12/05/2013
Piovono Chitarristi, Il Ritorno 2! Simon McBride - Crossing The Line
*NDB. Visto che il tempo atmosferico, purtroppo, lo consente, continuiamo a farli piovere!
Simon McBride – Crossing The Line – Nugene Records
C’è tutta una NWOBBG (New Wave Of British Blues Guitarists) e anche dall’Irlanda del Nord (per il soggetto in questione): Danny Bryant, Aysnley Lister, Oli Brown, Matt Schofield, Joanne Shaw Taylor, Bex Marshall, Chantel McGregor, Virgil (McMahon) And The Accelerators, i due Ian, Parker & Siegal e ora (ma già da un po’ di tempo, come per la maggior parte di quelli citati) Simon McBride. Quest’ultimo, nativo di Belfast, e quindi tecnicamente britannico, è un ex metallaro pentito e redento: pensate che nel lontano 1994, a 15 anni, vinceva il premio come Young Guitarist Of The Year della rivista Guitarist e pochi mesi dopo veniva assoldato dalla band metal Sweet Savage, per sostituire l’ex Def Leppard Vivian Campbell, come chitarra solista e rimaneva poi con loro fino al 1998, il tempo di registrare anche un paio di albums. Nel 1998 appunto incontra Andrew Strong, il protagonista dei Commitments e torna a suonare soul, R&B, blues che erano stati i primi amori della sua gioventù musicale, quelli che lo avevano convinto a darsi alla musica non solo come professione. Dopo parecchi anni di “palestra” come accompagnatore, decide di dedicarsi ad una carriera solista e per l’etichetta specializzata Nugene (anche la casa di Matt Schofield e Ian Siegal) inizia la sua nuova vita come “bluesman”, anche se sempre con una forte propensione per il rock, come testimoniano le due cover di Free e Hendrix, presenti nel suo disco di esordio Rich Man Falling.
Dopo di quello ha pubblicato un altro album di studio, uno dal vivo, Nine Lives, e ora questo Crossing The Line (già uscito da qualche mese). Se vogliamo creare uno slogan potremmo dire “Giovani Clapton (o Rory Gallagher?) crescono: ma a 34 anni si è ancora giovani? Nella musica, e nel blues in particolare, forse sì. E quindi in questo, peraltro buono, album convivono le varie anime di McBride, un rock-blues torrido temperato da uno spirito soul, un certo “modernismo” sonoro allenato dal passato metallaro, una ulteriore componente radiofonica, se questo tipo di musica passa anche in radio, in Italia sicuramente no, ma in altri paesi sì, e penso a gente come Jonny Lang, John Mayer, Kenny Wayne Sheperd che vendono “paccate” di dischi avendo sempre tenuto ben presente una anima commerciale, che non sempre li fa amare totalmente dalla critica, ma alimenta questa loro ambizione a diventare (se mai vorrà ritirarsi) il futuro Clapton, in concorrenza magari con Bonamassa, che per il momento è decisamente il più eclettico del gruppone (con note di merito anche per Schofield, Lister e Siegal)!
Tornando a questo McBride, il primo brano, Lead us away, parte con una svisata che sembra provenire proprio da quel passato hard (in musica naturalmente) e poi si sviluppa con un groove che può ricordare sia il Bonamassa rock che i vecchi Free o meglio i loro “figliocci” Bad Company, Go Down Gamblin’ è una cover di un vecchio brano di David Clayton-Thomas, tratto da Blood, Sweat & Tears 4, per un gruppo che dopo la cover della coppia Hart/Bonamassa sembra tornato di moda, il sound è sempre hard anziché no, un po’ di maniera ma onesto. No Room To Breathe è una ballatona vagamente alla Gary Moore che si salva in virtù del buon lavoro alla solista di McBride. Anche Don’t Be A Fool nonostante un organo di supporto, suonato sempre da Simon, coretti vari e ritmi più funky, al di là della solita chitarra non rimarrà negli annali del rock. A livello di lenti, molto meglio Starve This Fever che nel lavoro della solista ha un qualcosa di Beck, inteso come Jeff, per la sua intensità. Alcatraz, con una piccola sezione fiati, si avvale della lezione soul imparata con Strong, buona interpretazione vocale ma è sempre un soul “bianco” annacquato, né troppo nero, né troppo rock, si può fare di meglio.
One More Try può ricordare il suono dei citati Jonny Lang o John Mayer, commerciale ma con giudizio, A Rock and A Storm è un brano acustico che ci permette di apprezzare la destrezza tecnica di McBride, sicuramente un chitarrista molto dotato. Heartbreaker non è quella dei Free e neppure degli Zeppelin, ma pesca da quel bacino con qualche “impressione hendrixiana”! Home To Me è una cover scritta dal conterraneo irlandese Gareth Dunlop, un giovane moderno soul man in pectore e anche la Down to the wire (revisited) già presente nel CD precedente è un lento di buon impatto. Come per gli album passati, già al vaglio di chi scrive, piace ma senza entusiasmare!
Bruno Conti
13:40 Scritto da bruno_conti (Webmaster) in Carbonari, Non tutti sanno che... | Link permanente | Commenti (0) | Segnala
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05/05/2013
Anche Lui Se Ne E' Andato, Silenziosamente! Richie Havens 1941-2013
Richie Havens se ne è andato, silenziosamente come aveva vissuto (a parte per la musica), stroncato da un infarto, il 22 aprile scorso, a Jersey City, nel New Jersey. Aveva compiuto da qualche mese 72 anni, ma già da alcuni anni, a seguito delle complicazioni per un intevento al fegato, non stava più molto bene, e lo scorso anno aveva deciso di ritirarsi dalle scene e, soprattutto, dai concerti dal vivo.
Havens non è mai stato servito molto bene dall'industria discografica e proprio la sua "ultima uscita discografica", avvenuta nel 2012, è stata una sorta di beffa. Alan Douglas (sì, proprio lui quello delle prime ristampe truffaldine di Hendrix), era il proprietario anche dei masters dei primi dischi di Richie: Richie Havens' Record e Electric Havens, due album registrati prima del cosiddetto debutto ufficiale con Mixed Bag del 1967 e poi pubblicati nel '68 e '69 con l'aggiunta di una base di strumentazione elettrica alle registrazioni ufficiali che avevano come di consueto, la voce e la chitarra acustica del nostro, con le mani che mulinano sulle corde con una grinta ed una intensità uniche, più qualche percussione, al limite una seconda chitarra e un basso, un po' il set up di Woodstock, di cui Havens fu un protagonista indiscusso con una travolgente Freedom (che era lo spiritual tradizionale Motherless Children rivisto dallo stesso Havens in modo personalissimo) .
