Forse Sarebbe Il Caso Di Rallentare Un Pochino! Jerry Garcia & Merl Saunders – GarciaLive Vol. 9: August 11th 1974, Keystone Berkeley

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Jerry Garcia & Merl Saunders – GarciaLive Vol. 9: August 11th 1974, Keystone Berkeley – ATO 2CD

Si sa che dalla morte di Jerry Garcia, avvenuta nell’estate del 1995, le pubblicazioni a nome Grateful Dead si sono moltiplicate a dismisura, ma anche per quanto riguarda la discografia solista del barbuto chitarrista non si scherza: tra la prima serie di concerti targata Pure Jerry, quella tutt’ora in corso con il nome di GarciaLive e gli album che non rientrano in nessuna delle due categorie (al 99% sempre dal vivo) abbiamo tranquillamente doppiato il numero di dischi che Jerry aveva pubblicato in vita. Proprio in questi giorni è uscito il nono episodio della già citata saga GarciaLive, e mi sento in dovere di fare qualche considerazione extra-musicale, prendendo come spunto la location ed il periodo scelti. Non è infatti la prima volta che viene documentato un concerto tenutosi al Keystone di Berkeley (sobborgo universitario di San Francisco) di Jerry insieme all’organista Merl Saunders: già negli anni settanta era uscito Live At Keystone, un doppio LP che prendeva in esame il meglio dei concerti del Luglio 1973 nella citata località californiana, album più volte ristampato fino alla versione definitiva del 2012, Keystone Companions, un box di quattro CD. Ma anche il quarto volume della serie Pure Jerry documentava una serata nello stesso teatro (del Settembre 1974 però), ed il Garcia Live Volume Six invece verteva su un concerto sempre con Saunders e sempre del Luglio 1973, anche se in una località diversa http://discoclub.myblog.it/2016/07/20/dite-la-verita-eravate-po-preoccupati-jerry-garcia-merl-saunders-garcia-live-vol-6-lions-share/ .

Quindi immaginerete il mio parziale disappunto quando ho visto che questo nono volume era ancora a proposito di uno show al Keystone, anche se di un anno dopo i concerti storici del 1973: disappunto in quanto penso che ormai si potesse anche passare oltre questa serie di spettacoli, dato che ci saranno certamente altri periodi di Jerry solista meno documentati, e parziale in quanto, a monte di tutto, è comunque sempre un bel sentire. La formazione, oltre a Garcia e Saunders, comprende l’abituale bassista John Kahn, Martin Fierro al sax e flauto (e non alla tromba, per fortuna) e, cosa rara, il compagno di Jerry nei Dead Bill Kreutzmann alla batteria: l’anno seguente la medesima formazione, ma con Ron Tutt al posto di Kreutzmann, prenderà il nome di Legion Of Mary, una lineup già anch’essa protagonista di diversi episodi delle serie dal vivo di Garcia. Jerry è in buona forma, una media tra l’ottimo della sua prestazione chitarristica ed il sufficiente di quella vocale, un po’ ad alti e bassi: il 1974 non è stata forse tra le migliori annate del nostro, ma quella sera si difende alla grande, grazie anche all’eccellente band che lo accompagna (per quanto Fierro forse andava limitato) e ad un repertorio eterogeneo che prende in esame soltanto brani altrui. Il CD stavolta è “soltanto” doppio, e le due ore di musica scorrono abbastanza in fretta. Apre la serata That’s What Love Will Make You Do, un blues di Little Milton affrontato da Garcia e soci in maniera molto fluida e rilassata, quasi come se si stessero scaldando i muscoli, ma già dal primo assolo di Jerry in poi la performance cresce (con grande spazio anche per Saunders e per il sax di Fierro) ed alla fine dei 13 minuti sono tutti belli pronti.

La La è uno strumentale di Fierro, ed è un pretesto per lanciarsi in una lunga jam di 17 minuti: il pezzo inizia come una bossa nova guidata dal flauto del suo autore, ma presto si trasforma in una session che alterna rock, psichedelia e momenti free, uno dei momenti più “deaddiani” dei concerti di Jerry solista. It Ain’t No Use è un vecchio pezzo dei Meters, proposto ancora con un arrangiamento blues, altri 11 minuti molto fluidi e con Jerry al top, supportato benissimo da Merl, mentre il primo CD si chiude con i 13 minuti di Mystery Train, il brano di Junior Parker reso popolare da Elvis Presley che è anche un classico nei concerti del nostro, al solito suonato in maniera impeccabile e con Kahn e Kreutzmann che non perdono un colpo. Il secondo dischetto comincia con una chilometrica versione (19 minuti) di The Harder They Come di Jimmy Cliff: arrangiamento pulito, classico e fedele all’originale (ma un po’ meno reggae) che risulta altamente godibile, anche se ci sarebbe voluto un supporto vocale per Jerry. Il flauto dona un sapore pop all’errebi Ain’t No Woman (Like The One I’ve Got) dei Four Tops, qui proposto in una rilettura strumentale, ma Jerry la riporta subito sui suoi territori, rilasciando alcuni tra gli assoli più lirici e fluidi della serata, anche se 17 minuti sono un tantino eccessivi, a causa anche dell’invadenza di Fierro. It’s Too Late (Chuck Willis) viene rifatta in maniera rigorosa, mantenendo intatto il mood d’altri tempi, e Garcia canta anche con buona impostazione, (I’m A) Road Runner, un classico di Junior Walker, è suonata con un delizioso feeling errebi, con l’impasto chitarra-organo-sax che funziona nel migliore dei modi; chiusura con una rallentata The Night They Drove Old Dixie Down di The Band (“solo” sei minuti e mezzo), sempre bella in qualsiasi modo la si suoni, anche se stasera Jerry, ahimè, la canta veramente male.

Un altro buon episodio della saga live di Jerry Garcia, anche se a lungo andare questi CD finiscono per sembrare tutti simili tra loro: forse, per ricollegarmi anche al titolo del post, occorrerebbe fermarsi un attimo e prendere il fiato, facendo passare almeno un paio d’anni prima del decimo volume. Tanto le uscite a nome Grateful Dead non mancheranno di certo.

Marco Verdi

*NDB. Questa settimana, il 1° agosto, sarebbe stato il 75° compleanno di Jerry Garcia.

