15/05/2013

Tre Volte Campione Del Mondo Di Surf E Ora Più Jackson di Browne! Tom Curren -

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Tom Curren – In Plain View – Wolfbomb Productions

Quanti cantanti conoscete che sono stati campioni del mondo in qualche disciplina sportiva? E non una ma ben tre volte, 1985, 1986 e 1990! Io, neanche uno. Fino all’uscita di questo In Plain View, che mi ha portato ad interessarmi “all’opera” di questo musicista. Intanto precisiamo che lo sport in cui eccelleva Tom Curren era il surf, disciplina non solo sportiva che ha già dato altri appassionati e praticanti alla musica, primo fra tutti, il suo “amico” Jack Johnson, che però quando Tom vinceva il suo primo titolo aveva solo dieci anni. Chi altri? Eddie Vedder, altro amante di questa pratica sportiva, naturalmente i Beach Boys, che ne sono stati i cantori, non me ne vengono in mente altri, che sicuramente esistono ma sono meno noti: forse Donavon Frankenreiter, della Brushfire, l’etichetta di Johnson, tra i praticanti si ricorda anche Ben Howard, ma trattasi di inglese! Gli altri provengono quasi tutti dalla California (a parte Johnson, un nativo delle Hawaii, naturalizzato californiano), patria della surf music e anche dello sport.

Non è che questo faccia automaticamente di Curren un fuoriclasse anche nella musica: nato nel 1964, Tom non è quindi uno di primo pelo, è sempre stato anche un musicista (conosciuto soprattutto nei circoli “carbonari” della musica, Tony Levin dice che è un virtuoso dello stick, ma non è dato sapere), ha pubblicato due album in precedenza, uno strumentale di jazz-rock e fusion, a metà anni ’90, dopo il suo ritiro dalle scene sportive, e uno omonimo nel 2004, da cantautore. Ma questo In Plain View si può considerare il suo debutto ufficiale. Intanto il produttore è John Alagia, noto per il suo lavoro con Dave Matthews Band e John Mayer, nonché decine di altri musicisti e quindi il suono è molto professionale, a dispetto dell’etichetta autogestita, ma il libretto del CD contiene tutti i testi (anche se non la lista dei musicisti, e questo è un difetto); per deduzione, frugando tra i ringraziamenti delle liner notes, si può estrapolare anche il nome di William Kimball, altro cantautore e surfer, amico di Curren ed ottimo chitarrista. Al di là dei nomi il sound del disco è quanto di più californiano possiate immaginare, pensate agli Eagles e soprattutto a Jackson Browne. Anzi vi dirò di più, la musica e soprattutto la voce fanno pensare ad una sorta di figlio illegittimo del nostro amico Jackson, nato da una sua fugace relazione amorosa con una onda marina della costa californiana, tra Santa Barbara e Los Angeles. Ed è pure bravo.

Il disco non sarà un capolavoro ma si ascolta con grande piacere, ballate, pezzi rock, ottimi arrangiamenti e una sorprendente (ma già evidenziata poco fa) somiglianza con Jackson Browne, quindi fans in astinenza pigliate nota. Gerry è una bella ballata che rivaleggia con alcune delle migliori di Jackson, meno sofferta e più leggera nei testi ma nobilitata da un bellissimo assolo di chitarra nella parte finale, la voce ha quel piglio tenorile tipico del biondo californiano (di adozione), anche In Plain View in un blind test potrebbe passare per un suo brano o comunque di un buon epigono, con tastiere, chitarre e voci femminili arrangiate ottimamente da Alagia. Nel testo di First c’è perfino una citazione di Hotel California e il suono roccato del brano si situa nell’alveo del periodo più rock degli “Aquilotti” ma sempre con Browne nel cuore.

In particolare Curren si ispira al sound più rock e della seconda parte di carriera per entrambi, quindi niente country e un sound west coast più rock, anche con uso di fiati e ritmi latini nella citata First. Feel ha quell’aria malinconica della West Coast dagli amori contrastati ma dalle musiche dolci e risananti. Tom tra le sue influenze cita anche Stevie Wonder e Beatles, ma poi con quella voce chi lo ascolta può pensare solo a spiagge assolate e lunghe onde marine o al limite alle highways dove spararti brani rock come la conclusiva Lady, tettuccio aperto e limiti di velocità rispettati (per amor di Dio), chitarre a manetta e sano rock che esce dagli altoparlanti. I brani citati vengono soprattutto dalla seconda parte del CD, quindi se la prima parte fatica ad entrare resistete un attimo e sarete ripagati con della buona musica. Citiamo anche Unconditional un altro perfetto esempio del classico sound californiano, la deliziosa Sunderland Road con una insinuante armonica e la ballata pianistica Moon, Jackson Browne uber alles, perfino Rolling Stone se ne è accorto, anche se lui non lo cita mai direttamente nelle interviste, lo spirito aleggia sul disco. Poteva andarci peggio. E bravo il surfista!

