Più Brava Di Coloro Per Cui Scriveva, Una Sorta Di “Usato” Sicuro! Brandy Clark – Big Day In A Small Town

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Brandy Clark – Big Day In A Small Town – Warner CD

Brandy Clark, quarantenne originaria dello stato di Washington, è conosciuta da diverso tempo nell’ambiente musicale, avendo scritto negli anni una lunga serie di canzoni per artisti perlopiù country, gente del calibro di Miranda Lambert, LeAnn Rimes, Darius Rucker, Keith Urban, Kacey Musgraves, Reba McIntire, Wade Bowen (Songs About Trucks), Sheryl Crow e Toby Keith (e ho citato solo i più noti). Avendo poi constatato di essere in possesso di una voce più che buona, Brandy ha deciso ad un certo punto di affiancare alla remunerativa attività di autrice per conto terzi anche una carriera come musicista in proprio, esordendo nel 2013 con il discreto 12 Stories, un buon disco che ebbe anche un accettabile riscontro, ma che non faceva certo presagire che tre anni dopo avremmo avuto per le mani un seguito del calibro di questo nuovissimo Big Day In A Small Town, un album di notevole spessore che la fa entrare prepotentemente nella cerchia delle cantautrici che fanno notizia per la loro bravura. Maturata ulteriormente come scrittrice, la Clark è anche in possesso di una bella voce grintosa che si adatta perfettamente alle sonorità di questo disco: undici canzoni che, partendo da una base country, si vestono spesso e volentieri di suoni decisamente rock, merito anche della produzione dell’esperto Jay Joyce, uno che ha lavorato con John Hiatt (The Tiki Bar Is Open), Emmylou Harris (Hard Bargain), Eric Church, Patty Griffin, i Wallflowers e la Zac Brown Band, e della collaborazione di musicisti dal pedigree bello tosto, come Fred Eltringham (ex batterista proprio dei Wallflowers), Keith Gattis (ex chitarrista di Dwight Yoakam), John Deaderick (bravissimo pianista) e con alle armonie vocali nomi quali Kacey Musgraves, Shane McAnally (che è anche spesso il songwriting partner di Brandy) e Morgane Stapleton (moglie di Chris).

Un disco molto bello dunque, che, oltre ad un suono professionale, ha soprattutto degli arrangiamenti fatti come si deve, spesso più rock che country, ed una serie di canzoni decisamente sopra la media, difficilmente ascoltabili tutte assieme in uno stesso album: un coro quasi ecclesiastico introduce Soap Opera, poi entrano le voci e la strumentazione è subito molto diretta, un country-rock gustoso e dal suono ruspante, un refrain molto orecchiabile e lievi rimandi al miglior Elton John “americano”, quello di dischi come Tumbleweed Connection e Madman Across The WaterGirl Next Door è una splendida rock song a tutto tondo, tra Tom Petty e certe cose di Stevie Nicks, una ritmica pulsante, melodia accattivante che sfocia in un ritornello impreziosito da un deciso crescendo, e Brandy che canta con grande sicurezza: un singolo naturale (ed infatti hanno scelto proprio questa). Homecoming Queen era già stata incisa da Sheryl Crow, ed è una delicata ballata elettroacustica, molto ben costruita e con il suono giusto, un ottimo esempio di puro cantautorato, mentre la nervosa e scattante Broke è rockin’ country con umori southern (e che grinta), altro brano fruibile pur senza essere commerciale; You Can Come Over è una signora canzone, una sontuosa ballata pianistica dallo sviluppo splendido, romantica ma non sdolcinata, un pezzo che dimostra la caratura della ragazza: bellissimo il crescendo strumentale, di grande pathos https://www.youtube.com/watch?v=Un-zFYcAl70 .

Ottima anche Love Can Go To Hell, altra ballad dalla strumentazione molto ricca, vibrante, fluida e leggermente crepuscolare, mentre la cadenzata Big Day In A Small Town recupera qualche elemento country, e se non ci fosse una gentil donzella alla voce solista non esiterei a definirla una canzone maschia (ma il mood è sempre molto godibile). Bellissima anche Three Kids No Husband, anzi una delle più belle, uno slow di gran classe, ben sostenuta da un arrangiamento perfetto e da un motivo di prim’ordine, profondo e toccante, degno della miglior Mary Chapin Carpenter, mentre Daughter cambia completamente registro e ci presenta un country d’altri tempi, con tanto di boom-chicka-boom che fa tanto Johnny Cash (e non siamo lontani dallo stile della sua figliastra, Carlene Carter) e con un testo non proprio da educanda. Il CD si chiude con Drinkin’, Smokin’, Cheatin’, la più country del lotto, anzi direi quasi honky-tonk, anche se nel ritornello la strumentazione è decisamente elettrica (ed il brano è, manco a dirlo, molto bello), e con la triste Since You’ve Gone To Heaven, toccante tributo ad una persona cara che non c’è più.