Questo Invece E’ Proprio Inutile, Senza Parentesi! Grateful Dead – Smiling On A Cloudy Day

grateful dead smiling on a cloudy day

Grateful Dead – Smiling On A Cloudy Day – Rhino CD – LP

Il 1967 non è stato solo l’anno di Sgt. Pepper dei Beatles e del binomio Wild Honey/Smiley Smile dei Beach Boys, celebrato nel doppio 1967: Sunshine Tomorrow in uscita in questi giorni http://discoclub.myblog.it/2017/06/25/anche-questo-succedeva-50-anni-fa-ancora-grande-musica-beach-boys-sunshine-tomorrow/ , ma anche della famosa e mitizzata Summer Of Love, un periodo irripetibile in cui si credeva veramente che con le canzoni si potesse cambiare il mondo (e nello stesso anno si tenne anche il leggendario Monterey Pop Festival, la prima grande kermesse a base di pace, amore e musica che ebbe due anni dopo in Woodstock il suo picco), dominato dagli hippies e dalla scena musicale di San Francisco. La Rhino decide di celebrare i cinquant’anni di quella estate con una serie di ristampe limitate in vinile (usciranno a  metà Luglio, il giorno 14) che non sempre però hanno una grande attinenza con il periodo, sia come genere musicale che come anno (si passa infatti con disinvoltura da Electric Prunes, Love ed Arlo Guthrie, che hanno un senso, a scelte incomprensibili come il mitico Astral Weeks di Van Morrison, album leggendario ma che nessuno si è mai sognato di associare alla Summer Of Love, anche perché è uscito l’anno successivo, oppure anche Aretha Arrives di Aretha Franklin, mentre mancano incredibilmente, penso per motivi di diritti discografici, i Jefferson Airplane). Ma le due uscite considerate di punta dalla Rhino sono due compilation (uniche ad essere pubblicate anche su CD): la prima, intitolata appunto Summer Of Love, si occupa dei Monkees (ed è interessante se non conoscete il gruppo di Los Angeles, anche se ci sono diverse licenze, come la scelta di un brano preso dal loro ultimo album di studio, Good Times!, uscito lo scorso anno), mentre la seconda, Smiling On A Cloudy Day, comprende dieci brani tratti dal periodo “psichedelico” del gruppo di Jerry Garcia, e per l’esattezza dai primi tre album (più Dark Star, nella versione breve uscita solo su singolo), ma tutti nelle versioni conosciute, senza neppure una alternate take di studio od una rilettura inedita dal vivo, una scelta che probabilmente farà soprassedere anche il Deadhead più fanatico, ma che a mio parere ha scarsissima attrattiva pure verso il neofita.

Questa, comunque, la tracklist

1. The Golden Road (To Unlimited Devotion)
2. Cream Puff War
3. Morning Dew
4. That’s It For The Other One (Cryptical Envelopment I)/The Other One (Cryptical Envelopment II)
5. Born Cross-Eyed
6. Dark Star (Single Version)
7. St. Stephen
8. China Cat Sunflower
9. Doin’ That Rag
10. Cosmic Charlie

Grande musica, ma che più o meno possiedono già tutti quelli interessati: mi spiace, ma questa volta passo!

Marco Verdi

Se Non E’ Il Loro Miglior Concerto Di Sempre, Poco Ci Manca! Grateful Dead – Cornell 5/8/77

grateful dead cornell 5-8-1977

Grateful Dead – Cornell 5/8/77 – Rhino 3CD – 5LP

Credo che stilare una classifica dei migliori concerti di sempre dei Grateful Dead sia impresa alquanto ardua per chiunque, dato che nel loro periodo di attività (e cioè fino alla morte di Jerry Garcia avvenuta nel 1995) hanno suonato on stage per ben più di duemila volte. Se si parla con i Deadheads più integralisti, però, in almeno otto casi su dieci verranno fuori un nome ed una data: Cornell 1977. Si dice infatti che fu in quella serata, più precisamente il 5 Maggio (Cornell è il nome di un’università, la città è Ithaca, nello stato di New York), che il gruppo di Garcia e soci, e cioè Bob Weir, Phil Lesh, Keith Godchaux, Donna Jean Godchaux, Mickey Hart e Bill Kreutzmann, suonò il suo miglior show di sempre, tanto che il concerto fu definito il Santo Graal delle loro performances. Ora, a distanza di giusto quarant’anni, i Dead pubblicano questo Cornell 5/8/77, un triplo CD (o quintuplo LP) che permette a tutti di condividere l’esperienza di una serata a suo modo leggendaria, un’operazione subito salutata da fans e addetti ai lavori con grande entusiasmo, nonostante in questi ultimi anni il mercato discografico sia stato letteralmente inondato da album targati Grateful Dead (il triplo si trova anche all’interno di un box di 11 CD, intitolato May1977: Get Shown The Light, che comprende anche i concerti di quel periodo a New Haven, Buffalo e Boston, cofanetto in vendita solo sul sito della band e da tempo esaurito).

Ebbene, non so se questo show di Cornell sia effettivamente il migliore di sempre del gruppo di San Francisco, i loro live pubblicati ufficialmente li ho quasi tutti ma non me li ricordo certo a memoria (e ho sempre considerato il biennio 1971/1972 come il loro periodo top, anche se so che anche gli anni che vanno dal 1977 al 1979 sono molto considerati), ma dopo averlo ascoltato attentamente posso confermare che ci troviamo davanti ad uno show fantastico, nel quale tutti i componenti della band sembrano quasi suonare in balia di un’estasi mistica, con Garcia naturalmente cinque spanne sopra tutti, ma anche con la sezione ritmica più presente del solito e senza passaggi a vuoto, un Weir decisamente in palla e Godchaux che fa vedere perché i nostri lo avessero scelto come tastierista dopo la dipartita di Pigpen. L’ascolto di questo triplo CD è dunque una vera esperienza che, una volta arrivato all’ultima canzone, mi fa quasi prendere come buone le parole dei fans: anche le prestazioni vocali, spesso il tallone d’Achille nei concerti dei Dead, qua sono rigorose, senza sbavature ed in linea con le parti strumentali. Che la serata è destinata ad entrare nella storia lo si capisce dall’iniziale New Minglewood Blues, solitamente un brano minore ma che qui vede subito una band in forma ed un Garcia subito ispirato e liquidissimo, pezzo a cui fanno seguito una fluida e vibrante Loser ed una eccellente cover di El Paso di Marty Robbins, a quell’epoca molto comune nei concerti del Morto Riconoscente. Ma il primo CD contiene già degli highlights assoluti, a partire da una splendida They Love Each Other, dove Garcia sembra veramente nella forma strumentale e vocale dei concerti europei del 1972, oltre ad una Jack Straw solida e potente come non mai, la sempre trascinante Deal (e come suona Jerry!), la straordinaria Brown-Eyed Women, da sempre una delle mie canzoni preferite dei Dead, per finire con una maestosa Row Jimmy, con Garcia formidabile alla slide ed uno squisito sapore reggae (e notate che a me di solito il reggae non piace), forse la migliore mai sentita.

Con il secondo dischetto si entra nella leggenda: solo quattro canzoni, ma straordinarie, un CD aperto da una magistrale Dancing In The Streets di sedici minuti (e con Jerry in modalità extraterrestre, non ho parole per descrivere come suona) e chiuso da una altrettanto bella Estimated Prophet; in mezzo un medley inarrivabile che fonde Scarlet Begonias e Fire On The Mountain, quasi mezz’ora di musica a livelli celestiali, in assoluto una delle cose più belle che ho sentito fare dai Dead. Il terzo CD ci dà il colpo di grazia con una scintillante (ed insolitamente sintetica) St. Stephen, che confluisce in una Not Fade Away da favola, più di sedici minuti di sublime Dead sound; ma ecco il momento centrale di tutta la performance, con una Morning Dew incredibile, una rilettura davvero leggendaria, di certo la migliore versione di uno dei brani più intensi del loro repertorio live, con Garcia semplicemente stellare e Godchaux che fa di tutto per stare al suo livello: un pezzo che in quella sera trasmise davvero all’ascoltatore tutta l’inquietudine post-atomica di cui parla il testo originale. Chiude il triplo una coinvolgente One More Saturday Night, più rock’n’roll che mai: sono tre CD, ma alla fine avrei voluto che fossero almeno sei.

