Altra Gran Bella Voce! Eilen Jewell – Down Hearted Blues

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Eilen Jewell – Down Hearted Blues – Signature Sounds        

Eilen Jewell da Boise, Idaho, ma operativa per anni soprattutto nella zona di Boston, Massachusetts, e ora di nuovo tornata a Boise con il marito: attiva anche con un “side-project” come i Sacred Shakers, del cui ottimo Live del 2014 vi avevo resi edotti su queste pagine virtuali http://discoclub.myblog.it/2014/02/11/che-genere-fanno-the-sacred-shakers-live/ . Il genere, per entrambe le vicende musicali, oscilla tra country, folk, gospel, roots music, pare che la chiamino Americana music, ma ci sono sempre state comunque anche tracce di blues. Gli ultimi due dischi della Jewell sono usciti entrambi nel 2015, l’eccellente Sundown Over Ghost Town https://www.youtube.com/watch?v=lbPrKHn59M0  e un doppio dal vivo di difficile reperibilità Live At The Narrows. Non male per una che si era presa una pausa per maternità, ma che dal 2005 a oggi ha già pubblicato complessivamente qualcosa come una decina di album, compreso il nuovo Down Hearted Blues, che come lascia intuire il titolo, è un tuffo appunto nel Blues. Accompagnata dal marito, il batterista Jason Beek, come lei appassionato della grande musica americana, oscura o meno: vengono infatti considerati nell’ambiente, e dal presidente della loro etichetta Signature, dei “musicologi”. In effetti in questo disco Eilen e Jason sono andati alla ricerca di brani della tradizione blues da rivisitare, accompagnati dal pianista e banjoista, nonché ingegnere del suono, Steve Fulton, pure lui, da Boise, Idaho, come la Jewell e il marito, da Jerry Miller, un altro dei Sacred Shakers che, non casualmente, era anche il chitarrista dei leggendari Moby Grape e Shawn Supra al contrabbasso, oltre alla stessa Eilen alla chitarra e all’organo Hammond.

Se volete che sia sincero sino in fondo, ma lo sono sempre come sapete, preferisco la Jewell in un ambito country-folk-roots, ma comunque anche in questo disco, che come detto rivisita 12 brani dall’immenso songbook della tradizione blues, non si può mancare di apprezzarne la bella voce, sempre fresca e pimpante, in un album che pur non eccessivamente paludato e didascalico (e ogni tanto in questo tipo di progetti, pure un po’ palloso), mantiene elementi di roots e Americana in bella evidenza. Registrato in presa diretta e in soli due giorni il CD si apre con It’s Your Voodoo Working, un “oscuro” brano di tale Charles Sheffield, uscito su Excello Records,  che sta tra blues e R&R, e grazie alla voce sexy della Jewell e alla chitarra riverberata e pungente di Miller ricorda un po’ sia Sue Foley che altre blueswomen delle ultime generazioni. Another Night To Cry, viene da Lonnie Johnson, uno degli “originatori” delle 12 battute, ed è uno slow blues che ha una atmosfera sonora che ricorda certe cose di Bessie Smith e Billie Holiday, due dei miti della gioventù della nostra amica, che adotta uno stile vocale pigro e sensuale, adatto a questo brano “notturno”, mentre Miller ricama con la sua solista, poi di nuovo in evidenza nella mossa You’ll Be Mine, un pezzo di Willie Dixon nel repertorio di Howlin’ Wolf, dove non potendo competere con il vocione di Burnett, si opta per uno stile vocale leggero e sbarazzino, quasi da rockabilly girl. Down Hearted Blues, la canzone, era proprio di Bessie Smith, un ciondolante folk-blues molto anni ’20, un po’ sullo stile che In Italia frequentano i Red Wine Serenaders di Veronica Sbergia e Max De Bernardi. 

I’m A Little Mixed Up, di tale Betty James, sarebbe un altro brano oscuro, inciso anche da Diana Krall,  nella versione della Jewell diventa un country-blues mosso e divertito, non troppo diverso da quello della signora Costello, forse leggermente accelerato. Sempre della categoria sconosciuti ma bravi You’re Gonna Miss Me di Albert Washington, un “bluesone” di quelli importanti con il concittadino Curtis Stigers alla sezioni fiati (anche se è solo lui), mentre Walking With Frankie di Frankie Lee Sims, è un altro esempio di quello stile tra R&R e Texas Blues che fa tanto anni ’50 e piacerebbe probabilmente a Jimmie Vaughan, come pure alla brava Eilen, che sembra godersi alla grande tutte queste canzoni. Nothing In Rambling è un altro omaggio alle grandi voci femminili del blues, un pezzo semiacustico di Memphis Minnie, che non avrei visto male nel repertorio di Rory Block, ma pure la Jewell disbriga la pratica con classe, prima di cimentarsi con Don’t Leave Poor Me, più grintosa, che invece è di Big Maybelle Carter, altra grande voce femminile del passato. Crazy Mixed Up World è un altro brano di Willie Dixon via Little Walter, più swingante e felpato in questa versione con Miller di nuovo in evidenza, seguito da un ennesimo brano di Dixon You Know My Love, famoso per la versione di Otis Rush, un blues elettrico che permette a Jerry Miller di dispiegare tutta la sua classe, prima di chiudere con un ultimo brano che francamente mi era ignoto, The Poor’s Girl Story di Moonshine Kate, ulteriore brano che viene dal lontano passato, dall’epoca della depressione, con chitarra acustica, banjo e violino a certificarne l’autenticità, tra country-blues, old time e swing. Questo offre il CD, vedete voi.

