05/07/2012
Non Un Capolavoro...Ma Neppure Un Brutto Disco! Joe Walsh - Analog Man
Joe Walsh - Analog Man - Fantasy/Universal - Deluxe CD + DVD
Non sono mai stato un grandissimo fan di Joe Walsh, l’ho sempre considerato per quello che in realtà è: un ottimo chitarrista, un buon animale da palcoscenico (talvolta al limite del clownesco), ma dal punto di vista vocale e del songwriting un personaggio di seconda, o forse anche di terza fascia. Musicista di secondo piano negli anni settanta (anche se con la James Gang ha fatto la sua figura), deve senz’altro la sua popolarità al fatto di essere stato chiamato negli Eagles come sostituto di Bernie Leadon, e di avere esordito con loro proprio in Hotel California, cioè in uno degli album più famosi di tutti i tempi. Ma da solista non ha mai combinato granché di buono (come tutte le Aquile d’altronde, escluso forse Don Henley), con l’eccezione dei due dischi a nome Barnstorm, quello omonimo e l’ottimo The Smoker You Drink… e a parte un altro paio di album discreti negli anni settanta, vivendo sempre di rendita su vecchie canzoni come Life’s Been Good, Rocky Mountain Way o In The City. In più, Analog Man arriva a ben vent’anni di distanza dalla sua ultima fatica, quel Songs For A Dying Planet che non aveva certo fatto gridare al miracolo, per usare un eufemismo.
Quindi, direte voi, perché questo post? Perché il produttore (solo in cinque brani su dodici, parlo della “solita” versione deluxe, quella normale ne ha dieci) è un mio autentico pallino: Jeff Lynne, negli ultimi anni poco attivo ma a cavallo tra gli ottanta ed i novanta era un vero produttore deluxe, avendo collaborato con il gotha della musica rock mondiale.
Solo per fare qualche nome (ma la lista sarebbe lunghissima): George Harrison (che lo ha “sdoganato” dopo che la critica di mezzo mondo lo odiava per il fatto di essere il leader della Electric Light Orchestra), Roy Orbison, Tom Petty (forse il suo apice come produttore e co-autore), Traveling Wilburys, Paul McCartney, Randy Newman, Del Shannon, oltre ai riuniti Beatles e a Brian Wilson (che è uno che ha probabilmente bisogno di tante cose, ma non certo di un produttore). E comunque, Lynne a parte (che, ripeto, agisce in meno del 50% del disco, ma guarda caso i tre brani migliori vedono lui alla consolle), Analog Man è, contro ogni previsione, un buon disco di classico rock californiano: Walsh si è preso il suo tempo, ma ha messo a punto una serie di canzoni che, pur non essendo dei capolavori, non deludono (tranne un paio di casi, ma temevo peggio!), la voce è sempre quella che è, ma la grinta c’è e la tecnica chitarristica la conosciamo tutti. E poi, per fortuna, le cose meno riuscite Joe le ha lasciate quasi alla fine del disco.
Oltre a Lynne, nell’album sono presenti nomi altisonanti come Ringo Starr (che se non lo sapete è il cognato di Joe, in quanto Walsh ha sposato Marjorie Bach, sorella di Barbara), il bassista dei Crazy Horse Rick Rosas, oltre a David Crosby e Graham Nash ai cori in Family.
Joe parte bene con la title track (nella quale ci rivela essere un nostalgico delle vecchie tecnologie e di diffidare delle nuove), un potente rock dei suoi, ma anche orecchiabile, con la mano di Lynne che si sente eccome, specie nel suono della batteria, nella nitidezza della strumentazione e nel suo tipico big sound). Ancora meglio Wrecking Ball (titolo un po’ inflazionato ultimamente…), dotata di un ritornello estremamente piacevole, un bell’assolo di slide e Lynne che suona tutti gli strumenti tranne la lead guitar e canta i cori. L’ex ELO deve aver lasciato il segno, in quanto anche Lucky That Way, pur se prodotta dal solo Walsh, risente palesemente dell’influenza del barbuto inglese: una bella ballata solare californiana, cantata bene da Joe e con il giusto campionario di chitarre acustiche e riverberi; Spanish Dancer sembra davvero un brano dell’ultimo periodo della ELO, se non fosse per un paio di intermezzi chitarristici tipici di Joe. Band Played On, dal sound orientaleggiante, non è un granché, anche se il bel finale chitarristico la risolleva, mentre Family è una discreta slow ballad (genere nel quale Joe non ha mai eccelso), nobilitata dalle inconfondibili voci di Crosby & Nash, anche se il synth di sottofondo ce lo potevano risparmiare.
