19/04/2013

Piovono Chitarristi 3. Anteprima Popa Chubby - Universal Breakdown Blues

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Popa Chubby – Universal Breakdown Blues – Mascot/Provogue 23-04-2013

Continua il ritorno di Popa Chubby! O meglio, non è che Ted Horowitz se ne fosse mai andato, ma i suoi ultimi dischi non erano sempre il massimo, fino al precedente Back To New York City che già mostrava la voglia del buon Popa di tornare al suo credo: Blues, ancora blues (rock), un po’ di Jimi e tanta chitarra. Il passaggio ad una nuova casa discografica indubbiamente ha giovato, ma questo Universal Breakdown Blues lo ribadisce e ci presenta un musicista decisamente provato dai problemi familiari che lo hanno interessato di recente, ma che proprio attraverso la musica esorcizza i suoi dispiaceri e li sublima in una serie di brani che lo riavvicinano agli standard qualitativi di inizio carriera, ai tempi di Booty And The Beast per intenderci. Suonato e cantato con grande partecipazione, questo nuovo album si avvale di una serie di brani che, senza cedimenti, ci riportano al chitarrista che abbiamo conosciuto ed amato ai primi tempi (e che comunque ha sempre saputo tenere fede alla sua fama, sia pure con qualche cedimento anche evidente qui e là).

Un brano emblematico di questo ritorno alla miglior forma è la cover di Somewhere Over The Rainbow, una versione che se la batte con quella di Jeff Beck come migliore ripresa strumentale del classico del Mago di Oz, vibrante e giocata su un lavoro di fino di toni e volumi dimostra la tecnica raffinata allo strumento di questo signore, che mette sul piatto anche una grinta e una carica poderose in questa esibizione registrata, presumo, dal vivo (non so dove e quando, perché non ho le note del CD, ma ad un certo punto si sentono degli applausi di puro entusiasmo, nel finale del pezzo). E non è che la versione di Beck scherzasse come intensità. Ma già dall’apertura con una I Don’t Want Nobody, bluesatissima in puro stile SRV, si capisce che questa volta non si fanno prigionieri o si concedono tregue, la voce e la chitarra sono quelle delle grandi occasioni (musicali), la ritmica è vivace e pimpante, l’organo Hammond sullo sfondo è perfetto nelle sue coloriture, grande partenza. I Ain’t Giving Up è una dichiarazione di intenti di fronte alle difficoltà della vita di tutti i giorni, una ballata tra soul e blues con la solista di Horowitz che inchioda un breve assolo tra i più sentiti della sua carriera, fluido e lirico, come poche altre volte, mentre la parte cantata, con delle belle armonie vocali in puro stile soul, è tra le più convincenti. Universal Breakdown Blues è un rock-blues hendrixiano, con pedale wah-wah a manetta, sentito mille volte ma quando è ben suonato ti prende sempre e qui Popa Chubby è nel suo elemento, come pure nella cover di Rock Me Baby, altro tour de force costruito sulla versione del mancino di Seattle, con qualche deviazione verso i territori cari allo Stevie Ray texano, altro praticante della setta degli adoratori dell’Hendrix più blues.

A proposito di blues, slow blues per favore, ce n’è uno straordinario, come The Peoples Blues, in questo nuovo album, otto minuti e un torrente di note che ti colpisce in piena faccia come un treno lanciato verso la sua meta,ma che non dimentica la lezione di BB King, tante note ma non troppe. Anche in brani più rilassati come 69 Dollars, la musica e la chitarra scorrono fluide come raramente si ascolta nel genere, grande controllo e gran classe. I Need A Lil’ Mojo è un piacevole funky-rock vagamente New Orleans style, mentre Danger Man è un altro breve episodio ad alta concentrazione wah-wah, a dimostrazione che anche i brani “meno riusciti” sono comunque di buona qualità e la chitarra è in ogni caso all’altezza delle aspettative. Take Me Back To Amsterdam (Reefer Smokin’ Man) con slide d’ordinanza in evidenza è un altro omaggio alle radici blues della nostra “personcina”, che ha anche rinunciato alla parte di Shrek in un musical di Broadway per dedicarsi alla musica che ama di più. Al limite la può infarcire con qualche ulteriore influenza, riff tra Stones, R&R e ZZ Top, come in The Finger Bangin’ Boogie o nuovamente “selvaggio” come nella tirata conclusione di Mindbender. Per chi ama il genere una boccata di aria fresca, quel tipo di disco dove i vari elementi, già sentiti e risentiti, si incastrano alla perfezione e alla fine ti ritrovi con quella espressione un po’ da pirla di quando ascolti qualcosa che non pensavi potesse piacerti ancora una volta, però, non è male…

Bruno Conti

20/02/2013

Nuovi Incroci Di Famiglie Blues. Allison Burnside - Express

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Allison Burnside – Express – Jazzhaus Records

