Per Gli Amanti Delle “Jam Band”, E Non Solo! The Why Store – Live At The Slippery Noodle

why store live at the slippery noodle

The Why Store – Live At The Slippery Noodle – Slippery Noodle Sound

Ogni tanto mi capita (colpevolmente) di perdere traccia di gruppi o artisti che nel tempo seguivo con grande interesse, in questo caso dei Why Store (lo ammetto sono recidivo, andate a leggere la recensione del loro precedente album Wim uscito nel 2011 http://discoclub.myblog.it/2011/12/05/un-disco-a-rate-ma-interessante-the-why-store-vim/ ): la band dell’Indiana in pista dal lontano ’93, dopo vari trascorsi, è giunta al settimo album, questo ultimo Live At The Slippery Noodle (il secondo dal vivo, dopo l’eccellente Live At Midnight (99). Si sa che di solito una delle caratteristiche di quasi tutte le band di questo filone è la grande differenza tra i dischi in studio e quelli dal vivo, ma i Why Store nei loro concerti sono portatori di esibizioni caratterizzate da una valanga di suoni, che alla fine li portano a sfornare “performances” a tratti irresistibili. Il quartetto che sale sul palco la sera del 3 Ottobre dello scorso anno, allo Slippery Noodle, mitico locale di Indianapolis ( possiamo dire, in Italia, l’equivalente dello storico Spazio Musica di Pavia?), è composto dal carismatico leader Chris Shaffer alle chitarre e voce solista, con Dan Hunt al basso, John Gray alla batteria e voce, e Troy Seele anche lui alle chitarre, a formare l’ultima “line-up” del gruppo, di nuovo in pista per regalarci quasi settanta minuti di musica di matrice “Americana”(e con ben sei canzoni inedite), in un concerto che festeggiava meritoriamente il ventennale di carriera della band.

Dopo una breve intro di presentazione si inizia subito con un brano inedito DJam, guidato dalla voce baritonale di Chris, una roots.ballad tipica del suono dei Why Store, a cui fa seguito la nota e tosta Fade Away, una cavalcata elettrica con le chitarre che si rincorrono in stile quasi à la Grateful Dead, per poi ritornare alle dolci atmosfere di una Wrongin’ Me, una bella ballata elettro-acustica. Con Get Your Nothing si cambia di nuovo registro con un brano potente con un bel lavoro alla slide, mentre Never Wanted (recuperata da Welcome The Why Store), viene riproposta in puro stile rock “hendrixiano”, per poi tornare ad una oasi rilassata con la godibile e fischiettante Show Me The Love, e ad un loro cavallo di battaglia, Broken Glass, come sempre elettrica, sofferta e tesa.

Una breve e giustificata pausa e la seconda metà del concerto riparte con un altro brano inedito, Halo, un brano country-rock molto godibile, a cui segue Happy Place (con l’intermezzo chitarristico del patriottico inno americano The Star Spangled Banner), un’altra cavalcata elettrica dilatata come Mamas And Papas (non si riferisce certo al famoso gruppo californiano), bissato da un altro brano tirato allo spasimo per Shaffer e soci, con la “psichedelica I Got It . La parte finale del concerto vede la band alle prese prima con Roll Like Thunder, suonata con gli Allman Brothers nel cuore, e poi riproporre alcuni cavalli di battaglia degli esordi, a partire da una Everybody cantata a più voci e con lechitarre in gran spolvero, la cadenzata e piacevole Blanket Inside (da Welcome The Why Store), e infine andare a chiudere un concerto splendido con l’immancabile Surround Me, dove come al solito l’ugola di Chris Shaffer da il meglio di sé.

Unica nota stonata per chi scrive, e non si capisce come mai (era successo anche nel precedente live), il fatto che sia rimasta fuori dalla scaletta una ballata epica come Here I Go (se volete cercatela su Two Beasts il disco del ’98) Comunque i Why Store, anche vent’anni dopo, si confermano una band eclettica che, oggi come allora, ha un suono potente e vigoroso, dove la voce di Shaffer è ancora il perno centrale di ogni canzone, con brani che variano dal rock alla ballata, dalla vena blues a quella country, brani che si ascoltano tutti d’un fiato in questo live: un disco tonificante, una boccata d’aria fresca, da gustare fino in fondo come del buon whiskey di malto. Per il sottoscritto chapeau e applausi! Il solito problema è la scarsa reperibilità di questo CD.

Tino Montanari

Jimmy Ragazzon Intervista E Concerto: Una Valigia Piena Di Canzoni!

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Una veloce premessa, questa è una intervista che ho realizzato insieme a Jimmy per il Buscadero, e quindi la potete leggere anche sul numero di Febbraio della rivista, in edicola e nei punti vendita in questi giorni. Aggiungo anche che in virtù dell’amicizia (spero) che mi lega al musicista di Voghera gli ho chiesto se avrà voglia in futuro, tra un impegno e l’altro, di tornare a scrivere qualcosa per il Blog. Considerando che proprio per le sue collaborazioni avevo aperto una categoria specifica di Post sul Blog, ovvero “Da Musicista A Musicista”, mi ha dato la sua disponibilità senza impegno, per cui quando avrò qualche parto del suo inegegno ve la proporrò sul Blog ( e scrivendolo qui lo inchiodo alle sue responsabilità, scherzo!). Alla fine dell’intervista trovate anche il resoconto del concerto di Milano del 13 gennaio scorso. Quindi buona lettura!

jimmy ragazzon songbag

Quasi sul finire dell’anno scorso un paio di musicisti italiani dell’area pavese (l’altro è Ed Abbiati) hanno dato alle stampe dei dischi di musica chiaramente ispirati dalle loro passioni per il suono che siamo soliti definire Americana, roots music, ma anche i più tradizionali folk e country, senza dimenticare il blues ed il bluegrass, soprattutto nel caso del primo disco solista di Jimmy Ragazzon, quel Songbag che esce dopo oltre 35 anni (diciamo 37, quasi 38) di onorata carriera con la sua band dei Mandolin’ Brothers (ecco la recensione http://discoclub.myblog.it/2016/12/01/come-i-suoi-amati-bluesmen-un-pavese-americano-finalmente-esordisce-con-una-valigetta-piena-di-belle-canzoni-jimmy-ragazzon-songbag/. Visto che il prima lo conosciamo bene, siamo andati a chiedergli con alcune domande la genesi del disco e i futuri eventuali sviluppi.

Allora, Jimmy, immagino che il disco, molto bello, uno dei migliori di questo scorcio finale di anno, non sia nato come una improvvisa Epifania, ma venga da un desiderio di esplorare anche cammini contigui a quelli della musica del gruppo, cercando di usare un suono “più austero” ma sempre ricco di sonorità brillanti e ben definito nei particolari. Quale è stato , se c’è stato, il fattore scatenante, oppure si è trattato di un processo lento e ponderato? Insomma ti sei svegliato una mattina, e invece di farti una shampoo (come diceva Gaber) hai deciso di lanciarti in un disco solista o è stato un desiderio covato per anni e portato a compimento?

Pensavo ad un album totalmente acustico da molto tempo, che contenesse alcune canzoni nate per essere suonate in quel modo, senza troppe elucubrazioni ed arrangiate in modo scarno ma spontaneo. La mia idea era quella di suonare i pezzi, correggere eventuali pecche e poi registrare, senza pensarci troppo e senza rivedere gli arrangiamenti più volte. Volevo anche registrare ogni singolo brano con tutti, o quasi, i musicisti contemporaneamente in studio, per ottenere un feeling unico e seguire il flusso del momento. Il risultato finale è molto vicino a questa mia idea di base e ne sono contento.

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 Della “tua” band appare solo Marco Rovino, che peraltro ha un ruolo decisivo, sia come autore che musicista nell’album. Gli altri ottimi musicisti italiani come li hai scelti?

Ho conosciuto Paolo Ercoli, Rino Garzia e Luca Bartolini, cioè i musicisti con cui suono dal vivo Songbag, nel corso degli anni. Conoscendo le loro indubbie qualità tecniche e la loro predilezione per la musica acustica, li ho coinvolti nel progetto, lasciando che ognuno di loro si esprimesse e portasse idee e suggerimenti. Il loro apporto è stato fondamentale, anche nei rapporti interpersonali, basati sull’amicizia ed il rispetto reciproco. Comunque in un paio di brani ci sono altri due Mandolins, cioè Joe Barreca e Riccardo Maccabruni. Senza dimenticare Chiara Giacobbe, Roberto Diana, Maurizio Gnola e tutti quelli che hanno collaborato, non ultimo Stefano Bertolotti, della Ultra Suond, che mi ha offerto la possibilità di realizzare questo mio progetto.

Ed al tuo fianco, anche questa volta c’è l’immancabile Jono Manson. Quale è stata questa volta la sua funzione nell’economia del disco?

