27/05/2013

Con Quel Nome Possono Fare Ciò Che Vogliono, Ma Fanno Del Country-Rock Sopraffino! I See Hawks In L.A - Mystery Drug

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I See Hawks In L.A. - Mystery Drug - Blue Rose

E al country-rock canonico possiamo aggiungere tocchi di quello "cosmico" di Gram Parsons e quello più "esoterico" di Gene Clark, con o senza Byrds e anche qualche spruzzata psichedelica, ma leggera, dei Grateful Dead più acustici, come dimostra il video che vedete qui sotto. Il tutto cantato principalmente da Rob Waller, il leader e autore in capo del gruppo, con una voce bassa e risonante che può ricordare un Johnny Cash o un Waylon Jennings in alcuni momenti, gli altri due cantanti citati, in altri. Belle canzoni, ricche di melodia e cambi di tempo, con un sound pieno di mille sfumature: in copertina sono in otto, ma nel disco suonano addirittura in dieci, anche se il nucleo principale, oltre a Waller, ruota intorno a Paul Lacques, chitarra solista e voce e al bassista Paul Marshall, anche lui cantante ed autore, con gli altri due, della totalità dei brani del disco. E poi hanno questo nome evocativo, in questo ambito possono competere solo gli Starry Eyed And Laughing, un vecchio gruppo, peraltro inglese, di inizio anni '70, che prendeva il proprio "patronimico" da un verso di Dylan, loro padre spirituale e dai figliocci Byrds, anche a livello musicale, più jingle jangle degli "Hawks", come li chiamerò d'ora in poi, per brevità.

La formazione nasce nella California del Sud intorno alla fine degli anni '90, e sino ad ora, compreso questo Mystery Drug (che esce in questi giorni, in ordine sparso, nei vari paesi), hanno realizzato sette album, uno più bello dell'altro. La caratteristica saliente di questo nuovo album, rispetto ai precedenti, è la presenza della pedal steel, strumento che sta ritornando in auge, suonata da due diversi musicisti, Rick Shea (già con Dave Alvin) e Pete Grant, peraltro solo in cinque brani, che però sono tra i più interessanti del disco (di solito, con minor frequenza, come lap steel, la suona Laques). Ad esempio la bellissima Oklahoma's Going Dry, un brano che parla dei cambiamenti climatici che stanno preoccupando i contadini e gli allevatori americani, il tutto condito da una musica che scivola deliziosamente sulle corde d'acciaio della pedal steel di Rick Shea, e che pare uscire da un vinile dei primi anni anni '70 degli Ozark Mountain Daredevils, degli Eagles, ma anche dei Flying Burrito Brothers, con cascate di chitarre elettriche ed acustiche, armonie vocali fantastiche e quell'aria tipicamente sognante della migliore musica Weastcoastiana, pre e post Parsons. Ancora intrecci vocali da brividi nella delicata e più acustica Mystery Drug o nella sognante Yesterday's Coffee, dove il testo su in caffè invecchiato è una metafora su una relazione che sta finendo, sempre con la pedal steel che si fa largo tra la chitarre acustiche e le voci armonizzanti del gruppo, guidate da Waller, che vocalmente mi ricorda per certi versi anche retrogusti à la Gordon Lightfoot o Neil Diamond, o, tra i "moderni", per una certa indole malinconica, anche i Son Volt di Jay Farrar. 

Ma gli "hawks" sanno andare anche su tempi rock (e negli album precedenti ce ne sono parecchi esempi) e quindi quando parte un ritmo incalzante, segnato da una slide pungente, come in The Beauty Of The Better States, l'ascoltatore non può non godere, perché gli intrecci delle acustiche e delle voci non vengono meno, ma si arricchiscono di nuove nuances più grintose. We Could All Be In Laughlin Tonight, con il suo testo che cita le cover bands che sera dopo sera eseguono versioni di Free Bird (un omaggio indiretto ai Lynyrd), sembra una sorella minore, nata tanti anni dopo, di canzoni come Tequila Sunrise o certi brani del primo Guy Clark, e perché no, anche Michael Martin Murphey (non nella voce, quella di Waller è troppo maschia e particolare), weeping pedal steel guitar inclusa. One Drop Of Human Blood, con i suoi matrimoni rituali nel deserto e una fisarmonica malandrina che si aggiunge alle operazioni potrebbe ricordare certe canzoni di Tom Russell o Joe Ely, miscelate a quelle canzoni desertiche del Gene Clark prodotto da Thomas Jefferson Kaye (No Other). Sky Island è un'altra bellissima ballata, leggermente mid-tempo, nella quale il gruppo eccelle, con le sue armonie vocali avvolgenti ed emozionanti e la musica acustica, ma ricchissima che esce dai solchi digitali di questo eccellente disco.

