Una Delle Due Gretchen Del Country Americano. Gretchen Wilson – Ready To Get Rowdy

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Gretchen Wilson – Ready To Get Rowdy – Redneck Records

Così a occhio, mi pare che al momento ci siano due Gretchen in azione nella scena musicale country di Nashville; una, la più longeva e nota (per quanto) è la Peters, forse anche la più vicina ai nostri gusti musicali, dallo stile più raffinato e da cantautrice, anche coinvolta con artisti come Tom Russell. Mary Gauthier, o nel progetto Orphan Brigade, mentre l’altra, Gretchen Wilson, di cui ci occupiamo, è più tirata, ruspante, già basta leggere il nome della etichetta per cui incide, Redneck Records, per capire che il genere è più vivace, con connotazioni country-rock e anche qualche elemento southern, poi anche il titolo che ci avvisa di tenerci pronti per un po’ di chiasso è sintomatico. Pure lei comunque, ad inizio carriera, aveva avuto un successo clamoroso, proprio con un brano Redneck Woman, giunto al numero uno delle classifiche, e non solo country, e l’album che lo conteneva aveva venduto un botto. Ma erano altri tempi, i dischi uscivano per la Epic e Columbia, poi ha avuto un problema legale perché per un suo brano era stata accusata di plagio dai Black Crowes (comunque meglio da loro che dai Backstreet Boys o simili) e la sua carriera è diventata “indipendente”,  la musica è rimasta grintosa , più o meno lontana dal country-pop che impera a Nashville, l’unica cosa non tosta del suo personaggio è il nome della cittadina in cui è nata, Pocahontas nell’Illinois (non sapevo neppure esistesse).

Questo Ready To Get Rowdy è già il suo nono album, come detto un disco di country(rock) vivace ed elettrico, e scorrendo il nome dei musicisti ce ne sono alcuni interessanti, da Larry Franklin a Jim Horn, poi Pat Buchanan e Greg Morrow, anche se uno, che vi dico tra un attimo, forse ce lo poteva risparmiare. Quindi questo nuovo album più che un ritorno allo stile redneck country, da sempre praticato, è semplicemente un ritorno, dopo una pausa di quattro anni per crescere la propria figlia adolescente, che nel frattempo parrebbe avere ormai circa 17 anni (e comunque nel 2013 la nostra amica aveva pubblicato ben tre album): diciamo che i nomi dei suoi co-autori non ti mandano un “friccico” di piacere su per la schiena, a partire da Desmond Child, il più noto, ma poi i risultati, senza essere eccitanti sono comunque più che dignitosi. A parte il brano appena citato, firmato con Child, che è un duetto con Kid Rock, ebbene sì, un brano di stampo soul, dall’arrangiamento un “filo” ruffiano, e non è che l’ex (?) rapper sia poi questo grande cantante per un pezzo soul, insomma non è il primo nome che mi verrebbe in mente per un duetto, ma forse condividono credo politico e passione per la musica sudista. Per il resto, l’iniziale Stacy è un bel boogie-rock molto riffato, anche con uso di una armonica guizzante e di una bella slide che risponde colpo su colpo, lei canta bene (forse non avevamo detto che ha decisamente una bella voce, calda e potente) e la musica scorre piacevole; vocalmente mi ricorda Ann Wilson delle Heart (non a caso dal vivo canta Barracuda), anche se in altri momenti è decisamente più country, un po’ tipo Wynonna Judd,  per esempio nell’ottima ballata Salt Mines, intensa ed avvolgente, con uso di pedal steel, e comunque con le chitarre sempre molto presenti nel sound del disco.

