Un’Altra Nuova Band Dal Grande Futuro (Si Spera). The Show Ponies – How It All Goes Down

show ponies how it all goes down

The Show Ponies – How It All Goes Down – Freeman CD

Non solo, almeno a parere del sottoscritto, gli Old Crow Medicine Show sono la miglior band americana del nuovo millennio (superiori di poco anche ad Avett Brothers e più nettamente anche ai Mumford And Sons), ma negli ultimi anni si può dire che i ragazzi della Virginia abbiano creato un vero e proprio suono e sono stati presi come riferimento da una lunga serie di gruppi nati dopo di loro. Il rielaborare la tradizione folk e country aggiungendo robuste dosi di rock lo si faceva già negli anni novanta (basti pensare ad Uncle Tupelo ed ai primi Jaykawks), ma gli OCMS hanno avuto il grande merito di rivitalizzare un genere, quello roots-rock-Americana, che forse cominciava a mostrare un po’ la corda, tra l’altro con l’ausilio quasi totalmente di strumenti acustici, ma suonati con la forza di una vera rock band. Nei gruppi che seguono questo filone farei senz’altro ricadere gli Show Ponies, un quintetto di Los Angeles con già un disco al proprio attivo ((We’re Not Lost, 2013), e il cui nuovo lavoro How It All Goes Down mi è piaciuto a tal punto che non ho difficoltà ad inserirli tra i migliori nuovi gruppi degli ultimi tempi. I cinque si sono conosciuti circa otto anni fa al college, e quindi di membri originari della Città degli Angeli non c’è nessuno: i due leader sono Clayton Chaney (dall’Arkansas, voce solista e basso) ed Andi Carder (texana di Houston, voce solista e banjo), i quali hanno formato il primo nucleo assieme a Jason Harris (chitarra e piano, anch’egli di Houston), per poi completare il quintetto in un secondo momento con Kevin Brown (batteria) e Philip Glenn (violino). I cinque hanno presto scoperto di avere gli stessi interessi musicali e hanno cominciato a scrivere e suonare insieme: non conosco il loro debut album, ma vi assicuro che questo secondo lavoro è davvero notevole.

Rispetto agli OCMS (che, va detto,  comunque restano nettamente superiori) gli Show Ponies sono decisamente più rock, le chitarre elettriche sono spesso presenti all’interno delle canzoni, ma la base di partenza è sempre folk, ed in più i cinque suonano con grande forza e feeling: tra ballate, pezzi più rock o canzoni di stampo puramente folk, i nostri mostrano di essere decisamente creativi e di avere un grande senso del ritmo e della melodia, consegnandoci con How It All Goes Down (uscito il 20 gennaio) una delle sorprese più piacevoli di questo 2017, con almeno tre-quattro canzoni di caratura superiore. Folk, country, rock e bluegrass fusi insieme in un cocktail molto stimolante ed in grado anche di entusiasmare a tratti, come nel brano che apre il disco, The Time It Takes, stupendo folk-rock dalla melodia cristallina, incroci chitarristici di prim’ordine ed uno splendido pianoforte: l’alternanza tra le due voci soliste, maschile e femminile, è poi uno dei punti di forza del gruppo. Un inizio perfetto, una delle più belle canzoni che ho ascoltato ultimamente. This World Is Not My Home ha un approccio più tradizionale, banjo e violino sono gli strumenti principali (e Glenn è un fiddler coi controfiocchi), anche se né la chitarra elettrica né la sezione ritmica fanno mancare il loro apporto: dopo la prima strofa il ritmo cresce vorticosamente e, complice anche un refrain di presa immediata, il brano diventa irresistibile; la voce gentile della Carder introduce Kalamazoo, un folk tune elettrificato ma di stampo rurale, con grande uso di violino e tempo sempre mosso anche se più leggero, mentre con Someone To Stay si torna prepotentemente in ambito rock, anzi qui la componente folk sarebbe quasi assente se non fosse per il violino, ed il pezzo è uno scintillante ed orecchiabile esempio della bravura dei nostri nel confezionare canzoni fresche, dirette e creative al tempo stesso.

Should Showed Him è una filastrocca un po’ sghemba e dall’arrangiamento ancora più rock (anche il violino viene suonato come fosse una chitarra elettrica), per un brano forse meno immediato ma comunque grintoso e stimolante; Folks Back Home è invece puro folk, limpido, cristallino, solare e delizioso, mentre Only Lie è più introversa, spezzettata e decisamente meno immediata, non tra le migliori. Something Good e Sweetly sono due tenui slow ballads, tra folk d’altri tempi e cantautorato puro (leggermente meglio la seconda, cantata da Andi) ed anche If You Could Break That Chain prolunga il momento intimista del CD, con un altro lento di stampo acustico, dal bel ritornello corale e con una chitarra elettrica che si affaccia sullo sfondo. Il disco si chiude in crescendo con la pimpante Don’t Call On Me, un country-rock gustoso e suonato con la solita forza, l’intensa (e breve) Bravery Be Written, folk purissimo con un chiaro accento irlandese, e con la title track, melodia di stampo tradizionale su base elettrica, altro fulgido esempio di come si possano scrivere ottime canzoni giusto a metà tra folk e rock, da parte di un gruppo che, ne sono certo, ha cominciato solo adesso a far parlare di sé.

Marco Verdi

Un Ottimo Esempio Di American Music Dal Più Britannico Dei “Cantautori”In Circolazione. Ray Davies – Americana

ray davies americana

Ray Davies – Americana – Sony Legacy

Sir Raymond Douglas Davies, detto Ray (anche lui è stato alla fine nominato baronetto, o Knight Bachelor se preferite, per il suo servizio alle arti britanniche, molto più tardi di altri colleghi, ma in modo doveroso) pubblica con questo nuovo album Americana quello che probabilmente è il suo miglior album solista, in una carriera che in questo senso non è stata fulgida, ma i meriti acquisiti in oltre 50 anni alla guida dei Kinks lo sono certamente e lo indicano come uno dei più grandi “cantori” della scena musicale inglese, londinese in particolare, nello specifico Fortis Green, nel quartiere di Muswell Hill, nel nord della capitale britannica, in una famiglia non certo agiata, con sette tra fratelli e sorelle, e una provenienza “proletaria”. Ma Ray Davies è stato anche il Dandy per eccellenza, grande appassionato e studioso dei costumi e delle usanze della Terra di Albione, ma pure innamorato della musica americana, anzi “Americana”, che è pure il titolo della sua autobiografia pubblicata nel 2013 e di cui questo album avrebbe dovuto essere la controparte audio, costruito come una sorta di adattamento di quelle memorie sotto forma di canzoni e brevi intermezzi parlati.

Devo ammettere che ad un primo ascolto il disco non mi aveva colpito in modo particolare, pur essendo il sottoscritto un grande fan della sua opera omnia con i Kinks, ma i dischi solisti in passato non mi avevano mai colpito più di tanto, a partire dal primo Return To Waterloo del 1985, che era una sorta di rimasticatura parziale di brani già usciti in Word Of Mouth dei Kinks, e che non era uscito a nome della band a causa dei soliti continui ed immancabili dissidi con il fratello Dave Davies. Anche The Storyteller del 1998 era stata una occasione per ripercorrere la sua storia e quella del gruppo, sotto la ragione sociale della famosa trasmissione televisiva americana; Other People’s Lives, il CD del 2006, quello di maggior successo commerciale in ambito solista, sarebbe stato un eccellente disco per chiunque, ma non per Ray Davies, in definitiva buono ma non eccelso, come pure il successivo Working Man’s Café del 2007, probabilmente comunque il suo migliore fino ad oggi. In mezzo ci sono state varie reunion dei Kinks, dischi celebrativi con orchestra e un album di duetti nel 2010, con grandi ospiti, See My Friends, peraltro piuttosto bello, ma accolto da critiche assai contrastate.

Invece questo nuovo Americana sta ricevendo un nugolo di giudizi positivi, alcuni addirittura entusiasti, altri più composti, ma non si può negare sia un eccellente album, forse, ancora una volta, non un capolavoro assoluto, ma un disco intriso delle influenze americane di Davies filtrate attraverso il suo essere tipicamente british: non per nulla il tutto è stato inciso con una band americana, i Jayhawks (e con altri musicisti), ma nei Konk Studios di Tottenham, in piena Londra. Le canzoni raccontano proprio il rapporto di Ray Davies con gli Stati Uniti, a partire dalla iniziale title track Americana, una morbida (e splendida) ballata che si apre sui tocchi di un pianoforte e delle chitarre acustiche, poi entra una pedal steel, Melvin Duffy, le chitarre e le tastiere degli altri Jayhawks, che con le loro armonie vocali costruiscono una atmosfera sonora molto West Coast, ma con le peculiarità del nostro, che con pochi tratti ci fa immergere in questa sorta di sogno glorioso ad occhi aperti. Anche John Jackson, il co-produttore con Ray e Guy Massey (anche brillante ingegnere del suono) del disco, ha i suoi meriti, e le sue chitarre aggiunte sono tra  i punti di forza del sound, oltre all’uso continuo delle tastiere, Karen Grotberg, Ian Gibbons e lo stesso Davies, molto ben inserite negli arrangiamenti ariosi e complessi.

Prima del secondo brano c’è un breve intermezzo parlato, che evidenzia lo spirito quasi “teatrale” di questa narrazione ( e che forse prelude a futuri sviluppi in tal senso di questo progetto), ma che; a mio modesto parere; spezzano il fluire della musica: in ogni caso The Deal, in viaggio verso la vita dorata di Los Angeles, è un altro brillante esempio della grande facilità con cui il musicista inglese è in grado di costruire melodie che ti entrano subito in circolo e la sua proverbiale abilità nei testi si conferma in questo idilliaco, ma anche sardonico, quadretto della società americana, quasi a tempo di valzer e con un ritornello insinuante, secondo la sua famosa opinione per cui le canzoni devono avere un verso, il ritornello e il bridge e difficilmente si discosta da questo credo, forse gli mancano i riff del fratello Dave, ma Poetry è decisamente più rock, con la sua tipica e unica voce in bella evidenza, mentre le melodie ricordano il periodo classico di fine anni ’60- primi anni ’70, non più solo la band pop dei singoli, ma quella raffinata di album come Village Green Preservation Society, Arthur, Lola Muswell Hillbillies, trasferite sul suolo americano, nazione che agli inizi di carriera li aveva rifiutati, ma poi in seguito li aveva accolti a braccia aperte, ovviamente nella visione di Davies la “poesia” non c’è, sostituita dal consumismo, ma glielo e ce lo dice, con una soavità e una ironia sopraffine, e con melodie avvolgenti e deliziose. Good Time Gals, è meno brillante dei tre brani precedenti, uno schizzo quasi acustico, malinconico, dove comunque si apprezza la bella voce di Karen Grotberg che duetta con la sua voce soave con Ray, tra piano, tastiere e chitarre acustiche appena accennate. Mentre nella successiva A Place In Your Heart la Grotberg viene utilizzata di nuovo, ma in modo più dinamico e mosso, in un brano dove si vira anche verso improvvise aperture sonore country e vaudeville, delicati valzeroni con fisarmonica e archi, oltre alle armonie vocali della premiata ditta Jayhawks. 

