02/04/2013
Un Atto "Dovuto"...Ma Ben Fatto! Stephen Stills - Carry On
Stephen Stills – Carry On – Rhino 4CD Box
Finalmente lo spazio compreso tra la “C” del box Voyage di David Crosby e la “N” di quello di Graham Nash (Reflections) viene riempito dalla “S” di questo nuovissimo Carry On, cofanetto retrospettivo dedicato a Stephen Stills, e come i precedenti curato (bene) da Nash. Carry On (titolo non troppo fantasioso, era già stato usato per un’antologia del 1991 di Crosby, Stills & Nash, un estratto dall’imperdibile box CSN) si distingue dai volumi dedicati a David e Graham, che erano tripli, per il fatto che presenta ben quattro CD, operazione comunque comprensibile e giustificata dal fatto che Stills ha sempre avuto una carriera molto più ricca dal punto di vista discografico rispetto ai suoi due colleghi, anche se parecchio diradata negli ultimi vent’anni.
(*NDB Nella speranza che prima o poi pubblichino ufficialmente questo concerto!)
Musicista eclettico, Stills ha sempre potuto contare su un grande talento, sia come songwriter, sia come cantante (un timbro caldo, rauco e pastoso il suo, anche se piuttosto rovinato ultimamente), sia soprattutto come polistrumentista: eccellente chitarrista, in possesso di una tecnica di gran lunga superiore al suo amico e collega Neil Young e capace di influenzare persino uno come Jimi Hendrix, è anche un ottimo pianista e bassista, oltre a non disdegnare ogni tanto di misurarsi alla batteria. Il box copre in maniera adeguata e completa la sua carriera in tutte le sue sfaccettature ed in tutte le band in cui ha militato (unica, ma grave, mancanza: la celeberrima Super Session con Al Kooper e Mike Bloomfield), mettendo in evidenza il suo stile variegato, con una base rock-blues, ma con grandi dosi di folk, un po’ di country ed una passione mai celata per la musica latina. Come già per i due box di Crosby e Nash, anche Carry On si presenta in una elegante ma pratica confezione, con un ricco libretto pieno di foto inedite e preciso nelle note dedicate ad ogni brano.
Dal punto di vista musicale il box offre 82 canzoni che coprono 50 anni di carriera, delle quali 27 inedite (in realtà sono 18, in quanto vengono spacciati come inediti anche brani già noti ma con un diverso remix, in compenso ci sono diverse rarità), un omaggio dovuto ad uno dei grandi della nostra musica, forse un po’ troppo spesso sottovalutato.
Il primo CD si apre con l’inedita Travelin’, una discreta folk song incisa nel 1962 in Costa Rica (dove Stephen ha vissuto per alcuni anni), un brano mai più usato in seguito che ha in sé i germogli del talento di Stills; segue la rara High Flyin’ Bird, un folk-gospel ad opera degli Au Go-Go Singers, band adolescenziale di Stephen con Richie Furay, brano nel quale si notano già le doti vocali del nostro. Il resto del dischetto è incentrato sul periodo Buffalo Springfield, purtroppo senza inediti (tranne un remix di Everydays) e sugli inizi di CSN (&Y), con una versione in solitaria di 49 Reasons, che sarebbe poi diventata 49 Bye-Byes, un paio di demo di brani finiti poi su altri dischi, e soprattutto una deliziosa versione in studio di The Lee Shore, con Stephen che si occupa di tutti gli strumenti tranne la batteria, lasciata a Dallas Taylor.
Il secondo CD è il mio preferito: inizia con la splendida Love The One You’re With, uno dei migliori brani di sempre del nostro, e prosegue con il meglio dei suoi primi anni da solista, tra cui la bellissima Go Back Home, potente rock song che non ricordavo così intensa, con un Eric Clapton strepitoso, quasi più che nei suoi dischi solisti, il grande blues Jet Set, la fluida Change Partners, brano di punta dell’album Stephen Stills 2, e la fantastica Colorado, un capolavoro dal feeling country, uno dei migliori episodi dal primo disco dei Manassas, un album già di per sé imperdibile.