Jono ha mixato e masterizzato l’album, dando anche preziosi suggerimenti, con tutta la sua esperienza e la sua cultura musicale. Ha evidenziato al meglio il suono del legno degli strumenti, che era quello che cercavo, rendendolo il più caldo e naturale possibile. Inoltre mi ha ancora una volta stupito, inserendo un banjo tenore in 24 Weeks, che trovo molto bello e diverso rispetto al suono del resto delle canzoni.

E ancora, come sei arrivato alla scelta delle due cover inserite nell’album? Due dei tuoi preferiti assoluti: Dylan quasi inevitabile, ma perché quella canzone e Guy Clark, immagino altro punto di riferimento anche nei tuoi ascolti come appassionato di musica?

Ho sempre amato Dylan, uno dei più grandi artisti di tutti i tempi. Ho pensato a come avrebbe potuto suonare Spanish Is The Loving Tongue, diciamo nel periodo inizio anni ‘70 e di conseguenza ho creato un arrangiamento che si potesse avvicinare a questa mia fantasticheria. Anche per Guy Clark ho sempre avuto una grande ammirazione e The Cape è una delle sue perfect songs, in cui testo e linea melodica si coniugano magistralmente. E poi che il ragazzino con il suo logoro mantello riuscisse finalmente a volare, malgrado la dura realtà e contro il parere di tutti…beh… è una gran bella storia.

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Torniamo alla creazione delle canzoni contenute nel disco. Sono tutte nuove, scritte in tempi recenti o ce ne sono alcune che “covavi” da tempo e non avevi mai utilizzato negli album dei Mandolin’ Brothers perché non le ritenevi adatte allo stile del gruppo?

Sono tutti brani nati nel corso di questi ultimi anni, diciamo post Far Out. Come MB abbiamo suonato parecchie volte con la line up acustica e certe sonorità, la rilassatezza delle esecuzioni, il loro soft mood, mi hanno definitivamente convinto ad iniziare il progetto Songbag, visti anche gli impegni personali del resto della band, che avrebbero comportato poco tempo a disposizione per pensare ad un nuovo disco dei MB. Comunque penso che certe canzoni e soprattutto certi testi, dovessero essere proposti in maniera più personale e diretta anche per i temi trattati, spesso autobiografici.

E, domanda collaterale, che si aggancia agli eventuali futuri sviluppi citati all’inizio: ne avete incise altre poi non usate nel disco, magari ci sono state altre cover papabili che poi non sono state utilizzate?

 Sono rimasti fuori sostanzialmente solo un paio di pezzo miei ed altrettante cover, come Friend Of The Devil dei Grateful Dead, che comunque eseguiamo in concerto.

 L’idea di fare un disco acustico era prevista fin dall’inizio oppure era solo una delle opzioni a disposizione? Magari un bel disco di blues elettrico o da cantautore “impegnato” non sarebbero stati male?

 No, doveva essere fin dall’inizio un disco acustico con le mie canzoni. Credo che Dirty Dark Hands, Sold (ispirata da una poesia di P. B. Shelley) e Evening Rain, si possano considerare canzoni impegnate a sfondo sociale e/o quantomeno piuttosto esplicite del mio modo di pensare, almeno nel testo. Di certo mi piacerebbe molto fare un album di blues elettrico rigorosamente old style, come il bellissimo ultimo Stones, con suoni sporchi e ruvidi. Non è detto che prima o poi non si riesca a realizzare anche questo progetto.

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Dicevi che alcuni testi dei brani contenuti nel disco hanno anche connotati autobiografici, vuoi elaborare questo tuo pensiero e raccontare di quali canzoni si tratta?

D Tox Song, che parla di un periodo oscuro e pesante della mia vita. 24 Weeks ovvero “della risoluzione del caso” cura & salute…In A Better Life, su quello che ci rimane verso la fine, nel mio caso la musica, la strada percorsa e le persone importanti che non posso assolutamente dimenticare. Ci sono comunque altri riferimenti in altri pezzi, ma sarebbero troppi da spiegare. Credo comunque che sia sempre meglio scrivere di quello che conosci, che provi o che pensi.

Ho visto una delle date del tuo tour solista a Milano e devo dire che suonate veramente in modo splendido, questo può voler dire che ci saranno altri sviluppi futuri anche in questa tua carriera come solista o i Mandolin’ Brothers rimangono comunque il progetto primario?

I MB rimangono ovviamente il mio progetto principale, con l’apertura del cantiere per il nuovo album a breve, anche se ci vorrà un bel po di tempo prima di chiuderlo. Per quanto riguarda Songbag e la collaborazione con The Rebels, intendo portarla avanti diciamo in parallelo, visti i riscontri molto positivi dell’album, dei primi concerti ed il fatto che stiamo bene insieme e ci divertiamo, soprattutto quando ci lanciamo in “inusuali” idee di arrangiamenti per brani nuovi o per cover non proprio ortodosse nel nostro genere musicale.

Tra l’altro chiacchierando fra di noi ad un certo punto era saltata fuori anche la faccenda che una canzone di Songbag “Evening Rain” era stata scelta come Track Of The Week della versione on line della rivista Classic Rock UK, in lizza anche contro i Rolling Stones. E poi la settimana successiva è stata scelta come prima classificata dal voto dei lettori. Quando hai visto che avevi battuto gli amati Stones cosa hai pensato?

Che c’era qualcosa che non andava, che non aveva alcun senso. Siamo sinceri: ma quando mai? Di certo molti amici mi avranno aiutato votandomi dall’Italia e diciamo che gli Stones o Iggy Pop non avessero tutto quell’interesse per questa classifica settimanale…per usare un eufemismo… Rimane comunque il piacere e la grande soddisfazione di aver vinto un contest di una delle riviste musicali più prestigiose d’Europa, non solo con un mio brano, ma anche tratto dal mio primo album solo.

E infine domanda classica: quali sono i tuoi dischi da isola deserta. Almeno quelli di oggi, perché poi si sa che le preferenze cambiano di continuo?

Eccone alcuni, ed è molto difficile che io possa cambiare idea su questi capolavori…

Bob Dylan: Highway 61 Revisited. Rolling Stones: Exile On Main Street

David Crosby: If I Could Only Remember My Name. The Beatles: White Album

The Clash: London Calling. Bob Dylan: The Freewheelin’. Muddy Waters: Hard Again.

Tom Waits: Rain Dogs. Mississippi John Hurt: The Best Of. Little Feat: Waiting For Columbus. Neil Young: Tonight’s The Night and so on…

Il Concerto

La sera del 13 gennaio al Nidaba di Via Gola 12 a Milano (un piccolo accogliente locale dove si ascolta musica gratis, spesso ottima, a due passi dai Navigli, di recente è stato insignito dell’Ambrogino D’Oro, benemerenza civica milanese, per vent’anni di onorata carriera nelle serate musicali della città meneghina) si tiene la prima data del 2017 del tour di Jimmy Ragazzon & The Rebels: per presentare l’album Songbag di cui si parla diffusamente nell’intervista. Gran bel concerto con una serie di ottimi “pickers” italiani che non hanno da invidiare ai migliori musicisti americani: a guidare le danze Jimmy Ragazzon, voce solista e armonica, con Marco Rovino, anche lui dei Mandolin’ Brothers, chitarra acustica, mandolino e armonie vocali (molto funzionali all’atmosfera musicale che si viene a creare), Paolo Ercoli al dobro, un vero virtuoso dello strumento che non ha nulla da invidiare (secondo me) a Mike Auldridge dei Seldom Scene o a Jerry Douglas, alla chitarra acustica e voce Luca Bartolini, al contrabbasso, con e senza archetto, Rino Garzia Ospiti speciali della serata Edward Abbiati dei Lowlands che duetta con Jimmy in una bellissima versione a due voci di Don’t Think Twice Is Alright dell’amato Bob Dylan e al mandolino aggiunto Paolo Monesi, vero protagonista, con gli altri, di una versione fantastica, lunga e molto improvvisata, di E.M.D. del David Grisman Quintet.