Mystery Room rievoca il famoso episodio di New Orleans, dove viveva all’epoca, quando un incontro ravvicinato con un rapinatore quasi gli costò la vita e il brano assume le sonorità scure e misteriose della città della Louisiana, anche se non mi sembra tra le più riuscite del disco, forse fin troppo carica e drammatica, ma visto l’argomento trattato ci sta. La narrazione si lega a quella di Rock’n’Roll Cowboys, una canzone dedicata a Alex Chilton, preceduta da un breve talking Silent Movie, in cui Ray rievoca il loro ultimo incontro a New Orleans, dove entrambi abitavano all’epoca, e i loro discorsi sulla musica e soprattutto sulle canzoni, di cui tutti e due sono stati formidabili autori, e il fatto che mentre chiacchieravano amabilmente in questo commiato la televisione iniziò a trasmettere un vecchio film in bianco e nero sui cowboys, e così nasce la canzone, qualche anno dopo, un tributo ai vecchi rockers che sono come i cowboys, una razza forse in via di estinzione, anche se a giudicare dal brano non si direbbe, uno dei più riusciti e sentiti dell’intero album, con un bellissimo break di chitarra elettrica nella parte centrale, e sicuramente uno dei brani più “americani” nel suono del CD. Change For Change, per quanto sempre interessante nel testo che racconta dei cambiamenti in corso nella società americana, a livello musicale è una specie di blues futuribile, giocato su una chitarra acustica, piccole percussioni, piano e trattamenti elettronici, però abbastanza irrisolto, mentre la successiva, breve, narrata, The Man Upstairs cita all’inizio la celebre All Day And All Of The Night, ma è proprio un intramuscolo. Heard That Beat Before è una pigra e delicata canzone, un misto del Ray Davies classico e un blues molto old fashioned e laidback, pure questa piacevole ma non memorabile.

Long Drive Home To Tarzana viceversa è un brano tra i migliori del disco: “New England To Hollywood Seems So Far Away…” narra Ray, in questo breve trattato sul Sogno Americano e la sua realizzazione, in una strada che è pero lunga ed impervia e non sembra mai arrivare ad una conclusione, ma il protagonista ci prova comunque ad arrivare verso questo Paradiso bramato che è la California dei suoi sogni (quella di Hollywood Boulevard in Celluloid Heroes forse?), e lo fa appunto in una ballata deliziosa, con le “solite” armonie vocali, le chitarre accarezzate e la voce suadente e complice di Davies, e un sound morbido e molto tipico della West Coast evocata dalla canzone. The Great Highway è uno dei rari pezzi rock del CD, molto vicino al sound dei Kinks del periodo americano, della Second Coming, quella riuscita di fine anni ’70, primi anni ’80, con le chitarre che ruggiscono a tutto riff  e Ray che canta con grinta e c’è persino spazio per un assolo dell’elettrica di Gary Louris. Ma, come detto, in precedenza c’era stato un primo tentativo, in cui la band inglese era stata respinta dalla American Federation of Musicians,e bandita per quattro anni, e quindi gli Invaders erano stati ricacciati in Inghilterra, dove avrebbero continuato ad influenzare i musicisti americani (tra cui i Jayhawks stessi) e ad essere a loro volta influenzati dalla musica americana, come dimostra peraltro il sound di questo brano, tutto chitarre acustiche, mandolini, fisarmoniche e un’aria roots corale che fa più Nashville che Londra. A chiudere il cerchio non manca il lieto fine, presunto o vero, di una Wings Of Fantasy, dove i sogni giovanili di Davies “belle ragazze, cowboys, soldi e successo” sembrano realizzarsi nella “land of the free”, come diceva la precedente canzone: il pezzo è più rock e brillante di altri, con la consueta costruzione preferita dal musicista di Fortis Green, ricordata prima, ovvero verso, ritornello, bridge, e una bella melodia, che non manca mai. Per concludere, un buon disco, a tratti brillante in alcuni brani, magari non memorabile, per quanto probabilmente il migliore della sua carriera solista e con più di un eco del glorioso passato, come si suol dire, averne di dischi così: non male per un presunto bollito quasi 73enne sul viale del tramonto!

Bruno Conti

Dal Vivo Sono Veramente Bravi! Wild Feathers – Live At The Ryman

wild feathers live at the ryman

The Wild Feathers  – Live At The Ryman – 2 CD Warner/Maverick               

Al primo album, quello omonimo del 2013, non dico che avevo gridato al miracolo http://discoclub.myblog.it/2013/09/15/ho-visto-il-futuro-del-rock-n-roll-e-il-suo-nome-e-the-wild/ , ma mi erano parsi una delle nuove band più fresche ed eccitanti in circolazione, tra quelle che meglio di altre erano state in grado di mischiare il rock classico, con ampie spruzzate country, echi di Stones, Allman, Jayhawks, Ryan Adams, Tom Petty, anche gli Avett Brothers, poi con il secondo album, Lonely Is A Liifetime, prodotto sempre da Joy Joyce, l’asticella del suono si era spostata in parte verso un approccio più bombastico, commerciale, fatto in serie, simile ai passi falsi recenti di formazioni tipo Mumford And Sons, The Head And The Heart (sempre con Joyce dietro la consolle), pur mantenendo comunque alcune caratteristiche del proprio sound, tipo l’approccio R&R, le belle armonie vocali e una capacità di scrivere brani dalle melodie consistenti http://discoclub.myblog.it/2016/05/26/presente-passato-del-rock-and-roll-the-wild-feathers-lonely-is-lifetime/ . Quindi li attendevo con curiosità alla prova del doppio dal vivo, prova quasi infallibile per un artista o una band che vuole dimostrate le proprie qualità e la capacità di stare su un palco (dico quasi, perché per esempio di recente i NEEDTOBREATHE, che nel 2015 avevano pubblicato un ottimo doppio Live From The Woods, lo hanno seguito con una tavanata galattica come il recente Hard Love http://discoclub.myblog.it/2016/11/08/invece-veramente-brutto-needtobreathe-hard-love/ ).

Ma questo rimane nel futuro,  concentriamoci sul presente, ovvero questo doppio CD dal vivo, registrato in uno dei templi riconosciuti e deputati della country music, il mitico Ryman Theatre di Nashvile, che negli ultimi anni ospita spesso anche formazioni rock. Il quartetto texano si presenta sul palco con una ampia selezioni di brani tratti dai due dischi precedenti, diciassette canzoni in tutto: l’apertura è affidata ad una splendida Help Me Out, tratta del recente Lonely Is A Lifetime, con i loro eccellenti incroci vocali, sia a livello armonie, sia delle diverse voci soliste che si intrecciano, mentre il jingle jangle e gli assoli ripetuti delle chitarre fanno dimenticare l’arrangiamento pomposo del disco di studio. Overnight, il brano di apertura del secondo album, ricordava molto il sound dei Jayhawks, e nella dimensione live conferma la sua validità, riff e ritmi coinvolgenti, grande country-rock della vecchia scuola, anche un approccio “antemico”, ma nella migliore accezione del termine, guitar music della più bell’acqua, e pure Backwoods Company, dal primo album,a livello riff non scherza, una via dei mezzo tra Petty e gli Allman, grinta e sostanza. If You Don’t Love è la prima pausa di riflessione nel concerto, una pop ballad molto raffinata, che ricorda i primi U2, mossa e con un ritornello facile da ricordare, seguita da Don’t Ask Me To Change, sempre ricca di sfumature pop-rock di gran classe, mentre Got It Wrong è un’altra tipica canzone del loro repertorio, “cantabile” e con un approccio avvolgente e assai godibile, con i soliti controcanti corali di grande effetto.

Hard Times è uno dei brani oltre i sei minuti dove la band mostra il proprio spirito più R&R, con chitarre e tastiere in libertà, in continuo crescendo, e questi suonano, ragazzi. Sleepers è un altro dei pezzi del secondo album che viene liberato da quel “big sound” fasullo a favore di una maggiore freschezza, poi gli oltre otto minuti di Goodbye Sound, uno dei pezzi migliori dell’ultimo disco, come dicevo nella recensione del CD mi ricorda le cose migliori di Blue Rodeo o Jayhawks, intrecci di chitarre e tastiere, oltre alle voci che armonizzano in modo perfetto, una pedal steel aggiunta e una gran coda strumentale a chiudere il cerchio. Molto piacevoli e consistenti anche Into The Sun e Happy Again, soprattutto la seconda, veramente tirata e con un gran riff; per non parlare di Left My Woman un’altra delle loro classiche ballate elettroacustiche in crescendo.. E siamo solo al terzo brano del secondo CD, a questo punto tocca a American, altro notevole brano dal flavor anni ’70, con chitarre e ritmiche galoppanti quasi stonesiane, poi a Lonely Is A Lifetime, un pezzo solo voci e chitarre acustiche, prima del gran finale che si apre con How, un altro dei brani dell’ultimo album che cresce nella vibrante versione Live, come pure la splendida The Ceiling in una versione monstre di oltre sette minuti, con chitarre e voci che girano a mille, prima di congedarci con la poderosa Hard Wind, altro brano R&R ricco di sostanza ed energia. Per il momento basta e avanza, dal vivo sono veramente bravi, per il futuro vedremo!