Ma il CD è interessante anche dal punto di vista degli inediti: su tutte, una splendida jam chitarristica dal titolo No-Name Jam tra Stills e Jimi Hendrix (il mancino è presente in Old Times Good Times con un assolo strepitoso), un duetto di grande impatto che purtroppo dura meno di tre minuti (sarebbe ora di fare chiarezza una volta per tutte sulle sessions tra Steve e Jimi), ma segnalerei anche una bella versione inedita di A Treasure, pianistica, dal suono pieno, una inedita riproposizione live con Crosby, Nash e Young di Find The Cost Of Freedom ed una totalmente sconosciuta Little Miss Bright Eyes, che non si capisce come possa essere rimasta nei cassetti fino ad oggi.
Il terzo dischetto prosegue con la seconda parte degli anni settanta e l’inizio degli ottanta (ma un ottimo album come Illegal Stills è stato del tutto ignorato), e qui la chicca è una versione del 1976 di Black Coral ad opera di CSN&Y (il brano è poi finito sul disco Long May You Run, con le parti di Crosby e Nash cancellate), mentre tra le rarità c’è una versione live di Cuba Al Fin, tratta dall’introvabile doppio benefico Havana Jam, una splendida Dear Mr. Fantasy ad opera dell’inedito duo Stills-Nash (apparsa solo sul box CSN), e la discreta Raise A Voice, uno dei due brani in studio del live del 1983 a nome CSN Allies (fuori catalogo, e peraltro non eccelso).
Tra i brani noti, la bellissima Thoroughfare Gap, title track di un disco del 1978 di Stephen (dal quale è tratta anche la roccata e notevole Lowdown) e la favolosa Spanish Suite (con un grande Herbie Hancock al piano), incisa nel 1979 ma apparsa solo nel 2005 su Man Alive!
Il quarto dischetto prende in considerazione almeno un episodio da tutto ciò che Stills ha inciso dal 1982 ad oggi (con l’esclusione, poco comprensibile, dei due album a nome CSN&Y, cioè American Dream e Looking Forward, anche se da quest’ultimo proviene No Tears Left, presentata però in versione inedita dal vivo e senza Young): il CD si apre con la stupenda Southern Cross, pezzo di punta di Daylight Again e miglior brano di Stephen degli ultimi trent’anni, e prosegue con due discrete canzoni dal vivo tratte ancora dal raro Allies, oltre all’altro brano in studio, War Games (pessimo, infarcito com’è di synth e di suoni anni ottanta).
Bello invece risentire tre intensi brani da Stills Alone, disco acustico del 1991 fuori catalogo da anni, mentre gli inediti sono un rifacimento in studio del 1989 di Church (in origine sul suo primo album, Stephen Stills), una Girl From The North Country di Dylan dal vivo con Crosby e Nash, e soprattutto una cover decisamente riuscita di Ole Man Trouble di Otis Redding, registrata live con CN&Y nel 2002 al Madison Square Garden.
Come ho scritto nel titolo, questo Carry On era un atto dovuto, che va a completare un trittico di cofanetti dedicato al più famoso supergruppo della storia del rock, ma anche un meritato tributo ad un musicista di immenso talento.
Il mio sogno adesso è vedere pubblicato un quarto box nello stesso stile degli altri tre, con sulla costa indicata la lettera “Y”.
Ma in questo blog si parla di musica, non di fantascienza…
Marco Verdi
10:00 Scritto da bruno_conti (Webmaster) in Carbonari, Non tutti sanno che..., Ospiti | Link permanente | Commenti (0) | Segnala
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17/10/2011
Bravi Ma Sconosciuti. E Questo E' Molto Bravo! Ron Hacker And The Hacksaws - Filthy Animal
Ron Hacker And The Hacksaws – Filthy Animal – Self-released
Ormai sembra acclarato che per diventare una leggenda nella storia della musica una delle strade più battute sia quella di morire giovani, meglio se a 27 anni: da Robert Johnson a Brian Jones, passando per Janis Joplin, Jimi Hendrix e James Morrison, la storia si è ripetuta. Non sempre è stato così, anche John Campbell, grande cantante e chitarrista Blues bianco, è morto, relativamente giovane, stroncato da un infarto nel 1993 quando aveva 41 anni. Perché vi parlo di lui? Perché il personaggio (e la musica) di Ron Hacker, mi sembra si possa avvicinare, per certi versi, a quella di Campbell.
