Lo “Strano Caso” Di Mr. David Crosby: Tre Album in 45 Anni, E Poi Tre In Tre Anni! Ecco Il Nuovo Disco Sky Trails

david crosby sky trails

David Crosby – Sky Trails – BMG Rights Management 

David Crosby, come ricordo nel titolo del Post, da solista ha pubblicato 3 album in 45 anni circa di carriera, e poi, improvvisamente, dal disco del 2014 Croz a oggi, un filotto di ben 3 nuove uscite in tre anni. E’ ovvio che in tutto questo lungo periodo il nostro amico ha pubblicato altro materiale come CPR, Crosby & Nash, CSN, C S N & Y, oltre a varie partecipazioni a dischi di altri artisti, le più recenti quelle con Chris Hillman, Kenny White Becca Stevens, ma anche nel disco Family Dinner Vol.2 degli Snarky Puppy, di cui tra un attimo. E sapete una cosa, mi sono accorto che non abbiamo mai parlato estesamente dei due dischi precedenti, limitando la presenza di Crosby sul Blog a livello recensioni ad un vecchio disco dal vivo del 1970 http://discoclub.myblog.it/2014/12/24/dal-inviato-nel-passato-david-crosby-live-at-the-matrix-december-1970/  (scritta da Jimmy Ragazzon dei Mandolin’ Brothers) e all’inedito C S N Y 1974, pubblicato nel 2014 http://discoclub.myblog.it/2014/07/26/sogno-o-son-desto-crosby-stills-nash-young-csny-1974/. Quindi l’uscita di questo nuovo Sky Trails è l’occasione gradita per parlare di questo grande artista che in tarda età sembra avere trovato una inattesa prolificità, e anche con album di ottimo livello qualitativo, come conferma il nuovo CD del 2017. A differenza del precedente Lighthouse dello scorso anno, che era un disco molto intimista e quasi acustico prodotto da Michael League degli Snarky Puppy, che suonava anche quasi tutti gli strumenti, quello nuovo è un album più “elettrico”, spesso full band, molto influenzato dal jazz contemporaneo (e dalle frange jazz-rock più moderne), con il figlio James Raymond che è il produttore per l’occasione, oltre a suonare le tastiere, affiancato dagli eccellenti Mai Agan, di origine estone, al basso (suonato in uno stile fretless alla Jaco Pastorius), Steve DiStanislao alla batteria, e Steve Tavaglione, al sax, che sono il cuore della band, che in vari brani si amplia con l’aggiunta dei altri musicisti.

Come per esempio nell’iniziale She’s Got To Be Somewhere, che nelle parole dello stesso Crosby è un brano alla Steely Dan, suona volutamente come certe cose di Donald Fagen, che è uno dei musicisti che David apprezza di più, un pezzo dove i nove musicisti impiegati ricordano moltissimo il sound dei Dan, quel raffinato ma mosso stile, dove jazz, rock e funky-soul convivono negli intrecci di piano elettrico, sax, chitarra e ritmica intricata: sostituite la voce di Crosby a quella di Fagen e sembra proprio un brano degli Steely Dan, grazie anche alle complesse armonie vocali e alle spruzzate improvvise di fiati, piacevole ed inconsueto per Croz. Che però ritorna al suo stile classico per una eterea e ricercata title-track, scritta con Becca Stevens, che è anche la voce principale e duettante, su una base di chitarra acustica arpeggiata si ricrea quel sound “spaziale” che è il marchio di fabbrica della musica del nostro, mentre il sax di Tavaglione è lasciato libero di improvvisare appunto negli spazi lasciati dalle voci stratificate ed in libertà dei due, molto interessante ed affascinante. Sell Me A Diamond è una deliziosa canzone che fonde lo stile jazzy dell’album con il classico sound alla CSN o Crosby & Nash se preferite, con bellissime armonie vocali e il lavoro notevole della lap steel di Greg Leisz e della solista di Jeff Pevar, oltre alla tessitura del piano di Raymond, per una canzone che mi pare tra le cose più vicine a rock e west coast sound, nonché migliori del disco, mentre Before Tomorrow Falls On Love è una ballata pianistica più introspettiva, firmata con Michael McDonald e cantata con splendida souplesse e voce angelica da David, brano dove si apprezza anche il lavoro di fino del basso fretless di Agan oltre al piano di Raymond, che si ripetono pure in Here It’s Almost Sunset, con il basso più marcato e il sax di Tavaglione che cerca di riprendere il ruolo che fu di Wayne Shorter in Hejira e Don Juan’s Reckless Daughter di Joni Mitchell, altra artista che Croz ammira molto ( e con cui aveva firmato, tantissimi anni fa, nel primo disco dell’artista canadese, Yvette In English) e che per certi versi omaggia (in)direttamente in queste canzoni.