One Day At A Time, che vede il ritorno di Lynne in consolle, è una canzone che gli Eagles hanno già proposto dal vivo negli anni più recenti: una bella canzone, sul genere delle cose migliori di Joe, ed il tocco di Jeff non può che farle bene (anche se qui sembra più Wilburys che Eagles). Di certo il brano migliore del CD. Hi-Roller Baby scivola via gradevole ma innocua, Funk 50, seguito palese della celebre Funk # 49, mostra più muscoli che cervello, mentre India è uno strumentale abbastanza assurdo, un brano ambient-techno-dance senza né capo né coda. Una schifezza, in poche parole.
Per fortuna arriva Lynne a rimettere le cose a posto con Fishbone, che non è un capolavoro ma almeno ha i suoni in ordine, mentre l’ultimo brano è del tutto particolare: But I Try è infatti frutto di una jam inedita, incisa nei primi anni settanta, dalla James Gang con Little Richard (che è anche il cantante solista), un buon brano di rock classico, abbastanza lontano dallo stile tipico del rocker di colore, ma con uno splendido duello finale tra il suo pianoforte e la chitarra di Walsh.
Quindi un buon disco, almeno per tre quarti, che non dovrebbe comunque far rimpiangere i soldi spesi: Joe Walsh non è un fenomeno (e lo sa), ma stavolta è riuscito a non strafare (India a parte) e quindi direi che si merita la promozione, anche se alla lode forse non ci arriverà mai.
Marco Verdi
P.S: per la precisione, la versione deluxe contiene anche un DVD con il making of e tre brani dal vivo.
*NDB (Nota del Blogger o del Bruno, come preferite). Oggi doppia razione, appena sotto trovate un'altra recensione. Quando non vedete la mia firma ma quella di uno dei graditi ospiti del Blog, non sto riposando in panciolle ma devo comunque "preparare" i Post che poi leggete, munendoli di foto, filmati e quant'altro. Buona lettura!
11:08 Scritto da bruno_conti (Webmaster) in Carbonari, Disco UFO, Ospiti | Link permanente | Commenti (0) | Segnala
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11/04/2012
"Dischi Virtuali"! Tommy Bolin & Friends - Great Gypsy Soul
Tommy Bolin And Friends – Great Gypsy Soul – Samson Records
La moda del duetto virtuale o del “disco virtuale” si può far risalire alla famosa Unforgettable del 1991, il brano in cui la voce di Nat King Cole fu inserita in modo elettronico su una base con voce già registrata dalla figlia Natalie. Poi nel 1995 fu perfezionata per il brano dei Beatles Free As A Bird dove un demo voce e piano di John Lennon venne completato dai “Threetles” per il primo volume della serie Anthology e nel corso degli anni è diventata una sorta di abitudine, da Celine Dion con Sinatra fino ad arrivare a Kenny G che duetta con Armstrong in What A Wonderful World (ho ancora i brividi, ma non di piacere!). In questa ultima decade la pratica è andata scemando ma non dimentichiamo che questo sistema di registrazione è quasi una prassi tra musicisti viventi: lo scambio di nastri e registrazioni nell’era del digitale, quando persone che spesso vivono in diverse città, stati o anche continenti, e per vari motivi non si possono incontrare, è uno dei metodi quasi più comuni utilizzati per gli album di duetti o i Tributi.