Big Day In A Small Town è uno dei dischi al femminile più belli del 2016.

Marco Verdi

Tra Presente E Passato Del Rock And Roll! The Wild Feathers – Lonely Is A Lifetime

wild feathers lonely is a lifetime

The Wild Feathers – Lonely Is A Lifetime – Warner Bros

Parlando del precedente omonimo album dei Wild Feathers http://discoclub.myblog.it/2013/09/15/ho-visto-il-futuro-del-rock-n-roll-e-il-suo-nome-e-the-wild/ , uscito tre anni fa nel 2013, scherzando, ma non troppo, avevo parlato di futuro e presente del R&R optando poi per un salomonico: “ho visto una band tra presente e passato del rock and roll, si chiamano le Piume Selvagge”! E per quel album, grazie alla sua fusione di suoni che ricordavano, senza essere troppo pedissequi, gente come Allman Brothers, Tom Petty, la Band, Jayhawks, Stones, Neil Young e molti altri, ci stava. Perché poi il sound era fresco e piacevole, gli intrecci vocali riusciti, anche grazie alla brillante produzione di Jay Joyce  e quindi il tutto, senza sfiorare il plagio diretto, aveva una piacevole sensazione di déja vu, o già sentito. Ma poi l’album ha faticato ad arrivare nei primi 100 posti delle classifiche di Billboard, non riuscendoci, e la band (texana, ma di stanza a Nashville), incidendo per una major come la Warner e dovendo affrontare “il difficile secondo album” ha ceduto un po’ al compromesso, schiacciando in alcuni brani il pedale su un mix di suoni più aggressivi, quell’insieme più “bombastico” da alternative-indie rock da classifica che impera sul mercato americano, e il produttore Joyce, che nel primo album era stato meno “commerciale”, ha indugiato troppo in sonorità più cariche di tastiere, tipo l’ultimo Zac Brown Band, Carrie Underwood o Eric Church, che sono stati i suoi ultimi clienti.

Poi i nostri amici, in particolare Ricky Young, Taylor Burns e Joel King, che scrivono tutti i brani, e si alternano come voci soliste e armonizzano spesso anche insieme, con gusto e classe, sono comunque freschi e vivaci, e brani come l’iniziale Overnight, sono piacevolissimi e coinvolgenti, con un risultato che ricorda quello appunto dei Jayhawks più scanzonati o di gente come Toad The Wet Sprocket, Band Of Horses, Delta Spirit, i primi Kings Of Leon (ma a tratti anche gli ultimi), persino gli Avett Brothers più elettrici, i continui rilanci e soli di chitarre elettriche nel brano, sono, beh, “elettrizzanti”! Sleepers è già più “lavorata”, con quel big sound ricordato, tastiere avvolgenti, voci cariche di eco ed effetti, tipo anche gli ultimi Mumford And Sons, come pretende l’industria discografica, musica da macchina o da ascoltare sull’Ipod (se lo avete), ma che mantiene, a fatica, una sua certa dignità grazie agli ottimi intrecci vocali del gruppo, che non è uno di quelli creati a tavolino nei talent show. La lunghissima Goodbye Song, oltre 8 minuti, risolleva le sorti, con una bella intro di organo e chitarre acustiche, su cui si inserisce una pedal steel avvolgente, suonata da Preston Wimberly, un pezzo che ricorda le migliori cose, di nuovo, dei già citati Jayhawks, grazie all’eccellente lavoro vocale dei membri della band, e ai continui e ficcanti inserti chitarristici che hanno addirittura un retrogusto alla David Gilmour nella lunga parte strumentale, veramente bella, che ricorda pure i migliori Blue Rodeo.