Bruno Conti

Una Band Leggendaria Del Rock Californiano, Al Secondo Tentativo. Moby Grape – Ebbet’s Field 1974

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Moby Grape  – Ebbet’s Field 1974 – Keyhole

Di questi tempi un bel Live di un broadcast radiofonico non si nega a nessuno, figuriamoci ad una band che ai tempi è stata leggendaria e a tutt’oggi occasionalmente si esibisce con la formazione che registrò questo concerto del 1974. Stiamo parlando dei Moby Grape, grande gruppo californiano in attività soprattutto nella San Francisco del tempi aurei, tra fine anni ’60 e primi anni ’70, autori di alcuni splendidi album pubblicati dalla Columbia (soprattutto il primo) e poi ristampati una decina di anni fa dalla Sundazed in eccellenti, ma subito scomparse, a parte i due dischi di inediti tuttora in catalogo, edizioni rimasterizzate e potenziate che mettevano in evidenza il grande potenziale di una formazione che vedeva la presenza di ben cinque cantanti e compositori nel proprio organico. Skip Spence, una delle classiche “casualties” del rock, con una carriera afflitta da perenni problemi con droghe e acidi, fu presente solo fino al 1968 e con un breve ritorno di fiamma nel 1971, ma gli altri hanno fatto vari tentativi di ravvivare la loro storia: anche verso la fine del 1973, i due chitarristi Peter Lewis e Jerry Miller, con il bassista e leader Bob Mosley, e l’aggiunta del chitarrista Jeff Blackburn e del batterista Johnny Craviotto (in sostituzione del membro originale Don Stevenson, che per motivi misteriosi diventa Jerry, nelle raffazzonate note del CD) tentarono una ennesima reunion per una serie di concerti.

Sempre dalle suddette note, presenti nel libretto allegato e che in pratica sono un articolo della rivista ZigZag del giugno 1974, apprendiamo che all’inizio di quel tour le esibizioni della band non furono all’altezza della loro fama, ma quando si presentano al famoso Ebbet’s Field di Denver per un concerto destinato ad una trasmissione radiofonica paiono in ottima forma, come testimonia questo dischetto, la cui qualità sonora è buona senza essere memorabile, ma i cui contenuti sono assolutamente destinati a piacere agli estimatori del gruppo. I cavalli di battaglia ci sono tutti, lo stile è quello tipico del quintetto, un misto di rock, blues, folk-rock e qualche traccia di soul/jazz nonché di psichedelia leggera, sciorinato con ottimi intrecci vocali, uno dei loro punti di forza e intricati passaggi chitarristici. Ecco scorrere il vorticoso medley chitarristico dell’iniziale Changes/Falling con la voce “nera” di Mosley che si fa largo in un corposo sound tra rock e R&B, caratterizzato anche dalle armonie vocali sempre presenti, Ain’t No Secret è una potente rock song che evidenzia il sound d’assieme dei Grape, mentre Hey Grandma e Murder In My Heart (For The Judge) mettono in fila due dei loro brani migliori e più celebri, il primo un blues-rock westcoastiano incalzante di Lewis, il secondo, di Miller, uno dei loro pezzi più noti, una piccola “pepita” dello psych-rock della San Francisco di fine anni’ 60, sempre punteggiato dalle chitarre.

Gypsy Wedding era un brano leggermente funky estratto dall’unico album solista di Bob Mosley, con la potente voce del bassista in evidenza, seguito da una lunga rilettura di Miller’s Blues, un “lentone” che non aveva nulla da invidiare a quelli che Bloomfield, l’altro Miller, Steve e svariati altri musicisti proponevano come variazioni rock delle classiche 12 battute. Alcuni brani come Window To My Soul e Long Black Train, come pure la countryeggiante East Train (un pezzo presentato come di Hank Williams?) manco li ricordo, ma confermano la buona vena dei Moby Grape all’epoca, sempre con le chitarre in primo piano. Anche Silver Wings ha questo sound country-rock che imperava in quel periodo, mentre Get On Up ritorna al rock più vibrante, prima di arrivare al gran finale con la potente Can’t Be So Bad, il super classico Omaha e una Goin’ Down che fa sempre la sua porca figura, tra stilettate chitarristiche e voci in libertà.