E pure quando i ritmi rallentano ulteriormente, come nella dolcissima If You remind Me, con un refrain da ucciderli per quanto sono bravi, non puoi fare a meno di meravigliarti perché sono conosciuti, purtroppo, da così poca gente, anche tra i cultori del genere,  sono meglio del 90% di gruppi che vengono presentati da molta critica come i salvatori del mondo (musicale). Rock'n'Roll Cymbal From The Seventies, fin dal titolo, è decisamente più energica, con le chitarre elettriche nuovamente sugli scudi e una delle autrici aggiunte del brano, la batterista Victoria Jacobs, indaraffata al suo strumento (la Jacobs si alterna alla batteria con altri due strumentisti, Shawn Nourse, quello storico del gruppo e con il fratello del chitarrista Paul Lacques, Anthony, uno dei membri fondatori degli Hawks). Tongues Of The Flames è un breve brano che vive su gli intrecci delle acustiche e delle voci, mentre Stop Driving Like An Asshole, è una divertente presa in giro dei frequentatori delle highways, peraltro molto bella musicalmente, peccato duri solo un minuto e mezzo. My Local Merchants parte come Get back e diventa un brano alla Creedence, un rock'n'roll tirato e coinvolgente, dove la band lascia intuire che anche dal vivo non sono da trascurare, per la loro grinta, peccato che anche questa sia cortissima. Ma ci rifacciamo con la conclusiva The River Knows, quasi otto minuti di magia sonora, dove la pedal steel ripende il ruolo che le compete, circondata dalle acustiche insinuanti e dalle armonie vocali magnifiche del trio Waller-Lacques-Marshall, mentre il ritmo del brano si fa sempre più incalzante, in un crescendo fantastico, dove la pedal steel è protagonista assoluta, ma è tutto l'insieme che funziona come un orologio svizzero, costruito in California dai I See Hawks In L.A, prendere nota e non dimenticare.

"Ho visto dei falchi a Los Angeles" ed erano magnifici! 

La ricerca continua.

Brunio Conti

*NDB Non ci sono video dei brani nuovi, ma si capisce lo stesso che sono bravi, la riprova qui sotto.

14/03/2013

Vi Mancano Gli Stones? Beccatevi Questi! Deadstring Brothers - Cannery Row

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Deadstring Brothers - Cannery Row - Bloodshot CD 02-04-2013

Se avessero dovuto bendarmi e farmi ascoltare questo disco senza dirmi nulla, avrei pensato ad una oscura session dei primi anni settanta dei Rolling Stones, rimasta poi nei cassetti. I Deadstring Brothers sono un gruppo di Detroit cresciuto veramente a pane e Stones, ma non gli Stones classici (quelli più rock’n’roll per intenderci), ma quelli appunto del periodo 70/72, che flirtavano con la California e con il cosmic country di Gram Parsons e dei suoi Flying Burrito Brothers. Cannery Row è già il loro quinto album (non conosco i precedenti, tutti usciti per la Bloodshot), ed è un godibilissimo excursus in un sound d’altri tempi, ma sempre attuale (basti pensare all’ultimo album di Ryan Adams, Ashes & Fire) ed affascinante: il leader e deus ex machina del gruppo è Kurt Marschke, che in effetti tratta la band come una sua creatura, cambiando spesso i componenti (la versione attuale comprende JD Mack al basso, Brad Pemberton alla batteria, Mike Webb al piano ed organo, tra l’altro bravissimo, e Pete Finney a steel e dobro, molto valido anche lui, mentre Kurt si occupa delle chitarre).

