E Dopo Bob Sinatra Ecco A Voi Willie Dylan: Comunque Un Grande Disco! Willie Nile – Positively Bob

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Willie Nile – Positively Bob: Willie Nile Sings Bob Dylan – River House/Pledge CD

Robert Noonan, meglio conosciuto come Willie Nile, è un rocker di razza, ed è forse il mio preferito tra i  molti outsiders della musica americana: Willie è uno che non ha mai deluso, a partire dal fulminante esordio omonimo del 1980 (un disco da cinque stelle anche dopo 37 anni), passando per il suo seguito, l’inferiore ma sempre ottimo Golden Down (1981), per l’album della rinascita Places I Have Never Been (1991, forse il suo lavoro più “mainstream”, e comunque avercene), ma anche se si parla dei dischi usciti nel nuovo millennio, tra i quali i più riusciti sono senz’altro Streets Of New York (2006), American Ride (2013) ed il recente World War Willie (2016). Tutti album di puro rock’n’roll, suonato a cento all’ora da parte di uno degli artisti più sinceri ed onesti in circolazione; ma Nile non è solo un (grande) rocker, è anche un cantautore di alto livello, cosa che si notava appieno nel sorprendente If I Was A River (2014), intensissimo ed inatteso album di ballate pianistiche, tra gli episodi più riusciti della sua carriera. Oggi però Willie decide di riporre momentaneamente la penna per omaggiare in maniera lussuosa uno dei suoi miti assoluti, Bob Dylan, e lo fa con un lavoro bellissimo, Positively Bob: Willie Nile sings Bob Dylan, un disco nel quale il nostro riprende dieci gemme del leggendario cantautore di Duluth (volevate che dicessi menestrello?), dieci capolavori assoluti che Willie rifà in maniera decisamente intelligente, lasciando cioè intatte le melodie e le strutture di base, ma dando il suo tocco personale e condendo il tutto con una gran dose di ritmo e chitarre, rockeggiando alla grande e portando a casa quindi il risultato pieno: merito anche della solida band che lo accompagna (tra i cui membri troviamo la nostra vecchia conoscenza James Maddock alla chitarra, doppiato da Matt Hogan, con Johnny Pisano al basso e l’ex Spin Doctors Aaron Comess alla batteria) e del produttore Stewart Lerman, che ha dato al disco un suono diretto e potente.

Willie (che pare abbia anche pronto un disco di brani originali) ha realizzato l’album con il crowdfunding, tramite la piattaforma Pledge Music, e, se vogliamo, Positively Bob ha come unico difetto il fatto che contiene solo dieci pezzi (in un primo momento ne erano stati annunciati nove): due o tre brani in più, data anche la durata non lunghissima di quelli presenti, non avrebbero infatti guastato (ad esempio avrei visto benissimo Positively 4th Street, così da ricollegarsi anche al titolo del disco, un brano che secondo me Willie avrebbe rifatto in maniera meravigliosa). The Times They Are A-Changin’ apre il CD, ma la canzone, da inno folk che era, diventa un tipico rock’n’roll di Willie, ritmo alto e chitarre in gran spolvero: la melodia resta intatta ma il brano ne esce completamente trasformato ed anche, perché no, rivitalizzato. Con Rainy Day Women # 12 & 35 Nile è nel suo ambiente naturale: cadenzata, con una bella slide a dare un sapore bluesato, e con il motivo un po’ cambiato, risulta però decisamente trascinante; Blowin’ In The Wind è una sorpresa: velocissima, quasi punk, con un feeling alla Ramones e chitarre decisamente in palla, davvero strepitosa.