Tra le altre chicche della serata, in apertura, una rilettura acustica eccellente di Friend Of The Devil, che genera la gag del “presunto zio” di Garzia, Jerry Garcia, autore del pezzo, una Fortunate Son dei Creedence che diventa quasi un pezzo dei Dillards o dei Country Gazette, a tutto bluegrass. E ancora, sul lato blues, Bye Bye Blackbird di Sonny Boy Williamson II, solo voce, armonica e contrabbasso, una When I Paint My Masterpiece, il pezzo di Dylan interpretato dalla Band su Cahoots. Non mancano nei bis finali anche Swing ’42 di Django Reinhardt via David Grisman, ancora bluegrass “progressivo” o Dawg Music se preferite, con Monesi di nuovo aggiunto al mandolino, e un altro gagliardo blues Key To Highway di Big Bill Broonzy, che molti ricordano nelle versioni ripetute di Eric Clapton. In mezzo molte, forse tutte, meno una, le canzoni di Songbag, in eccellenti versioni, e anche riletture in questa veste brillante acustica di alcuni brani del repertorio dei Mandolin’ Brothers. Più di due ore di ottima musica eseguita con classe, nonchalance, sense of humor e grande partecipazione del pubblico, tra cui si aggiravano anche Mandolin’ Brothers assortiti, mogli e fidanzate. Se riuscite ad andare a vederli in concerto non fatevi sfuggire l’occasione, ci saranno ulteriori date dal vivo anche a febbraio, marzo ed aprile, inframmezzate a quelle con il gruppo.

Bruno Conti

Supplemento Della Domenica: Ci Mancavano Solo Le Ristampe Dei “Cinquantesimi”! Grateful Dead 50th Anniversary Deluxe Edition

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Grateful Dead – Grateful Dead 50th Anniversary Deluxe Edition – Rhino 2CD – LP Picture

I Grateful Dead, soprattutto in seguito alla scomparsa del loro storico leader Jerry Garcia avvenuta nel 1995, non hanno mai seguito le normali leggi del marketing, inondando negli anni il mercato di un vero e proprio fiume di pubblicazioni d’archivio, specie dal vivo: nello specifico gli ultimi due anni, tra cofanetti celebrativi, tributi, tour d’addio e concerti del passato, hanno messo davvero a dura prova i portafogli dei tanti seguaci della band di San Francisco. Si pensava però che la loro discografia “ufficiale” studio e live, cioè quella che va dal 1967 al 1990 (anno di uscita di Without A Net, ultimo loro album dal vivo per così dire in “tempo reale”), fosse stata già sistemata qualche anno fa con i due splendidi cofanetti The Golden Road e Beyond Description (dal quale peraltro Without A Net era stato stranamente escluso): eppure avremmo dovuto sapere che, quando si parla dei Dead, ci si può aspettare di tutto. Ecco quindi l’idea “geniale”: ripubblicare tutti gli album della loro discografia in edizione deluxe, ciascuno allo scadere del cinquantesimo anniversario dall’uscita originale; avete capito bene: non una serie di uscite programmate con tre-quattro dischi ogni tot mesi (come è successo con i Led Zeppelin), ma un CD all’anno, o due se in una particolare annata i Dead avevano pubblicato più di un album, fino al 2039, anno in cui cadrà il cinquantesimo anniversario di Built To Last, loro ultimo album di studio (o 2040 se questa volta Without A Net verrà preso in considerazione).

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Un’operazione che potrei benissimo definire demenziale, considerato soprattutto il fatto che molti fans del gruppo non sono proprio di primo pelo (e quindi molti di essi potrebbero non arrivare al completamento della serie, faccia pure gli scongiuri chi di dovere), ma anche la possibilità che fra più di vent’anni il CD non sarà più un supporto preso in considerazione per la fruizione della musica, dato la velocità con la quale corre la tecnologia oggi. L’iniziativa non ha mancato di attirare molte critiche, anche da parte dei Deadheads più duri e puri (basta andare sul sito dei Dead e leggere i commenti): personalmente sono curioso di vedere se verranno affrontati in pompa magna allo stesso modo tutti gli episodi della discografia dei Dead, dato che un conto è celebrare vere e proprie pietre miliari quali Workingman’s Dead, Live/Dead o American Beauty, un conto è valorizzare episodi non proprio di primo piano come Shakedown Street o il deludente live del 1976 Steal Your Face (che nel box Beyond Description è stato addirittura saltato). Il primo episodio di questa campagna di ripubblicazioni è naturalmente il loro esordio del 1967, l’omonimo Grateful Dead, uscito da pochi giorni in una versione doppia, mentre il vinile è stato ristampato solo con i brani originali, anche se in una bella edizione picture (e se dovessimo fare i pignoli, avrebbe dovuto uscire a Marzo per rispettare alla lettera la regola dei cinquant’anni).

Grateful Dead non è mai stato considerato un album fondamentale nella discografia della band californiana, in quanto ancora acerbo e poco rappresentativo di ciò che sarebbero diventati in seguito (e che dal vivo erano già): a me è sempre piaciuto, vuoi per la sua sinteticità (dura appena 35 minuti), vuoi per il suono decisamente rock-blues che raramente tornerà nei dischi di studio del gruppo. Garcia è già la guida incontrastata ed indiscussa, ma il tastierista Ron “Pigpen” McKernan è molto più di un semplice membro, incarnando l’anima blues del quintetto ed assumendo quasi la carica di co-leader musicale grazie all’importanza dell’organo nel sound della band, mentre Bob Weir, Phil Lesh e Bill Kreutzmann (Mickey Hart ancora non c’era) già forniscono il supporto ritmico perfetto. In questo album ci sono diversi brani che servono come base per le future e famose improvvisazioni dal vivo, pezzi che superano di poco i due minuti di durata, come il rock’n’roll di Beat It On Down The Line, o vari blues come la celebre Good Morning. Little Schoolgirl (di Sonny Boy Williamson, l’unica a durare quasi sei minuti), il traditional Sitting On Top Of The World, che come abbiamo visto di recente era già nel repertorio di Garcia fin dai tempi degli Hart Valley Drifters, o come New, New Minglewood Blues di Noah Lewis, in futuro ripreso moltissime volte dal vivo.

La maggior parte dei nove brani sono covers, ma Garcia comincia già a farsi largo come autore (per ora senza il futuro partner Robert Hunter) con le interessanti The Golden Road e Cream Puff War. Ma i centerpieces del disco sono le due folk songs Cold Rain And Snow e l’inquietante e post-apocalittica Morning Dew, entrambe elettriche e con accenni di quella psichedelia per la quale i nostri si distingueranno presto, e soprattutto Viola Lee Blues, unico pezzo a superare i dieci minuti, un blues ancora scritto da Lewis che diventa un pretesto per una furiosa jam chitarristica nella quale Jerry inizia a mostrare di che pasta è fatto. Il secondo CD è costituito da un concerto inedito, e se proprio non ci troviamo di fronte ad un’idea rivoluzionaria (direi che live dei Dead in giro non ne mancano), almeno è decisamente interessante l’annata, in quanto ci viene proposto un raro show del 1966, cioè un anno prima del loro debutto, quando erano praticamente sconosciuti al di fuori della Bay Area (per l’esattezza il dischetto documenta la serata del 29 Luglio al PNE Garden Auditorium di Vancouver, in Canada, con in aggiunta quattro pezzi dallo show tenutosi il giorno successivo sempre nella stessa location).

Il suono è ottimo, e nonostante siano agli albori, i nostri suonano già con quella sicurezza e quella tecnica che gli conosciamo, con Garcia e Pigpen assoluti protagonisti: ci sono diversi brani che finiranno poi sul disco d’esordio, tra cui la sempre eccellente Viola Lee Blues, con Jerry che è già una macchina da guerra, ma anche con dilatate versioni di Cream Puff War (superba) e Good Morning, Little Schoolgirl (più lunghe che nel disco in studio, anche se le loro tipiche jam interminabili non ci sono ancora), e le sempre trascinanti Beat It On Down The Line ed una Sittin’ On Top Of The World dal ritmo sostenuto. Ci sono anche tre brani originali che in seguito non verranno più ripresi: Standing On The Corner, tipica rock song anni sessanta, neanche male, You Don’t Have To Ask e Cardboard Cowboy, nella quale Lesh fa già vedere di essere un cantante quantomeno discutibile; i nostri avevano già in scaletta anche il traditional I Know You Rider, che diventerà uno dei loro classici assoluti, in una versione molto più spedita del solito e con l’organo di McKernan in grande evidenza. C’è anche parecchio blues: oltre ai pezzi che andranno a costituire l’ossatura di Grateful Dead, troviamo qui liquide riletture di Next Time You See Me di Junior Parker, Big Boss Man di Jimmy Reed e One Kind Favor di Lightnin’ Hopkins (conosciuta anche come See That My Grave Is Kept Clean). Come ciliegina, una fluida It’s All Over Now, Baby Blue, che dimostra che Bob Dylan era già allora un solido riferimento per loro.

Che altro aggiungere? Non posso certo dire che questa ristampa sia imperdibile (anche perché il concerto si trova facilmente, e gratuitamente, anche online), ma se siete dei completisti, o meglio ancora dei neofiti, un pensierino ce lo potete fare. E se siete giovani potete anche puntare a completare la serie di ristampe!