Spingendosi poi fino a riprendere proprio la sua Amelia, in una cover che rivaleggia come bellezza con l’originale di Joni, anche per il tipo di suono jazz ma “californiano” al tempo stesso, con il piano e la lap steel di Leisz in evidenza, come pure la voce di Crosby che si libra ancora sicura e potente sulle note senza tempo di questa splendida canzone.Nel disco, prima del brano della Mitchell, troviamo Capitol, il brano più politicizzato della raccolta, sulla falsariga della vecchia What Are Their Names, che era nel primo disco solo del 1971 e che parlava delle “malefatte” della politica americana dei tempi, questa volta si parla nello specifico degli eletti al Congresso americano che Crosby considera i peggiori di sempre, corrotti, legati alle corporazioni, poco democratici nei loro comportamenti (ricorda qualcosa, mah, non saprei), e lo fa con un brano tra i più ritmati e mossi dell’album, con il classico sound del Crosby dell’ultimo periodo, vicino a Croz, ma con un occhio alle sonorità elettroacustiche del passato, comunque un altro brano decisamente sopra la media in un disco  tra i migliori in assoluto della discografia (non ricchissima) del nostro. Mancano ancora Somebody Home che è la canzone già presente nel disco dal vivo degli Snarky Puppy Family Dinner Volume Two, che viene riproposta in una nuova bellissima versione di studio, sempre accompagnato discretamente comunque dalla band di Brooklyn, con il pezzo che mantiene quell’aura sonora delicata, quasi sussurrata, tipica della migliori canzoni di David, calda ed avvolgente nella sua raffinata semplicità (non è un ossimoro); a seguire troviamo Curved Air, un brano abbastanza particolare, scritto con il figlio James  Raymond, un pezzo dall’impianto sonoro quasi flamenco, ma con la chitarra arpeggiata ricreata con le tastiere ed il gioco ritmico di percussioni e basso ispirato da quella musica, ma che confluisce in una melodia da cantautore “classico” quale possiamo e dobbiamo considerare David Crosby, uno degli ultimi grandi della musica americana, che ci congeda con Home Free, un altro affascinante tuffo nel suo migliore songbook, un brano dove chitarre acustiche, basso elettrico e poco altro si insinuano tra le pieghe di una serena riflessione vocale che sfiora quasi la perfezione sonora. Veramente un bel disco.

Esce venerdì 29 settembre.

Bruno Conti

Peccato Perché E’ Bravo, Ma Non Basta. John Mayer – The Search For Everything

john mayer the search for everything

John Mayer – The Search For Everything – Columbia/Sony

Mmmhhh, maaah?! Perché questa presentazione quasi onomatopeica? Non lo so, mi è venuta così. O meglio un’idea ce l’avrei: di solito in una recensione la prima cosa che si scrive è il giudizio critico, le classiche stellette o il voto numerico, ebbene, se vi interessa, tradotto in voti scolastici è forse un 5- -, il classico “il ragazzo è bravo, ma non si impegna”!. A parte a cercare di accontentare la sua casa discografica, a cui ha dato una serie di album che quando sono andati male sono arrivati comunque al 2° posto delle classifiche di Billboard, ma le cui vendite, in un mercato in continuo calo, dai 2 milioni e passa di Heavier Things del 2003 sono arrivati alle 500.000 copie circa dell’ultimo Paradise Valley, ma al giorno d’oggi bisogna contare anche i download e le visualizzazioni su YouTube e Spotify. Perché in fondo John Mayer deve vivere in due mondi diversi: il “bel fioeu” (si dice così al nord), fidanzato con Jessica Simpson, Jennifer Aniston, Katy Perry e Taylor Swift, per citarne solo alcune, e il grande appassionato di Eric Clapton, nonché il nuovo chitarrista dei  Dead & Co, che si è imparato tutto il repertorio dei Grateful Dead, per andare in tour con loro.

Dopo due album come Born And Raised e il citato Paradise Valley, dove, anche grazie alla produzione di Don Was, sembrava avere prevalso il secondo, in questo The Search For Everything torna il Mayer più tamarro, il quasi “gemello” di Keith Urban, in quel caso un country-pop pasticciato e mediocre, nel disco in esame un neo-soul-pop-rock, molto morbido e all’acqua di rose, dove il ritorno di Steve Jordan, alla batteria, ma non alla produzione, e Pino Palladino al basso, oltre al bravo Larry Goldings  alle tastiere, non serve a salvare il lavoro a livello qualitativo. Anche la presenza di Cary Grant alla tromba in un brano (ma non era morto? Si scherza) non risolleva le sorti del disco, peraltro già parzialmente pubblicato a rate in due EP usciti nella prima parte del 2017 come Wave One e Wave Two, quindi otto dei dodici brani totali si erano già sentiti, e i restanti quattro non sono così formidabili da ribaltare il giudizio. Siamo di fronte al classico disco da ascoltare come musica di sottofondo in qualche party sofisticato (non disturba neanche) o se esistesse ancora la filodiffusione negli ospedali sarebbe l’ideale per anestetizzare le preoccupazioni dei pazienti.