Una band di elementi esperti, gente che ha suonato con Poco, Dixie Chicks, Hank Williams Jr. e lo stesso Ryan Adams, ai quali si aggiunge come special guest Mickey Raphael, armonicista storico della Willie Nelson Family Band. Gente che sa il fatto suo, e pure Marshke, cognome impronunciabile a parte, non è certo un pivello: il suo suono dipende sì dalle Pietre Rotolanti, ma in alcuni casi riesce a smarcarsi brillantemente da questa dipendenza e dimostra di saper camminare anche con le sue gambe. Cannery Row è, considerazioni a parte, un signor disco, e nei suoi quaranta minuti non c’è un solo secondo da buttare. Si parte davvero alla grande con Like A California Wildfire, classica ballata alla Jagger & Co., sembra una outtake incisa il giorno dopo la registrazione di Wild Horses, molto bella anche se derivativa. It’s Morning Irene inizia come una ballata folk, poi entra la band ed il brano si tramuta in un gustoso cocktail di country e cajun, con un’atmosfera nostalgica di fondo: un brano più personale questo. Oh Me, Oh My palesa altre influenze, come il periodo bucolico di Van Morrison (Tupelo Honey e dintorni, sempre di early seventies parliamo), ma anche The Band per l’uso dell’organo. The Lonely Ride è puro Stones sound, tra country e rock’n’roll (splendido l’uso del piano), grandissima canzone, molto coinvolgente: ricorda molto (ma molto) Dead Flowers e quindi sono di parte, perché lo considero il brano più bello di sempre dei Rolling. 

Cannery Row è un’intensa ballata, fluida e distesa, con un bel solo di organo, mentre Lucille’s Honky Tonk è un country-blues acustico, che si stacca un po’ dall’ombra degli Stones ma rimane ben dentro la grande musica (ottimi piano, slide e steel): musica suonata col cuore, e si sente. The Mansion, ancora acustica, è emozionante e ricca di pathos: quasi quasi mi viene da scomodare gli ultimi Black Crowes (*NDB Tra qualche giorno a proposito dei fratelli Robinso, bella sorpresa sul Blog, così costringo Marco a lavorare) quelli che alternano le loro classiche jam elettriche a splendide digressioni acustiche. Just A Deck Of Cards è guidata da un’ottima slide e dalla voce alla Jagger di Kurt; Talkin’ With A Man In Montana è un’altra grande canzone, una slow ballad pianistica e scintillante, un pezzo così Jagger e Richards non lo scrivono da una vita.  L’album si chiude, come era iniziato, cioè con una languida ballad figlia del binomio Stones/Parsons (Song For Bobbie Jo). Davvero un’ottima band questi Deadstring Brothers (o dovrei dire Kurt Marschke & The Deadstring Brothers), un po’ derivativa ma non sempre: se vi mancano gli Stones più roots e bucolici, questo dischetto fa al caso vostro.

Marco Verdi

26/09/2012

Tre Pere E Palla Al Centro! Dwight Yoakam - 3 Pears

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Dwight Yoakam - 3 Pears - Warner Nashville

Come già scritto da Bruno tempo fa in uno dei suoi post in cui annuncia le uscite future, in Italia il termine “3 pere” ha connotati calcistici, di solito irrisori nei confronti della squadra che ha subito la sconfitta incassando, appunto, tre reti (e meno male che le pere non erano due, se no si finiva a parlare di anatomia femminile…).

Titolo un po’ idiota a parte (e digiamolo, direbbe La Russa), e copertina perfettamente in linea…pure, sono molto contento di avere finalmente tra le mani il nuovo disco di Dwight Yoakam, sicuramente il miglior countryman degli ultimi 25 anni, a ben un lustro di distanza dalla sua precedente fatica, Dwight Sings Buck, composto però totalmente di covers del suo idolo Buck Owens: per avere un disco di brani originali, bisogna infatti risalire al 2005, quando uscì il discreto Blame The Vain, che precedeva a sua volta di due anni quel Population Me che è il preferito in assoluto del sottoscritto (assieme a Buenas Noches From A Lonely Room, If There Was A Way e This Time.