Marco Verdi

L’Ultima Testimonianza Di Un Grande Batterista! Great Caesar’s Ghost With Butch Trucks -Live At The Stephen Talkhouse

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Great Caesar’s Ghost With Butch Trucks – Live At The Stephen Talkhouse – CD Baby CD

Come preannunciato nel mio post in ricordo dello scomparso Butch Trucks, storico batterista della Allman Brothers Band (a proposito, è stata resa nota la causa della morte, e la notizia è delle più tragiche: Butch si è sparato un colpo di pistola alla tempia, tra l’altro in presenza della moglie Melinda, pare a causa di gravi problemi finanziari), vorrei parlare di questo dischetto dal vivo, uscito circa un anno fa, ma di cui non si è trattato praticamente da nessuna parte, in quanto vede il nostro seduto ai tamburi per quella che si è rivelata purtroppo una delle sue ultime volte. I Great Caesar’s Ghost sono una jam band dello stato di New York, zona di Long Island, in giro all’incirca dalla metà della scorsa decade, e che ha già diversi album sia live che in studio alle spalle (*NDB E nel Blog me ne ero occupato anni fa http://discoclub.myblog.it/2011/06/10/perdinci-e-poi-perbacco-great-caesar-s-ghost-what-s-done-is/). Il quintetto (il cui nome deriva dall’imprecazione preferita di Perry White, il direttore del Daily Planet nei fumetti di Spiderman) è formato da due chitarristi, Bosco Michne che è anche il leader e voce principale e Larry Schmid, un bassista (Klyph Black), un eccellente tastierista (Keith Hill) e Ed DiCapa alla batteria: pur essendo dello stato della Grande Mela, il suono della band è decisamente sudista, e proprio gli Allman sono loro riferimento costante, a tal punto che qualche anno fa hanno inciso un intero disco di cover della storica band di Macon, First There Is A Mountain (ma anche i Grateful Dead fanno parte del loro background, tanto che nella loro discografia c’è pure un album formato da tutte canzoni del combo californiano, Better Off Dead).

E’ proprio questo il limite che uno potrebbe forse riscontrare nei GCG, cioè il fatto che i loro album siano composti perlopiù da cover e solo in minima parte da brani originali, e con una grande prevalenza per i due gruppi citati poc’anzi (ma nei dischi affrontano anche altro materiale, per esempio Cortez The Killer di Neil Young e lo standard jazz reso immortale da John Coltrane Afro-Blue), al punto che qualcuno potrebbe definirli una cover band. I nostri però, e giustamente, se ne fregano, e quindi cosa c’è di meglio che pubblicare un album dal vivo composto solo da cover degli Allman (sei) e dei Dead (tre), e come ciliegina chiamare proprio Butch Trucks a suonare la batteria? Live At The Stephen Talkhouse è esattamente questo, un perfetto showcase delle abilità dei cinque, con la figura di Trucks (già al secondo CD registrato on stage con i nostri, il precedente è del 2012) a fungere da garante, ma anche a dare il suo inconfondibile tocco all’intera performance. Ed i GCG si rivelano, almeno per me che non li conoscevo, un’autentica sorpresa, in quanto dimostrano di conoscere il repertorio classico degli Allman (e dei Dead) in maniera completa, ma a differenza di una normale cover band qui si sentono la passione ed il feeling, al punto che, chiudendo gli occhi, in certi momenti sembra quasi di sentire gli originali, soprattutto per quanto riguarda le parti di chitarra e di organo, con l’unica pecca della voce di Michne, assolutamente anonima e qualche volta persino stonata, niente a che vedere (e ci mancherebbe) con le calde sfumature blues dell’ugola di Gregg Allman (mentre Schmid, che si occupa di cantare i brani dei Dead, se la cava meglio, avendo tra l’altro un timbro molto simile a quello di Bob Weir).

L’album, che è stato registrato nell’Agosto del 2015 ad Amagansett (un sobborgo di appena mille abitanti nella zona degli Hamptons), si apre con il noto strumentale di Dickey Betts Les Brers In A Minor, e fin dalle prime note sembra (quasi) di avere a che fare con i veri Allman, tanto il suono è caldo e vigoroso, specie grazie allo splendido uso dell’organo. E poi Trucks si sente eccome, fin dalle prime battute va spedito come un treno; quasi al terzo minuto entra la chitarra e, pur non essendoci né DuaneBetts Haynes e neppure Derek Trucks, i due axemen del gruppo arrotano che è un piacere, anche se in questo brano gli assoli delle sei corde hanno uno spazio limitato. Con Mr. Charlie invadiamo il territorio dei Dead, per un brano poco noto di Garcia e soci, e la resa è accurata e piacevole, non distante dall’originale che all’epoca era apparso su Europe ’72: è anche il pezzo più breve della serata, poco più di tre minuti; Dreams I’ll Never See non è altro che Dreams degli Allman (il titolo allungato viene dalla cover dei Molly Hatchet), e la ballata, lunga, calda ed avvolgente, viene trattata con grande rispetto, anche se dal punto di vista vocale non ci siamo molto, ma per suonare eccome se suonano (in particolare spicca il lungo assolo chitarristico). Blue Sky è una delle più belle canzoni del songbook degli Allman, ed i GCG fanno del loro meglio per ricreare le sonorità liquide della grande band sudista, riuscendoci in maniera egregia: la chitarra è strepitosa, ma anche la sezione ritmica, guidata magistralmente da Butch che conosce ogni secondo del brano a memoria, non è da meno, così come il pianoforte; non c’è tempo per riprendersi che ecco la straordinaria Whipping Post, un tripudio di suoni del Sud lungo nove minuti, e con gli impasti strumentali di organo e chitarre che raggiungono vette molto alte, peccato solo per la voce: comunque il godimento è garantito.

Black Hearted Woman non è molto conosciuta (era comunque sul primo album dei Fratelli Duane & Gregg), ed è un rock-blues abbastanza canonico, che però nelle mani degli Allman diventava oro: anche i nostri ci sanno fare, dimostrando che neppure il blues è un genere a loro ostico, e lasciano scorrere gli strumenti improvvisando alla grande, superando i dieci minuti e con una parte centrale che diventa una gustosa jam tra rock, jazz e shuffle. Se solo si trovassero un altro vocalist! Ancora due brani dei Dead, la splendida e fluida Franklin’s Tower, suonata con classe e feeling (e che pianoforte), e la grintosa St. Stephen, con Trucks che ci fa vedere che poteva suonare i pezzi del Morto Riconoscente con la stessa disinvoltura con la quale affrontava quelli del suo ex gruppo; gran finale (dodici minuti) con In Memory Of Elizabeth Reed, una delle signature songs assolute degli Allman, con i nostri che la rifanno con sicurezza ma anche rispetto, liberando nell’aria i suoni ed interagendo alla grande, e con una prestazione chitarristica formidabile,  il tutto sotto lo sguardo sicuramente compiaciuto di Butch.

Non saremo al Fillmore East negli anni settanta, ma anche in questo Live At The Stephen Talkhouse la buona musica non manca: che erano grandi canzoni lo sapevamo già, ma i Great Caesar’s Ghost dimostrano di essere ben più di una cover band. E poi Butch Trucks era uno che se ne intendeva.

Marco Verdi

Molto Più Che Un “Altro” Disco Di Jerry Garcia! Hart Valley Drifters – Folk Time

hart valley drifters folk time

Hart Valley Drifters – Folk Time – ATO CD

Sappiamo benissimo che le radici di Jerry Garcia sono da ricercare nella tradizione folk, blues e bluegrass, influenze palesate saltuariamente con i Grateful Dead ed in maniera più netta prima negli anni settanta con gli Old & In The Way e con i New Riders Of The Purple Sage, e poi negli anni ottanta ed i primi novanta con gli splendidi dischi acustici in duo con David Grisman, ma anche con i live della Jerry Garcia Acoustic Band. Si pensava che queste influenze fossero tutte da ricercare nel disco inciso nel 1964 e pubblicato solo nel 1999 con i Mother McCree’s Uptown Jug Champions, band giovanile nella quale militavano anche i futuri compagni nei Dead Bob Weir e Ron “Pigpen” McKernan, un combo votato al recupero di brani della tradizione folk e blues, che ebbe un’importanza fondamentale nella formazione musicale del nostro. Si sapeva altresì che quella non era la prima esperienza di Jerry, dato che due anni prima era stato brevemente il leader di un quintetto denominato Hart Valley Drifters, dei quali però non si conosceva nulla, e neppure tra i più avidi fans dei Dead erano mai circolati nastri o bootleg riconducibili al fantomatico gruppo. Nel 2008, però, tale Brian Miksis (un tecnico del suono cinematografico conosciuto perlopiù in ambienti indipendenti) si imbatté in un nastro che riproduceva una session del 1962 degli HVD (registrata in mono presso la stazione radio KZSU  della Stanford University), con diciassette brani mai ascoltati prima: un ritrovamento eccezionale, del quale adesso abbiamo finalmente la possibilità di godere anche noi, grazie a questo splendido dischetto intitolato Folk Time e pubblicato dalla ATO Records sotto l’egida della Jerry Garcia Estate, un prodotto ufficiale quindi (e con le liner notes scritte proprio da Miksis).