Bruno Conti

Ma Che Genere Fanno? The Sacred Shakers – Live

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The Sacred Shakers – Live – Signature Sounds Recordings

Quando alcuni anni fa, nel 2008, il batterista e cantante Jason Beek decise di radunare un gruppo di musicisti dell’area di Boston e dintorni per dare libero sfogo alla loro passione per il country e il gospel soprattutto, ma anche per blues, bluegrass e old time music, il tutto suonato con un piglio deciso da rockers scanzonati, non immaginava che in men che non si dica avrebbero trovato un contratto discografico con la Signature Sounds e pubblicato subito un omonimo album d’esordio http://www.youtube.com/watch?v=fdTy5UryycU . La formazione, che all’inizio vedeva cinque o sei elementi, si è poi ampliata fino agli attuali otto, con quattro chitarristi, un banjoista, un violinista, un contrabbassista, oltre allo stesso Beek alla batteria. Non ci sono nomi famosissimi nella formazione, se escludiamo l’ottima cantautrice Eilen Jewell, che però mantiene una presenza molto di supporto, limitandosi a cantare solo in due brani di questo eccellente CD dal vivo registrato nel gennaio 2013 a Cambridge, MA http://www.youtube.com/watch?v=y7hzfER7b4M . Ed è un peccato perché la sua voce sembra ideale per questa esplosiva miscela di generi, ma anche gli altri musicisti che si alternano come voci soliste sono tutti più che adeguati e nell’ambito dell’armonizzazione sono una vera delizia da ascoltare.

Il repertorio viene da oscuri brani tradizionali pescati nell’enorme tradizione della canzone popolare americana di stampo religioso, ma poi vengono eseguiti con una verve ed una freschezza che ricorda sia Carter Family, Hank Williams, Stanley Brothers e bluesman come Son House e Mississippi Fred McDowell, quanto il rock’n’roll, il blues acustico dei primi Hot Tuna meno duri, o il bluegrass di formazioni come i Dillards e i Country Gazette. La traccia d’apertura, All Night, All Day, cantata da Eilen Jewell, è subito un piccolo gioiello di gospel country, con violini, chitarre e tante voci che si rincorrono gioiosamente in una atmosfera festosa. Take Me In Your Boat, cantata dal banjoista Eric Royer, è un country-gospel-rock che mi ha risvegliato vecchi ricordi dei dischi dei citati Dillards e Country Gazette, ma anche degli Old In the Way di Garcia & Co, o dei Byrds di Sweetheart of The Rodeo, con quella riuscita fusione di tradizione e inserti elettrici più moderni. Lord, I Am The True Vine è una travolgente cavalcata gospel, con un riff preso di sana pianta da Bo Diddley ed eseguito come se fossero i Jefferson Airplane in una riuscita fusione tra country, rock e blues, con armonie vocali ammirevoli e tantissima energia, bellissimo brano, Daniel Fram che è la voce solista in questo brano è fantastico, ma tutto il gruppo è debordante! Anche Morning Train, cantata da Jason Beek, ha un train sonoro micidiale, scusate il pasticcio con il titolo, ma banjo, chitarra elettrica, violino e contrabbasso volano che è un piacere e il pubblico sembra gradire.

Satan Your Kingdom Must Come Down potrebbe uscire da qualche disco dei Grateful Dead più acustici, ancora con Royer scatenato al banjo e alla voce, che ricorda vagamente il Garcia degli esordi http://www.youtube.com/watch?v=lPOkpDuWuks . I’m Tired con il chitarrista Greg Glassman alla voce, ha delle intricatissime armonie vocali che esaltano il sapore gospel del brano e Jerry Miller, il chitarrista elettrico della formazione si inventa dei passaggi di cristallina bellezza, ma sono le voci, incredibilmente ben miscelate, a dominare. Belshazzar potrebbe averla scritta Johnny Cash ed in effetti ne ha scritta una, ma con una z sola, però questa canzone, firmata da Mosie Lister è una parente strettissima, sia per lo stile che per l’esecuzione. Won’t You Come And Sing For Me, è una bellissima ballata cantata da Eilen Jewell (in effetti è un peccato che ne canti solo due in tutto il disco), con la bella armonica di Daniel Fram a dividersi gli spazi con banjo, elettrica e violino, altra piccola delizia sonora.

I’ll Remember Your Love In My Prayers di nuovo con Royer alla guida e You Better Quit Drinking Shine, cantata da Fram, rialzano la quota country gospel delle procedure, tra florilegi di banjo, chitarra elettrica e strumenti a corda vari, infiorettati dalle solite geniali armonie vocali. You Got To Move se è quella di Fred McDowell è fatta a una velocità tripla o quadrupla rispetto all’originale, con il violino di Daniel Kellar che rincorre Byron Berline, Vassar Clement  Richard Greene in acrobazie solistiche di pregevole fattura, ben spalleggiato dalla elettrica di Miller, grande protagonista, che ci riporta al Clarence White più country. Anche Run On con Glassman che “spende” il suo secondo biglietto come voce solista, è un’altra cavalcata spericolata tra virtuosismi strumentali e vocali di squisita fattura. Little Black Train è un episodio dall’andatura più compassata e bluesy, ma con un’atmosfera sospesa veramente pregevole e la chiusa con When I Get Home I’m Gonna Be Satisfied è sempre di squisita fattura.

Bruno Conti