Non Tradiscono Mai. Gov’t Mule – Revolution Come…Revolution Go

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Gov’t Mule – Revolution Come…Revolution Go – 2 CD Fantasy/Universal 09-06-2017

Tornano i Gov’t Mule con un nuovo album, Revolution Come…Revolution Go, concepito nei giorni dell’elezione di Trump negli USA (e quindi come nel caso di quello di Roger Waters, influenzato a livello di testi dagli avvenimenti allora in corso), ma musicalmente sempre legato al classico rock del quartetto americano, uno stile dove confluiscono anche elementi blues, soul, funky, jazz e anche country, oltre alle improvvisazioni tipiche delle jam band: quindi, come si ricorda nel titolo del Post, per certi versi non tradiscono mai i loro estimatori. Dopo lo scioglimento degli Allman Brothers (reso ancor più definitivo dalla recente scomparsa di Gregg Allman http://discoclub.myblog.it/2017/05/28/lultima-corsa-del-viaggiatore-di-mezzanotte-ma-la-strada-continua-per-sempre-ci-ha-lasciato-anche-gregg-allman-aveva-69-anni/ ) Warren Haynes si è dedicato alla sua carriera solista, pubblicando tre album, uno in studio, un Live e quello insieme ai Railroad Earth http://discoclub.myblog.it/2015/07/29/il-disco-dellestate-dellautunno-dellinvernowarren-haynes-featuring-railroad-earth-ashes-and-dust/ , non tralasciando comunque una intensa attività di pubblicazione di materiale d’archivio della sua band principale, più o meno in concomitanza con il 20° Anniversario dalla nascita del gruppo http://discoclub.myblog.it/2016/08/05/dagli-archivi-inesauribili-dei-govt-mule-ecco-le-tel-star-sessions/ . L’ultimo album Shout!, uscito nel 2013 per la Blue Note, era stato un album particolare, in quanto a fianco del disco principale era accluso un secondo CD con tutte le canzoni (ri)cantate da una nutrita serie di ospiti. Per Revolution Come…Revolution Go, il loro decimo album di studio, si ritorna alla formula abituale (anche se, come da benemerita abitudine, sarà pubblicata pure una versione Deluxe con ben 6 tracce extra, altri tre brani nuovi, una versione alternata e due Live In Studio dei pezzi contenuti nel primo CD).

Per l’occasione il numero degli ospiti è contenuto al minimo: Jimmie Vaughan è la seconda chitarra solista nella bluesata e texana Burning Point, Don Was, se vogliamo considerarlo tale, co-produce due brani del CD, alternandosi con Gordie Johnson che è il co-produttore con Haynes in altri sei. La formazione è la solita: Matt Abts alla batteria, una garanzia, Jorgen Carlsson al basso, sempre più impegnato, riuscendoci, a non fare rimpiangere Allen Woody Danny Louis alle tastiere, seconda chitarra e occasionalmente alla tromba. Il risultato, si diceva, è più che soddisfacente: a partire dalla ferocissima Stone Cold Rage, il primo “singolo” dell’album, che ci riporta al sound hard dei primi anni della formazione, a tutto wah-wah, con una carica che mi ha ricordato gli Humble Pie, Bad Company e gli amati Free, con le svisate dell’organo di Louis che si sovrappongono alle chitarre di Haynes con effetti devastanti, mentre Warren canta con la solita foga. Drawn That Way è un altro potente rock-blues cadenzato, tra la James Gang di Joe Walsh e le band citate prima, senza dimenticare il southern degli Allman e il classico rock seventies in generale, con un bel cambio di tempo, una decisa accelerazione nella seconda parte,  che prelude ad una bella jam con doppia chitarra solista; nel finale Pressure Under Fire è il secondo brano influenzato, a livello di testi, dai recenti eventi politici e sociali americani, ancora il classico rock dei Mule, un mid-tempo sospeso dalle atmosfere intense e curate dalla produzione di Don Was, con un ottimo lavoro nuovamente di Louis all’organo, alternato alla solista di Warren, mentre The Man I Want To Be è una splendida ballata in crescendo, giocata anche sui toni e i pedali della solista di Haynes, ma pure con un fervore quasi gospel e qualche retrogusto che ricorda il Jimi Hendrix più “melodico”, comunque la si veda una delle migliori canzoni del nuovo album, con un assolo fantastico di chitarra.

Traveling Tune, con l’uso della steel guitar e un’aura rustica e country è quella che più si avvicina a Ashes And Dust, il disco con i Railroad Earth, una ballata southern che ricorda anche certe cose di Dickey Betts con gli Allman, molto bella la melodia; viceversa Thorns Of Life è uno dei brani più lunghi dell’album e più improvvisati, inizio dark e quasi jazzato, con la ritmica che lavora di fino per preparare l’arrivo della voce di Haynes, molto misurato nella parte iniziale, poi entra la solista di Warren e il tempo inizia ad accelerare, si placa brevemente di nuovo e poi si ricarica per il finale di grande intensità sonora, tra picchi e momenti di quiete. Dreams And Songs, l’altro brano co-prodotto con Don Was, è una ulteriore eccellente ballata di stampo sudista, con un bel lavoro di piano elettrico e la lirica chitarra in modalità slide a sottolineare la dolce melodia della canzone che mi ha quasi ricordato il Dylan di Pat Garrett, e pure Sarah Surrender è un ottimo esempio dell’Haynes autore, non solo il chitarrista, ma anche l’amante della classica soul musicstranamente per l’unico brano non registrato nelle sessions dell’album tenute a Austin, Texas, ma in una appendice a New York nel gennaio del 2017: atmosfera ondeggiante, armonie vocali femminili, congas e organo a punteggiare l’impronta nera della canzone, scelta come secondo singolo del CD, persino qualche tocco santaneggiante nel lavoro della solista. Revolution Come…Revolution Go è l’altro brano che supera gli otto minuti, nuovamente tipico dello stile dei Gov’t Mule, partenza rock swingata su un deciso groove di basso, poi un improvviso cambio di tempo e si passa ad un blues shuffle cadenzato, sempre con la solista in grande evidenza, ulteriore cambio per una breve improvvisazione jazzata guidata dall’interscambio organo/chitarra nella parte centrale e poi nel finale si ritorna al tema iniziale.