Si dice che non esista un concerto dei Grateful Dead uguale ad un altro: di sicuro non ne esiste uno uguale a Cornell 5/8/77.                                                                                                                      Irrinunciabile.

Marco Verdi

Uno Dei Migliori Volumi Della Serie! Jerry Garcia Band – Garcia Live Volume 8

garcia live volume eight

Jerry Garcia Band – Garcia Live Volume 8: November 23rd 1991, Bradley Center – ATO 2CD

Il doppio CD uscito nel 1991 intitolato semplicemente Jerry Garcia Band (quello con in copertina un dipinto raffigurante una sala da concerto su sfondo grigio, da anni fuori catalogo) a mio parere non è solo una delle cose migliori mai messe su disco da Jerry Garcia (Grateful Dead compresi), ma uno dei migliori album dal vivo degli anni novanta. Questo ottavo volume della serie Garcia Live, da poco uscito, prende in esame un concerto tratto dalla stessa tournée (avvenuto al Bradley Center di Milwaukee, circa un anno dopo il concerto del live del 1991, che era stato inciso al Warfield di San Francisco) e con la stessa formazione: in quel periodo Jerry era al massimo della forma, e suonava come forse non aveva mai fatto in carriera, un misto di creatività, esperienza e maturità che lo rendevano un musicista inimitabile (e non erano ancora rispuntati i problemi di salute che lo avrebbero portato alla morte dopo solo quattro anni); in più, la JGB era una formazione a prova di bomba, in grado di suonare davvero qualsiasi cosa, e con una scioltezza incredibile: oltre alla chitarra del leader, abbiamo due vecchi compagni di viaggio come il grande Melvin Seals all’organo (e, ahimè, qualche volta ai synth) ed il bassista John Kahn, mentre alla batteria c’è l’ottimo David Kemper, di lì a qualche anno nella touring band di Bob Dylan, oltre ai cori soulful di Jacklyn LaBranch e Gloria Jones, utilissimi ad aiutare la voce di Jerry, da sempre il suo unico tallone d’Achille.

E questo ottavo volume della benemerita serie di concerti live di Jerry è indubbiamente uno dei migliori della serie, forse addirittura il migliore, gareggiando in bellezza con il già citato doppio del 1991: ci sono alcune canzoni in comune (ma si sa che Garcia non suonava mai lo stesso brano due volte allo stesso modo), ma anche alcune sorprese che rendono più appetitoso il piatto. Lo show è strutturato nel modo tipico dei concerti di Jerry, cioè qualche brano tratto dai suoi album solisti, diverse cover e nessun brano dei Dead: la differenza poi la fa la qualità della performance, nella fattispecie davvero eccellente. Il primo dei due CD (incisi come sempre in maniera perfetta) si apre con Cats Under The Stars, forse non tra le migliori composizioni di Jerry, ma che serve come riscaldamento (più di nove minuti, all’anima del riscaldamento…) e con il nostro che ci fa sentire da subito che la sua chitarra in quella sera farà faville; They Love Each Other è una canzone migliore, più simile allo stile dei Dead, tersa e godibile (peccato per quelle tastiere elettroniche), con un leggero tempo reggae che non guasta. Il concerto entra nel vivo con la prima sorpresa: Lay Down Sally, uno dei pezzi più popolari di Eric Clapton, in una versione sontuosa, con il laidback tipico del Manolenta degli anni settanta, ritmo spedito e la chitarra spaziale di Jerry a dare il sigillo con i suoi assoli stratosferici (e stiamo parlando di un brano di Clapton, non certo un pivellino); The Night They Drove Old Dixie Down è una delle grandi canzoni del songbook americano (canadese per la precisione) e questa rilettura è molto diversa dall’originale di The Band, più lenta, decisamente fluida e dal grandissimo pathos strumentale (Jerry qui ha qualche difficoltà a restare intonato), con Seals che tenta di eguagliare in bravura il suo leader e quasi ci riesce.

Reuben And Cherise è gradevole e con il tipico Garcia touch nella melodia (quelle tastiere però…) e prelude ad un trittico da favola formato da Money Honey (di Jesse Stone), roccata e trascinante, con Jerry che suona in modo divino e Melvin che si conferma una spalla perfetta, la vivace e breve (“solo” quattro minuti) My Sisters And Brothers, dal sapore errebi-gospel (era una hit dei Sensational Nightingales) e la splendida Deal, una delle migliori canzoni del Garcia solista, stasera eseguita in maniera stellare. Il secondo dischetto è ancora meglio, ed inizia con una rarissima Bright Side Of The Road, uno dei classici di Van Morrison, in una versione strepitosa, suonata in modo rispettoso ma con una verve chitarristica che l’originale non aveva: Jerry canta bene ed il brano ne esce ulteriormente abbellito. Segue un’altra grande canzone, Waiting For A Miracle di Bruce Cockburn, che Jerry rivolta come un calzino rendendola sua al 100%, con la band che segue compatta. Think non è il noto successo di Aretha Franklin, bensì un oscuro blues di Jimmy McCracklin, molto classico, ed anche il Jerry bluesman funziona alla grande, con un lungo assolo di una liquidità impressionante (e vogliamo parlare dell’organo?); Shining Star è una soul ballad originariamente dei Manhattans, lunga, dilatata, limpida e suonata con classe sopraffina, tredici minuti di puro godimento, mentre Ain’t No Bread In The Breadbox è un pezzo di Norton Buffalo che Jerry e compagni intrepretano in maniera decisamente vitale. Il concerto si chiude con due classici: That Lucky Old Sun è uno standard interpretato negli anni da mille artisti diversi, ed il nostro la personalizza con il suo solito mestiere, rallentandola e tirando fuori il meglio dalla nota melodia, mentre il finale è appannaggio di un brano di Dylan, un autore che nei concerti di Garcia non mancava mai: Tangled Up In Blue è il pezzo scelto, altri undici minuti di grande musica, con il solito suono compatto e fluido allo stesso tempo del gruppo e le due coriste che aggiungono pepe alla nota melodia.

So che tra Grateful Dead e Jerry Garcia solista il mercato negli ultimi tre anni è stato letteralmente invaso di nuove pubblicazioni, ma questo Volume 8 fa parte certamente di quelle da accaparrarsi.