Lo scorso anno, su Douglas Records, è uscito quel My Own Way che vedete effigiato qui sopra, una sorta di composito dei due album appena citati, mai usciti in CD in versione ufficiale. Molti li considerano bellissimi, altri li amano meno, quello che è certo è che Havens aveva un rapporto di odio ed amore con quelle registrazioni, amore per le composizioni e alcuni brani lasciati nel formato originale, odio per altri con l'aggiunta di una valanga di strumenti, tra cui una armonica particolarmente intrusiva in alcune canzoni. Comunque averne di dischi così: non saranno come dovevano o avrebbero potuto essere, ma la musica e la voce di Havens risuonano forti e chiare, come sempre nella prima parte della sua carriera.
Una voce straordinaria, espressiva come poche, quella di un cantante che era soprattutto un grande interprete, più che un autore: Bob Dylan e i Beatles (giustamente) erano i soggetti preferiti delle sue incredibili interpretazioni, ma anche Leonard Cohen, Gordon Lightfoot, Ray Charles, Donovan, i Bee Gees e mille altri hanno goduto della sua bellissima voce e della sua chitarra inarrestabile. Oltre al citato Mixed Bag anche dischi come Something Else Again, Richard P. Havens 1983, Stonehenge, Alarm Clock e Mixed Bag II non dovrebbero mancare in ogni discoteca che si rispetti, anche se un po' tutta la sua discografia, tra alti e bassi, è di notevole spessore.
Un ricordo personale che risale alla sua venuta in Italia, al Palalido di Milano, nel maggio del 1979 se la memoria non mi inganna, era uno dei primi concerti dopo gli "anni di piombo" che avevano fermato l'attività live in Italia, ai tempi rischiavi il linciaggio o quantomeno un processo sul palco come De Gregori, non era il 1970 o il 1974 come altri (che non cito, ma cercando su Google trovate), forse confusi dalla "nebbia fumogena", hanno scritto di lui "ricordandolo", in rete o sui giornali e proprio nell'occasione, uno di questi "hippy sopravvissuti" alla sua epoca, diciamo un personaggio pittoresco, per tutta la durata del concerto, all'inizio di ogni canzone, anche fastidiosamente per i suoi vicini, continuava a gridare "Freedom, freedom...!", salvo poi addormentarsi clamorosamente e quindi risvegliarsi, quasi alla fine della canzone, pronto a lanciare di nuovo il suo grido di battaglia, Freedom...!!!
Per l'ultimo disco "vero" della sua carriera, Nobody Left To Crown, uscito nel 2008, era tornato alla sua etichetta delle origini, la Verve Forecast e ancora una volta, nella sua classica miscela di brani originali e cover di classe, le più note Lives In the Balance di Jackson Browne, The Great Mandala di Peter, Paul & Mary e Won't Get Fooled Again degli Who, la vecchia magia era rimasta intatta, musica semplice e lineare ma cantata con una intensità straordinaria!
So che questi "ricordi" o "tributi" sarebbero più graditi con gli artisti ancora in vita (e quando posso lo faccio, anche se il tempo e la voglia hanno la loro importanza) ma comunque è importante parlare di personaggi che hanno segnato in modo indelibile la musica "rock" degli ultimi 50 anni, più di molti fenomeni da baraccone che infestano la scena attuale, direi meglio "carbonari" che leccaculo! Sia chi scrive, che chi canta e pure chi ascolta.
So Rest In Peace, Richie!
Bruno Conti
12:10 Scritto da bruno_conti (Webmaster) in Carbonari, Non tutti sanno che... | Link permanente | Commenti (0) | Segnala
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19/04/2013
Piovono Chitarristi 3. Anteprima Popa Chubby - Universal Breakdown Blues
Popa Chubby – Universal Breakdown Blues – Mascot/Provogue 23-04-2013
Continua il ritorno di Popa Chubby! O meglio, non è che Ted Horowitz se ne fosse mai andato, ma i suoi ultimi dischi non erano sempre il massimo, fino al precedente Back To New York City che già mostrava la voglia del buon Popa di tornare al suo credo: Blues, ancora blues (rock), un po’ di Jimi e tanta chitarra. Il passaggio ad una nuova casa discografica indubbiamente ha giovato, ma questo Universal Breakdown Blues lo ribadisce e ci presenta un musicista decisamente provato dai problemi familiari che lo hanno interessato di recente, ma che proprio attraverso la musica esorcizza i suoi dispiaceri e li sublima in una serie di brani che lo riavvicinano agli standard qualitativi di inizio carriera, ai tempi di Booty And The Beast per intenderci. Suonato e cantato con grande partecipazione, questo nuovo album si avvale di una serie di brani che, senza cedimenti, ci riportano al chitarrista che abbiamo conosciuto ed amato ai primi tempi (e che comunque ha sempre saputo tenere fede alla sua fama, sia pure con qualche cedimento anche evidente qui e là).
Un brano emblematico di questo ritorno alla miglior forma è la cover di Somewhere Over The Rainbow, una versione che se la batte con quella di Jeff Beck come migliore ripresa strumentale del classico del Mago di Oz, vibrante e giocata su un lavoro di fino di toni e volumi dimostra la tecnica raffinata allo strumento di questo signore, che mette sul piatto anche una grinta e una carica poderose in questa esibizione registrata, presumo, dal vivo (non so dove e quando, perché non ho le note del CD, ma ad un certo punto si sentono degli applausi di puro entusiasmo, nel finale del pezzo). E non è che la versione di Beck scherzasse come intensità. Ma già dall’apertura con una I Don’t Want Nobody, bluesatissima in puro stile SRV, si capisce che questa volta non si fanno prigionieri o si concedono tregue, la voce e la chitarra sono quelle delle grandi occasioni (musicali), la ritmica è vivace e pimpante, l’organo Hammond sullo sfondo è perfetto nelle sue coloriture, grande partenza. I Ain’t Giving Up è una dichiarazione di intenti di fronte alle difficoltà della vita di tutti i giorni, una ballata tra soul e blues con la solista di Horowitz che inchioda un breve assolo tra i più sentiti della sua carriera, fluido e lirico, come poche altre volte, mentre la parte cantata, con delle belle armonie vocali in puro stile soul, è tra le più convincenti. Universal Breakdown Blues è un rock-blues hendrixiano, con pedale wah-wah a manetta, sentito mille volte ma quando è ben suonato ti prende sempre e qui Popa Chubby è nel suo elemento, come pure nella cover di Rock Me Baby, altro tour de force costruito sulla versione del mancino di Seattle, con qualche deviazione verso i territori cari allo Stevie Ray texano, altro praticante della setta degli adoratori dell’Hendrix più blues.
