SIMO & Blackberry Smoke. Serata “Sudista” Il 29 Giugno Al Carroponte Di Sesto S. Giovanni (Mi): Un Ripasso!

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Di solito, salvo rare eccezioni, non vi ricordo eventuali concerti di band straniere sul suolo italico, ma questa volta, vista la particolarità delle due band americane che si presentano insieme, vale la pena di questo promemoria. I Blackberry Smoke, quintetto southern rock di Atlanta, Georgia, sono già stati nel nostro paese, sempre a Milano, all’Alcatraz, lo scorso 22 ottobre 2015, anche in quella occasione apriva un altro eccellente gruppo americano, i Record Company. Eredi della grande tradizione “sudista” che da Allman Brothers Lynyrd Skynyrd arriva fino a bande come i Whiskey Myers e appunto i Blackberry Smoke. Qui sotto potete rileggervi, come ripasso, la recensione del loro ultimo album, 

http://discoclub.myblog.it/2015/02/08/ed-eccoli-i-migliori-alfieri-del-nuovo-rock-sudista-blackberry-smoke-holding-all-the-roses/

che incorpora anche il link per leggere quella del notevole disco dal vivo Leave a Scar, Live: North Carolina

Questa volta ad aprire per la band di Charlie Starr, saranno i SIMO, poderoso power trio rock-blues con venature psichedeliche, guidati dal chitarrista e cantante JD Simo, vengono da Nashville, Tennesse e sono stati autori ad inizio anno del loro strepitoso secondo album, pubblicato dalla Mascot, Let Love Show The Way, di cui potete leggere a seguire la recensione che avevo scritto a gennaio in occasione dell’uscita del disco

http://discoclub.myblog.it/2016/01/29/ritmi-sudisti-blues-vecchie-chitarre-simo-let-love-show-the-way/

Se non siete di Milano e dintorni i Blackberry Smoke suonano anche a Roma, all’Ippodromo Delle Capannelle, domani 28 giugno. Non ci sono partite in contemporanea, ma, sempre a Milano, la sera del 29 giugno c’è anche il concerto di Vinicio Capossela, a voi l’ardua scelta!

That’s All Folks, Buon Concerto.

Bruno Conti

Tra Ritmi Sudisti, Blues-Rock E Vecchie Chitarre! SIMO – Let Love Show The Way

simo - let love show the way

SIMO – Let Love Show The Way – Provogue/Mascot Records

Il nome della band non è un acronimo, è proprio il cognome di JD Simo, chitarrista, cantante e deus ex machina di questo nuovo poderoso trio americano: nuovo, ma già in attività dal 2010, con un album omonimo pubblicato a livello indipendente nel 2011 e un paio tra EP e singoli, già nella loro discografia. Però questo Let Love Show The Way è quello che fa fare loro il salto di qualità. Registrato con la nuova formazione, dove il bassista Elad Shapiro ha sostituito il membro fondatore Frank Swart,  e con Adam Abrashoff sempre solidamente (in tutti i sensi) dietro ai suoi tamburi, il disco è stato registrato in quel di Macon, Georgia, nella Big House, la casa comune dove gli Allman Brothers vivevano e concepivano la loro musica agli albori del periodo aureo fine anni ’60, primi ’70. E non è tutto, perché a JD Simo è stata anche affidata la leggendaria Gold Top Gibson Les Paul del 1957 appartenuta a Duane Allman, da allora usata solo da Warren Haynes, Derek Trucks Nels Cline dei Wilco. E il risultato si sente, la chitarra sicuramente, con il suo suono unico e vissuto, contribuisce, ma anche il manico conta e Simo è uno bravo, con un grande tocco, soprattutto alla slide ma non solo, come il suo illustre predecessore.