Marco Verdi

Supplemento Della Domenica: Ci Mancavano Solo Le Ristampe Dei “Cinquantesimi”! Grateful Dead 50th Anniversary Deluxe Edition

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Grateful Dead – Grateful Dead 50th Anniversary Deluxe Edition – Rhino 2CD – LP Picture

I Grateful Dead, soprattutto in seguito alla scomparsa del loro storico leader Jerry Garcia avvenuta nel 1995, non hanno mai seguito le normali leggi del marketing, inondando negli anni il mercato di un vero e proprio fiume di pubblicazioni d’archivio, specie dal vivo: nello specifico gli ultimi due anni, tra cofanetti celebrativi, tributi, tour d’addio e concerti del passato, hanno messo davvero a dura prova i portafogli dei tanti seguaci della band di San Francisco. Si pensava però che la loro discografia “ufficiale” studio e live, cioè quella che va dal 1967 al 1990 (anno di uscita di Without A Net, ultimo loro album dal vivo per così dire in “tempo reale”), fosse stata già sistemata qualche anno fa con i due splendidi cofanetti The Golden Road e Beyond Description (dal quale peraltro Without A Net era stato stranamente escluso): eppure avremmo dovuto sapere che, quando si parla dei Dead, ci si può aspettare di tutto. Ecco quindi l’idea “geniale”: ripubblicare tutti gli album della loro discografia in edizione deluxe, ciascuno allo scadere del cinquantesimo anniversario dall’uscita originale; avete capito bene: non una serie di uscite programmate con tre-quattro dischi ogni tot mesi (come è successo con i Led Zeppelin), ma un CD all’anno, o due se in una particolare annata i Dead avevano pubblicato più di un album, fino al 2039, anno in cui cadrà il cinquantesimo anniversario di Built To Last, loro ultimo album di studio (o 2040 se questa volta Without A Net verrà preso in considerazione).

grateful dead picture vinyl

Un’operazione che potrei benissimo definire demenziale, considerato soprattutto il fatto che molti fans del gruppo non sono proprio di primo pelo (e quindi molti di essi potrebbero non arrivare al completamento della serie, faccia pure gli scongiuri chi di dovere), ma anche la possibilità che fra più di vent’anni il CD non sarà più un supporto preso in considerazione per la fruizione della musica, dato la velocità con la quale corre la tecnologia oggi. L’iniziativa non ha mancato di attirare molte critiche, anche da parte dei Deadheads più duri e puri (basta andare sul sito dei Dead e leggere i commenti): personalmente sono curioso di vedere se verranno affrontati in pompa magna allo stesso modo tutti gli episodi della discografia dei Dead, dato che un conto è celebrare vere e proprie pietre miliari quali Workingman’s Dead, Live/Dead o American Beauty, un conto è valorizzare episodi non proprio di primo piano come Shakedown Street o il deludente live del 1976 Steal Your Face (che nel box Beyond Description è stato addirittura saltato). Il primo episodio di questa campagna di ripubblicazioni è naturalmente il loro esordio del 1967, l’omonimo Grateful Dead, uscito da pochi giorni in una versione doppia, mentre il vinile è stato ristampato solo con i brani originali, anche se in una bella edizione picture (e se dovessimo fare i pignoli, avrebbe dovuto uscire a Marzo per rispettare alla lettera la regola dei cinquant’anni).

Grateful Dead non è mai stato considerato un album fondamentale nella discografia della band californiana, in quanto ancora acerbo e poco rappresentativo di ciò che sarebbero diventati in seguito (e che dal vivo erano già): a me è sempre piaciuto, vuoi per la sua sinteticità (dura appena 35 minuti), vuoi per il suono decisamente rock-blues che raramente tornerà nei dischi di studio del gruppo. Garcia è già la guida incontrastata ed indiscussa, ma il tastierista Ron “Pigpen” McKernan è molto più di un semplice membro, incarnando l’anima blues del quintetto ed assumendo quasi la carica di co-leader musicale grazie all’importanza dell’organo nel sound della band, mentre Bob Weir, Phil Lesh e Bill Kreutzmann (Mickey Hart ancora non c’era) già forniscono il supporto ritmico perfetto. In questo album ci sono diversi brani che servono come base per le future e famose improvvisazioni dal vivo, pezzi che superano di poco i due minuti di durata, come il rock’n’roll di Beat It On Down The Line, o vari blues come la celebre Good Morning. Little Schoolgirl (di Sonny Boy Williamson, l’unica a durare quasi sei minuti), il traditional Sitting On Top Of The World, che come abbiamo visto di recente era già nel repertorio di Garcia fin dai tempi degli Hart Valley Drifters, o come New, New Minglewood Blues di Noah Lewis, in futuro ripreso moltissime volte dal vivo.

La maggior parte dei nove brani sono covers, ma Garcia comincia già a farsi largo come autore (per ora senza il futuro partner Robert Hunter) con le interessanti The Golden Road e Cream Puff War. Ma i centerpieces del disco sono le due folk songs Cold Rain And Snow e l’inquietante e post-apocalittica Morning Dew, entrambe elettriche e con accenni di quella psichedelia per la quale i nostri si distingueranno presto, e soprattutto Viola Lee Blues, unico pezzo a superare i dieci minuti, un blues ancora scritto da Lewis che diventa un pretesto per una furiosa jam chitarristica nella quale Jerry inizia a mostrare di che pasta è fatto. Il secondo CD è costituito da un concerto inedito, e se proprio non ci troviamo di fronte ad un’idea rivoluzionaria (direi che live dei Dead in giro non ne mancano), almeno è decisamente interessante l’annata, in quanto ci viene proposto un raro show del 1966, cioè un anno prima del loro debutto, quando erano praticamente sconosciuti al di fuori della Bay Area (per l’esattezza il dischetto documenta la serata del 29 Luglio al PNE Garden Auditorium di Vancouver, in Canada, con in aggiunta quattro pezzi dallo show tenutosi il giorno successivo sempre nella stessa location).

Il suono è ottimo, e nonostante siano agli albori, i nostri suonano già con quella sicurezza e quella tecnica che gli conosciamo, con Garcia e Pigpen assoluti protagonisti: ci sono diversi brani che finiranno poi sul disco d’esordio, tra cui la sempre eccellente Viola Lee Blues, con Jerry che è già una macchina da guerra, ma anche con dilatate versioni di Cream Puff War (superba) e Good Morning, Little Schoolgirl (più lunghe che nel disco in studio, anche se le loro tipiche jam interminabili non ci sono ancora), e le sempre trascinanti Beat It On Down The Line ed una Sittin’ On Top Of The World dal ritmo sostenuto. Ci sono anche tre brani originali che in seguito non verranno più ripresi: Standing On The Corner, tipica rock song anni sessanta, neanche male, You Don’t Have To Ask e Cardboard Cowboy, nella quale Lesh fa già vedere di essere un cantante quantomeno discutibile; i nostri avevano già in scaletta anche il traditional I Know You Rider, che diventerà uno dei loro classici assoluti, in una versione molto più spedita del solito e con l’organo di McKernan in grande evidenza. C’è anche parecchio blues: oltre ai pezzi che andranno a costituire l’ossatura di Grateful Dead, troviamo qui liquide riletture di Next Time You See Me di Junior Parker, Big Boss Man di Jimmy Reed e One Kind Favor di Lightnin’ Hopkins (conosciuta anche come See That My Grave Is Kept Clean). Come ciliegina, una fluida It’s All Over Now, Baby Blue, che dimostra che Bob Dylan era già allora un solido riferimento per loro.