Don’t Ask Me To Change, sempre godibile e frizzante, è più melodica e con inserti pop, ma di quello di buona grana, anche se a momenti si affacciano gli U2 o i Kings Of Leon più commerciali, ma c’è molto di peggio in giro, e comunque le chitarre sono sempre presenti a rivitalizzare le canzoni. Nell’alternanza tra brani più commerciali e pezzi più rock, Happy Again appartiene alla seconda categoria, un bel groove tirato, le solite chitarre che viaggiano e quell’aria country-rock, con rimandi a Petty, Ryan Adams e alla buona musica americana in generale. Niente male anche Leave Your Light On, sempre grintosa e “riffata”, per quanto con quei tocchi commerciali che rischiano di rovinare il tiro poderoso del sound, mentre la corale Help Me Out soccombe in parte al big sound più volte evocato, con la batteria che scandisce fin troppo il tempo, con la title-track, la dolce Lonely Is A Lifetime, solo voci e chitarre acustiche, che è un’oasi di tranquillità nei ritmi rock dell’album. Molto piacevole anche On My Way, sempre con quel suono a tratti troppo carico e forse più “omologato” rispetto al disco precedente. Gli ultimi due brani, Into The Sun, non brutta ma sentita mille volte e Hallelujah, con batteria e tastiere elettroniche ad affiancare una solitaria chitarra acustica, molto di maniera nel suo andamento pop, frenano gli slanci rockistici del resto dell’album. Diciamo promossi, ma con riserva: al di là del proclama “This Is Rock and Roll” con cui vengono pompati sul mercato americano!

Bruno Conti

Anche Questo E’ “Bruttino”: Direi Che Possiamo Pure Passare Oltre! Brothers Osborne – Pawn Shop

brothers osborne pawn shop

Brothers Osborne – Pawn Shop – EMI Nashville CD

Questo duo non è da confondere con gli Osborne Brothers, anche loro in due ma provenienti dal Kentucky,  specializzati in bluegrass ed attivi dalla fine degli anni sessanta all’inizio degli ottanta: i Brothers Osborne (T.J. e John Osborne) vengono dal Maryland, fanno classico country elettrico e Pawn Shop è il loro album di debutto. Non sono esordienti totali, in quanto nel 2014 hanno pubblicato un EP omonimo con cinque pezzi disponibile però solo per il download (che ha ottenuto comunque un discreto successo): per Pawn Shop la divisione di Nashville della EMI ha voluto però fare le cose in grande, mettendo a disposizione dei due un cospicuo stuolo di sessionmen professionisti ed affidando la produzione a Jay Joyce, uno dei nomi più in voga nella capitale del Tennessee (tra le sue collaborazioni troviamo ottimi acts come John Hiatt, Emmylou Harris, Patty Griffin, ma anche gente più famosa benché di livello decisamente inferiore, come Eric Church, Carrie Underwood e Cage The Elephant).

Avere un produttore di vaglia e dei musicisti esperti a disposizione aiuta di certo, ma non ti fa fare un grande disco se non hai le canzoni, il feeling, l’attitudine, ed il problema di fondo di Pawn Shop è proprio questo: una serie di brani formalmente impeccabili, con un suono professionale al massimo (a volte pure troppo), ma che non riescono a smuovere più di tanto l’animo di chi ascolta (almeno questo è quanto è successo al sottoscritto). Non posso neppure dire che ci troviamo davanti al solito disco di pop commerciale travestito da country, in quanto le sonorità sono elettriche quanto basta e le sdolcinature sono quasi assenti, ma sembra quasi che T.J. e John siano i primi a non essere convinti di quello che suonano ed i brani, pur essendo scritti da loro, suonano quasi come quelli prodotti in serie dai vari songwriters di Nashville.

Il CD non inizia neanche male, con la mossa e cadenzata Dirt Rich, che ha leggere velleità southern ed una ritmica spezzettata che la rende abbastanza particolare. Discreta anche 21 Summer, che ha uno sviluppo più fluido e disteso ed un’atmosfera solare in relazione con il titolo, ricorda un po’ Kenny Chesney, quando fa meno il nashvilliano e si sposta dalle parti di Jimmy Buffett; Stay A Little Longer potrebbe non essere male in quanto a melodia, ma il suono è un po’ troppo rotondo e levigato, meglio la title track che ha elementi blues, anche se non so quanto sentiti e spontanei. Anche in Rum le intenzioni sono quelle di rivestire il brano di sonorità maschie, ma la canzone in sé vale poco e la miccia non si accende; Loving Me Back, nonostante la presenza di Lee Ann Womack alla seconda voce, risulta un po’ involuta, noiosa e con una preoccupante assenza di pathos. American Crazy tenta di dare la scossa, ma un po’ per la sua ripetitività un po’ per le sonorità troppo preconfezionate, il risultato è alquanto misero; a poco servono i restanti quattro pezzi, anche se Greener Pastures è un gradevole country-rock in odore di Waylon e Heart Shaped Locket ha un motivo trascinante che ricorda certe cose di Chris Isaak (se tutto il disco fosse stato a questo livello il mio giudizio sarebbe stato ben diverso).

Non un brutto disco, ma irrisolto e statico, senza guizzi particolari: un po’ poco comunque per essere definiti the next big thing, sentitevi questo e poi Chris Stapleton, la differenza si sente!

Marco Verdi