Per la serie “Figli di…”, nelle varie combinazioni possibili, l’accoppiata nera tra Bernard Allison e Cedric Burnside ci mancava, ma ora arriva questa Express a colmare la lacuna. Bernard, neanche a dirlo, è il figlio del grande Luther, e con l’ultimo Live At the Jazzhaus, recensito dal sottoscritto, aveva dato segnali di risveglio, dopo un paio di dischi non memorabili di-padre-in-figlio-sempre-blues-ma-bernard-allison-live-a..., Cedric, batteria, chitarra e voce, è il figlio del figlio (ovvero il nipote, ma serviva per il giochino dell’introduzione) di R.L. Burnside,  e oltre al proprio Cedric Burnside Project, ha collaborato con Lightnin’ Malcolm, con i vari fratelli Dickinson, con lo zio Garry e con componenti della famiglia Kimbrough, un casino di intrecci, e nel 2012 ha vinto anche il  premio come miglior batterista Blues ai premi che si tengono in quel di Memphis, Tennessee, ma nel disco ha voluto suonare anche la chitarra. Nelle note del CD, oltre a Dio e parenti vari, i due ringraziano Trenton Ayers, chitarra, Erick Ballard, batteria e Vic Jackson, basso, che hanno condiviso con loro le sessions di registrazione che si sono tenute lo scorso anno in quel di Minneapolis.

Accanto ad una serie di brani originali firmati dalla coppia, spicca un terzetto di cover di sicura presa: Nutbush City Limits, il classico di Ike & Tina Turner, viene riletto come un grintoso blues-rock, molto chitarristico (come gran parte del disco, peraltro), con le due voci che si alternano e si miscelano con successo, Hidden Charms, un brano di Willie Dixon di fine anni ’50, nel repertorio di Howlin’ Wolf, ma che fu anche il titolo del suo ultimo grande album, vincitore di un Grammy nel 1989 e che seguiva di poco le sue vittorie legali con i Led Zeppelin per le accuse di plagio ai suoi brani, ma questa è un’altra storia. Tornando a Hidden Charms, il brano, viene qui rivisitato in uno scoppiettante stile cajun rock, con tanto di fisarmonica, completamente differente dal sound del resto dell’album ma non per questo meno valido e molto trascinante e divertente. L’ultima cover è quella di Going Down, il celebre brano di Don Nix, che, per i misteri del Blues, anche gli Stones, che l’hanno eseguita nei recenti concerti a Newark e Londra con Jeff Beck e John Mayer & Gary Clark Jr.,  hanno presentato come un brano di Freddie King, che per l’amor di Dio l’ha incisa, ma lasciando, per l’ennesima volta, nel dimenticatoio Nix, che l’ha scritta, creando quel riff inconfondibile, che se dovessi scegliere, quasi tutti ricordano nella versione tiratissima di Beck, per la precisione. Bella la versione, in ogni caso, di Allison e Burnside, con doppia chitarra solista e tanta grinta.

Il resto è del sano blues elettrico, non particolarmente innovativo, ma neppure troppo routinario, in una fascia qualitativa medio alta, per bluesofili incalliti, ma che amano anche delle contaminazioni con il rock, senza per questo scadere in caciare esagerate. Dalla classica Backtrack, che si avvicina più allo stile di Allison senior, Chicago blues ad alta densità chitarristica quindi, che allo stile juke-joint sudista della famiglia Burnside. Il riff reiterato, ipnotico, con inserti di chitarra acustica di Do You Know What I Think, è più vicino all’altra scuola mentre Why Did I Do It, con un suono ispirato da Stones, ZZ Top e altri praticanti di uno stile più vicino al rock ma farcito di blues, soddisferà i palati di chi ama North Mississippi Allstars e Black Crowes, ma anche l'Hendrix dei Band of Gyspsys, sempre con quella bella alternanza delle due voci soliste che caratterizza tutto l’album. Anche Southshore Drive ha la giusta grinta rockistica, mentre Fire It Up, è molto più funky e con degli accenti vagamente rappati non particolarmente memorabili. Di Mississippi Blues basterebbe il titolo per capire che è una pausa acustica nel mood prevalentemente tirato di questo Express. Stanky Issues è un breve strumentale che ci permette di apprezzare la tecnica solista dei protagonisti di questo CD mentre That Thang è uno dei quei brani superfunky, francamente inutili, che ogni tanto scappano all’Allison junior, Bernard.

Bruno Conti

19/01/2013

Curiose Coincidenze. Tyler Bryant & The Shakedown - Wild Child

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Tyler Bryant & The Shakedown – Wild Child -  Carved Records - 22-01-2013

La prima cosa che ho notato, quando Paolo Carù mi ha mandato questo disco da recensire per il Busca, dicendomi, “un giovane texano di cui si dice un gran bene”, è la curiosa coincidenza tra il nome del leader e chitarrista del gruppo, “Tyler” Bryant e il secondo chitarrista che si chiama Zack “Whitford”. Dice nulla? E se aggiungiamo Steven e Brad? Come dite? Aerosmith, esatto. Ma mentre per il primo non c’entra nulla, essendo il nome di battesimo, il secondo è proprio il figlio di Brad. Ha qualche attinenza con la musica? Forse, ci arriviamo subito. Intanto devo dire che ad un primo ascolto il disco non mi ha colpito e steso subito. Del buon rock americano classico, con le consuete influenze recenti che vogliono dire Black Keys, una discreta dose di blues-rock: il giovane, che è una sorta di ragazzo prodigio, ha già attirato l’interesse dei suoi maestri, suonando nel Crossroads Guitar Festival di Clapton a 16 anni e aprendo nel tour canadese di Jeff Beck del 2011.

