Anche Gli Avett Brothers Tengono Famiglia! Jim Avett & Family – For His Children And Ours

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Jim Avett & Family – For His Children And Ours – Ramseur CD

Questa recensione inizia con una ovvietà, e cioè che Scott e Seth Avett, noti in tutto il mondo come gli Avett Brothers, oltre ad essere fratelli hanno anche un padre (ma davvero, direte voi!): quello che è meno scontato è che anche il loro genitore abbia un background musicale notevole. Classe 1947, Jim Avett ha infatti iniziato ad amare la musica fin da bambino, con una particolare predilezione per il country a sfondo religioso della Carter Family, essendo la madre una pianista classica ed organista di chiesa; Jim ha quindi maturato negli anni una passione sconfinata per la musica, ha iniziato anche a farla per il suo piacere personale, collezionando più di sessanta chitarre, ed è chiaro che ha poi trasmesso ai figli questo suo amore. Jim non è un musicista professionista, ha solo tre dischi alle spalle e tutti usciti nel corrente millennio (per la piccola etichetta Ramseur, la stessa che aveva pubblicato i primi album dei figli), ed in tutti e tre i casi si respirava l’aria di casa, delle canzoni che la madre aveva insegnato al piccolo Jim, una serie di brani che avevano formato la sua cultura musicale, a base di country e gospel.

For His Children And Ours è il suo quarto e nuovissimo album, attribuito a sé stesso ed alla sua famiglia, in quanto sia Scott che Seth hanno una parte fondamentale per quanto riguarda l’architettura sonora e vocale dei brani (nonché in sede di produzione), e viene coinvolta anche la sorella Bonnie Avett Rini, pure lei cantante e possesso di un’ottima voce. Un vero disco di famiglia, ma anche un lavoro che, pur essendo di genere completamente diverso da quanto proposto dagli Avett Brothers, si può tranquillamente inserire in mezzo alla loro discografia, anche perché a completare il gruppo di musicisti coinvolti ci sono anche Bob Crawford e Tania Elizabeth, rispettivamente bassista e violinista della nota band della Carolina del Nord. Dodici brani, di cui undici cover o traditionals, una miscela purissima di country, folk e gospel così come si usava fare una volta, con chitarre acustiche e pianoforte sempre in primo piano e talvolta anche una sezione ritmica discreta, oltre ad un uso splendido delle voci, che oltre alla Carter Family (il punto di riferimento principale) rimanda a storici gruppi del folk revival come Peter, Paul & Mary, Kingston Trio e Weavers. Basta sentire la deliziosa apertura di Beulah Land, una splendida folk song con bell’uso di chitarre e piano e le voci che si sovrappongono (e Bonnie quasi sovrasta tutti), un brano incontaminato che predispone subito al meglio. Where The Roses Never Fade è uno squisito country-folk d’altri tempi, un po’ Carter Family ed un po’ Weavers (in passato l’hanno fatta anche gli Statler Brothers), con il violino della Elizabeth grande protagonista.

He Said, If You Love Me, Feed My Sheep è puro gospel, bellissimo l’uso delle voci a cappella: i fratelli Avett, guidati dal padre, si muovono in territori forse per loro insoliti, ma mostrano di non avere alcuna incertezza. I Saw The Light è il classico gospel di Hank Williams, e Jim la rifà come avrebbe potuto farla Pete Seeger, versione scintillante impreziosita da una leggera sezione ritmica, grande musica; ancora più vivace I’m Gonna Have A Little Talk (di Randy Travis, quindi siamo ai giorni nostri), proposta con un irresistibile arrangiamento country-gospel dal gran ritmo e con un bel piano da taverna suonato da Seth, mentre Here Am I, Lord, Send Me è una ripresa molto fedele di un classico di Mississippi John Hurt, un banjo, una chitarra e le voci della Avett Family al completo, un altro brano in purezza. Peace In The Valley vede Scott voce solista ed un botta e risposta tipico della tradizione gospel, altra grande versione di un brano che ha avuto centinaia di riletture, da Elvis Presley in giù, Jesus Lifted Me vede invece Bonnie in prima linea, ed è comprensibile dato che si tratta di un traditional tramandato da Elizabeth Cotten; Jim’s  Gospel Song è l’unico pezzo scritto da Avett Sr, (anche se riprende frammenti da varie canzoni popolari, tra cui In The Sweet By And By e Shall We Gather At The River), ed è ancora country-folk purissimo, splendido anche questo, seguito da una ripresa molto old-fashioned del noto traditional Just A Closer Walk With Thee. Chiusura con altri due famosi standard, Angel Band, pianistica ed ecclesiastica, e Precious Lord, puro folk al 100%, degna conclusione di una raccolta di delizie musicali che nobilita una volta di più il nome della famiglia Avett.