Rimangono gli ultimi tre brani, Burning Point, quello con il duetto con Jimmie Vaughan, un brano dall’impronta blues, ma stranamente dall’anima rock, per il fratello più “tradizionale” rispetto alle 12 battute della famiglia, Warren Haynes è impegnato ad un wah-wah nuovamente quasi hendrixiano, ma anche Jimmie risponde da par suo con il suo tipico sound texano, mentre il ritmo ha pure un feeling funky, quasi à la New Orleans, grazie anche all’organo di Louis, come doveva essere nella intenzione originale espressa dall’autore nella presentazione del disco. Che si conclude con Easy Times, altra bella blues ballad dall’aria riflessiva, cantata con trasporto da Haynes, supportato nuovamente dalle voci femminili già impiegate in precedenza, prima di rilasciare un ennesimo assolo dei suoi nel finale. Anzi, per la precisione, l’ultimo brano è anche l’unica cover del disco, una rielaborazione del classico blues di Blind Willie Johnson Dark Was The Night, Cold Was The Ground, a cui Warren ha aggiunto un nuovo testo per renderlo più vicino ai tempi che stiamo vivendo, trasformandolo in una sorta di gospel-rock epico e futuribile, dove i florilegi del piano cercano di mitigare l’urgenza della chitarra e del cantato che portano l’album al suo climax: “soliti” Gov’t Mule, quindi ottimo album.

Nel secondo CD (che non ho ancora sentito, esce questo venerdì 9 giugno), come detto, altri 6 brani:

Bonus CD:
1. What Fresh Hell
2. Click-Track
3. Outside Myself
4. Revolution Come, Revolution Go (Alternate Version)
5. The Man I Want To Be (Live In Studio Version)
6. Dark Was The Night, Cold Was The Ground (Live In Studio Version) 

Bruno Conti

Texas O Rhode Island Che Sia, Questi Comunque Non Scherzano! Knickerbocker All-Stars Featuring Jimmie Vaughan And Duke Robillard – Texas Rhody Blues

knickerbocker all-stars featuring jimmie vaughan & duke robillard texas rhody blues

Knickerbocker All-Stars Featuring Jimmie Vaughan And Duke Robillard – Texas Rhody Blues – JP Cadillac Records

Come direbbero quelli che parlano (e scrivono) bene, questa più che una band vera e propria è un “progetto”! Ovvero, un gruppo di musicisti che suonano nel disco ovviamente c’è, ma sempre quello di prima direbbe che si tratta di una formazione aperta, e assai numerosa aggiungo io: nel disco infatti si alternano ed appaiono, non tutti insieme, la bellezza di 16 musicisti. Intanto vediamo chi sono, sempre per il famoso assunto che i nomi non saranno importanti, ma noi che non ci crediamo ve li scioriniamo tutti: gli unici due fissi, presenti in tutti i brani, sono Marc Teixeira, batteria e Brad Hallen, contrabbasso e basso elettrico, vale a dire la sezione ritmica della band di Duke Robillard, anche lui presente come special guest in tre brani, e anche Bruce Bears appare al piano in tre pezzi. Potremmo dire quindi che è un disco della Duke Robillard Band con ospiti? Direi di no: il famoso “progetto” parte molto indietro nel tempo, quando alcuni musicisti bianchi scoprono, attraverso le varie edizioni dei Festival di Newport, molti dei grandi del Blues e si innamorano della loro musica.

Tra i tanti, oltre a Bloomfield, Kooper, Butterfield, Goldberg e molti altri, c’è anche un giovane chitarrista del Rhode Island, Robillard appunto, che decide che questa musica sarà quella della sua vita; qualche anno dopo dal Rhode Island arriva anche Johnny Nicholas, il cantante degli Asleep At The Wheel, e pure Fran Christina, il batterista dei Fabulous Thunderbirds veniva dal RI, mentre lo stesso Duke suonerà sia con i Fabulous e prima ancora con i Roomful Of Blues, creando questo intreccio di stili che dà il nome al disco Texas Rhody Blues, quindi blues texano suonato (e registrato) da musicisti del Rhode Island, misti a quelli texani. Perché nel disco l’altro ospite importante è Jimmie Vaughan, anche lui impiegato in tre brani, con il chitarrista principale dell’album che è Monster Mike Welch, nato a Austin, ma cresciuto musicalmente a Boston; in questo intreccio ecumenico di artisti, provenienti da tutti gli States, ci sono anche gli eccellenti cantanti Sugaray Rayford, Brian Templeton e Willie J Laws, che si dividono le parti vocali con Robillard, una sezione fiati di quattro elementi guidata da Doug James, utilizzata nella quasi totalità dei brani del CD, e ancora Matt McCabe e Al Copley che si alternano con Bears al piano. Il tutto è stato registrato al Lakewest Recording Studio di West Greenwich, RI appunto, ed esce per la JP Cadillac Records, con reperibilità molto scarsa, come i due precedenti dischi a nome Knickerbocker All-Stars.

Ma voi fregatevene e cercate di recuperarlo perché merita: un bel disco di blues elettrico tradizionale infarcito di brani classici (vecchi e “nuovi”), tutte cover, che si apre con la poderosa Texas Cadillac, una canzone di Smokin’ Joe Kubek che ci permette di apprezzare la voce di Sugaray Rayford (cantante dei Mannish Boys) e la chitarra di Mike Welch, un blues texano pungente, sincopato e vivace, punteggiato dai fiati, che indica subito quale sarà il contenuto dell’album, mentre You’ve Got Me Licked, scritta da Jimmy McCracklin, è il classico slow blues, sempre con uso di fiati, ed era nel repertorio di Freddie King e John Mayall, la canta Willie J Laws, altro texano Doc dall’ottima voce, ma il protagonista è Mike Welch con la sua chitarra. Altro blues lento e lancinante è Respirator Blues, un pezzo della Phillip Walker Band, ancora con Rayford e Welch sugli scudi; poi a seguire due dei tre brani dove opera l’accoppiata Robillard/Vaughan, prima un classico swing blues a firma Dave Bartholomew (l’autore dei brani di Fats Domino) Going To The Country, cantato da Duke e con i due solisti che si titillano a vicenda, poi I Have News For You di Roy Milton, uno dei pionieri del jump blues e R&B anni ’40-’50.

I Still Love You Baby di Lowell Fulson, di nuovo con Rayford, rimane sempre in territori texani, ma la voce di Sugaray fa la differenza, e, quasi stesso titolo, I Got News For You, cantata da Laws e con la tromba di Doc Chanonhouse che se la vede con la chitarra di Welch, poi I Trusted You Baby, uno dei due brani cantati da Brian Templeton, più “jazzy” e raffinata; l’altro della coppia Vaughan e Robillard è un blues primevo come l’intenso Blood Stains On The Wall. E non mancano neppure gli omaggi a Clarence “Gatemouth” Brown con lo strumentale Ain’t That Dandy e a Guitar Slim con Reap What You Sow, altro lentone dove si esaltano Laws e Welch. Infine breve intermezzo parlato di T-Bone Walker, prima della ripresa di uno dei suoi classici, Tell Me What’s The Reason, a completare un disco di blues, magari non indispensabile, ma solido e ben fatto.

