Dal Vivo Si Conferma Un Fenomeno. Gary Clark Jr. – Live North America 2016

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Gary Clark Jr. – Live North America 2016 – Warner CD

L’ultimo album del texano Gary Clark Jr., The Story Of Sonny Boy Slim (2015), nonostante il titolo molto blues, era stata una delusione abbastanza cocente, un po’ perché veniva dopo l’infuocato Gary Clark Jr. Live, uno dei dischi dal vivo più belli degli ultimi anni, un po’ perché ci mostrava un artista incerto, a metà tra le strade del blues e tra quelle di un errebi/hip hop dozzinale e che mal si sposava con quello che aveva fatto fino ad ora, un disco nettamente inferiore al suo esordio su major Blak And Blu, che non era perfetto, ma all’80% più che soddisfacente. La dimensione ideale di Clark è però il palcoscenico, sul quale si sente libero di non scendere a compromessi e di dare libero sfogo alla sua incredibile abilità chitarristica, trasformando letteralmente alcune delle sue canzoni: il live album del 2014 evidenziava proprio questo, facendo quasi sembrare che esistessero due diversi Gary Clark Jr., uno più trattenuto che faceva i dischi di studio ed uno che dal vivo entusiasmava le folle, con un’attitudine da discepolo diretto del grande Jimi Hendrix. Ho quindi accolto con giubilo la notizia che il nostro avrebbe pubblicato un altro disco registrato on stage, Live North America 2016, ed ora che lo ho ascoltato posso affermare che siamo esattamente sugli stessi livelli del precedente, che continuo a preferire per il semplice motivo che era doppio mentre questo è singolo.

Qualche dubbio, quando ho visto che ben sette canzoni su dodici erano tratte da The Story Of Sonny Boy Slim, l’ho avuto (con l’altro live invece ci sono solo due brani in comune), ma sin dalle prime note del primo pezzo le mie incertezze sono state spazzate via: Gary dal vivo sembra quasi trasfigurarsi, come se fosse preso dal sacro fuoco del blues, e mostra, oltre al fatto di essere un ottimo cantante, di possedere una abilità chitarristica mostruosa, che gronda bravura ma anche feeling ad ogni nota, senza mai dare l’impressione di scadere nel tecnicismo fine a sé stesso, con la conseguenza di riuscire a migliorare anche canzoni di media qualità. L’album, registrato in diverse date non specificate, vede Gary a capo di un classico quartetto (King Zapata alla seconda chitarra, Johnny Bradley al basso e Johnny Radelat alla batteria), un combo essenziale, asciutto ma dalla grande potenza espressiva, un gruppo ideale per le scorribande del leader. L’inizio del CD è subito di grande potenza, con la rocciosa Grinder, chitarra dura e sezione ritmica granitica, un hard blues che Gary canta con voce leggermente arrochita e dopo poco più di un minuto è già lì che arrota alla grande, preannunciandoci cosa ci aspetta nel seguito del disco. The Healing è ancora puro rock blues, essenziale, tosto, sudato e caldo, con la sei corde del nostro che rilascia un assolo formidabile, non temendo paragoni altisonanti: forse i brani dell’ultimo album si confermano non dei capolavori dal punto di vista dello script, ma suonati così fanno la loro porca figura.

Con Our Love Gary molla un po’ la presa, e ci propone un delizioso errebi dal sapore classico, cantato alla grande e suonato splendidamente, senza rinunciare certamente a far parlare la chitarra: grandissima canzone; Cold Blooded prosegue nel mood rhythm’n’blues, con un tocco di funky che non guasta, meno bella della precedente ma comunque godibile (e poi il finale chitarristico è da applausi), mentre When My Train Pulls In è ancora rock blues all’ennesima potenza, fluido, vibrante e con i fantasmi di Hendrix e Stevie Ray Vaughan non molto distanti, per quasi dieci minuti di pura goduria elettrica. Down To Ride e You Saved Me sommano altri sedici minuti di musica, e se la prima è un soul di gran classe (e non è facile senza organo e fiati), la seconda è una rock song quasi sulfurea, forse non un grande brano ma con una chitarra al solito strepitosa che mette tutte le cose a posto. Shake vede Clark duettare con Leon Bridges (con Jeff Dazey al sax), un pezzo roccato, potente e spedito, un boogie classico davvero trascinante, mentre Church, con Gary anche all’armonica, è un brano cantautorale, una ballata riflessiva e quasi folk, anche se lo spirito rock non manca neppure qua. Verso la fine c’è spazio anche per due cover blues: Honest I Do (Jimmy Reed), in una rilettura di classe, squisita e rispettosa (è anche la più sintetica, poco più di tre minuti), e My Baby’s Gone di Elmore James, con il nostro che dimostra di saperci fare anche alla slide: bellissima, pur in assenza della sezione ritmica. Chiusura con la hendrixiana Numb, altro rock blues torcibudella, con Gary che ci stende definitivamente con alcuni degli assoli più belli della serata.

Non ho molto altro da aggiungere, se non consigliarvi caldamente l’acquisto di questo CD, esprimendo nel contempo il mio rammarico al pensiero che il prossimo album di Gary Clark Jr. sarà in studio.

Marco Verdi

Passa Il Tempo, Ma Le Emozioni Rimangono, Anche Senza I Vecchi Amici. Robin Trower – Time And Emotion

robin trower time and emotion

Robin Trower – Time And Emotion – V12 Records

Il chitarrista inglese pratica, più o meno da sempre, una sua particolare forma di blues, liquido e sognante, per parafrasare il titolo di uno dei suoi album migliori (Long Misty Days) “nebbioso”, assai influenzato dallo stile Hendrixiano, di cui è stato uno degli epigoni migliori: all’incirca ogni anno, nonostante veleggi ormai per i 72 anni (anzi li ha superati), pubblica un nuovo album, e devo dire che se anche se qualcuno si perde un capitolo della sua epopea, sa che la volta successiva troverà il musicista londinese ancora alle prese con questo tipo di musica, un rock-blues energico e ricco di virtuosismo chitarristico. Viceversa dal lato vocale Robin Trower non è mai stato un fulmine di guerra, adeguato ma nulla più e anche questo Time And Emotion conferma pregi e difetti della sua lunga carriera: comunque sempre più i primi dei secondi. E quindi i suoi numerosi fans ancora una volta troveranno quello che si aspettano, ovvero undici nuove solide composizioni firmate dallo stesso Trower, a cui invero non difetta la vena compositiva, vista la prolificità delle sue proposte: la chitarra viaggia sempre spedita e sicura, il sound è brillante, co-prodotto dallo stesso Trower, insieme a Sam Winfield, ma in parte anche dal suo tastierista e bassista (quando non lo suona lo stesso Robin) Livingstone Brown: dove è stato inciso però? Con tipico british humor, ovviamente, al I Presume Studio (non arriva subito); completa il classico power trio Chris Taggart, ormai fisso sullo sgabello della batteria da quattro album.

