Più Che “Strimpellare” Qui Si Cesella! Joe Henry – Thrum

joe henry thrum

Joe Henry – Thrum – Ear Music

*NDB. Come certo noterete dalla firma in calce al Post, un “nuovo” autore si aggiunge ai collaboratori del Blog: un altro Marco, Frosi, che è un vecchio amico, ai tempi in azione anche lui al Disco Club originale, poi rimasto per lunghi anni nel settore discografico, anche attraverso recensioni fatte in brevi periodi sia per il Buscadero, come per Out Of Time e Late For The Sky, un paio di fanzine cartacee. Quindi, di tanto in tanto, troverete anche la sua firma su alcuni degli articoli che trovate nel Blog, buona lettura.

Joseph Lee Henry fa parte della speciale “categoria protetta” di autori di canzoni che non sbagliano mai un colpo. Questa felice tradizione va avanti da oltre trent’anni, da quel Talk of Heaven che ci fece conoscere un giovanotto di belle speranze ed ottime credenziali che si muoveva agevolmente tra folk e rock come tanti della sua generazione. Ma nessuno avrebbe potuto prevedere, dopo due eccellenti album in puro stile “americana” come Short man’s room e Kindness of the word, realizzati col valido apporto dei Jayhawks, che, dal successivo Trampoline in poi, Joe Henry maturasse tanto da mettere in fila una serie di lavori di altissimo livello, vere e proprie gemme cantautorali da incastonare nell’unico diadema di un Songwriter (la maiuscola è d’obbligo) che oggi possiamo a pieno titolo considerare tra i più brillanti in circolazione. Il suono del periodo iniziale, che tanto doveva a Dylan e a Van Morrison, si è via via evoluto verso una forma espressiva che attinge a piene mani dal blues e dal jazz, in un melange affascinante e ricco di sorprendenti sfaccettature. Certo, a tutto ciò ha senza dubbio contribuito la prestigiosa carriera parallela di Joe nel ruolo di produttore,  lavoro che lo ha visto operare negli ultimi decenni nelle sale di registrazione di artisti di assoluto valore come Solomon Burke, Loudon Wainwright III, Elvis Costello, Ramblin’ Jack Elliott, Mose Allison, Bonnie Raitt ed Allen Toussaint , solo per citarne alcuni, sempre con pregevoli risultati.

Il suo bagaglio di esperienza ha quindi potuto arricchirsi in modo esponenziale fino a raggiungere quella forma espressiva tanto originale quanto efficace che contraddistingue ogni suo album. Lo scorso anno Henry aveva scelto di rinfrescare le sue radici duettando con Billy Bragg nello splendido Shine a light, più che un disco un vero e proprio progetto culturale, in cui i due riprendevano una dozzina di classici del folk americano, accomunati dal tema della ferrovia, registrandoli in presa diretta durante le tappe del viaggio in treno che li ha condotti da Chicago a Los Angeles. Ora invece ci arriva il lungamente atteso seguito del luminoso Invisible hours di tre anni or sono, intitolato Trhum (più che un nome sembra un suono, magari del coperchio di un pianoforte quando viene richiuso, o di una chitarra strimpellata, chissà…). Per realizzarlo, Joe ha riunito intorno a sé il ristretto gruppo di fidati collaboratori che suonano con lui già da parecchi anni: Jay Bellerose alla batteria e percussioni, David Piltch al contrabbasso e basso elettrico, Patrick Warren alle tastiere, John Smith alla chitarra acustica ed elettrica e, buon ultimo, il figliolo Levon Henry che suona tutti gli strumenti a fiato, sempre più bravo e determinante per il sound scelto dal suo genitore.

Lo stesso Joe ci rivela nelle note di produzione di aver chiesto a Ryan Freeland, il suo ingegnere del suono, di ricreare in studio lo stesso mood sonoro di un vecchio disco live di Ray Charles del ’64, in cui la voce del protagonista era magistralmente supportata dalle performances di ciascun musicista dell’orchestra, in un connubio  stupefacente. E infatti, negli undici episodi di Trhum la voce di Henry si amalgama perfettamente con il suono prodotto da ciascun strumento in melodie dall’andamento ciclico, dove ognuno dei musicisti ha modo di esprimersi liberamente , dando il proprio contributo ad atmosfere sognanti, come nell’iniziale Climb, malinconicamente riflessive  nella seguente Believer o tese e drammatiche in The dark is light enough, che si apre e si chiude con effetti rumoristici alla Tom Waits, scandita dal ritmo incalzante delle percussioni e dal vorticare ipnotico degli altri strumenti. La lunga e malinconica Blood of the forgotten song è un intimo ed intenso ritratto familiare condotto al ritmo di  lento valzer.