Inoltre, il fotografo rock Robert Knight, famoso per i suoi scatti di grandi chitarristi ed in particolare di Stevie Ray Vaughan, lo ha voluto nel 2008 nel suo documentario Rock Prophecies, a fianco di Santana, Beck e Slash, come probabile erede di SRV, con cui condivide anche lo stato di provenienza. Tra i suoi ammiratori anche Vince Gill, che ne ha lodato la tecnica e dal vivo, naturalmente ha suonato, tra gli altri, anche con gli Aerosmith, che sono un’altra influenza musicale. Questo Wild Child è stato preceduto da un EP nel 2011 e da un mini album del 2012, con alcuni brani in comune, magari in differenti versioni. Intanto il giovanotto (che compirà 22 anni a febbraio) e si è trasferito a vivere e suonare in quel di Nashville, dove è stato inciso l’album, si scrive tutti i brani di solo, se li canta, spesso con quella chitarra dal corpo d’acciaio ma anche con una buona Fender rosa replica d’annata. E quindi?

Riascoltiamo: il brano di apertura, Fool’s gold, con un bel riff di slide, ondeggia tra il rock classico alla Aerosmith, qualche zinzinello di Led Zeppelin e una bella grinta, tre minuti per essere pronti anche per le radio (tutti i brani sono intorno a questa durata). Lipstick Wonder Woman sempre con questo bottleneck che conferisce una atmosfera bluesata, comincia a salire di qualità con qualche inserto chitarristico alla Bonamassa e la voce sudista di Bryant che cerca di farsi strada nella produzione forse fin troppo precisa. In Cold Heart le chitarre cominciano a decollare e gli assoli si allungano (lo stesso Tyler ha dichiarato che vuole riportare l’assolo di chitarra nel rock attuale, ma mi pareva che fossimo ben coperti, comunque ben venga). Anche la batteria picchia di gusto e in Downtown Tonight segue passo passo la chitarra di Bryant su territori un filo più roots, anche se, per il tipo di voce,  potrebbe essere southern, ma pure Bon Jovi potrebbe essere subito dietro l’angolo. Say A Prayer, dovrebbe essere l’hit single con tanto di video e partecipazione al Jimmy Kimmel Live, la parte strumentale e l’assolo sono gagliardi ma non mi convince del tutto il contorno vocale e l’arrangiamento, ma forse è una mia impressione.

House That Jack Built ha sempre questa passione per il vecchio blues-rock d’annata, voce leggermente distorta, batteria picchia duro e riff ripetuti fino all’assolo che dimostra perché i signori sopra hanno espresso la loro approvazione, anche se mi sembra che nel disco abbia il freno a mano tirato. In Last One Leaving in particolare (ma anche in altri brani) molti hanno visto dei punti di contatto con i Black Keys e in particolare con Gold On The Ceiling, potrebbe essere, per quell’incrocio tra rock moderno e la slide acustica. Non mancano anche i corettini, come in Still Young (Hey Kids) che fanno tanto Bryan Adams anche se l’assolo fa ben sperare per i concerti dal vivo. Solita intro classica batteria+chitarra per You Got Me Baby che in un mondo di hip-hop e Onedirection svetta, ma non mi sembra memorabile, al di là del solito buon lavoro della chitarra di Tyler Bryant. House On Fire, viceversa, ha il suo cuore rock al posto giusto, tirata e senza compromessi e Where I want You, l’unico brano che supera i 4 minuti e mezzi, non so perché mi rimanda al power-pop rock dei Knack, intrecciato a del sano rock-blues zeppeliniano o Aerosmith se preferite, con poderoso solo di Bryant nella parte centrale. Poor Boy’s Dream tiene per la fine le atmosfere più blues, con voce filtrata e acustica slide nuovamente in pista. Ribadisco, piacevole, se volete ampliare i vostri orizzonti rock, ma non mi sembra questo fenomeno, SRV può riposare tranquillo.

Bruno Conti     

13/07/2012

E Intanto L'Alligator Non Sbaglia Un Disco! Rick Estrin And The Nightcats - One Wrong Turn

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Rick Estrin And The Nightcats – One Wrong Turn – Alligator Records

C’era un vecchio disco di Luca Carboni che si intitolava “E Intanto Dustin Hoffman Non Sbaglia un Film” e per un lungo periodo, in effetti, il titolo ha corrisposto alla verità, ma da allora, purtroppo, anche il grande attore Americano i film ha iniziato a sbagliarli, e a raffica. Ultimamente la Alligator Records di Chicago http://www.alligator.com/, con la politica dei piccoli passi, all’incirca un disco al mese, anche qualcosa di meno, parafrasando quel vecchio titolo, si potrebbe dire che “difficilmente” sbaglia un album. Entrando nel loro sito si viene accolti proprio dalla musica di Rick Estrin e di questo One Wrong Turn, ma risalendo a ritroso si trovano le ultime uscite, tutte ottime, di Lil’ Ed & The Blues Imperials, Anders Osborne, Curtis Salgado, Janiva Magness e Joe Louis Walker e per settembre si annuncia il nuovo Michael Burks. E questa è solo l’annata 2012.