Se il vecchio “amico” Gary Brooker quest’anno ha festeggiato i 50 anni di carriera con i Procol Harum http://discoclub.myblog.it/2017/05/07/il-ritorno-di-uno-dei-gruppi-simbolo-del-pop-anni-sessanta-procol-harum-novum/ , Trower si avvicina ai quarantacinque da solista, il primo album Twice Removed From Yesterday infatti è del 1973. Se in questo disco non troverete forse innovazioni o nuove idee, non troverete neppure un musicista bollito, anzi, ancora in grado di sorprendere con il suo tocco magico alla chitarra: prendete l’iniziale The Land Of Plenty, un vigoroso rock-blues dove la solista scorre sicura e carica di effetti sul sinuoso groove creato dalla sua band, e se la parte cantata non è memorabile i lunghi solo non mancano di interessare anche l’ascoltatore più distratto, e quando innesta il pedale del wah-wah non ce n’è per nessuno. What Was I Really Worth To You è ancora più nebbiosa e sognante, con la voce filtrata e il classico sound del miglior Trower, melodie non memorabili ma lavoro di fino della sua 6 corde, e forse una maggiore grinta rispetto ad altri recenti album http://discoclub.myblog.it/2015/04/06/altro-arzillo-70enne-robin-trower-somethings-about-to-change/ . Come certifica la “riffata” I’m Gone, l’unica firmata con Livingstone Browne, che mostra parecchie analogie con il sound da power trio dei vecchi Cream o degli Experience di Jimi Hendrix (ma anche del suo trio con un altro vecchio amico come Jack Bruce http://discoclub.myblog.it/2016/01/08/il-piu-grande-bassista-della-storia-del-rock-anche-il-chitarrista-era-male-jack-bruce-and-robin-trower-songs-from-the-road/), grazie all’uso dell’immancabile wah-wah, che imperversa puree nella successiva Bitten By The Snake, misto alla solista tradizionale, visto che Robin si doppia spesso alla chitarra.

Ma è nei  brani lunghi, lenti e dalle atmosfere sospese dove il nostro eccelle, come nell’ottima Returned In Kind, dove il cry baby crea sonorità stranianti e minacciose, prima di “perdersi” in una lunga improvvisazione; e anche la successiva If You Believe In Me supera i 7 minuti, un pezzo sempre intriso dallo spirito del blues elettrico pur contaminato con il rock, dove tutto è costruito attorno alla sempre prodigiosa perizia tecnica del chitarrista britannico. Se tutto il disco fosse sui livelli di questi due brani parleremmo di uno dei suoi migliori album degli ultimi anni, e per certi versi forse lo è: una ballata rock come You’re The One ha una bella melodia intrigante e che si memorizza con facilità, oltre ad un suono veramente splendido della chitarra, degno del suo “maestro” Jimi, e se come dice lui nella successiva Can’t Turn Back The Clock, forse lo si può fermare a quello splendido seventies rock che è il suo marchio di fabbrica, come l’immancabile wah-wah. Make Up Your Mind è un altro di quei blues futuribili dove Robin Trower eccelle, lenti e maestosi, suonati nel suo stile inconfondibile; Try Love tenta anche la strada di un funky-rock mosso e grintoso, che pur essendo meno nello sue corde non fa peraltro calare la tensione di questo Time And Emotion. Che si conclude con la title-track, forse la canzone meno convincente del lotto, una ballata fin troppo morbida ed irrisolta, anche con uso di tastiere, e dove l’assolo è meno convincente che negli altri brani.

Bruno Conti

Sempre Più Raro, Formidabile E “Sconosciuto”, Anche A Quasi 30 Anni Dalla Morte! Roy Buchanan – Telemaster Live in ’75

roy buchanan telemaster live in '75

Roy Buchanan – Telemaster Live in ‘75 – Powerhouse Records

E’ stato detto mille volte, spesso anche dal sottoscritto http://discoclub.myblog.it/2016/01/02/dal-vivo-raro-formidabile-roy-buchanan-lonely-nights-my-fathers-place-1977/ , ma ripeterlo giova: Roy Buchanan è stato uno dei più grandi chitarristi della storia del rock (e del blues), tanto da venire definito “the world’s greatest unknown guitarist”, in possesso di una tecnica mostruosa, che prevedeva il “chicken picking”, l’uso del plettro, ma anche delle dita, del pollice persino, tecniche mutuate dall’uso della lap steel, senza entrare troppo in tecnicismi diciamo che spesso usava queste tecniche contemporaneamente, e nel tempo ci sono stati chitarristi, professionisti e non, che hanno provato a cimentarsi con il suo stile, e sono tuttora inestricabilmente legati alle corde della propria chitarra. Ma Buchanan aveva anche un “tone”, un suono, unico, con lo strumento che sembrava piangere, strepitare, ululare, miagolare, uno dei pochi in grado, non dico di migliorare, ma di replicare gli assoli di Jimi Hendrix, pure quelli col wah-wah, oppure del suo grandissimo ammiratore Jeff Beck. Roy è morto suicida in prigione nel 1988, a Fairfax in Virgina, dopo una lite domestica: ma la sua eredità, il suo retaggio musicale è stato mantenuto vivo da una serie di pubblicazioni d’archivio Live e in studio http://discoclub.myblog.it/2016/08/24/completare-la-storia-roy-buchanan-the-genius-of-the-guitar-his-early-recordings/ , a volte non molto legali, per quanto spesso ben incise, e comunque sempre splendide nei contenuti, ma anche da alcuni dischi approvati dalla famiglia, e in particolare dalla moglie Judy, ancora in vita, o forse da qualcuno dei sette figli e innumerevoli nipoti.