A proposito di blues, slow blues per favore, ce n’è uno straordinario, come The Peoples Blues, in questo nuovo album, otto minuti e un torrente di note che ti colpisce in piena faccia come un treno lanciato verso la sua meta,ma che non dimentica la lezione di BB King, tante note ma non troppe. Anche in brani più rilassati come 69 Dollars, la musica e la chitarra scorrono fluide come raramente si ascolta nel genere, grande controllo e gran classe. I Need A Lil’ Mojo è un piacevole funky-rock vagamente New Orleans style, mentre Danger Man è un altro breve episodio ad alta concentrazione wah-wah, a dimostrazione che anche i brani “meno riusciti” sono comunque di buona qualità e la chitarra è in ogni caso all’altezza delle aspettative. Take Me Back To Amsterdam (Reefer Smokin’ Man) con slide d’ordinanza in evidenza è un altro omaggio alle radici blues della nostra “personcina”, che ha anche rinunciato alla parte di Shrek in un musical di Broadway per dedicarsi alla musica che ama di più. Al limite la può infarcire con qualche ulteriore influenza, riff tra Stones, R&R e ZZ Top, come in The Finger Bangin’ Boogie o nuovamente “selvaggio” come nella tirata conclusione di Mindbender. Per chi ama il genere una boccata di aria fresca, quel tipo di disco dove i vari elementi, già sentiti e risentiti, si incastrano alla perfezione e alla fine ti ritrovi con quella espressione un po’ da pirla di quando ascolti qualcosa che non pensavi potesse piacerti ancora una volta, però, non è male…
Bruno Conti
11:23 Scritto da bruno_conti (Webmaster) | Link permanente | Commenti (0) | Segnala
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14/04/2013
Piovono Chitarristi 1. Danny Bryant - Hurricane
Esce tra il 19 aprile e il 6 maggio a seconda dei paesi, e dopo il Post dedicato a Ronnie Earl è il secondo di una serie che leggerete nei prossimi giorni dedicata ai chitarristi, pare che molti di quelli validi ed interessanti stiano pubblicando tutti dischi in questo periodo.
Danny Bryant – Hurricane – Jazzhaus Records
In questo ultimo periodo, curiosamente, sono usciti molti dischi nuovi dei principali chitarristi in circolazione, ha iniziato Clapton (che ovviamente non è solo considerato come chitarrista) e, a raffica, si sono susseguite le nuove prove di Ronnie Earl, Tinsley Ellis, Duke Robillard con Monster Mike Welch, ora Popa Chubby e a fine maggio un nuovo Bonamassa con Beth Hart, per non parlare del postumo di Jimi Hendrix. Aggiungiamo alla lista anche il CD di Danny Bryant, il secondo per la nuova etichetta, la tedesca Jazzhaus, dopo il CD/DVD Live in Holland dello scorso anno, ma il primo senza la solita ragione sociale Danny Bryant Redeye’s Band, anche se poi nel disco, come di consueto, suonano il batterista Trevor Barr e il babbo di Danny, Ken, al basso, per la serie tutto in famiglia, in Painkiller,addirittura al mandolino troviamo anche Kirby Bryant di cui non conosco l’esatto livello di parentela.
Ad un primo ascolto mi era piaciuta di più la seconda parte dell’album, quella con i brani lenti, le ballate non solo blues, ma devo ammettere che ai successivi ascolti la grinta e la potenza del trio (aumentata dal produttore Richard Hammerton, che siede anche alle tastiere e di cui non approvo totalmente le scelte, dateci Kevin Shirley) ti acchiappa: un brano come Prisoner Of the Blues, posto in apertura, ha il tiro e la forza del Clapton epoca Cream, o giù di lì, e la chitarra di Danny Bryant inanella una serie di assolo che sfociano nel gran finale con wah-wah, poderoso ma sempre nell’ambito del miglior rock-blues, uno che suona come Dio comanda, senza troppe derive hard ma risvegliando l’air guitarist di fronte allo specchio che è in voi. Greenwood 31 aggiunge un’armonica suonata dallo stesso Danny e il suono si fa più cadenzato ma sempre con quel suono grasso e corposo (che corrisponde anche all’aspetto fisico) che esce dalla sua Fret-King, se servono altre chitarre se le sovraincide lui e il suono si fa più avvolgente. Un piano introduce la lenta ballata, peraltro sempre molto ricca di chitarre, Cant’t Hold On, scritta, come tutto il materiale, dallo stesso Bryant, in questo album niente cover di Dylan, Hiatt o di Jimi Hendrix (l’ho visto dal vivo nell’Experience Tour dedicato proprio a Jimi e vi posso assicurare che questo signore è un grande manico).
Hurricane, la title-track, non è brutta, ma è uno di quei brani un po’ troppo radio-friendly, voce da radio AOR americana, tastiere a iosa e un ritmo troppo meccanico, mentre Devil’s Got A Hold On Me ha un riff che sta a metà tra Spirit In The Sky e On The Road Again, non originalissimo, ma fa muovere il piedino e le chitarre viaggiano a tempo di boogie che è un piacere. La seconda parte ci introduce alle ballate in crescendo, che sono un suo marchio di fabbrica, non slow blues tipici, più ballate atmosferiche alla Gary Moore nei suoi giorni migliori, I’m Broken e la più ritmata All Or Nothing (però quelle tastiere!) ne sono buoni esempi, anche se la voce non fantastica di Bryant si perde un po’ nel sound “leccato” di studio. Più coinvolgente e trascinante la lirica Losing You che ti permette di gustare a fondo il suono ficcante della solista di Danny Bryant che nel solo finale è veramente notevole. Conclude, come usava fare il buon Rory Gallagher, un bel brano acustico, come la già citata Painkiller, anche se il synth di Hammerton rompe un po’ le balle. Un buon disco, ma per dargli quel mezzo punto in più, meno tastiere e più grinta la prossima volta, anche se gli appassionati di chitarre troveranno pane per i loro denti, come, per esempio, nella seconda parte del brano finale, quando il nostro amico Danny innesta nuovamente le marce elettriche e con un wah-wah devastante procede a dimostrare perché è considerato uno dei migliori chitarristi in circolazione.