La cosa che mi fa più piacere è notare che Dwight non ha perso un’oncia del suo smalto: 3 Pears è un signor disco, suonato alla grande, cantato ancora meglio (ma la voce di Yoakam non la scopriamo oggi) e prodotto con grande pulizia e professionalità da Dwight stesso (da circa dieci anni infatti il nostro ha rinunciato alla collaborazione di Pete Anderson, e di conseguenza ha anche dovuto imparare a suonare meglio la chitarra, avvalendosi solo saltuariamente di contributi esterni, in questo disco Eddie Perez in pochi brani). In un paio di pezzi Dwight si è addirittura rivolto al reuccio del pop alternativo Beck (grande appassionato di country comunque), ma se la cosa non fosse specificata nelle note del booklet non ci si accorgerebbe neppure della differenza.

Dwight non cambia infatti di una virgola il suo suono, anche se rispetto ai primi dischi l’elemento honky-tonk è praticamente sparito: ormai Yoakam è un musicista completo, che trascende il genere country, ed i suoi brani sono una miscela vincente di rock, pop, rock’n’roll (come? Sì certo, anche country…), suonati con grinta da vero rocker e cantati con la gran voce che tutti conosciamo. Un ottimo album, dunque, che ci restituisce un artista in perfetta forma, cosa che non era scontata, specie alla luce degli anni di assenza e del fatto che Blame The Vain fosse un piccolo passo indietro rispetto a Population Me.

Il disco parte alla grande con la splendida Take Hold Of My Hand, un brano scintillante tra country e rock californiano, dal sapore anni ’60 (quasi una costante per lui) e strumentazione limpida: un inizio perfetto. Ancora atmosfere d’altri tempi con Waterfall, un lentaccio senza però momenti troppo languidi (anzi, le chitarre sono elettriche e la batteria pesta di brutto); Dim Lights, Thick Smoke è l’unica cover del disco (il classico per antonomasia di Joe Maphis, poi ripreso da decine di artisti, dai Flying Burrito Brothers a Marty Stuart), nel quale Dwight rocca e rolla di brutto: gran ritmo, voce pure, sembrano i Blasters dei bei tempi.

Trying, introdotta da un organo malandrino, è una ballata che avrebbe fatto gola anche a Roy Orbison, Dwight canta come sa e la band lo segue come un rullo; l’attacco elettrico di Nothing But Love è degno di Tom Petty, di country c’è poco, Dwight arrota che è un piacere e dimostra di essere molto migliorato nell’uso della sei corde; It’s Never Alright, pianistica e dai toni quasi gospel, è un lento da taglio delle vene, un’altra delle specialità della casa: strumentazione molto classica (i fiati sono la ciliegina sulla torta) e Yoakam che canta, indovinate?...benissimo!!!

A Heart Like Mine è il primo dei due brani prodotti da Beck, una rock song con accenni pop quasi beatlesiani (e forse qui si vede la mano del produttore), una deviazione piacevole e perfettamente in linea con il resto; Long Way To Go è puro country rock, arioso, fresco, limpido, un tipo di canzone che riesce facile al cappelluto Dwight (con due “p”, dato che se si toglie lo Stetson la fronte è spaziosa alquanto). Missing Heart (ancora con Beck) è una ballata molto classica, quasi crepuscolare, direi influenzata da Gram Parsons, con un ottimo intervento di steel guitar; 3 Pears (titolo ancor più strano dal momento che nel testo Dwight dice “3 pairs”, tre paia, e non tre pere) è ancora rock, pulito e fluido, con la batteria che picchia più che mai.Chiudono il disco la bellissima Rock It All Away, ancora puro rock dal riff granitico (almeno per un disco che trovate negli scaffali del country), anch’essa figlia di Petty e Springsteen, e la ripresa per voce e piano, decisamente toccante, di Long Way To Go, quasi un’altra canzone rispetto alla versione full band.

La battuta è troppo facile: Dwight Yoakam segna tre pere e porta a casa il risultato pieno…ma alla fine è proprio così!    

Bentornato.