Buchanan, come è noto, ma forse no, per cui diciamolo, aveva rischiato di entrare anche negli Stones, nell’era di Mick Taylor, ma purtroppo non aveva il “physique du role”, per quanto lo avrei visto bene accanto a Keith Richards. Ci ha lasciato una splendida serie di album, soprattutto quelli pubblicati dalla Polydor, dove Roy ha deliziato diverse generazioni di aficionados della chitarra con i suoi assoli al limite del paranormale, ricchi di tecnica e feeling, dischi sia in studio che dal vivo. Proprio da quel periodo viene questo Telemaster Live in ’75, il terzo pubblicato dalla Powerhouse Records, l’etichetta di Tom Principato, grande fan e discepolo di Roy Buchanan e anche di Danny Gatton, altro “mostro sacro” della chitarra elettrica: il primo, uscito nel 2003 era intitolato American Axe, l’altro Live: Amazing Grace, nel 2009, entrambi formidabili. L’unico piccolo appunto che possiamo fare a questo nuovo titolo è la non eccessiva lunghezza, circa 40 minuti, aggiungendo 2 brani registrati nell’agosto del 1973 ai sei provenienti dal concerto del settembre 1975, sempre all’Agora Ballroom di Cleveland. Suonano con lui John Harrison, al basso, Byrd Foster alla batteria e Malcolm Lukens, a organo e piano: i pezzi del suo repertorio sono più o meno sempre quelli, ma come per i grandi della musica classica, ogni esecuzione è talmente diversa che va assaporata e centellinata.

Can I Change My Mind è un delizioso brano tra soul e rock, con l’organo di Lukens che “scivola” sul groove della sezione ritmica, mentre l’assolo parte con una levità e una delicatezza incredibili, poi si sviluppa nel “solito” crescendo meraviglioso di note, prima di lasciare spazio a tutto il gruppo per questo splendido brano di Tyrone Davis. Poi parte Running Out, un brano che sarebbe uscito solo l’anno dopo su A Street Called Straight, quello con il bimbo in copertina con Roy, la dimostrazione lampante che Buchanan avrebbe potuto benissimo suonare rock con gli Stones, un pezzo ruvido e tirato con il nostro che inizia a strapazzare la sua Telecaster come solo lui sapeva fare, scale velocissime ed inconsuete scovate sul manico; segue una Further On Up The Road, leggermente più veloce di altre versioni conosciute, ma il momento topico è comunque sempre quello dell’assolo, in questo caso quasi canonico, quasi, perché dopo un minuto si stufa e cava dalla sua Tele un fiume di note, e pure Lukens fa la sua parte. Non vorrei dire una eresia, non credo però, ma a me il cantante (anche se non accreditato nelle note, al solito scarne) sembra proprio il grande Billy Price, voce storica della band e presente pure nel disco ufficiale del 1975 Live Stock, e di cui, detto per inciso, al 7 Aprile uscirà un nuovo album, Alive And Strange, per la VizzTone.

Ma ritorniamo al concerto, tocca a I Used To Have A Woman, uno di quei blues lancinanti dove Buchanan rivolta la sua chitarra come un calzino, creando un fiume di note che emoziona e stordisce l’ascoltatore grazie alla sua varietà di temi e tonalità, e fantastica pure la parte cantata (confermo può essere solo Price, canta troppo bene!). Non ci siamo ancora ripresi che arriva  una poderosa Sweet Home Chicago, mentre il concerto del ’75, senza soluzione di continuità, termina con lo strumentale classico The Messiah Will Come Again, la chitarra elettrica al limite del preternaturale e oltre. Se considerate che il tutto è inciso benissimo, questo disco è indispensabile. E alla fine ci sono pure i due brani del ’73: prima una travolgente Whole Lotta Shakin’ Goin’ On, dove il cantante è effettivamente “sconosciuto”, ma gli altri, soprattutto Roy, suonano, cazzo (scusate il francesismo) se suonano! E anche il finale, con la sua strepitosa versione strumentale del classico Sweet Dreams, è da sballo. Aspettiamo il prossimo della serie, magari prima di sette o otto anni.

Bruno Conti

roy buchanan rockpalast

P.s. Sempre il 7 aprile verrà (ri)stampato di Roy Buchanan anche questo Live At Rockpalast – Hamburg 1985, in versione CD+DVD, ma comunque le versioni divise del CD e del DVD sono regolarmente in produzione e si dovrebbero trovare con facilità, però per confondere le idee…

E Questi Sono Giovanotti Veri, Molto Promettenti! Chase Walker Band – Not Quite Legal

chase walker band not quite legal

Chase Walker Band – Not Quite Legal – Revved Up Records

Già lo dichiarano fin dal titolo (e guardando la foto di copertina qualche dubbio sorge subito): ma quanti anni avranno? Chase Walker, California del Nord, data di nascita 16 agosto 1998, chitarrista, cantante ed autore, Randon Davitt, basso e voce e Matt Fyke, batteria, faticano davvero ad arrivare alla maggiore età. Ma sono già al secondo album, il primo Unleashed era uscito nel 2014: nel frattempo il nostro amico ha partecipato anche a The Voice, versione americana. Per fortuna sembra che negli ultimi anni molti baldi giovanotti (mai abbastanza comunque, contro una massa di “fenomeni da baraccone” che appaiono nei cosiddetti talent show) abbiano deciso di tornare al rock, e alla buona musica in generale. Certo sarebbe importante se oltre a gente che la suona, ci fossero anche molti altri giovani che la ascoltano, ma su queste pagine, anche nella nostra funzione di “diversamente giovani” cerchiamo di spargere la buona novella. Proprio di recente vi parlavo della Austin Young Band http://discoclub.myblog.it/2016/11/02/altro-talento-azione-giovane-nome-fatto-austin-young-band-not-so-simple/ , in Inghilterra, anzi Irlanda, sono sbucati gli Strypes, gente che campa a pane Yardbirds, Stones. Dr. Feelgood per gli ultimi, o Albert King, Hubert Sumlin, ma anche Bonamassa e Stevie Ray Vaughan per Austin Young.

Chase Walker e soci si rifanno moltissimo a gente come i Black Crowes, o tornando nel passato i grandi Humble Pie di Steve Marriott, senza dimenticare il nume tutelare di tutti i chitarristi, tale Jimi Hendrix da Seattle, di cui la Chase Walker Band propone una inconsueta versione di Red House. Il brano è un blues lento, lancinante, ispirato dalle 12 battute più classiche, rivisto nell’ottica unica del grande Jimi. Il terzetto di Chase Walker rivisita il brano con un arrangiamento diverso: l’incipit si avvale di una resonator acustica dal corpo d’acciaio (quella che appare nella copertina) e il battito di un piede, quindi proprio blues primigenio che ci permette di apprezzare una voce matura ben oltre i propri anni, poi entra la forza elettrica del brano, anche se la voce filtrata e distorta forse non rende la carica dirompente della canzone, ma l’idea di accelerare il tempo e trasformarlo in un power rock-blues duro e tirato, è vincente, il nostro amico è un chitarrista dal tocco ruvido ma ricco di feeling, innervato da anni di ascolti di rock classico. Già l’apertura di Done Loving You, con l’organo di Drake Murkihaid Shining ad irrobustire ulteriormente il sound sudista che esce dagli ampli, ricorda moltissimo i Black Crowes degli inizi (che non so se già a questa età erano così bravi, forse sì), e non è un brutto punto di partenza. Alcuni brani, quattro, sono prodotti da Gino Matteo, il chitarrista della Sugaray Rayford Blues Band, e l’uso massiccio di armonie vocali spesso è vincente. Il rock grintoso e ad alta densità i riff, ci riporta al sound degli Humble Pie citati all’inizio, Chase Walker ha una voce potente e con la giusta dose di negritudine, e un brano come la rocciosa The Walk sta a testimoniarlo, la chitarra urla e strepita in risposta alla voce e l’atmosfera è quella giusta,  magari sentita mille volte! Pazienza ce ne faremo una ragione.