Non male anche Summertime Town, forse con qualche retrogusto pop anni ‘80, di quello buono e nei limiti del gusto, e comunque con tocchi di armonica, tastiere e chitarre, e una buona melodia che non guasta mai; Rowdy, come da titolo, alza l’asticella, i riff si fanno più incalzanti, il southern rock non è duro e puro, qualche deriva tamarra è dietro l’angolo, anche se i chitarristi continuano a “suonarsele”, diciamo che siamo più dalle parti dei 38 Special o dei Point Blank, o delle Heart, che di Allman Brothers e Marshall Tucker, ma c’è in giro molto di peggio. Whiskey And My Bible addirittura non sfigurerebbe in qualche album prodotto da Dave Cobb, e cantato magari dalla moglie di Stapleton, quasi, perché poi arriva il pezzo con Kid Rock, e anche la successiva Letting Go Of Hanging On qualche velleità deleteria da classifica la coltiva, e non bastano il mandolino e la pedal steel per redimerla. Insomma alti e bassi, I Ain’t That Desperate è decisamente più redneck country, con ritmo, grinta e chitarre twangy, e anche la ballatona avvolgente Hard Earned Money la sua porca figura la fa, con Mary Kay & Maybelline che tenta anche la strada del brano elettroacustico, intimo, intenso e raccolto, un pezzo tipo le vecchie Dixie Chicks, a tutta pedal steel. E  niente male pure una vivacissima A Little Loretta, dedicata proprio alla grande Loretta Lynn, un bel pezzo di puro country classico della più bell’acqua, ribadito nella conclusiva Big Wood Deck, dove il violino di Larry Franklin guida le danze e l’atmosfera ondeggia tra honky tonk e bluegrass, per un ottimo finale di disco.

Bruno Conti

Un Po’ Di Sano Classic Rock Al Femminile! Heart – Live At The Royal Albert Hall

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Heart – Live At The Royal Albert Hall (With The Royal Philarmonic Orchestra) – Eagle Rock CD – DVD – BluRay

Chi mi conosce sa che, tra i vari generi musicali, non disdegno il rock anni settanta di matrice classica, e fra i vari gruppi e solisti che formano questo tipo di panorama ho sempre avuto un occhio di riguardo per le sorelle Ann e Nancy Wilson (per Nancy, anche due occhi…), meglio conosciute come Heart. Nel corso della loro carriera, le due musiciste di Seattle hanno conosciuto il successo a fasi abbastanza alterne: il primo periodo (la seconda metà dei seventies), caratterizzato da una discreta popolarità e da sonorità decisamente influenzate dai Led Zeppelin, un inizio di anni ottanta piuttosto difficile, subito seguito da una incredibile metamorfosi dal 1985, sia nel look che nel sound, che ha fatto conoscere loro il successo planetario consacrandole vere e proprie star del panorama AOR, per poi ripiombare nuovamente nel corso degli anni novanta quasi nell’oblio generale. Verso la fine della prima decade del nuovo millennio le due Wilson hanno ricominciato ad incidere con una certa regolarità ed a buoni livelli, prima con Red Velvet Car (2010), molto legato a sonorità più roots del solito, seguito dal più duro Fanatic e, quest’anno, dal discreto Beautiful Broken, più vicino al loro classico suono.

Negli ultimi anni non sono mancati neppure gli album dal vivo, dall’ottimo Fanatic Live del 2014, al natalizio Home For The Holidays di un anno fa, fino a questo Live At The Royal Albert Hall, appena uscito sia in formato audio che video (ma con i tre classici supporti pubblicati separatamente), che senza dubbio è il più riuscito dei tre, in quanto prende in esame in egual misura tutte le fasi della carriera delle due sisters, ma anche perché è registrato insieme all’Orchestra Filarmonica di Londra (che non è mai sovrastante, ma sottolinea con molta misura i brani del disco) in uno dei templi mondiali della musica dal vivo, tra l’altro mai frequentato prima d’ora da Ann e Nancy. E la serata è di quelle giuste, con le due “ragazze” in ottima forma, sia la bionda Nancy, che non è mai stata una axewoman ma se la cava benissimo con la ritmica e soprattutto con l’acustica, sia soprattutto la mora Ann, che passano gli anni ma non passa mai la bellezza della sua voce, potente il giusto nei pezzi più rock e seducente e profonda nelle ballate; la band di supporto è formata da quattro elementi (Craig Bartok alla solista, Christopher Joyner alle tastiere, Daniel Rothchild al basso e Benjamin Smith alla batteria), mentre l’orchestra è arrangiata e condotta nientemeno che da Paul Buckmaster, una vera e propria leggenda per quanto riguarda gli archi trapiantati nel rock (avendo in passato collaborato soprattutto con Elton John, ma anche con David Bowie, Rolling Stones, Leonard Cohen, Grateful Dead, Dwight Yoakam, Harry Nilsson, Stevie Nicks e persino Miles Davis).