Bruno Conti

Anche Questo Potrebbe Il Disco Blues Del Mese! Duke Robillard And His All-Star Combo – Blues Full Circle

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Duke Robillard and his all-star combo – Blues Full Circle – Stony Plain/Dixiefrog/Ird

Non per citarmi, ma così concludevo la mia recensione dello scorso anno di The Acoustic Blues & Roots of Duke Robillard: “Come sapete lo preferisco elettrico, ma questo dischetto è veramente piacevolissimo!” ( qui la potete leggere tuttahttp://discoclub.myblog.it/2015/10/31/disco-acustico-elettrizzante-duke-robillard-the-acoustic-blues-roots-of/)  Ed infatti, quasi mi avesse sentito, a distanza di circa un anno dal precedente, ecco Duke Robillard presentarsi di nuovo con un album, questa volta elettrico, e anche tra i suoi migliori in assoluto, intitolato Blues Full Ciircle. Come ha raccontato lo stesso chitarrista americano, il nostro amico era reduce da un intero anno di inattività in seguito ad un intervento chirurgico, e dopo la riabilitazione si è presentato più in forma ed agguerrito che mai. Nel disco, oltre al suo all-star combo, ovvero Bruce Bears (piano, Hammond organ), Brad Hallen (acoustic and electric bass) e Mark Teixeira (drums), ci sono alcuni ospiti di pregio come Kelley Hunt, piano e voce, Jimmie Vaughan alla chitarra, Sugar Ray Norcia alla voce in un brano e Gordon Beadle e Doug James, ciascuno al sax in due diverse canzoni. L’album ha poi la particolarità di presentare tre pezzi scritti oltre 30 anni fa, quando Robillard era il leader dei Roomful Of Blues, ma che per vari motivi non erano mai state incisi.

Ovviamente non dobbiamo aspettarci niente di nuovo, dal numero di volte che la parola Blues appare nei titoli dei suoi dischi sappiamo cosa aspettarci nei CD di Duke da un bel po’ di tempo a questa parte, ma nel disco in questione il musicista del Rhode Island sembra particolarmente ispirato e voglioso di deliziarci con la sua sopraffina tecnica chitarristica. Si parte con una tosta Lay A Little Lovin’ On Me dove il blues è sanguigno e tirato come non capitava da tempo, la solista di Robillard, dal classico sound pieno e ricco di tonalità, è subito in evidenza con un assolo dove il nostro tira la note alle grande. Anche nella successiva Rain Keeps Falling si torna alle origini del miglior blues elettrico del nostro amico, e anche la voce appare in grande spolvero, mentre la chitarra inanella un assolo dietro l’altro con grande libidine. E pure in Mourning Dove, uno slow blues introdotto dal piano di Bears, sembra quasi di ascoltare il Mike Bloomfield più ispirato, con la chitarra che ci regala un assolo di quelli importanti, fluido, lancinante e tirato, come prevede il manuale del perfetto bluesman, con continui rilanci, mentre No More Tears è il tipico shuffle Chicago-style, pimpante e vivace come ai bei tempi (che non erano secoli fa, basta tornare a pochi anni or sono).

In Last Night troviamo Gordon Beadle che poi sarebbe Sax Gordon e Sugar Ray Norcia alla voce solista, per un jump blues ricco di ritmo, dove Duke Robillard si prende ancora le sue soddisfazioni, veramente voglioso di strapazzare di gusto la sua solista. Senza soluzioni di continuità troviamo una “cattiva” Fool About My Money, dove tra la voce del Duke e il piano di Bruce Bears sembra quasi di ascoltare un brano del Randy Newman più elettrico; eccellente anche The Mood Room, uno dei brani ripescati dal passato, dove il boogie la fa da padrone, grazie al pianino scatenato e alla voce splendida di Kelley Hunt, una delle blues woman più brave della scena americana, più volte incensata dal sottoscritto su queste pagine, e anche Robillard e Bears si scatenano ai rispettivi strumenti. I’ve Got A Feelin’ That You’re Foolin’, con un titolo tipico dei brani blues, è un altro lentone di quelli duri e puri, con la chitarra di nuovo protagonista assoluta. E anche nella successiva Shufflin’ And Scufflin’ non si scherza, un brano strumentale dove Jimmie Vaughan e Duke Robillard si scambiano fendenti a colpa di chitarra, in un brano raffinato e di classe, dove ancora l’organo di Bruce Bears e il sax baritono dell’ospite Doug James (anche lui uno dei membri fondatori dei Roomful Of Blues) hanno i loro giusti spazi. Blues For Eddie Jones è un sentito omaggio a Guitar Slim, la cui storia tragica, culminata con la morte a soli 32 anni, Robillard rivisita in questo intenso lento: molto buona anche la swingante You Used To Be Sugar https://www.youtube.com/watch?v=UndSnxzqzRY , ma non c’è un brano scarso in questo Blues Full Circle, sempre con la chitarra in primo piano. Come nella splendida soul ballad che risponde al nome di Worth Waitin’ On, dove anche la parte vocale è perfetta e sfocia in un assolo ricco di feeling come solo i grandi sanno fare. La conclusione è affidata ad un altro classico slow blues intitolato Come With Me Baby, che conferma lo stato di grazia ritrovata sfoderato per questo album da uno dei maestri contemporanei dello strumento e dello stile.

Bruno Conti

A Proposito Di Bluesmen Di Classe! Jw-Jones – Belmont Boulevard

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Jw-Jones – Belmont Boulevard – Blind Pig/Ird

JW-Jones è un elegante, distinto, ed ancora giovane (34 anni secondo Wikipedia, 33 secondo Allmusic, ma mettersi d’accordo no? Non è che sia nato durante le guerre puniche e si sono persi i documenti nel comune della sua natia Ottawa! Oh, sì?) bluesman, chitarrista e cantante molto raffinato, ma anche di sostanza, con una cospicua discografia già alle sue spalle, in Europa per la Crosscut, in Canada su Northern Blues, ma ha inciso anche per la Ruf: questo Belmont Boulevard, il primo per la Blind Pig Records, è il suo ottavo album. E, non a caso, il nostro amico viene “scoperto” da Tom Hambridge, che è una sorta di “eminenza grigia”, controparte di T-Bone Burnett, Don Was o Joe Henry in ambito Blues, il produttore di “classe” che tutti vorrebbero dietro la consolle (Keb’ Mo’, Joe Louis Walker, Devon Allman, James Cotton, Buddy Guy, George Thorogood, tra i suoi clienti recenti), ma anche ottimo batterista, ingegnere del suono, autore  di canzoni, catalizzatore di musicisti: il tutto nei suoi studi di registrazione di Nashville, dove il blues contemporaneo sta vivendo una sorta di nuova giovinezza, almeno a livello di freschezza di suoni e di arrangiamenti. Quindi niente sonorità troppo paludate o arcaiche, ma neppure una esagerata concessione ai suoni più commerciali del moderno music business, un giusto mix, che viene confermato per questo Belmont Boulevard https://www.youtube.com/watch?v=NfggjbIQpLU .