Bruno Conti

05/05/2013

Anche Lui Se Ne E' Andato, Silenziosamente! Richie Havens 1941-2013

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Richie Havens se ne è andato, silenziosamente come aveva vissuto (a parte per la musica), stroncato da un infarto, il 22 aprile scorso, a Jersey City, nel New Jersey. Aveva compiuto da qualche mese 72 anni, ma già da alcuni anni, a seguito delle complicazioni per un intevento al fegato, non stava più molto bene, e lo scorso anno aveva deciso di ritirarsi dalle scene e, soprattutto, dai concerti dal vivo.

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Havens non è mai stato servito molto bene dall'industria discografica e proprio la sua "ultima uscita discografica", avvenuta nel 2012, è stata una sorta di beffa. Alan Douglas (sì, proprio lui quello delle prime ristampe truffaldine di Hendrix), era il proprietario anche dei masters dei primi dischi di Richie: Richie Havens' Record e Electric Havens, due album registrati prima del cosiddetto debutto ufficiale con Mixed Bag del 1967 e poi pubblicati nel '68 e '69 con l'aggiunta di una base di strumentazione elettrica alle registrazioni ufficiali che avevano come di consueto, la voce e la chitarra acustica del nostro, con le mani che mulinano sulle corde con una grinta ed una intensità uniche, più qualche percussione, al limite una seconda chitarra e un basso, un po' il set up di Woodstock, di cui Havens fu un protagonista indiscusso con una travolgente Freedom (che era lo spiritual tradizionale Motherless Children rivisto dallo stesso Havens in modo personalissimo) .

Lo scorso anno, su Douglas Records, è uscito quel My Own Way che vedete effigiato qui sopra, una sorta di composito dei due album appena citati, mai usciti in CD in versione ufficiale. Molti li considerano bellissimi, altri li amano meno, quello che è certo è che Havens aveva un rapporto di odio ed amore con quelle registrazioni, amore per le composizioni e alcuni brani lasciati nel formato originale, odio per altri con l'aggiunta di una valanga di strumenti, tra cui una armonica particolarmente intrusiva in alcune canzoni. Comunque averne di dischi così: non saranno come dovevano o avrebbero potuto essere, ma la musica e la voce di Havens risuonano forti e chiare, come sempre nella prima parte della sua carriera.

Una voce straordinaria, espressiva come poche, quella di un cantante che era soprattutto un grande interprete, più che un autore: Bob Dylan e i Beatles (giustamente) erano i soggetti preferiti delle sue incredibili interpretazioni, ma anche Leonard Cohen, Gordon Lightfoot, Ray Charles, Donovan, i Bee Gees e mille altri hanno goduto della sua bellissima voce e della sua chitarra inarrestabile. Oltre al citato Mixed Bag anche dischi come Something Else Again, Richard P. Havens 1983, Stonehenge, Alarm Clock e Mixed Bag II non dovrebbero mancare in ogni discoteca che si rispetti, anche se un po' tutta la sua  discografia, tra alti e bassi, è di notevole spessore.

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Un ricordo personale che risale alla sua venuta in Italia, al Palalido di Milano, nel maggio del 1979 se la memoria non mi inganna, era uno dei primi concerti dopo gli "anni di piombo" che avevano fermato l'attività live in Italia, ai tempi rischiavi il linciaggio o quantomeno un processo sul palco come De Gregori, non era il 1970 o il 1974 come altri (che non cito, ma cercando su Google trovate), forse confusi dalla "nebbia fumogena", hanno scritto di lui "ricordandolo", in rete o sui giornali e proprio nell'occasione, uno di questi "hippy sopravvissuti" alla sua epoca, diciamo un personaggio pittoresco, per tutta la durata del concerto, all'inizio di ogni canzone, anche fastidiosamente per i suoi vicini, continuava a gridare "Freedom, freedom...!", salvo poi addormentarsi clamorosamente e quindi risvegliarsi, quasi alla fine della canzone, pronto a lanciare di nuovo il suo grido di battaglia, Freedom...!!!

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Per l'ultimo disco "vero" della sua carriera, Nobody Left To Crown, uscito nel 2008, era tornato alla sua etichetta delle origini, la Verve Forecast e ancora una volta, nella sua classica miscela di brani originali e cover di classe, le più note Lives In the Balance di Jackson Browne, The Great Mandala di Peter, Paul & Mary e Won't Get Fooled Again degli Who, la vecchia magia era rimasta intatta, musica semplice e lineare ma cantata con una intensità straordinaria!

So che questi "ricordi" o "tributi" sarebbero più graditi con gli artisti ancora in vita (e quando posso lo faccio, anche se il tempo e la voglia hanno la loro importanza) ma comunque è importante parlare di personaggi che hanno segnato in modo indelibile la musica "rock" degli ultimi 50 anni, più di molti fenomeni da baraccone che infestano la scena attuale, direi meglio "carbonari" che leccaculo! Sia chi scrive, che chi canta e pure chi ascolta.

So Rest In Peace, Richie!