Il nostro amico è nato a Chicago, ha vissuto anche a Phoenix, Arizona e poi nel suo viaggio verso sud è arrivato a Nashville, dove il suo trio opera musicalmente, ma per incidere il disco sono andati ancora più a Sud, a Macon, dove con l’ingegnere del suono Nick Worley e uno studio mobile portato nella Big House hanno concepito questo poderoso album che conferma quel fermento che si percepisce verso un ritorno al rock classico degli anni ’70, quello più ruspante e chitarristico. Rodato da anni di concerti aprendo per Gregg Allman, Deep Purple, Blackberry Smoke Joe Bonamassa, Simo ha messo a fuoco le passioni della sua infanzia, iniziate con ascolti prolungati dei Blues Brothers (e degli altri musicisti presenti nel film, con John Lee Hooker, Steve Cropper, Matt “Guitar” Murphy che hanno lasciato una impronta indelebile) e dell’Elvis in pelle nera del comeback special del ’68. A dieci anni la prima chitarra, come Bonamassa e Trucks, e a quindici lascia la scuola ed è già sulla strada a suonare la musica che ama. Il risultato finale è questo disco di grande rock, rock-blues se preferite, derivativo finché se vuole, con forti componenti di southern rock ma anche abbondanti deviazioni verso un sound da power trio zeppeliniano veramente potente.

L’uno-due iniziale di Stranger Blues Two Timin’ Woman sembra uscire dai solchi di Idlewild South con la chitarra di Duane Allman che si impadronisce delle mani e del cuore di Simo, rilasciando una serie di soli devastanti, sia in modalità normale come slide (nel secondo brano), con la sezione ritmica che pompa boogie e rock sudista come se ne andasse della loro vita. Can’t Say Her Name ha un groove e un riff molto alla Free o primi Gov’t Mule per rimanere più contemporanei, quindi tra blues e rock cattivo, sempre con la notevole voce di JD a guidare le danze, prima di scatenare di nuovo la sua Gibson in un breve ma gagliardo assolo. Batteria in libertà, basso con distorsore, chitarra wah-wah e ritmi violentissimi per la dura I Lied, tra Zeppelin e Sabbath, come se gli anni ’70 fossero dietro l’angolo. Please, meno di tre minuti, è forse la loro concezione di come debba suonare un singolo rock, senza compromessi, giusto con un filo di melodia, prima di scatenare un’altra raffica con il suo bottleneck. Long May You Sail è una riuscita fusione tra rock celtico alla Big Country e derive psichedeliche, come se fianco di Stuart Adamson si agitasse lo spettro di Jimi Hendrix.

I’ll Be Around, grazie di nuovo alla slide assassina e alla voce di Simo ha molte parentele con le varie band di Derek Trucks, puro southern-blues-rock di ottima fattura, mentre Becky’s Last Occupation è quella più vicina ai riff degli Zeppelin di Physical Graffiti o Presence (ma anche i Black Crowes) https://www.youtube.com/watch?v=F9YHCkkjfnU , poi rincarati nella lunghissima I’d Rather Lie In Vain, dove tornano di nuovo inflessioni tra Zep e Sabbath, incarnate in questo hard-slow-blues-rock che ricorda anche certe cose del Bonamassa più ingrifato, con le mani di JD Simo in piena libertà di galoppare sul manico della sua Les Paul, come il buon Jimmy Page dei tempi d’oro.  Dopo questo tour de force chitarristico l’album “ufficiale” si chiude su una traccia  acustica strumentale come Today I’m Here che sembra uno dei pezzi in solitaria di Duane Allman. Ma le tre bonus ci regalano altri 25 minuti di rock ad alto contenuto di ottani: la title-track Let Love Show The Way è un’altra bella ballatona di quelle dure ed elettroacustiche alla Houses Of The Holy per intenderci, con una lunga improvvisazione da applausi nella parte centrale e finale, mentre Ain’t Doin’ Nothin ci riporta in territori Allman Brothers con una lunghissima jam strumentale tutta da godere grazie alla perizia di JD Simo, che si conferma gran chitarrista negli oltre tredici minuti del brano https://www.youtube.com/watch?v=GcBN0TsNROo . Chiude una bella versione di Please Be With Me, famosa nella versione di Clapton ma scritta da Scott Boyer dei Cowboy, una piccola gemma acustica che chiude un gran bel disco di rock, come se ne fanno pochi ultimamente, anche se più di quello che si pensa, non tutti però di questo livello qualitativo, Duane Allman sarebbe soddisfatto!

Dal vivo fanno una grande With A Little Help From My Friends.

Da oggi nei negozi.

Bruno Conti