In questo caso, essendo Tommy Bolin scomparso nel lontano 1976, è ovvio che questo poteva essere l’unico sistema di registrazione. A dare una patina di autorevolezza al progetto ha provveduto la presenza di Warren Haynes che insieme a Greg Hampton ha curato la produzione di questo Great Gypsy Soul per la Samson Records e ha anche scritto le note del libretto. In effetti anche se si dice che sono brani “incompiuti” sembra perlopiù trattarsi di outtakes, versioni diverse di pezzi già apparsi originariamente in Teaser (tutti meno uno), che la stessa etichetta aveva pubblicato lo scorso anno in edizione Deluxe e, volendo, di Bolin, nel corso degli anni, sono uscite varie raccolte di inediti e rarità a partire dal cofanetto doppio The Ultimate negli anni ’90 poi ampliato a triplo nel 2008 con l’aggiunta della parola Redux e, sempre lo stesso anno, i due volumi di outtakes Whips And Roses. Come saprete la carriera del musicista americano non è stata particolarmente lunga né gloriosa, quando è morto aveva 25 anni, e aveva suonato con gli Zephyr, poi nella James Gang al posto di Joe Walsh e al momento della morte suonava con i Deep Purple e in contemporanea a Come Taste The Band era uscito Teaser. Ma la sua fama, soprattutto tra gli appassionati di chitarra, è legata alla partecipazione a Spectrum di Billy Cobham, dove i furiosi duetti con la batteria del titolare del disco (e con il synth di Jan Hammer) avevano contribuito alla riuscita di quel disco, che ancora oggi è uno dei migliori esempi del cosiddetto jazz-rock.
Anche Teaser era una sorta di Spectrum più blando, con l’aggiunta della voce, tra funky, hard rock, blues, jazz con la partecipazione di musicisti come Jan Hammer, David Foster, Jeff Porcaro, David Sanborn, Narada Michael Walden, Glenn Hughes e molti altri. Questo Great Gypsy Soul, brano dopo brano, alla voce e alla chitarra di Bolin, aggiunge una lista di “ospiti” impressionante: da Peter Frampton nel funky-rock dell’iniziale The Grind cantata dallo stesso Tommy, che detto per inciso non aveva un gran voce ma compensava in abbondanza con la perizia alla chitarra. In Teaser lo sentiamo duettare con l’ottimo Warren Haynes e in Dreamer, uno dei brani più belli del disco, una ballata dove la voce è quella di Myles Kennedy degli Alter Bridge, l’altra chitarra è di Nels Cline dei Wilco, uno “strano” terzetto ma funziona. Per Savannah Woman, tra jazz e latino, vagamente Santaneggiante, il duetto virtuale è con John Scofield mentre per Smooth Fandango uno dei brani migliori che ricorda i ritmi frenetici di Spectrum si aggiunge l’ottimo Derek Trucks. Nella reggata e francamente irritante People People ci sono Gordie Johnson con i canadesi Big Sugar, meglio il rock di Wild Dog anche se c’è l’Aerosmith “sbagliato” Brad Whitford.
Homeward Strut è un funkaccio strumentale molto anni ‘70 con Steve Lukather e le chitarre viaggiano. Sugar Shack con Glenn Hughes e la slide di Sonny Landreth non so da dove arriva (non era su Teaser) ma è un solido blues-rock, Crazed Fandango è l’occasione per pirotecnici scambi strumentali con Steve Morse e il sax di Sanborn. La conclusione è affidata alla lunga e scintillante Lotus con Glenn Hughes che si porta l’amico Joe Bonamassa per duettare con Nels Cline. Ovviamente si tratta di un disco per fans e completisti di Bolin e/o della chitarra nelle sue varie forme, non male e credibile nel risultato finale. Solo per il mercato americano, in esclusiva su Amazon.com ne è uscita una versione doppia Deluxe con quattro lunghe jam dove i vari partecipanti si “accoppiano” strumentalmente tra loro!
Bruno Conti
10:45 Scritto da bruno_conti (Webmaster) in Carbonari, Non tutti sanno che... | Link permanente | Commenti (0) | Segnala
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18/03/2012
Solo Del Sano Buon Vecchio Rock! Howlin Rain - The Russian Wilds
Howlin Rain - The Russian Wilds - Birdman/American Recordings
Gli Howlin Rain sono la creatura di Ethan Miller, nati come coma una costola, uno spin-off, rispetto ai più psichedelici e sperimentali Comets On Fire ne hanno decretato in un certo senso la fine, visto che dopo Avatar del 2006 questi ultimi non hanno più pubblicato nulla (ma mai dire mai). In pratica non è cambiato moltissimo, chitarre, chitarre e ancora chitarre, ma anche un po' di organo se è per quello (abbondante), le atmosfere si sono spostate decisamente verso il rock anni '70, quello hard ma di qualità tralasciando i sixties, e godendo della fiducia (e dei mezzi) di Rick Rubin (guardate le barbe, sembrano gemelli separati alla nascita Miller e Rubin) che veste i panni del produttore esecutivo (che non si sa mai cosa vuol dire) hanno affinato il loro sound affidandosi in una co-produzione all'ingegnere del suono Tim Green che ha contribuito ad un sound più netto e definito, ricco di echi del passato ma che si avvale delle attuali tecniche di registrazione.