E se mi passate il gioco di parole bisogna essere veramente pazienti per ascoltare questo The Search For Everything: dal malinconico (nel testo, e questo è il sentimento che prevale nell’album) neo-soul soporifero con “ardito” falsetto di una Still Feel Like Your Man dedicata alla non dimenticata Katy Perry, alla morbida ballata acustica Emoji Of A Wave, che non è disprezzabile, intima e delicata, anche se al solito forse troppo carica nella produzione a cura dello stesso Mayer e del suo storico ingegnere del suono Chad Franscowiak,, non male comunque, anche grazie alle armonie vocali di Al Jardine dei Beach Boys. Helpless è un funky-rock non malvagio dove John Mayer arrota la chitarra nel suo miglior stile alla Clapton, ma poi vira verso un sound alla Clapton anni ’80 o Lenny Krarvitz, con coretti insulsi, però la solista viaggia, peccato non la suoni di più nel disco, lui è veramente bravo come chitarrista. Love On The Weekend ripristina il John Mayer Trio solo con Jordan e Palladino, ma purtroppo è un’altra ballata “moderna” con suoni molto pensati per la radio di oggi, poca grinta e molto pop. Meglio In The Blood, non un capolavoro, ma la lap steel di Greg Leisz e la seconda voce di Sheryl Crow aggiungono un poco di pepe al brano, che comunque fatica a decollare, molto Nashville Pop Country, con la solita chitarra che non basta a salvare il tutto.

Changin’, nonostante il titolo, non cambia molto, ma è una ballata piacevole e ben suonata, con Mayer al piano oltre che alla chitarra, Goldings all’organo e Leisz che passa al dobro, forse il brano che ricorda di più gli ultimi due dischi. Theme For “Search For Everything”, è un breve strumentale, con arrangiamento di archi aggiunto, dove Mayer si produce all’acustica, senza infamia e senza lode. Moving On And Getting Over sembra un brano del George Benson anni ‘80, funky “sintetico” e mellifluo, ma non è un complimento, e pure il falsetto non fa impazzire, a meno che non amiate il genere. Ancora piano e archi per una ballata strappalacrime come Never On The Day You Leave, molto simile a mille altre già sentite. Rosie è un mosso mid-tempo in cui qualcuno ha ravvisato analogie con Hall & Oates, ma a me sembra sempre il Clapton anni ’80, nonostante i fiati con Cary Grant. Finalmente un po’ di vita e di rock in Roll It On Home con doppia batteria, uno è Jim Keltner, più Greg Leisz alla pedal steel, sembra sempre Clapton, ma quello buono. You’re Gonna Live Forever On Me è una ennesima ballata, solo voce, piano e archi, ricorda vagamente un brano à la Billy Joel, discreto. Speriamo nel prossimo album.

Bruno Conti  

Ecco Un Altro Che Non E’ Capace Di Fare Dischi Brutti! Chip Taylor – A Song I Can Live With

chip taylor a song i can live with

Chip Taylor – A Song I Can Live With – Train Wreck CD

James Wesley Voight, fratello del famoso attore Jon Voight e quindi zio di Angelina Jolie, noto nel mondo musicale con lo pseudonimo di Chip Taylor, è un cantautore classico, di quelli ormai sempre più rari, e da vari anni a questa parte pubblica dischi con una continuità sia quantitativa che qualitativa disarmante. Chip deve la sua fama principalmente a due canzoni, Angel In The Morning e soprattutto Wild Thing, scritte in passato e portate al successo rispettivamente da Merrilee Rush e dai Troggs, ma ha anche una lunga carriera discografica, piuttosto avara di soddisfazioni ma di grande livello artistico. Solo negli ultimi anni ha pubblicato alcuni tra i più bei dischi di puro cantautorato usciti sul mercato, dal semi-antologico New Songs Of Freedom, ai bellissimi Songs From A Dutch Tour e Yonkers, NY, all’ambizioso triplo The Little Prayers Trilogy, allo straordinario Block Out The Sirens Of This Lonely World, il preferito dal sottoscritto tra quelli elencati. A Song I Can Live With arriva a meno di un anno dal buon Little Brothers http://discoclub.myblog.it/2016/06/30/cantautori-cosi-ne-fanno-piu-chip-taylor-little-brothers/ , e devo dire che è persino meglio: Taylor propone dodici canzoni nuove di zecca nel suo consueto stile pacato ed acustico (ma il pianoforte ha un’importanza fondamentale nell’economia del suono), brani semplici e lineari ma dalle melodie toccanti, dove la grande protagonista è la sua voce calda e profonda, invecchiata ma di grande fascino, quasi sussurrata e con le sue tipiche pause e sospiri che sono ormai una delle caratteristiche principali del suo modo di fare musica.

Chip al solito si circonda di pochi musicisti, ma di alto livello, a partire dall’ormai abituale partner Goran Grini, ottimo pianista ed arrangiatore norvegese di origine slava, passando per il superbo chitarrista John Platania, per anni alla corte di Van Morrison, fino al noto Greg Leisz, steel guitarist supremo. Un disco di ballate, dal sound spoglio (non c’è neppure la batteria), ma forse anche per questo ancora più intenso: peccato per l’assenza dei testi all’interno della confezione, in quanto Chip è sempre molto interessante anche dal punto di vista lirico. Crazy Girl apre il disco con un delicato duetto tra chitarra acustica e piano, subito seguito dalla voce calda del nostro, che alterna momenti di puro talkin’ ad altri in cui tira fuori all’improvviso una melodia toccante, con il tocco geniale di un corno in sottofondo. Sentite Until It Hurts, più che altro parlata: pochi oltre a Chip sono in grado di provocare brividi con due accordi in croce ed il solo uso della voce (bello anche il riferimento nel testo alle morti di David Bowie e Lou Reed, con la rievocazione di una cena tra l’ex Velvet Underground ed Eric Andersen); New York In Between è pura e limpida, una vera songwriter’s tune, con un motivo semplice e struggente ed il solito pianoforte discreto ma indispensabile.