A Hard Rain’s A Gonna Fall (come vedete Willie predilige il Dylan dei sixties) è invece trasformata in un valzerone lento, una versione scintillante e piena d’anima di uno dei vertici assoluti del songbook dylaniano, anche se manca la drammaticità dell’originale, mentre I Want You ha una veste completamente diversa dal classico proveniente da Blonde On Blonde, è più intima, quasi folk, ma non per questo meno interessante, con un leggero feeling bucolico ed ottimi “fill” di piano. Subterranean Homesick Blues è puro rockabilly, anche se i ripetuti interventi dei backing vocalists sono forse superflui (ma rimane godibile), Love Minus Zero/No Limit era già splendida in origine, e qua Willie fa una mossa intelligente non cambiandola più di tanto, solo accelera leggermente il ritmo e ci consegna uno degli highlights del disco (sempre per il discorso che non basta cantare dei capolavori per fare un bel disco, bisogna anche essere bravi): davvero bellissima; Every Grain Of Sand è la più recente (1981), ma qui la versione di Bob è di quelle che non si possono avvicinare: Willie comunque se la cava egregiamente, con un delizioso accompagnamento elettroacustico (ed ancora un tempo un tantino più mosso). L’album si chiude con una squisita rilettura in puro country style di You Ain’t Goin’ Nowhere, nella quale il nostro tiene presente la versione dei Byrds, e con la rara Abandoned Love (una outtake di Desire che Dylan recuperò su Biograph), un folk-rock cristallino e dalla melodia stupenda, che Willie interpreta alla grande.

Positively Bob è dunque uno dei dischi più piacevoli da ascoltare tra quelli finora usciti in questo 2017, ed in generale anche nella discografia di Willie Nile, e mi ha messo una gran voglia di ascoltare il bis, nel quale magari il rocker di Buffalo potrebbe omaggiare il suo amico Bruce Springsteen.

Marco Verdi

14 Passi Nel Rock’n’Roll Stradaiolo di New York Con Garland Jeffreys – 14 Steps To Harlem

garland jeffreys 14 steps to harlem

Garland Jeffreys – 14 Steps To Harlem – Luna Park Records

Garland Jeffreys, a parere di chi scrive, è uno di quei musicisti di cui non si può fare a meno, infatti è un cliente abituale di questo blog, ne abbiamo parlato per il concerto a Pavia nel 2013, ma anche in altre occasioni, nelle uscite di The King Of In Between (11)  http://discoclub.myblog.it/2013/07/17/piccoli-ri-passi-della-storia-del-rock-garland-jeffreys-in-c/, Truth Serum (13) http://discoclub.myblog.it/2013/10/05/70-anni-e-non-sentirli-un-grande-garland-jeffreys-truth-seru/ , e la ristampa del live Paradise Theater, Boston October ’79, fatte con la consueta solerzia dall’amico Bruno http://discoclub.myblog.it/2016/03/10/quasi-piu-bello-del-vecchio-live-ufficiale-garland-jeffreys-paradise-theater-boston-october-79/ .In una lunga carriera tutt’altro che lineare (tra cambi di etichetta e lunghe pause ), questo signore, tra un decennio e l’altro, ha consegnato ad ogni tappa almeno un grande disco: Ghost Writer (77), Escape Artist (81), Don’t Call Me Buckwheat (91), e Truth Serum (13) senza dimenticare Live Hot Point (08) con Elliott Murphy e Chris Spedding, piccoli e grandi capolavori nati dalle sue radici che affondano nelle “backstreets” di Brooklyn.