In The world of this room Bellerose torna protagonista con i suoi tamburi, a sottolineare gli arpeggi delle chitarre acustiche, mentre lo splendido acquarello The glorious dead è basato sull’intreccio tra il caldo sax di Levon ed il pianoforte di Warren. Il dramma di un rapporto di coppia fa da sfondo ad Hungry, a mio parere uno dei vertici dell’intero lavoro, con le tastiere a scandire le strofe ed un violino struggente nel finale, suonato dal primo violinista Eric Gorfain. Quicksilver e River floor con le loro atmosfere delicatamente sospese ci conducono al gran finale, una coppia di gioielli di adamantina bellezza, Now and never e Keep us in song. Nella prima la voce del protagonista, doppiata nel ritornello dall’ospite Joey Ryan, è circondata da un magnifico tappeto sonoro formato dai fiati di Levon, dall’Hammond di Warren e dai delicati tocchi di marimba di Bellerose. Nella seconda la chitarra di Joe si fonde al prezioso apporto del sax di Levon e di un quartetto d’archi (The Section Quartet) che offrono degna conclusione ad un disco splendido, perfetto per la stagione autunnale, da lasciar decantare a lungo, come il buon vino.

Marco Frosi

Nella Vecchia Fattoria…! Over The Rhine – Live From The Edge Of The World

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Over The Rhine – Live From The Edge Of The World – Great Speckled Bird – 2 CD Limited Edition

Fin dalla prima volta che li ho visti dal vivo, e precisamente a Chiari (BS), se non ricordo male nel lontano 2001, ho subito pensato che c’era più di una ragione che accomunava gli Over The Rhine ai Cowboy Junkies: ballate lente, malinconiche, costruite su un gioco di coppia complice e silenzioso che, oggi come ieri, sono unicamente nelle corde di due personaggi dalle chiarissime idee musicali, come la brava cantante Karin Bergquist e il bravissimo polistrumentista Linford Detweiler (coppia in arte come pure nella vita), con la differenza che il suono dei primi è fondato sulla voce di Karin e le tastiere di Linford, (più folk), mentre quello dei secondi gira attorno ai fratelli Timmins, la bella Margo e Michael, rispettivamente voce e chitarre (più blues). Gli Over The Rhine sono attivi dall’inizio del ’91, e fino ai giorni nostri hanno prodotto qualcosa come 22 album, di cui sei dal vivo e tre raccolte, tutti lavori che a livello artistico hanno tracciato una parabola in costante ascesa (con una menzione particolare per il doppio Ohio (03), fino ad arrivare ai più recenti The Long Surrender (11) e Meet Me At The Edge Of The World (13), recensiti puntualmente su queste pagine dall’amico Bruno http://discoclub.myblog.it/2013/08/29/a-prescindere-dal-genere-gran-disco-over-the-rhine-meet-me-a/ . Per festeggiare i venticinque anni del loro sodalizio, la bionda Karin e il marito Linford hanno radunato nella loro fattoria dell’Ohio un gruppo di musicisti, definiti The Band Of Sweethearts, composto da Jay Bellerose alla batteria e percussioni, Jennifer Condos al basso, Eric Heywood alla chitarra elettrica e pedal steel e Bradley Meinerding alle chitarre elettriche e acustiche e mandolino, per registrare due esibizioni fatte nel corso di un week-end e tenute nel fienile di famiglia il 24 e 26 Maggio del 2015, dando così vita ad un concerto straordinario che tende vieppiù a caratterizzare le sonorità elettroacustiche della band e la voce della bionda Karin.