Young Brooks Flow Forever è da pelle d’oca, e la voce quasi impastata di Taylor è protagonista in positivo, a pari merito con il piano di Grini, un musicista dalla chiara impostazione classica; Little Angel Wings è ancora dominata dal talkin’ intenso del nostro, ed un flauto combinato con la steel di Leisz dona un pizzico di colore, mentre Joan Joan Joan, ancora pianistica (e dedicata a sua moglie), è deliziosa. Siamo solo a metà disco, ma anche le altre sei canzoni sono sullo stesso (alto) livello, a partire dalla splendida (ed ancora causa di ripetuti brividi) Hey Lou, seguita dalla più cupa Senorita Falling Down, mentre la title track è una canzone tipica del nostro, magari già sentita ma dallo straordinario impatto emotivo (e qui la steel è decisamente l’arma in più). Il CD si chiude con altre tre gemme, tra le quali la più brillante è senz’altro la bellissima Save Your Blues And Your Money, nobilitata da un motivo di prim’ordine ed un accompagnamento scintillante anche se scarno. Chip Taylor si conferma con A Song I Can Live With uno dei migliori cantautori in circolazione, ed i suoi album con cadenza annuale ormai sono diventati una piacevole abitudine.

Marco Verdi

Un’Altra Grande Serata Per Una Grande Cantante! VV.AA. – The Life And Songs Of Emmylou Harris

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 VV.AA. – The Life And Songs Of Emmylou Harris – Rounder CD – CD/DVD

Se Loretta Lynn è giustamente considerata la regina del country classico (ed il fatto che sia ancora tra noi ed attiva è una piacevolissima combinazione), è altrettanto vero che Emmylou Harris può aspirare allo stesso titolo per quanto riguarda il country contemporaneo. Nel corso di una carriera ormai più che quarantennale, la cantante dai capelli d’argento (adesso, una volta erano nerissimi) non ha mai sbagliato un solo disco, sostenuta sempre da una voce formidabile, una classe immensa, un gusto raro per la scelta delle canzoni da interpretare (solo ultimamente si è messa a scrivere di suo pugno con una certa continuità) e dei musicisti e produttori con i quali lavorare. Con l’età ha poi ampliato lo spettro interpretativo, e, più o meno a partire dal magnifico Wrecking Ball (1995), è diventata una musicista a 360 gradi, non necessariamente solo country, anche se il country è comunque sempre la base di partenza. Era dunque d’uopo omaggiare la Harris in maniera consona, e questo The Life And Songs Of Emmylou Harris è la testimonianza di una splendida serata a lei dedicata, un concerto ricco di ospiti tenutosi il 10 Gennaio del 2015, più o meno a quarant’anni dal suo esordio su major Pieces Of The Sky, evento tenuto alla Dar Constitution Hall di Washington.

Un CD, 19 canzoni (qualcunaa in più nel DVD, ma la versione audio è più che sufficiente *NDB Non sono d’accordo, visto che il DVD ha ben otto brani in più, vedi sotto e tutti piuttosto interessanti, tra cui una versione bellissima di Pancho & Lefty, con Steve Earle, Lee Ann Womack e Herb Pedersen) che testimonia uno show decisamente bello ed emozionante, nel quale un parterre di ospiti eccezionale ha omaggiato Emmylou attraverso canzoni sue o comunque da lei cantate nel corso degli anni, con la partecipazione qua e là della stessa Harris (a mio parere forse un tantino troppo centellinata) ed una house band davvero da sogno: Buddy Miller ed Audrey Freed alle chitarre, Don Was (più attivo che mai ultimamente) al basso e direzione musicale, Sam Bush al mandolino e banjo, Sara Watkins al violino e voce, l’ottimo Matt Rollings al pianoforte, Fred Eltringham alla batteria e, dulcis in fundo, il formidabile steel guitarist Greg Leisz, uno dei grandi protagonisti della serata.Il concerto ha inizio con Buddy Miller che interpreta al meglio One Of These Days: voce perfettamente country, bel suono pieno e fluido per una bella canzone che apre la serata nel modo migliore; poi è subito tempo di superclassici con la signature song della Carter Family, Will The Circle Be Unbroken, riletta molto bene da Mavis Staples, voce tonante e grande forza interpretativa, in una versione più blues che gospel. Chris Hillman e Herb Pedersen si cimentano con Wheels (Flying Burrito Brothers), due grandi voci ed una grande canzone, il risultato non può che essere eccellente (anche perché la house band suona da Dio, con una nota di merito per la steel di Leisz).