Già il precedente Twisted del 2009, quello che sanciva la fuoriuscita di Little Charlie Baty dalla formazione e l’ingresso del nuovo chitarrista Chris “Kid” Andersen, era un buon disco. Pur non spostando di molto gli equilibri sonori, considerando che l’autore principale della band, nonché armonicista e cantante, è sempre stato Rick Estrin. Ma l’adozione di “nuove” sonorità chitarristiche, pur inserite nel suono volutamente vintage del gruppo, aveva dato nuova freschezza al sound del gruppo. One Wrong Turn mi sembra un ulteriore passo in avanti: sempre sapendo cosa aspettarsi, ovvero un disco di Blues, nell’insieme dei dodici brani contenuti, ogni tanto, ci sono degli scatti qualitativi che in molti dischi dell’attuale scena blues non sempre è facile trovare (mi sto arrampicando sugli specchi per non dire che molti album che escono ultimamente, soprattutto quelli più classici e canonici, spesso sono anche tremendamente “pallosi”, e diciamolo!). Va bene il rigore e l’aderenza alle norme ma qualche sussulto ogni tanto non ci sta male. E nel dischetto di cui ci stiamo occupando alcuni brani, soprattutto nella seconda parte del disco, ma direi in generale, questi sussulti li regalano. Se dovessi dare una definizione “fulminante” di questo CD potrei dire che sembra un album “bello” di Duke Robillard, con una varietà anche maggiore. Così quelli che si annoiano a leggere le recensioni possono dedicarsi ad altro.

Per chi volesse approfondire vi segnalo il classico Lucky You a “train time” con l’armonica di Estrin e la chitarra “vibrata” di Andersen a scambiarsi fendenti, i tempi scanditi di Callin’ All Fools, prima a tempo di organo, suonato dal bassista Lorenzo Farrell, e armonica e poi con il notevole solo in crescendo della chitarra di Andersen, per non dire del divertente e salace boogie “I Met Her On The” Blues Cruise dove fanno capolino anche i fiati e vengono citati nomi (e cognomi) di illustri colleghi impegnati a soddisfare durante la crociera una intraprendente signorina, e non solo a livello musicale, con tanto di finale a sorpresa. C’è il dolce sound anni ’50 di Movin’ Slow ma anche il suono più ribaldo e sixties, di nuovo con uso d’organo, della title-track One Wrong Turn, con la chitarra di Kid che sferraglia di gusto a fronteggiare l’armonica spiegata di Estrin.

Ci sono soprattutto un paio di strumentali: la jazzata Zonin’, in perfetto stile “Wes & Jimmy”, con organo e chitarra, nel finale anche con wah-wah, a contendere la scena al sax dell’ospite Terry Hanck  e lo strepitoso brano firmato da Kid Andersen, The Legend Of  Taco Cobbler, che nei sei minuti e mezzo del brano (ri)percorre la storia della musica, dai ritmi country & western dell’inizio, passando per surf, beat sixties, dove svisa di gusto con l’organo, per arrivare ad un travolgente finale retro-futuribile dove le sonorità della chitarra si avviano verso tonalità degne del Jeff Beck più sfrenato dei primi anni, varrebbe da sola il prezzo di ammissione. Ma possiamo aggiungere anche la divertente (e Mayalliana, alla Turning Point) Old News, solo voce, armonica e battito di mani e la trascinante You Ain’t The Boss Of Me, scritta e cantata dal batterista J. Hansen, con tutto il gruppo che gira a mille. E non dimenticherei neppure lo slow blues Broke and Lonesome guidato ancora una volta dalla lancinante chitarra di Andersen.

Bruno Conti

25/12/2011

I 100 Più Grandi Chitarristi Secondo Rolling Stone, Ieri E Oggi

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Una bella classifica anche il giorno di Natale per digerire tacchini, capponi, zamponi, capitoni e quant'altro. Ieri (ovvero come era nel 2003):

1 Jimi Hendrix
2 Duane Allman of the Allman Brothers Band
3 B.B. King
4 Eric Clapton
5 Robert Johnson
6 Chuck Berry
7 Stevie Ray Vaughan
8 Ry Cooder
9 Jimmy Page of Led Zeppelin
10 Keith Richards of the Rolling Stones
11Kirk Hammett of Metallica
12 Kurt Cobain of Nirvana
13 Jerry Garcia of the Grateful Dead
14 Jeff Beck
15 Carlos Santana
16 Johnny Ramone of the Ramones
17 Jack White of the White Stripes
18 John Frusciante of the Red Hot Chili Peppers
19 Richard Thompson
20 James Burton
21 George Harrison
22 Mike Bloomfield
23 Warren Haynes
24 The Edge of U2
25 Freddy King
26 Tom Morello of Rage Against the Machine and Audioslave
27 Mark Knopfler of Dire Straits
28 Stephen Stills
29 Ron Asheton of the Stooges
30 Buddy Guy
31 Dick Dale
32 John Cipollina of Quicksilver Messenger Service
33 & 34 Lee Ranaldo, Thurston Moore of Sonic Youth
35 John Fahey
36 Steve Cropper of Booker T. and the MG's
37 Bo Diddley
38 Peter Green of Fleetwood Mac
39 Brian May of Qeen
40 John Fogerty of Creedence Clearwater Revival
41 Clarence White of the Byrds
42 Robert Fripp of King Crimson
43 Eddie Hazel of Funkadelic
44 Scotty Moore
45 Frank Zappa
46 Les Paul
47 T-Bone Walker
48 Joe Perry of Aerosmith
49 John McLaughlin
50 Pete Townshend
51 Paul Kossoff of Free
52 Lou Reed
53 Mickey Baker
54 Jorma Kaukonen of Jefferson Airplane
55 Ritchie Blackmore of Deep Purple
56 Tom Verlaine of Television
57 Roy Buchanan
58 Dickey Betts
59 & 60 Jonny Greenwood, Ed O'Brien of Radiohead
61 Ike Turner
62 Zoot Horn Rollo of the Magic Band
63 Danny Gatton
64 Mick Ronson
65 Hubert Sumlin
66 Vernon Reid of Living Colour
67 Link Wray
68 Jerry Miller of Moby Grape
69 Steve Howe of Yes
70 Eddie Van Halen
71 Lightnin' Hopkins
72 Joni Mitchell
73 Trey Anastasio of Phish
74 Johnny Winter
75 Adam Jones of Tool
76 Ali Farka Toure
77 Henry Vestine of Canned Heat
78 Robbie Robertson of the Band
79 Cliff Gallup of the Blue Caps
80 Robert Quine of the Voidoids
81 Derek Trucks
82 David Gilmour of Pink Floyd
83 Neil Young
84 Eddie Cochran
85 Randy Rhoads
86 Tony Iommi of Black Sabbath
87 Joan Jett
88 Dave Davies of the Kinks
89 D. Boon of the Minutemen
90 Glen Buxton of Alice Cooper
91 Robby Krieger of the Doors
92 & 93 Fred "Sonic" Smith, Wayne Kramer of the MC5
94 Bert Jansch
95 Kevin Shields of My Bloody Valentine
96 Angus Young of AC/DC
97 Robert Randolph
98 Leigh Stephens of Blue Cheer
99 Greg Ginn of Black Flag
100 Kim Thayil of Soundgarden