La serata, che si apre con la potente Magic Man, decisamente zeppeliniana (provate a fare il giochino immaginario di sostituire la voce di Ann con quella di Robert Plant) e con un buon break nel ritornello, dà chiaramente spazio all’ultimo lavoro del duo, Beautiful Broken, con cinque canzoni, tra le quali spiccano la maestosa Heaven (nella quale esordisce l’orchestra), anche questa con abbondanti tracce del Dirigibile, come peraltro anche la complessa I Jump, con i suoi palesi riferimenti a Kashmir, mentre Two è una delicata ballata pianistica, cantata benissimo da Nancy, che non avrà la potenza della sorellona ma se la cava egregiamente. Non mancano naturalmente le megahits degli anni ottanta, e se These Days non mi ha mai convinto più di tanto (troppo pop ed annacquata), What About Love, pur essendo decisamente ruffiana e costruita per le classifiche, ha un’ottima melodia (copiata pari pari qualche anno dopo dal duo pop-rock-AOR svedese dei Roxette per la loro Listen To Your Heart, mentre Alone è semplicemente straoordinaria, una delle migliori ballate degli eighties: da anni le Heart la ripropongono in una versione più lenta e spogliata dal big sound dell’originale, valorizzando ancor di più il motivo splendido e la voce strepitosa di Ann, ed anche questa sera i brividi non si contano.

Non mancano neppure i successi della prima ora, come la scintillante Dreamboat Annie, title track del loro primo album del 1975 (e con l’orchestra che commenta con grande gusto in sottofondo), la grandiosa Crazy On You, forse la loro migliore rock song di sempre, e l’incalzante e trascinante Barracuda, posta nei bis giusto prima del finale di Kick It Out (un rock’n’roll tosto e vibrante). E non dimenticherei l’omaggio proprio agli Zeppelin, con una magistrale No Quarter, che mantiene intatta l’atmosfera minacciosa ed inquietante dell’originale, una rilettura lunga e potente che anche i tre membri superstiti della storica band inglese apprezzeranno (in passato sia Plant che Page hanno avuto parole più che lusinghiere per le due sorelle Wilson). Come ho scritto nel titolo, un po’ di sano rock al femminile ogni tanto ci vuole, e le Heart sono sempre tra le migliori interpreti in tal senso.

Marco Verdi

 

La Grinta Non Manca Mai! Kelly Richey – Shakedown Soul

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Kelly Richey – Shakedown Soul – Sweet Lucy Records 