Marco Verdi

Un Album Di Gospel-Soul Ed Una Voce Semplicemente Straordinari! CeCe Winans – Let Them Fall In Love

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CeCe Winans  – Let Them Fall In Love – Pure Springs Gospel/Thirty Tigers

Come fare un grande disco di gospel. Lezione numero uno: prendete un album di “contemporary gospel”, estraete le parti con batteria elettronica, sintetizzatori sibilanti, ritmi sintetici e agitati rappers sullo sfondo, le raccogliete, alzate la tazza del WC e le gettate all’interno. Lezione numero due: questa necessita la presenza di una cantante, con una voce vera, magari un soprano naturale, un nome a caso, CeCe Winans (comunque anche lei, in passato, autrice di qualche piccola nefandezza di tipo “nu soul”), poi le affiancate qualcuno, magari il marito Alvin Love (un nome, un programma), che le scriva una serie di canzoni che elevano le loro preci al Signore e all’amore universale, senza esagerare con lo zucchero, anche se il genere esige questo approccio. Lezione numero tre: affiancate al suddetto marito, che svolge anche la funzione di produttore, un secondo coordinatore musicale, Tommy Sims (anche lui in precedenza ha peccato con gente come Michael Bolton, Kelly Clarkson, Michelle Williams delle Destiny’s Child, ma è stato anche il bassista di Springsteen nel periodo della Other Band, ok non la migliore, ma se confrontata con il resto…e ha collaborato con Clapton, Bonnie Raitt, Susan Tedeschi), e li chiudete in un paio di studi di registrazione, tra New York e Nashville, insieme a una decina di musicisti di vaglia, alcune coriste, tra cui spiccano Wendy Moten, Bekka Bramlett (la figlia di Delaney & Bonnie) e Crystal Taliefero (esatto, quella di Mellencamp, Springsteen e ora con Billy Joel), magari aggiungete una sezione di archi e di fiati, veri!

Poi prendete il tutto, lo frullate con forza, e il risultato è questo Let Them Fall In Love, uno dei migliori dischi di gospel che mi sia capitato di sentire da lunga pezza (anche se cercando con attenzione nel sottobosco della musica americana si trovano solisti e formazioni di sicura classe, ma oggi parliamo di questo)! CeCe, all’anagrafe Priscilla Marie, fa parte di una dinastia, quella dei Winans, le cui origini risalgono a circa 30-35 anni fa, ma prima c’erano anche Mom & Pop, con una serie di fratelli, dieci per la precisione, che in diverse combinazioni, hanno percorso le strade del soul, del R&B e del gospel: quella di miglior successo è stata l’accoppiata BeBe e CeCe Winans, in azione tra il 1982 e il 1996, poi una reunion nel 2009, 3 Grammy, svariati milioni di dischi venduti, poi CeCe ha proseguito da sola, vincendo ancora nove Grammy e vendendo altri 12 milioni di dischi. Però anche lei dal 2010 sembrava ferma, l’etichetta Pure Springs Gospel formata con il marito pareva non trovare una adeguata distribuzione sul territorio degli States. Ed ecco arrivare la Thirty Tigers, che se c’è da distribuire della buona musica, di qualsiasi genere, è subito pronta.

Il risultato, come si diceva poc’anzi, è questo Let Them Fall In Love, dieci splendide canzoni di puro gospel, coniugate nelle migliori forme della musica soul (e non solo soul): si parte con He’s Never Failed Me Yet, splendida canzone che unisce un incipit voce e piano, dove si gusta la voce della Winans (pensate a Whitney Houston giovane o alla mamma Cissy, ma anche la prima Dionne Warwick) poi entrano basso, batteria, percussioni, la sezione di archi, i fiati, le coriste fiammeggianti, in un crescendo spectoriano che lascia senza fiato, una meraviglia di purezza e musica senza tempo. Ma pure la seconda canzone non scherza, Run To Him, altro inno al signore di una bellezza incredibile, un ritmo latineggiante, tra “Girls Group Sound” e gli arrangiamenti di Bacharach per Dionne Warwick, con percussioni deliziose, tamburelli e castanets (nomi desueti), voci celestiali (visto l’argomento) per il call and response d’obbligo, e poi lei che canta come posseduta, pardon, infusa dalla grazia divina, questo non è “solo” gospel, è grande musica. E se si vuole sconfiggere la tentazione, in Hey Devil! si chiamano le Clark Sisters, si dice loro di cantare come le Raelettes e si costruisce un arrangiamento degno del Ray Charles dei tempi d’oro (con tanto di citazione di Hit The Road Jack sul fade della canzone ), che era comunque uno che dalla chiese aveva tratto più di un motivo di ispirazione ( e CeCe Winans e il marito Alvin Love sono entrambi pastori della loro chiesa evangelica in quel di Nashville).