Bruno Conti

15/02/2013

Era Ora! Finalmente In CD. Tom Jans - Loving Arms The Best Of 1971-1982

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Tom Jans – Loving Arms: Best Of 1971-1982 –Raven Records ****

Tom Jans, in un certo senso, è il prototipo perfetto del “Beautiful Loser”: bello ,e magari non dannato, ma sicuramente perdente. La sua storia è lì a testimoniarlo, addirittura nella biografia su Wikipedia non è certa neppure la data di nascita (e non è che sia nato nella notte dei tempi), 9 febbraio 1948-barra 1949 riporta l’enciclopedia della rete, ma le altre biografie e il suo sito, tuttora attivo e molto interessante http://www.tomjans.com/, dicono ‘48 mentre, purtroppo, è certa la data della morte, 25 marzo 1984. Ma in mezzo sono successe molte cose, il problema è che non le conosce quasi nessuno; nativo di Yakima, nello stato di Washington, figlio di un agricoltore amante di Hank Williams e con una mamma spagnola appassionata di flamenco, la musica ha sempre girato nella sua casa, soprattutto dopo il trasferimento a San Jose in California. Saltando un po’ di passaggi, arriviamo al 1970, quando tramite gli auspici di Jeffrey Shurtley, collaboratore di Joan Baez, viene presentato alla sorella della Baez, Mimi Farina (altra cantante di talento ma sfortunatissima, vedova del grande Richard Farina, con cui registrò dei dischi epocali di folk per la Vanguard): i due appaiono lo stesso anno al Big Sur Folk Festival (non l’annata del film) e, l’anno successivo, dopo avere girato in tour come supporto di James Taylor e Cat Stevens, vengono messi sotto contratto dalla A&M, che pubblica il loro primo (e unico) album, Take Heart.

Se leggete i giudizi dei fans, a seconda dei punti di vista, quello scarso nel duo era Tom Jans o Mimi Farina, ma tutti concordano nel dire che, insieme, erano una valida coppia, sia per le armonie vocali che per la tecnica alle chitarre acustiche, che, con qualche spruzzata di pedal steel (Sneaky Pete) e l’apporto discreto di Leland Sklar, Russ Kunkel e Craig Doerge, costituivano il cuore del sound di questo disco, dove la presenza di Jans come autore è limitata a tre brani, firmati insieme alla Farina. Nell’antologia della Raven che stiamo trattando Loving Arms:Best Of 1971-1982, da quel disco provengono due dei brani migliori, Carolina, un bell’esempio di West Coast acustica alla James Taylor e Letter To Jesus, un country-folk con pedal steel, cantato all’unisono. Successo zero, e  i due si dividono, ma nel frattempo interviene quella che i più fini definirebbero “un colpo di fortuna”, ma più volgarmente fu una “botta di culo”, uno dei nuovi brani scritti da Jans, Loving Arms, diventa un successo per Dobie Gray, e secondo quello che diceva lo stesso Tom, tramite un incontro fortuito in treno con Elvis Presley, ma probabilmente è una delle tante leggende apocrife della musica rock, diventa una degli ultimi grandi successi di Elvis (la versione video che trovate nel Post è quella di Presley, perché la versione originale non è stata caricata, c'è di chiunque ma non quella di Jans, che è bellissima) e, negli anni, l’unica canzone conosciuta di Tom Jans, brano che verrà cantato, tra gli altri, da Kris Kristofferson, Dixie Chicks e Irma Thomas nelle versioni da ricordare. L’album omonimo del 1974, registrato a Nashville con la crema dei turnisti dell’epoca (Troy Seals, Reggie Young, David Briggs, Mike Leech, Weldon Myrick, Kenny Malone più Lonnie Mack) contiene questa meravigliosa ballata, un brano malinconico che rivaleggia con le canzoni più belle di Tom Waits, Jackson Browne e Eagles di quegli anni, stupenda ancora oggi.

Sempre da Tom Jans del 1974, sull’antologia Raven appaiono anche Old Time Feeling, Margarita e Free And easy, altre piccole meraviglie di country all’altezza del meglio di Townes Van Zandt, Guy Clark, Jerry Jeff Walker e Guthrie Thomas (altro grandissimo servito male dall’industria discografica). A titolo informativo, la Real Gone Music annuncia per aprile la ristampa dei primi due dischi. Dopo l’insuccesso anche di questo disco, se ne torna in California dove conosce un altro musicista tormentato dal talento immenso, Lowell George, che sarà il produttore esecutivo dell’album, The Eyes Of An Only Child, etichetta Columbia (ho verificato sul vinile, uno dei pochi che ancora posseggo, come tutti quelli di Jans), anno 1975, disco stupendo, con George che si porta dietro alcuni Little Feat, oltre a Fred Tackett, David Lindley, Jesse Ed Davis, Jerry McGee (e ricordiamo solo i chitarristi), anche i batteristi? Jeff Porcaro, Jim Keltner, Harvey Mason, oltre alle armonie vocali di Valerie Carter ed Herb Pedersen. Il disco, naturalmente, è una meraviglia, percorso dalla slide di Lowell George e con una serie di canzoni, più rock, ma che possono ricordare anche il miglior Jackson Browne: Gotta Move, Once Before I Die, Struggle In Darkness, Out Of Hand e The Eyes Of An Only Child sono quelle presenti nell’antologia Raven, da sentire per credere.