New State Of Mind, di nuovo prodotta da Matteo, ha un bel suono, ricco di tastiere, anche chitarre acustiche, ottime armonie vocali, una bella melodia, il tutto per una ballata mid-tempo di notevole valore. Pure I Warned You mantiene la stessa pattuglia di musicisti e conferma questo suono tra “roots” ed “Americana”, con i fratelli Robinson come punto di riferimento sonoro e una bella attitudine rock che non tralascia però le melodie. Niente male anche Cold Hearted, altro brano che mescola rock classico e un linguaggio crudo e senza peli sulla lingua nei testi, oltre ad un bel solo nella parte centrale, cosa ribadita nella esplicita Don’t F*** It Up, di nuovo con una bella melodia avvolgente e vincente, niente per cui strapparsi le vesti, ma che denota una buona frequentazione con una musicalità vicina ai “Corvi Neri”, e l’assolo non manca mai. 54- 46 è una cover che non mi sarei aspettato, un brano di Toots And The Maytals, tra reggae e rock, che sinceramente non mi fa impazzire; meglio la riffata Changed cantata dal bassista Randon Davitt, fin troppo basica, mentre It’ll Pass è l’ultimo brano prodotto da Matteo, di nuovo con acustiche e organo ad ampliare lo spettro sonoro verso un southern rock di buona fattura. E l’ultima cover Honey Jar è un pezzo di una formazione, i Wood Brothers, che mi piace moltissimo, anche se questa versione è un po’ irrisolta, e denota le idee a tratti non ancora definite del trio di Chase Walker; anche Living On Thin Ice è un buon pezzo rock, ma irrita l’uso ancora una volta della voce distorta e filtrata, visto che il nostro ha una bella voce e l’assolo di chitarra non risolve il tutto. La hidden track finale Yabba Dabba è una strumentale con voiceover della band, e si salva giusto per l’ottimo lavoro della solista. Insomma i ragazzi sono bravi, ma devono lavorare sulle proprie idee e migliorarsi.

Bruno Conti

Figli E Nipoti Del “Blues Delle Colline”! Cedric Burnside Project – Descendant Of Hill Country

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Cedric Burnside Project – Descendants Of Hill Country – Cedric Burnside

Ai Grammy del 2016 la cinquina dei candidati per la sezione “Best Blues Album” era composta da: John Primer con il suo Muddy Waters 100, Shemekia Copeland con Outskirts Of Love, Bettye LaVette con il notevole Worthy, Buddy Guy con Born To Play Guitar, che l’ha vinto. Il quinto nome era quello del Cedric Burnside Project con questo Descendants Of Hill Country. Di solito vince il più famoso, ma la nomination aiuta comunque il disco ad essere conosciuto da un pubblico più ampio. Non è il caso del CD in questione, uscito lo scorso anno, se ne è parlato a dire il vero molto poco, ed è un peccato perché il disco merita, e quindi parliamone, sia pure con ritardo, ma non fuori tempo massimo. Rintracciarlo rimarrà una impresa, visto che l’album non ha neppure una etichetta, il classico esempio di autoproduzione, ed è pure costoso acquistarlo per noi abitanti del Vecchio Continente, ma, ripeto, sbattersi un po’ vale la pena. Cedric Burnside, è il nipote di R.L, con i “compari” Junior Kimbrough, Jessie Mae Hemphill e Otha Turner (ma insieme a vari altri), tra gli inventori del cosiddetto Hill Country Blues, una branca del blues del Delta del Mississippi, nata appunto sulle colline nel nord della regione, vicino ai confini con il Tennessee, e praticato negli scassati juke joints della zona.

Partito come genere acustico e rurale, poi si è elettrificato ed ha avuto un momento di relativa grande fama, quando, soprattutto Burnside e Kimbrough, con il loro dischi per la Fat Possum degli anni ’90, hanno creato una cerchia di discepoli che  avrebbe compreso la Jon Spencer Blues Explosion, Kenny Brown (a lungo chitarrista con R.L. Burnside, con agli inizi, un giovanissimo, quasi bambino. Cedric, alla batteria), i North Mississippi Allstars, Lightnin’ Malcolm, anche a fianco di Cedric in un paio di progetti. Il nostro amico ha suonato la batteria pure con Jimmy Buffett, Widespread Panic, con il fratello minore Cody (scomparso nel 2012) nel primo album del Cedric Burnside Project, e poi con Bernard Allison nell’Allison Burnside Express http://discoclub.myblog.it/2013/02/20/nuovi-incroci-di-famiglie-blue-allison-burnside-express/ . Nei vari dischi, tra i nomi ricorrenti, c’erano quelli di Garry Burnside, lo zio (ma ha solo due o tre anni più del nipote) e l’amico Trent Ayers a chitarra e basso, entrambi qui in azione. Formalmente Cedric sarebbe il batterista, ma spesso passa alla chitarra, in un interscambio di ruoli con Garry, che suona appunto chitarra, basso e batteria. Il risultato è un sound da power trio, denso, tirato e chitarristico, che sicuramente prende spunto da quello di genitori e parenti vari (il babbo di Trenton era il bassista di Kimbrough), con vari spunti dal blues del Delta, soprattutto nei brani acustici, ma anche, e molto, dal suono di Jimi Hendrix, dal rock-blues degli Zeppelin, dalle ipnotiche cavalcate boogie di John Lee Hooker e dal funky di James Brown, oltre a diverse altre influenze https://www.youtube.com/watch?v=ZrPdg03-VQI .