Ma non sembra, ossia il disco potrebbero averlo fatto i Led Zeppelin o i Black Sabbath o dei Little Feat meno raffinati ma anche gli Humble Pie di Steve Marriott e quindi il risultato finale di questo The Russian Wilds suona molto simile (ma diverso) rispetto ad altri retro-rockisti come i Black Crowes, sono i classici dieci brani (più un breve interludio) per un'ora abbondante di musica, con Ethan Miller e il suo socio alla chitarra solista Isaiah Mitchell, in prestito dagli Earthless, che danno sfogo al meglio di quello che hanno imparato dalle collezioni di dischi dei loro genitori, lasciando spazio anche alle tastiere, organo, mellotron e qualche synth d'annata e se serve alla terza chitarra di Joel Robinow. Viene dato spazio abbondante anche all'uso di intricate armonie vocali e Ethan Miller rispetto al precedente Magnificent Fiend è notevolmente migliorato come cantante, più misurato ma pronto all'urlo alla Gillan, Marriott e qualcuno aggiunge Byron degli Uriah Heep.
Qui e là affiorano anche altre influenze come nel finale "latin-rock" di Phantom In The Valley dove sembra di ascoltare i primi Santana, quelli con Gregg Rolie, con l'aggiunta di una sezione fiati e una tromba in bella evidenza, che non c'entra nulla con il resto del brano e del disco ma è un retaggio degli anni '70 quando non eri irreggimentato in nessuno stile particolare, se ti girava di cambiare genere lo facevi e basta. O l'hard rock tra Deep Purple e Led Zeppelin dell'iniziale Self Made Man che dopo qualche omaggio dark anche ai Black Sabbath nella parte centrale approda ad un intervento di twin lead guitars in puro stile Allman Brothers per poi divenire puro blues-rock alla Humble Pie, il tutto nello spazio dello stesso brano. C'è anche la ballatona hard con retrogusti soul alla Frankie Miller o Paul Rodgers dell'ottima Can't Satisfy Me Now che può ricordare i già citati Black Crowes.
Cherokee Werewolf con piano elettrico e voci femminili di supporto rimane più o meno in quei territori ma aggiunge negli intermezzi strumentali piccoli elementi psichedelici e californiani dell'epoca d'oro, mentre Strange Thunder nella prima parte è un brano acustico cantato quasi in falsetto da Miller poi le chitarre scaldano le corde, il basso e la batteria pulsano alla grande e il brano decolla in un crescendo emozionante degno del miglior Page, come costruzione sonora s'intende. Dark Side è quel "finto soul", vero funky-rock, che piaceva ai Deep Purple di Coverdale e Hughes ma anche a molti gruppi americani dei primi anni '70 con un assolo di organo come non si sentiva da secoli. Beneath Wild Wind è quasi blue-eyed-soul, una ballata mid-tempo molto radiofonica vagamente alla Queen (la FM di quei tempi non di oggi), Collage è una cover di un vecchio brano della James Gang di Joe Walsh, con quell'equilibrio tra elettrico ed acustico soprattutto, che avevano i brani della band nel periodo di Barnstorm.
Walking Through Stone con le chitarre tra fuzzy e wah-wah è del sano blues-rock d'annata mentre la conclusiva Still Walking è uno strano divertissement strumentale dove piano e chitarra solista si dividono il proscenio per una conclusione virtuosistica.
Come dice il titolo "Solo Del Sano Buon Vecchio Rock", niente di più ma neanche di meno, non aspettatevi altro e rimarrete soddisfatti.