Bruno Conti
20:44 Scritto da bruno_conti (Webmaster) in Anticipazioni, Carbonari, Non tutti sanno che... | Link permanente | Commenti (0) | Segnala
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28/02/2013
Reload: Altri Inediti Di Jeff Healey. House On Fire Demos And Rarities & As The Years Go Passing By Live In Germany 89-95-00 3CD+2DVD
Oggi ci sono stati dei problemi tecnici con il Blog, per cui mi limito a ripubblicare, riveduto e corretto con la lista aggiornata dei brani del cofanetto quintuplo, la recensione dell'album di inediiti di studio di Jeff Healey, in uscita proprio in questi giorni, per cui chi non l'aveva letta in prima battuta, può trovarla di nuovo nei giorni effettivi di uscita.
Jeff Healey Band – House on Fire – Eagle Rock/Edel 26-02-2013
Quando nel marzo del 2008, in modo repentino, ma non inatteso (visti i problemi di salute che avevano da sempre caratterizzato la sua esistenza), Jeff Healey ci ha lasciato, per colpa di un cancro che lo tormentava da circa un anno, il musicista canadese stava comunque programmando un tour europeo che avrebbe dovuto fare promozione a Mess Of Blues, il disco che segnava il suo ritorno al rock-blues dopo una decina di anni passati a suonare il jazz, che era la sua altra grande passione e in cui si esibiva anche come trombettista. Quel disco, registrato in parte in studio e in parte dal vivo, venne pubblicato più o meno in contemporanea alla sua scomparsa e, con il patrocinio della sua famiglia, ha segnato l’apertura di una serie di pubblicazioni di materiale, soprattutto dal vivo, Songs From The Road, Last Call, Legacy Volume 1, Last At Grossman’s 1994, culminata con lo strepitoso box quadruplo Full Circle:The Live Anthology un-adeguato-testamento-sonoro-jeff-healey-band-full-circl... (e un altro addirittura quintuplo è pubbkcato dalla Inakustik, in uscita più o meno contemporanea a questo album di cui vi sto parlando, As The Years Go Passing By – Live In Germany1989-1995-2000, 3 CD+2DVD, che si annuncia succulento oltre che di eccellente qualità audio e video).
Disc 1 & DVD 1: Ohne Filter Extra (May 10, 1989)
Jeff Healey – Guitar/Vocals
Joe Rockman – Bass/Vocals
Tom Stephen – Drums
1. I'm Torn Down
2. My Little Girl
3. Confidence Man
4. I Need To Be Loved
5. When The Night Comes Falling From The Sky
6. River Of No Return
7. Angel Eyes
8. Roadhouse Blues
9. See The Light
Disc 2 & DVD 2: Extraspät in Concert (April 2, 1995)
Jeff Healey – Guitar/Vocals
Pat Rush – Guitar
Joe Rockman – Bass/Vocals
Tom Stephen – Drums
1. Got A Line On You
2. Stop Breaking Down
3. As The Years Go Passing By
4. Confidence Man
5. Stuck In The Middle
6. Angel
7. Yer Blues
8. Me And My Crazy Self
9. Angel Eyes
10. Roadhouse Blues
11. See The Light
12. While My Guitar Gently Weeps
Disc 3 & DVD 1: Ohne Filter Extra (October 31, 2000)
Jeff Healey – Guitar/Vocals
Philip Sayce – Guitar
Joe Rockman – Bass/Vocals
Tom Stephen – Drums
1. My Little Girl
2. Which One
3. Love Is The Answer
4. How Blue Can You Get
5. Confidence Man
6. Put The Shoe On The Other Foot
7. Feel Better
8. Angel Eyes
9. Roadhouse Blues
Invece House On Fire è ancora più sorprendente, in quanto si tratta di materiale inedito di studio registrato dalla Jeff Healey Band nel 1992, durante le sessions per l’album Feel This (otto brani), due brani vengono dal 1994, per il disco Cover To Cover e una è stata registrata nell’ottobre del 1998, Tutto l’insieme mi sembra un giusto tributo, nel 5° anniversario dalla morte, ad un grande musicista e straordinario chitarrista, dalla tecnica unica, con la chitarra suonata appoggiata sul grembo a mo’ di lap steel, ma che poi si sublimava dal vivo soprattutto nel momento dell’assolo, quando Jeff trasfigurato dall’ispirazione si alzava brevemente in piedi per lasciare uscire dalla sua chitarra torrenti di note che lasciavano esterrefatti per la potenza e la carica, ma anche per la pulizia e la chiarezza del suono. Influenzato tanto dal blues e dal jazz, quanto da Hendrix, dai Beatles e dai grandi cantautori, la musica di Healey nei dischi in studio, forse non ha raggiunto i vertici dei suoi concerti dal vivo, ma ci ha lasciato dischi come l’esordio See The Light, Hell To Pay, Feel This e Cover To Cover che sono dischi più che rispettabili di ottimo rock chitarristico.