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Diciamo che se nei sette dischi precedenti JW-Jones (scritto proprio così, che vorrà dire? Mah…) era alla ricerca di un suo suono, oscillando tra il blues più classico e canonico, fino allo swing al boogie, al Chicago blues, qualche tocco di soul e R&B, il tutto forse troppo timido e rispettoso, ma con parecchi sprazzi di classe genuina, per l’occasione Hambridge gli ha costruito un suono molto vicino anche al rock-blues (senza esagerazioni) ma tenendo conto pure della tradizione, con il solito suono nitido, brillante e “spinto” del batterista. Prendete l’uno-due dei primi brani, Love Times Ten è un solido blues elettrico, dalla costruzione quasi texana, scritta da Hambridge e Colin Linden, con il piano e l’organo di Reese Wynans e la seconda chitarra di Rob McNelley, subito a titillare la solista di Jones https://www.youtube.com/watch?v=a63rwD00lIg , in possesso anche di una voce piacevole senza essere straordinaria, sostenuti dalla solida ritmica di Hambridge e del bassista Dave Roe, viceversa Watch Your Step, è un super classico del blues, scritto da Bobby Parker, suonata da mille, e il cui classico riff è stato usato dai Beatles sia per I Feel Fine che per Day Tripper https://www.youtube.com/watch?v=bocE10AOs7U , e anche attraverso il suono Les Paul di Jones si gusta appieno. Blue Jean Jacket, ancora con l’ottimo interscambio delle due chitarre, è sempre del solido blues contemporaneo, vicino al Robben Ford più sbarazzino https://www.youtube.com/watch?v=bEpioYU2pEY .

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Anche Coming After Me ha questo suono “moderno” ma non scontato, chitarra pungente e tastiere sempre in bella evidenza, molto laidback ma godibilissimo. Don’t Be Ashamed è uno dei quattro brani dove JW è accompagnato dal suo gruppo abituale, Laura Greenberg al basso e Jamie Holmes alla batteria, un suono più “cattivo” e meno lineare degli altri brani, sempre con l’ottima solista di Jones in evidenza https://www.youtube.com/watch?v=fLP2XtnVv3c , che poi in Thank You, una sua composizione in solitaria, si ritaglia un suono quasi alla Clapton primi anni ’70 e in Magic West Side Boogie, nonostante il titolo, sembra di ascoltare una jam strumentale tra i primi Yardbirds e i Fleetwood Mac di Peter Green, ancora con i suoi pard abituali, più ruvidi e meno rifiniti dei sessionmen di Hambridge, ma comunque validi https://www.youtube.com/watch?v=U3dgnNlSPKQ . Anche What Would Jimmie Do? ha quel suono protosixties che forse piazza a quel Jimmie anche un cognome come Vaughan (l’altro fratello!), potrebbe essere, visto che uno dei suoi gruppi favoriti sono proprio i Fabulous Thunderbirds! If It Feels This Good Tomorrow è semplicemente una bella canzone di classico stampo rock, piacevole e radiofonica persino, nel senso più nobile https://www.youtube.com/watch?v=gVy3pmZKx1U . What’s Inside Of You è uno di quei bluesacci ispidi e tirati, classici della penna di Buddy Guy, e JW-Jones non si tira indietro, con un fluido assolo ricco di grinta e feeling, per poi tornare al classico T-Bird sound texano di una vivace e pimpante Never Worth It, per infine lasciarci con una intensa, distorta ed assai “lavorata” Cocaine Boy, che ci propone il suo lato più rude, selvaggio e ruvido, quasi sperimentale. Un bel disco!

Bruno Conti    

L’Avete Chiesto Voi? Rick Estrin And The Nightcats – You Asked For It…Live

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Rick Estrin And The Nightcats – You Asked For It…Live – Alligator 08-07-2014

Non so se abbiamo proprio chiesto per averlo (voi lo avete fatto? Io no, o non me ne sono accorto), comunque un bel CD dal vivo di Rick Estrin And The Nightcats è sempre cosa gradita. Si tratta ovviamente del primo Live del gruppo, che in anni recenti, con la nuova ragione sociale, ha prodotto solo un paio di dischi in studio, entrambi molto buoni e fedelmente riportati da chi scrive (http://discoclub.myblog.it/2012/07/13/e-intanto-l-alligator-non-sbaglia-un-disco-rick-estrin-and-t/) , ma la dimensione concertistica ha sempre un suo fascino particolare, soprattutto per ciò che concerne il blues e dintorni, ma anche in generale. Per parafrasare un famoso disco di Jimmy Buffett, You Had To Be There, ma anche se non c’eravate il surrogato del disco rende bene l’idea e se qualcuno ha chiesto per averlo una ragione ci sarà pure stata. Oltre a tutto, anche come Little Charlie And The Nighcats, quando Charlie Baty era ancora il leader della formazione, non usciva un Live dal lontano 1991. Dei vecchi, a parte Estrin, non c’è più nessuno, ma sound ed etichetta, la Alligator, sono sempre quelli. Quindi ben venga questo You Asked For It…, pimpante album che ci permette di gustare una formazione al top della forma, con l’armonicista e cantante Rick Estrin (in occasione del suo 64° compleanno si è registrato questo disco al Biscuits And Blues di San Francisco, sua città natale) che divide gli spazi solisti con l’ottimo Christoffer “Kid” Andersen, chitarrista norvegese che ad ogni disco si conferma sempre più come uno dei migliori al suo strumento (l’erede, se e quando vorrà ritirarsi, di Jimmie Vaughan, o comunque un suo pari) e con Lorenzo Farrell, il bassista, che opera anche all’organo e al Moog conferendo al sound una maggiore varietà di opzioni e J. Hansen, batterista dallo swing quanto mai accentuato.

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Il pubblico apprezza e si diverte, anche per i divertenti siparietti e presentazioni che un “vecchio” gigione come Estrin ha metabolizzato in oltre 40 anni sui palchi di mezza America. Prendete la presentazione di My Next Ex-Wife, anche con qualche parolaccia “bippata”, mette il pubblico nella giusta predisposizione per gustarsi il brano al meglio, su un groove funky che avrebbe reso orgoglioso l’Isaac Hayes più nasty dei tempi di Shaft, Rick racconta le disavventure del suo divorzio, ma poi la band cattura un mood Stax anni ‘70 dove l’organo di Farrell, la chitarra in overdrive di Andersen, molto hendrixiana e l’armonica di Estrin fanno meraviglie, grande gruppo https://www.youtube.com/watch?v=68EUz8RD9dM .