Questo nuovo lavoro 14 Steps To Harlem. prodotto da Garland con il nostro “amico” James Maddock (se ne parlato anche recentemente per il Live At Daryl’s House http://discoclub.myblog.it/2017/03/25/un-rocker-inglese-di-casa-a-new-york-james-maddock-live-at-daryls-house/ ), vede l’apporto di musicisti di riguardo, tra i quali Tom Curiano alla batteria, Brian Stanley al basso, Charly Roth e Mark Bosch alle chitarre, Brian Mitchell e Ben Stivers alle tastiere, con la partecipazione al violino di Laurie Anderson, il fido “compagno di merende” Alan Freedman alla chitarra elettrica, e la figlia Savannah in un duetto e al pianoforte, per dodici brani che danno vita ad un nuovo breve viaggio sui sentieri del migliore rock’n’roll. Vediamo allora cosa ci riserva questo nuovo 14 Steps To Harlem: che parte con il ritmo incalzante di una grintosa When You Call My Name, per poi passare subito allo “shuffle” di Schoolyard Blues, seguito dalla title track 14 Steps To Harlem, una magnifica ballata “soul” che vede la partecipazione ai cori di James Maddock e Cindy Mizelle (cantante e corista di Springsteen), e al pop raffinato di una amorevole Venus (dedicata alla moglie). In ogni disco di Garland che si rispetti non può mancare il “reggae”, e quindi eccoci accontentati con il ritmo di una ballabilissima Reggae On Broadway, poi bilanciata con la splendida ballata Times Goes Away, cantata in duetto con la figlia Savannah, anche al pianoforte e James Maddock alla lap-steel guitar, per poi passare ancora ai ritmi “latini”, tra fisarmonica e mandolino, di una danzereccia Spanish Harlem, e alle delicate e soffuse note di una più che sofferente I’m A Dreamer.

I 14 passi proseguono con due cover, prima Waiting For The Man, un sentito omaggio ai Velvet Underground dell’amico Lou Reed, interpretata da Garland in maniera simile a livello vocale, e una intrigante versione “slow” di Help dei Beatles, dove giganteggia la fisarmonica di Brian Mitchell, e per chiudere il rap moderno di una Colored Boy Said, ma soprattutto la “perla” dell’album, la pianistica e struggente ballata Luna Park Love Theme, impreziosita dal violino magico della moglie di Lou Reed, Laurie Anderson, un brano che avrebbe fatto la sua “sporca” figura anche su Don’t Call Me Buckwheat o sul mitico Ghost Writer (per il sottoscritto i suoi dischi migliori).

Questo arzillo 74enne ( che ho visto personalmente, qualche anno fa, come ricordato saltellare sul palco in Piazza Della Vittoria a Pavia), ancora oggi rimane un artista raffinato, eclettico e istrionico, dalla voce calda e amichevole, stimato dai colleghi (nomi come Bruce Springsteen, Dr.John, David  Bromberg, Joe Ely, John Cale, Willie Nile, Alejandro Escovedo, James Taylor, Phoebe Snow,  e molti altri ancora), ma poco apprezzato (purtroppo) dal pubblico di massa, anche se il suo status di artista di culto gli ha permesso, nonostante tutto, nell’arco di una carriera quarantennale, di disseminare dozzine di splendide canzoni (anche piccoli capolavori), senza mai lasciarsi travolgere dai tempi e dal “cliché” del rock’n’roll business, e per un tipo che fin dagli anni ’70 faceva scorrere nei solchi dei suoi dischi un misto di generi come rock, pop, reggae, ska, black music, soul e anche dance, testimonia, nel bene e nel male che l’artista Garland Jeffreys è ancora vivo, e rimane un musicista essenziale per New York City, e per tutti gli amanti della buona musica.!

Tino Montanari

Un Rocker “Inglese” Di Casa A New York! James Maddock – Live At Daryl’s House

James maddock live at daryl's house

James Maddock – Live At Daryl’s House – Casa Del Fuego Music

James Michael Alexander Maddock, rocker e songwriter di Leicester (città diventata famosa per la squadra di calcio locale diventata campione d’Inghilterra), è un ospite abituale di questo blog (in quanto le uscite precedenti sono state spesso recensite puntualmente dall’amico Bruno http://discoclub.myblog.it/2016/09/03/bella-gita-italiana-james-maddock-amici-jimmyimmy-with-alex-valle-live-italia/ ), ma da tempo si era trasferito a New York (tanto per cambiare per amore della sua compagna). Questo Live At Daryl’s House uscito in edizione molto limitata (e precisiamo subito, in teoria, acquistabile solo ai suoi concerti o sul suo sito), lo vede questa volta salire sul palco accompagnato dalla sua solida band, composta da Aaron Comess degli Spin Doctors alla batteria, Jason Darling alle chitarre, Drew Mortali al basso, Ben Stivers alle tastiere, per circa sessanta minuti di ottima musica, un concerto dove il buon James Maddock snocciola il meglio del suo repertorio.