Il sottotitolo di questo disco è Demos And Rarities, ma si tratta di materiale registrato ottimamente, anche se il suono è quello di una sorta di live in studio, senza rifiniture successive, rende alla perfezione il cuore della musica di Jeff Healey, con la chitarra e la voce in primo piano, già dall’iniziale House On Fire, un brano rock classico e diretto, passando per la Claptoniana Who’s Been Sleeping In My Bed, dove il suono dell’organo si aggiunge al classico formato chitarra-basso-batteria. You Go Your Way, I’ll Go Mine, quasi simile nel titolo, non è il classico di Dylan, ma un sapido slow-blues intenso, alla Healey, con la chitarra che corre fluida e sicura, anche con un parco uso del wah-wah, come sempre nella discografia del musicista canadese. Anche All The Way non è ovviamente il classico di Sinatra, ma un altro poderoso e tirato rock-blues, mentre We’ve Got Tonight è proprio quella di Bob Seger, una delle due cover del disco, che subisce un trattamento alla While My Guitar Gently Weeps, parte come una ballata acustica, come nell’originale, con piano e organo in evidenza e poi nel classico crescendo del brano si tramuta in quella stupenda canzone che tutti conosciamo, con in più l’atout di un assolo lirico e lancinante da parte di Jeff Healey, molto bella, strano che non sia stata pubblicata ai tempi, cantata anche benissimo, tra l’altro, il che non guasta!
Bish Bang Boof è uno strumentale swingato in trio, che documenta la sua passione per il jazz e la sua grande tecnica allo strumento. Too Late Now è un’altra ballatona delle sue, vagamente country, struggente e melodica il giusto, Face Up, sempre con quel suono scarno da demo, è decisamente un episodio minore, poco rifinito. Diverso il discorso per l’altra cover: Adam Raised A Cain è uno dei rocker più intemerati della discografia di Springsteen, chitarristico fino al midollo e quindi perfetto per la sensibilità di Healey, che può dare fondo alle risorse della sua solista con una serie di interventi pungenti, anche con il suo classico e micidiale wah-wah. Daze Of The Night, il brano più recente, quello inciso nel 1998, è un rock duro e tosto, con un giro di basso quasi alla Deep Purple e la chitarra in overdrive. Conclude Joined At The Heart, una sorta di flamenco rock con la chitarra di Healey raddoppiata nei due canali dello stereo e un ritornello quasi radiofonico. Nudo e crudo nel suono, ma corposo nelle intenzioni, una gradita sorpresa.
Bruno Conti
19:00 Scritto da bruno_conti (Webmaster) in Anticipazioni, Non tutti sanno che... | Link permanente | Commenti (0) | Segnala
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21/02/2013
"Esagerati" Ma Bravi! Un Mini Supergruppo. Pinnick Gales Pridgen
Pinnick Gales Pridgen – Pinnick Gales Pridgen – Magna Carta
Cosa succede se mettiamo insieme dUg (scritto così, sono strani i musicisti!) Pinnick, ex(?) bassista e cantante dei King’s X, gruppo di progressive metal (così è descritto nel sito della Magna Carta, mi adeguo), Eric Gales, chitarrista proveniente da una famiglia di hendrixiani, che recentemente ha pubblicato un ottimo CD+DVD Live, recensito da chi scrive (tra-mancini-ci-si-intende-eric-gales-live.html), per la Blues Bureau/Shrapnel di Mike Varney (che produce anche questo disco) e Thomas Pridgen, ex (lui sì) batterista dei Mars Volta? Il tutto pubblicato da una etichetta specializzata in rock progressivo. Ovviamente un disco di power-blues-rock-prog-metal-trio. Se non amate le “esagerazioni” potete leggere altro, qui siamo nell’ambito delle sessions che sfociano in supergruppo (sui generis, perché nessuno è famosissimo) alla Chickenfoot o alla Black Country Communion, visto che coinvolgono anche degli ex metallari, per quanto di alto livello tecnico, più o meno pentiti e trascinati nel giro del power trio hard da uno che a merenda mangia Nutella e Jimi Hendrix, non necessariamente nell’ordine.
Una delle altre particolarità è che si tratta di un terzetto dove convivono due neri e uno diciamo “abbronzato” (come direbbe qualcuno di nostra conoscenza), una formazione a cavallo tra Band Of Gypsys e Living Colour e dove nel repertorio, oltre ai loro brani, troviamo Sunshine Of Your Love dei Cream e un brano, For Jasmine, adattato da un tema di Beethoven (sostituite Jasmine con un altro nome femminile e il trucco è svelato). Chitarra, basso e chitarra quasi sempre in overdrive, su una base di blues, diciamo molto energico, prendete ad esempio il tour de force del disco, la lunga, oltre dieci minuti, Been So High (The Only Place To Go Is Down) e sarete sommersi da un torrente di note, che parte con improvvise e ripetute scale alla Page, mentre Pinnick pompa sul suo basso manco fosse Jack Bruce reincarnato e Pridgen, strano caso di batterista ambidestro, pesta di gusto sul suo kit, inutile dire che quando il trio trova un giusto groove lento e minaccioso, ci si trova immersi nel classico hard-rock-blues dei gruppi storici degli anni ’70, i nomi, oltre a quelli fatti, li potete inserire a piacere voi, tenete conto che questi tre a livello tecnico non hanno nulla di invidiare ai loro predecessori, detto con una parola sola: “suonano”!
Eric Gales, come ricordato altre volte, deve avere il pedale del wah-wah inserito direttamente nel tacco della scarpa, ma se il genere piace, è comunque un bel sentire: addirittura nella funky The Greatest Love, scritta da Varney con Gales, il produttore riesce a sovra incidere tre diverse soliste tutte suonate da Eric, anche se il risultato non mi entusiasma, ricorda un Lenny Kravitz iper vitaminizzato. A questo punto se chitarra ha da essere, meglio l’orgia wah-wah di Lascivious anche se, chissà perché, Sunshine Of Your Love, anche in questo stile super heavy ha qualcosa in più degli altri brani. Hang On Big Brother ha qualche deriva psych-prog unita al solito stile decisamente picchiato mentre Black Jeans, ha dei tocchi tra dark e doom, tipo quel gruppo di Birmingham, ce l’ho sulla punta della lingua, Black…black, qualcosa e pure Frightening viene da quelle parti. Se amate il genere, bravi sono bravi, forse anche troppo, alla lunga mi “stancano”.