La Columbia gli concede ancora una chance, un disco “scuro” e pessimista sin dal titolo, Dark Blonde, che molti considerano il suo capolavoro (chi scrive ha una leggera preferenza per il precedente, ma averne di dischi così), Lowell George non c’è più, ma nel disco ci sono ancora Bill Payne, Fred Tackett, Jerry Swallow e una serie di ottimi musicisti californiani, difficile fare meglio di brani come di Distant Cannon Fire o Back On My Feet Again, ma anche Inside Of You e Why Don’t You Love Me, sempre presenti nel CD, non sono da meno. I due album sono apparsi brevemente in CD, solo sul mercato giapponese, e proprio in Giappone, dopo 5 anni di silenzio, viene pubblicato l’ultimo album, quasi sconosciuto (più degli altri) di Tom Jans. Siamo nel 1982, il disco si chiama Champion, è prodotto da Don Grusin, ancora una volta con un parterre de roi di musicisti, oltre ai soliti Payne, Tackett, Porcaro, Carter, Sklar ci sono anche Lee Ritenour, Steve Lukather, Bob Glaub, Paul Barrere, Ernie Watts: il sound è un po’ più leccato, commerciale, figlio di quegli anni, tra Toto e sound 80’s, ma ci sono delle eccezioni come l’eccellente ballata pianistica Mother’s Eyes e Working Hot che ha qualcosa degli Steely Dan più riflessivi o l’acustica e malinconica Lost In Your Eyes che si ricollega agli album precedenti.

Solo When The Rebel Comes Home, presente nel CD ha quel sound più modaiolo e commerciale che peraltro non gli ha fatto vendere di più, visto che di questo album, per molti anni, si è addirittura ignorata l’esistenza. Verso la fine del 1983 Jans è coinvolto in un serio incidente motociclistico e, in via di guarigione, il 25 marzo del 1984, a seguito di una overdose lo sfortunato Tom ci lascia. Direi che la sua parabola è stata esattamente inversa al suo talento, che era grandissimo, ma le strade del rock sono lastricate di queste storie. Almeno questo CD, che peraltro esce solo nella lontana Australia, colma una lacuna imbarazzante: non so se molti se ne sono accorti o ci hanno fatto caso, ma su Bone Machine, Tom Waits, gli ha dedicato una canzone Whistle Down The Wind (For Tom Jans), un tributo alla sua grandezza. Un piccolo capolavoro e un CD da avere, consigliato a tutti gli amanti della buona musica, veramente imperdibile!

Bruno Conti

20/01/2013

Una Bella Storia D'Amore...Finita Male! Christopher Owens - Lysandre

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Christopher Owens – Lysandre – Fat Possum/Turnstile/Pias 2013

Confesso di conoscere poco o nulla dei Girls, formazione indie-rock che aveva riscosso un discreto successo con l’esordio discografico Album (2009) e il successivo Father, Son, Holy Ghost (2011), prima del prematuro scioglimento avvenuto a sorpresa lo scorso anno. Finita l’avventura con il suo precedente gruppo, Christopher Owens (l’altro componente del duo californiano era Chet “JR” White) debutta come solista con Lysandre, un “concept album” dedicato all’omonima ragazza e basato sulle memorie di un tour risalente all’estate del 2008, nell’ambito di un festival francese. Chris viene da Miami, Florida, e la sua storia personale ben nota e resa pubblica nelle interviste (l’adolescenza vissuta in una setta religiosa, la dipendenza dagli oppiacei e il rapporto difficile con la madre prostituta ), si manifesta nei sentimenti di questo lavoro, registrato agli Hobby Studios di Los Angeles e prodotto dal fidato Doug Boehm (lo stesso dei Girls), che si avvale dell’apporto di musicisti di valore, come Evan Weiss alle chitarre, Matthew Kallman alle tastiere, David Sutton al basso, Seth Kasper alla batteria, Vince Meghrouni all’armonica e sax, e le belle e brave Cally Robertson e Hannah Hunt ai cori.

La storia inizia con Lysandre’s Theme, tema di 38 secondi che si ripropone nei finali dei brani del disco, seguito da una romantica Here We Go, ballata accompagnata da un riff di chitarra elettrica, mentre New York City si snoda su aperture di sax vecchio stampo. Un arpeggio di chitarra introduce A Broken Heart la “perla” del disco, un brano sofferente ed emozionante, cui fa seguito una elettrica e sbarazzina Here We Go Again, che mi ricorda i primi Byrds. Lo strumentale Riviera Rock giocato sulle note del sax  e coretti femminili alla Leonard Cohen, sembra dividere il racconto delle sue avventure, che riparte dalla autoanalisi di  Love Is In The Ear Of The Listener e dal ritornello della garbata Lysandre, cui fa seguito la delicata Everywhere You Knew, per chiudere con il brano Part Of Me (Lysandre’s Epilogue) che sentenzia l’abbandono e la triste fine della storia.