Entrambi sono virtuosi della chitarra dal corpo d’acciaio suonata preferibilmente in stile slide, entrambi sono cantanti dalla vocalità torbida, quasi misteriosa che si riappropria del meglio del Blues “classico” per stravolgerlo in una sorta di ibrido che incorpora anche elementi di rock (molto) e altre musiche con un suono grintoso e poderoso che non è sicuramente originale al 100% ma ha una sua profonda efficacia. Per chi non conosce John Campbell non posso che consigliarli i suoi tre album da solista con una preferenza per One Believer e Howlin’ Mercy rispetto al più acustico e tradizionale A Man and His Music, anche perché la produzione da major dei due dischi Elektra era molto più rifinita. Secondo alcuni (anche il sottoscritto sul Buscadero in quegli anni) Campbell avrebbe potuto essere negli anni ’90 quello che Stevie Ray Vaughan era stato negli anni ‘80, entrambi stroncati troppo presto rispetto a quello che avrebbero potuto dare ancora oppure avevano già dato tutto e si sono allineati al famoso motto di Pete Townshend “I Hope I Die Before I Get Old”, non lo sapremo mai.
Uno che già era in circolazione ma si muoveva ai margini, tra culto e realtà per parafrasare un’altra celebre frase, era il nostro amico Ron Hacker, nativo del 1945 è sulle scene, si può dire, dagli anni ’50 ma la sua carriera professionale inizia molti anni dopo, attraverso un incontro fruttuoso con Yank Rachell a lungo partner di Sleepy John Estes che con i suoi insegnamenti ne ha affinato le capacità tecniche come chitarrista e ne è diventato un amico. I primi dischi di Hacker con varie configurazioni degli Hackers risalgono alla fine degli anni ’70 e da allora ha pubblicato 8 album, gloriosamente (semi)sconosciuti ai più ma non agli addetti ai lavori. Il modo ideale per conoscerlo (ma mi rendo conto che non è facilmente praticabile) sarebbe quello di assistere ad uno dei concerti che tiene regolarmente al Saloon, uno dei più vecchi bar di San Francisco, dove pare sia regola di non chiedergli di suonare brani di Stevie Ray Vaughan, causa un patto reciproco scambiato tra i due “Io non faccio brani tuoi e tu non suoni i miei”, ma potrebbe essere un’altra leggenda metropolitana.
L’alternativa più praticabile è acquistare questo Filthy Animal che sarà anche un album registrato in studio ma ha quel feeling dei dischi Live, una miscela di brani classici e originali di Hacker arrangiati nel suo stile con una forte presenza della slide che spesso impazza con grande gioia di chi ascolta.
Gli ospiti che affiancano Artis Joyce al basso e Bryant Mills alla batteria sono nei due primi brani dell’album: una ripresa pigra e sensuale della celebre di You Gotta Move di Memphis Minnie (Campbell faceva When The Levee Breaks) con la voce maliziosa di Leah Tysee che affianca quella più vissuta di Hacker. Il tun-tun-tun-tun-tun inequivocabile del blues annuncia una Bad Boy che proviene dalla penna del nostro amico che fa scivolare il suo bottleneck con gusto e tecnica ben coadiuvato dalla chitarra solista pungente di Debbie Davis, gran brano. I’m Going Away Baby di Jimmie Rodgers scorre fluida e piacevole, molto classica mentre Meet Me In The Bottom viene dal repertorio di Howlin’ Wolf che suonava anche una ottima slide, Hacker ci mette del suo e nella parte strumentale pareggia ma il “vocione” del Lupo era inarrivabile. Anche nel repertorio acustico Hacker non scherza come dimostrato nell’ottima Goin’ Down The River. Ma è nei brani elettrici quando fa viaggiare la slide che il suono decolla come in una eccellente cover di Evil o nella ripresa di Death Letter House di Son House e poi ancora in Gonna Miss You un brano di Slim Harpo arrangiato da Hacker con notevoli risultati. In definitiva è tutta roba buona, sia una Shotgun minacciosa o una fantastica rivisitazione di Chameleon di Herbie Hancock che diventa una funkyssima Filthy Animal con la slide che parte per la tangente e va in overdrive. Sarà anche un artista di culto ma è grande musica. Da scoprire!