Bruno Conti
10:57 Scritto da bruno_conti (Webmaster) in Carbonari, Non tutti sanno che... | Link permanente | Commenti (0) | Segnala
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20/02/2013
Nuovi Incroci Di Famiglie Blues. Allison Burnside - Express
Allison Burnside – Express – Jazzhaus Records
Per la serie “Figli di…”, nelle varie combinazioni possibili, l’accoppiata nera tra Bernard Allison e Cedric Burnside ci mancava, ma ora arriva questa Express a colmare la lacuna. Bernard, neanche a dirlo, è il figlio del grande Luther, e con l’ultimo Live At the Jazzhaus, recensito dal sottoscritto, aveva dato segnali di risveglio, dopo un paio di dischi non memorabili di-padre-in-figlio-sempre-blues-ma-bernard-allison-live-a..., Cedric, batteria, chitarra e voce, è il figlio del figlio (ovvero il nipote, ma serviva per il giochino dell’introduzione) di R.L. Burnside, e oltre al proprio Cedric Burnside Project, ha collaborato con Lightnin’ Malcolm, con i vari fratelli Dickinson, con lo zio Garry e con componenti della famiglia Kimbrough, un casino di intrecci, e nel 2012 ha vinto anche il premio come miglior batterista Blues ai premi che si tengono in quel di Memphis, Tennessee, ma nel disco ha voluto suonare anche la chitarra. Nelle note del CD, oltre a Dio e parenti vari, i due ringraziano Trenton Ayers, chitarra, Erick Ballard, batteria e Vic Jackson, basso, che hanno condiviso con loro le sessions di registrazione che si sono tenute lo scorso anno in quel di Minneapolis.
Accanto ad una serie di brani originali firmati dalla coppia, spicca un terzetto di cover di sicura presa: Nutbush City Limits, il classico di Ike & Tina Turner, viene riletto come un grintoso blues-rock, molto chitarristico (come gran parte del disco, peraltro), con le due voci che si alternano e si miscelano con successo, Hidden Charms, un brano di Willie Dixon di fine anni ’50, nel repertorio di Howlin’ Wolf, ma che fu anche il titolo del suo ultimo grande album, vincitore di un Grammy nel 1989 e che seguiva di poco le sue vittorie legali con i Led Zeppelin per le accuse di plagio ai suoi brani, ma questa è un’altra storia. Tornando a Hidden Charms, il brano, viene qui rivisitato in uno scoppiettante stile cajun rock, con tanto di fisarmonica, completamente differente dal sound del resto dell’album ma non per questo meno valido e molto trascinante e divertente. L’ultima cover è quella di Going Down, il celebre brano di Don Nix, che, per i misteri del Blues, anche gli Stones, che l’hanno eseguita nei recenti concerti a Newark e Londra con Jeff Beck e John Mayer & Gary Clark Jr., hanno presentato come un brano di Freddie King, che per l’amor di Dio l’ha incisa, ma lasciando, per l’ennesima volta, nel dimenticatoio Nix, che l’ha scritta, creando quel riff inconfondibile, che se dovessi scegliere, quasi tutti ricordano nella versione tiratissima di Beck, per la precisione. Bella la versione, in ogni caso, di Allison e Burnside, con doppia chitarra solista e tanta grinta.
Il resto è del sano blues elettrico, non particolarmente innovativo, ma neppure troppo routinario, in una fascia qualitativa medio alta, per bluesofili incalliti, ma che amano anche delle contaminazioni con il rock, senza per questo scadere in caciare esagerate. Dalla classica Backtrack, che si avvicina più allo stile di Allison senior, Chicago blues ad alta densità chitarristica quindi, che allo stile juke-joint sudista della famiglia Burnside. Il riff reiterato, ipnotico, con inserti di chitarra acustica di Do You Know What I Think, è più vicino all’altra scuola mentre Why Did I Do It, con un suono ispirato da Stones, ZZ Top e altri praticanti di uno stile più vicino al rock ma farcito di blues, soddisferà i palati di chi ama North Mississippi Allstars e Black Crowes, ma anche l'Hendrix dei Band of Gyspsys, sempre con quella bella alternanza delle due voci soliste che caratterizza tutto l’album. Anche Southshore Drive ha la giusta grinta rockistica, mentre Fire It Up, è molto più funky e con degli accenti vagamente rappati non particolarmente memorabili. Di Mississippi Blues basterebbe il titolo per capire che è una pausa acustica nel mood prevalentemente tirato di questo Express. Stanky Issues è un breve strumentale che ci permette di apprezzare la tecnica solista dei protagonisti di questo CD mentre That Thang è uno dei quei brani superfunky, francamente inutili, che ogni tanto scappano all’Allison junior, Bernard.
Bruno Conti
10:31 Scritto da bruno_conti (Webmaster) in Carbonari, Non tutti sanno che... | Link permanente | Commenti (0) | Segnala
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17/02/2013
Più Un Grosso Petardo Che Una "Bomba", Ma Il Botto Lo Fa! Dave Fields - Detonation
Dave Fields – Detonation –Field Of Roses Records
Premessa. Secondo il sottoscritto non bisognerebbe mai assegnare due stellette in una recensione di un disco, equivale al vecchio 4 a scuola, piuttosto non lo recensisci, e vi assicuro che dischi in giro che meritano due stellette ma anche una ce ne sono a bizzeffe, meglio ignorarli. Ma se si decide di parlare di questi dischi il dilemma si pone. Questo Detonation è uno di quei dischi, secondo il parere del sottoscritto, che meriterebbe due stellette ma…Dave Fields è un signor chitarrista, di quelli della categoria “esagerati”, tecnica notevole, suono vigoroso e facilità nell’assolo disarmante, ma il genere, diciamo un rock-blues-hard-power trio, non lo aiuta, se poi aggiungiamo che il produttore è un tipo come David Z, uno che non ho mai amato anche se ha vinto 2 Grammy con dischi di Etta James, che ha la tendenza a caricare il suono con riverberi, filtri vocali, molte tastiere e tutte le diavolerie che ti regala la tecnologia, molto professionale ma anche “invadente”.
Quindi fate finta che la terza stelletta sia tutta da assegnare al lavoro della solista di Fields, tra Hendrix e Stevie Ray Vaughan per il tipo di sonorità, ma con una tendenza fastidiosa a caricare eccessivamente queste influenze sacrosante e spostarle verso lidi non dissimili a quelli di un Lenny Kravitz (altro patito di Jimi) o addirittura certo AOR americano, ballate hard power rock melodiche come Same Old Me o il reggae-rock plastificato di Bad Hair Day che mi sembra “E la luna bussò” con il wah-wah (magari, senza volere, gli sto facendo un complimento!), tutte comunque redente da poderosi soli che risollevano le sorti del brano. La riffatissima The Altar potrebbe rientrare nella categoria dei brani più commerciali di Johnny Lang (e infatti David Z gliene ha prodotti un paio) o Kenny Wayne Shepherd quando si allontanano dai sentieri del blues-rock per un hard rock più di maniera, in confronto i bistrattati, da alcuni, Black Country Communion di Bonamassa fanno del rock progressivo.