Nonostante la sua precedente “vita” musicale possa far pensare il contrario, l’ex frontman dei Girls (e prima ancora di Children Of God e Holy Shit), dimostra in questa mezzora di musica che nelle sue vene scorre il sangue dei grandi songwriters americani, gente come Bob Dylan, Jackson Browne e tutti gli altri di quel periodo, che sapevano identificarsi in storie strettamente personali. Sentiremo ancora parlare di questo “Romeo”, augurandosi che possa trovare al più presto la sua “Giulietta”, in quanto il binomio cuore e musica, è sempre stato foriero di grandi canzoni.

Tino Montanari

28/05/2012

Uno Degli Ultimi "Bardi" Irlandesi - Paul Brady - Dancer In The Fire

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Dancer In The Fire – A Paul Brady Anthology - Proper Records/Ird 2012 – 2 CD

Paul Brady, irlandese di razza, è un songwriter amatissimo dai colleghi e dagli appassionati, ma purtroppo non ha mai avuto i riscontri che si meriterebbe. Paul, nato nel 1947 a Strabane (contea di Tyrone , Irlanda del Nord), con una più che quarantennale carriera alle spalle, ha esordito nel gruppo dei Johnstons nel lontano 1967, per poi passare dopo qualche anno nello storico gruppo dei Planxty in sostituzione di Christy Moore, ma la formazione si scioglie prima di incidere qualsiasi cosa. Di quella esperienza gli resta l’amicizia con Andy Irvine, insieme al quale dà vita a un duo di breve durata documentato dallo splendido lavoro omonimo del 1976, ma decisivo per il prosieguo della sua carriera. Nel ’78 ha fatto il suo esordio solista con Welcome Here Kind Stranger, un album di Folk acclamato dalla critica, per poi diventare un musicista Rock a tutto tondo, iniziando da Hard Station (1981) un buon album di ballate elettriche.

Da quel momento, sino ad oggi, ha realizzato quindici dischi, alcuni di buon livello, altri meno riusciti, dove ha dimostrato una buona attitudine alla composizione. Brady scrive ballate morbide e sofisticate, tra Jackson Browne e Van Morrison, senza avere la forza melodica del primo o la genialità del secondo, ma i suoi lavori sono comunque onesti e sopra la media. I migliori della sua produzione passata (a parte i due già citati), sono Trick Or Treat (91), Songs & Crazy Dreams (92) e Spirits Colliding (95), mentre dalla produzione più recente sono da segnalare il Live The Liberty Tapes Missing (2003 ma registrato nel ‘78), e Say What You Feel (2005).  

Dopo due anni di silenzio e una carriera discografica costellata di grandi gratificazioni personali (Tina Turner, Bonnie Raitt, Joe Cocker, Carlos Santana, Cher, Dolores Keane e Maura O’Connell lo hanno fatto conoscere al grande pubblico, registrando alcune versioni di vecchie e nuove canzoni), si ripresenta sulla scena musicale con questa doppia “compilation”, dove pesca dal suo copioso “songbook” (oltre 140 canzoni), i suoi brani preferiti, Demos, B-Sides e alcune rarità di valore. Nel primo CD si trova per esempio The Hawana Way un singolo inciso nel 2003, scritto dal nostro dopo un viaggio a Cuba, mentre You Win Again è una cover di un brano di Hank Williams, personaggio da sempre amato da Paul. Paddy’s Green Shamrock Shore è un remix di un brano tradizionale riarrangiato con Andy Irvine, tratto dal suo primo album solista. Sail, Sail On scritta con Sharon Vaughn esce da una session in quel di Nashville con gente come Kenny Malone e Viktor Krauss (fratello della più famosa e brava Alison). Chiude una pianistica Dancer In The Fire composta in un tour in Olanda e Belgio, con gli Steely Dan nel cuore. Meravigliosa.

Apre il secondo CD il remix di The Long Goodbye una canzone scritta con Ronan Keating (sì proprio lui), portata al successo in America da Brooks & Dunn , mentre trovo con piacere una nuova versione di Steel Claw, un brano reso celebre dalla Turner in Private Dancer (84)

Duncan And Brady è una B-Side di un tradizionale arrangiato con chitarre elettriche, acustiche e pianoforte, mentre I Am A Youth That’s Inclined To Ramble riunisce dopo tanto tempo Paul Brady con Andy Irvine e Donal Lunny. Si chiude alla grande con Smile brano composto con il cantautore americano Dillon O’Brian, e una Believe In Me scritta con la sua musa ispiratrice Carole King.

Nell’insieme, la bellezza delle canzoni, l’approccio soffuso e naturale dei nuovi arrangiamenti, e anche il fatto che costi come un singolo, rendono Dancer In The Fire A Paul Brady Anthology un piccolo miracolo di gusto e di passione, e fanno di Paul Brady un menestrello che continua a raccogliere grande rispetto da artisti di oggi come Glen Hansard, Eleanor McEvoy e Shawn Colvin (di cui è in uscita il nuovo lavoro), un grande autore tutto da riscoprire.