Bruno Conti
18:44 Scritto da bruno_conti (Webmaster) in Carbonari, Non tutti sanno che... | Link permanente | Commenti (1) | Segnala
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19/01/2011
Lost Treasures! Morly Grey - The Only Truth
Morly Grey - The Only Truth - Sundazed
Originari di Alliance, Ohio i fratelli Mark & Tim Roller (Roller Brothers non sarebbe stato un nome malvagio per un gruppo) sono più noti (con l’aggiunta dei batteristi Paul Cassidy e Bob LaNave) come i Morly Grey, un gruppo che manda un brivido di piacere tra i collezionisti e gli appassionati di psichedelia. Il loro unico album, questo The Only Truth uscito in origine per la Starshine Records è (era) considerato uno dei pezzi più pregiati, misconosciuti e rari della musica americana di quegli anni, molto ricercato perché mai ufficialmente ristampato se non in versioni “pirata” ricavate dal vinile originale e quindi di scarsa qualità e non autorizzate.
La Sundazed colma questa lacuna con la prima uscita ufficiale in CD (e doppio vinile) di questo “classico perduto”. Prima di un esame più approfondito vorrei dire che questo disco non è il capolavoro assoluto di cui si è spesso parlato ma è sicuramente un album molto buono, ottimo addirittura che si assicura il giusto posto in quel filone che possiamo definire progressivo-psichedelico-garage che ispirato dal power trio rock di formazioni come Cream e Blue Cheer si avvicina alle sonorità di gruppi come la James Gang o i primi Grand Funk.
Una sezione ritmica agile ma anche rocciosa con il basso sinuoso e rotondo di Mark Roller su cui si inseriscono le continue improvvisazioni della chitarra del fratello Tim, il primo batterista Paul Cassidy divide gli interventi vocali con Mark Roller come nella raffinata You Came To Me dove fa capolino anche una chitarra acustica come nella successiva, sognante Who Can I Say You Are dove un inizio alla Who (o alla Blue Cheer) si stempera in un brano dalla struttura più semplice ma sempre ricercata con le chitarre sempre in evidenza.
L’iniziale Peace Officer viceversa era una gagliarda cavalcata rock-blues nei territori sonori dei gruppi citati prima con chitarra, basso e batteria a dividersi i compiti nei migliori stilemi del genere. Cassidy è l’autore del brano I’m Afraid altro esempio della psichedelia gentile e ricercata del trio mentre Our Time comincia ad aprirsi, nei suoi oltre sei minuti, verso una musica più improvvisata che, curiosamente, ricorda anche la musica dei primi Yes, quelli più progressivi che sinfonici anche se non ci sono le tastiere a moderare il suono e quindi la chitarra è libera di sbizzarrirsi in lunghe improvvisazioni anche con il wah-wah.
After me again ricorda nelle sue armonie vocali anche il sound westcoastiano con vigorose iniezioni psichedeliche nella parte strumentale. A feeling for you è un momento più tranquillo e riflessivo (ma sempre rock) che prelude al centrepiece del disco, la lunghissima ed improvvisata title-track The Only Truth, oltre 17 minuti di musica dove risiede la fama del disco, continui cambi di tempo a cura del nuovo batterista Bob LaNave che si occupa anche delle parti vocali, mentre Tim Roller è libero di intrecciare con il fratello Mark lunghi passaggi strumentali che da momenti pastorali si tramutano in feroci cavalcate chitarristiche e poi di nuovo in intermezzi acidi e psichedelici conditi da brillanti soluzioni musicali.
Se tutto ciò non vi basta la Sundazed ha aggiunto al disco originale che qui si concluderebbe tre bonus tracks (oltre ai 2 brani che comprendevano il singolo di esordio) tra cui le lunghissime, quasi dieci minuti a testa, None are for me e Come Down, altri brillanti esempi della capacità di improvvisazione di questi Morly Grey, che con la giusta distribuzione discografica e diffusione della loro musica avrebbero potuto lasciare un segno più evidente delle loro notevoli capacità. Il suono del disco, masterizzato da Bob Irwin, è eccellente, il contenuto pure, direi che tutto è perfetto. Un pensierino o anche due sull’acquisto di questo disco lo farei!
Bruno Conti
19:06 Scritto da bruno_conti (Webmaster) in Carbonari | Link permanente | Commenti (0) | Segnala
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