Dopo i primi tre brani straordinari, il resto dell’album è “soltanto” bello, ma ci accontentiamo: Peace From The God è una serena ballata di grande intensità, Why Me è la versione del brano di Kris Kristofferson, altra ballata sontuosa, impreziosita anche dall’intervento di una pedal  steel suonata da Russ Pahl, la Winans canta sempre con il suo timbro cristallino. Lowly è un trascinante gospel-rock che rimanda al suono dei dischi di Delaney & Bonnie o Joe Cocker, corale e splendida ancora una volta. Comincio a pensare, se amate le valutazioni, che questo forse è addirittura un disco da 4 stellette; impressione confermata dalla pianistica Never Have To Be Alone che ricorda le canzoni di Carly Simon o Carole King, oppure dalla travolgente Dancing In The Spirit cantata con l’Hezekiah Walker’s Love Fellowship Choir che pare uscire da qualcuno dei dischi gospel di Aretha Franklin, con il dancing bass di Tommy Sims in grande evidenza. Scende la pace di nuovo con la spirituale (anche nelle altre, ma in questa più di tutte) Marvelous e radiosa pure la conclusiva Let Them Fall In Love, altra notevole ballata con uno sfarzoso arrangiamento di archi e un coro quasi esagerato. Un “articolo” quasi in estinzione, assolutamente consigliato a tutti, da fare sentire a grandi e piccini.

Bruno Conti

Un Viaggio Affascinante Lungo Le “Strade Per La Libertà”! Rhiannon Giddens – Freedom Highway

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Rhiannon Giddens – Freedom Highway – Nonesuch/Warner

Rhiannon è una divinità della mitologia gallese, o per i più prosaici una bellissima canzone scritta da Stevie Nicks per l’omonimo album dei Fleetwood Mac: ma è anche il nome di battesimo di una delle più interessanti voci espresse dalla musica americana roots, vogliamo dire folk-blues-gospel-bluegrass-soul, e lasciamo fuori qualcosa. Rhiannon Giddens, è la leader e fondatrice dei Carolina Chocolate Drops, band di old time e Americana music, al momento in pausa di riflessione, ma in teoria ancora attivi, non per nulla gli attuali altri tre componenti del gruppo appaiono tutti  in alcuni brani di questo Freedom Highway: Malcolm Parson, al cello, Hubby Jenkins al mandolino e banjo, e Rowan Corbett alle armonie vocali e percussioni (“ossa” per la precisione). Ma la Giddens, già da qualche anno ha intrapreso anche una carriera solista parallela, che fino ad ora ha fruttato un bellissimo album, Tomorrow Is My Turn, prodotto da T-Bone Burnett, e nominato per il Grammy categoria Folk nel 2015, oltre a due EP, e varie partecipazioni, tra cui le più significative, quella a Another Day, Another Time: Celebrating the Music of Inside Llewyn Davis, Look Again to the Wind: Johnny Cash’s Bitter Tears Revisited, e forse la più sostanziosa, insieme a Elvis Costello, Marcus Mumford, Taylor Goldsmith e Jim James a Lost on the River: The New Basement Tapes, l’album con i testi inediti di Dylan.

Nel frattempo ha lavorato alla preparazione di questo Freedom Highway, che a differenza del precedente, dove appariva un solo brano a firma della Giddens, contiene ben 9 brani della stessa, da sola o con altri autori, principalmente con il co-produttore dell’album, Dirk Powell, che suona anche una infinità di strumenti nell’album. Ci sono anche tre cover nel CD, e le vediamo tra un attimo, ma lasciatemi dire subito che l’album è molto bello, non si sente assolutamente la mancanza di Burnett, anzi. Ispirato dalle narrazioni degli schiavi nell’America del 1800, ma anche degli Afro-americani del secolo scorso, dalle marce per i diritti sociali degli anni ’60, nonché da quello che succede oggi nelle strade di Baltimore e Ferguson, il disco ha quindi un tema unitario di fondo a livello di testi, ma musicalmente è molto ricco e corposo e vario nelle sue inflessioni e influenze molto diversificate: che vanno dal folk-gospel cadenzato dell’iniziale At The Purchaser’s Option, uno dei brani dove si sente di più il suo banjo, affiancato comunque da due mandolini, un cello, ma anche da una sezione ritmica che scandisce il tempo, mentre la voce chiara, limpida e ridondante di Rhiannon Giddens, intona con timbro dolente tutte le nefandezze che venivano compiute ai danni gli schiavi di colore dai loro proprietari bianchi, nelle piantagioni dell’ottocento; a seguire il puro country-blues di The Angel Laid Him Away un brano di Mississippi John Hurt che viene riproposto nella classica formula del bluesman nero, solo una voce e una chitarra acustica.