Che altro aggiungere? Non posso certo dire che questa ristampa sia imperdibile (anche perché il concerto si trova facilmente, e gratuitamente, anche online), ma se siete dei completisti, o meglio ancora dei neofiti, un pensierino ce lo potete fare. E se siete giovani potete anche puntare a completare la serie di ristampe!

Marco Verdi

Molto Più Che Un “Altro” Disco Di Jerry Garcia! Hart Valley Drifters – Folk Time

hart valley drifters folk time

Hart Valley Drifters – Folk Time – ATO CD

Sappiamo benissimo che le radici di Jerry Garcia sono da ricercare nella tradizione folk, blues e bluegrass, influenze palesate saltuariamente con i Grateful Dead ed in maniera più netta prima negli anni settanta con gli Old & In The Way e con i New Riders Of The Purple Sage, e poi negli anni ottanta ed i primi novanta con gli splendidi dischi acustici in duo con David Grisman, ma anche con i live della Jerry Garcia Acoustic Band. Si pensava che queste influenze fossero tutte da ricercare nel disco inciso nel 1964 e pubblicato solo nel 1999 con i Mother McCree’s Uptown Jug Champions, band giovanile nella quale militavano anche i futuri compagni nei Dead Bob Weir e Ron “Pigpen” McKernan, un combo votato al recupero di brani della tradizione folk e blues, che ebbe un’importanza fondamentale nella formazione musicale del nostro. Si sapeva altresì che quella non era la prima esperienza di Jerry, dato che due anni prima era stato brevemente il leader di un quintetto denominato Hart Valley Drifters, dei quali però non si conosceva nulla, e neppure tra i più avidi fans dei Dead erano mai circolati nastri o bootleg riconducibili al fantomatico gruppo. Nel 2008, però, tale Brian Miksis (un tecnico del suono cinematografico conosciuto perlopiù in ambienti indipendenti) si imbatté in un nastro che riproduceva una session del 1962 degli HVD (registrata in mono presso la stazione radio KZSU  della Stanford University), con diciassette brani mai ascoltati prima: un ritrovamento eccezionale, del quale adesso abbiamo finalmente la possibilità di godere anche noi, grazie a questo splendido dischetto intitolato Folk Time e pubblicato dalla ATO Records sotto l’egida della Jerry Garcia Estate, un prodotto ufficiale quindi (e con le liner notes scritte proprio da Miksis).

Ma non è solo la scoperta in sé ad essere straordinaria (dopotutto, siamo di fronte alle prime incisioni in assoluto di uno dei musicisti più importanti del secolo scorso), ma anche la qualità del contenuto: Jerry, ad appena vent’anni, era già uno strumentista eccellente (qui canta, suona la chitarra acustica ed il banjo), ed il fatto di vederlo direttamente alle prese con il materiale che formerà il suo background musicale non ha prezzo. In più, troviamo tra i suoi compagni di viaggio due personaggi che in futuro incrocerà di nuovo, come Robert Hunter (qui al basso), che sarà il suo paroliere per tutta la carriera, ed il secondo chitarrista David Nelson, che fonderà nei seventies i già citati New Riders Of The Purple Sage (gli altri due membri del gruppo, il banjoista e violinista Ken Frankel ed il dobroista Norm Van Maastricht, pur continuando a suonare anche in seguito, hanno fatto perdere velocemente le proprie tracce). Folk Time è quindi una vera miniera d’oro per i fans di Garcia, ma anche per gli amanti del folk più puro, quarantadue minuti di musica sublime ed eseguita con una forza ed un feeling che sembra impossibile trovare in musicisti ventenni: i brani ( traditionals o cover di classici del folk, country o blues) sono tutti abbastanza brevi e diretti, niente a che vedere con le lunghe jam che Jerry affronterà in seguito con i Dead, ma proprio per questo ancora più godibili. E ho tenuto per ultima la cosa forse più impressionante di tutte: la qualità dell’incisione, davvero incredibile per pulizia, purezza e brillantezza, quasi fossero registrazioni di qualche mese fa, merito sicuramente del produttore e curatore del progetto Marc Allan (mentre le sessions originali erano state prodotte da Ted Claire), che ha dato a queste canzoni un suono veramente splendido, roba da non credere.

Dopo una breve e scherzosa auto-presentazione dei membri della band, si parte con una stupenda versione del traditional Roving Gambler, dominato dal banjo ma anche con tutti gli altri strumenti in grande spolvero, e Garcia vocalmente già maturo: gran ritmo, pur senza batteria, e performance cristallina. E, ripeto, incisione spettacolare, sembra incredibile che queste registrazioni siano rimaste sconosciute per decenni. Ground Speed è un breve e ficcante bluegrass (scritto da Earl Scruggs), un minuto e mezzo di musica suonata a velocità vorticosa, mentre Pig In A Pen, che rimane in territori bluegrass, offre una melodia corale classica, ed è eseguita anch’essa con forza straordinaria. Ed il livello rimane questo per tutta la durata del CD, con punte di eccellenza assoluta per il bellissimo folk-gospel Standing In The Need Of A Prayer, lo strumentale Flint Hill Special, con Jerry strepitoso al banjo e Nelson che non è da meno alla chitarra, il noto traditional Nine Pound Hammer, in una rilettura decisamente vigorosa, o ancora Handsome Molly, proposta in modo puro e delizioso. C’è spazio anche per un omaggio a Ralph Stanley, con la breve ma intensa Clinch Mountain Backstep, e per il fratello Carter, con una formidabile Think Of What You’ve Done, ancora con Garcia grandissimo al banjo; All The Good Times Have Past And Gone è un’altra folk song purissima, dal motivo scintillante ed eseguita alla grande, così come la saltellante Billy Grimes, The Rover, dal sapore irish, o la malinconica Sugar Baby, con il violino di Frankel sugli scudi. Il CD si chiude con la nota Sitting On Top Of The World (l’hanno fatta anche i Dead), in una versione folk-blues strepitosa, alla Mississippi John Hurt, davvero da brividi lungo la schiena, che rivela (ma non ce n’era bisogno) che Garcia era già un musicista straordinario.

Tecnicamente Folk Time non è una ristampa, essendo composto interamente da brani inediti, e quindi non ho nessuna remora a definirlo, anche per la sua importanza storica, il disco folk dell’anno.

Marco Verdi

*NDB Ora attendiamo qualche bella jam di Jerry all’asilo!

Non Ci Posso Credere! Parte La Campagna Delle Ristampe Per il 50° Anniversario Dei Dischi Dei Grateful Dead: Lunga Vita A Loro, Ma Anche A Noi.

the grateful dead the grateful dead

Il 20 gennaio, con la ripubblicazione del primo album del 1967 The Grateful Dead parte la campagna della ristampe dell’intera discografia del gruppo californiano, ogni album ripubblicato allo scoccare del 50° Anniversario, o così ci dicono. Visto che l’ultimo album ufficiale della band Without A Net è uscito nel 1990, dobbiamo quindi aspettarci che tutta questa operazione si concluderà nel 2040. Ma esisteranno ancora le case discografiche? E, soprattutto, esisteremo ancora noi? Chi ne ha parlato fino ad ora secondo me non si è posto il problema, ma non credo sarà una questione secondaria.