Orphan Girl è una splendida ballata di Gillian Welch, e vede la brava Holly Williams (nipote di Hank) interpretarla insieme a Chris Coleman con la giusta dose di feeling, mentre Steve Earle rilegge da par suo Sin City, altro grande successo dei Burritos (non dimentichiamo che la figura di Gram Parsons è stata fondamentale per Emmylou ad inizio carriera), puro country e grande suono, con Steve che ritorna allo stile dei suoi esordi. Hickory Wind è forse la più bella canzone che Parsons portò in dote ai Byrds per il capolavoro Sweetheart Of The Rodeo, e vorrei che quella sera non l’avessero affidata a Lucinda Williams, anzi avrei proprio voluto che la bionda cantautrice se ne fosse rimasta a casa sua (*NDB De gustibus), anche se obiettivamente qui fa meno danni del solito; meno male che c’è Rodney Crowell a rimettere le cose a posto, anche se stranamente non sceglie un brano suo ma uno di George Jones, You’re Still On My Mind, ma la classe non è acqua e la canzone, uno scintillante honky-tonk, è tra i più riusciti della serata. Born To Run non è il classico di Springsteen, bensì un brano scritto per Emmylou da Paul Kennerley, e la brava Lee Ann Womack la fa sua con piglio da vera country-rocker, mentre la toccante ballad degli O’Kanes When We’re Gone, Long Gone vede finalmente salire sul palco la festeggiata (insieme a John Starling dei Seldom Scene), e la temperatura sale di conseguenza, e di parecchio. Emmylou rimane e viene raggiunta da Daniel Lanois, che interpreta con lei Blackhawk, una sua composizione tratta da Wrecking Ball (da lui prodotto), un brano intensissimo e con la chiara impronta del musicista canadese (e che voce la Harris, ma questo non lo scopriamo certo oggi).

All The Roadrunning è una splendida canzone dal sapore irlandese scritta da Mark Knoplfler per l’omonimo album in duo che l’ex Dire Straits aveva registrato con Emmylou: Mary Chapin Carpenter e Vince Gill sono bravissimi, ma io avrei preferito nettamente avere i due interpreti originali (e secondo me Knopfler andava assolutamente coinvolto). Il vulcanico Conor Oberst, con le backing vocals di Shawn Colvin e Patty Griffin, propone la bella The Pearl, tratta da Red Dirt Girl, una bella canzone, densa e vibrante, che dimostra che anche la Harris songwriter sa il fatto suo, mentre Martina McBride ci delizia con una fresca rilettura di When I Stop Dreaming dei Louvin Brothers, e la Griffin fa lo stesso con Prayer In Open D, altro pezzo scritto da Emmylou, ripresa in una versione acustica e purissima. Torna Vince Gill per due brani, il classico honky-tonk di Buck Owens Together Again, ancora con un grande Leisz, e, insieme a Sheryl Crow, una trascinante e roccata Two More Bottles Of Wine di Delbert McClinton, davvero splendida. Kris Kristofferson è un’altra leggenda vivente, e come apre bocca fa venire giù il teatro, e poi Loving Her Was Easier è una delle sue ballate più belle; la serata sta per chiudersi, il tempo del pezzo più noto di Crowell, Till I Gain Control Again, interpretato alla grandissima dalla splendida Alison Krauss, in una versione per piano, voce e poco altro, veramente toccante, e per il gran finale con Emmylou Harris e tutti gli ospiti insieme per la più famosa tra le canzoni da lei composte, quella Boulder To Birmingham che da sempre occupa un posto speciale nei suoi concerti.

Una bellissima serata ed un CD imperdibile, anche se personalmente avrei preferito una presenza maggiore da parte della padrona di casa, un po’ come ha fatto Joan Baez nel suo recente concerto per i 75 anni.

Marco Verdi

*NDB

[CD]
1. One Of These Days (Buddy Miller)
2. Will The Circle Be Unbroken (Mavis Staples)
3. Wheels (Chris Hillman & Herb Pedersen)
4. Orphan Girl (Holly Williams & Chris Coleman)
5. Sin City (Steve Earle)
6. Hickory Wind (Lucinda Williams)
7. You’re Still On My Mind (Rodney Crowell)
8. Born To Run (Lee Ann Womack)
9. When We’re Gone, Long Gone (John Starling & Emmylou Harris)
10. Blackhawk (Daniel Lanois & Emmylou Harris)
11. All The Roadrunning (Mary Chapin Carpenter & Vince Gill)
12. The Pearl (Conor Oberst, Shawn Colvin & Patty Griffin)
13. When I Stop Dreaming (Martina McBride)
14. Prayer In Open D (Patty Griffin)
15. Together Again (Vince Gill)
16. Two More Bottles of Wine (Sheryl Crow & Vince Gill)
17. Loving Her Was Easier (Kris Kristofferson)
18. Till I Gain Control Again (Alison Krauss)
19. Boulder To Birmingham (Emmylou Harris)