Torna il banjo pizzicato ad aprire Julia, caratterizzata da una rara, anzi direi unica, apparizione del violino, suonato da Powell, mentre il ritmo è scandito anche dal basso, per un brano che si avvicina molto ad  un’altra delle grandi passioni della Giddens, il folk celtico, rivisitato in questo reel molto rigoroso che ricorda il suono dei primissimi Steeleye Span. La successiva Birmingham Sunday è una delle canzoni più belle di questo album: scritta dal grande Richard Farina nell’epoca delle marce civili e delle canzoni di protesta, si avvale di un arrangiamento splendido, un pianoforte apre la melodia, entra subito un organo Hammond suonato da Eric Adcock, l’elettrica di Powell, percussioni varie e un coro maestoso che caratterizza questa sontuosa gospel soul ballad, costruita su un crescendo lento ma inarrestabile, con Rhiannon che ci regala una delle interpretazioni vocali più intense del disco. Molto bella anche Better Get It Right The First Time, scritta dalla Giddens e da Powell, con l’aiuto del nipote di Rhiannon, Justin Harrington, che nella parte centrale del brano intona un rap, per una volta usato in modo proficuo, accentua anziché distrarre o volere essere protagonista in modo inutile, anche il resto dell’arrangiamento è incalzante, con l’uso di una ampia sezione fiati, la chitarra di Powell che fa il Pop Staples della situazione e un call and response di grande efficacia con le altre voci utilizzate. We Could Fly potrebbe essere quasi una canzone della Joan Baez anni ’60, la voce sempre potente e limpida, sorretta solo da una chitarra acustica e da una elettrica appena accennata, con Lalenja Harrington (altra nipote?) voce di supporto, mentre Hey Bébé si avvale di un banjo pizzicato, una tromba con la sordina, Alphonso Horne, una batteria spazzolata, per un tuffo nelle strade di New Orleans, e una incursione nel dixieland (e comunque l’album è stato registrato ai Breaux Bride Studios situati a due passi, in Louisiana), la voce è più “birichina” e disincantata.

Molto intensa anche Come Love Come la storia di una giovane schiava che perde entrambi i genitori, ma trova un uomo che starà al suo fianco nella ritrovata libertà, con una musica incentrata attorno all’elettrica “acida” di Powell, un doppio banjo pizzicato, la sezione ritmica quasi marziale, per uno splendido ed intenso blues dove si apprezzano anche le armonie vocali di Rowan Corbett, quindi un brano dove appaiono gli attuali Carolina Chocolate Drops al completo, visto che c’è anche il cello di Parson. Altro brano con chiare influenze New Orleans è l’eccellente The Love We Almost Had, scritta con Bhi Bhiman, ottimo cantautore di St. Louis (ma dalle chiare ascendenze dello Shri Lanka, da cui provengono i due genitori) http://discoclub.myblog.it/2012/09/09/un-musicista-dallo-sri-lanka-questo-mancava-bhi-bhiman-bhima/ , con cui la Giddens aveva già collaborato in passato e di cui di nuovo tra un attimo, interessante comunque l’interagire tra il mellifluo soprano di Rhiannon, la tromba di Horne e il piano di Powell. Baby Boy prevede la presenza del cello con archetto e delle armonie vocali della vecchia compagna di avventure nei CCD Leyla McCalla, che duetta con il banjo e la voce della Giddens, che si intreccia anche con quella di Lalenja Harrington, per un brano che ricorda una ninna nanna molto “buia” e pessimista, per quanto affascinante nella sua crudezza. Following The North Star, solo con il banjo e le “ossa” di Corbett, è un breve strumentale che ci introduce ad un altro dei pezzi forti dell’album, una versione magistrale del classico degli Staples Singers Freedom Highway, ‘un’altra canzone di protesta che è però sorretta anche da un impianto gospel soul incalzante, con la voce duettante di Bhi Bhiman, anche alla chitarra elettrica, la voce solista alla Mavis Staples di Rhiannon Giddens, hammond e wurlitzer che se la battono con i fiati, soprattutto la tromba scatenata, per circondare le voci “esultanti” dei due protagonisti. E visto che i salmi finiscono in gloria così pure è il caso per questo ottimo Freedom Highway. Esce venerdì 24 febbraio, fatevi un appunto.