Comunque, ognuna delle ristampe del catalogo dei Grateful Dead sarà doppia, con un CD di materiale inedito, unito al disco originale (e per il Live e i doppi come faranno?). Diciamo allora che, da quello che si sa, almeno il primo della serie sarà così. pubblicato dalla Rhino/Grateful Dead a cura di uno dei loro archivisti principali, David Glasser, la serie vivrà anche una operazione parallela dedicata alla ristampa dei singoli in vinile del gruppo, sempre allo scoccare del 50°, ma con una cadenza di uscite più ravvicinate: la prima sarà il 1° marzo con il primo 45 giri “Stealin'” b/w “Don’t Ease Me In.”. In tutto saranno 27 singoli ripubblicati in vinile colorato. ciascuno con tiratura limitata di 10.000 copie, le prime 4 uscite saranno disponibili ogni trimestre del primo anno sotto forma di un abbonamento a 44.98 dollari sul sito del gruppo http://www.dead.net/, per le altre 23 uscite si dice genericamente che saranno disponibili nei prossimi anni.

Tornando alla ristampa del primo album ecco la tracklist completa del doppio CD:

Grateful Dead, The Grateful Dead: 50th Anniversary Deluxe Edition (Rhino, 2017)

Disc One: Original Album (Originally released as Warner Bros. LP WS 1689, 1967)

  1. The Golden Road (To Unlimited Devotion)
  2. Beat It On Down The Line
  3. Good Morning Little School Girl”
  4. Cold Rain & Snow
  5. Sitting On Top Of The World
  6. Cream Puff War
  7. Morning Dew
  8. New, New Minglewood Blues
  9. Viola Lee Blues

Disc 2: P.N.E. Garden Auditorium, Vancouver, BC, Canada 7/29/66

  1. Standing On The Corner
  2. Know You Rider
  3. Next Time You See Me
  4. Sitting On Top of The World
  5. You Don’t Have To Ask
  6. Big Boss Man
  7. Stealin’
  8. Cardboard Cowboy
  9. Baby Blue
  10. Cream Puff Wars
  11. Viola Lee Blues
  12. It On Down The Line
  13. Good Morning Little Schoolgirl”

7/30/66

    1. Cold, Rain and Snow 15.  One Kind Favor 16.  Hey Little One 17.  New Minglewood Blues

Tra l’altro i Deadheads più esperti già ci dicono che tre dei brani, contenuti nel concerto del 1966, sono molto rari (come peraltro tutto il repertorio dei primi due anni): Standing On The Corner, You Don’t Have To Ask Me e Cardboard Cowboy, poi non appariranno più in successive registrazioni ufficiali dei Grateful Dead. E, tac, ti hanno fregato un’altra volta!

hart valley drifters folk time

 

Naturalmente nel corso dell’anno prossimo usciranno altri volumi della serie Dave’s Picks e in questi giorni è uscito anche Folk Time il disco degli Hart Valley Drifters, la prima band ufficiale di Jerry Garcia nel 1962, quando aveva 20 anni e si esibiva insieme a Robert Hunter David Nelson, pubblicata dalla Ato Records, e su cui poi torneremo con calma.

Bruno Conti

Devo Averle Già Sentite Da Qualche Parte Queste Canzoni! Dear Jerry: Celebrating The Music Of Jerry Garcia

dear jerry celebrating the music of jerry garcia 2 cd

VV.AA. – Dear Jerry: Celebrating The Music Of Jerry Garcia – Rounder 2CD – 2CD/DVD

Da dopo la morte di Jerry Garcia avvenuta nel 1995, il mercato è stato letteralmente invaso di prodotti che avevano in qualche modo a che fare con i Grateful Dead, ma nessun periodo è minimamente comparabile all’ultimo anno. Da Ottobre 2015 sono infatti usciti, nell’ordine: il megabox di 80 CD 30 Trips Around The Sun (e la sua versione ridotta in quattro CD), i vari formati dei concerti di addio Fare Thee Well, il sontuoso tributo quintuplo Day Of The Dead curato dai National, il triplo della Rhino Red Rocks 1978 (ed il superbox con tutti i concerti del periodo), due volumi ravvicinatissimi della serie Garcia Live ed il nuovo album solista di Bob Weir, Blue Mountain http://discoclub.myblog.it/2016/10/07/finalmente-arrivato-anche-il-momento-che-disco-bob-weir-blue-mountain/ . E non ho citato i nuovi episodi dei Dave’s Picks. Ma i nostri, che la paura di inflazionare il mercato direi che non l’hanno mai avuta, si saranno detti: “Ci siamo dimenticati un bel concerto tributo!”. Detto fatto, ecco qui questo doppio CD (esiste anche con DVD allegato) intitolato Dear Jerry, che documenta l’esito di una serata organizzata da Bob Weir il 14 Maggio dello scorso anno (al Merriweather Post Pavilion di Columbia, Maryland), durante la quale i quattro Dead superstiti (oltre a Weir, Phil Lesh, Bill Kreutzmann e Mickey Hart) si sono alternati sul palco con una bella serie di ospiti. Come però suggerisce il titolo, non è un tributo ai Dead, ma in particolare alle canzoni di Garcia, incluse alcune da lui incise come solista e qualche cover di brani che Jerry usava suonare dal vivo nelle varie configurazioni della Jerry Garcia Band (che è sorprendentemente assente, dato che ancora esiste e si esibisce come JGB, avrebbe potuto partecipare suonando per esempio un brano di Bob Dylan, autore più volte ripreso da Jerry e dai Dead). Certo, un altro lavoro dove si prendono in esame canzoni che nell’ultimo anno sono state strasentite potrebbe far alzare più di un sopracciglio, ma sarebbe un errore ignorarlo, in quanto siamo di fronte ad una performance splendida, con una serie di gruppi e solisti in grande forma, una house band stellare (che comprende gente del calibro di Don Was, che è anche direttore musicale e produttore, Sam Bush, Matt Rollings, Buddy Miller, Audley Freed, ex chitarrista dei Black Crowes, e le McCrary Sisters ai cori), una resa sonora strepitosa e, ma era scontato, una serie di grandi canzoni.  In poche parole, uno dei migliori prodotti Dead-related usciti nell’ultimo periodo, superiore per esempio, e di gran lunga, ai concerti di addio Fare Thee Well, sia come suono che come qualità della performance.