Ma non è solo la scoperta in sé ad essere straordinaria (dopotutto, siamo di fronte alle prime incisioni in assoluto di uno dei musicisti più importanti del secolo scorso), ma anche la qualità del contenuto: Jerry, ad appena vent’anni, era già uno strumentista eccellente (qui canta, suona la chitarra acustica ed il banjo), ed il fatto di vederlo direttamente alle prese con il materiale che formerà il suo background musicale non ha prezzo. In più, troviamo tra i suoi compagni di viaggio due personaggi che in futuro incrocerà di nuovo, come Robert Hunter (qui al basso), che sarà il suo paroliere per tutta la carriera, ed il secondo chitarrista David Nelson, che fonderà nei seventies i già citati New Riders Of The Purple Sage (gli altri due membri del gruppo, il banjoista e violinista Ken Frankel ed il dobroista Norm Van Maastricht, pur continuando a suonare anche in seguito, hanno fatto perdere velocemente le proprie tracce). Folk Time è quindi una vera miniera d’oro per i fans di Garcia, ma anche per gli amanti del folk più puro, quarantadue minuti di musica sublime ed eseguita con una forza ed un feeling che sembra impossibile trovare in musicisti ventenni: i brani ( traditionals o cover di classici del folk, country o blues) sono tutti abbastanza brevi e diretti, niente a che vedere con le lunghe jam che Jerry affronterà in seguito con i Dead, ma proprio per questo ancora più godibili. E ho tenuto per ultima la cosa forse più impressionante di tutte: la qualità dell’incisione, davvero incredibile per pulizia, purezza e brillantezza, quasi fossero registrazioni di qualche mese fa, merito sicuramente del produttore e curatore del progetto Marc Allan (mentre le sessions originali erano state prodotte da Ted Claire), che ha dato a queste canzoni un suono veramente splendido, roba da non credere.

Dopo una breve e scherzosa auto-presentazione dei membri della band, si parte con una stupenda versione del traditional Roving Gambler, dominato dal banjo ma anche con tutti gli altri strumenti in grande spolvero, e Garcia vocalmente già maturo: gran ritmo, pur senza batteria, e performance cristallina. E, ripeto, incisione spettacolare, sembra incredibile che queste registrazioni siano rimaste sconosciute per decenni. Ground Speed è un breve e ficcante bluegrass (scritto da Earl Scruggs), un minuto e mezzo di musica suonata a velocità vorticosa, mentre Pig In A Pen, che rimane in territori bluegrass, offre una melodia corale classica, ed è eseguita anch’essa con forza straordinaria. Ed il livello rimane questo per tutta la durata del CD, con punte di eccellenza assoluta per il bellissimo folk-gospel Standing In The Need Of A Prayer, lo strumentale Flint Hill Special, con Jerry strepitoso al banjo e Nelson che non è da meno alla chitarra, il noto traditional Nine Pound Hammer, in una rilettura decisamente vigorosa, o ancora Handsome Molly, proposta in modo puro e delizioso. C’è spazio anche per un omaggio a Ralph Stanley, con la breve ma intensa Clinch Mountain Backstep, e per il fratello Carter, con una formidabile Think Of What You’ve Done, ancora con Garcia grandissimo al banjo; All The Good Times Have Past And Gone è un’altra folk song purissima, dal motivo scintillante ed eseguita alla grande, così come la saltellante Billy Grimes, The Rover, dal sapore irish, o la malinconica Sugar Baby, con il violino di Frankel sugli scudi. Il CD si chiude con la nota Sitting On Top Of The World (l’hanno fatta anche i Dead), in una versione folk-blues strepitosa, alla Mississippi John Hurt, davvero da brividi lungo la schiena, che rivela (ma non ce n’era bisogno) che Garcia era già un musicista straordinario.

Tecnicamente Folk Time non è una ristampa, essendo composto interamente da brani inediti, e quindi non ho nessuna remora a definirlo, anche per la sua importanza storica, il disco folk dell’anno.

Marco Verdi

*NDB Ora attendiamo qualche bella jam di Jerry all’asilo!

Non Ci Posso Credere! Parte La Campagna Delle Ristampe Per il 50° Anniversario Dei Dischi Dei Grateful Dead: Lunga Vita A Loro, Ma Anche A Noi.

the grateful dead the grateful dead

Il 20 gennaio, con la ripubblicazione del primo album del 1967 The Grateful Dead parte la campagna della ristampe dell’intera discografia del gruppo californiano, ogni album ripubblicato allo scoccare del 50° Anniversario, o così ci dicono. Visto che l’ultimo album ufficiale della band Without A Net è uscito nel 1990, dobbiamo quindi aspettarci che tutta questa operazione si concluderà nel 2040. Ma esisteranno ancora le case discografiche? E, soprattutto, esisteremo ancora noi? Chi ne ha parlato fino ad ora secondo me non si è posto il problema, ma non credo sarà una questione secondaria.

Comunque, ognuna delle ristampe del catalogo dei Grateful Dead sarà doppia, con un CD di materiale inedito, unito al disco originale (e per il Live e i doppi come faranno?). Diciamo allora che, da quello che si sa, almeno il primo della serie sarà così. pubblicato dalla Rhino/Grateful Dead a cura di uno dei loro archivisti principali, David Glasser, la serie vivrà anche una operazione parallela dedicata alla ristampa dei singoli in vinile del gruppo, sempre allo scoccare del 50°, ma con una cadenza di uscite più ravvicinate: la prima sarà il 1° marzo con il primo 45 giri “Stealin'” b/w “Don’t Ease Me In.”. In tutto saranno 27 singoli ripubblicati in vinile colorato. ciascuno con tiratura limitata di 10.000 copie, le prime 4 uscite saranno disponibili ogni trimestre del primo anno sotto forma di un abbonamento a 44.98 dollari sul sito del gruppo http://www.dead.net/, per le altre 23 uscite si dice genericamente che saranno disponibili nei prossimi anni.

Tornando alla ristampa del primo album ecco la tracklist completa del doppio CD:

Grateful Dead, The Grateful Dead: 50th Anniversary Deluxe Edition (Rhino, 2017)

Disc One: Original Album (Originally released as Warner Bros. LP WS 1689, 1967)

  1. The Golden Road (To Unlimited Devotion)
  2. Beat It On Down The Line
  3. Good Morning Little School Girl”
  4. Cold Rain & Snow
  5. Sitting On Top Of The World
  6. Cream Puff War
  7. Morning Dew
  8. New, New Minglewood Blues
  9. Viola Lee Blues

Disc 2: P.N.E. Garden Auditorium, Vancouver, BC, Canada 7/29/66

  1. Standing On The Corner
  2. Know You Rider
  3. Next Time You See Me
  4. Sitting On Top of The World
  5. You Don’t Have To Ask
  6. Big Boss Man
  7. Stealin’
  8. Cardboard Cowboy
  9. Baby Blue
  10. Cream Puff Wars
  11. Viola Lee Blues
  12. It On Down The Line
  13. Good Morning Little Schoolgirl”

7/30/66

    1. Cold, Rain and Snow 15.  One Kind Favor 16.  Hey Little One 17.  New Minglewood Blues

Tra l’altro i Deadheads più esperti già ci dicono che tre dei brani, contenuti nel concerto del 1966, sono molto rari (come peraltro tutto il repertorio dei primi due anni): Standing On The Corner, You Don’t Have To Ask Me e Cardboard Cowboy, poi non appariranno più in successive registrazioni ufficiali dei Grateful Dead. E, tac, ti hanno fregato un’altra volta!

hart valley drifters folk time

 

Naturalmente nel corso dell’anno prossimo usciranno altri volumi della serie Dave’s Picks e in questi giorni è uscito anche Folk Time il disco degli Hart Valley Drifters, la prima band ufficiale di Jerry Garcia nel 1962, quando aveva 20 anni e si esibiva insieme a Robert Hunter David Nelson, pubblicata dalla Ato Records, e su cui poi torneremo con calma.