Marco Verdi

10/04/2012

Cosa Hanno Fatto Durante Le Vacanze Estive? Counting Crows - Underwater Sunshine

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Counting Crows - Underwater Sunshine (Or What We Did On Our Summer Vacation) - Collective Sound/Cooking Vinyl/Edel

Come molti gruppi prima di loro, anche i Counting Crows hanno realizzato il miglior disco ad inizio carriera, con lo splendido August and Everything After, pubblicato sul finire del 1993 per la produzione di T-Bone Burnett. L'album, trainato dal singolo Mr.Jones, vendette moltissimo (per usare un eufemismo, oltre sette milioni di copie nel mondo) e fu giudicato tra i migliori di quell'anno dalla critica. Tra l'altro proprio Mr. Jones, contrariamente a quanto pensano molti, non ha riferimenti con il Signor Jones della Ballad Of A Thin Man di Dylan ma era un omaggio a Marty Jones, il bassista degli Hymalayans, una delle prime bands californiane in cui ha militato Adam Duritz, a sua volta collegata con i Tender Mercies uno dei gruppi "oscuri" (ma amici, e questo spiega tutto) di cui i Counting Crows hanno reinterpretato un brano (no, due) in questo disco di cover.

Perchè, ebbene sì, di disco di cover trattasi: fate la faccia sorpresa, anche se ormai si sa da mesi, e ne hanno parlato tutti in anteprima! Questa volta arrivo per ultimo con la recensione (ma l'anticipazione sull'uscita c'era già a febbraio nel Blog), comunque voglio dire anch'io il mio parere rispetto a quanto  hanno scritto "illustri colleghi" in rete e sulle riviste specializzate. Intanto ho notato che nessuno ha fatto un collegamento tra il sottotitolo dell'album e uno dei brani compresi nel CD. E' una mia speculazione (non confermata) ma Meet On The Ledge dei Fairport Convention (qui presente peraltro in una splendida versione) non appariva nel secondo album del gruppo inglese che si chiamava, guarda caso, What We Did On Our Holidays? Due indizi dovrebbero fare una prova, potrebbe essere un omaggio alla band di Richard Thompson? Un'altra curiosità rispetto alla scelta dei brani da inserire in questo Underwater Sunshine è l'assenza di una canzone di Van Morrison. Ci siamo forse dimenticati che ad inizio 1993 nell'induzione di Van Morrison alla Rock And Roll Hall Of Fame i Counting Crows (allora degli illustri sconosciuti) furono chiamati all'ultimo momento per sostituire il grandissimo ma incazzoso irlandese ed eseguirono una stupenda versione di Caravan? E che spesso Duritz è stato avvicinato a Morrison per lo stile musicale e vocale? Direi che lo abbiamo dimenticato!

Quindi due Dylan e zero Morrison. No fermi tutti, come due Dylan. E sì perché i brani di Bob presenti sono due: solo che uno, Girl From The North Country, è presente soltanto nella versione di iTunes dell'album. So che in varie interviste avevano detto che per questo disco hanno realizzato la scorsa estate un totale di venti brani, quindici dei quali utilizzati per il CD e gli altri accantonati perché non riusciti nel modo voluto. E invece mentivano e i fruitori del download digitale, come accade spesso ultimamente, si cuccano anche, oltre al brano di Dylan, una versione di Borderline di Madonna, spesso eseguita dal vivo.

A proposito di live, la prima uscita ufficiale della band da "indipendenti" a livello discografico è proprio stata una versione eccellente in concerto del loro disco August And Everything After:Live At Town Hall, mentre l'ultimo per la Geffen era sempre stato un CD dal vivo, Saturday Nights & Sunday Mornings (e anche in questo caso c'era stato un titolo solo per iTunes, Live From So-ho). Sono ragazzi tecnologici.