Ci sono anche note positive: il bel rock-blues cadenzato di Better Be Good al crocevia tra Bonamassa, Vaughan e Robben Ford, l’iniziale tirata Addicted To Your Fire, un incrocio tra le sparate di SRV e le trame hendrixiane del Jimi più commerciale con improvvise orge di wah-wah e passate di organo anni ’70, ma anche il blues lento e selvaggio di Doin’ Hard Time, in accoppiata con Joe Louis Walker con chitarre e voci che si incrociano, non è male. Anche Prophet in Disguise ha una atmosfera vagamente psichedelica e soluzioni strumentali interessanti e Pocket Full Of Blues è un altro rock-blues lento con chitarra e organo in evidenza, ma non mi piace quella voce filtrata che copre le magagne della voce di Dave Fields che strilla troppo. Dr.Ron è di nuovo Lenny Kravitz che fa Hendrix e Lydia invece è Fields che fa sempre Hendrix (meglio), con molto lavoro su toni e volumi in questo strumentale che permette di apprezzare nuovamente il suo virtuosismo indubbio e meritare quella stelletta in più. La hard ballad You Will Remember Me conclude senza particolare gloria questo disco che “detona” solo saltuariamente, ma potrebbe incontrare il favore dei patiti del genere!
Bruno Conti
09:39 Scritto da bruno_conti (Webmaster) in Carbonari, Non tutti sanno che... | Link permanente | Commenti (0) | Segnala
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11/12/2012
Non Solo "Uno Dei Tanti"! Terry Quiett Band - A Night At The Orpheum
Terry Quiett Band – A Night At The Orpheum – Lucky Bag Records
Secondo voi un chitarrista e cantante (blues) che è noto come “The Kansas Tornado” dove avrà registrato questo album dal vivo? In che parte sperduta delle lande americane si trova l’Orpheum Theatre? Ma è elementare Watson! Siamo a Wichita, Kansas, in pieno Midwest degli Stati Uniti e Terry Quiett (doppia t, please!), con Jim Gaines al seguito in cabina di regia (già produttore del precedente disco di studio Just My Luck), fiore all’occhiello del “nuovo” sound più rifinito della band, che non perde però il suo stile ruspante, acquisito in una lunga gavetta ed in una decina di album pubblicati in precedenza a livello autogestito. Naturalmente l’ambientazione live è quella ideale per questo blues molto carico anche di rock e boogie, in una collocazione sonora che in America, peraltro, ha decine se non centinaia di praticanti, più o meno validi.
Non voglio scomodare paragoni con illustri chitarristi come fanno i “miei colleghi recensori” sulle pagine del suo sito, chi cita Clapton, chi Larry Carlton, chi l’immancabile Jimi Hendrix, qualche tocco boogie à la ZZ Top, tutti collegamenti che ci stanno ma forse sono un tantino esagerati. Intanto se amate il genere “rock-Blues chitarristico” qui c’è pane per i vostri denti. Il lungocrinito Quiett è un bel manico, ha una voce espressiva, un tantino nasale e di gola ogni tanto, ma della scuola Marriott e dintorni, scrive del buon materiale e sa scegliere alcune cover forse risapute (meno una), ma di sicuro effetto. I suoi pard, Aaron Underwood al basso e Rodney Baker alla batteria, sono solidi veterani in grado di fornire un supporto vibrante e tirato senza scadere nel caciarone o nell’hard di maniera e il risultato finale di questo CD dal vivo sicuramente soddisferà gli aficionados del genere, nulla di nuovo ma un ulteriore “amico” da aggiungere alla lista di quelli che vale la pena di ascoltare, se amate il genere.
Il suono è nitido e ben definito, grazie al lavoro di Gaines, e già dall’iniziale Getting Through Me l’atmosfera è bella calda, con Quiett che strapazza subito le corde della sua chitarra con assoli lancinanti e tirati, vagamente alla Bugs Henderson, altro vecchio maestro del power trio o alla Bonamassa per restare in anni più recenti (ma senza averne la classe). La slide è protagonista in Judgment Day con un suono country-blues che poi rivela delle folate elettriche. Big Man Boogie al giro boogie del titolo sovrappone anche una bella andatura da shuffle classico, mentre Wheelhouse ha ritmi più funky alla Band Of Gypsys, anche per il suono “secco e marcato” di basso e batteria, con Quiett che continua ad inanellare una serie di soli ricchi di tecnica e feeling. Caroline è la classica power blues ballad che ricorda il sound degli Humble Pie dello Steve Marriott citato prima o di certo rock-blues americano dei primi anni ’70. Long Saturday Night è uno dei must del repertorio del trio, il classico slow blues ad alta intensità dove Quiett si dimostra anche padrone di toni e sfumature sottili nel suo incedere da solista e poi di nuovo alla slide per il classico “unisono” voce e chitarra di un blues in solitaria come The Horizon.
La prima cover è quella più inconsueta, una versione di Cover Me (un invito fin dal titolo) di Springsteen che diventa un torrido funky blues alla SRV con un bel solo di complemento, abbastanza difficile da riconoscere obiettivamente se uno non segue il testo. Onesta ma nulla più Gimme Some, più dinamica e tirata Weak Minded Man dove il buon Terry si destreggia sia con la slide che con il wah-wah per un finale hendrixiano che è propedeutico alla seconda cover della serata, proprio una corposa versione di Hear My Train A Comin’ di Mastro Jimi, ancora occasione per mostrare la sua destrezza con la chitarra solista. Just My Friends ha qualche retrogusto da ballata soul ma più che Marvin Gaye ricorda Mick Hucknall, niente di male. Short Dress con un bel funky groove di basso e batteria è l’occasione ancora per qualche esercizio di lascivo uso di slide. E la conclusione è affidata ad un altro classico, questa volta dal repertorio di Eric Clapton, con una poderosa rilettura in crescendo chitarristico di Forever Man che sicuramente incontrerà l’approvazione di Mister Manolenta e chiude in gloria questo Live!