Bruno Conti

Tra Presente E Passato Del Rock And Roll! The Wild Feathers – Lonely Is A Lifetime

wild feathers lonely is a lifetime

The Wild Feathers – Lonely Is A Lifetime – Warner Bros

Parlando del precedente omonimo album dei Wild Feathers http://discoclub.myblog.it/2013/09/15/ho-visto-il-futuro-del-rock-n-roll-e-il-suo-nome-e-the-wild/ , uscito tre anni fa nel 2013, scherzando, ma non troppo, avevo parlato di futuro e presente del R&R optando poi per un salomonico: “ho visto una band tra presente e passato del rock and roll, si chiamano le Piume Selvagge”! E per quel album, grazie alla sua fusione di suoni che ricordavano, senza essere troppo pedissequi, gente come Allman Brothers, Tom Petty, la Band, Jayhawks, Stones, Neil Young e molti altri, ci stava. Perché poi il sound era fresco e piacevole, gli intrecci vocali riusciti, anche grazie alla brillante produzione di Jay Joyce  e quindi il tutto, senza sfiorare il plagio diretto, aveva una piacevole sensazione di déja vu, o già sentito. Ma poi l’album ha faticato ad arrivare nei primi 100 posti delle classifiche di Billboard, non riuscendoci, e la band (texana, ma di stanza a Nashville), incidendo per una major come la Warner e dovendo affrontare “il difficile secondo album” ha ceduto un po’ al compromesso, schiacciando in alcuni brani il pedale su un mix di suoni più aggressivi, quell’insieme più “bombastico” da alternative-indie rock da classifica che impera sul mercato americano, e il produttore Joyce, che nel primo album era stato meno “commerciale”, ha indugiato troppo in sonorità più cariche di tastiere, tipo l’ultimo Zac Brown Band, Carrie Underwood o Eric Church, che sono stati i suoi ultimi clienti.

Poi i nostri amici, in particolare Ricky Young, Taylor Burns e Joel King, che scrivono tutti i brani, e si alternano come voci soliste e armonizzano spesso anche insieme, con gusto e classe, sono comunque freschi e vivaci, e brani come l’iniziale Overnight, sono piacevolissimi e coinvolgenti, con un risultato che ricorda quello appunto dei Jayhawks più scanzonati o di gente come Toad The Wet Sprocket, Band Of Horses, Delta Spirit, i primi Kings Of Leon (ma a tratti anche gli ultimi), persino gli Avett Brothers più elettrici, i continui rilanci e soli di chitarre elettriche nel brano, sono, beh, “elettrizzanti”! Sleepers è già più “lavorata”, con quel big sound ricordato, tastiere avvolgenti, voci cariche di eco ed effetti, tipo anche gli ultimi Mumford And Sons, come pretende l’industria discografica, musica da macchina o da ascoltare sull’Ipod (se lo avete), ma che mantiene, a fatica, una sua certa dignità grazie agli ottimi intrecci vocali del gruppo, che non è uno di quelli creati a tavolino nei talent show. La lunghissima Goodbye Song, oltre 8 minuti, risolleva le sorti, con una bella intro di organo e chitarre acustiche, su cui si inserisce una pedal steel avvolgente, suonata da Preston Wimberly, un pezzo che ricorda le migliori cose, di nuovo, dei già citati Jayhawks, grazie all’eccellente lavoro vocale dei membri della band, e ai continui e ficcanti inserti chitarristici che hanno addirittura un retrogusto alla David Gilmour nella lunga parte strumentale, veramente bella, che ricorda pure i migliori Blue Rodeo.

Don’t Ask Me To Change, sempre godibile e frizzante, è più melodica e con inserti pop, ma di quello di buona grana, anche se a momenti si affacciano gli U2 o i Kings Of Leon più commerciali, ma c’è molto di peggio in giro, e comunque le chitarre sono sempre presenti a rivitalizzare le canzoni. Nell’alternanza tra brani più commerciali e pezzi più rock, Happy Again appartiene alla seconda categoria, un bel groove tirato, le solite chitarre che viaggiano e quell’aria country-rock, con rimandi a Petty, Ryan Adams e alla buona musica americana in generale. Niente male anche Leave Your Light On, sempre grintosa e “riffata”, per quanto con quei tocchi commerciali che rischiano di rovinare il tiro poderoso del sound, mentre la corale Help Me Out soccombe in parte al big sound più volte evocato, con la batteria che scandisce fin troppo il tempo, con la title-track, la dolce Lonely Is A Lifetime, solo voci e chitarre acustiche, che è un’oasi di tranquillità nei ritmi rock dell’album. Molto piacevole anche On My Way, sempre con quel suono a tratti troppo carico e forse più “omologato” rispetto al disco precedente. Gli ultimi due brani, Into The Sun, non brutta ma sentita mille volte e Hallelujah, con batteria e tastiere elettroniche ad affiancare una solitaria chitarra acustica, molto di maniera nel suo andamento pop, frenano gli slanci rockistici del resto dell’album. Diciamo promossi, ma con riserva: al di là del proclama “This Is Rock and Roll” con cui vengono pompati sul mercato americano!

Bruno Conti

Anche Senza Marc Olson Sono Sempre Loro, Quasi! Jayhawks – Paging Mr. Proust

jayhawks paging mr. proust

Jayhawks – Paging Mr. Proust – Sham Records

Dopo la reunion tra Gary Louris Marc Olson, sfociata nell’ottimo Mockingbird Time del 2011, sembrava che tutto fosse ritornato “pappa e ciccia” tra i due, ma durante il tour del 2011-2012 le vecchie tensioni che avevano portato alla prima divisione del 1995 https://www.youtube.com/watch?v=xAjOfDm-_mw  si sono presentate di nuovo e sembrava, stando alle parole di Olson, che i Jayhawks, in base ad un accordo tra entrambi, non avrebbero più dovuto andare in tour senza di lui, e Louris non avrebbe più dovuto cantare le canzoni scritte da Olson (quali, visto che le firmavano insieme?) https://www.youtube.com/watch?v=JFoDJowVtlQ . In effetti, quando mi era capitato di vedere Marc in una serata a Milano un paio di anni fa, con la compagna norvegese Ingunn Ringvold e con Michael McDermott James Maddock (non memorabile peraltro, la dimensione acustica non giovava a nessuno dei tre), aveva detto peste e corna della sua vecchia band, ricordando che il gruppo lo aveva “inventato” lui e le canzoni erano sue e “quell’altro” non si doveva permettere di cantarle. Cosa che puntualmente non è accaduta: i Jayhawks, perché di loro stiamo parlando, hanno continuato a fare tournée regolarmente https://www.youtube.com/watch?v=6iIPogL69hw , ed ora, a cinque anni dall’ultimo album e dopo il disco di Louris con gli Au Pair, pubblicano questo nuovo Paging Mr. Proust, l’ottavo album in studio della band (nono se contiamo anche il Bunkhouse Album), antologie, Live e dischi di rarità esclusi. Diciamo subito che senza Marc Olson, nonostante il titolo del post, non è del tutto la stessa cosa, quelle armonie vocali splendide, l’intreccio e l’alternarsi delle due voci che hanno influenzato decine di gruppi, negli anni ’90  del boom dell’alt-countty, un po’ ci mancano, ma il disco, come altri registrati senza Olson, per esempio gli ottimi Sound Of Lies Rainy Day Music in particolare, è sempre una perfetta fusione di country-rock classico, giri di accordi beatlesiani e morbido rock di eccellente qualità.

Anche loro hanno dovuto piegarsi alle nuove esigenze del mercato, per la prima volta il CD non esce per una major (o per una etichetta distribuita da una major, che è la stessa cosa) ma viene pubblicato dalla fantomatica Sham Records. Con Louris ci sono però tutti gli altri Jayhawks storici: da Marc Pearlman al basso a Tim O’Reagan alla batteria e alle armonie vocali, come pure Karen Grotberg alle tastiere e alle voci di supporto, in più, come co-produttori troviamo Tucker Martine (uno dei migliori al momento negli Stati Uniti, di recente all’opera con Decemberists, Edward Sharpe, M Ward, Sam Beam & Jesca Hoop Mavis Staples) e anche Peter Buck, presente pure come musicista, uno che di jingle jangle se ne intende. E nel disco suonano altri del giro R.E.M., come Mike Mills Scott McCaughey. A completare la formazione dei Jayhawks troviamo il secondo chitarrista Kraig Johnson, già con il gruppo una ventina di anni fa e anche nel giro Golden Smog Soul Asylum, oltre ad essere un vecchio componente dei Run Westy Run, che credo pochi ricordino, altra band storica di Minneapolis, come gli Husker Du, Replacements, e gli stessi Jayhawks. Come dicevo poc’anzi il disco è sempre immerso nel classico sound del gruppo, non tutti i brani sono memorabili, ma ad esempio l’iniziale Quiet Corners And Empty Stages è splendida, armonie vocali celestiali, la voce inconfondibile di Gary Louris, che era spesso la voce solista anche in passato, un ritornello da memorizzare e quelle chitarre sognanti ed aggressive al tempo stesso, sentito molte volte, ma è il loro marchio di fabbrica.

Lost The Summer è più grintosa e psichedelica, con chitarre acide e tocchi beatlesiani e porta la firma collettiva della band, mentre Lovers Of The Sun, del solo Louris, è più sognante ed elettroacustica, con il controcanto delizioso della Grotberg e la splendida voce di Gary che si libra su un tappeto sonoro raffinato. Pretty Roses In Your Hair ha qualcosa della costruzione sonora di un brano alla Neil Young vecchia scuola, forse troppo zuccherosa a momenti, anche se le chitarre, quasi ai limiti del feedback ( e il piano) ci sono e si sentono; con Leaving The Monsters Behind che è un bel pezzo rock, di nuovo a firma collettiva, di quelli che viaggiano tirati e spediti, vagamente alla Rem, le solite belle armonie, anche se il risultato finale non è  particolarmente memorabile. Isabel’s Daughter è ancora un brano tipico del songbook di Louris, quel misto di country-rock, west-coast, Beatles e melodie avvolgenti che da sempre si trova nel DNA di questo autore, il mandolino potrebbe essere Mike Berry?