La struttura del concerto pesca a piene mani dagli ultimi album, e l’iniziale Rag Doll (tratta da The Green) è la granitica conferma, canzone a cui fanno seguito l’ammiccante Change e un bel brano roots-rock come Another Life, mentre Step Into The Water è armoniosa e pure con un piglio lievemente soul. Con una dolce Better On My Own arriva la prima ballata della serata, con un delizioso lavoro al pianoforte di Ben Stivers, per poi passare all’andamento dolecemente dance-soul di una sorprendente Driving Around, cambiare nuovamente ritmo con la commovente My Old Neighborhodd, riletta in chiave acustica e cantata con voce sofferta da Maddock, prima di avvilupparci con una trascinante Beautiful Now, brano firmato a quattro mani con Mike Scott dei mai dimenticati Waterboys. Ci si avvia alla parte finale del concerto, prima con la gradevole e leggera I’ve Been There Too, poi con una delicata e sussurrata Mr. Universe, e andare a chiudere con una delle “perle” del suo “songbook” più recente, la bellissima Wake Up And Dream, introdotta dall’armonica e nel suo percorso accompagnata da un importante lavoro delle tastiere, senza dimenticare le note lancinanti della “slide” di Jason Darling. Sipario e applausi!

Questo eccellente Live At Daryl’s House, ha tutte le ragioni di far parte del vostro scaffale (se trovate ancora posto), in quanto la voce roca e strozzata, ma assai coinvolgente ( e che tanti suoi più famosi e celebrati colleghi non si possono permettere) è certamente uno dei punti di forza di James Maddock, e, per chi scrive, la dimensione live (soprattutto quando supportato dalla notevole band che l’accompagna), tende ad esaltarla, come era stato nel precedente Live At Rockwood Music Hall (11).

Chi lo conosce e lo segue, sa che questo rocker anglo-americano è stato adottato dalle nostre parti, come era successo in precedenza per altri artisti, tra i quali ricorderei Elliott Murphy, Willie Nile (i più noti), e Jono Manson, Bocephus King  (tra i “meno noti”), e  certamente non sarà il futuro del rock’n’roll, ma il suo talento, la sua voce e le sue canzoni lo certificano un autore d’altri tempi, in grado di ridestare emozioni degne dei grandi del passato. Chapeau.!

Tino Montanari

Una Bella Gita Italiana Per James Maddock E Amici. Jimmy/Immy With Alex Valle – Live In Italia

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James Maddock/David Immergluck – Jimmy/Immy With Alex Valle Live In Itallia – Appaloosa/IRD

James Maddock è in possesso di una voce prodigiosa, roca e vissuta, tenera e maschia, anche romantica, una via di mezzo tra il vecchio Rod Stewart e Steve Forbert, con dei tocchi alla Springsteen, scrive canzoni magnifiche ed è in grado di incantare le platee nei suoi concerti dal vivo. Dovrebbe essere uno dei cantautori più conosciuti del mondo, dovrebbe … Ma nonostante tutto è uno degli esempi più eclatanti del cantante di culto, “beautiful losers” si chiamano in inglese, e in effetti lui è pure belloccio. Ha pubblicato quattro album di studio, tre bellissimi, e uno, The Green, che mi non ha convinto per l’uso in alcuni brani di un sound anni ’80, molto carico, francamente fuori posto con la sua musica, più due dischi dal vivo, Live At Rockwood Music, quello elettrico con band, addirittura splendido nella sua travolgente musicalità, ed un altro acustico, registrato nel 2010 e pubblicato nel 2012, sempre nello stesso locale di New York (sua città di adozione, lui inglese andato in America per amore), uscito come Jimmy/Immy, ovvero James Maddock e David Immergluck, il chitarrista e mandolinista dei Counting Crows, un passato con Camper Van Beethoven e Cracker, ma anche con John Hiatt, Sheryl Crow e con chiunque abbia bisogno di un musicista dal tocco sopraffino.