E di quella pubblicata nello scorso novembre nel numero con in copertina Jimi Hendrix, la Top Ten:

1. Jimi Hendrix
2. Eric Clapton
3. Jimmy Page
4. Keith Richards
5. Jeff Beck
6. B.B. King
7. Chuck Berry
8. Eddie Van Halen
9. Duane Allman
10. Pete Townshend

E il resto lo potete andare a vedere qui 100-greatest-guitarists-20111123.

Prima che lo chiediate, niente Danny Gatton e Roy Buchanan, niente Warren Haynes e neppure Joe Bonamassa, Gary Moore, Steve Morse, Jorma Kaukonen, Jeff Healey, Alvin Lee, Eric Johnson, Robben Ford, Steve Howe, Allan Holdsworth per nominare i primi che mi vengono in mente. Robert Johnson nel centenario dalla nascita scende dal 5° al 71° posto. Due donne in classifica, Bonnie Raitt all'89° posto e Joni Mitchell al 75° che è sicuramente una delle più grandi cantautrici di tutti i tempi ma come chitarrista forse sarebbe più giusto porla al 750° posto e non si sarebbe lontani pensando a tutti i nomi che mancano. E cose vogliamo dire di Paul Simon al 93°, Lou Reed all'81° e John Lennon al 55°? Sono inseriti per i loro meriti tecnici o per quanto sono stati importanti nella storia della musica rock? Se vale il secondo criterio allora sono fin troppo in basso in caso contrario non mi pare il caso! Non per nulla gli "assoli migliori" di chitarra (se li vogliamo chiamare così) nei Beatles non li facevano né Lennon e neppure Harrison ma Paul McCartney che non per questo entra nella Top 100 dei migliori chitarristi.

Idem per Johnny Ramone 28° e Randy Rhoads al 36° (per quanto quest'ultimo dimenticandoci dei nomi citati prima, forse, nei Top Players potrebbe entrarci). Nel frattempo mi è venuto in mente anche niente Mike Bloomfield. Insomma è un giochino divertente per passare una giornata (magari quella di Natale o una qualsiasi di queste festività) a giocare a cerca l'errore e verso gli ultimi posti della classifica ce ne sono alcuni che gridano vendetta. Come aveva ricordato giustamente David Fricke che è uno dei pochi giornalisti di Rolling Stone (forse l'unico) di cui ogni tanto condivido i giudizi, una volta che hai inserito Jimi Hendrix al 1° posto poi tutti gli altri li puoi ruotare a piacimento o tutti a pari merito al 2° posto!

Bruno Conti

21/11/2011

Ma Un Altro Bel Disco Dal Vivo, No? Jeff Beck Live At B.B. King Blues Club

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Jeff Beck – Live At B.B. King Blues Club – Friday Music

Torno ad occuparmi di uno dei miei “clienti”preferiti. Credo che in questa ultima decade siano usciti più dischi dal vivo (tra CD e DVD) di Jeff Beck che nei 30 anni precedenti, un bel 5 a 2 direi. E se non basta li ripubblicano: questo Live At B.B. King Blues Club & Grill New York 09/10/03, per dargli il suo titolo completo, è la terza volta che viene pubblicato. E’ uscito una prima volta nel 2003 per il download tramite il sito della Sony e brevemente anche la versione fisica. Poi di nuovo dalla Sony Japan nel 2006 e ora in questa Collector’s Editon della Friday Music del 2011.

Si tratta del “penultimo” Jeff Beck quello in trio con Terry Bozzio alla batteria e Tony Hymas alle tastiere, senza bassista e senza cantanti aggiunte (sempre donne) come negli ultimi anni. In attesa di sapere come andrà a finire la presunta reunion con Rod Stewart godiamoci questo CD dal vivo che ci presenta il Beck più jazz-rock ed esplosivo dai tempi di Blow by blow e Wired. Una vera macchina in grado di “esplodere” una serie di assoli a velocità sempre più frenetiche e con una perizia tecnica che lo rende indubbiamente uno dei chitarristi più bravi della storia del rock.

