Anticipazioni Cofanetti Autunnali 2: Pentangle -The Albums: 1968-1972 7CD box set

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Pentangle – The Albums 1968-1972 – Box 7 CD Cherry Red Uk – 29-09-2017

Nel corso degli anni ai Pentangle sono state dedicate diverse ristampe, compreso un bellissimo box da 4 CD The Time Has Come, pubblicato nel 2007 dalla Castle Music, che negli anni 2000 aveva pubblicato anche tutte le ristampe, rimasterizzate e potenziate da bonus tracks, dei 6 album registrati dalla band nel periodo classico 1968-1972, gli anni della formazione originale: Bert Jansch, John Renbourn, Jacqui McShee, Danny Thompson Terry Cox. Di recente, a seguito della scomparsa prima di Jansch e poi di Renbourn c’è stato un grande ritorno di interesse per questo formidabile quintetto, una delle band seminali del revival del “British Folk”, ma anche una delle più grandi ed eclettiche della scena musicale inglese. Proprio sul finire dello scorso anno vi avevo parlato di uno splendido doppio CD http://discoclub.myblog.it/2016/11/06/supplemento-della-domenica-lultimo-atto-straordinaria-carriera-pentangle-finale/  che raccoglieva le registrazioni dell’ultimo tour di reunion e di commiato della band nella formazione classica, e comunque le celebrazioni proseguono, con le (ri)pubblicazioni degli ultimi album solisti di Bert Jansch in cofanetti arricchiti sempre da qualche chicca, nonché di un album inedito di John Renbourn Joint Control, registrato poco prima della morte insieme a Wizz Jones. Ora la Cherry Red pubblica questo cofanetto da 7 CD che raccoglie i 6 album del gruppo incisi per la Transatlantic (e uno per la Reprise) in quei “magici” 5 anni, in occasione del 50° anniversario della nascita della band, avvenuta appunto nel 1967.

Ecco i contenuti completi del box:

CD1: The Pentangle]
1. Let No Man Steal Your Thyme
2. Bells
3. Hear My Call
4. Pentangling
5. Mirage
6. Way Behind The Sun
7. Bruton Town
8. Waltz
Bonus Tracks:
9. Koan (Take 2)
10. The Wheel
11. The Casbah
12. Bruton Town (Take 3)
13. Hear My Call (Alternate Version)
14. Way Behind The Sun (Alternate Version)
15. Way Behind The Sun (Instrumental)
16. Bruton Town (Take 5) *
17. Koan (Take 1)
18. Travelling Song (Non-LP Single Version With Strings)
19. Poison
20. I Got A Feeling *
21. Market Song *

[CD2: Sweet Child – Disc 1 (Live At The Festival Hall)]
1. Market Song
2. No More My Lord
3. Turn Your Money Green
4. Haitian Fight Song
5. A Woman Like You
6. Goodbye Pork-Pie Hat
7. Three Dances (Brentzel Gay/La Rotta/The Earl Of Salisbury)
8. Watch The Stars
9. So Early In The Spring
10. No Exit
11. The Time Has Come
12. Bruton Town
Bonus Tracks:
13. Hear My Call
14. Let No Man Steal Your Thyme
15. Bells
16. Travelling Song
17. Waltz
18. Way Behind The Sun
19. John Donne Song

[CD3: Sweet Child – Disc 2 (Studio)]
1. Sweet Child
2. I Loved A Lass
3. Three Part Thing
4. Sovay
5. In Time
6. In Your Mind
7. I’ve Got A Feeling
8. The Trees They Do Grow High
9. Moon Dog
10. Hole In The Coal
Bonus Tracks:
11. Hole In The Coal (Alternative Version)
12. The Trees They Do Grow High (Alternative Version)
13. Haitian Fight Song (Studio Version)
14. In Time (Alt. Version)
15. A Woman Like You (Unabridged Trio Version) *
16. I’ve Got A Woman (Trio Mix) *
17. I Am Lonely (Jansch Solo Mix) *
18. Poison
19. Blues
20. Sally Go Round The Roses (Alt. Version 2)
21. Moondog (Full Band Vsn) *

[CD4: Basket Of Light]
1. Light Flight (Theme From “Take Three Girls”)
2. Once I Had A Sweetheart
3. Springtime Promises
4. Lyke Wake Dirge
5. Train Song
6. Hunting Song
7. Sally Go Round The Roses
8. The Cuckoo
9. House Carpenter
Bonus Tracks:
10. Sally Go Round The Roses (Alternative Version)
11. Cold Mountain (B-Side)
12. I Saw An Angel (B-Side)
13. House Carpenter * (Live In Aberdeen)
14. Light Flight (Live In Aberdeen) *
15. Pentangling (Live In Aberdeen)