Bruno Conti

Solo Piano E Voce, Ma Che Voce! Katie Webster The Swamp Boogie Queen – I’m Bad

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Katie Webster – The Swamp Boogie Queen I’m Bad – Wolf Records/Ird

Katie Webster ormai è scomparsa dal lontano 1999, e quando se ne è andata aveva solo 63 anni. Considerata una delle grandi interpreti del blues e del soul, ma anche grande pianista boogie-woogie ( e in questa guisa aveva già inciso alcune cose sul finire degli anni ’50), la Webster, cosa nota, ma non notissima, negli anni ’60 aveva fatto parte della band che accompagnava Otis Redding, spesso aprendone anche i concerti. Accostata giustamente alla swamp music di New Orleans, di cui era gloriosa interprete, in effetti la nostra amica era nata a Houston, e sempre in Texas, a League City, è morta. In mezzo ci sono stati vari anni di carriera, con alcune pause: dopo la non lunghissima militanza con Otis, aveva tentato una prima volta la carriera solista, ma senza tanta convinzione,  dedicandosi negli anni ’70 alla cura dei genitori malati, per poi lanciarsi a fondo nella musica verso la metà degli anni ’80, quando incise prima due buoni dischi per la Arhoolie e poi dal 1988 al 1991,  tre notevoli album per la Alligator, due dei quali, The Swamp Boogie Queen e Two-Fisted Mama, dei mezzi capolavori. Questo I’m Bad la cattura proprio dopo l’uscita del secondo disco citato poc’anzi: si tratta di un concerto registrato ad Atene (quella “vera” in Grecia, non le varie copie sparse per gli Stati Uniti), inedito a livello discografico, ed ora pubblicato per la prima volta dalla etichetta austriaca Wolf Records, specializzata in blues, nella serie denominata appunto Louisiana Swamp Blues, di cui è il settimo volume.

La Grecia, che era un paese dove ritornava spesso, avendo stretto delle amicizie con musicisti locali, tra cui John Angelatos che firma le note dell’album, in un certo senso le fu fatale: infatti Katie ebbe un primo infarto proprio ad Atene nel 1993, ritornando sulle scene l’anno successivo, ma fu poi costretta a diminuire le sue apparizioni, fino alla morte avvenuta nel 1999 a causa di un altro infarto. Ma in questo concerto del 12 novembre 1990 la troviamo in gran forma, solo voce e piano, ma con quella voce è comunque un piacere ascoltarla, anche se nei dischi di studio, con un adeguato accompagnamento, era devastante il suo impatto vocale. Il repertorio proposto è ricco e variegato: si va dal blues travolgente di una serrata Got My Mojo Workin’ alla più riflessiva I Want You To Love Me, dove già si colgono le qualità che la avevano fatta definire “Two Fisted, Piano Pounding, Soul Singing, Swamp Boogie Quuen”. Una perizia al piano che risalta ancor più in un travolgente Katie’s Boogie, uno dei vari pezzi che porta la sua firma, con il vero nome di Kathryn Jewel Thorne. Come pure l’ottima title track I’m Bad, scritta insieme a Vasti Jackson, una slow blues ballad intensa e dalla grande carica emotiva, per non parlare di una soave e divertita Basin Street Blues, sempre con le mani che volano sul piano. Come dimostra di nuovo nella grintosa Two Fisted Mama, sempre con quella voce strepitosa, per poi sorprenderci con una delicata cover di So For Away, il bellissimo brano dei Dire Straits presente in Two Fisted Mama https://www.youtube.com/watch?v=_Ihqk7iapM8  e stenderci con un medley di un paio di brani di John Lee Hooker, Hobo Blues/Boogie Chillen.