Bruno Conti

Devo Averle Già Sentite Da Qualche Parte Queste Canzoni! Dear Jerry: Celebrating The Music Of Jerry Garcia

dear jerry celebrating the music of jerry garcia 2 cd

VV.AA. – Dear Jerry: Celebrating The Music Of Jerry Garcia – Rounder 2CD – 2CD/DVD

Da dopo la morte di Jerry Garcia avvenuta nel 1995, il mercato è stato letteralmente invaso di prodotti che avevano in qualche modo a che fare con i Grateful Dead, ma nessun periodo è minimamente comparabile all’ultimo anno. Da Ottobre 2015 sono infatti usciti, nell’ordine: il megabox di 80 CD 30 Trips Around The Sun (e la sua versione ridotta in quattro CD), i vari formati dei concerti di addio Fare Thee Well, il sontuoso tributo quintuplo Day Of The Dead curato dai National, il triplo della Rhino Red Rocks 1978 (ed il superbox con tutti i concerti del periodo), due volumi ravvicinatissimi della serie Garcia Live ed il nuovo album solista di Bob Weir, Blue Mountain http://discoclub.myblog.it/2016/10/07/finalmente-arrivato-anche-il-momento-che-disco-bob-weir-blue-mountain/ . E non ho citato i nuovi episodi dei Dave’s Picks. Ma i nostri, che la paura di inflazionare il mercato direi che non l’hanno mai avuta, si saranno detti: “Ci siamo dimenticati un bel concerto tributo!”. Detto fatto, ecco qui questo doppio CD (esiste anche con DVD allegato) intitolato Dear Jerry, che documenta l’esito di una serata organizzata da Bob Weir il 14 Maggio dello scorso anno (al Merriweather Post Pavilion di Columbia, Maryland), durante la quale i quattro Dead superstiti (oltre a Weir, Phil Lesh, Bill Kreutzmann e Mickey Hart) si sono alternati sul palco con una bella serie di ospiti. Come però suggerisce il titolo, non è un tributo ai Dead, ma in particolare alle canzoni di Garcia, incluse alcune da lui incise come solista e qualche cover di brani che Jerry usava suonare dal vivo nelle varie configurazioni della Jerry Garcia Band (che è sorprendentemente assente, dato che ancora esiste e si esibisce come JGB, avrebbe potuto partecipare suonando per esempio un brano di Bob Dylan, autore più volte ripreso da Jerry e dai Dead). Certo, un altro lavoro dove si prendono in esame canzoni che nell’ultimo anno sono state strasentite potrebbe far alzare più di un sopracciglio, ma sarebbe un errore ignorarlo, in quanto siamo di fronte ad una performance splendida, con una serie di gruppi e solisti in grande forma, una house band stellare (che comprende gente del calibro di Don Was, che è anche direttore musicale e produttore, Sam Bush, Matt Rollings, Buddy Miller, Audley Freed, ex chitarrista dei Black Crowes, e le McCrary Sisters ai cori), una resa sonora strepitosa e, ma era scontato, una serie di grandi canzoni.  In poche parole, uno dei migliori prodotti Dead-related usciti nell’ultimo periodo, superiore per esempio, e di gran lunga, ai concerti di addio Fare Thee Well, sia come suono che come qualità della performance.

Che non si scherza lo fa subito capire Phil Lesh, che si esibisce con la sua nuova band, i Communion nel medley The Wheel/Uncle John’s Band, suono Dead al 100%, piano liquidissimo (Marco Benevento) e subito due grandi canzoni (anzi, la seconda è forse la mia preferita in assoluto del Morto Riconoscente), per quasi 17 minuti di musica sublime: tra le qualità di Lesh non c’è mai stata la voce, ma questa sera Phil canta stranamente bene, anche se è aiutato, e molto, dalle voci di sostegno del resto del gruppo. Allen Toussaint, qui in una delle sue ultime apparizioni, ci propone l’errebi di sua composizione Get Out Of My Life Woman, un pezzo che Jerry amava molto, con un bel botta e risposta vocale tra Allen e le sorelle McCrary: anche Toussaint non era mai stato un grande vocalist, ma quando appoggiava le dita sulla tastiera riusciva a zittire tutti. David Grisman è un vecchio compagno di viaggio di Jerry, ha inciso con lui diversi bellissimi dischi acustici (oltre a militarci insieme nel supergruppo Old And In The Way), e nell’occasione ci delizia con una splendida versione del traditional Shady Grove, tra folk, bluegrass ed old time music, con ottimi interventi di fisarmonica e violino, altri quattro minuti e mezzo di puro godimento A prima vista Peter Frampton in una serata come questa potrebbe starci come i cavoli a merenda, ma il nostro, alle prese con il classico di Junior Walker (I’m A) Roadrunner, se la cava alla grande: la voce e la chitarra ci sono, e la versione, decisamente potente e roccata, è godibilissima. Buddy Miller non lo scopriamo certo oggi e, alle prese con Deal, una grande canzone, fa faville, dandoci una delle prestazioni più convincenti della serata (bellissimo l’assolo di slide, ma pure Rollings fa i numeri al piano); Jorma Kaukonen va a nozze con brani come Sugaree, e nel concerto ci dà pure un saggio della sua classe con la chitarra, mentre il bravissimo Jimmy Cliff, e ve lo dice uno che non ama il reggae, ci diverte con la sua The Harder They Come insieme a Kreutzmann e Hart, un brano tra i più suonati dalla JGB e, raggiunto anche da Weir, bissa con una discreta Fire On The Mountain. Il primo CD si chiude con il nuovo gruppo di Kreutzmann, Billy And The Kids, che rileggono lo splendido medley che apriva Blues For Allah (Help On The Way/Slipknot!/Franklin’s Tower) in maniera rigorosa, ma con un’energia straordinaria e poi, con i Disco Biscuits, un altro medley stellare con Scarlet Begonias/I Know You Rider, davvero da applausi e con un formidabile assolo chitarristico di Tom Hamilton.

Il secondo dischetto inizia con la rock ballad Loser proposta dai Moe, molto bravi e rispettosi al limite del didascalico, ma il brano è talmente bello che ne esce benissimo ugualmente; eccellenti gli Oar con St. Stephen, alla quale tolgono gli elementi psichedelici e la trasformano in una pura e sontuosa rock song, potente e grintosa; i Los Lobos avevano già suonato Bertha sul tributo Deadicated del 1991 e, insieme a Weir, la replicano in maniera mirabile, grande canzone e grandissima band, mentre i Trampled By Turtles si esibiscono nell’abituale veste acustica con una fulgida Brown-Eyed Women, tra le mie preferite in assoluto dei Dead.

Shakedown Street non mi è mai piaciuta molto, e gli Yonder Mountain String Band, pur mettendocela tutta in una versione stripped-down, non riescono a farmi cambiare idea. Ma subito dopo torna Bob Weir che, in compagnia della bella Grace Potter, rilegge in maniera vibrante Friend Of The Devil, ottima versione, toccante a dir poco, pianistica e molto soulful. Eric Church a mio parere è un sopravvalutato, ma la sua Tennessee Jed, tra country, rock e southern, è ben fatta, anche se meglio, molto meglio fanno i Widespread Panic con una Morning Dew davvero intensa e fluida, impreziosita da un assolo di chitarra incredibile da parte di Jimmy Herring. Gran finale con tre dei quattro Dead (manca Lesh), per una stupenda e corale Touch Of Grey, perfetta in questa posizione visto il testo ottimistico, e tutti insieme per una commovente Ripple, splendida sotto ogni punto di vista, il modo migliore per chiudere una serata da ricordare.

In un anno in cui non sono certo mancati i dischi dal vivo di grande valore, questo Dear Jerry è sicuramente uno dei più belli.

Marco Verdi

Ma Allora Sanno Ancora Fare Grandi Dischi! Phish – Big Boat

phish big boat

Phish – Big Boat – JEMP CD

Dalla loro reunion nel 2009, in seguito alla separazione avvenuta nel 2004 dopo l’ottimo Undermind (separazione alla quale non avevano creduto in molti, almeno non al fatto che fosse definitiva), i Phish non hanno inciso moltissimo, anche se sono stati sempre attivi dal vivo, sia con i concerti che con le ristampe d’archivio. Joy, del 2009 appunto, era un buon disco, con tre-quattro ottime canzoni e qualche episodio più di routine, ma Fuego, di due anni orsono, era parecchio involuto, con brani che faticavano ad emergere ed un pesante senso di già sentito, quasi come se la popolare band del Vermont avesse pubblicato il disco più per dovere che per reale intenzione  (*NDB Per una volta, non sono d’accordo, come avevo scritto ai tempi http://discoclub.myblog.it/2014/08/04/se-ci-fossero-bisognerebbe-inventarli-phish-fuego/.) Era quindi lecito pensare che il gruppo formato da Trey Anastasio, Mike Gordon, Page McConnell e Jon Fishman fosse arrivato quasi a fine corsa, almeno in termini di ispirazione (dato che dal vivo continuano ad essere formidabili), e che la loro rimpatriata fosse più una cosa a fini pecuniari che per una reale voglia di continuare il percorso intrapreso nell’ormai lontano 1983. Ebbene, sono il primo ad essere contento nell’affermare di essermi sbagliato, in quanto il loro nuovissimo lavoro, intitolato Big Boat, non solo è il loro migliore da quando hanno ricominciato, ma non sfigurerebbe accanto a nessun album della loro discografia pre-2004. I quattro sono di nuovo ispirati, suonano alla grande (ma questo non avevano mai smesso di farlo) e, cosa più importante, hanno ripreso a scrivere grandi canzoni.