Bruno Conti
11:56 Scritto da bruno_conti (Webmaster) in Carbonari, Non tutti sanno che... | Link permanente | Commenti (0) | Segnala
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24/08/2011
Cha Jam E Che Band! Non Conoscevo. Ultraviolet Hippopotamus - Square Pegs Round Holes
Ultraviolet Hippopotamus - Square Pegs Round Holes - Self released
Fino ad un po' di tempo fa ignoravo l'esistenza di questa band originaria di Grand Rapids, Michigan (e non Chicago come ho visto da qualche parte). Si chiamano Ultraviolet Hippopotamus (Hippo per fans e amici) sono un sestetto (o meglio erano, sono rimasti in cinque), questo Square Pegs Round Holes è il loro terzo album e come genere vengono inseriti nel filone delle Jam Bands, ma io come stile musicale indicherei più che altro un "C...o se suonano!", così, papale papale.
Nei dieci brani che costituscono questo album, per una durata complessiva di una settantina di minuti, si affollano mille influenze, le più forti, secondo il sottoscritto, sono la musica di Frank Zappa (quella meno sperimentale, più rock, ma non per questo meno complessa e tecnicamente superba), e già qui troviamo quasi tutto lo scibile della musica moderna, poi mi è parso di cogliere influenze del periodo Utopia di Todd Rundgren, quello più prog con grande utilizzo di tastiere acustiche ed elettriche ad affiancare le chitarre ed una sezione ritmica spaziale, e non ultimo il sound delle jam bands, con affinità elettive con gli Umphrey's McGee e i Phish più improvvisativi. E, parlo sempre per me, in questo album mi sembrano addirittura superiori a questi ultimi o siamo lì!
Partiamo dal presupposto che vi deve piacere il genere (e sentire qualcuno che suona così bene è sempre un piacere): quindi aspettatevi lunghe improvvisazioni strumentali, con stop e ripartenze, con il gruppo che rilancia continuamente, cambia i ritmi a ogni piè sospinto, le chitarre passano da sonorità elettriche a wah-wah zappiani in un battito di ciglia, le tastiere, piano, organo e synth analogici, si lanciano in ardite scale tra rock, jazz e funk e la sezione ritmica con doppio batterista/percussionista di gran pregio è assolutamente imprevedibile nelle sue variazioni di tempi.
Pur venendo dalla regione di Detroit, patria dell'automobile, sono un band ecologista e antinuclearistica, anche se nei testi non si nota molto, visto che sono brevi e concisi, spesso sardonici e beffardi, alla Zappa, funzionali alla musica ma ridotti al minimo. Si spazia dal rock classico, all'inevitabile reggae, il rock progressivo, qualche incursione nel jazz e nel funky, tutti gli elementi delle migliori jam bands, anche l'elemento bluegrass è presente, spesso il tutto nello spazio di uno stesso brano.
Qualche nome, importante nella storia presente e passata del gruppo che proprio recentemente ha visto l'abbandono di uno dei chitarristi e fondatori del gruppo, Sam Guidry, ancora presente in questo disco (che è in studio se non l'avevo detto, ma non si direbbe). Citiamo i due batteristi, Joe Phillion e Casey Butts, il bassista Brian Samuels, l'altro chitarrista Russell James e i due tastieristi Nate Karnes e Dave Sanders che vi potete godere a pieno regime nelle pieghe tastieristiche di un brano come Bob The Wonder Cat, dove piano, organo e synth assurgono a grandi protagonisti a fianco delle due chitarre che nei loro crescendo fantastici si dividono la scena nel vorticare di cambi di ritmo del brano. Ma già nell'iniziale Giants, dove anche la parte vocale non è solo quella funzionale delle jam band ma lascia intravedere futuri sviluppi e si distende su un brano che ha una struttura rock quasi tradizionale, ma dura poco perchè quando le chitarre e le tastiere decidono che è tempo di improvvisare non li ferma nessuno e qui si sfiora anche il southern rock non citato tra gli elementi compositivi della band.