Lo confesso, io preferisco Maddock in versione elettrica con il gruppo, ma devo anche ammettere che questo Live In Italia è un disco di notevole spessore, registrato con grande passione, tra il Folk Club di Torino e All’Una E Trentacinque di Cantù, undici canzoni, nessuna che si sovrappone con il precedente Jimmy/Immy, e questa volta anche con l’aggiunta del bravissimo Alex Valle, chitarrista storico di De Gregori e di molti altri, lui pure in grado di creare, con gli altri due, un tappeto strumentale in grado di farci dimenticare che stiamo ascoltando il disco di un trio acustico, tanto il suono è avvolgente e ricco di mille sfumature, con la voce di James Maddock in grado di stregare un pubblico che ascolta quasi incredulo un cantante ed autore così bravo e completo. Tra chitarre acustiche, slide, il mandolino di Immergluck e la voce magnetica di James, siamo catapultati in una serie di canzoni una più bella dell’altra, dove poesia, melodie indimenticabili e grinta vocale si fondono in ballate metropolitane, canzoni d’amore, momenti intimi ed altri più estroversi, per creare una perfetta simbiosi con il pubblico, una dote che non tutti posseggono. Ed ecco quindi scorrere brani da tutti gli album di Maddock: l’apertura è con una intensa Stella’s Driving, un pezzo splendido (ma non ce ne sono di scarsi) tratto da Wake And Up Dream, uno dei più springsteeniani del suo repertorio, con il mandolino di Immergluck e il dobro di Valle, oltre all’acustica e alla voce di James che incantano per l’atmosfera intima che riescono a creare sul palco.

La mossa Another Life, title-track del suo terzo album, con mandolino e dobro danzanti sembra quasi un brano estratto da Every Picture Tells A Story, ai tempi in cui Rod Stewart faceva dei bellissimi dischi. Sempre dallo stesso album, What Have I Done?,  con un intricato lavoro dei vari strumenti a corda impiegati, ha il fascino del folk più raffinato, con le armonie vocali, anche degli altri musicisti sul palco, che evocano reminiscenze quasi alla CSN. Better On My Own sempre da Another Life, è un altro pezzo che anche in questa veste acustica non perde il fascino dell’originale, belli di nuovo i coretti. Per completare la sequenza dal terzo album, una versione quasi sospesa e raccolta della splendida e penetrante melodia di Leicestershire Mist. Once There Was a Boy pt.1, era uno dei brani che meno risentiva degli arrangiamenti troppo carichi di The Green, ma nella dimensione Live acquista la giusta prospettiva, con una lunga introduzione strumentale veramente magnifica e anche Rag Doll, migliora di molto rispetto alla versione in studio, sempre esuberante ma più raffinata, con My Old Neighborhood, sempre da quel disco, che di nuovo evidenzia paralleli con lo Springsteen più romantico e confidenziale. Keep Your Dream,di nuovo da Wake Up And Dream, è un bel valzerone tenero ed appassionato, senza essere sdolcinato, e ricorda di nuovo il Rod The Mod dei bei tempi che furono, con il mandolino di Immergluck a sottolineare con brio le evoluzioni vocali di Maddock. E per congedarsi dal pubblico una Once There Was A Boy pt.2, che su disco era carica di troppi archi ridondanti e nella dimensione live, grazie al raffinato arrangiamento degli strumenti a corda acquista una nuova dimensione più malinconica e appassionata. Se non potete vederlo dal vivo acquistate il CD, l’ideale sarebbe entrambe le cose, merita!

Bruno Conti