Bruno Conti
17:02 Scritto da bruno_conti (Webmaster) in Carbonari, Non tutti sanno che... | Link permanente | Commenti (0) | Segnala
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18/11/2012
Blues "Nostrano", Grinta E Qualità! Nerves And Muscles - New Mind Revolution
Nerves And Muscles – New Mind Revolution – Holdout’n Bad
Mi capita molto spesso, quasi giornalmente, di ascoltare e recensire CD che provengono da un’area cosiddetta Blues, nel 95% dei casi si tratta di materiale di provenienza americana o inglese (con qualche deviazione in giro per il mondo), ma anche in Italia c’è una forte presenza di musicisti che amano le 12 battute o “la musica del diavolo”, questo nuovo super gruppo, i Nerves And Muscles, ne è un esempio. Per chiarire subito, fin dall’inizio, rimanendo nel campo della statistica, New Mind Revolution è meglio almeno dell’80% della produzione d’oltremanica e oltreoceano, testi e musica sono eccellenti, la produzione e i conseguenti suoni sono brillanti e ben definiti, gli arrangiamenti sono vari e sempre ricchi di belle sorprese, le voci dei protagonisti sono al di sopra della media! Ma è solo Blues? Un tempo, alla fine anni ’60, nel mitico British Blues si trovavano i Bluesbreakers di Mayall, o i Fletwood Mac, i Savoy Brown, ma anche gruppi come Free, Led Zeppelin, Jeff Beck Group, che certo blues non si potevano definire, ma avevano anche le 12 battute nel loro DNA, e pure negli States c’erano la Butterfield Blues Band o i Canned Heat ma Bloomfield, Kooper & Stills potevano tranquillamente incidere la loro Supersession e i musicisti bianchi collaboravano con i grandi “neri” come Muddy Waters e Howlin’ Wof in sessioni infuocate o si appropriavano, spesso in modo truffaldino, del repertorio degli stessi, spacciandolo per loro. Quindi, nei dischi di quegli anni, confluivano nella musica, elementi rock, gospel, soul, della roots music che non aveva ancora un nome ma già esisteva.
Paolo Cagnoni e i suoi soci in questa avventura Nerves And Muscles, Tiziano Galli, Max Prandi e Angelo “Leadbelly” Rossi, si impadroniscono di questo spirito per realizzare New Mind Revolution, che oltre ad essere un signor disco, lo ribadisco, pesca a piene mani nella tradizione per realizzare un prodotto fresco e brillante, frizzante nei suoni, con le chitarre che si rincorrono nei canali dello stereo, l’armonica che impazza ovunque, ad esempio il vocione di Tiziano Galli che si accoda ai grandi del genere, ingentilito dalla voce di Milena Piazzoli, per raccontare la storia delle cinque ragazze coinvolte nel crollo di un vecchio e fatiscente edificio nell’ottobre del 2011, in una canzone come 3.95 Euro Blues che denuncia e “soffre” come nel grande Blues. Quando in Black Line Angelo “Leadbelly” Rossi prende la guida del gruppo, il suono vira verso un blues più vicino alle radici, con l’acustica in primo piano e sempre con la voce femminile di supporto.
La musica poi, nel patronimico della band, Nerves And Muscles diventa una jam session virtuale con Muddy Waters, con l’armonica di Marcus Tondo (altro protagonista del disco) a dettare i tempi e duettare con le chitarre incattivite di Rossi e Galli, mentre Max Prandi oltre a dettare i ritmi con la sua batteria scandita, si occupa con classe e grinta del reparto vocale. Silver Dust Is Fallin’ Down con un groove metronomico della sezione ritmica di Prandi e Joy Allucinante (un nome, un programma), al basso, consente ai due chitarristi di costruire giri armonici più vicini al rock classico, mentre Angelo inchioda una notevole performance vocale, che sfocia in una breve coda strumentale, più di tocco che di cattiveria. Ask The Dust (John Fante’s Boogie)” parte gentile ed acustica, su uno sfondo di percussioni, poi viaggia a tempo di boogie, con voci e armonica che si intrecciano con il classico train sonoro della batteria, prima dell’ottimo solo conclusivo della chitarra di Galli, in linea con i grandi del genere. Frankie and Isabel è una filastrocca gospel, se esiste questo tipo di forma vocale, semplice e gentile, un omaggio a due bimbi.
Torna il blues-rock, duro e puro, “bad” come si conviene in New Mind Revolution, sempre con armonica e chitarra, questa volta slide, a supportare la voce di Max Prandi, che in qualità i batterista, qui e altrove, ben evidenzia il fattore ritmico della musica. Sometimes è una sorta di “intermezzo” elettro-acustico, mentre White Flowers On Your Dress con il ritmo sospeso e ossessivo, è una sorta di omaggio al John lee Hooker meets Jimi psichedelico (se è mai esistito qualcosa di simile), con la chitarra di Paolo Cagnoni che fa una delle sue rare apparizioni per duettare con gli altri solisti. Smashed To the Ground con la sua bella slide che viaggia spedita potrebbe stare in qualche disco degli Allman o del Clapton più arrapato mentre scambia fendenti con la solista e con quelle di Rossi e di Prandi, all’occasione anche alla chitarra. Searching My Salvation è uno strano gospel soul visionario non dissimile da certe cose del Mayall californiano più intrippato e meno rigoroso. Take me Away è di nuovo l’occasione per Angelo Rossi per riportare l’asse del gruppo verso lidi più tradizionali, subito “smentiti” nello slow atmosferico quasi westcoastiano di Over My Poor Bones, che poi si stempera a tempo di jam con la chitarra di Galli protagonista, a conferma della varietà di temi di questo album, che si conclude con il blues “arcano” ed acustico di Too Late To Shed Tears, di nuovo con Angelo “Leadbelly” Rossi alla voce. Una bella sorpresa, inutile dire che è consigliato a chi ama la buona musica, senza preclusioni di genere.
Bruno Conti
11:03 Scritto da bruno_conti (Webmaster) in Carbonari, Non tutti sanno che... | Link permanente | Commenti (5) | Segnala
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