Tra i classici del soul di New Orleans una splendida versione di Sea Of Love, per poi tornare al blues con una notevole rilettura di Honest I Do di Jimmy Reed, ammiccante e ritmata il giusto. Altra chicca sul lato belle canzoni (dove si apprezza ancora di più la voce calda ed avvolgente) I Can’t Give You Anything But Love, con Lord I Wonder, un suo brano che tocca anche il lato gospel, sempre misto al boogie woogie e al blues, poi è la volta dell’omaggio a quello che è stato il suo mentore, Otis Redding, con una fantastica Sittin’ On The Dock Of The Bay. Non manca un breve ma sentito Spiritual Medley, con quattro super classici riproposti in rapida sequenza. E anche It’s Good To See You è una scelta sorprendente, un brano scritto dal grande cantautore inglese Allan Taylor, interpretata ed adattata come fosse una soul ballad. Gran finale di nuovo con il grande Otis, attraverso una delle più belle canzoni d’amore di tutti i tempi, una Try A Little Tenderness che non finisce mai di stupire per la sua passione e per la versione superba del brano https://www.youtube.com/watch?v=H5gyI4ExU6o , specie se la canta una in possesso di una voce così ci si può solo “arrendere”!

Bruno Conti

Country-Gospel D’Altri Tempi! Wade Bowen – Then Sings My Soul

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Wade Bowen – Then Sings My Soul: Songs From My Mother – Bowen Sounds CD

Wade Bowen da Waco, Texas, è uno dei più fulgidi esempi di country rocker appartenenti al cosiddetto movimento Red Dirt. Attivo dal 2002, ha prodotto circa una mezza dozzina di album, tutti di fattura più che buona: l’ultimo lavoro, pubblicato lo scorso anno, è stato l’ottimo Hold My Beer, Vol. 1, un perfetto sampler di puro Texas country inciso in coppia con Randy Rogers. Ma questo Then Sings My Soul: Songs For My Mother già dal titolo lascia presagire un qualcosa di diverso: infatti l’album è una collezione di brani della tradizione gospel (ma c’è anche qualcosa di più moderno), un sentito omaggio che Wade sente di dovere a sua madre, che ringrazia nelle note interne con una commossa dedica. Ed il disco, quaranta minuti circa di durata, è una delle cose più belle della discografia del nostro, il quale non affronta i brani presenti con piglio da texano, magari ri-arrangiandoli in chiave country-rock, ma rispetta il loro suono tradizionale e ci consegna un lavoro puro ed incontaminato, dove una bella serie di grandi canzoni brillano di nuova luce grazie all’interpretazione intensa del leader, il quale si circonda di pochi strumenti per dare maggior spazio alle melodie, e come ciliegina sulla torta usufruisce del supporto delle McCrary Sisters ai cori. Un lavoro fatto con passione, che originariamente era stato previsto solo per la vendita online ma, date le richieste, si è deciso di rendere disponibile su larga scala.

https://www.youtube.com/watch?v=qx8M5RoJvUQ

L’album si apre con uno dei classici assoluti del genere, cioè Amazing Grace, che viene proposta in maniera canonica, con un inizio lento per solo piano (ed organo sullo sfondo), Wade che intona con grande partecipazione la ben nota melodia, e la strumentazione che si arricchisce man mano che il brano prosegue (con un bell’assolo di slide, molto alla Cooder). I’ll Fly Away, un inno gospel tra i più conosciuti, è più spedita, ritmo sostenuto, un banjo in sottofondo, motivo cristallino ed orecchiabile ed arrangiamento da country song d’altri tempi; Softly And Tenderly, un pezzo composto addirittura nel 1880, è riproposta come una languida honky-tonk ballad, con l’organo a fornire l’elemento soul: già dalla resa di queste tre canzoni traspare l’amore con cui Bowen ha affrontato questo progetto. Splendida anche Just Over In The Gloryland, altro brano antico (lo hanno fatto anche Bill Monroe e gli Stanley Brothers), con un bel botta e risposta tra voce e coro, melodia tipicamente gospel ed accompagnamento decisamente sudista, un pezzo da godere nota per nota; In The Garden (Tennessee Ernie Ford, Elvis Presley, Willie Nelson e Johnny Cash fra gli altri) è ancora uno slow per voce e poco altro, ma tanta anima, mentre la celeberrima How Great Thou Art (ancora Elvis e Willie, passando per gli Statler Brothers e Dolly Parton) è arrangiata come una moderna country ballad, ma la purezza e la bellezza del brano restano intatti.

https://www.youtube.com/watch?v=ya–crRPkZc

Ed ecco un terzetto di standard famosissimi, che vantano decine di versioni: Farther Along, con un semplice arrangiamento bucolico che esalta la stupenda melodia, molto vicina a quella dei Byrds, un grande brano rifatto splendidamente, Peace In The Valley, lenta, languida, con chitarra acustica e piano a guidare il noto motivo reso celebre ancora da Elvis ma inciso anche da Cash e da Loretta Lynn, e Precious Memories (oltre ai soliti noti, anche J.J. Cale, Emmylou Harris e Bob Dylan), rifatta in maniera vivace e solare, anche se la strumentazione di base rimane acustica. Old Rugged Cross è ancora puro country-folk, ed è impreziosita da un bel controcanto femminile, e prelude ad una sorprendente rilettura di Saved, proprio la title-track del tanto criticato album del 1980 di Bob Dylan, con il nostro che non ne modifica per nulla il potente arrangiamento gospel-rock, riproponendola quasi in maniera calligrafica: non male ma a questo punto meglio l’originale, anche perché in quel periodo Dylan cantava alla grande.

