescendo finale prima del ritorno alla quiete. Molto bella anche la breve Chains Of Love (ma ce n'è una brutta?) con il dualismo tra le chitarre e la sezione di archi e la voce più spiegata di Ryan Adams.
Invisible Riverside mi ha ricordato per ceri versi la musica del suo "concorrente" Ray LaMontagne che a sua volta prende la sua ispirazione da Van Morrison (che però ricorre nella musica di entrambi, e lui, Van, lo sa e si incazza, perchè nessuno lo riconosce), il minimo comun denominatore è la produzione di Ethan Johns (sorgono antichi ricordi scolastici, sembra di parlare di Plinio il Giovane e Plinio il vecchio, entrambi saggi filosofi come i rappresentanti della famiglia Johns). Save me di nuovo con pedal steel a manetta, di nuovo con la seconda voce di Norah Jones, di nuovo quel country "cosmico" che tanto piaceva nei primi anni '70 e sembra ritornare ciclicamente, archi, piano, organo e la sezione ritmica più presente sono gli altri elementi indispensabili. Non sarà mica una bella canzone? Mi sa di sì!
E pure Kindness, gli elementi sono quelli del brano precedente, meno la pedal steel ma con il piano aggiunto di Norah Jones e la sua voce dolce e sussurrata che si integra alla perfezione con quella di Ryan Adams, nel finale anche l'immancabile organo d'ordinanza e una chitarra acustica si contendono con il pianoforte la guida del brano mentre i due gorgheggiano che è un piacere. Lucky Now secondo alcune critiche ricorda il Jackson Browne più Westcoastiano degli inizi, ma ci sarà anche lo zampino di Glyn Johns che era dietro alla consolle nei primi 3 dischi degli Eagles, quelli che viaggiavano su queste coordinate. L'ultimo assolo di chitarra elettrica del disco (chi la suona? Non ho le note del CD, non vi so dire) suggella i paralleli.
Si chiude con un'altra...bellissima, indovinato! ballata younghiana, cantata anche in falsetto per togliere ogni dubbio. si chiama I Love You But I Don't Know What To Say, una bella dedica alla sua dolce metà Mandy Moore, sposata in piena crisi nel Febbraio 2009 e che sembra avere portato stabilità e serenità nella sua vita e nella sua musica.
A me piace, sentitelo e mi farete sapere, ma anche no.
Bruno Conti
19:13 Scritto da bruno_conti (Webmaster) in Anticipazioni | Link permanente | Commenti (2) | Segnala
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