 Tino Montanari

27/04/2012

Uno Svedese Di New Orleans In "California"! Anders Osborne - Black Eye Galaxy

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Anders Osborne - Black Eye Galaxy - Alligator Records/Ird

Quando Anders Osborne ha lasciato la Svezia nel 1982, all'età di 16 anni, probabilmente non immaginava che dopo tre anni di "vagabondaggio" attraverso tutto il mondo si sarebbe stabilito a New Orleans, che sarebbe diventata la sua nuova casa. Ma dopo 27 anni la Louisiana è ormai la sua nuova patria e il musicista svedese ne è diventato uno degli esponenti artistici più rappresentativi. Con alle spalle una carriera che copre sei diverse case discografiche e undici album, inclusi due dal vivo, Osborne è un musicista eclettico e raffinato, che usando la musica della Crescent City come base, ha costruito uno stile molto diversificato che partendo da uno sound morbido e cantautorale si appropria di volta in volta, ma anche di brano in brano, di elementi blues, soul, rock, anche sperimentali, come in questo nuovo Black Eye Galaxy che forse è il suo migliore album in assoluto per la dovizia di elementi musicali messi in campo.

Registrato al Dockside Studio di Maurice, Lousiana, per l'etichetta Alligator (che ultimamente, detto per inciso, non sbaglia un colpo) si avvale della collaborazione alla produzione di Stanton Moore, batterista che insieme a Osborne ha curato il lato musicale mentre Warren Riker si è occupato più della parte tecnica. Sia come sia, il team di produttori ha conferito all'album una patina molto anni '70, californiana, da dischi di rock classico, quelli dove non si aveva paura di misurarsi con diversi stili e generi. Anders, oltre che cantante dallo stile morbido direi molto à la Jackson Browne (almeno per quello che riguarda il tipo di voce), è musicista completo, chitarrista soprattutto, e di gran vaglia, ma si destreggia anche all'armonica, al piano e alle percussioni.

Il risultato oscilla tra l'hard blues veemente e trascinante dell'iniziale Send Me A Friend, dal groove Zeppeliniano con una slide impazzita che taglia il brano in due (lo stesso Osborne o l'altro chitarrista Billy Iuso), mentre la voce filtrata è quasi irriconoscibile. Mind Of A Junkie, che ricorda un passato non troppo lontano nel quale il nostro amico aveva sviluppato una tossico-dipendenza perniciosa, viceversa è uno slow spaziale dalle movenze sensuali che ricorda il meglio della West Coast incrociata con spunti jazzistici e psichedelici e un cantato indolente che richiama alla mente (almeno di chi scrive) il Joe Walsh di inizio carriera, anche nelle lunghe e liquide improvvisazioni chitarristiche che lo pervadono, in ogni caso un gran brano. Lean On Me/believe in you potrebbe essere un brano del repertorio del già ricordato Jackson Browne, una raffinata ballata midtempo che ricorda lo stile del grande cantautore tedesco (?!?) Non è forse nato a Heidelberg in Germania?) fino al perfetto intermezzo della slide che è puro Lindley. When I Will See You Again, nuovamente, si rifà al sound californiano, inserendo nel tessuto della canzone anche spunti Younghiani, soprattutto l'attacco e le lunghi parti di chitarra, mentre Black Tar, firmata insieme a Paul Barrere dei Little Feat, è un altro brano feroce e di stampo puramente rock, ancora con la voce pesantemente filtrata e le chitarre distorte e "cattive" che impazzano sul ritmo cadenzato della batteria. Si alza la puntina e finisce il primo lato: giuro, è la pura verita!

Scende la puntina e parte la seconda facciata: la title-track, Black Eye Galaxy,è un lunghissimo brano di undici minuti, che parte con movenze bluesate cantate sempre con quella voce browniana e poi si trasforma in una lunga jam acida e psichedelica degna dei Grateful Dead più sperimentali con le chitarre che estraggono dalle loro corde stille di gran classe e pura ispirazione che ci riportano alla Bay Area dei primi anni '70. Tracking My Roots con un gradevole spunto di armonica in apertura è semplicemente una bella canzone, vagamente country e tipicamente weastcoastiana nel suo incedere, sempre con Neil nel cuore.

Louisiana Gold è più acustica e raccolta con piccole percussioni e chitarre acustiche che sostengono il cantato molto melodico di Anders Osborne in questo omaggio al suo stato di adozione, devo dire molto riuscito nella sua semplice raffinatezza, notare le armonie vocali, please! Dancing In The Wind, ancora con quella armonica non blues in apertura di brano, è un'altra piacevole ballata scritta con Paul Barrere, dolce e malinconica, quasi bucolica e sempre indebitata verso lo stile di Browne, forse anche per via della voce che per motivi fisiologici tanto lo ricorda, belle le armonie vocali a cura di moglie e figlia. Dopo un suono di campane che mentre sentivo il CD la prima volta, camminando per strada, mi ha stupito e sorpreso per la sua improvvisa e inaspetta apparizione ci avviamo in conclusione con una Higher Ground firmata insieme a Henry Butler, una sorta di gospel bianco cantato con grande partecipazione da Osborne accompagnato semplicemente da una sezione di archi e da un bell'ensemble corale che aggiunge pathos ad un brano inconsueto per le sue sonorità.