[CD5: Cruel Sister]
1. A Maid That’s Deep In Love
2. When I Was In My Prime
3. Lord Franklin
4. Cruel Sister
5. Jack Orion
Bonus Tracks:
6. Will The Circle Be Unbroken (Take 1, No Harmonica) *
7. Rain & Snow (Take 2) *
8. Omie Wise (Take 2, Live Vox) *
9. John’s Song (Take 7) *
10. Reflection (Olympic Studios Take 1) *
11. When I Get Home (Alternative Vocal) *

[CD6: Reflection]
1. Wedding Dress
2. Omie Wise
3. Will The Circle Be Unbroken?
4. When I Get Home
5. Rain And Snow
6. Helping Hand
7. So Clear
8. Reflection
Bonus Tracks:
9. Shake Shake Mama
10. Kokomo Blues
11. Faro Annie
12. Back On The Road Again
13. Will The Circle Be Unbroken (Take 3, Live Vox) *
14. Reflection (Command Studios, Take 1, Wordless Vox) *
15. John’s Song (Take 5, Fuzz Guitar) *
16. Wondrous Love *

[CD7: Solomon’s Seal]
1. Sally Free And Easy
2. The Cherry Tree Carol
3. The Snows
4. High Germany
5. People On The Highway
6. Willy O’ Winsbury
7. No Love Is Sorrow
8. Jump, Baby, Jump
9. Lady Of Carlisle
Bonus Tracks:
10. When I Get Home (Live At Guildford Civic Hall 11/72) *
11. She Moved Through The Fair (Live At Guildford Civic Hall 11/72) *
12. Train Song (Live At Guildford Civic Hall 11/72) *

* Previously Unissued

Sono gli stessi contenuti dei singoli album che erano già usciti? Direi di no, sono stati inseriti anche brani tratti dai dischi solisti di Jansch e Renbourn, oltre ad outtakes e brani dal vivo, mentre i compilatori del cofanetto annunciano che ci sono 22 brani comunque inediti. Non ho avuto tempo di verificare se non erano stati già inseriti nel box quadruplo o in altre compilations varie uscite nel corso degli anni, ma diamogli fiducia. Quando sarà il momento, ovvero dopo l’uscita prevista per il 29 settembre, verificheremo nella recensione ad uopo dedicata a questo Pentangle The Albums 1968-1972, che fa il paio come importanza con il cofanetto dei Fairport Convention Come All Ye The First Ten Years, di cui leggerete sul Blog la recensione completa nel supplemento della domenica.

Alla prossima.

Bruno Conti

Il Mezzo Secolo Di Una Band Leggendaria! Fairport Convention – 50:50@50

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Fairport Convention – 50:50@50 – Matty Grooves CD

I Fairport Convention, forse il miglior gruppo folk britannico di tutti i tempi (specie nei primi anni, ed in particolare nel 1969, un vero e proprio “dream team” con all’interno gente del calibro di Richard Thompson, Sandy Denny, Ashley Hutchings e Dave Swarbrick, credo che solo nei Beatles ci fosse più talento tutto insieme) non è mai stato allergico alle auto-celebrazioni, anzi: più o meno dal 25° anno di attività, ogni lustro hanno pubblicato un disco, dal vivo o in studio, che festeggiasse l’evento, e quindi figuriamoci se si lasciavano sfuggire l’occasione delle cinquanta candeline (il loro esordio discografico è del 1968, ma come band esistevano già da un anno, *NDB Così l’anno prossimo possono festeggiare di nuovo). A voler essere pignoli, gli anni sarebbero meno, in quanto i Fairport, a parte le annuali reunion a Cropredy che oggi sono diventate un must, di fatto non sono esistiti come band nel periodo dal 1979 al 1985, anno in cui Simon Nicol, unico tra i membri fondatori, e Dave Pegg, altro capitano di lungo corso (e complessivamente ad oggi il più presente in assoluto nelle tante line-up del gruppo), insieme al nuovo Ric Sanders (in sella ancora oggi), al rientrante Dave Mattacks (in seguito sostituito da Gerry Conway) e, un anno dopo, a Martin Allcock (a cui negli anni novanta subentrò Chris Leslie), decisero di riformare la vecchia sigla per il discreto Gladys’ Leap.