L’iniziale Born With It, con il suo poderoso ed ipnotico groove, mette subito in chiaro quale sarà l’impostazione sonora di questi “Discendenti” delle colline, basso potente, drumming agile e variegato, la voce sicura e grintosa, e la chitarra che alterna tratti ritmici e da solista con notevole fluidità. Hard Times introduce il sound di una slide guizzante e minacciosa, con un interscambio formidabile tra il terzetto di musicisti che non ha nulla da invidiare al miglior Johnny Winter delle origini https://www.youtube.com/watch?v=EkjNhXoTa8s , mentre Front Porch è una sorta di ballata corale, cantata da tutti i componenti della band, con elementi country ed un’aria quasi pastorale e Don’t Shoot The Dice unisce il funky di James Brown e Sly Stone con certo rock’n’soul alla Chambers Brothers, e il tempo reiterato dalla chitarra usata in modalità ritmica ma anche con tocchi solisti, tra SRV e il Jimi Hendrix più “nero”. Going Away Baby è boogie blues-rock, anche con connotazioni southern, ma sempre con la lezione del mancino di Seattle bene impressa in testa, la chitarra raramente si avventura in improvvisazioni roboanti, ma il suono rimane duro e cattivo. Anche Airport resta ancorata al funky-blues, che è uno dei temi ricorrenti del disco, mentre You Just Wait And See, vira verso territori acustici, mantenendo comunque la tensione del resto dell’album, per poi tornare al blues-rock della breve ma sapida Tell Me What I’m Gonna Do, altro perfetto esempio di North Hill Blues; This Is For The Soldiers è una delle più hendrixiane del lotto, una sorta di Voodoo Chile (non la parte Slight Return) rivisitata con un nuovo testo, Skinny Woman è folk-blues della più bell’acqua, solo voce e chitarra acustica. Mentre l’elettricità torna nella minacciosa That Changes Everything, sempre attraversata da contaminazioni tra rock e blues, portate all’ennesima potenza per Down In The Delta, che sembra un Robert Johnson d’annata nella interpretazione del Jimi della Band Of Gypsys. A chiudere un altro tuffo nelle 12 battute più classiche per Love Her Till I Die. Nomination più che meritata, direi che vale la pena di cercarlo.

Bruno Conti

Sempre Lui, Il Classico “Guitar Hero” Colpisce Ancora! Philip Sayce – Scorched Earth Volume 1

philip sayce scorched earth volume 1

Philip Sayce – Scorched Earth Volume 1 – Warner Music Canada

Di Philip Sayce, chitarrista nato in Galles, ma cresciuto in Canada, e in quella scena musicale molto apprezzato (grande amico di Jeff Healey, di cui è una sorta di discepolo, anche se un filo più “tamarro”), mi sono già occupato in altre occasioni, l’ultima volta per Influence il disco del 2014, ma come ho detto appunto in quella recensione  http://discoclub.myblog.it/2014/08/24/nuovo-capitolo-della-serie-bravo-basta-philip-sayce-influence/ (nonostante l’album fosse prodotto da Dave Cobb, che firmava anche alcuni brani con Philip), non mi ha mai convinto del tutto: intendiamoci, grande tecnica, una sana propensione verso un repertorio tendente al rock-blues, una eccellente presenza scenica, forgiata in lunghi anni sui palcoscenici di tutto il mondo come chitarrista della band di Melissa Etheridge. Insomma il classico “guitar hero”, sempre però della categoria Esagerati (con la E maiuscola): ma questa volta, nella dimensione Live, forse trova quasi una sorta di consacrazione, anche per chi non lo ama alla follia, ma lo rispetta, come il sottoscritto.

Come dice il titolo dovrebbe essere il primo volume (di una serie?): registrato dal vivo proprio in Canada, alla Silver Dollar Room di Toronto, città dove risiede, con una formazione triangolare, il classico power trio, in cui Joel Gottschalk è il fedele bassista, da molti anni con lui, mentre il batterista di solito è Jimmy Paxson, uno che ha suonato con Alanis Morissette, Dixie Chicks e Stevie Nicks, ma per l’occasione è sostituito da Kiel Feher. Forse l’unico difetto (o è un pregio, così non ci si annoia) è la durata del dischetto, solo 7 brani, per una durata totale di circa 40 minuti. L’influenza principale mi pare Jimi Hendrix (e per proprietà transitiva il suo discepolo Stevie Ray Vaughan) ma ci sono anche elementi del classico hard-rock, sia britannico che americano, anni ’70: Steamroller – Powerful Thing parte subito forte, una introduzione voce e chitarra, poi ci si tuffa in un power trio tirato anziché no, dove si apprezza anche la voce, piacevole quantunque non eccelsa di Sayce, il classico shouter rock, che poi però inizia a sciorinare il suo repertorio fatto di pirotecniche cavalcate soliste, dove oltre a Jimi, rivivono altri epigoni, come Frank Marino, lo stesso Jeff Healey (che però aveva un’altra classe), naturalmente SRV, di cui è ancora più evidente l’influenza nella successiva, poderosa, Blues Ain’t Nothing But A Good Woman On My Mind (pezzo di Don Covay), dove il nostro amico rivaleggia con gente come Bonamassa, Kenny Wayne Shepherd, Eric Gales e soci, una bella compagnia, in cui Philip non sfigura assolutamente.

Standing Around Crying/Aberystwyth è un eccellente slow blues in medley, il primo brano di Mastro Muddy Waters,  sognante e liquido, in cui Sayce disvela tutta la sua tecnica, ma anche un eccellente feeling, in un lungo assolo con wah-wah di proporzioni pantagrueliche, un brano che poi ricorda, nel titolo della seconda parte, la città natale del gallese. Beautiful, come il brano di apertura, viene dal disco del 2012 Steamroller, un piacevole e ritmato funky-rock, tre minuti senza infamia e senza lode, mentre A Mystic ha una grinta e una stamina notevoli, un brano tirato, con qualche elemento alla Rory Gallagher, la solita chitarra fiammeggiante e la sezione ritmica che ci dà dentro di brutto, fino all’avvento di un wah-wah forsennato, tirato allo spasimo, e che Hendrix probabilmente avrebbe approvato. Influenza ancora più evidente nel centrepiece dell’esibizione, una Out Of My Mind, epitome del perfetto pezzo per power trio, duro e tirato, a colpi di riff, con lunga improvvisazione della chitarra solista, che nel suo procedere a un certo punto cita, immancabilmente, anche il riff di Third Stone From The Sun e altre delizie di Jimi Hendrix, che però, con il dovuto rispetto per Philip Sayce, era un’altra cosa, anche se il canadese si fa rispettare con il suo stile fluido e potente., e pure Gottschalk e Paxson non scherzano. In conclusione Alchemy, un lungo brano strumentale che Sayce dedica alla moglie, di nuovo un eccellente slow blues dove si apprezza il lato più riflessivo e tecnico della sua musica: insomma sarà pure “esagerato” ma non si può negare che sia bravo.