Che non si scherza lo fa subito capire Phil Lesh, che si esibisce con la sua nuova band, i Communion nel medley The Wheel/Uncle John’s Band, suono Dead al 100%, piano liquidissimo (Marco Benevento) e subito due grandi canzoni (anzi, la seconda è forse la mia preferita in assoluto del Morto Riconoscente), per quasi 17 minuti di musica sublime: tra le qualità di Lesh non c’è mai stata la voce, ma questa sera Phil canta stranamente bene, anche se è aiutato, e molto, dalle voci di sostegno del resto del gruppo. Allen Toussaint, qui in una delle sue ultime apparizioni, ci propone l’errebi di sua composizione Get Out Of My Life Woman, un pezzo che Jerry amava molto, con un bel botta e risposta vocale tra Allen e le sorelle McCrary: anche Toussaint non era mai stato un grande vocalist, ma quando appoggiava le dita sulla tastiera riusciva a zittire tutti. David Grisman è un vecchio compagno di viaggio di Jerry, ha inciso con lui diversi bellissimi dischi acustici (oltre a militarci insieme nel supergruppo Old And In The Way), e nell’occasione ci delizia con una splendida versione del traditional Shady Grove, tra folk, bluegrass ed old time music, con ottimi interventi di fisarmonica e violino, altri quattro minuti e mezzo di puro godimento A prima vista Peter Frampton in una serata come questa potrebbe starci come i cavoli a merenda, ma il nostro, alle prese con il classico di Junior Walker (I’m A) Roadrunner, se la cava alla grande: la voce e la chitarra ci sono, e la versione, decisamente potente e roccata, è godibilissima. Buddy Miller non lo scopriamo certo oggi e, alle prese con Deal, una grande canzone, fa faville, dandoci una delle prestazioni più convincenti della serata (bellissimo l’assolo di slide, ma pure Rollings fa i numeri al piano); Jorma Kaukonen va a nozze con brani come Sugaree, e nel concerto ci dà pure un saggio della sua classe con la chitarra, mentre il bravissimo Jimmy Cliff, e ve lo dice uno che non ama il reggae, ci diverte con la sua The Harder They Come insieme a Kreutzmann e Hart, un brano tra i più suonati dalla JGB e, raggiunto anche da Weir, bissa con una discreta Fire On The Mountain. Il primo CD si chiude con il nuovo gruppo di Kreutzmann, Billy And The Kids, che rileggono lo splendido medley che apriva Blues For Allah (Help On The Way/Slipknot!/Franklin’s Tower) in maniera rigorosa, ma con un’energia straordinaria e poi, con i Disco Biscuits, un altro medley stellare con Scarlet Begonias/I Know You Rider, davvero da applausi e con un formidabile assolo chitarristico di Tom Hamilton.

Il secondo dischetto inizia con la rock ballad Loser proposta dai Moe, molto bravi e rispettosi al limite del didascalico, ma il brano è talmente bello che ne esce benissimo ugualmente; eccellenti gli Oar con St. Stephen, alla quale tolgono gli elementi psichedelici e la trasformano in una pura e sontuosa rock song, potente e grintosa; i Los Lobos avevano già suonato Bertha sul tributo Deadicated del 1991 e, insieme a Weir, la replicano in maniera mirabile, grande canzone e grandissima band, mentre i Trampled By Turtles si esibiscono nell’abituale veste acustica con una fulgida Brown-Eyed Women, tra le mie preferite in assoluto dei Dead.

Shakedown Street non mi è mai piaciuta molto, e gli Yonder Mountain String Band, pur mettendocela tutta in una versione stripped-down, non riescono a farmi cambiare idea. Ma subito dopo torna Bob Weir che, in compagnia della bella Grace Potter, rilegge in maniera vibrante Friend Of The Devil, ottima versione, toccante a dir poco, pianistica e molto soulful. Eric Church a mio parere è un sopravvalutato, ma la sua Tennessee Jed, tra country, rock e southern, è ben fatta, anche se meglio, molto meglio fanno i Widespread Panic con una Morning Dew davvero intensa e fluida, impreziosita da un assolo di chitarra incredibile da parte di Jimmy Herring. Gran finale con tre dei quattro Dead (manca Lesh), per una stupenda e corale Touch Of Grey, perfetta in questa posizione visto il testo ottimistico, e tutti insieme per una commovente Ripple, splendida sotto ogni punto di vista, il modo migliore per chiudere una serata da ricordare.

In un anno in cui non sono certo mancati i dischi dal vivo di grande valore, questo Dear Jerry è sicuramente uno dei più belli.

Marco Verdi

E Dacci Pure Il Nostro Garcia Settimanale! Jerry Garcia Band – Garcia Live Volume 7

garcialive volume seven

Jerry Garcia Band – Garcia Live Volume 7: Sophie’s, Palo Alto 1976 – ATO Records 2CD

Ormai uno degli appuntamenti fissi di questo Blog sono le uscite di materiale riconducibile ai Grateful Dead o al Jerry Garcia solista, dato che negli ultimi mesi c’è stata una vera e propria invasione di CD e DVD, tra tributi e dischi live, roba da far sembrare Joe Bonamassa uno che fa un disco ogni quattro anni (e meno male che non ci occupiamo anche dei vari Dave’s Picks). Da tempo, come saprete (parallelamente ai Dead), esiste un progetto che propone alcuni tra i migliori concerti della Jerry Garcia Band, una serie che si protrae da diversi anni (prima come Pure Jerry, adesso come Garcia Live): due uscite così ravvicinate come il sesto ed il settimo volume non erano però mai state messe sul mercato prima d’ora. Ho infatti ancora nelle orecchie il triplo con Merl Saunders registrato al Lion’s Den, da me commentato non molto tempo fa http://discoclub.myblog.it/2016/07/20/dite-la-verita-eravate-po-preoccupati-jerry-garcia-merl-saunders-garcia-live-vol-6-lions-share/ , che mi trovo a parlare già del volume 7, che stranamente è “solo” doppio, e che prende in considerazione un concerto tenuto l’8 Novembre del 1976 a Palo Alto, in California, con una formazione poco nota della JGB. Infatti, oltre ai fidi John Kahn e Ron Tutt, rispettivamente al basso e batteria, Jerry è accompagnato alle tastiere da Keith Godchaux, all’epoca membro fisso anche del Morto Riconoscente, che per l’occasione si è portato dietro anche la moglie Donna, una presenza che nei Dead ho sempre reputato inutile mentre secondo me qui ha più senso, in quanto Jerry ha spesso usato delle voci femminili dal vivo, non potendo sostenere in prima persona tutte le parti vocali. Questa versione della band comunque funziona, un po’ per lo stato di forma ottimo del leader (che canta anche meglio che nel precedente volume), sempre meraviglioso quando si tratta di far scorrere le dita sulle corde della sua chitarra, un po’ per l’affiatamento con gli altri membri della band, ma anche per la scelta di brani suonati di rado dal barbuto musicista. Un concerto molto diverso da quello con Saunders, meno sperimentale e decisamente più rock e diretto, con un Godchaux in grandissima forma a condividere i momenti strumentali con Jerry, ed una serie di brani al solito lunghi e dilatati, ma nei quali il bandolo non viene mai smarrito, anche se forse la qualità di incisione è leggermente inferiore a quella spettacolare del sesto volume.