Ace, la canzone più lunga, di nuovo psichedelica e oscura, non mi sembra un granché, forse l’unica, al di là delle chitarre trattate, mi pare ci sia parecchia aria fritta, meglio The Devil In Her Eyes, dove l’armonica di Louris ci porta ancora a quel sound younghiano e country-rock dei loro brani migliori, arricchito dalle solite piacevoli armonie vocali e da un paio di break chitarristici spigolosi e cattivi. Comeback Kids ha quel suono alternative-rock dei primi R.e.m. e qui c’è forse lo zampino di Buck, però non è tra i brani migliori, anche se è tutt’altro che brutta, forse un po’ irrisolta. The Dust Of Long-Dead Stars è il pezzo più rock di questo album, un ritmo galoppante, chitarre in evidenza e una “cattiveria” inconsueta nel sound della band, bel pezzo. E niente male anche Lies In Black And White, altro pezzo complesso e raffinato di puro Jayhawks sound, manca forse la voce di Olson, ma non si può avere tutto dalla vita, Louris cerca di sostituirla con la sua armonica, secondo me riuscendoci. Conclude il tutto I’ll Be Yout Key, un pezzo acustico, cantato in falsetto da Gary, “moolto” Neil Young.

Quindi nell’insieme direi più luci che ombre, il nome non viene “profanato”, come sembrava temere Marc Olson, anzi i Jayhawks, dopo trenta anni in pista, sono sempre vivi e pimpanti. Esce il 29 aprile.

Bruno Conti

Anticipazioni Novità, Ristampe E Cofanetti Aprile, Parte II. Metallica, Graham Nash, Santana, Foghat, Bad Company, Sturgill Simpson, PJ Harvey, Sam Beam & Jesca Hoop, Jayhawks

metallica kill 'em all box

metallica ride the lightning box

In concomitanza con il Record Store Day del 16 aprile (di cui i Metallica quest’anno sono una sorta di ambasciatori ufficiali e nell’ambito del quale viene anche pubblicato un raro CD Liberté, Egalité, Fraternité Live At Bataclan Paris France, June 11th, 2003, il cui ricavato andrà in beneficenza) https://www.youtube.com/watch?v=5VCD148IDeg , negli stessi giorni, a tiratura limitata, vengono ristampati i primi due album della band, Kill ‘Em All Ride The Lightning, in due cofanetti sontuosi e molto costosi (si parla di circa 200 euro cadauno, quindi preparatevi).

KIll ‘Em All sarà un box da 5 CD, 4 LP e 1 DVD, con questo contenuto:

[CD1: KILL ‘EM ALL (REMASTERED)]
1. Hit The Lights (2016 Remastered)
2. The Four Horsemen (2016 Remastered)
3. Motorbreath (2016 Remastered)
4. Jump In The Fire (2016 Remastered)
5. (Anesthesia) – Pulling Teeth (2016 Remastered)
6. Whiplash (2016 Remastered)
7. Phantom Lord (2016 Remastered)
8. No Remorse (2016 Remastered)
9. Seek & Destroy (2016 Remastered)
10. Metal Militia (2016 Remastered)

[CD2: INTERVIEW & RADIO IDS]
1. Metal Forces – Interview with Lars, January 1984
2. Radio IDs with Lars, James, and Cliff from 1984

[CD3: ROUGH MIXES FROM LARS’ VAULT, BOOTLEG TRACKS & WHIPLASH REMIX EP]
1. Motorbreath (Rough Mix)
2. Hit The Lights (Rough Mix)
3. (Anesthesia) – Pulling Teeth (Rough Mix)
4. Seek & Destroy (Rough Mix)
5. Phantom Lord (Rough Mix)
6. Whiplash (Rough Mix)
7. The Four Horsemen (Rough Mix)
8. Seek & Destroy (NOT Live from The Automatt)
9. Phantom Lord (NOT Live from The Automatt)
10. Jump In The Fire
11. Whiplash (Special Neckbrace Remix)
12. Seek & Destroy (“Live” at The Automatt)
13. Phantom Lord (“Live” at The Automatt)

[CD4: LIVE AT J BEES ROCK III, MIDDLETOWN, NY – JANUARY 20TH, 1984]
1. The Four Horsemen (Live at J Bees Rock III, Middletown, NY – 1/20/84)
2. Jump In The Fire (Live at J Bees Rock III, Middletown, NY – 1/20/84)
3. Fight Fire With Fire (Live at J Bees Rock III, Middletown, NY – 1/20/84)
4. Ride The Lightning (Live at J Bees Rock III, Middletown, NY – 1/20/84)
5. Phantom Lord (Live at J Bees Rock III, Middletown, NY – 1/20/84)
6. Seek & Destroy (Live at J Bees Rock III, Middletown, NY – 1/20/84)
7. Whiplash (Live at J Bees Rock III, Middletown, NY – 1/20/84)

[CD5: LIVE AT THE KEYSTONE, PALO ALTO, CA – OCTOBER 31ST, 1983]
1. Hit The Lights (Live at The Keystone, Palo Alto, CA – 10/31/83)
2. The Four Horsemen (Live at The Keystone, Palo Alto, CA – 10/31/83)
3. Jump In The Fire (Live at The Keystone, Palo Alto, CA – 10/31/83)
4. Fight Fire With Fire (Live at The Keystone, Palo Alto, CA – 10/31/83)
5. Ride The Lightning (Live at The Keystone, Palo Alto, CA – 10/31/83)
6. Phantom Lord (Live at The Keystone, Palo Alto, CA – 10/31/83)
7. When Hell Freezes Over (Live at The Keystone, Palo Alto, CA – 10/31/83)
8. Seek & Destroy (Live at The Keystone, Palo Alto, CA – 10/31/83)
9. (Anesthesia) – Pulling Teeth [Live at The Keystone, Palo Alto, CA – 10/31/83]
10. Whiplash (Live at The Keystone, Palo Alto, CA – 10/31/83)
11. Creeping Death (Live at The Keystone, Palo Alto, CA – 10/31/83)
12. Guitar Solo (Live at The Keystone, Palo Alto, CA – 10/31/83)
13. Metal Militia (Live at The Keystone, Palo Alto, CA – 10/31/83)

[LP1: KILL ‘EM ALL (REMASTERED)]
1. Hit The Lights (2016 Remastered)
2. The Four Horsemen (2016 Remastered)
3. Motorbreath (2016 Remastered)
4. Jump In The Fire (2016 Remastered)
5. (Anesthesia) – Pulling Teeth [2016 Remastered]
6. Whiplash (2016 Remastered)
7. Phantom Lord (2016 Remastered)
8. No Remorse (2016 Remastered)
9. Seek & Destroy (2016 Remastered)
10. Metal Militia (2016 Remastered)

[LP2: LIVE AT ESPACE BALARD, PARIS, FRANCE – FEBRUARY 9TH, 1984 (2 LP)]
1. The Ecstasy of Gold (Live at Espace Balard ,Paris, France – 2/9/1984)
2. Hit The Lights (Live at Espace Balard ,Paris, France – 2/9/1984)
3. The Four Horsemen (Live at Espace Balard ,Paris, France – 2/9/1984)
4. Jump In The Fire (Live at Espace Balard ,Paris, France – 2/9/1984)
5. Phantom Lord (Live at Espace Balard ,Paris, France – 2/9/1984)
6. No Remorse (Live at Espace Balard ,Paris, France – 2/9/1984)
7. Ride The Lightning (Live at Espace Balard ,Paris, France – 2/9/1984)

[LP3: LIVE AT ESPACE BALARD, PARIS, FRANCE – FEBRUARY 9TH, 1984 (2 LP)]
1. Motorbreath (Live at Espace Balard ,Paris, France – 2/9/1984)
2. (Anesthesia) – Pulling Teeth [Live at Espace Balard ,Paris, France – 2/9/1984]
3. Whiplash (Live at Espace Balard ,Paris, France – 2/9/1984)
4. Seek & Destroy (Live at Espace Balard ,Paris, France – 2/9/1984)
5. Metal Militia (Live at Espace Balard ,Paris, France – 2/9/1984)

[LP4: JUMP IN THE FIRE (PICTURE DISC)]
1. Jump In The Fire
2. Seek & Destroy (“Live” at The Automatt)
3. Phantom Lord (“Live” at The Automatt)

[DVD: METALLICA LIVE AT THE METRO IN CHICAGO ON AUGUST 12TH, 1983]
1. Hit The Lights (Live) (Video Only/No Audio)
2. The Four Horsemen (Live) (Video Only/No Audio)
3. Jump In The Fire (Live) (Video Only/Partial Audio)
4. Phantom Lord (Live)
5. No Remorse (Live)
6. (Anesthesia) – Pulling Teeth (Live)
7. Whiplash (Live)
8. Seek And Destroy (Live)
9. Guitar Solo (Live)
10. Metal Militia (Live)

Mentre per Ride The Lightning, 6 CD, 4 LP e 1 DVD il contenuto sarà il seguente:

[CD1: RIDE THE LIGHTNING (REMASTERED)]
1. Fight Fire With Fire (2016 Remastered)
2. Ride The Lighting (2016 Remastered)
3. For Whom The Bells Tolls (2016 Remastered)
4. Fade To Black (2016 Remastered)
5. Trapped Under Ice (2016 Remastered)
6. Escape (2016 Remastered)
7. Creeping Death (2016 Remastered)
8. The Call Of Ktulu (2016 Remastered)

[CD2: METALLICA INTERVIEWS]
1. Metal Forces Interview with Lars, November 1984
2. WUSC Cleveland Radio Interview with Cliff & Kirk, February 1985
3. Metal Madness Interview with Lars, March 1985

[CD3: DEMOS & ROUGH MIXES FROM LARS’ VAULT]
1. Ride The Lightning (Studio Demo)
2. When Hell Freezes Over (Studio Demo)
3. Creeping Death (Studio Demo)
4. Fight Fire With Fire (Studio Demo)
5. Ride The Lightning (Garage Demo)
6. When Hell Freezes Over (Garage Demo)
7. Fight Fire With Fire (Garage Demo)
8. Ride The Lightning (Boom Box Demo)
9. Blitzkrieg (Rhythm Track Rough Mix)
10. Am I Evil (Studio Demo)