Una critica che viene spesso rivolta all’attuale formazione dei Fairport, la più longeva di sempre, è di essere un gruppo di onesti mestieranti senza alcun fuoriclasse al suo interno, e specie nei primi anni della reunion c’era chi faceva fatica ad accettare che il gruppo fosse guidato da Nicol (che obiettivamente nella golden age, gli anni sessanta, era il componente di minor spessore artistico), ma col tempo la situazione si è normalizzata, anche perché i cinque, pur non sfornando nuovi capolavori all’altezza di Unhalfbricking o Liege & Lief, hanno sempre pubblicato album più che dignitosi, alcune volte ottimi, sicuramente piacevoli, di classico folk-rock nella miglior tradizione britannica, senza mai scendere sotto il livello di guardia (meglio anche, per fare un esempio, dei tre LP usciti prima del loro scioglimento nel 1979, Gottle O’Geer, The Bunny Bunch Of Roses e Tipplers Tales, forse il punto più basso della loro storia). E l’album appena pubblicato per celebrare il mezzo secolo di attività (per ora in vendita solo sul loro sito, dal 10 Marzo sarà disponibile ovunque), 50:50@50, è indubbiamente uno dei più riusciti degli ultimi vent’anni: un disco suonato alla grande ed inciso benissimo, e d’altronde i nostri sono dei musicisti talmente capaci ed esperti che, quando li sostiene anche l’ispirazione, è difficile che sbaglino il colpo.

Il CD, quattordici brani, è diviso esattamente a metà (50:50, e qui si spiega il titolo) tra brani in studio nuovi di zecca e performances dal vivo (registrate in varie locations negli ultimi due anni), dove però si evita di riproporre per l’ennesima volta i classici assodati, rivolgendosi a pagine meno note: come ciliegina, un paio di grandi ospiti che aggiungono ulteriore prestigio al lavoro. Ma direi di analizzare il contenuto, cominciando dai sette brani in studio e passando poi ai live (anche se sul CD la distinzione non è netta, anzi le due diverse situazioni si alternano). Eleanor’s Dream, scritta da Leslie (in questo album il songwriter e cantante di punta, assume quasi la leadership a discapito di Nicol) apre benissimo il disco, una rock ballad elettrica, solo sfiorata dal folk, con un bel refrain ed un arrangiamento vigoroso, un ottimo inizio per un gruppo che dimostra subito di non aver perso lo smalto. Step By Step è una deliziosa ballata dalla melodia tenue e limpida, punteggiata da un delicato arpeggio, mentre Danny Jack’s Reward è il rifacimento di un brano apparso nel 2011 su Festival Bell, uno strumentale scritto da Sanders e qui rafforzato dalla presenza di una vera e propria orchestra folk di otto elementi, che mischia archi e fiati, un pezzo trascinante ed eseguito con classe sopraffina, uno degli highlights del CD. L’acustica e bucolica Devil’s Work è puro folk-rock, un genere che i nostri hanno contribuito ad inventare (magari non in questa formazione, ma lasciamo stare), l’autocelebrativa Our Bus Rolls On è più canonica comunque sempre piacevole, con un motivo da fischiettare al primo ascolto. The Lady Of Carlisle è un delizioso traditional elettroacustico che vede la partecipazione alla voce solista di Jacqui McShee, ex ugola dei Pentangle, creando così un ideale ponte tra i due gruppi più leggendari della scena folk britannica, mentre la breve Summer By The Cherwell, scritta dal collega ed amico PJ Wright, è una cristallina folk ballad, pura e tersa, tra le più immediate del disco.

E veniamo alla parte dal vivo, il cui punto più alto è certamente una versione del noto traditional Jesus On The Mainline (reso immortale negli anni settanta da Ry Cooder), grazie alla presenza alla voce solita nientemeno che di Robert Plant: l’ex cantante dei Led Zeppelin è da sempre un grande ammiratore dei Fairport (basti ricordare il duetto con Sandy Denny in The Battle Of Evermore, dal mitico quarto album del Dirigibile), e questa versione, tra rock, folk e gospel, è semplicemente strepitosa, al punto da lasciarmi la voglia di un intero album dei nostri insieme al lungocrinito vocalist. Gli altri sei brani on stage vengono da diversi periodi del gruppo, e solo due da prima della reunion del 1985: la frizzante Ye Mariners All è uno di questi due (era infatti su Tipplers Tales), un reel cantato, con violino e mandolino grandi protagonisti e ritmo decisamente vivace; splendida The Naked Higwayman, saltellante brano scritto dal folksinger Steve Tilston, un bellissimo folk-rock dal motivo coinvolgente (canta Nicol) ed eseguito in maniera perfetta, un genere nel quale i nostri sono ancora i numeri uno. La lunga e drammatica Mercy Bay è uno dei brani a sfondo storico che ogni tanto scrivono, una canzone abbastanza strutturata e complessa, ma non ostica, anche se pur mantenendo la base folk è indubbiamente moderna; Portmeirion è un malinconico strumentale costruito intorno ad una melodia per violino e mandolino, tra i più noti di quelli usciti dalla seconda fase della carriera del gruppo. Completano il quadro la corale Lord Marlborough, il più antico tra i pezzi dal vivo (apriva Angel Delight, album del 1971) e la struggente John Condon, che ricorda certe ballate folkeggianti di Mark Knopfler, senza la sua chitarra ovviamente.