Dopo il poderoso e quasi “esagerato” Live At The Blue Wisp del 2014 http://discoclub.myblog.it/2014/06/09/tipa-tosta-piu-rock-che-blues-kelly-richey-band-live-at-the-blue-wisp/ , torna Kelly Richey, chitarrista e cantante di grana grossa, ma dalla notevole grinta: catalogata sotto blues, al limite blues-rock, la nostra amica in effetti forse appartiene più alla categoria rock, 70’s rock aggiungerei, armata della sua fida Fender Strato la Richey calca i palcoscenici americani ed europei da oltre 30 anni, ha una discografia di sedici titoli dove gli album dal vivo abbondano, e credo che fin da bambina sia cresciuta a pane e Led Zeppelin, Rory Gallagher, AC/DC, Jimi Hendrix, inserite il vostro rocker preferito e ci sta comunque. In ogni disco ci sono musicisti diversi che la accompagnano, evidentemente non reggono i suoi ritmi: questa volta abbiamo Rick Manning al basso e Tobe Donohoe alla batteria, quindi consueta formula power-trio che a tratti sfocia nell’hard-rock, ma la Kelly ha forse qualcosa in più, in ogni caso di diverso, da altre colleghe chitarriste in gonnella, soprattutto giovani europee ultimamente, meno 12 battute e più riff rocciosi, anche se la tecnica non manca e la voce è più della scuola Pat Benatar, Ann Wilson delle Heart, Michelle Malone. Forse tra i nomi a cui si ispira la Richey non ho citato Stevie Ray Vaughan, che è quello più amato, ma lei cita anche Free e Bad Company.

Da un paio di dischi ha preso l’abitudine di inserire anche elementi scratch e di leggera elettronica, affidati al batterista Donohe nel caso di Shakedown Soul, ma, anche se ne potremmo fare a meno, siamo nei limiti dell’accettabile. L’iniziale Fading, a tutto riff come al solito, sembra un pezzo anni ’80 delle citate Heart o di Pat Benatar, poi parte la chitarra e siamo in pieno “rawk” and roll. D’altronde il secondo brano (sono tutti suoi) si chiama You Wanna Rock  e dopo i leggeri effetti “moderni” dell’intro entriamo subito in territori Zeppelin e Free, e tra uno scatch e l’altro si fa  largo la chitarra vigorosa della (ex) ragazza. Diciamo che ci troviamo in una zona “hard rocking women”, un settore non frequentatissimo, che ha comunque i suoi estimatori; Lies, sul suo sito, viene presentata come una canzone influenzata dall’album omonimo di Sheryl Crow, uno legge, ma poi è libero di dissentire, questo per me è rock, duro e cattivo, fine. The Artist In Me, sempre con quei leggeri effetti sonori, a tratti fastidiosi, viene presentata come un brano ispirato dal sound di Lanois nell’album Wrecking Ball di Emmylou Harris?!?

Ma cosa si è bevuto o fumato l’estensore di queste note? Mah! Pezzo rock, indubbiamente più lento e di atmosfera, voce sussurrata, ma sempre duretto rimane. Love torna alla scuola Led Zeppelin, AC/DC, riff, viuulenza e tanto rock and roll, con la chitarra libera di graffiare, breve ma intenso, mentre in Afraid To Die i tempi si dilatano per uno slow-hard-blues, quasi dark e sabbathiano nel suo dipanarsi. Only Going Up viene sempre da Led Zeppelin II o giù di lì (in questo disco poco SRV), voce filtrata, ritmica in libertà e un accenno di wah-wah nel finale. Just Like The River, ha qualcosa di Patti Smith o del Boss, un sano pezzo rock di quelli gagliardi, con piacevoli interventi chitarristici e un ritornello quasi orecchiabile, anche se vocoder e synth rompono un po’ le palle. Effetto “elettronica” che si accentua in I Want To Run, anche se il riff’n’roll alla lunga la vince, con la chitarra che si fa largo con un bel solo vecchia scuola hard https://www.youtube.com/watch?v=x1rnUrnAuGE . Chiude il tutto, dopo neanche 40 minuti, la ripresa acustica di Fading, che diventa una sorta di ballata blues, solo voce e chitarra, dove si apprezza di più la voce di Kim Richey https://www.youtube.com/watch?v=v_p43w5zTQ4 . Come detto, la grinta non manca, una botta di sana “tamarritudine” (ma non glielo traduciamo) ogni tanto ci sta, forse meno “ricerca sonora” e più sostanza, ma in fondo va promossa.

Bruno Conti