Bruno Conti

Promosso Con Qualche Riserva “L’Amico” Di Eric! Doyle Bramhall II – Rich Man

doyle bramhall II richman

Doyle Bramhall II  – Rich Man – Concord                          

Devo dire che avevo una certa aspettativa per il nuovo album solista di Doyle Bramhall II, in base a quello che avevo letto, ma poi, fedele praticante del vecchio motto di Guido Angeli “provare per credere”, preferisco sempre verificare di persona. Insomma, fra poco capiamo meglio. Il nostro amico, nel corso degli anni si è indubbiamente costruito una solida reputazione: texano di Austin, figlio di Doyle Bramhall (a lungo amico e collaboratore di Stevie Ray Vaughan), cresciuto a pane, blues, soul e R&B, ma anche il rock di Hendrix e SRV, poi fondatore con  Charlie Sexton degli Arc Angels, una band che non ha reso come prometteva il potenziale, una carriera solista con alcuni buoni album, di cui l’ultimo Welcome, uscito nel 2001. Da allora è iniziata una lunga collaborazione con Eric Clapton, che lo considera uno dei migliori chitarristi su piazza, ma anche con Derek Trucks e Susan Tedeschi, con Sheryl Crow, di cui è stato  produttore dell’ottimo 100 Miles From Memphis, e ancora una copiosa serie di collaborazioni che non citiamo, ma è lunga come le Pagine Gialle (se esistono ancora). Torniamo quindi a Rich Man: le premesse per un buon album, leggendo quanto appena scritto, ci sarebbero tutte e il sottoscritto si è dedicato con impegno all’ascolto di questo nuovo album. Verdetto? Promosso, con piccole riserve, vediamo perché.

Il disco nell’insieme è buono, ma in alcuni brani c’è una tendenza sonora verso derive che si avvicinano pericolosamente ai brani più commerciali di Prince e Lenny Kravitz (cioè quasi tutti), mentre altrove, spesso e volentieri, ci si rivolge al funky-rock-soul, quello dei primi anni ’70, di recente rivisitato, per esempio, nell’ottimo Love And Hate di Michael Kiwanuka http://discoclub.myblog.it/2016/08/04/michael-kiwanuka-love-hate-supera-brillantemente-la-prova-del-difficile-secondo-album/ : ed ecco quindi che nell’iniziale Mama Can’t Help You (Believe It) il brano sia stato scritto da Bramhall proprio per svilupparsi intorno ad un groove di batteria creato da James Gadson, quello che suonava in alcuni dischi di Bill Withers, Temptations, Charles Wright & the Watts 103rd Street Rhythm Band, tutti luminari del funky e del soul di quel periodo, e il risultato è assai gradevole, con il suono avvolgente delle chitarre, delle tastiere, degli archi accennati e delle voci di supporto che ruota attorno alla bella voce di Doyle, che poi rilascia un assolo di chitarra lancinante e incisivo, bella partenza. Non male anche la successiva November, un brano dedicato allo scomparso padre di Doyle, con cui condivideva, come ricordato, una passione per questo R&B meticciato con  il rock, qui il suono è perfino troppo lussureggiante, con strati sovrapposti di fiati e archi che circondano questa bella ballata d’amore per il padre perduto https://www.youtube.com/watch?v=LungqZ0bJ-0 . The Veil ricorda molto proprio il sound del disco di Kiwanuka ricordato poc’anzi, un funky soul targato 70’s con piccoli tocchi di wah-wah e organo a tratteggiare un soul orchestrale influenzato da Withers, Gaye e altri praticanti dello stile, avvolgente e sospeso, qualche inserto di falsetto e il solito bel assolo di Bramhall che è un eccellente solista. Profumi d’oriente per My People, un’altra delle passioni di Doyle, con la parte iniziale dove un sarangi, la chitarra a 12 corde, l’harmonium e percussioni varie rimandano alle atmosfere di certi brani di George Harrison, ma poi il brano si sviluppa in un rock-blues mid-tempo di buona fattura, con i consueti ficcanti inserti della solista del nostro.

Per mantenere i contatti con la musica indiana nel successivo brano Bramhall chiama la figlia di Ravi Shankar, Norah Jones, che però appare nel brano, New Faith, in qualità di raffinata chanteuse tra pop e jazz, per un brano elettroacustico, intimo e raccolto, dove la voce della Jones viaggia all’unisono con quella del titolare, per una piacevole ballata in leggero crescendo, assai godibile. Fin qui tutto bene, Keep You Dreamin’ parte con tocchi hendrixiani, ma poi vira verso quelle derive Prince/Kravitz non del tutto impeccabili e il solo di wah-wah non basta a redimerla, e anche Hands Up, collegata nel testo ai disordini razziali dello scorso anno, al di là del favoloso lavoro della solista di Bramhall, qui in grande spolvero nella parte centrale, è forse un tantino pasticciata, ma magari sbaglio io. Rich man, di nuovo con un ricco arrangiamento degli archi, è un altro esempio dell’orchestral soul che prevale in gran parte dl disco, poi ribadito nella successiva Harmony, che sembra una ballata (bella) di quelle di Prince. Cries Of Ages ha un bel testo, buon lavoro di chitarra, ma la trovo un po’ confusa e pomposa, mentre sui ritmi orientali di Saharan Crossing, con continui oh-oh-oh vocali, stenderei un velo pietoso. Molto bello il finale rock, prima con una lunga The Samanas, dai suoni futuribili e selvaggi, che rendono omaggio alla terza facciata sperimentale di Electric Ladyland di Jimi Hendrix, poi citato direttamente con una bella versione di Hear My Train a Comin’, inutile dire che in entrambi i brani Doyle Bramhall II si sbizzarrisce alla grande alla chitarra https://www.youtube.com/watch?v=puuVXZeFHy8 . Visti i suoi ritmi, ci risentiamo tra 15 anni per il prossimo album.

Bruno Conti

La Classe Non Manca: Una Piacevole Sorpresa “Acustica”! Eric Johnson – ej

eric johnson EJ

Eric Johnson – EJ – Mascot/Provogue

Nel 2014 erano usciti Europe Live http://discoclub.myblog.it/2014/06/17/prossimo-disco-dal-vivo-eric-johnson-europe-live/  e Eclectic, il disco registrato in coppia con Mike Stern http://discoclub.myblog.it/2015/02/11/rock-blues-jazz-eric-johnson-and-mike-stern-eclectic/ , ora, quasi a smentire le voci di scarsa prolificità che sono sempre state accostate a Eric Johnson (anche da chi scrive), esce già un nuovo album, EJ, il primo completamente acustico della sua carriera, diciamo meglio unplugged, perché non tutti i brani sono stati realizzati in solitaria. E volete sapere una cosa? Mi sembra decisamente bello, uno dei migliori della sua discografia, forse alla pari con Tones, con  Eric che si divide tra diversi tipi di chitarra acustica e il pianoforte: nove composizioni originali e quattro cover. Se vogliamo ulteriormente approfondire, contrariamente alle sue abitudini, il disco è stato registrato in presa diretta, con pochissime sovraincisioni, nel suo studio Texas Saucer Sound di Austin, con l’aiuto di alcuni musicisti, l’altro chitarrista Doyle Dykes, la violinista Molly Emerman, John Hagen al cello, e gli abituali accompagnatori di Johnson, la doppia sezione ritmica, a seconda dei pezzi, Tommy Taylor e Wayne Salzmann alla batteria e Roscoe Beck e Chris Maresh al contrabbasso.