Chiude il CD Take My Hand Precious Lord, ancora un pezzo dal grande pathos e proposto in maniera spoglia ma efficace: un piccolo grande disco, siamo sicuri che la mamma di Wade Bowen da lassù apprezzerà con convinzione.

Marco Verdi

Tra Le Ultime Voci Originali Della Soul Music, Ovvero La Classe Non E’ Acqua! Mavis Staples – Livin’ On A High Note

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Mavis Staples – Livin’ On A High Note – Epitaph/Anti

Mavis Staples (con Bettye LaVette) è rimasta, tra le grandi voci della soul music ancora in attività, quella in grado di regalarci emozioni e bei dischi: in teoria ce ne sarebbero altre, ma Aretha Franklin non fa più un disco decente da oltre trent’anni, Diana Ross pure, Tina Turner pare essersi ritirata, ma anche lei campava a furia di duetti con Ramazzotti, Gladys Knight Dionne Warwick continuano a fare album di onesto crossover tra pop e blanda musica soul, ma non erano mai state tra le vessillifere del R&B più sanguigno. Quindi torniamo a Mavis Staples, 76 anni compiuti, in attività con gli Staple Singers dal lontanissimo 1950, e come solista. in diverse fasi della sua carriera, nel 1969, poi negli anni ’80 e ’90 (anche un paio di album prodotti da Prince), ma, a parte l’attività nel gruppo di famiglia che le ha dato fama e gloria imperitura, ha iniziato a produrre musica di qualità solo negli anni 2000. Prima con Have A Little Faith, bellissimo disco pubblicato dalla Alligator nel 2004, e poi con una serie di quattro album (compreso questo Livin’ On A High Note), più un LIve ed un EP, tutti usciti per Anti Records tra il 2007 e il 2016. Leggendario il primo We’ll Never Turn Back, prodotto da Ry Cooder, ma eccellenti anche i due registrati con l’aiuto di Jeff Tweedy dei Wilco; dischi di pura e non adulterata soul music, mista a gospel, R&B e blues, cantati ancora con voce forte e decisa e zeppi di belle canzoni, sia nuove che cover, dove il lato emozionale ed impegnato della sua musica era uno dei tratti distintivi di queste pubblicazioni.

Per questa nuova prova discografica, come dice il titolo, Livin’ On A High Note, Mavis ha chiesto al suo nuovo produttore Matthew Ward, che tutti conosciamo come M. Ward, di rivolgersi ad una serie di autori contemporanei, tra i quali lo stesso Ward, per avere una serie di brani nuovi, scritti per l’occasione, che avessero la caratteristica di essere gioiosi e trascinanti, diciamo che la scintilla che ha fatto scattare questa richiesta è stato l’ascolto di Happy, il brano di Pharrell Williams, una canzone ispirata agli anni d’oro della soul music, rivista con sonorità e temi musicali più moderni. Visti i nomi impegnati come autori, il risultato a tratti è più vicino al pop-soul di casa Motown che a quello di casa Stax (ma non è un’offesa), dove la Staples ha passato gli anni migliori della sua carriera, ma è comunque un album di ottima qualità e piacevolissimo, anche se, secondo me, forse, ma forse, non è un capolavoro assoluto o un disco fondamentale, lo dirà il tempo. Intanto diciamo che M. Ward è un tipo di musicista completamente diverso da Ry Cooder e Jeff Tweedy, per non dire del vecchio Pop Staples, autore di un indie rock o folk alternativo, da solo o con i Monsters Of Folk, ma anche fan di sonorità sixties e seventies nel duo She & Him, con Zooey Deschanel, comunque un artista completo, in grado di spaziare in differenti generi, appassionato pure di gospel e country, ed  in ogni caso circondato dai soliti bravissimi musicisti che hanno suonato negli ultimi dischi della Staples. A partire dall’ottimo Rick Holmstrom, che affianca alla chitarra Ward, al basso Jeff Turmes, spesso anche alla slide con Janiva Magness, Stephen Hodges, alla batteria (tutti e tre anche nei dischi di Holmstrom http://discoclub.myblog.it/tag/rick-holmstrom/), una sezione fiati di quattro elementi, con Trombone Shorty ospite come solista, completa la formazione.