[DVD/Blu-ray]
1. One Of These Days (Buddy Miller)
2. Will The Circle Be Unbroken (Mavis Staples)
3. The Darkest Hour Is Just Before Dawn (Sara Watkins)
4. Red Dirt Girl (Shawn Colvin)
5. Michelangelo (The Milk Carton Kids)
6. Wheels (Chris Hillman & Herb Pedersen)
7. Orphan Girl (Holly Williams & Chris Coleman)
8. Sin City (Steve Earle)
9. Bluebird Wine (Trampled By Turtles)
10. Hickory Wind (Lucinda Williams)
11. You’re Still On My Mind (Rodney Crowell)
12. Born To Run (Lee Ann Womack)
13. When We’re Gone, Long Gone (John Starling & Emmylou Harris)
14. Blackhawk (Daniel Lanois & Emmylou Harris)
15. Wrecking Ball (Iron & Wine & Daniel Lanois)
16. Leaving Louisiana In The Broad Daylight (Shovels & Rope)
17. All The Roadrunning (Mary Chapin Carpenter & Vince Gill)
18. The Pearl (Conor Oberst, Shawn Colvin & Patty Griffin)
19. When I Stop Dreaming (Martina McBride)
20. Prayer In Open D (Patty Griffin)
21. Pancho And Lefty (Steve Earle, Lee Ann Womack & Herb Pendersen)
22. Together Again (Vince Gill)
23. Two More Bottles of Wine (Sheryl Crow & Vince Gill)
24. Loving Her Was Easier (Kris Kristofferson)
25. Till I Gain Control Again (Alison Krauss)
26. Cash On The Barrelhead (Alison Krauss)
27. Boulder To Birmingham (Emmylou Harris)

A Sorpresa Ecco Un Altro “Cantattore”, Molto Bravo Pure Questo! Kiefer Sutherland – Down In A Hole

kiefer sutherland down in a hole

Kiefer Sutherland – Down In A Hole – Warner Music Nashville/Ironworks Music

La lista degli attori che si rivelano anche ottimi (diciamo buoni) cantanti e spesso pure autori, si arricchisce di un nuovo personaggio. Dopo Jeff Bridges, Billy Bob Thornton, Kevin Costner, Bruce Willis, Jack Black, Russell Crowe, Kevin Bacon, Steve Martin (forse più un banjoista con i suoi Steep Canyon Rangers, vincitore anche di un Grammy), i due capostipiti che sono stati John Belushi Dan Aykroyd nei Blues Brothers, quelli più validi, ma ci sono anche altri che si cimentano in ambito musicale (Jared Leto, Keanu Reeves, Ryan Gosling, Johnny Depp e altri che non citiamo per bontà d’animo, oltre a diverse voci femminili). L’ultimo ad aggiungersi, devo dire a sorpresa, è Kiefer Sutherland, che in più è pure figlio d’arte, del grande Donald Sutherland: tra l’altro non sapevo che fossero entrambi canadesi, anche se Kiefer è nato nei pressi di Londra. Del babbo sappiamo tutto, e pure il figlio, sin dagli esordi con Stand By Me, Bad Boy, Promised Land, Lost Boys, fino ad arrivare al successo universale della serie televisiva 24, si è rivelato uno degli attori più bravi ed eclettici della cinematografia mondiale. Ora esordisce alla grande con questo Down In A Hole, registrato in quel di Nashville con l’aiuto di Jude Cole, discreto cantante e musicista, autore anche di diversi discreti dischi solisti dagli anni ’80 in avanti, poi trasformatosi in produttore (devo dire non con gente che mi fa impazzire, Lifehouse, Honeyhoney, Mozella, Beth Orton e anche Paola Turci, forse Rocco De Luca l’unico che non mi dispiace): ma questa volta, impegnato anche a vari strumenti, e autore con Sutherland di tutte le canzoni, con l’aiuto di una nutrita pattuglia di eccellenti musicisti locali, tra cui spiccano i più noti Greg Leisz, Phil Parlapiano e Patrick Leonard, ma anche gli altri non sono male, ha confezionato un bel disco di rockin’ country, o country venato di rock, come preferite.

Musicalmente quindi siamo dalle parti di Jeff Bridges, Billy Bob Thornton, Kevin Costner, con un sound solido, ricco di chitarre elettriche, e cantato con grinta ed energia, essendo Kiefer Sutherland in possesso di una eccellente voce, roca e vissuta, dal timbro leggermente baritonale (per intenderci sullo stile di Tom Waits Johnny Cash, che rimangono comunque di un’altra categoria), come testimoniamo i 50 anni da compiersi a dicembre, ed una serie di brani che lui stesso ha definito come una sorta di diario o giornale, canzoni che trattano soprattutto di sentimenti: separazioni, amori non corrisposti o finiti, bevute e bisbocce, rimpianti devastanti e speranze, impressioni raccolte in diversi anni e messe in musica. L’iniziale Can’t Stay Away sembra un heartland rocker degno del miglior Mellencamp, la voce si Sutherland potente e sicura, la chitarra slide, probabilmente Leisz, tagliente e vibrante, a caratterizzare il brano, che comunque spicca per l’eccellente atmosfera sonora d’insieme https://www.youtube.com/watch?v=KiT7F7dRGRU . Ottima anche la successiva Truth In Your Eyes, una bella mid-tempo ballad dove la steel guitar aggiunge una nota di fragilità e sentimenti feriti, tipica del country più genuino, il tutto con la solita bella melodia che rimane in mente e arrangiamenti curati alla perfezione da Jude Cole, con begli impasti chitarristici, tocchi mirati di piano e organo, armonie vocali usate con gusto e parsimonia https://www.youtube.com/watch?v=8So4bl6LWJs . Ma tutte le canzoni sono molto buone I’ll Do Anything, limpida e delicata, sta tra Springsteen John Prine, una canzone sui buoni sentimenti, mentre Not Enough Whiskey è la classica canzone sulle bevute per dimenticare, dove il whisky non basta mai, un’altra malinconica ballata con uso di pedal steel.