Senza soluzione di continuità Bob The Wonder Cat si trasforma nella title-track Square Peg Round Holes, con un organo che introduce la melodia le chitarre si aggiungono, un intermezzo vocale anni '70 (Steely Dan meets Zappa?) e poi percussioni e piano nella parte finale dove la solista parte velocissima per una improvvisazione a due con il synth che tocca vette prodigiose (sempre se amate il genere, ovviamente, ma anche no!). A questo punto pausa direte voi, ma neanche per idea, si riparte più veloci di prima con Run Rabbit Run che di punto in bianco aggiunge accenni reggae e poi tra stop e ripartenze zappiane (il citato wah-wah) confluisce in T1J mentre le tastiere analogiche e elettroniche impazzano con le chitarre come se gli Utopia di Todd Rundgren non si fossero mai sciolti, tra effetti vocali improbabili e assoli supersonici con il synth che si inventa effetti degni dell'Herbie Hancock del periodo funky. The Scar è un proprio un brano reggae, all'inizio almeno, nella parte cantata, poi entra un organo maestoso, il tempo comincia ad accelerare e poi rallenta di nuovo (fermateli!) fino ad un doppio assolo fantastico dei chitarristi Guidry e James con il pianista che aggiunge tematiche tra Little Feat e bluegrass frenetico prima di passare ad un inaspettato intermezzo acustico Avalon tra 6 e 12 corde arpeggiate e tastiere sognanti, tre minuti di pausa.
Poi parte il tour de force di quasi dodici minuti di Medicine con tastiere e xylofono che ci riportano al miglior rock progressivo anni '70, le chitarre che entrano poco a poco, un groove di basso e batteria in crescendo che lascia spazio a una bella performance vocale di gruppo, anche orecchiabile e melodica se volete. Poi a metà brano il gruppo rompe gli indugi richiama il fantasma di Zappa e si lancia in una serie di improvisazioni fantastiche. Ancora cambi di tempo ed atmosfere musicali con DNT che si appoggia questa volte sulle multiformi tastiere di Dave Sanders che richiamano i citati Litte Feat di Bill Payne, magari non a quei livelli.
La conclusione è affidata The Marine che ci porta su territori fusion, quasi alla Pat Metheny o alla Return To Forever, anche se c'è una parte cantata, sonorità che comunque affioravano qui e là anche nel resto dell'album.
Che dire, bravi son bravi, nel genere (ma quale?) sono tra i migliori. Come sempre, in questi casi, buona ricerca.
Bruno Conti
12:32 Scritto da bruno_conti (Webmaster) in Carbonari, Non tutti sanno che... | Link permanente | Commenti (1) | Segnala
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30/05/2010
Giugno 2010. Novità E Anticipazioni. Appendice 2. Herbie Hancock, Ozzy Osbourne, Crowded House, Grace Potter, Derek Trucks Band, Cyndi Lauper, Chris Isaak, Eccetera
Ulteriore elenco di nuove pubblicazioni che riempiranno i nostri cuori e le nostre menti nel contempo svuotando i portafogli. Come al solito vi risparmio, come più volte promesso, quelle liste di tba (to be announced) e tbc (to be confirmed) che sanno tanto di malattie infettive e passo alle uscite "sicure", anche se di sicuro come si sa c'è solo una cosa, potete toccarvi.
Andiamo a tre alla volta poi magari alla fine un po' di titoli in breve, il resto, visto che questo mese escono moltissimi dischi nuovi e ristampe, ad una prossima occasione.