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Ma già dalla partenza, con il classico “Are You Ready For The Blues” che introduce una fulminante Handle With Care, dove il materiale è veramente da maneggiare con cura, si capisce perché la formazione è considerata tra le migliori della Bay Area ed il suo leader spesso candidato come miglior armonicista ed Entertainer ai Blues Music Awards, senza dimenticare il fantastico l’assolo di Kid Andersen, un miracolo di equilibri sonori, in bilico tra R&R e Blues https://www.youtube.com/watch?v=JTltmGvOK7U . Non tutto il disco è così scintillante, ma anche la divertente New Old Lady, molto Blues Brothers, e comunque tipica delle revue anni cinquanta e sessanta dove blues, rock and roll, soul, R&b e divertimento si intrecciavano con gusto sopraffino. O una New Old Lady, funky blues d’annata si accoppia con le classiche dodici battute di Baker Man Blues, cantate con grande aplomb dal batterista J. Hansen, che ha anche scritto il pezzo.

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Trascinante anche il ritmo scandito nella poderosa Keep Your Big Mouth Shut o nello shuffle della divertente Smart Like Einstein per poi rallentare in That’s Big, anche questa preceduta da una lunga introduzione di Estrin, sempre istrionico e buffo nelle sue divagazioni, ma poi è blues, swingato e classico, prima di tuffarsi in una divagazione country, come You Gonna Lie, dove Johnny Cash sposa i Blasters e Kid Andersen estrae dal cilindro (fate conto che lo abbia) una lunga improvvisazione sulla sua chitarra che è da ascoltare per crederci, micidiale, rockabilly boogie, con la solista che si inerpica su territori che furono cari al Danny Gatton più funambolico, prima di lasciare il giusto spazio ai brevi assolo della sezione ritmica https://www.youtube.com/watch?v=XWbEhmNd3UA . A proposito di Blasters, uno slow blues con uso d’organo come Never Trust A Woman porta la firma di Rick Estrin e Dave Alvin e avrebbe fatto un figurone su Super Session con ancora un maiuscolo lavoro di Andersen alla solista https://www.youtube.com/watch?v=RjdaBBxa5Cc . Dump That Chump, richiesta a gran voce dal pubblico. è un altro dei cavalli di battaglia dei Gattoni Notturni, e Don’t Do It sembra un brano dei migliori Fabulous Thunderbirds mentre la conclusiva Too Close Together, un brano di Sonny Boy Williamson, solo un contrabbasso ad accompagnare l’armonica di Estrin, è l’occasione per ascoltare un maestro al lavoro, avete presente Room To Move su The Turning Point di John Mayall? Siamo da quelle parti https://www.youtube.com/watch?v=d6gPtj-LA-s . Settantacinque minuti che passano in un baleno!

Bruno Conti

Solo Per “Iniziati” Dell’Armonica! Bob Corritore – Taboo

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Bob Corritore – Taboo – Delta Groove Music

I dischi, gli album, i CD, chiamateli come diavolo volete, di Bob Corritore mi sembrano sempre indirizzati verso un pubblico di “iniziati”, forse esagero, diciamo di appassionati, sempre molto politically correct, non dico didattici, ma un po’ didascalici, molto apprezzati dai colleghi armonicisti che spesso collaborano con il musicista nativo di Chicago, ma residente a Phoenix, dove è titolare anche di un club, e che svolge financo, tra le tante, l’attività di impresario (bisogna pur arrotondare), le opere di Corritore spesso utilizzano la formula del…And friends, qualche volta molto celebri, come in Harmonica Blues (recensito nel 2010 da chi scrive http://discoclub.myblog.it/2010/10/05/non-conoscevo-per-chi-ama-l-armonica-blues-come-da-titolo-bo/ ) che inaugurava la sua collaborazione con la Delta Groove con una parata di stelle del blues, che non vi cito, ma se volete potete andare a rileggervi quanto scritto all’epoca, altre volte meno noti come Tail Dragger ( http://discoclub.myblog.it/2012/04/18/incontri-tra-amici-tail-dragger-bob-corritore-longtime-frien/) , Dave Riley, John Primer, ma comunque la formula della collaborazione è sempre in atto, visto che il nostro amico non canta.

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Bob Corritore è una sorta di armonicista per gli armonicisti, se mi passate il termine, molto apprezzato dai colleghi, non per nulla Charlie Musselwhite firma le note sul retro del CD esprimendosi in termini più che lusinghieri verso il buon Bob, autore, nel caso specifico, di un album, questo Taboo, che sottotitola Blues Harmonica Instrumentals: non temano anche i non bluesofili spinti, non è una palla tremenda, non fa parte di quella categoria di dischi, molto, troppo, specializzati, di Blues, che spesso scatenano nel sottoscritto una irrefrenabile voglia di schiacciarmi un pisolino, non chiedetemi quali, non lo direi nemmeno sotto tortura, ma se leggete queste pagine ogni tanto, per usare un eufemismo, si intuisce. Sapete, quei dischi molto legati alla tradizione, quasi integralisti ma…Ok, finiamola qui, non è questo il caso: il nostro Bob armato della sua inseparabile armonica Hohner, citata anche nelle note del CD con un bello spottone, compone una serie di brani originali che portano nella quasi totalità la sua firma, ma che si ispirano naturalmente ai classici e circondato da Jimmie Vaughan (solo in due pezzi) e Junior Watson alle chitarre, Fred Kaplan a piano e organo, Papa John DeFrancesco all’organo in un paio di brani e Doug James al sax, ci propone la sua personale visione del Blues.

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Corritore ha una bella tonalità con la sua armonica, lo strumento è mixato in primo piano, il suono è nitido e preciso, come è caratteristica delle produzioni Delta Groove e quindi si possono gustare al meglio il puro Chicago sound della vivace Potato Stomp, posta in apertura, con l’armonica che si alterna alla chitarra di Watson e al sax di James come strumento guida, Many A Devil’s Night è uno slow di quelli classici, con il piano di Kaplan che sostiene le evoluzioni melodiche dello strumento di Corritore https://www.youtube.com/watch?v=5v-r_EQH88A , Ruckus Rhythm è più controllata e cadenzata ma sempre legata alla tradizione più consolidata del blues elettrico più tradizionale, Harmonica Watusi, come suggerisce il titolo, concede qualcosa al divertimento, ben sostenute dal piano e dall’organo di Kaplan e dai ritmi vagamente twist del brano, armonica e chitarra si rincorrono gioiosamente. Anche Taboo, latineggiante, si concede ad un sound nostalgico, quasi cinematografico, a cavallo tra 50’s e 60’s, piacevole ancorché innocuo. Harp Blast, con l’armonica molto più amplificata, si ispira ai grandi dello strumento, per quelle cavalcate torride che hanno fatto la storia dello strumento, cambia il titolo ma il mood è quello.