Il sottoscritto ha apprezzato maggiormente l’ultima svolta di Beck che si è riappropriato di una maggiore “umanità” nel suo repertorio ma per gli appassionati della tecnica chitarristica applicata al jazz e al rock questo Live è prodigioso come sempre. Il suo controllo dello strumento è impressionante  e dal vivo certe svolte “elettroniche” del periodo anni ’90, primi ’00 sono meno fastidiose.
Brani come Psycho Sam o Freeway Jam sono “spaventosi” nella loro complessità, ma anche quando i tempi rallentano come in Brush With The Blues la quantità di note piazzate da Jeff Beck in un brano sembra sia almeno il doppio di quella di quasi tutti gli altri chitarristi al mondo. E non è detto che questo sia sempre e soltanto un pregio, brani come Scatterbrain ti lasciano ad inseguire per casa la tua mascella caduta per lo stupore ma anche un po’ esausto  dal dover seguire questo fiume di note.

Ma il nostro amico ci gratifica anche con brani come la sua classica rilettura di Goodbye Pork Pie Hat di Charles Mingus che sono gioiellini di controllo dei toni e delle timbriche di una chitarra ai limiti del paranormale (forse gli unici, in ambito rock, che potevano competere con Beck in questo campo erano Roy Buchanan e Danny Gatton). A proposito di riletture sopraffine, in questo Live At B.B. King fa la sua prima apparizione discografica la versione di A Day In The Life dei Beatles che gli frutterà un Grammy nel 2010 come miglior brano strumentale.

Ci sono dei momenti in questo concerto dove uno si domanda che sonorità Jeff possa estrarre dalla sua Fender come ad esempio in Savoy dove il campionario della tonalità è ai limiti delle possibilità umane. E però uno, quando ha recuperato la sua mascella, non può fare a meno di apprezzare momenti come People Get Ready dove riaffiora anche il grande feeling e l’affinità di Beck per i classici del soul e del blues senza dimenticare che per molti, proprio lui, con gli Yardbirds e il primo Jeff Beck Group sia stato uno degli inventori dell’hard rock con l’uso del feedback che precedeva quello di Hendrix di qualche anno (e prima ancora, se vogliamo, c’erano stati Link Wray e Lonnie Mack).

Quindi meravigliamoci e apprezziamo la sua tecnica allo strumento in questo Live ma godiamoci anche il Beck “più umano” del tour recente con Clapton e di quello con la band di Imelda May (in entrambi i tour e nell'ultimo disco in studio c'era anche Joss Stone, che continuo a sostenere ha una gran voce, non sempre frequenta le "giuste compagnie") con il R&R primo amore e l’omaggio a Les Paul.

Bruno Conti

06/08/2011

Toh! Guarda Chi Si Rivede! Sly Stone - I'm Back! Family And Friends

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 Sly Stone - I'm Back! Family And Friends - Cleopatra Records

Se ne lasciava passare un altro erano 30 anni dall'ultimo album pubblicato, il non particolarmente memorabile (per usare un eufemismo) Ain't But The One Way. Anche la partecipazione al Coachella del 2010 non faceva presagire nulla di buono e invece questo "ritorno" sembra migliore di quello già provato nel 1976 con Heard Ya Missed Me, Well I'm Back. Non è chiaro quando sia stato registrato questo album e con chi visto che la Cleopatra Records è soprattutto un'etichetta dedicata alle ristampe (e il Live inedito del Cactus era proprio bello cactus) e anche se i pezzi sono i classici si tratta sicuramente di nuove versioni visto la presenza di molti ospiti. E ci sono anche tre pezzi "nuovi" che non sono malvagi da quello che ho potuto sentire. Esce il 16 agosto negli Stati Uniti e il 23 agosto in Europa. Questa è la lista dei brani con relativi ospiti. Come potete notare ci sono parecchi remix ed extended versions di cui si poteva fare a meno. Va bene che è una bella canzone ma Dance To the Music c'è tre volte...

1. Dance To The Music feat. Ray Manzarek (The Doors)
2. Everyday People feat. Ann Wilson (Heart)
3. Family Affair
4. Stand! feat. Carmine Appice (Vanilla Fudge/Rod Stewart) & Ernie Watts (Frank Zappa/The Rolling Stones)
5. Thank You (Falettinme Be Mice Elf Agin) feat. Johnny Winter
6. (I Want To Take You) Higher feat. Jeff Beck
7. Hot Fun In The Summertime feat. Bootsy Collins
8. Dance To The Music (Extended Mix)
9. Plain Jane
10. His Eye Is On The Sparrow
11. Get Away

BONUS MIXES [CD ONLY]

12. Dance To The Music (Club Mix)
13. Family Affair (Dubstep Mix)
14. Thank You (Falettinme Be Mice Elf Agin) (Electro Club Mix)

Esce anche in vinile. Poteva andare peggio, visto il personaggio: gli interventi di Beck, Winter e Ray Manzarek sono di sostanza e Ann Wilson ha sempre una gran voce, e, a parte i remix, il sound è molto vicino a quello delle versioni originali. Potrebbe essere anche una occasione per riscoprire gli album originali! Bellissimi!