[CD4: LIVE AT KABUKI THEATRE, SAN FRANCISCO, CA – MARCH 15TH, 1985]
1. Fight Fire With Fire (Live at Kabuki Theatre, San Francisco, CA – 03/15/85)
2. Ride The Lightning (Live at Kabuki Theatre, San Francisco, CA – 03/15/85)
3. Phantom Lord (Live at Kabuki Theatre, San Francisco, CA – 03/15/85)
4. The Four Horsemen (Live at Kabuki Theatre, San Francisco, CA – 03/15/85)
5. (Anesthesia) – Pulling Teeth [Live at Kabuki Theatre, San Francisco, CA – 03/15/85]
6. For Whom The Bell Tolls (Live at Kabuki Theatre, San Francisco, CA – 03/15/85)
7. No Remorse (Live at Kabuki Theatre, San Francisco, CA – 03/15/85)
8. Fade To Black (Live at Kabuki Theatre, San Francisco, CA – 03/15/85)
9. Creeping Death (Live at Kabuki Theatre, San Francisco, CA – 03/15/85)
10. Guitar Solo (Live at Kabuki Theatre, San Francisco, CA – 03/15/85)
11. Am I Evil? (Live at Kabuki Theatre, San Francisco, CA – 03/15/85)
12. Motorbreath (Live at Kabuki Theatre, San Francisco, CA – 03/15/85)

[CD5: LIVE AT THE LYCEUM THEATRE, LONDON, UK – DECEMBER 20th, 1984]
1. Phantom Lord (Live At The Lyceum Theatre, London, UK – 12/20/84)
2. The Four Horsemen (Live At The Lyceum Theatre, London, UK – 12/20/84)
3. (Anesthesia) – Pulling Teeth [Live At The Lyceum Theatre, London, UK – 12/20/84]
4. For Whom The Bell Tolls (Live At The Lyceum Theatre, London, UK – 12/20/84)
5. No Remorse (Live At The Lyceum Theatre, London, UK – 12/20/84)
6. The Call Of Ktulu (Live At The Lyceum Theatre, London, UK – 12/20/84)
7. Seek & Destroy (Live At The Lyceum Theatre, London, UK – 12/20/84)
8. Whiplash (Live At The Lyceum Theatre, London, UK – 12/20/84)
9. Creeping Death (Live At The Lyceum Theatre, London, UK – 12/20/84)
10. Guitar Solo (Live At The Lyceum Theatre, London, UK – 12/20/84)
11. Metal Militia (Live At The Lyceum Theatre, London, UK – 12/20/84)

[CD6: LIVE AT CASTLE DONINGTON, UK – AUGUST 17TH, 1985]
1. Creeping Death (Live At Castle Donington, UK – 8/17/85)
2. Ride The Lighning (Live At Castle Donington, UK – 8/17/85)
3. For Whom The Bell Tolls (Live At Castle Donington, UK – 8/17/85)
4. The Four Horsemen (Live At Castle Donington, UK – 8/17/85)
5. Fade To Black (Live At Castle Donington, UK – 8/17/85)
6. Seek & Destroy (Live At Castle Donington, UK – 8/17/85)
7. Whiplash (Live At Castle Donington, UK – 8/17/85)
8. Motorbreath (Live At Castle Donington, UK – 8/17/85)

[LP1: RIDE THE LIGHTNING (REMASTERED)]
1. Fight Fire With Fire (2016 Remastered)
2. Ride The Lightning (2016 Remastered)
3. For Whom The Bell Tolls (2016 Remastered)
4. Fade To Black (2016 Remastered)
5. Trapped Under Ice (2016 Remastered)
6. Escape (2016 Remastered)
7. Creeping Death (2016 Remastered)
8. The Call of Ktulu (2016 Remastered)

[LP2: LIVE AT THE HOLLYWOOD PALLADIUM, LOS ANGELES, CA – MARCH 10TH, 1985 (2 LP)]
1. The Ecstasy of Gold (Live at The Hollywood Palladium, Los Angeles, CA – 3/10/85)
2. Fight Fire With Fire (Live at The Hollywood Palladium, Los Angeles, CA – 3/10/85)
3. Ride The Lightning (Live at The Hollywood Palladium, Los Angeles, CA – 3/10/85)
4. Phantom Lord (Live at The Hollywood Palladium, Los Angeles, CA – 3/10/85)
5. (Anesthesia) – Pulling Teeth [Live at The Hollywood Palladium, Los Angeles, CA – 3/10/85]
6. For Whom The Bell Tolls (Live at The Hollywood Palladium, Los Angeles, CA – 3/10/85)
7. No Remorse (Live at The Hollywood Palladium, Los Angeles, CA – 3/10/85)

[LP3: LIVE AT THE HOLLYWOOD PALLADIUM, LOS ANGELES, CA – MARCH 10TH, 1985 (2 LP)]
1. Fade To Black (Live at The Hollywood Palladium, Los Angeles, CA – 3/10/85)
2. Seek & Destroy (Live at The Hollywood Palladium, Los Angeles, CA – 3/10/85)
3. Creeping Death (Live at The Hollywood Palladium, Los Angeles, CA – 3/10/85)
4. Am I Evil (Live at The Hollywood Palladium, Los Angeles, CA – 3/10/85)
5. Motorbreath (Live at The Hollywood Palladium, Los Angeles, CA – 3/10/85)

[LP4: CREEPING DEATH (PICTURE DISC)]
1. Creeping Death
2. Am I Evil
3. Blitzkrieg

[DVD]
LIVE AT THE METAL HAMMER FESTIVAL IN ST. GOARSHAUSEN, GERMANY – SEPTEMBER 14, 1985
1. Creeping Death (Live)
2. Ride The Lightning (Live)
3. Disposable Heroes (Live)
4. No Remorse (Live)
5. (Anesthesia) – Pulling Teeth (Live)
6. For Whom The Bell Tolls (Live)
7. The Four Horsemen (Live)
8. Fade to Black (Live)
9. Seek and Destroy (Live)
10. Whiplash (Live)
11. Fight Fire With Fire (Live)
12. Guitar Solo (Live)
13. Am I Evil? (Live)
14. Motorbreath (Live)

LIVE AT MTV’S DAY ON THE GREEN AT OAKLAND STADIUM, OAKLAND, CA – AUGUST 31, 1985
1. Creeping Death (Live)
2. Ride the Lightning (Live)
3. For Whom the Bell Tolls (Live)
4. MTV Day On The Green Interview with Lars and James

DANISH TV
1. “Lars Ulrich When He Was Young” *Lars’ first television interview
2. “SPOT – Lars Ulrich”

Il tutto verrà pubblicato, a livello ufficiale, dalla Universal.

foghat complete bearsville albums

Sempre il 15 aprile, ma su etichetta Warner/Rhino, uscirà questo The Complete Bearsville Album Collection dei Foghat, un box da 13 CD che raccoglie tutti gli album pubblicati negli anni fra il 1971 e il 1983 dalla band “americana” ( o così pensa la gente, ma in effetti il gruppo era tipicamente di formazione inglese, con tre fuoriusciti dai Savoy Brown di Looking In del 1970, “Lonesome” Dave Peverett, Roger Earl Tony Stevens, a cui si aggiunse Rod Price, alla seconda chitarra e alla slide, proveniente dai Black Cat Bones. Con il solo batterista Roger Earl della formazione originale ( i due chitarristi e cantanti sono entrambi morti) il gruppo continua tuttora la sua attività, ma gli anni d’oro sono stati effettivamente quelli esaminati in questo cofanetto. Anzi, il periodo migliore del blues-rock tendente all’heavy, ma di grande energia e qualità dire che arriva fino al Live del 1977, anche se pure gli album successivi non sono male, ma decisamente più di maniera.

Ecco il contenuto del box:

[CD1: Foghat]
1. I Just Want To Make Love To You
2. Trouble Trouble
3. Leavin’ Again (Again)
4. Fool’s Hall Of Fame
5. Sarah Lee
6. Highway (Killing Me)
7. Maybelline
8. A Hole To Hide In
9. Gotta Get To Know You (LP Version)

[CD2: Rock And Roll]
1. Ride, Ride, Ride
2. Feel So Bad
3. Long Way To Go
4. It’s Too Late
5. What A Shame
6. Helping Hand
7. Road Fever
8. She’s Gone
9. Couldn’t Make Her Stay

[CD3: Energized]
1. Honey Hush
2. Step Outside
3. Golden Arrow
4. Home In My Hand
5. Wild Cherry
6. That’ll Be The Day
7. Fly By Night
8. Nothing I Won’t Do

[CD4: Rock And Roll Outlaws]
1. Eight Days On The Road
2. Hate To See You Go
3. Dreamer
4. Trouble In My Way
5. Rock And Roll Outlaw
6. Shirley Jean
7. Blue Spruce Woman
8. Chateau Lafitte ’59 Boogie

[CD5: Fool For The City]
1. Fool For The City
2. My Babe
3. Slow Ride
4. Terraplane Blues
5. Save Your Loving (For Me)
6. Drive Me Home
7. Take It Or Leave It

[CD6: Night Shift]
1. Drivin’ Wheel
2. Don’t Run Me Down
3. Burnin’ The Midnight Oil
4. Night Shift
5. Hot Shot Love
6. Take Me To The River
7. I’ll Be Standing By

[CD7: Live]
1. Fool For The City
2. Home In My Hand
3. I Just Want To Make Love To You
4. Road Fever
5. Honey Hush
6. Slow Ride

[CD8: Stone Blue]
1. Stone Blue
2. Sweet Home Chicago
3. Easy Money
4. Midnight Madness
5. It Hurts Me Too
6. High On Love
7. Chevrolet
8. Stay With Me

[CD9: Boogie Motel]
1. Somebody’s Been Sleepin’ In My Bed
2. Third Time Lucky (First Time I Was A Fool)
3. Comin’ Down With Love
4. Paradise Alley
5. Boogie Motel
6. Love In Motion
7. Nervous Release

[CD10: Tight Shoes]
1. Stranger In My Home Town
2. Loose Ends
3. Full Time Lover
4. Baby, Can I Change Your Mind
5. Too Late The Hero
6. Dead End Street
7. Be My Woman
8. No Hard Feelings

[CD11: Girls To Chat & Boys To Bounce]
1. Wide Boy
2. Let Me Get Close To You
3. Live Now – Pay Later
4. Love Zone
5. Delayed Reaction
6. Second Childhood
7. Weekend Driver
8. Sing About Love

[CD12: In The Mood For Something Rude]
1. Slipped, Tripped, Fell In Love
2. Bustin’ Up Or Bustin’ Out
3. Take This Heart Of Mine
4. Love Rustler
5. Ain’t Livin’ Long Like This
6. Back For A Taste Of Your Love
7. There Ain’t No Man That Can’t Be Taught
8. And I Do Just What I Want

[CD13: Zig-Zag Walk]
1. That’s What Love Can Do
2. Zig-Zag Walk
3. Choo Choo Ch’Boogie
4. Jenny Don’t Mind
5. Three Wheel Cadillac
6. It’ll Be Me
7. Silent Treatment
8. Down The Road Apiece
9. Seven Day Weekend
10. Linda Lou

Siamo dalle parti di Bad Company, ZZ Top, BTO, Grand Funk, il tutto nobilitato dal grande uso della slide di Rod Price, vero virtuoso dello strumento.

graham nash this path tonight

Graham Nash era da 14 anni che non pubblicava un nuovo album a nome proprio, l’ultimo era stato Songs For Survivors del 2002. Il CD, che uscirà il 15 aprile per la Blue Castle Records/ADA distribuzione Warner, è prodotto da Shane Fontayne, che suona anche la chitarra nel disco, insieme a Jennifer Condos al basso, Todd Caldwell all’organo, Patrick Warren al piano e Jay Bellerose alla batteria, This Path Tonight esce in molte versioni: quello per il download avrà 13 brani, mentre la versione normale ne conterrà 10, in quella Deluxe CD+DVD ci saranno anche contenuti video sostanziosi, oltre ad una intervista ben 20 brani registrati dal vivo, in un DVD che dovrebbe durare oltre 2 ore e, forse, contenere anche qualcuna delle bonus della versione digitale. E poi ci sarà il vinile.