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Mr. Tate’s Advice, con Vaughan alla chitarra e DeFrancesco all’organo ha quel feeling alla Smith/Montgomery, anche se l’armonica di Corritore e il sax di James si prendono i loro giusti spazi, classico come al solito l’intervento di Jimmie, molto giocato sui volumi https://www.youtube.com/watch?v=sZzcxT3LdlE . 5th Position Plea è l’occasione per ulteriori lente evoluzioni dell’armonica di Bob e del piano di Kaplan https://www.youtube.com/watch?v=nkn5r5HV3u0 , che come ricorda Musselwhite nelle note non si è soliti sentire abitualmente, mentre tornano i ritmi latini per Fabuloco (For Kid) e di nuovo il classico electric blues chicagoano di Shuff Stuff, un brano d’assieme dove i vari Vaughan, DeFrancesco e James si alternano con Corritore alla guida del gruppo. T-Town Ramble ha qualche attimo di maggior grinta alla Muddy Waters e Bob’s Late Hours è un altro “lentone” dove si apprezzano le qualità del titolare. Forse, anzi sicuramente, avrà anche ragione Charlie Musselwhite è questo è un gran disco per gli appassionati di armonica blues (ce ne sono moltissimi), ma aggiungerei modestamente io, solo per quelli, e non è una citica, solo una constatazione

Bruno Conti

Poco Prolifica, Ma Di Gran Classe. Lou Ann Barton – The Best!

lou ann barton the best

Lou Ann Barton – The Best – Rockbeat Records

Lou Ann Barton è uno di quei casi, purtroppo non infrequenti, in cui il talento e la bravura sono inversamente proporzionali alla popolarità del soggetto in questione. Non completamente, perché fans, addetti ai lavori, critici e, soprattutto, colleghi musicisti la portano, giustamente, in palmo di mano. Sulla scena musicale, soprattutto Austin, Houston ed il Texas in generale, da una quarantina di anni, la nostra amica ha iniziato con quella pattuglia di musicisti che era guidata dai due fratelli Vaughan, Jimmie prima e Stevie Ray in un secondo momento https://www.youtube.com/watch?v=90XHXDQNuno , in giro per polverosi e scalcinati locali sin dai primi anni ’70 (alcuni leggendari come l’Antones’s o il Continental, ma perlopiù buchi fumosi e mal frequentati, dove però la musica è sempre stata ottima). Le eccellenti note del libretto contenuto in questa antologia tracciano attraverso le “voci” di alcuni personaggi il percorso della carriera di Lou Ann. Apre Etta James, che a sorpresa (ma non troppo) la definisce come “una cantante che non cerca di atteggiarsi a nera è proprio nera”, anzi, testuali parole, “ha un’anima nera, una delle più sottovalutate cantanti della scena blues e soul” di quello scorcio di secolo, “se scriveranno una Bibbia del Blues e non ci sarà un capitolo dedicato a lei sarà una fottuta vergogna”. Ho voluto riportare questa giudizio da parte di una delle più grandi cantanti che la musica (nera e bianca) abbia mai avuto perché sono vere e sincere.

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Anche Jerry Wexler (che ha prodotto il suo album d’esordio, con Glenn Frey) uno dei “miti” del music business americano, Buddy Guy che ricorda che Stevie Ray Vaughan gli disse che era più brava di Janis Joplin e come “sistemò” il suo pard Junior Wells quando la inseguiva sussurrandole in un orecchio, “pussy, pussy, pussy” (i musicisti non sempre sono finissimi, e non solo loro), o il sassofonista Johnny Reno che ricorda i loro primi passi con Roomful Of Blues e Fabulous Thunderbirds. Proprio il leader dei T-Birds (dei quali, Lou Ann sposò il bassista, Keith Ferguson, ma non andò molto bene, però è un’altra storia, per quanto…), Jimmie Vaughan è stato il suo più grande estimatore, a lungo compagno di lavoro e, ultimamente, datore di lavoro nei recenti lavori con i Titl-A-Whirl. Giustamente uno si chiede, con tutta questa unanimità perché Lou Ann Barton non sia famosa come Janis Joplin o almeno Bonnie Raitt o Susan Tedeschi?

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Nemmeno dieci album in quasi quaranta anni di carriera, collaborazioni e semi-bootleg live compresi! Lo ammette lei stessa in una intervista con un giornale locale texano: per molti anni era famosa soprattutto perché era “No-show Lou Ann”, a causa dei suoi problemi di alcolismo e con altre sostanze, spesso ai suoi concerti non la vedevano neppure. Adesso, da una quindicina di anni, dice di essere sobria, e secondo, chi l’ha vista, mi fido, dimostra dieci anni meno dei 60 appena compiuti, ma forse è troppo tardi. Vedremo se questa ottima antologia riuscirà a raddrizzare le sorti della sua carriera. La vedo dura, ma se vi capita di mettere le mani su questo The Best, e non avete già più o meno tutto, sparso sugli album della discografia non lasciatevelo sfuggire. Nel caso, ci sono anche sette inediti: i primi cinque brani, tutti mai pubblicati, fanno parte di un demo registrato per e con Jerry Wexler nei primi anni ’80, qualità sonora ruspante ma anche la musica, per fortuna, cinque semi-classici come Rocket In My Pocket, Sugar Coated Love, Good Rockin’ Daddy, Every Night Of The Week e Maybe, scaldano subito i cuori con la loro miscela di blues, soul, R&R e musica texana, che sarà (quasi) sempre la stella polare della sua musica, cantati con una voce pimpante, cristallina ma anche vissuta, che è stata definita un incrocio tra Kay Starr e Dinah Washington, o Patsy Cline e Big Maybelle, anche se lei ha sempre avuto come punto di riferimento voci maschili come Little Richard e Jimmy Reed, sempre in buona compagnia comunque.

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Nel dischetto scorrono brani dal citato Old Enough, prodotto dalla coppia Frey-Wexler, dal suono forse un poco “leccato” ma che fa intuire il suo talento https://www.youtube.com/watch?v=JrvjokCl-08 , molti, sei, da Read My Lips, il migliore, quello pubblicato per la Antone’s nel 1989 https://www.youtube.com/watch?v=SR2VzTdvbB4 , tra cui il suo cavallo di battaglia, You Can Have My Husband https://www.youtube.com/watch?v=n7MFWNo3Fks e una poderosa Shake Your Hips. Un paio da Dreams Come True, la collaborazione con le altrettanto talentuose Marcia Ball e Angela Strehli, prodotta da Dr.John, tre da varie collaborazioni con Jimmie Vaughan, anche delle recente accoppiata Blues, Ballads and Favorites. Un lungo brano inedito dal vivo in studio, Shake A Hand https://www.youtube.com/watch?v=k35gbRk91_I , con la stessa formazione dei dischi con Jimmie. E di chitarristi ottimi Lou Ann nei suoi disch ne ha avuti tanti, oltre ai fratelli Vaughan, Derek O’Brien, Denny Freeman e David Grissom, tutti presenti nei brani di questa ottima antologia. Se amate le voci femminili blues oriented non andate a cercare troppo lontano!                 