Big Boat, prodotto come il precedente Fuego dal grande Bob Ezrin (Alice Cooper, Lou Reed, Deep Purple, Kiss, Pink Floyd, Peter Gabriel, non proprio un pirla quindi) è proprio questo, un disco di canzoni, che tralascia parzialmente le jam per le quali i nostri sono diventati famosi (tranne in un paio di casi) e lascia spazio alle melodie, accompagnandole in maniera sublime, grazie alla splendida chitarra di Anastasio, al formidabile pianoforte di McConnell, ed alla sezione ritmica schiacciasassi di Gordon e Fishman (più diversi sessionmen tra cui una splendida sezione fiati). Da tempo non sentivo un disco con dodici brani di questo spessore tutti insieme (su tredici, solo uno è una schifezza, ma glielo perdoniamo), una sorpresa ancora più gradita in quanto cominciavo a considerare l’ascolto dei nuovi CD del quartetto come un dovere e non più un piacere. E non è che, come accadeva spesso in passato, solo i brani di Trey sono di livello superiore (un po’ come succedeva nei Grateful Dead con Garcia, tanto per citare un gruppo tanto caro ai nostri), ma anche i suoi tre compagni sono in stato di grazia dal punto di vista del songwriting, facendo di Big Boat uno degli album a mio giudizio imperdibili di questo 2016 che si avvia quasi al termine.

Friends dà il via al disco, una rock song fluida e potente, con lo splendido piano di McConnell a dialogare egregiamente con la chitarra di Anastasio (ma anche il drumming di Fishman, che tra l’altro è l’autore del brano, è notevole), un suono molto classico per una canzone creativa, densa, piena di idee, che immagino farà faville dal vivo. Breath And Burning è il primo singolo, ed è una canzone splendida, solare, godibile, quasi caraibica, con una tersa melodia tipica di Trey, ed i fiati a mo’ di ciliegina su una torta già saporita di suo; anche Home è un gran bel pezzo, disteso e diretto, quasi pop ma con classe, ancora con Trey e Page (che l’ha scritta) a guidare le danze, e nel finale un accenno di jam, con McConnell che si conferma un pianista eccezionale. Molto gradevole anche Blaze On, che ricorda molto da vicino certi pezzi solari dei Dead (tipo Scarlet Begonias), con il suo ritornello da canticchiare al primo ascolto e, tanto per cambiare, un grande pianoforte (ma che ve lo dico a fà?), così come bellissima è Tide Turns, un errebi puro e dal motivo decisamente fruibile, una delle migliori canzoni che ho ascoltato ultimamente, sarebbe stato bene anche sul disco dello scorso anno di Anderson East, con la sua melodia classica ed i fiati (guidati da Jim Horn) usati con classe e misura.

Dopo la breve Things People Do, una specie di filastrocca per sola voce e chitarra elettrica, abbiamo la vibrante Waking Up Dead (di Gordon), una sorta di pop song lisergica, con soluzioni ritmiche e melodiche non scontate, il classico Phish sound insomma, mentre Running Out Of  Time è una deliziosa folk ballad con il solo Anastasio per il primo minuto e mezzo, poi entra il resto del gruppo, sebbene in punta di piedi, bellissima anche questa, un altro dei molti highlights del CD. La funkeggiante e ritmata No Men In No Men’s Land, molto energica (e come suonano), precede la fantastica Miss You, più di sette minuti di puro godimento, una rock ballad classica e dal motivo splendido, suonata alla grandissima (e con Anastasio stratosferico), una delle canzoni più belle dell’anno. A questo punto sarei già contento, ma abbiamo ancora tre pezzi, a cominciare dalla strana I Always Wanted It This Way, una pop song elettronica e sintetizzata, completamente fuori contesto in questo disco (e lo sarebbe in qualsiasi disco dei nostri), stava meglio forse negli ultimi lavori dei Mumford And Sons, quelli brutti però. Uno scivolone che mi sento di perdonare, anche perché c’è ancora More, un’altra rock song molto anni settanta (e molto Anastasio), con melodia liquida e solito piano strepitoso, e la maestosa Petrichor, più di tredici minuti di puro suono Phish, con cambi di ritmo continui e soluzioni melodiche molto Dead, un’irresistibile canzone-jam che chiude alla grande un disco sopraffino.

Non solo il migliore degli ultimi tre lavori, ma sicuramente un album allo stesso livello di Rift, Hoist e Billy Breathes: aspettatevi di rivederlo nelle classifiche di fine anno.

Marco Verdi

Finalmente E’ Arrivato Anche Il Suo Momento! E Che Disco! Bob Weir – Blue Mountain

bob weir blue mountain

Bob Weir – Blue Mountain – Columbia Legacy/Sony CD

Era una vita che Bob Weir, 69 anni tra pochi giorni, non faceva un disco da solista: dopo la scomparsa nel 1995 di Jerry Garcia, Bob si è caricato sulle spalle la responsabilità di portare avanti l’eredità dei Grateful Dead, con le ristampe, i dischi dal vivo, come leader dei The Other Ones prima e dei The Dead dopo e, nell’ultimo periodo, è stato il promotore della tournée di addio dello scorso anno e del concerto tributo a Jerry (che uscirà tra un paio di settimane), oltre a girare ancora gli States con i Dead & Company. Il suo ultimo album di studio risaliva a ben sedici anni fa (Evening Moods, pubblicato con i Ratdog), ma se ci limitiamo ai dischi accreditati a lui da solo, senza quindi le sue varie bands come Kingfish e Bobby & The Midnites, dobbiamo andare indietro fino addirittura al 1978, allorquando usci il non eccelso Heaven Help The Fool. Per questo, ma non solo per questo, Bob non è mai stato considerato per quanto avrebbe meritato, in quanto è sempre stato visto un po’ nell’ombra di Garcia, obiettivamente più dotato di lui come compositore e chitarrista (ma come cantante non so), quasi come se fosse un miracolato: eppure, a ben vedere, di belle canzoni dentro e fuori dai Dead ne ha scritte molte anche lui, ed alcune sono diventati comunque dei classici (qualche titolo sparso: Sugar Magnolia, Cassidy, Jack Straw, Playing In The Band, Estimated Prophet, One More Saturday Night, Feel Like A Stranger). Ma un grande disco non lo aveva mai fatto, con la sola possibile eccezione di Ace del 1972: ma se quell’album era infarcito dalla prima all’ultima nota di puro Dead-sound (anzi, il gruppo era proprio usato come backing band, Garcia compreso), questo nuovo Blue Mountain è diverso da qualsiasi cosa mai fatta prima da Weir.

Infatti le dodici canzoni del CD, scritte tutte da Bob con l’aiuto del noto musicista Josh Ritter (che sostituisce il suo abituale partner John Barlow) hanno sì elementi rock, ma un rock classico, americano, con decisi elementi western e persino qualcosa di country e folk; Weir predilige le ballate, che vengono suonate con arrangiamenti ariosi, profondi, a volte quasi crepuscolari: suoni che fanno venire in mente spazi aperti, praterie infinite sferzate dal vento, paesaggi al tramonto. Weir (che appare invecchiatissimo sulla copertina, ma secondo me se si tagliasse barba e baffi qualche anno se lo toglierebbe) si accompagna solo alla chitarra acustica, mentre il resto è nelle sapienti mani, tra i tanti musicisti presenti, di Josh Kaufman, che suona alla grande il pianoforte e produce anche il disco, Sam Cohen alle chitarre, Joe Russo e Ray Rizzo alla batteria, oltre ai due leader dei National, Aaron e Bryce Dessner, che in atmosfere come in quelle di questo disco ci sguazzano, presenti in parecchi brani. Indicativa del sound del disco la canzone d’apertura, Only A River, una ballata dal tono epico (pare che Bob avesse iniziato a scriverla più di 50 anni fa!), strumentata con misura e caratterizzata dal timbro profondo del nostro (in ottima forma vocale), un brano quasi rarefatto ma di grande fascino, che nel ritornello ripropone il testo e la melodia della mitica Shenandoah: splendido l’uso del piano da parte di Kaufman ed il crescendo progressivo. Già da questo pezzo si capisce che i Dead sono lontani anni luce. Cottonwood Lullaby è splendida, una western song moderna, profonda, notturna, con un suggestivo coro tra una strofa e l’altra ed ancora la voce di Bob, vera sorpresa del disco, al centro di tutto: canzone perfetta per un cowboy movie girato oggi, ma in bianco e nero; Gonesville è più spedita, una godibilissima miscela tra country, western e rockabilly, con Weir che nel cantato, parole sue, si è ispirato ad Elvis: incredibile che sia lo stesso Bob Weir che suonava con il Morto Riconoscente.