In definitiva un album che forse, anzi sicuramente, non salverà le sorti del rock ma altrettanto sicuramente rende il mondo migliore per una cinquantina di minuti abbondanti di buona musica. Una conferma!

Bruno Conti

P.s. Ufficialmente esce il 1° Maggio, ma circola già nei negozi delle nostre lande italiche.

26/04/2012

Occupy This Album. Versione Definitiva 4 CD

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Occupy This Album - 4 CD - Razor & Tie - 15.05.2012 anche in versione download

Contrariamente a quanto annunciato nel mio Post del 7 febbraio scorso, alla fine uscirà anche una versione fisica in 4 CD di questo manifesto sonoro del movimento Occupy Wall Street. La versione digitale di brani ne conterrà 100 ma sinceramente non so se il contenuto musicale sia tale da giustificare un acquisto, considerando che il tutto è disponibile solo sul mercato americano e che alcuni dei brani sono versioni già note e non realizzate per l'occasione, come si era detto in un primo momento: molti degli artisti "celebri" hanno donato un loro brano già conosciuto.

Quelli di Patti Smith, Loudon Wainwright III, Lloyd Cole, Willie Nelson, Tom Morello, Yoko Ono, Jill Sobule & John Doe, Garland Jeffreys, Joel Rafael, Dar Williams, Lucinda Williams sono brani già editi. Mentre le canzoni di Jackson Browne, Deborah Harry, Richard Barone, Michael Moore (il regista) che fa The Times They Are A-Changin', Ani DiFranco, Nancy Griffitth, Joseph Arthur, Third Eye Blind, Yo La Tengo, Warren Haynes Band, James McMurtry With Joan Baez & Steve Earle, David Crosby & Graham Nash, Arlo Guthrie & Family, Mogwai, Amanda Palmer e moltissimi altri che non conosco o non ho citato, sono inedite o dal vivo. In effetti scrivendo la lista dei partecipanti mi sono accorto che non sono poi così pochi i brani potenzialmente interessanti che sono tutti disponibili nella versione CD mentre quelli degli artisti meno noti sono nell'edizione per il download.

A voi l'ardua sentenza! Disponibile dal 15 maggio p.v.

Bruno Conti

25/04/2012

E Chi E' Costei? Rita Wilson - AM/FM

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Rita Wilson - AM/FM - Decca/Universal 08-05-2012

Chi è Rita Wilson? E soprattutto perché ne parlo? Lei è la "Signora Tom Hanks" e ha molti amici nel mondo del cinema e dalla musica. Questi ultimi sono accorsi in massa per partecipare alla realizzazione di questo AM/FM: tra gli ospiti infatti troviamo: Chris Cornell, Sheryl Crow, Jimmy Webb, Jackson Browne, Faith Hill, Vince Gill, and Patti Scialfa (ma "lui" non c'è?). Sono tutte cover di brani celebri degli anni '60, AM e anni '70, FM, astuta! Ovvero:

1. All I Have to Do is Dream
2. Never My Love
3. Come See About Me
4. Angel in the Morning
5. Walking in the Rain
6. Wichita Lineman
7. Cherish
8. You Were on My Mind
9. Good Times Charlie
10. Love has No Pride
11. Please Come to Boston
12. Will You Still Love Me
13. Faithless Love
14. River

Sentiremo!

Bruno Conti

08/02/2012

Country Got Soul! Steve Azar - Delta Soul Volume One

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Steve Azar – Delta Soul Volume one – Ride Records

Direi che per questo disco il termine perfetto è proprio “Country Got Soul”. Steve Azar non è un giovane debuttante, ha già pubblicato quattro album dal 1996 a oggi, soprattutto in un ambito country (che comunque rimane il “cuore” della sua musica), transitando anche per una major come la Universal per Waitin’ On Joe del 2002 uscito su Mercury Nashville. Questo “nuovo” Delta Soul Volume One lo riporta alle radici della musica e anche delle sue origini: Azar è nato a Greenville, Mississippi, la patria del Blues del Delta, a due passi da Clarksdale. Si tratta di quattro nuovi brani e cinque rivisitazioni di vecchie canzoni re-incise senza il sound leccato delle produzioni targate Nashville, capitale del Tennessee dove il nostro amico era stato anche autore, negli anni della sua militanza country.