Poi ci sono le canzoni: come si diceva si spazia verso autori inconsueti per Mavis, per lo più provenienti anche dall’indie e dall’alternative, che però hanno fatto i compiti a casa per questo album. L’apertura è affidata a Benjamin Booker, probabilmente uno dei più vicini allo stile musicale soul e blues, la sua Take Us Back è uno degli highlights del disco, un poderoso funky-blues che ci riporta ai tempi d’oro del gospel-soul degli Staple Singers, Mavis ha ancora una voce della Madonna, i musicisti e i coristi ci danno di dentro di gusto e il risultato è veramente notevole, una nota di merito per il basso di Turmes, veramente prodigioso. Bello anche il testo che ci riporta ai tempi delle marce di protesta, delle canzoni impegnate per la parità razziale in quel di Chicago, con i coristi che cantano ad libitum “Mavis, take us back”! Molto bella anche Love And Trust, scritta da Ben Harper, altro artista sulla stessa lunghezza d’onda della nostra amica, un bel gospel-rock gioioso e coinvolgente. Charity Rose Tielen, come nome non mi diceva nulla, ma poi sono andato a fare un ripasso, è ho visto che è la violinista degli Head And The Heart, band autrice di un paio di ottimi album agli inizi di questa decade, in ogni caso If It’s A Light è una ballata mid-tempo degna della migliore soul music dei primi anni ’70. Merrill Garbus sarebbe Tune-Yards, one-woman band dell’indie lo-fi pop, ma la sua Action è una delle canzoni più vicine allo spirito di quella Happy citata come fonte di ispirazione per questo album, allegra e gioiosa, con uno spirito di errebì contemporaneo ma anche vicino agli stilemi di quello classico. Valerie June è uno dei nomi più interessanti della nuova musica nera, quella di qualità però, ed è lei che firma High Note, quasi la title track, altro brano dallo spirito positivo e giubilante https://www.youtube.com/watch?v=qJuMX2uTGYQ , come pure la successiva Don’t Cry, scritta da M. Ward e come per la quasi totalità del disco una nota di merito va alle voci di supporto, Vicky Randle Donny Gerrard, che donano uno spirito gospel alle canzoni, come pure l’uso dei fiati https://www.youtube.com/watch?v=oJBiG0pZQjw .

Jon Batiste viene dalla Lousiana e come il suo amico e sodale Troy “Trombone Shorty” Andrews, porta un soffio di New Orleans music con la sua Tomorrow, dove fa bella mostra di sé, manco a dirlo, un bel assolo di trombone. Se non vedessi la firma M. Ward/Justin Vernon (Bon Iver), potrei pensare che Dedicated, il brano firmato dai due, sia un pezzo di Ry Cooder, una ballata struggente degna delle cose migliori del chitarrista californiano, impreziosita da un fine lavoro di Holmstron alla solista. History Now è la canzone più corta del disco, ma anche una delle più belle, scritta da Neko Case (insieme a Laura Veirs e Gerrard), ci pone molte domande, “What do we do with all of this history now?”, attraverso la voce della Staples che duetta divinamente con lo stesso Donny Gerrard in questo brano, che purtroppo finisce troppo presto, ma basta schiacciare il tasto repeat e la magia è di nuovo lì con noi https://www.youtube.com/watch?v=CeEM52rdn0s . Altro nome che dice poco è quello di Aaron Livingston, vero nome di Son Little, altra speranza della nuova musica nera, con cui Mavis aveva collaborato nell’EP dello scorso anno, Your Good Fortune, il brano che Little porta al disco è una scarna One Love, solo una chitarra elettrica, voci di supporto e tanta classe nella voce di Mavis Staples, che poi ci regala meraviglie nel brano firmato da Nick Cave, una Jesus Lay Down Beside Me che è una sorta di gospel contemporaneo, degna del miglior repertorio del passato della grande cantante, che estrae ogni stilla di emozione da questa canzone che spezza il clima gioioso del disco, ma lo fa a ragione. Stesso discorso che si può applicare alla conclusiva MLK Song, una canzone in cui M. Ward ha adattato dei versi di Martin Luther King e poi li ha affidati alla voce della Staples, che accompagnata solo da una chitarra acustica ci dimostra ancora una volta che la classe non è acqua. Frase forse scontata ma che ben illustra anche tutto l’album nella sua interezza.

Bruno Conti