Bruno Conti  

Provaci Ancora Eric, Una Anteprima? Eric Johnson – Up Close Another Look

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Eric Johnson – Up Close Another Look – Mascot/Provogue/Edel 02-04-2013

Eric Johnson è un fantastico chitarrista texano che, nella sua carriera che dura ormai da una trentina di anni (almeno a livello discografico), ha realizzato solo una manciata di album di studio, sei per la precisione, compreso questo Up Close, oltre ad un disco, Seven Worlds, registrato nel 1978 ma pubblicato solo 20 anni dopo, uno dal vivo della serie Live From Austin, Texas nel 2005 (ma registrato nell’88), oltre alla sua partecipazione come un terzo della “società” in una delle varie incarnazioni dei G3, insieme ai Joe Satriani e Stevie Vai. E per lui, come per molti altri, il migliore rimane ancora il primo ufficiale, Tones, uscito nel lontano 1986 per la Reprise, eccellente disco prevalentemente strumentale che ebbe un grosso successo sia di critica che di pubblico in quell’anno, disco che si inseriva in quel filone tra prog, rock, southern e blues dove operavano gruppi come i Dixie Dregs di Steve Morse, tanto per fare un nome, o il materiale meno bluesy di Robben Ford, virtuosi della chitarra elettrica per intenderci, e anticipatore del successo che avrebbero ottenuto i suoi futuri pard Joe Satriani e Steve Vai (già in pista ma noto soprattutto per le collaborazioni con Frank Zappa).

Senza farla troppo lunga ma dandogli i giusti meriti, Eric Johnson, ha avvicinato quei livelli qualitativi solo con il successivo Ah Via Musicom del 1990, poi creandosi una nicchia di appassionati, un seguito di culto, che ha continuato a comprare i suoi dischi ma con minore entusiasmo anche negli anni successivi, fino ad arrivare al 2010, l’anno di questo Up Close, uscito ai tempi solo sul mercato americano per la Vortexan/EMI, ma non distribuito in Europa, e che è di gran lunga il suo disco migliore dopo Tones, ma cosa ti va a pensare quel “diavolo” di un Johnson, facciamone una versione aggiornata per il mercato europeo, quell’Another Look, come avranno notato i più attenti: come dice lo stesso Eric Johnson, si è limitato ad aggiungere alcune parti di chitarra ritmica e a remixare il tutto, e la differenza è molto sottile, praticamente non si percepiscono i nuovi interventi, ma il disco suona meglio all’ascolto e se lo dice lui chi siamo noi per negarlo? Quindi prendiamo nota senza peraltro poter fare a meno di notare che questa nuova edizione ha due brani in meno di quella del 2010, strano ma vero, si toglie invece di aggiungere, anche se per onestà si tratta di due brevi intermezzi di poco più di un minuto ciascuno.

Ma quello iniziale, un intramuscolo orientaleggiante di 1:05, Awaken, è rimasto. Fatdaddy è il primo brano strumentale dove, a velocità vorticose, la chitarra solista di Johnson interagisce con una ottima sezione ritmica con vari batteristi che si alternano, Kevin Hall, Barry Smith e Tommy Taylor e il grande Roscoe Beck al basso, con lui da inizio carriera. Brilliant Room è il primo brano cantato, con ospite come vocalist il bravo Malford Milligan, altro texano che era negli Storyville (ve li ricordate?) il gruppo di David Holt e David Grissom con la sezione ritmica dei Double Trouble, un gruppo che ha non tenuto fede alle promesse, ma aveva molte potenzialità, il brano è un veloce rock, anche commerciale, ma con una verve ed un lavoro di suoni e chitarre che molta produzione attuale non ha (dipenderà dal fatto che il co-produttore è tale Richard Mullen ma l’ingegnere è Andy Johns, della premiata famiglia?), un sound fantastico. E sentite come suonano il Blues, in una cover eccellente di Texas (tema che ritorna), il vecchio brano firmato Mike Bloomfield/Buddy Miles che si trovava sul disco degli Electric Flag, per l’occasione a duettare con Johnson troviamo un pimpantissimo Steve Miller alla voce e Jimmie Vaughan alla seconda solista, cazzarola come suonano! Gem è uno di quei brani strumentali stile Prog-rock dove il nostro Eric esplora a fondo la sua tavolozza di colori e suoni per la gioia dei fanatici della chitarra.

Tra i titoli non manca Austin, altro ottimo duetto a tempo di rock con un Johnny Lang in gran vena e la chitarra di Johnson che crea traiettorie quasi impossibili senza scadere nelle esagerazioni di altri suoi colleghi virtuosi. La lunga Soul Surprise è un altro lento con i vocalismi senza parole del titolare e atmosfere sempre molto ricercate. On The Way è un ulteriore strumentale, molto Twangy & Country in questo caso, stile di cui è maestro Albert Lee. Senza citarle tutte, ma non ci sono cadute di gusto, vorrei ricordare il tributo in apertura (una piccola citazione di Little Wing) all’Hendrix più sognante, nella ricercata A Change Has Come To Me e il duetto molto melodico con la slide di Sonny Landreth in Your Book. Una delizia per gli amanti della chitarra elettrica, come tutto il disco peraltro.

Bruno Conti

“Vecchio” Blues Ma… Doug Deming & The Jewel Tones – What’s It Gonna Take

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Doug Deming & The Jewel Tones feat. Dennis Gruenling – What’s It Gonna Take – Vizztone

Ogni mese escono decine di nuovi dischi, solo nell’ambito Blues, e il vostro fedelissimo recensore cerca di tenere dietro a tutte le uscite, ma non di tutto si riesce a parlare, ascolto anche dischi che per motivi vari non riesco a recensire ma lo meriterebbero, mentre altri passano nel mio lettore e ne escono senza lasciare traccia. Quindi, onestamente, devo ammettere di non avere mai sentito parlare fino ad una decina di giorni or sono di questo Doug Deming, anche se non escludo di avere ascoltato dischi dove il nostro era presente, almeno leggendo la sua biografia e partecipazioni varie: ha suonato con Kim Wilson, Gary Primich, Lazy Lester e molti altri. Però, se devo essere sincero, comunque non mi era rimasto impresso. Nel suo gruppo, i Jewel Tones, hanno suonato spesso delle special guests, soprattutto armonicisti, in questo What’s It Gonna Take in particolare l’ottimo Dennis Gruenling.