Qui sotto potete leggere i contenuti delle varie edizioni:

Tracklist
1. This Path Tonight
2. Myself At Last
3. Cracks In The City
4. Beneath The Waves
5. Fire Down Below
6. Another Broken Heart
7. Target
8. Golden Days
9. Back Home
10. Encore
MP3 Deluxe Edition Bonus Tracks:
11. Mississippi Burning
12. Watch Out For The Wind
13. The Fall

[Bonus DVD — Exclusive To Amazon CD/DVD Deluxe Edition] solo per l’America, in Italia si troverà regolarmente.
1. Bus Stop
2. King Midas
3. I Used To Be A King
4. Marrakesh Express
5. Immigration Man
6. Golden Days
7. Myself At Last
8. Wasted On The Way
9. Wind On The Water
10. Our House
11. Military Madness
12. Simple Man
13. Margeurita
14. Taken At All
15. Watch Out For The Wind
16. Just A Song
17. Cathedral
18. Chicago
19. Blackbird
20. Teach Your Children

santana iv

Chissà perché ero convinto che ne avessero fatti più di tre! Scherzi a parte la numerazione dell’album Santana IV si riferisce alla prima configurazione della band di Carlos Santana, quella di Woodstock, del primo album con il leone e di Abraxas, e poi ancora si Santana III dove in formazione entrò Neal Schon come seconda chitarra solista. L’edizione migliore del gruppo (anche se Caravanserai, Welcome, Borboletta e il triplo Live giapponese Lotus sono ancora dei grandi dischi). Comunque parliamo della formazione che accanto a Santana e Schon prevedeva Michael Shrieve alla batteria, Gregg Rolie alle tastiere e alla voce. Poi c’era Mike Carabello alle percussioni , oltre a José “Chepito” Areas, sempre alle percussioni e David Brown al basso. Questi due ultimi non ci saranno (Brown perché è morto e Areas non vi saprei dire, però sostituito da Karl Perazzo, altro collaboratore storico di Santana): aggiunti ci saranno il “nuovo” bassista Benny Rietveld, un olandese in formazione dai tempi di Supernatural, e come ospite, alla voce in due canzoni, il mitico Ronald isley degli Isley Brothers. 

I titoli dei brani e quello che si è potuto sentire fino ad ora lasciano ben sperare sulla riuscita del disco che uscirà il 15 aprile su etichetta Santana IV, con questi contenuti:

 1. Yambu
2. Shake It
3. Anywhere You Want To Go
4. Fillmore East
5. Love Makes The World Go Round (featuring Ronald Isley)
6. Freedom In Your Mind (featuring Ronald Isley)
7. Choo Choo
8. All Aboard
9. Sueños
10. Caminando
11. Blues Magic
12. Echizo
13. Leave Me Alone
14. You And I
15. Come As You Are
16. Forgiveness

Magari non suoneranno più così, ma si può sempre sperare.

sturgill simpson a sailor's guide to earth

Sturgill Simpson è uno dei nomi “nuovi” (anche se ha già 37 anni) più interessanti del nuovo country, roots, southern, un bel sound pieno: il precedente album Metamodern Sounds In Country Music, uscito nel 2014, era prodotto da Dave Cobb. Ora esordisce su Atlantic con il nuovo album, il terzo, A sailor’s guide to earth, prodotto dallo stesso Simpson, che scrive tutte le canzoni, meno una cover di In Bloom dei Nirvana, scelta curiosa, ma riuscita https://www.youtube.com/watch?v=NpDYfkymaSE !

sam bean jesca hoop love letter for fire

Una accoppiata inconsueta è quella che vede insieme Sam Beam (Iron Wine) Jesca Hoop (che molti conoscono di nome, perché è stata la tata dei tre figli di Tom Waits, che l’ha incoraggiata verso una carriera musicale che ad oggi consta di cinque album ed alcuni EP, tutti abbastanza interessanti); il loro disco, in uscita sempre il 15 aprile per la Sub Pop, si intitola Love Letter For Fire. è prodotto da Tucker Martine (Modest Mouse, Decemberists, Neko Case) e vede la collaborazione di Robert Burger (keyboardss), Eyvind Kang (violin, viola), Glenn Kotche dei Wilco(drums, percussion), Sebastian Steinberg (bass) e Edward Rankin-Parker (cello). Sembra un disco interessante, con le due voci che si intrecciano in modo affascinante.

pj harvey the hope six demolition project

Sempre il 16, su Island/Universal in Europa e su Vagrant negli States, esce il nuovo album di Pj Harvey, The Hope Six Demolition Project, a cinque anni dall’ottimo Let England Shake, il disco è prodotto sempre dal trittico Harvey/Flood/John Parish, contiene 11 nuove canzoni, tutte scritte da PJ durante i suoi viaggi tra il Kossovo, l’Afghanistan e Washington, negli Stati Uniti. Anche questa volta la parte Video sarà importante

e

E per concludere un paio di titoli in uscita a fine mese.

jayhawks paging mr. proust

Marc Olson Gary Louris non si parlano di nuovo (con il primo, visto lo scorso anno in Italia, che adotta una sorta di tattica ” i Jayhawks chi?”), ma il resto del nucleo storico, Marc Perlman (basso), Tim O’Reagan (batteria, voce), e Karen Grotberg (tastiere e voce), insieme a Gary Louris ha deciso di pubblicare un nuovo album Paging Mr. Proust, in uscita il 29 aprile per la Sham/Thirty Tigers:

1. Quiet Corners & Empty Spaces
2. Lost The Summer
3. Lovers Of The Sun
4. Pretty Roses In Your Hair
5. Leaving The Monsters Behind
6. Isabel’s Daughter
7. Ace
8. The Devil Is In Her Eyes
9. Comeback Kids
10. The Dust Of Long-Dead Stars
11. Lies In Black & White
12. I’ll Be Your Key

bad company live 1977 1979

Sempre il 29 aprile la Warner/Rhino pubblicherà questo doppio CD con due concerti inediti dei Bad Company Live 1977 & 1979. La formazione è quella originale che si legge in copertina: Paul Rodgers, Mick Ralphs, Boz Burrell, Simon Kirke con il loro classico rock-blues energico e grintoso (e due begli assoli di batteria, uno per concerto:

Tracklist
[CD1]
1. Burnin’ Sky (Live at The Summit, Houston, Texas – 23rd May 1977)
2. Too Bad (Live at The Summit, Houston, Texas – 23rd May 1977)
3. Ready For Love (Live at The Summit, Houston, Texas – 23rd May 1977)
4. Heartbeat (Live at The Summit, Houston, Texas – 23rd May 1977)
5. Morning Sun (Live at The Summit, Houston, Texas – 23rd May 1977)
6. Man Needs Woman (Live at The Summit, Houston, Texas – 23rd May 1977)
7. Leaving You (Live at The Summit, Houston, Texas – 23rd May 1977)
8. Shooting Star (Live at The Summit, Houston, Texas – 23rd May 1977)
9. Simple Man (Live at The Summit, Houston, Texas – 23rd May 1977)
10. Movin’ On (Live at The Summit, Houston, Texas – 23rd May 1977)
11. Like Water (Live at The Summit, Houston, Texas – 23rd May 1977)
12. i. Live For The Music (Live at The Summit, Houston, Texas – 23rd May 1977)
13. ii. Drum Solo (Live at The Summit, Houston, Texas – 23rd May 1977)
14. Good Lovin’ Gone Bad (Live at The Summit, Houston, Texas – 23rd May 1977)
15. Feel Like Makin’ Love (Live at The Summit, Houston, Texas – 23rd May 1977)

[CD2]
1. Bad Company (Live at The Empire Pool, Wembley, London – 9th March 1979)
2. Gone, Gone, Gone (Live at The Empire Pool, Wembley, London – 9th March 1979)
3. Shooting Star (Live at The Empire Pool, Wembley, London – 9th March 1979)
4. Rhythm Machine (Live at The Empire Pool, Wembley, London – 9th March 1979)
5. Oh, Atlanta (Live at The Empire Pool, Wembley, London – 9th March 1979)
6. She Brings Me Love (Live at The Empire Pool, Wembley, London – 9th March 1979)
7. Run With The Pack (Live at The Empire Pool, Wembley, London – 9th March 1979)
8. i. Evil Wind (Live at The Empire Pool, Wembley, London – 9th March 1979)
9. ii. Drum Solo (Live at The Empire Pool, Wembley, London – 9th March 1979)
10. Honey Child (Live at The Empire Pool, Wembley, London – 9th March 1979)
11. Rock Steady (Live at The Empire Pool, Wembley, London – 9th March 1979)
12. Rock ‘n’ Roll Fantasy (Live at The Empire Pool, Wembley, London – 9th March 1979)
13. Hey Joe (Live at Capitol Center, Washington, DC 26th June 1979)
14. Feel Like Makin’ Love (Live at The Empire Pool, Wembley, London – 9th March 1979)
15. Can’t Get Enough (Live at The Empire Pool, Wembley, London – 9th March 1979)

Anche per oggi è tutto, alla prossima.