In definitiva, un altro bel disco per un gruppo che, nonostante i cinquant’anni sul groppone, non ha perso la voglia di fare ottima musica. Consigliato.

Marco Verdi

Supplemento Della Domenica: L’Ultimo Atto Di Una Straordinaria Carriera! Pentangle – Finale

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Pentangle – Finale An Evening With Pentangle – 2 CD Topic Records

Credo sia noto a tutti (e a quelli che non ne sono edotti, per ragioni varie, immagino per lo più anagrafiche, lo stiamo dicendo adesso) che i Pentangle siano stati una delle formazioni chiave del filone del cosiddetto folk-rock britannico, insieme a Fairport Convention, Steeleye Span, e per certi versi anche Albion Band e Incredible String Band, oltre a molte altre definite minori, ma non per questo meno importanti. Il revival del folk nelle isole britanniche nasce, più o meno, all’inizio degli anni ’60 – e qui certo non ne tracceremo la lunga storia – grazie alla spinta di personaggi come Davy Graham, Ewan MacColl, Martin Carthy, Shirley Collins, i Watersons, oltre a moltissimi altri, tra cui spiccano certamente Bert Jansch e John Renbourn. Proprio questi ultimi due, unendosi ad altri musicisti, dopo alcune prove come solisti ed in coppia, diedero vita nel 1967 ai Pentangle, che furono gli iniziatori di una sorta di sotto filone unico, il folk jazz, dove oltre al folk della tradizione, rappresentato dalla splendida e cristallina voce di Jacqui McShee, anziché il rock, confluivano elementi jazz rappresentati da Terry Cox alla batteria e dallo straordinario Danny Thompson al contrabbasso. Poi naturalmente nel corso degli anni e dei dischi, sarebbero entrate anche le infiltrazioni etniche, portate dal sitar di John Renbourn, e gli elementi blues che si univano al folk, nel lavoro di entrambi i chitarristi, Bert Jansch, anche voce solista insieme alla McShee e il citato Renbourn.

Non tracciavano forse la storia completa neppure dei Pentangle, ma i sei album pubblicati dalla formazione originale tra il 1967 e il 1973 sono essenziali per ogni appassionato della buona musica, a prescindere dal genere. In alternativa (o in aggiunta) potreste anche rivolgervi allo splendido cofanetto The Time Has Come, un box di 4 CD, pubblicato nel 2007 in occasione del 40° anniversario, e che raccoglie il meglio del repertorio della formazione originale, arricchito da materiale vario, raro ed inedito. Poi esistono molti dischi anche delle varie formazioni che si sono susseguite nel corso degli anni e tuttora circola una formazione definita Jacqui McShee’s Pentangle, che la vede unica sopravvissuta del quintetto iniziale. Ma nel 2007, prima per ricevere il BBC Radio 2 Lifetime Achievement Award, eseguendo per l’evento anche due brani, per la prima volta insieme dopo 25 anni, e soprattutto l’anno successivo, con un tour di 12 date, preceduto da due apparizioni al programma televisivo di Jools Holland, il gruppo fu ancora una volta in grado di riproporre quella magica miscela musicale definita “folk-jazz”, ma che in fondo non era categorizzabile, diciamo Musica con la M maiuscola.

Il risultato di quei concerti ha avuto una lunga gestazione: Bert Jansch che stava seguendo il mixaggio e la messa in sequenza dei brani, scompare nel 2011, mentre John Renbourn che aveva preparato i masters originali ci ha lasciato a sua volta nel 2015. Ma alla fine la Topic, l’etichetta degli album originali, ce l’ha fatta, e abbiamo tra le mani questo Finale, un doppio CD splendido, con 21 brani estratti da otto dei dodici concerti, ma che all’ascolto non palesano differenze, dando l’impressione di ascoltare il risultato di “Una Serata Con i Pentangle”. Il suono è splendido, e le canzoni ancora di più, la chimica tra i vari componenti della formazione è rimasta inalterata, e Jansch e Renbourn, anche se non più giovani e malandati in salute, sono in grado di mandare più di un brivido nella schiena degli ascoltatori, e pure gli altri non scherzano, soprattutto la McShee, ancora in possesso di una voce splendida. Diciamo che questo doppio è un documento pressoché perfetto del loro repertorio Live, sfiorato nella parte dal vivo di Sweet Child e nel Live 1994 dove c’erano solo Jansch e McShee. Il concerto, nella ricostruzione discografica, si apre con Let No Man Steal Your Thyme, che era proprio il brano che apriva la prima facciata del debutto The Pentangle, subito con la splendida fusione delle chitarre di Renbourn e Jansch, svolazzanti ed imprendibili, sostenute dal finissimo lavoro della sezione ritmica, dove giganteggia Thompson e con Jacqui McShee splendida.