Non ho avuto “frequentazioni” passate con questi musicisti, ma le orecchie per ascoltare, allenate da qualche lustro di lavoro nel campo, ce le ho e quindi mi sbilancio nel dire che questo album non mi ha particolarmente impressionato: se devo scegliere tra i due, direi che la stella del disco è Gruenling, che soffia con gusto, potenza e classe nella sua armonica, risultando una piacevole sorpresa per il sottoscritto. Deming appartiene a quella scuola di Bluesmen, molto legati alla tradizione, Texas swing, sonorità West Coast Blues con retrotoni di R&R, un po’ alla Blasters o alla Fabulous Thunderbirds, ma senza la classe e il tiro dei gruppi citati. La pettinatura con ciuffo è una ulteriore indicazione delle tendenze di stile e musica, come la vecchia Gibson dal suono volutamente retrò. Con questo voglio dire che sono scarsi o che il disco è brutto? Direi di no, sicuramente una nicchia di appassionati per questo tipo di blues c’è, semplicemente gente come Jimmie Vaughan, per fare un nome, lo fa molto meglio. Negli undici brani che compongono questo CD c’è molto materiale firmato dallo stesso Deming, due o tre cover e un brano firmato da Gruenling.

Prendiamo le cover: Poison Ivy, che non è quella scritta da Leiber e Stoller e suonata anche dagli Stones, ma il brano di Mel London,  portato alla fama se non al successo da Willie Mabon, è cantato con deferenza quasi filologica da Deming, che peraltro non ha una voce memorabile,  non decolla verso la stratosfera del Blues, ma si salva per l’ottima performance di Gruenling (che, più o meno in contemporanea, pubblica un disco a nome suo, ancora per la Vizztone, Rockin’ All Day, accompagnato sempre dai Jewel Tones). O I Want You To Be My Baby, una vecchia canzone dal repertorio di Louis Jordan che dovrebbe avere swing e divertimento in pari misura nelle sue corde, ma ha solo il primo, con la chitarra che ricorda vagamente il primissimo Alvin Lee dei Ten Years After quando non aveva ancora deciso di diventare un guitar hero e suonava il repertorio di Woody Herman. Non è tutto così turgido, ci sono momenti di Blues più sentito, come nella grintosa No Big Thrill o nelle atmosfere sospese alla John Lee Hooker della minacciosa An Eye For An Eye ma è sempre Dennis Gruenling che ci regala le migliori sensazioni, come nel frenetico strumentale Bella’s Boogie dove anche Deming è in evidenza con la sua chitarra e tutta le band si lascia andare come probabilmente sono in grado di fare dal vivo. Le dodici battute regnano anche in Think Hard e in Lucky Charm dove il suono è più coinvolgente senza essere memorabile che potrebbe essere il giudizio per tutto il disco. Indicato, se siete completisti e volete ascoltare di tutto un po’, in ambito Blues, non indispensabile ma onesto.

Bruno Conti

“Troppo” Potrebbe Non Essere Abbastanza! Omar And The Howlers – Too Much Is Not Enough

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Omar And The Howlers featuring Gary Primich – Too Much Is Not Enough – Big Guitar Music

Prima che lo diciate voi, e avendolo detto probabilmente tutto l’universo dei recensori blues dell’umano creato, e anche lo stesso Omar Dykes nelle note di questo CD, ebbene sì, aveva già pubblicato un tributo a Jimmy Reed, in coppia con l’amico Jimmie Vaughan, On The Jimmy Reed Highway, nel 2007: ma come dice il titolo di questa “nuova” fatica Too Much Is Not Enough. E poi, sempre come ci ricorda lo stesso Omar Kent Dykes, questo era stato registrato in precedenza e poi accantonato. Ma ora, anche come tributo al recentemente scomparso Gary Primich, che appare all’armonica in dieci dei dodici brani del disco, è stato deciso di pubblicare questo ennesimo omaggio all’arte del grande bluesman Jimmy Reed, questa volta sotto la sigla Omar And The Howlers. E fanno tre dischi a nome del gruppo in questo 2012, nulla per nove anni (escluso un live) e poi il nuovo I’m Gone (un-bluesman-texano-del-mississippi-omar-and-the-howlers-i-m.html ), una Essential Collection e ora questo album. Peraltro, nelle note del dischetto, Omar ci “minaccia” benevolmente – Se pensate che sia andato oltre le righe con Jimmy Reed, aspettate quando pubblicherò il mio materiale su Bo Diddley e Howlin’ Wolf –.

Intanto che aspettiamo,  proprio il vecchio lupo mi sembra il punto vocale di riferimento di questo Too Much…, i brani saranno anche tratti dal repertorio di Jimmy Reed, ma Omar li interpreta come se si fosse reincarnato nello spirito di Howlin’ Wolf, con molte inflessioni che ricordano anche il Captain Beefheart più bluesato. Nel disco sono presenti, oltre alla sezione ritmica, meno selvaggia che nei dischi più rock-blues del gruppo, Jay Moeller, fratello di Johnny, e batterista dei Fabulous Thunderbirds, l’allora giovanissimo chitarrista nero texano Gary Clark Jr., che ha di recente pubblicato l’eccellente Blak and Blu per la Warner, oltre al citato Primich e a Derek O’Brien che completa la pattuglia dei chitarristi. Ma, stranamente, non siamo di fronte ad un disco di chitarra blues, ma semplicemente di Blues: ovvio che la chitarra fa parte delle procedure, ma è usata in un modo molto discreto, alla Jimmy Reed direi, niente svolazzi e assoli selvaggi (che vengono riservati ad altre occasioni, soprattutto dal vivo, perché sono comunque nel DNA del buon Omar), ma un suono classico e tradizionale, con moltissimo spazio lasciato all’armonica, che spesso è la protagonista. Omar Kent Dykes tra l’altro si ostina a voler festeggiare i suoi 50 anni di carriera, con tanto di bollino nel libretto del CD, facendo decorrere l’inizio della sua carriera dal 1962, quando aveva 12 anni e suonava nel suo primo gruppo. Ma dove, mi domando io?

Gary Clark ci delizia con la sua tecnica alla slide in un paio di brani, I Gotta Let You Go e la “Elmoriana” (nel senso di Elmore James), You Don’t Have To Go, tutti i musicisti si divertono nella latineggiante Roll In Rhumba. In Ain’t Got You, Omar torna a quel tempo di boogie del suo materiale classico, dove sembra veramente Howlin’ Wolf o Captain Beefheart alla guida degli ZZ Top con formazione ampliata da un ottimo armonicista come Primich. Mentre nel super classico Shame, shame, shame sembra di ascoltare il Duke Robillard più pimpante. Ma tutto il disco è molto piacevole, fuori dal tempo, con un suono volutamente “antico”, fuori dal tempo. non dissimile da quello che utilizza spesso il suo amico Jimmie Vaughan, per amanti del Blues più tradizionale ma non per questo non apprezzabile da chi ama il rock.

Bruno Conti