Idealmente diviso in due parti, il concerto parte con un set prevalentemente più “rootsy,” con brani tratti prevalentemente dall’ultimo album in studio Meet Me At The Edge Of The World, a partire dalla title track, una magnifica ballata country-folk d’atmosfera, seguita dall’ispirata melodia di Sacred Ground, con il mandolino di Bradley ad accompagnare la voce di Karin, il breve folk acido dello strumentale Cuyahoga, il ritmo sincopato di Gonna Let My Soul Catch My Body, rifatta in una bella versione unplugged, e una Suitcase (recuperata dal capolavoro Ohio), con un arrangiamento ridotto all’osso. Con la strepitosa ballata soul Called Home si alza decisamente il livello del concerto, seguita ancora dalla dolce I’d Want You, dove ritornano le atmosfere “agresti”, per poi andare a rivisitare brani datati e poco eseguiti in concerto, come la travolgente All I Need Is Everything (da Good Dog, Bad Dog), farci sempre commuovere con la melodia vincente di una ballata come Born (la potete trovare su Drunkard’s Prayer), introdotta dalle note del pianoforte di Linford, e cantata con la straordinaria voce di Karin, e rispolverare, sempre da un grande album come il citato Good Dog, Bad Dog, una delicata Poughkeepsie che viene eseguita come una sorta di “ninna nanna” country.

Dopo una breve pausa che viene usata, si presume, per gustare la produzione della fattoria (pane, salumi e uova con del buon vino e birra), si riparte con una deliziosa Making Pictures cantata a due voci da Karin e Linford, per poi rivoltare come un calzino Baby If This Is Nowhere, che viene rifatta in una versione country-blues, nonché riproporre uno dei brani più belli della coppia, I Want You To Be My Love (cercatela sempre su Drunkard’s Prayer), una ballata sorretta dalla scansione ritmica di una chitarra acustica, con la voce suadente della cantante ad intonare una melodia profonda ed emozionante, mentre la seguente Trouble (da The Trumpet Child) è una briosa divagazione in chiave jazz, e passare alle atmosfere sospese fra lounge e jazz della lunga e bellissima All My Favorite People (da The Long Surrender), dove si manifesta ancora una volta la bravura al piano di Detweiler. Nella parte finale del concerto vengono proposte un paio di “cover”, a cominciare dalla notissima It Makes No Difference (di Robbie Robertson della Band), riproposta in versione delicata e notturna, mentre la seguente  The Laught Of Recognition, viene ripescata dall’ottimo The Long Surrender, una meravigliosa ballata folk come The Laugh Of Recognition, con la pedal-steel di Eric Heywood in evidenza, prendere ancora dai solchi di Ohio una nuovamente notturna e “jazzata” Cruel And Pretty, con un piano che suona come ce si trovasse a New Orleans, omaggiare alla grandissima il Neil Young dei primi tempi con una grintosa Everybody Knows This Is Nowhere, e andare a chiudere il concerto, come era iniziato, con una versione solenne e struggente di una ballata stratosferica come Wait, (che era anche il brano di chiusura del citato Meet Me At The Edge Of The World), dove la voce della Bergquist raggiunge vette emotive di grande pathos.

Commozione e applausi nel fienile della fattoria Over The Rhine. Inutile dire che la carta vincente del gruppo è Karen Bergquist che possiede una voce tra le più duttili ed importanti del cantautorato americano (anche se pure Detweiler è un musicista di vaglia), e che riesce ad interpretare con grande classe liriche intense e musica profonda, entrambe costruite su temi melodici e drammatici, malinconici ed evocativi. Come in questo ultimo lavoro live, ma anche di fronte ad ogni disco degli Over The Rhine, viene da chiedersi perché questa band continua ad essere poco considerata e con CD tanto difficilmente reperibili ( in questo caso ancora più degli altri), un disco da non perdere assolutamente, sia per chi già li segue e li conosce, sia per chi non ha ancora avuto questa fortuna:  un approccio ed uno stile per chi ama la musica soffusa e intensa, quindi, come detto poc’anzi, per chi ama il suono onirico alla Cowboy Junkies, una musica per palati ed orecchie fini, ma anche per gli amanti delle atmosfere notturne dalle melodie intense, magari da gustare un po’ alla volta e con ascolti ripetuti, meglio se a notte fonda e in dolce compagnia. Un altro regalo dall’America e dalla fattoria targata  Over The Rhine dove la musica, anzi, per la precisione, la buona musica, è ancora un patrimonio culturale.