Partiamo dalle cover: Mrs. Robinson di Simon And Garfunkel è la prima, una versione strumentale per sola chitarra acustica, molto bella, con un approccio sonoro che ricorda molto quello dei dischi della Windham Hill, pensate a William Ackermann, Alex De Grassi, ma anche Michael Hedges, tra fingerpicking e quei tocchi più moderni che hanno caratterizzato l’etichetta fondata da Ackermann. Eric Johnson è da sempre considerato un vero virtuoso della chitarra elettrica (tra i suoi fans più insospettabili c’era anche il conterraneo Stevie Ray Vaughan che lo considerava uno dei solisti più eclettici in circolazione e ne ammirava la tecnica e la dedizione allo strumento). Tutti elementi che risaltano in questo EJ, proprio a partire dalla appena citata rilettura del classico di Simon, un vero turbine di corde acustiche, accarezzate, pizzicate e percosse con vigore dal nostro amico, che pare quasi moltiplicarsi in questa dimostrazione di tecnica, ma anche di gusto squisito, al pari con i grandi virtuosi del passato. La seconda cover, sorprendente, è l’omaggio a Jimi Hendrix (da sempre tra i  miti di Johnson) qui ripreso con una versione di One Rainy Wish, uno dei brani di Axis: Bold As Love che secondo gli appassionati del mancino di Seattle evidenziava le influenze di chitarristi jazz come Jim Hall e Wes Montgomery (altri punti fermi di Johnson) rivisti nell’ottica unica di Hendrix, e pure nella rilettura del texano ritornano e si evidenziano quegli elementi jazz, tra chitarre acustiche, piano, una sezione ritmica agile ed inventiva e il cantato caldo e partecipe del nostro amico, non sempre vocalist di grande pregio, che però nel brano in questione e in generale in tutto l’album dimostra di essere a proprio agio in questa atmosfera più intima e raccolta.

Il terzo brano non originale è una vorticosa cover, accelerata allo spasimo, quasi a tempo tra bluegrass e ragtime, del classico di Les Paul e Mary Ford (ma era nata come canzone popolare americana degli anni ’20, la facevano anche Stanlio e Olio), The Word Is Waiting For The Sunrise, un duetto con Doyle Dykes che rievoca quelli dei virtuosi della chitarra degli anni ’70. Ancora Simon & Garfunkel per Scarborough Fair, anche se la canzone è in effetti  un traditional imparato da Simon da Martin Carthy, che include la famosa lirica Parsley, Sage, Rosemary And Thyme, titolo di uno dei loro dischi più belli: nell’interpretazione di Eric Johnson diviene una fluente ballata per solo piano e voce dove vengono alla luce anche i lati più melodici del musicista di Austin.

Il resto del disco è tutto farina del suo sacco: dalla delicata e deliziosa canzone Water Under The Bridge, ancora solo piano e voce, passando per Wonder, altro esempio di approccio folk che potrebbe ricordare musicisti inglesi come Carthy, Jansch e Renbourn, e ancora Wrapped In A Cloud, splendido esempio di brano soft-rock (un termine forse desueto ma efficace) con piano, cello, sezione ritmica e voce femminile di supporto, che rimanda ai migliori brani di Elton John, ma anche di vecchi datori di lavoro di Johnson come Carole King e Cat Stevens. Once Upon A Time In Texas è un eccellente strumentale che si rifà a gente come Leo Kottke, con le corde d’acciaio della chitarra di Eric sollecitate al meglio, e anche Serinidad è uno splendido strumentale, questa volta più malinconico, con le mani che scivolano delicate sul nylon delle corde. In Fatherly Downs si accompagna con una Martin D-45 in un’altra bella ballata cantata di stampo folk e svolazzi virtuosistici di chitarra. Mentre November, dove appare anche uno struggente violino, è una ulteriore bella ballata pianistica con tutto il gruppo che lo accompagna e All The Things You Are, solo voce e acustica, se non fosse per la voce più sottile di Johnson, potrebbe rimandare di nuovo ai brani in fingerpicking di Leo Kottke. A chiudere Song For Irene, altro complesso strumentale dove suona la steel string guitar. Veramente tutto bello!

Bruno Conti

Mick Taylor – Stranger In This Town. Ritorna Uno Dei Suoi Rari Dischi!

mick taylor stranger in this town

Mick Taylor  –  Stranger In This Town – Maze    

Mick Taylor è stato uno dei casi più eclatanti di un musicista la cui carriera solista si è rivelata inversamente proporzionale alla sua bravura come strumentista, nel suo caso chitarrista: uno dei più grandi Gregari (con la G maiuscola) della storia della musica rock, con otto anni sontuosi tra il 1966 e 1974, tre con i Bluesbreakers di John Mayall e cinque con i Rolling Stones, i migliori della band di Jagger e Richards. Poi una sorta di lungo oblio, ravvivato di tanto in tanto da fiammate di creatività: l’album solista omonimo del 1979 (ristampato in CD nel 2011), un buon disco senza essere memorabile, bissato solo da un altro album di studio uscito nel 2000, qualche collaborazione, non molte, a livello discografico, con Carla Olson, e qualche disco dal vivo, per etichette via via più minuscole. Non molto per un musicista che ancora oggi è in grado di creare scosse chitarristiche di grande pregio ed inventiva quando (ri)chiamato all’azione: vedasi l’utilizzo nelle tournée degli Stones del 2013 e 2014, quando inizia suonare la sua solista in Midnight Rambler e altri brani è stata subito un’altra storia.