Tornando ai pareri della critica, tutti sono stati concordi nell'affermare che questo è un signor disco, probabilmente il migliore dai tempi dell'esordio, e in questo caso anch'io mi associo: dall'apertura con la grandiosa rock ballad Untitled (Love Song) dei Romany Rye, altra band amica dalla California, resa in una versione scintillante (e Duritz assicura che sono bravissimi anche in proprio), passando per la stupenda Start Again di Norman Blake dei Teenage Fan Club, uno dei gruppi inglesi che meglio ha saputo fondere il suono tipicamente britannico e pop con il power rock americano in una serie di album molto belli che vi consiglio di (ri)scoprire. Hospital di Coby Brown (da non confondere con il cestista, anche perchè quello si chiama Kobe Bryant) è un altro brano notevole di un artista "minore" ma molto valido e qui potete ascoltare e scaricare l'originale, se volete, http://www.cobybrown.com/.

Mercy dei già citati Tender Mercies è uno dei brani più belli (ma ce ne sono di brutti?), una hard ballad chitarristica (Immergluck, Bryson e Vickrey). Mentre nella versione di Meet on The Ledge il piano di Charlie Gillingham si divide con le chitarre gli onori dell'arrangiamento: il brano di Richard Thompson è già bellissimo di suo ma questo arrangiamento dei Counting Crows è da manuale del rock. Notevole anche la cover di Like Teenage Gravity un brano del poco conosciuto (ma non dagli appassionati del buon rock) Kasey Anderson, bella ballata dalle atmosfere sospese e raffinate che poi si apre in un finale in crescendo, coinvolgente. Amie è un brano firmato da Craig Fuller dei Pure Prairie League, uno dei gruppi di country-rock migliori, a cavallo tra anni '70 e '80, con alcuni album notevoli da ascoltare. Bella versione con mandolino e fisarmonica in evidenza. Coming Around è un altro brano di una band inglese spesso sottovalutata dalla critica a causa del loro successo, i Travis di Fran Healy, molto british con un ritornello accattivante.

Un'altra band inglese, ma di ben altro spessore, sono stati i Faces di Rod Stewart, Ron Wood e Ronnie Lane, questi ultimi autori di Ooh La La che era il disco con Petrolini in copertina, solita fusione di rock e atmosfere acustiche come era ai tempi del miglior Rod Stewart, che nei primi anni della sua carriera non sbagliava un disco, da solo o con il gruppo. Poi ci sono i colleghi californiani, i Dawes, che sotto la produzione di Jonathan Wilson hanno sfornato due perle di musica westcoastiana, questa versione di All My Failures dei Counting Crows è meglio dell'originale, intensa, con l'organo in evidenza e con Duritz che ci regala una delle sue migliori intrepretazioni vocali dell'album. Il rappresentante per antonomasia della musica californiana è Gram Parsons e una delle sue canzoni più rappresentative è sicuramente Return Of The Grievous Angel, la sua cosmic american music in questo caso riceve un trattamento sontuoso che ricorda anche gli Stones più country, molto bella.

Ottimo anche l'altro brano dei Tender Mercies, Four White Stallions con una pedal steel in primo piano e la voce di Duritz che in certi momenti mi ha ricordato il Michael Stipe migliore (anche in Mercy), come pure di buona qualità la versione di Jumping Jesus degli sconosciuti (ma sempre amici personali) Sordid Humor, un bel pezzo rock, vibrante, che pur non conoscendo l'originale piace al primo ascolto. Dylan, Byrds e ancora Parsons per un brano come You Ain't Going Nowhere che si riconosce dalla prima nota e si gusta con piacere assoluto in questa versione con il mandolino di Immergluck, il piano di Gillingham e l'elettrica di Vickrey, di volta in volta, in evidenza. Per finire con The Ballad Of El Goodo dei Big Star, i Teenage Fun Club americani (più o meno), una delle rare collaborazioni di Alex Chilton e Chris Bell, uno dei più sublimi esempi nell'arte della canzone pop perfetta.

Come pure questo disco è un grande esempio nell'arte della "Interpretazione", con la I maiuscola.

Già indicato tra i migliori dell'anno, almeno da me, sarà retrò come direbbe Simon Reynolds nel suo libro, ma allora i Beatles o Elvis Presley prima di loro, o gli Stones, cosa erano, almeno agli inizi? Degli interpreti di R&R, R&B e Blues, riveduto con classe immensa, per la serie nulla si crea, per il sottoscritto conta solo il talento! E qui ce n'è!

Bruno Conti