Going Home torna a virare su un solido rock, arricchito di elementi southern, dove le chitarre roccano e rollano di gusto, rispondendosi dai canali dello stereo: Calling Out Your Name, più intima e raccolta, con piano, organo e chitarre acustiche, a contendere il proscenio alle elettriche, mi ha ricordato certi pezzi di Bob Seger, e anche My Best Friend, introdotta da un bel arpeggio di chitarra acustica, è un’altra eccellente ballata, tra le migliori del disco grazie ad un coinvolgente crescendo, cantata con passione da Sutherland. Molto bella anche Shirley Jean, un valzerone di impianto country degno di Kris Kristofferson, con mandolino e steel di nuovo in bella evidenza, e un testo che racconta delle ultime ore di un detenuto nel braccio della morte https://www.youtube.com/watch?v=wQes5jLOcwA . All She Wrote introduce anche elementi blues e swampy soul, un pezzo tosto ma sempre percorso da belle melodie e arrangiamenti avvolgenti, interessante anche l’uso delle voci di supporto e del piano elettrico per aumentare il pathos del brano, che è sottoposto a continue scariche ritmiche https://www.youtube.com/watch?v=FGozPFSQoM8 . Down In A Hole, ha un titolo molto simile a quello di una canzone di Tom Waits (lì era preceduto da Way nel titolo), un altro gagliardo esempio della ottima penna di Sutherland e di Jude Cole, con fantastici interventi delle ingrifatissime chitarre elettriche che scaricano folate potentissime di puro rock,altra bellissima canzone. In conclusione Gonna Die, un brano che qualcuno ha paragonato al Johnny Cash degli ultimi anni, magari non per il tipo di di voce ma per l’atmosfera sonora, che è comunque più elettrica degli American Recordings, altro gran pezzo comunque.

Come in altri dischi di esordio Kiefer Sutherland ha scelto forse il meglio di 50 anni di esperienze di vita, ma il risultato è veramente di grande sostanza. Se sono tutti così bravi dateci altri “cantattori”. Finora una delle più belle sorprese di quest’anno.

Bruno Conti

Il Miglior Disco Del 2016? Forse E’ Presto, Ma… Lucinda Williams – The Ghosts Of Highway 20

lucinda williams the ghosts of highway 20

Lucinda Williams – The Ghosts Of Highway 20 – 2 CD Highway 20/Thirty Tigers

Ovviamente è presto per fare pronostici, ma Lucinda Williams ci aveva lasciato nell’ottobre del 2014 con quello che poi si era rivelato, probabilmente (come si sa, ognuno ha i suoi gusti), come uno dei migliori dischi dell’anno, Down Where The Spirit Meets The Bones, un formidabile doppio album che aveva confermato il suo status come una delle migliori cantautrici sulla faccia del pianeta http://discoclub.myblog.it/2014/09/30/il-buon-vino-invecchiando-migliora-sempre-piu-lucinda-williams-down-where-the-spirit/ , ed ora, a poco più di un anno, ne pubblica un altro, The Ghosts Of Highway 20, sempre doppio, ma con 14 canzoni rispetto alle 20 del precedenti, che è altrettanto bello, forse un filo meno immediato e quindi da assimilare magari più lentamente. Le canzoni dell’album ruotano attorno alla Highway 20, la cosiddetta Interstate 20, che dal South Carolina porta al Texas, attraverso gli Stati del Sud degli States Come al solito per Lucinda, storie di perdenti, amanti, paesaggi che gravitano intorno alla strada e si intrecciano con il suo percorso, personaggi veri ed inventati, passati e presenti, “fantasmi” che popolano l’immaginario dei suoi brani, sempre imbevuti da un’anima musicale profondamente rock: 86 minuti di musica divisi su due compact, dove i suoi compagni di avventura sono più o meno i soliti, Tom Overby, il marito della Williams, è sempre, con lei, il produttore del disco, e firma anche la title-track, Greg Leisz, con tutte le sue chitarre, soprattutto lap e pedal steel, di cui ormai è maestro incontrastato, questa volta è anche co-produttore, e divide con Bill Frisell il ruolo di solista.

Val McCallum, impegnato anche con Jackson Browne, appare solo in due brani, come chitarrista aggiunto, mentre la sezione ritmica è affidata ai soliti, e solidi, Butch Nortonalla batteria e David Sutton al basso, niente tastiere questa volta, visto che anche la Williams è impegnata a chitarre acustiche ed elettriche: solo nell’ultimo brano Faith And Grace, il più lungo, con i suoi quasi 13 minuti, appaiono come ospiti Carlton “Santa” Davis (il vecchio batterista di Peter Tosh) e il percussionista Ras Michael, all’hand drum. Partiamo proprio da questo pezzo, uno dei più ritmati, tinto, come era ovvio, vista la presenza di un batteria giamaicano, di ritmi reggae e caraibici, che chi mi legge saprà non prediligo particolarmente, se non presi in piccole dosi, ma in questo caso ci sta, visti in un’ottica jam che comunque mi piace: Greg Leisz in questo pezzo è più defilato, con la chitarra di Frisell che fa da contraltare alla voce di Lucinda nelle lunghe elucubrazioni di questa canzone, che conclude degnamente un album che adesso andiamo a vedere nella sua interezza.