Il primo CD si apre con The Way You Do The Things You Do, un classico scritto da Smokey Robinson e portato al successo dai Temptations, brano perfetto per rompere il ghiaccio, versione vivace e spedita con Jerry che fa subito capire che la serata è di quelle giuste. Knockin’On Heaven’s Door di Bob Dylan è una di quelle canzoni che uno si aspetterebbe di trovare più avanti nella serata (magari nei bis), mentre qua viene proposta come seconda: dopo un avvio un po’ traballante, nel quale la band sembra cercare l’intesa, il brano si mette sui binari giusti, il tempo è rallentato rispetto all’originale di Bob, ma Jerry è sublime alla sei corde e l’accompagnamento scorre fluido per circa un quarto d’ora (e gli perdono un accenno di reggae nel ritornello, ma in quel periodo anche Clapton la faceva così); After Midnight, il classico di J.J. Cale, è ritmata e scattante, con Kahn e Tutt che non perdono un colpo e Jerry che canta e suona in maniera decisa: una buona versione, anch’essa discretamente lunga (13 minuti), ma avvincente e per nulla noiosa. E’ la volta della rara Who Was John?, un traditional gospel dalla struttura simile a John The Revelator, un pezzo molto rallentato e cantato a tre voci, con elementi blues neanche troppo nascosti; Mission In The Rain è uno dei pochi originali proposti da Jerry (era su Reflections), una bella canzone, tipica del nostro, limpida e fluida e con un’ottima prestazione di Godchaux (ed anche di Garcia, ma che ve lo dico a fà?). Il primo dischetto si chiude con Stir It Up, noto brano di Bob Marley: come saprete il reggae non è tra i generi che amo, ma la melodia solare è di quelle vincenti (Donna è la voce solista qui), e poi Jerry la arrangia a modo suo, lascia parlare la chitarra e ci regala altri 12 minuti molto godibili.

Il secondo CD inizia con Midnight Moonlight, un vivace folk-rock scritto da Peter Rowan e presente in origine sul mitico disco degli Old & In The Way, una versione spedita e trascinante, tra le migliori performance del doppio, con Jerry ispirato e decisamente “sul pezzo”; Tore Up Over You è un coinvolgente rock’n’roll (di Hank Ballard): nella studio version apparsa sempre su Reflections al piano c’era il fenomenale Nicky Hopkins, ma anche Godchaux fa la sua porca figura, e poi Jerry stende tutti con un paio di assoli dei suoi. Non era scontato ascoltare un brano dei Dead in un concerto di Garcia, anzi Jerry di solito non suonava pezzi del suo gruppo principale: quella sera però il nostro propose una apprezzata (dal pubblico) Friend Of The Devil, una canzone che ho ascoltato talmente tante volte che non può riservare grandi sorprese, mentre Don’t Let Go di Jesse Stone è il centrepiece del concerto, 22 minuti di puro sballo strumentale, con Jerry che raggiunge vette altissime ed il gruppo quasi fa fatica a stargli dietro (ma non Godchaux, che è un treno in corsa), una performance che da sola vale il prezzo. L’album si chiude con tre pezzi suonati molto di rado dal nostro: Strange Man, un bluesaccio strascicato di Dorothy Love Coates, cantato molto bene da Donna, e dalla durata di “appena” sei minuti, una toccante Stop That Train di Peter Tosh (quindi ancora reggae), e gran finale con Mighty High, hit minore di un gruppo poco noto degli anni settanta, i Mighty Clouds Of Joy, forse non una grande canzone, ma Jerry e compagnia sopperiscono con classe, feeling e mestiere.

Un altro concerto notevole, anche se adesso auspico una pausa un po’ più lunga prima dell’ottavo volume.

Marco Verdi

Un Bel Tributo A Jerry Garcia Ci Mancava! Esce il 14 Ottobre – Dear Jerry: Celebrating The Music Of Jerry Garcia

dear jerry celebrating the music of jerry garcia 2 cd

Dear Jerry: Celebrating The Music Of Jerry Garcia 2 CD – 2 CD+DVD – 2 CD+Blu-Ray – DVD – Blu-Ray – Rounder/Universal 14/10/2016

In effetti un bel tributo a Jerry Garcia mancava. Sono usciti nel corso degli anni moltissimi tributi ai Grateful Dead, l’ultimo dei quali lo splendido quintuplo Day Of The Dead, http://discoclub.myblog.it/2016/05/24/le-celebrazioni-poteva-mancare-bel-tributo-ai-grateful-dead-various-artists-day-of-the-dead-giorno-1/, la reunion per il 50° Anniversario con relativo album, senza contare che comunque escono sempre almeno due o tre CD all’anno della serie GarciaLive, ma un tributo vero e proprio al chitarrista e mente del gruppo californiano non mi pare fosse mai uscito. Ora, il 14 ottobre p.v., a colmare la lacuna arriverà questo Dear Jerry, disponibile in vari formati, che riporta la serata tenuta il 14 maggio del 2015 al Merriweather Post Pavilion di Columbia, Maryland, due ore e mezza di musica, con una bella lista di ospiti. Ecco i nomi dei partecipanti e i titoli dei brani, oltre ad una piccola anticipazione.

1. The Wheel / Uncle John’s Band – Phil Lesh & Communion
2. Get Out Of My Life Woman – Allen Toussaint
3. Shady Grove – David Grisman
4. (I’m A) Road Runner – Peter Frampton
5. Deal – Buddy Miller
6. Sugaree – Jorma Kaukonen
7. The Harder They Come – Jimmy Cliff, Mickey Hart, Bill Kreutzmann
8. Fire On The Mountain – Jimmy Cliff, Bob Weir, Mickey Hart, Bill Kreutzmann
9. Help On The Way / Slipknot / Franklin’s Tower – Bill Kreutzmann’s Billy & The Kids
10. Scarlet Begonias / I Know You Rider – The Disco Biscuits, Bill Kreutzmann’s Billy & The Kids
11. Loser – moe.
12. St. Stephen – O.A.R.
13. Bertha – Los Lobos & Bob Weir
14. Brown-Eyed Women – Trampled By Turtles
15. Shakedown Street – Yonder Mountain String Band
16. Friend Of The Devil – Bob Weir & Grace Potter
17. Tennessee Jed – Eric Church
18. Morning Dew – Widespread Panic
19. Touch Of Grey – Bob Weir, Mickey Hart, Bill Kreutzmann
20. Ripple – Full Ensemble

E anche la house band che accompagnava i vari ospiti, per usare un eufemismo, non era male: tra gli altri Buddy Miller, Audley Freed, Sam Bush, Raymond Weber, Matthew Rollings, Russell Pahl, Regina, Freda & Ann McCrary, ovvero le McCrary Sisters. Naturalmente in rete, parlando di Dead e dintorni, c’è anche il concerto completo, 3 ore e 45 minuti in tutto, solo in audio, qualità sonora buona ma non eccelsa, però con molti brani che non sono stati inseriti nella versione ufficiale.

Lo stesso giorno è prevista anche l’uscita di un tributo simile, questa volta dedicato a Dr.John (con la presenza di Springsteen!), appena ho la lista completa vi aggiorno.

Bruno Conti