Bruno Conti

14/07/2011

Non C'E' Niente Da Fare, L'Originale E' Sempre Meglio! Vargas, Bogert & Appice - VBA

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 Javier Vargas Tim Bogert Carmine Appice- VBA – Roadrunner/Warner CD+DVD 

 Vargas, Bogert & Appice, chissà perché non mi fa lo stesso effetto di Beck, Bogert & Appice? Mah! Sarà perché sono passati quaranta anni dal progetto originale? Sarà perché l’unico disco del trio originale fu una mezza delusione (ma il doppio Live in Giappone era una bomba) e poi a causa del ritardo che i tre ebbero a ritrovarsi abbiamo avuto i Cactus e la seconda versione del Jeff Beck Group con Bobby Tench, Max Middleton e Cozy Powell che non erano male (per usare un eufemismo). Il sodalizio tra Beck e la sezione ritmica dei Vanilla Fudge evidentemente era come il matrimonio tra Renzo e Lucia, “non s’aveva da fare!”.

In ogni caso quel disco sentito oggi è meno peggio di come lo si ricordava: Beck era il solito fulmine di guerra nelle sue ultime escursioni hard in un power trio prima della svolta jazz-rock di Blow By Blow che continua a tutt’oggi (ma ha appena registrato un disco di Blues con Rod Stewart), e Carmine Appice e Tim Bogert erano (e sono) una della sezioni ritmiche più devastanti della storia del rock.

Quindi cosa ci fanno con Javier Vargas e soprattutto chi è costui? La Vargas Blues band ha registrato più di venti album in una carriera iniziata nei primi anni ’90 (ma prima il chitarrista madrileno, che ha vissuto anche in Argentina, Venezuela e Stati Uniti, aveva suonato anche con altri musicisti) e una bella mattina Javier si è svegliato e ha detto “quasi quasi chiamo il mio amico Carmine e gli chiedo di registrare un disco a Las Vegas”. Detto fatto, Appice si è detto d’accordo, il bassista lo porto io e il produttore e proprietario degli Hit Track Studios, tale Tom Parham presenta loro Paul Shortino ex cantante di Rough Cut e Quiet Riot, uhm, doppio uhm! Questa la storia in breve, rimarrebbe da scegliere il materiale: brani nuovi o repertorio blues, ma Vargas propone un disco di cover di classici del rock e quindi tutto è deciso. E a questo punto temo la famosa “tavanata galattica”, ma loro, astutamente, aprono il disco con una versione di Lady che non ha nulla da invidiare all’originale sembra quasi che ci siano gli stessi musicisti dell’originale, basso e batteria pompano come ai tempi d’oro, Vargas è un bel manico e Shortino estrae dal cilindro una voce alla Paul Rodgers. Tutto bene quindi?

Ma manco per niente, il secondo brano Surrender è un vecchio pezzo dei Cheap Trick ma in questa versione sembra una copia peggiorata dei pezzi più brutti del peggior Bryan Adams. Right On una vecchia canzone di Ray Barretto che fonde il suono della slide di Vargas (non male) con fiati e percussioni (soprattutto la batteria di Appice in overdrive) in una sorta di versione riveduta e corretta dei Santana.

Insomma ci siamo capiti è un po’ come l’ultimo di Carlos Santana, qualche brano è buono, altri meno, Parisienne Walkways della coppia Lynott (l’autore) e Moore (il chitarrista) vorrebbe essere un omaggio a due musicisti che non ci sono più, la chitarra di Vargas vibra con passione ma il risultato ricorda una Samba Pa Ti pallida, bravi ma basta? E il feeling? You Keep Me Hanging On nella versione Vanilla Fudge ci sono due che la conoscerebbero piuttosto bene ma il trattamento vocale heavy di Shortino e i fiati aggiunti non c’entrano molto, per cui Carmine Appice può picchiare quanto vuole ma le tastiere programmate di tale Alfonso Perez, quelle no, grazie.

Se dovessi scegliere un brano tra i tanti belli che ha scritto Paul Rodgers non so se andrei a finire su Soul of Love e infatti anche questo brano alla fine suona come un Bryan Adams di seconda mano (una volta era bravo, mi piaceva, l'ho visto una volta agli inizi della sua carriera al Rolling Stone, ci saranno state poco più di cento persone ma fece un gran concerto, fine della digressione) certo con un ottimo chitarrista per non parlare della sezione ritmica.

Almeno Black Night dei Deep Purple la fanno più o meno uguale all’originale per cui non si può sbagliare, o sì, con quel cantante! Alla fine un brano adatto alla voce glielo hanno trovato (forse) It’s A Long Way To The Top (If You Wanna Rock’N’Roll), un pezzo degli AC/DC. E poi con un balzo degno di Bob Beamon si passa a Tonight’s The Night di Rod Stewart (cosa c’entra vi chiederete? Anch’io. No, il batterista nel brano originale era Carmine Appice): e non è neanche male, Shortino la canta bene. Si conclude in gloria con Over my shoulder di Mike and The Mechanics! E’ consentita l’ironia? Allora bisogna complimentarsi perché sono riusciti a superare l’originale che fu una mezza delusione. Mah, cosa aggiungere: nel DVD ci sono i video di due brani e un documentario sul making of.

Bruno Conti

22/04/2011

Solo Un Pretesto! Jeff Beck & Rod Stewart Di Nuovo Insieme?