Comunque, senza piangere troppo su quello che non è stato, accontentiamoci di quel poco che possiamo avere. Per esempio questo Stranger In This Town, un disco dal vivo già pubblicato da una piccola etichetta nel lontano 1990 (la stessa della nuova versione), e che contiene riscontri del tour estivo in Svezia del 1989, con un paio di brani registrati rispettivamente a Philadelphia e in Germania nello stesso anno. Mick Taylor, per una volta, è accompagnato da un’ottima band, con Max Middleton, del secondo Jeff Beck Group, alle tastiere, Wilbur Bascomb, anche lui spesso con Beck, al basso, Eric Parker alla batteria, spesso con Ian Hunter, e Shane Fontayne alla seconda chitarra, da lì a poco con Springsteen, e oggi nella band di Jackson Browne. Quindi ottimi musicisti, che, uniti alla scelta di un repertorio più che adeguato, garantiscono un disco dal vivo di buona qualità, che ha nelle parti vocali di Taylor (non è mai stato un gran cantante, adeguato diciamo) il suo punto debole, e in quelle soliste alcuni momenti di grande estro qualitativo. Stranger In This Town è un onesto pezzo rock, molto riffato, tipicamente Stonesiano, con i musicisti ben centrati e Mick che quando inizia suonare la chitarra fa subito la differenza, un bel solo con wah-wah che indica quello che sarà il mood della serata.

Il suono è buono (anche se nel finale di CD peggiora) e quando Taylor inizia ad esplorare il repertorio di Albert King, uno dei suoi preferiti in assoluto, le cose si fanno serie: I Wonder Why è un classico Chicago Shuffle, con la solista che viaggia sicura e come atmosfera sonora siamo dalle parti di Eric Clapton, di nuovo con il pedale wah-wah molto impiegato, come in gran parte del concerto. L’altro pezzo di King è Laundromat Blues, più lenta e cadenzata, quasi lancinante nel suo dipanarsi, ma sempre con il blues come stella polare. Anche il pezzo successivo sarebbe uno slow blues, ma è la variazione sul tema portata da Jimi Hendrix, che anche Taylor considera il più grande chitarrista mai esistito, e lo omaggia con una versione di Red House molto fedele all’originale, peccato venga sfumata brutalmente, gran bella musica in ogni caso. Non poteva mancare un pezzo degli Stones e il prescelto è Jumpin’ Jack Flash, la quintessenza del R&R, la voce è un’altra, purtroppo, ma la chitarra è la grinta sono quelle https://www.youtube.com/watch?v=V1suZdT_Des .

Anche Little Red Rooster di Howlin’ Wolf faceva parte del repertorio delle “Pietre Rotolanti”, registrata in Germania, ci permette di gustare la magica slide di Mick Taylor, mentre Goin’ South, il pezzo più lungo del disco è una sorta di escursione nella musica latin-rock, con il nostro che si inventa un assolo di quelli ricchi di tecnica ed inventiva, poi vanificato da un finale simil fusion, al solito brutalmente sfumato, con pessima abitudine. You Gotta Move, registrata a Phildelphia con Blondie Chaplin alla seconda chitarra, ci permette ancora di ascoltare un grande chitarrista, di nuovo alla slide, ma con gli Stones era ovviamente un’altra cosa.

Bruno Conti

Dacci Oggi Il Nostro “Nuovo” Jimi Hendrix Annuale! Il 30 Settembre Esce Machine Gun: The Fillmore East First Show 12/31/1969

jimi hendrix machine gun

Jimi Hendrix – Machine Gun: The Fillmore East First Show 12/31/1969 – Sony Legacy/Experience Hendrix CD LP SACD

E’ stato sicuramente il più grande chitarrista della storia del rock (e non solo quello), ma anche uno dei musicisti più sfruttati dall’industria discografica: sono passati 46 anni dalla sua scomparsa, avvenuta il 18 settembre del 1970, ma non passa anno senza che non esca un “nuovo” disco di Jimi Hendrix. Anzi, anche di più di uno all’anno, da un calcolo spannometrico direi che tra album di studio, dal vivo, antologie e cofanetti, sono usciti almeno 55 album dal giorno delle sue morte (senza contare Video e DVD, o le registrazioni attribuite a più artisti, tratte dei Festival rock a cui aveva partecipato). Eppure regolarmente, almeno una volta all’anno, nelle ultime decadi la famiglia attraverso la Experience Hendrix, in collaborazione con la casa discografica che in quel momento detiene il contratto di distribuzione, ci regala un nuovo prodotto. Quest’anno tocca alle registrazioni della Band Of Gypsys, il trio con Billy Cox Buddy Miles che ebbe una brevissima vita, giusto il tempo dei due concerti al Fillmore East del 31 Dicembre 1969 e 1° Gennaio 1970, e un’ultima data al Madison Square Garden il 28 gennaio. L’album Band Of Gypsys, pubblicato il 25 marzo del 1970, fu l’ultimo a uscire con Hendrix ancora in vita, e conteneva sei brani estratti dalle due esibizioni del 1° gennaio.

Da allora sono usciti Band Of Gypsys 2, altri 6 brani, di cui però solo tre venivano dalle registrazioni al Fillmore East (le altre truffaldinamente successive), e una in particolare dal primo concerto del 31 dicembre. Nel 1999, quando il catalogo era detenuto dalla MCA del gruppo Universal, esce il doppio Live At The Fillmore East, 16 brani estratti dai quattro concerti delle due serate, evitando di proporre diverse versioni degli stessi pezzi, ma scegliendo quelli non ripetuti. E qualche brano di quell’evento è stato inserito anche nel cofanetto West Coast Seatte Boy (non ho controllato da quale concerto)..Senza dimenticare il DVD documentario Band Of Gypsys Live At The Fillmore East  Quindi, controllando anche per voi, dal primo show fino ad oggi sono stati pubblicati, una traccia su Band Of Gypsys 2 e tre da Live At The Fillmore East. In più abbiamo il nuovo remastering di Eddie Kramer (storico ingegnere del suono che è garanzia di qualità), effettuato sulle matrici originali a otto piste dell’epoca, per cui probabilmente ci toccherà ancora una volta aprire il portafoglio. Anche perché è pur sempre comunque un concerto completo di Hendrix, la musica è fantastica ed è in ogni caso meglio un album seminuovo di Jimi Hendrix del 90% di quello che esce al giorno d’oggi (secondo una stima prudenziale). Però quel First Show nel titolo fa presupporre che nel tempo ci saranno sicuramente dei seguiti, prima che fra qualche anno esca un cofanetto The Complete Fillmore Shows che conterrà l’integrale delle due serate, garantito!

Per il momento, ed in attesa della recensione completa al momento della uscita, prevista per il 30 settembre, questa è la tracklist completa:

1. Power Of Soul
2. Lover Man
3. Hear My Train A Comin’
4. Changes
5. Izabella
6. Machine Gun
7. Stop
8. Ezy Ryder
9. Bleeding Heart
10. Earth Blues
11. Burning Desire

Alla prossima.

Bruno Conti