Il salto di qualità è evidente (anche se i vecchi album non erano male): nelle note del disco, volando alto, si definisce Delta Soul la musica che nasce dal delta del Mississippi (e lì Azar è a posto), storie di vite dure, una miscela di culture e razze, povertà e orgoglio, e in questo caso non vi so dire. Musica che ha influenzato il miglior Blues e Rock della storia: Clapton, gli Stones, Paul Simon (?), Led Zeppelin, ZZ Top sono stati ispirati da quella musica e l’hanno trasposta nella loro. Non so se siamo a quei livelli, ma idealmente il sound di Steve Azar sicuramente si nutre di soul, blues, southern rock, country e li frulla in uno stile fresco e vitale che merita un ascolto approfondito. Il disco, anche se autogestito, ha un suono molto professionale, da major, e uno stuolo di musicisti e collaboratori di qualità, tra cui i più noti sono il batterista Chad Cromwell e il chitarrista Kenny Greenberg, ma quelli fondamentali nell’economia del suono sono Mark Easterling che si occupa della solista e della slide e Gary Morse alla steel guitar e alla weisserborn nonché John Wallum che “pennella”  organo, piano e clavinet. Azar è in possesso di una bella voce, a suo agio nei brani più rock come nelle ballate, scrive ottime canzoni, suona anche chitarre acustiche ed elettriche e si occupa della produzione.

Il disco mi è decisamente piaciuto: dall’iniziale Highway 61 (la “strada” di quelle contrade) scritta in collaborazione con James House, altro ottimo cantautore di cui si erano perse la tracce e che appare anche nell’album e in questo brano in particolare, il tocco della Weissenborn, un organo B3 epitome del soul, la voce sicura e melodica di Azar, tutto coincide per una partenza felice. Ma Flatlands ha tutta un’altra marcia, batteria e percussioni in primo piano, ritmi southern con una slide che scalda le atmosfere sin dalla partenza e poi si scioglie in un lungo assolo ricco di connotati blues doc, con l’altra chitarra che risponde e rilancia il brano in continue accelerazioni, un piano alla Chuck Leavell, gran bella musica se posso sbilanciarmi, questo è proprio country got soul, e blues e rock e southern music se vogliamo aggiungere.

Mississippi Minute è un altro brano sempre in perfetto bilico tra acustico ed elettrico, chitarre e tastiere che si integrano perfettamente con un cantato molto laidback e qualche “tocco” del George Harrison dei lati B dei singoli del periodo Beatles-Apple, delizioso. Nuovamente slide in primo piano per l’ottima Gonna Be Good Lovin’ You e poi il funky-blues della tirata Bluestune con Jason Young il co-autore che aggiunge la sua armonica e canta il secondo verso con una voce ricca di ardore mentre sullo sfondo si agita una voce di supporto fermentata nel soul, forse femminile ma potrebbe essere un clamoroso falsetto. Indianola era la title-track del terzo CD di Steve Azar e dimostra che anche l’arte della ballata roots non è una virtù sconosciuta al titolare di questo album. Doin’ It Right è un’altra dimostrazione di come si fa a fare della musica country di ottima qualità, belle melodie, impasti di voci e strumenti delicati e raffinati, musica che ti entra in testa con facilità.

Goin’ To Be The Devil è un’altra southern tune, ricca di feeling e ritmo, con retrogusti swamp a cura dell’organo e della slide. The River’s Workin’ con piano ed organo ad aprirla è un brano degno del miglior Jackson Browne o dello Springsteen più rootsy, la solita slide che la caratterizza e un bel crescendo ti lasciano un senso di soddisfazione ed appagamento finale. Steve Azar, questo signore è bravo, fatevi un appunto, consigliato caldamente!

Bruno Conti

07/02/2012

Occupy Wall Street - Occupy This Album Compilation

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Sono solo le prime voci che giungono dagli Stati Uniti ma pare proprio che il Movimento Occupy Wall Street avrà una compilation ad hoc per raccogliere fondi da utilizzare per il prosieguo della loro storia. Dovrebbe essere pubblicato in versione solo digitale e uscire questa primavera. Sembra confermata la lista dei partecipanti, che è questa, con un mix di nuove canzoni e registrazioni dal vivo inedite:

•Crosby & Nash
•Yoko Ono
•Debbie Harry
•Devo
•Willie Nelson
•Jackson Browne
•Tom Morello
•Michael Moore
•Thievery Corporation
•Immortal Technique
•Joan Baez, James McMurtry and Steve Earle
•Mogwai
•Warren Haynes
•DJ Logic
•Ladytron
•Lucinda Williams
•The Guthrie Family
•Third Eye Blind
•Toots and the Maytals
•Yo La Tengo
•Rain Phoenix
•Our Lady Peace
•Aeroplane Pageant
•Chroma
•Cosmonaut
•Global Block
•Harry Hayward
•Jay Samel
•Jennie Arnau
•Joel Rafael
•Lloyd Cole
•Matt Pless
•Mike + Ruthy
•Mike Rimbaud
•My Pet Dragon
•Mystic Bowie
•Stephan Said
•Tao Seeger
•Taj Weekes
•Thee Oh Sees
•Julie B. Bonnie
•Ace Reporter
•Black Dragon
•Joseph Arthur
•Loudon Wainwright III
•Danger Field
•Richard Barone
•Ronny Elliot
•Los Cintron
•The Middle Eight
•Dylan Chambers
•Alex Emanuel
•Junkyard Empire

Questa dovrebbe essere una delle canzoni incluse, quella dei Third Eye Blind, speriamo che le altre siano migliori!

Magari tipo questa!

Bruno Conti