Il primo classico è Light Fight, tratta da Basket Of Light,  con complessi intrecci strumentali e vocali, per una versione ai limiti della perfezione. Mirage, di nuovo dal primo album, si avvale di alcune improvvisazioni dell’elettrica di Renbourn ed è di nuovo magnifica. Da Basket…viene Hunting Song una composizione corale, uno dei brani più lunghi del concerto (pezzi che raramente superano i sette minuti, optando per versioni concise ma di rara efficacia, quindi, purtroppo, come potete intuire, niente Jack Orion), con Cox che si esibisce al classico glockenspiel, per un brano dove il lato folk della band è più in evidenza, sognante ed etereo, come la voce di Jacqui, qui doppiata per la prima volta da quella di Jansch. Come nella dolcissima Once I Had A Sweetheart, sempre dal terzo album, uno dei più saccheggiati, mentre Market Song, la prima dove la voce solista è quella di Jansch, segnata dal tempo, ma ancora inconfondibile, viene dalla parte Live del seminale Sweet Child, altra versione deliziosa. E ancora da quel disco, la parte di studio, viene il magnifico (sono a corto di aggettivi) strumentale In Time, dove il brano viene propulso dal contrabbasso di Thompson e Danny Cox si concede un breve assolo di batteria; People On The Highway era sull’ultimo album Solomon’s Seal (a dimostrazione che tutto il repertorio viene rivisitato), una delle canzoni più “americane” tra quelle scritte da Bert Jansch per il gruppo. Jansch che imbraccia il banjo per la successiva House Carpenter (di nuovo da Basket Of Light), mentre Renbourn passa al sitar, e Bert divide la parte vocale con Jacqui, mentre la musica, come si può immaginare assume derive orientaleggianti.

Cruel Sister come la vogliamo definire? Incantevole, superba, mirabile, fate voi: una delle loro canzoni più belle, era sull’album omonimo e il sitar di Renbourn aggiunge un tocco magico alla splendida interpretazione vocale della McShee. The Time Has Come (un brano di Annie Briggs, un’altra delle “eroine” del folk revival inglese) era nella parte dal vivo di Sweet Child, e permette ancora una volta di gustare la squisita vocalità della McShee. Bruton Town era sia nel live come nel primo disco, un traditional corale, arrangiato da tutta band, A Maid That’s Deep In Love, di nuovo da Cruel Sister, con Jansch al dulcimer,  ancora più apprezzabile nei particolari grazie al perfetto sound dell’album, è seguita da I’ve Got A Feeling, la loro interpretazione blues di un brano di Miles Davis. The Snows, di nuovo da Solomon’s Seal, è un altro brano immerso nella tradizione folk più profonda, cantato da Bert, nel suo stile conciso e scarno, ma efficace. Non poteva mancare un altro omaggio al grande jazz, con la loro versione unica di Goodbye Pork Pie Hat di Charles Mingus, dove Danny Thompson fa i numeri al contrabbasso, ma anche tutti gli altri non scherzano, soprattutto Renbourn. Di nuovo un traditional da Sweet Child, No More My Lord, prima di un’altra perla da Solomon’s Seal, Sally Free And Easy, anche questa dalla tradizione del folk britannico. Wedding Dress è una delle due proposte estratte da Reflection, insieme alla traccia conclusiva che vediamo tra un attimo, in mezzo c’è una versione stupenda e scintillante della incredibile Pentangling, uno dei loro cavalli di battaglia assoluti. E a suggellare questo concerto rimane la loro versione, dal lato Atlantico della Manica, di Will The Circle Be Unbroken, che però purtroppo chiude il cerchio della loro carriera in modo definitivo ed inequivocabile, anche se nel 2011 si esibirono ancora in alcune date dal vivo e si dice abbiamo registrato del materiale inedito in studio, quindi mai dire mai. Lo devo dire, mi dispiace: imperdibile!

Bruno Conti