Lay My Lily Down è leggermente più elettrica e roccata, tendente al blues, con un mood annerito ed un’anima quasi southern, mentre Gallop On The Run, ancora lenta e rarefatta, rimanda alle atmosfere tipiche di Daniel Lanois, con una melodia che va dritta al cuore e la voce di Bob senza la minima sbavatura. Anche Whatever Happened To Rose è lenta e riflessiva, con un altro splendido coro alle spalle ed una melodia di stampo quasi tradizionale: è possibile che la frequentazione da parte di Weir dei National abbia avuto qualche influenza su di lui, qui c’è molto delle atmosfere dei fratelli Dessner. Ghost Towns è più elettrica e cadenzata, e possiede un’andatura proprio da musica per film western: Bob canta con sicurezza un motivo fluido, che sfocia in un affascinante ritornello corale. Darkest Hour è ancora splendida, una turgida ballata dalla melodia quasi country, poco strumentata (ma che bel pianoforte), ma eseguita con un feeling incredibile; bellissima anche la folkeggiante Ki-Yi Bossie, seppur eseguita dal solo Bob con la sua chitarra, ma con la partecipazione straordinaria del leggendario Ramblin’ Jack Elliott e di un coro alle backing vocals (e yodel): alla fine vi troverete senza accorgervene a canticchiare il ritornello assieme a Bob. La maestosa Storm Country ha tracce di psichedelia, ma non nel senso dei Dead, ma piuttosto somiglia al genere molto Laurel Canyon di uno come Jonathan Wilson, con quelle sonorità sospese e circolari; il CD si chiude con la title track, ancora con Bob in perfetta solitudine, e con l’intensa One More River To Cross (si finisce come si è iniziato, con una canzone che parla di un fiume), nella quale il nostro trova un’altra melodia vincente, l’ennesima di un disco che definire sorprendente è riduttivo.

E’ finalmente giunto il momento che il mondo si accorga di Bob Weir: anche se non siete mai stati dei fans dei Grateful Dead, Blue Mountain è un disco da tenere in forte considerazione. Perfetto per le prossime serate autunnali, da alternare magari con l’ultimo Van Morrison ed il prossimo Leonard Cohen.

Marco Verdi

E Dacci Pure Il Nostro Garcia Settimanale! Jerry Garcia Band – Garcia Live Volume 7

garcialive volume seven

Jerry Garcia Band – Garcia Live Volume 7: Sophie’s, Palo Alto 1976 – ATO Records 2CD

Ormai uno degli appuntamenti fissi di questo Blog sono le uscite di materiale riconducibile ai Grateful Dead o al Jerry Garcia solista, dato che negli ultimi mesi c’è stata una vera e propria invasione di CD e DVD, tra tributi e dischi live, roba da far sembrare Joe Bonamassa uno che fa un disco ogni quattro anni (e meno male che non ci occupiamo anche dei vari Dave’s Picks). Da tempo, come saprete (parallelamente ai Dead), esiste un progetto che propone alcuni tra i migliori concerti della Jerry Garcia Band, una serie che si protrae da diversi anni (prima come Pure Jerry, adesso come Garcia Live): due uscite così ravvicinate come il sesto ed il settimo volume non erano però mai state messe sul mercato prima d’ora. Ho infatti ancora nelle orecchie il triplo con Merl Saunders registrato al Lion’s Den, da me commentato non molto tempo fa http://discoclub.myblog.it/2016/07/20/dite-la-verita-eravate-po-preoccupati-jerry-garcia-merl-saunders-garcia-live-vol-6-lions-share/ , che mi trovo a parlare già del volume 7, che stranamente è “solo” doppio, e che prende in considerazione un concerto tenuto l’8 Novembre del 1976 a Palo Alto, in California, con una formazione poco nota della JGB. Infatti, oltre ai fidi John Kahn e Ron Tutt, rispettivamente al basso e batteria, Jerry è accompagnato alle tastiere da Keith Godchaux, all’epoca membro fisso anche del Morto Riconoscente, che per l’occasione si è portato dietro anche la moglie Donna, una presenza che nei Dead ho sempre reputato inutile mentre secondo me qui ha più senso, in quanto Jerry ha spesso usato delle voci femminili dal vivo, non potendo sostenere in prima persona tutte le parti vocali. Questa versione della band comunque funziona, un po’ per lo stato di forma ottimo del leader (che canta anche meglio che nel precedente volume), sempre meraviglioso quando si tratta di far scorrere le dita sulle corde della sua chitarra, un po’ per l’affiatamento con gli altri membri della band, ma anche per la scelta di brani suonati di rado dal barbuto musicista. Un concerto molto diverso da quello con Saunders, meno sperimentale e decisamente più rock e diretto, con un Godchaux in grandissima forma a condividere i momenti strumentali con Jerry, ed una serie di brani al solito lunghi e dilatati, ma nei quali il bandolo non viene mai smarrito, anche se forse la qualità di incisione è leggermente inferiore a quella spettacolare del sesto volume.

Il primo CD si apre con The Way You Do The Things You Do, un classico scritto da Smokey Robinson e portato al successo dai Temptations, brano perfetto per rompere il ghiaccio, versione vivace e spedita con Jerry che fa subito capire che la serata è di quelle giuste. Knockin’On Heaven’s Door di Bob Dylan è una di quelle canzoni che uno si aspetterebbe di trovare più avanti nella serata (magari nei bis), mentre qua viene proposta come seconda: dopo un avvio un po’ traballante, nel quale la band sembra cercare l’intesa, il brano si mette sui binari giusti, il tempo è rallentato rispetto all’originale di Bob, ma Jerry è sublime alla sei corde e l’accompagnamento scorre fluido per circa un quarto d’ora (e gli perdono un accenno di reggae nel ritornello, ma in quel periodo anche Clapton la faceva così); After Midnight, il classico di J.J. Cale, è ritmata e scattante, con Kahn e Tutt che non perdono un colpo e Jerry che canta e suona in maniera decisa: una buona versione, anch’essa discretamente lunga (13 minuti), ma avvincente e per nulla noiosa. E’ la volta della rara Who Was John?, un traditional gospel dalla struttura simile a John The Revelator, un pezzo molto rallentato e cantato a tre voci, con elementi blues neanche troppo nascosti; Mission In The Rain è uno dei pochi originali proposti da Jerry (era su Reflections), una bella canzone, tipica del nostro, limpida e fluida e con un’ottima prestazione di Godchaux (ed anche di Garcia, ma che ve lo dico a fà?). Il primo dischetto si chiude con Stir It Up, noto brano di Bob Marley: come saprete il reggae non è tra i generi che amo, ma la melodia solare è di quelle vincenti (Donna è la voce solista qui), e poi Jerry la arrangia a modo suo, lascia parlare la chitarra e ci regala altri 12 minuti molto godibili.

Il secondo CD inizia con Midnight Moonlight, un vivace folk-rock scritto da Peter Rowan e presente in origine sul mitico disco degli Old & In The Way, una versione spedita e trascinante, tra le migliori performance del doppio, con Jerry ispirato e decisamente “sul pezzo”; Tore Up Over You è un coinvolgente rock’n’roll (di Hank Ballard): nella studio version apparsa sempre su Reflections al piano c’era il fenomenale Nicky Hopkins, ma anche Godchaux fa la sua porca figura, e poi Jerry stende tutti con un paio di assoli dei suoi. Non era scontato ascoltare un brano dei Dead in un concerto di Garcia, anzi Jerry di solito non suonava pezzi del suo gruppo principale: quella sera però il nostro propose una apprezzata (dal pubblico) Friend Of The Devil, una canzone che ho ascoltato talmente tante volte che non può riservare grandi sorprese, mentre Don’t Let Go di Jesse Stone è il centrepiece del concerto, 22 minuti di puro sballo strumentale, con Jerry che raggiunge vette altissime ed il gruppo quasi fa fatica a stargli dietro (ma non Godchaux, che è un treno in corsa), una performance che da sola vale il prezzo. L’album si chiude con tre pezzi suonati molto di rado dal nostro: Strange Man, un bluesaccio strascicato di Dorothy Love Coates, cantato molto bene da Donna, e dalla durata di “appena” sei minuti, una toccante Stop That Train di Peter Tosh (quindi ancora reggae), e gran finale con Mighty High, hit minore di un gruppo poco noto degli anni settanta, i Mighty Clouds Of Joy, forse non una grande canzone, ma Jerry e compagnia sopperiscono con classe, feeling e mestiere.

Un altro concerto notevole, anche se adesso auspico una pausa un po’ più lunga prima dell’ottavo volume.

Marco Verdi