Il 22 giugno esce The Imagine Project di Herbie Hancock, una serie di collaborazioni con Pink e Seal nell'Imagine Intro, India Arie e Jeff Beck in Imagine, Pink e John Legend in Don't Give Up, Ceu (non conosco) Tempo De Amor, Susan Tedeschi e Derek Trucks in Space Captain, i Chieftains e Lisa Hannigan in The Times, They are A-Changin', Juanes in La Tierra, K Naan e Los Lobos in Tamitant Tilay/Exodus, Dave Matthews in Tomorrow Never Knows, James Morrison (si sperava in Van) in A Change Is Gonna Come e Chaka Khan, Anoushka Shankar e Wayne Shorter in The Song Goes On. Luci e ombre, tra canzoni e partecipanti, speriamo bene.
Il noto interprete della sit-com The Osbournes, sempre il 22 giugno, pubblica il suo nuovo album, Ozzy Osbourne The Scream dove appare il nuovo chitarrista Gus G. (e chi è costui) nonché alle tastiere Adam Wakeman, che è effettivamente il figlio di Rick.
Il nuovo album della Derek Trucks Band, Roadsongs, un doppio dal vivo, esce, indovinate? Esatto, il 22 giugno, per la Sony Legacy: c'è il meglio dell'ottimo album di studio Already Free più alcune chicche come Key To The Highway e il medley Get Out Of My Life Woman/Who Knows (il vecchio Jimi).
Esce anche il nuovo disco, omonimo, per Grace Potter and The Nocturnals, un fantastico gruppo guidato da questa bionda cantante che è uno dei segreti meglio custoditi del rock americano. Grande voce, grande presenza scenica, grande musica, Rock'n'Soul'n'Blues'n'Pop. esce l'8 giugno su Hollywood Records negli States, in Italia non so, mi sa di no. Ma un bel disco dal vivo di Chris Isaak ce lo vogliamo fare mancare? (anche se tra CD e DVD di Live ne ha già fatti parecchi), certo che che no, e allora vai con Live At The Fillmore, 17 pezzi registrati nell'ottobre 2008, esce il 15 giugno. Vi chiederete cosa c'entra Cyndi Lauper in questa tripletta? Ebbene sì, dopo l'ultimo orribile e danzereccio Bring Ya To The Brink, ha fatto il disco che non ti aspetteresti: si chiama Memphis Blues e tiene fede al suo nome. Partecipano Charlie Musselwhite, Allen Toussaint, B.B.King, Jonny Lang, Kenny Brown e Ann Peebles. Capperi! Esce il 22 giugno.
Altro trio. Visto che per il disco nuovo dei Crowded House, Intriguer siamo in "leggerissimo" anticipo, visto che esce il 13 luglio ed è il primo album in studio da quattordici anni a questa parte (visto che non ne abbiamo parlato per nessuno, qui ci sarà una bella Deluxe Edition con DVD di 11 tracce), parliamo del nuovo e secondo album dell'ottimo cantautore irlandese Johnny Flynn, dopo A Larum esce con Been Listening, è già stato mollato dalla major Lost Highway/Universal esce per una etichetta indipendente il 4 giugno. Occhio che c'è una edizione limitata con un secondo CD con 6 brani extra. Nel disco principale c'è un duetto con Laura Marling intitolato The Water. Sono spesso in tour insieme e anche con i Mumford and Sons, la nouvelle vague britannica. Infine, torna Jewel (Kilcher) con il nuovo disco Sweet And Wild che conferma l'ultima svolta country, ma, attenzione, nell'edizione Deluxe, che c'è se no cosa ve lo dicevo a fare, il secondo disco ripropone l'intero album in versione acustica, quindi un ritorno alle origini, nei negozi dall'8 giugno.
Ci sarebbero un tot di altre novità ma rimandiamo ad altra occasione. Una news in breve: sempre il 4 giugno vengono ristampati due degli album migliori (e introvabili) di Neal Casal dalla Fargo Records distribuzione Self, entrambi in versione doppia, Basement Dreams del 1998 ha 10 brani in più, oltre ai 23 originali, Rain, Wind And Speed del 1996, undici in più.
Ci rivediamo alla prossima.
Bruno Conti
18:00 Scritto da bruno_conti (Webmaster) in Anticipazioni | Link permanente | Commenti (0) | Segnala
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