Il paragone con il vino che invecchia l’ho già usato per il vecchio album, ma rimane valido anche per questo The Ghosts Of Highway 20, che si apre con un brano, Dust, ispirato da un poema di Miller Williams, il papà di Lucinda, scomparso circa un anno fa, il 1° gennaio del 2015, poeta, traduttore ed editore, che ha lasciato una profonda influenza sulla figlia: la canzone che prende lo spunto dalla polvere che ricopre le strade ha la classica andatura di molte delle canzoni della Williams, lenta e maestosa, si dipana sul lavoro delle chitarre di Leisz Frisell che poi nella parte centrale e finale del brano si lanciano nella classiche jam chitarristice che spesso contraddistinguono i suoi brani. E se il buongiorno si vede dal mattino anche la successiva House Of Earth, una ballata lenta, dolente e notturna, è una gran canzone, meno rock e tirata, ma sempre affascinante nel suo dipanarsi elettroacustico, ancora caratterizzato dal finissimo lavoro di cesello dei due chitarristi, il testo è di Woody Guthrie, con Lucinda Williams che ha aggiunto la musica. La forma della ballata, quella che forse Lucinda predilige viene ripresa anche nella successiva I Know All About It, qui messa in musica con un approccio quasi western, con tocchi jazz, dei due solisti, sempre soffuso e delicato il loro lavoro, in grado di dare forza alle liriche. Testi che sono importantissimi anche in Place In My Heart, brano dolcissimo che vive sull’interpretazione molto calda e malinconica della voce della Williams, accompagnata solo dalle due chitarre che sottolineano lo spirito delicato del brano, una sorta di valzer minimale. Eccellente anche Death Came (ma ci sono brani brutti?), che parte ancora solo con le due chitarre ma poi si anima leggermente con l’ingresso della sezione ritmica, sempre discreta e raffinata. Doors Of Heaven, più mossa e bluesy, ha anche uno spirito country e swampy nel suo Dna, grazie al lavoro intricato delle due chitarre, con Leisz alla slide, brano che fa da preludio alla lunga Louisiana Story, che ci porta nei territori natali della nostra amica, una ballata che riprende in parte i temi di Baton Rouge e li sviluppa, sempre in modo gentile e raffinato, attraverso un lento e meditato dipanarsi che si gusta con ripetuti ascolti, nei vecchi vinili questo segnerebbe la fine del primo album, ma vale anche in questo caso, per il doppio CD.

Si riparte con la title-track, The Ghosts Of Highway 20, uno dei due brani dove appare Val McCallum alla chitarra e qui il tessuto sonoro si fa decisamente più rock, con i solisti che si fronteggiano sui due canali dello stereo, fino alla immancabile coda strumentale, in una di quelle canzoni epiche che sono tipiche della musica di Lucinda Williams. Bitter Tears, di nuovo in solitaria con Frisell e Leisz, è un pezzo country fatto e finito, dal tempo veloce ed incalzante, una riflessione amara sui tempi passati. Poi c’è la sorpresa che non ti aspetti: una cover di Factory, proprio il pezzo di Bruce Springsteen, che però la nostra amica fa alla Williams, con il tempo rallentato ed avvolgente, solo la chitarra di Frisell a disegnare la melodia in modo acido e jazzato (ricordo un suo assolo memorabile in una versione di Going Going Gone di Dylan, cantata da Robin Holcomb per un tributo per i 40 anni della Elektra https://www.youtube.com/watch?v=ALM2SI0GZj8). Viceversa in Can’t Close The Door On Love è la melodia a fare da trave portante al tessuto sonoro della canzone, questa volta più ottimista e positiva, una ballata elettrica stupenda, una delle canzoni più belle del disco, da sentire e risentire.

lucinda williams photo shoot

Ci avviciniamo alla conclusione, rimangono If My Love Could Kill, brano giocato intorno all’elegante groove della batteria di Butch Norton, altra riflessione poetica sugli effetti dell’amore malato e senza futuro. di nuovo impreziosito dal lavoro dei due chitarristi, che poi lasciamo spazio a Val McCallum che torna per la solare e malinconica (sembra un contrasto insanabile, ma nelle canzoni della Williams non lo è) If There’s A Heaven, altro tassello della costruzione sonora di questo album che conferma, ribadisco, lo status di Lucinda Williams come una delle più grandi in assoluto nella musica che conta. Last but not least, come detto, troviamo i ritmi vagamente reggae-rock della lunghissima Faith And Grace che conclude in gloria un disco che si candida fin da ora tra i migliori del 2016! Esce venerdì 22 gennaio, in questi giorni è in tour in Europa, ma niente Italia.

Bruno Conti