Tino Montanari

Ormai E’ Tra Le Più Brave Songwriters In Circolazione! Tift Merritt – Stitch Of The World

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Tift Merritt – Stitch Of The World – Yep Roc CD

Graditissimo ritorno per Tift Merritt, cantautrice e rocker nativa del Texas, ma trapiantata in North Carolina, che mi aveva piacevolmente impressionato con i suoi due album d’esordio all’inizio della scorsa decade, Bramble Rose e soprattutto l’ottimo Tambourine, due riusciti lavori di rock cantautorale, con le giuste dosi di country, che vedevano all’opera due produttori di vaglia come Ethan Johns e George Drakoulias, e musicisti del calibro di Mike Campbell, Benmont Tench e Neal Casal. I due lavori seguenti, Another Country e See You On The Moon, pur validi, erano secondo me un gradino sotto, ma Traveling Alone del 2012 era certamente il suo disco migliore (insieme a Tambourine), un eccellente album di roots-rock d’autore con la produzione di Tucker Martine (l’uomo dietro gli ultimi album dei Decemberists).

Poi, ben cinque anni di silenzio, un periodo lunghissimo se hai una carriera in pieno sviluppo: ma Tift non si è persa d’animo, ed in questi cinque anni è ulteriormente maturata, prendendosi tutto il tempo necessario per portare a termine quello che a mio parere è il lavoro della sua completa maturità, oltre che probabilmente il suo più riuscito. Stitch Of The World è infatti un disco molto bello, a tratti addirittura splendido, che ci mostra un’artista che ha completato un percorso creativo ed ora si presenta in tutte le sue sfaccettature; la bionda (e carina) songwriter non rinuncia al rock, ma lo mette un attimo in secondo piano in favore di canzoni più profonde, sentite, a volte intime: una prova da vera songwriter, con una serie di fulgide ballate ed un suono perfetto, merito del produttore Sam Beam (che altri non è che Iron & Wine) e di un ristretto combo di musicisti con i contro baffi, tra i quali spiccano il chitarrista Marc Ribot (uno dei preferiti da gente del calibro di Tom Waits ed Elvis Costello, ma ha suonato anche con il nostro Vinicio Capossela) e ed il batterista Jay Bellerose (tra i più utilizzati da T-Bone Burnett), ma anche la bassista Jennifer Condos, un’altra con un bel curriculum (era anche sull’ultimo di Graham Nash, This Path Tonight) e lo steel guitarist Eric Heywood, mentre la Merritt si occupa di chitarra acustica e pianoforte.

L’album si apre con un’impronta decisamente rock: Dusty Old Man è un vibrante brano elettrico, che l’uso della slide di Ribot rende leggermente blues, e contraddistinto da un drumming potente in netto contrasto con la voce gentile di Tift. Grinta ed energia, anche se il pezzo non entra in circolo immediatamente, ed è abbastanza diverso dal resto del CD. Heartache Is An Uphill Climb, per contro, è splendida, una toccante ballata pianistica cantata alla grande ed arrangiata in maniera sopraffina, con gli strumenti che si uniscono ad uno ad uno in un crescendo strepitoso, uno dei brani più belli che ho ascoltato finora in questo ancora giovane 2017; My Boat, adattata da una poesia di Raymond Carver, è un’altra canzone di grande intensità, una ballad profonda, lunga e distesa, tra folk e rock, mentre Love Soldiers On è una moderna country song, sul genere della Emmylou Harris degli ultimi vent’anni (quella più sofisticata), anche questa decisamente godibile e suonata come Dio comanda.

Molto bella anche la title track, anzi direi deliziosa, una folk song gentile ma con un motivo ricco di pathos e reminiscenze irlandesi, altra grande canzone, con quel tocco di elettricità che funge da ciliegina; Icarus è lenta, profonda, suggestiva, con un leggero accompagnamento di piano, chitarra elettrica e steel, un’altra perla da aggiungere ad una collana sempre più preziosa (bellissimo anche qui il crescendo nel bridge). Proclamation Bones è più rock, con la ritmica pressante ed ancora la slide a lavorare di fino sullo sfondo, mentre Something Came Over Me è uno struggente slow dal sapore bucolico, puro e cristallino, così come la squisita Eastern Light, altro brano di grande impatto ed intensità, tra folk e country; chiusura con Wait For Me, altra ballata elettroacustica di notevole livello (ma esiste anche la solita edizione con tre brani in più, Day He Died e due riprese acustiche di Something Came Over Me e Stitch Of The World con Sam Beam). Diamo quindi volentieri la bentornata a Tift Merritt, che ci ha regalato uno dei dischi migliori di questo inizio 2017.

Marco Verdi