Bruno Conti

From Los Angeles, California, The Dawes – All Your Favourite Bands

dawes all your favorite bands

Dawes – All Your Favourite Bands – Hub Records

Ma non erano i Doors? Ovviamente anche loro, from Los Angeles, California. Ma visto che pure i Dawes vengono da lì, consentite il giochetto di parole del titolo. Quella che conta è la musica, e i fratelli Goldsmith, Taylor, voce e chitarra, leader indiscusso e Griffin, batteria, con l’aiuto di Wylie Gelber, al basso eTay Strathairn, tastiere, confermano che la musica californiana, rivitalizzata dalla crescita di un talento come Jonathan Wilson e dalla “rinascita” di un personaggio come Jackson Browne (tutti musicisti fondamentali nella storia dei Dawes), gode di ottima salute. Ci sono molti altri solisti e gruppi che gravitano in questa area musicale (penso ai Blue Rodeo e Doug Paisley in Canada, un paio di decadi fa i Jayhwaks, di cui i Dawes potrebbero essere gli eredi, se non fossero già i “figli illeggitimi” di una notte di amore tra Jackson Browne e gli Eagles migliori del primo periodo), ma il quartetto di L.A, con questo All Your Favorite Bands, conferma tutto quanto di buono aveva fatto nei primi tre album (ne avevano pure fatti un paio quando si chiamavano Simon Dawes e in formazione c’era ancoral ‘ottimo Blake Mills), anzi, sotto la guida di David Rawlings, che regala una produzione sontuosa e ricca di dettagli, ma registrata in presa diretta e quindi immediata, come dovrebbe sempre essere per questo tipo di dischi, per evitare di infilarsi nel loro metaforico buco del…, mi fermo ma avete capito, e ultimamente succede ad alcuni, abbastanza spesso.

Il disco si apre con questa Things Happen qui sopra, perfetto singolo rock, come non se ne fanno quasi più, bella melodia, armonie musicali fantastiche, incrocio di chitarre e tastiere, tutto molto semplice, ma lascia già intuire dove andrà a parare tutto il resto del disco. Che comprende almeno tre piccoli “capolavori” (troppo? diciamo gioiellini), le tre canzoni più lunghe, ricche ed elaborate: Somewhere Along The Way è una sontuosa ballata mid-tempo alla Jackson Browne, circa 1974/1976, con le deliziose armonie vocali del gruppo arricchite dal delicato lavoro del piano di Strathairn e dai tocchi delle chitarre acustiche, probabilmente di Rawlings e Richard Bennett e da un ricamo della elettrica di Taylor Goldsmith, di nuovo pressoché perfetta, l’epitome del sound californiano, un piccolo appunto, peccato che sfumi dopo “soli” 5 minuti e 40 secondi. Altra canzone bellissima è I Can’t Think About It Now, un brano degno delle migliori composizioni degli Eagles più ispirati, con il tocco di genio delle armonie vocali delle McCrary Sisters e di Gillian Welch che rendono quasi epico un brano giocato sui chiaroscuri di chitarre elettriche fantastiche, organo e sezione ritmica raffinatissima nel leggero crescendo della parte centrale strumentale, un vera delizia per i padiglioni auditivi dell’ascoltatore https://www.youtube.com/watch?v=FVqIJjkMEwY . A completare questo trittico da sogno i quasi dieci minuti di Now That It’s Too Late, Maria, un’altra ballata che ai temi sonori già ricordati aggiunge spunti degni della Band, con l’organo che quasi fluttua sullo sfondo, mentre la chitarra di Taylor Goldsmith tratteggia un lavoro ritmico-solista di rara bellezza e la voce è ispirata e avvolgente, per lasciare spazio ad una coda strumentale finale dove la solista e il piano si completano a vicenda https://www.youtube.com/watch?v=g2Vc9c6p2qs .

E non è che le altre canzoni siano brutte, anzi: Don’t Send Me Away con la macchina che si trasforma in un contenitore di rimpianti mai dimenticati  “I’m getting on the freeway/Your jacket’s in my car/Your ashes in my ashtray/And I’m there with you, wherever you are.”, ha uno strano tempo di non facile attribuzione, ma è comunque un altro bel pezzo rock, con un tagliente assolo di chitarra che spezza la struttura morbida del brano. All You Favourite Bands, la title-track, è un’altra bellissima ballata di stampo pianistico che poi si apre nella seconda parte e diventa un’altra perla di puro West-Coast sound, degna dei citati Jayhawks (che perlatro californiani non erano). Anche To Be Completely Honest ha le stimmate di quelle ballate dolenti, ma ricche di elettricità, che sono il segno distintivo del miglior Jackson Browne, “solite” armonie vocali da applausi, l’organo e la chitarra sempre in perfetta simbiosi sonora e un’altra canzone di grande spessore qualitativo https://www.youtube.com/watch?v=fYl_6H6wijo . Rimangono la romantica e spezzacuori Waiting For You Call, altra ballata valzerata (la forma preferita di questo album) che per certi versi mi ha ricordato certe incursioni nel genere da parte di Elvis Costello, quando Steve Nye prendeva il bastone di comando, qui coadiuvato dalla pedal steel di Paul Franklin che si “lamenta” sullo sfondo e, last but not least, Right On Time, un bel pezzo rock di quelli più vibranti ed arrembanti, con la batteria a dettare il ritmo, organo, piano e chitarre a delineare le sonorità, ed il cantato di Taylor Goldsmith e soci ancora una volta a costituire la classica ciliegina sulla torta https://www.youtube.com/watch?v=lbeW4mrsPXk.

California uber alles (non quella dei Dead Kenedys).

Bruno Conti

Ci Sono Amore E Logica Nella Musica Dei “Figli Di Bill” ? Chiedere Al Babbo! Sons Of Bill – Love And Logic

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Sons Of Bill – Love And Logic –Gray Fox/Blue Rose

Sons Of Bill – The Gears EP – Blue Rose

Bill Wilson è un padre fortunato (professore emerito di Letteratura e Teologia presso l’Università della Virginia), ha generato tre eccellenti musicisti, James, Sam e Abe, che con gli amici di sempre Seth Green e Todd Wellons si uniscono, a metà anni 2000, a formare i Sons Of Bill, una roots rock band che proviene appunto da Charlottesville, Virginia. Li seguo fin dall’esordio con A Far Cry From Freedom (06) un disco di alt-country molto influenzato da Wilco e Steve Earle, a cui hanno fatto seguire pochi anni dopo One Town Away (09,) prodotto dal veterano Jim Scott (Tom Petty e Whiskeytown per citarne alcuni) che dà al lavoro un impronta più country-rock, e l’ottimo Sirens (12) che sotto la produzione di David Lowery (Cracker) risulta essere un disco di rock’n’roll chitarristico condito da infiltrazioni di Neil Young, Bruce Springsteen e Drive-By Truckers, mostrando (per chi scrive) una tendenza a migliorarsi negli anni e risultare sempre più credibili. E succede anche con questo quarto lavoro Love And Logic, prodotto dall’ex batterista dei Wilco e degli Uncle Tupelo, Ken Coomer e registrato negli studi Creative Workshop di Nashville, disco che vede sempre alla testa della conduzione familiare James Wilson alle chitarre e voce, Sam Wilson a pedal steel, piano, dobro e voce, Abe Wilson alle chitarre, banjo, tastiere e voce, e la consueta sezione ritmica con Todd Wellons alla batteria e percussioni e Seth Green al basso e vibrafono, il tutto condito dall’ineccepibile lavoro ai cursori di Jim Scott e Tchad Blake.

sons-of-bill Sons-of-Bill-James

Il disco si apre con Big Unknown,  e il suono ci riporta subito ai tempi dei meravigliosi primi Jayhawks, mentre la seguente Brand New Paradigm cantata a due voci viaggia verso una melodia “seventies” https://www.youtube.com/watch?v=igGZ_aawOpM , si prosegue con la suggestiva Road To Canaan con una chitarra acustica vagante che accompagna il dolce controcanto di Leah Blevins (una giovane cantautrice di Nashville) https://www.youtube.com/watch?v=Vv7zG-w8ZEg , e il commovente  e doveroso omaggio all’ex Big Star Chris Bell in Lost In The Cosmos (Song For Chris Bell) https://www.youtube.com/watch?v=WvaIQE2Z8uw . Si riparte con un banjo che introduce Bad Dancer, che nello sviluppo del brano può ricordare i mai dimenticati Replacements https://www.youtube.com/watch?v=8wHD7BlzEDo , passando anche per la ballata pianistica lenta e avvolgente Fishing Song, una Higher Than Mine dominata in sottofondo dalla pedal steel del fratello Sam. Arms Of The Landslide è un brano pop-rock, un suono probabilmente già sentito altre volte (R.E.M. su tutti), ma il “problema”, se esiste, non ci tocca più di tanto, mentre Light A Light è sicuramente la “perla” del disco, una ballata epica, quasi westcoastiana, da ascoltare e riascoltare all’infinito, per poi chiudere con le rarefatte atmosfere acustiche di una sontuosa Hymnsong.

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L’EP The Gears, uscito solo in Europa, oltre a ripresentare (o meglio anticipare, visto che è uscito prima) tre brani dall’album, Bad Dancer, Brand New Paradign e Road To Canaan https://www.youtube.com/watch?v=hxY3lJJoPWM , pesca da un prossimo (forse) album live le chitarristiche Turn It Up e Unknown Legend, e due pregevoli versioni acustiche di Santa Ana Wind e Radio Can’t Rewind, a dimostrare la versalità musicale della band.

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Oggi i Sons Of Bill sono una roots-rock band matura e con un sound che riflette le loro origini, un gruppo che mette in risalto la scrittura classica dei fratelli (attingendo per l’ispirazione dai libri di Omero, Faulkner, Salinger e dagli Slayer), e per questo si capisce che ci troviamo di fronte ad un lavoro di qualità ben superiore alla media, un piccolo grande disco che consiglio vivamente, ricordando oltre a Bill, la signora Wilson.