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Era solo un pretesto per mostrare (a chi non l'ha mai visto) quel video di People Get Ready & I Ain't Superstitious ma sembra che i lavori per il nuovo album "Blues" di Jeff Beck e Rod Stewart procedano spediti e quindi incrociamo le dita. Così il buon Rod The Mod la smette di registrare quegli spesso "orribili" dischi dedicati agli standards dell'American Songbook. Dopo l'occasione mancata della reunion dei Faces con Mick Hucknall che lo ha sostituito, e non è proprio la stessa cosa, sembra che i due abbiano già registrato 11 o 12 brani per il nuovo disco e progettino addrittura un tour insieme. Nel frattempo è confermato che Rod Stewart sarà l'headliner del concerto di domenica 26 giugno ad Hyde Park per l'Hard Rock Calling Festival di Londra. Come auspicio, "và che roba"!

Come ho già detto in altre occasioni, a parte il colore improbabile dei capelli dei Jeff Beck (come usava dire Arbore a Bracardi "ma quanti anni ha?" - 67 e giù una risata), i due sono ancora in grado di mettere su uno spettacolino mica da ridere!

Bruno Conti

15/01/2011

Troppa Grazia! Jeff Beck - Live And Exclusive From The Grammy Museum

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Jeff Beck Live And Exclusive From The Grammy Museum - Deuce Music/Atco

Jeff Beck è un arzillo signore che porta molto bene i suoi 66 anni (al di là dell'improponibile colore corvino dei suoi capelli) e in questo ultimo periodo ha ripreso a fare musica con gusto e vigore. Diciamo che questa rinascita musicale (e di qualità) più o meno coincide con le apparizioni al Crossroads Guitar Festival di Clapton, prima nel 2004 e poi con la sua nuova scoperta, la giovanissima Tal Wilkenfeld nel 2007. Il suo disco del 2003 Jeff, diciamolo francamente e usando un'espressione gergale faceva abbastanza "cagare". OK, sarà stato pure candidato al Grammy ma quella svolta elettronico/chitarristica era penosa, poi dal 2004 una sorta di rinascita graduale, con qualche ricaduta, tipo la partecipazione in un episodio di American Idol nel 2007 accompagnando Kelly Clarkson non entrerà nella storia del rock (anche se era un brano di Patty Griffin Up On the Mountain). Poi la partecipazione al Crossroads del 2007 che segnava la partenza di un tour culminato in una serie di concerti che hanno visto la pubblicazione del CD Live At Ronnie Scott's (con la partecipazione di Eric Clapton, Joss Stone e Imogen Heap) poi ampliato in un DVD molto più lungo che ha vinto il Grammy come miglior DVD musicale l'anno successivo ed è stato certificato disco di Platino per le vendite. E' stato anche "eletto" nella Rock And Roll Hall Of Fame nel 2009 con la presentazione dell'amico/nemico Jimmy Page.

Ai Grammy del 2010 ha suonato How High The Moon in onore di Les Paul con Imelda May al canto. Nel mese di aprile è uscito il nuovo album Emotion & Commotion, il suo migliore da lunga pezza, di cui vi ho parlato diffusamente. Ora esce questo album dal vivo che non ha una reperibilità fantastica, almeno in Europa e ancora una volta conferma il suo stato di grazia e ci ritorniamo fra un attimo. Ma non è finita, per la serie "troppa grazia" alla fine di febbraio uscirà un altro CD dal vivo (e DVD o BluRay, molto meglio, visto la maggiore durata) intitolato Rock'n'Roll Party (Honoring Les Paul) accompagnato da Imelda May con la sua band e ospiti come Brian Setzer, Gary Us Bonds e Trombone Shorty, ma questa è un'altra storia!

Torniamo a questo CD, che ha un unico difetto, la brevità, solo 32 minuti. Per il resto è un ottimo concerto solo strumentale con l'eccezione appunto di How High The Moon. Nel quartetto che accompagna Beck non c'è più la Wilkenfeld al basso, purtroppo, sostituita dalla pur brava Rhonda Smith ma c'è un esplosivo Narada Michael Walden alla batteria e il solito Jason Rebello alle tastiere. Il nostro amico conferma di essere uno dei più grandi chitarristi della storia del rock (e dintorni), la famosa triade Clapton, Beck & Page è sempre stata ai gradini del piedestallo dove stava Jimi Hendrix anche se la rivista Rolling Stone lo ha piazzato solo al 14° posto ( ma in altre è nei Top 3)!

Sono otto brani, metà tratti dall'ultimo Emotion & Commotion: la versione di Corpus Christi Carol adattata da Benjamin Britten (non la versione vocale ripresa da Jeff Buckley), l'esplosiva Hammerhead, una bella versione di Over The Rainbow che più la sento più mi piace, Nessun Dorma che sarà "tamarra" a livello di idea e concetto ma suonata da Jeff Beck ha un suo fascino particolare. Non manca la sua versione personale e fantastica di A Day In The Life, per chi scrive la più bella canzone in assoluto dei Beatles e che in questa versione strumentale oltre a vincere premi ovunque si segnala per un gusto ed una tecnica sopraffini. Completano la scaletta lo slow Blues Brush With The Blues l'unico brano decente dell'album Who Else e la cover di People Get Ready senza la partecipazione del vecchio pard Rod Stewart.

Registrato dal vivo al Grammy Museum di Los Angeles il 22 aprile del 2010, questo è il Jeff Beck che ci piace, efficace, conciso ed ispirato!

Bruno Conti