Tino Montanari

Cantautore O Produttore? Joe Henry – Invisible Hour

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Joe Henry – Invisible Hour – Work Song/ Ear Music/Edel Records

Lo ammetto, sono un “fan” di lunga data di Joe Henry (cognato di Madonna, ha sposato la sorella Michelle, ma non è una colpa), dai tempi dell’esordio con Talk Of Heaven (86), e l’ho seguito negli anni, mentre uscivano Murder Of Crows (con Mick Taylor e Chuck Leavell) (89), lo splendido ma poco considerato Shuffletown (90) (andatevi a risentire la traccia iniziale Helena By The Avenue https://www.youtube.com/watch?v=l2nDnE4LQS8 ),  e poi ancora Short Man’s Room (92) accompagnato dai Jayhwaks, e Kindness Of The World (93), i due lavori più influenzati dal suono americana, la trilogia Trampoline (96), Fuse (99) e Scar (01); poi Joe ha firmato per la Anti Records e le cose sono cambiate, con un disco dal suono molto personale come il geniale Tiny Voices (03), e le raffinate incisioni dell’ultimo periodo con Civilians (07) con Bill Frisell e  Van Dyke Parks, Blood From The Stars (09), e infine le sfumature blues di Reverie (11). Nel contempo Joseph Lee Henry (il suo vero nome) ha imparato a fare il produttore iniziando con Bruce Cockburn (insieme a T-Bone Burnett), Teddy Thompson (figlio di Richard & Linda) , proseguendo con Solomon Burke (con cui ha vinto un grammy nel 2003), Ani DiFranco, Bonnie Raitt, Bettye Lavette, il suo amico Loudon Wainwright III e ultimamente, con uno dei miei gruppi preferiti, gli Over The Rhine, e  mille altri (anche Lisa Hannigan, che troviamo sotto, tra i collaboratori di questo album)…

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Mi viene da pensare che l’occasione di stare a contatto con musicisti di diverso genere ed estrazione musicale gli ha fatto certamente bene, lo ha stimolato ad apprendere tutte le mille sfumature che la musica offre, e ora tutto quello che ha appreso si certifica in questo nuovo Invisible Hour (che esce in questi giorni) uno dei suoi dischi migliori in assoluto, un lavoro intenso e maturo, musicalmente ineccepibile, curato sia negli arrangiamenti che nella stesura delle canzoni.  Registrato in una settimana nel suo studio di Pasadena, Joe come sempre si avvale di musicisti di grande qualità, tra i quali ricordiamo Greg Leisz e John Smith alle chitarre, David Piltch o Jennifer Condos al basso, Jay Bellerose alla batteria, il figlio Levon ai fiati, e tra gli ospiti la brava Lisa Hannigan (cantante e musicista irlandese, a sua volta, già collaboratrice di Damien Rice) e i Milk Carton Kids alle armonie vocali, e direi anche non trascurabile l’apporto del noto romanziere Colum McCann per la stesura dei testi.

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Pur non essendo un “concept album”, le canzoni di Invisible Hour girano attorno al concetto del matrimonio, come ha ricordato in alcune interviste lo stesso Henry, a partire dal trittico iniziale, con la magnifica Sparrow https://www.youtube.com/watch?v=f5nAIX1aM6w , Grave Angels https://www.youtube.com/watch?v=XSneRuPlN3I  e i nove minuti di una Sign dove è la voce di Joe a farla da padrona (tra Van Morrison e il miglior Dirk Hamilton), dialogando con il suono minimale degli strumenti https://www.youtube.com/watch?v=cRp1w8Zqr4g . Un tocco dolce di chitarra introduce la title track, Invisible Hour, composizione intensa e struggente https://www.youtube.com/watch?v=MTl25EQ9Zls , per poi passare alle trame più ricche e complesse di Swayed  e ai suoni quasi gospel di Plainspeak, con largo uso del sax da parte del figlio Levon, mentre nell’ottima Lead Me On troviamo Lisa Hannigan al controcanto.

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Lo spirito di Tom Waits aleggia nell’acustica Alice, mentre il ritmo si innalza con Every Sorrow, la canzone più “roots” dell’album, andando poi a chiudere con Water Between Us, una solida ballata melodica, introdotta dalle note del piano e accompagnata nello sviluppo da sax e clarinetto (ha tutte le qualità per entrare nel novero delle sue canzoni più belle), e nella conclusiva, lunga e intensa Slide, una di quelle composizioni che rimangono impresse nella memoria per lungo tempo.

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Anche se il suo “status” attuale di produttore supera quello dell’autore e cantante (ma non per chi scrive), Henry non rinuncia a pubblicare dischi, e dopo una lunga e importante carriera quasi trentennale https://www.youtube.com/watch?v=567GTsSgNtw , esce con questo lavoro raffinato e delicato, percorso da avvolgenti trame, acustiche e non, supportate dalla sua abituale voce calda e sinuosa, rendendo l’ascolto un esercizio di gusto e delicatezza. Per i pochi che ancora non lo conoscono, Joe Henry è un amante della musica, di quella vera, e Invisible Hour conferma la sua bravura di musicista e produttore, e quindi di essere ampiamente in grado di portare avanti entrambe le professioni. Tra i dischi dell’anno!

Tino Montanari

Ho Visto Il Futuro Del Rock’n’Roll E Il Suo Nome E’ The Wild Feathers, Forse!

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The Wild Feathers – The Wild Feathers – Warner Bros Records

“Ho visto il futuro del Rock and Roll e il suo nome è The Wild Feathers”! Esagerato? “Ho visto il presente del R&R e il suo nome è Wild Feathers”! Sempre troppo? Che ne dite di: ho visto una band tra presente e passato del rock and roll, si chiamano le Piume Selvagge, un nome gagliardo che ricorda quasi una tribù di pellerossa. Sono texani di Austin e vengono da Nashville. Scusa? Nel senso che sono originari del Texas ma vivono a Nashville, tutto chiaro? E aggiungo che sono una di quelle classiche band che eseguono una serie di canzoni che sembrano delle cover, ma con dei titoli nuovi (?!?). Mi spiego meglio, le canzoni ricordano, più o meno tutte, a tratti, brani scritti da altri, Allman Brothers, Tom Petty, la Band, Jayhawks, Stones, Neil Young, Ryan Adams, che è un altro tra i “giovani” che assorbe miriadi di influenze e le rimodella nella sua musica, ma non canzoni specifiche, però la struttura, l’atmosfera, il sound sono quelli del rock classico, nelle sue mille sfaccettature, e anche se non si sfiora mai il plagio, ci sono miriadi di melodie, di riff, che galleggiano nell’etere e ogni tanto si posano sulle chitarre e nelle ugole di musicisti più “originali” e bravi di altri.

E’ il caso dell’esordio di questo quintetto americano, perché i musicisti degli States sono meno sfacciati delle loro controparti britanniche nell’ispirarsi a quanto di buono viene dalla musica del passato, per riproporla sotto forma di canzoni destinate ad un pubblico giovane (sempre più ristretto, ma ancora voglioso di buona musica) e ai “vecchi marpioni” del rock, appassionati e critici che hanno già visto e sentito tutto, ma non per questo non apprezzano le nuove forze emergenti, salvo gli inguaribili cinici e bastian contrari che sono spesso inflessibili. Le dodici canzoni dell’omonimo esordio dei Wild Feathers scorrono tutte d’un fiato, si ascoltano con grande piacere nella loro alternanza anche di elementi folk, rock, country e blues, su una base di musica rock. Come dite, la chiamano Americana? Potrebbe essere, perché no, anche se loro preferiscono essere definiti una “american” band. 

Dalla riffatissima Backwoods Company che potrebbe essere un incrocio tra Tom Petty ed Allman Brothers, musica sudista con chitarre, armonica e tastiere in primo piano, alle ricche armonie vocali di un brano come American, dal titolo programmatico, sempre con una impressione di già sentito, ma che non ti impedisce di gustare gli intrecci di chitarre elettriche ed acustiche, le voce filtrate e le melodie molto seventies, non a caso tra gli autori c’è anche un certo Gary Louris.  E I Can Have You dalla ritmica scandita e la doppia voce solista non può non ricordare proprio gente come i Jayhawks. che a sua volta si rifaceva al country-rock classico di Young, era Buffalo Springfield, con le sue chitarre grintose e organo e piano elettrico che si fanno largo tra le pieghe della canzone. Tall Boots è una bella power ballad dal suono avvolgente, gli Eagles li avevamo citati?

Mentre la lunga The Ceiling potrebbe venire dal repertorio di una band come gli Avett Brothers, con notevoli intrecci strumentali e vocali che arricchiscono l’impianto sonoro di un brano che ha anche le stimmate della buona musica pop che ti resta in testa, un singolo da sei minuti e oltre dimostra che vogliono prendersi i loro rischi. La bellissima Left My Woman con il suo lento crescendo e la voci dei vari Feathers che si alternano, non saprei dirvi chi sia Ricky Young, chi Joel King, Taylor Burns o Leroy Wulfmeier, le voci dei quali entrano una alla volta e poi tutte all’unisono, ma impareremo a conoscerli, la canzone con il suo ritornello di “All My Money’s Gone” ricorda la dura realtà della vita sulla strada e il break della chitarra nella parte centrale del brano è pressoché perfetto.

I’m Alive di Joel King ha ancora quell’aria scanzonata power pop da anni ’60, con organetti e chitarre che si fanno largo tra le acustiche. Hard Wind potrebbe essere un brano di Petty accompagnato dalle chitarre incattivite dei Crazy Horse o degli Allman, scegliete voi, seguita dal pop più dolce di If You Don’t Love Me, firmata da Ricky Young, che ne è l’esatto apposto, a segnalare l’eclettismo del gruppo. Hard Times, sempre con i pregevoli incroci delle voci dei componenti del gruppo, nuovamente oltre i sei minuti, è l’altro tour de force del disco, con chitarre, organo e piano che iniziano a jammare di gusto con qualcosa di stonesiano o anche à la Black Crowes e un finale acustico alla CSN. Anche Got It Wrong  ricorda i migliori Jayhawks, sentita mille volte ma non per questo meno piacevole, con quella abilità innata per le belle melodie, chiamatelo neo-revisionismo, ma a me piace. E How è un’altra di quelle ballatone in crescendo chiaroscuro, ricco di soul, che non puoi fare a meno di apprezzare: segnatevi il nome, The Wild Feathers, questi sono bravi!                               

Bruno Conti